Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

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Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Favoloso “Vero Soul” Australiano! Jimmy Barnes – Soul Searchin’

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Jimmy Barnes – Soul Searchin’ –  Liberation Music (2 CD Deluxe Edition)                    

Jimmy Barnes è uno dei rocker più gagliardi mai prodotti dal continente australiano: nel 2014 ha festeggiato con 30:30 Hindsight 30 anni di carriera discografica come solista http://discoclub.myblog.it/2014/11/04/30-anni-jimmy-barnes-hindsight/ . Ma prima ancora, dal 1973, e dal 1978 discograficamente parlando, è anche il leader dei Cold Chisel, il gruppo a cui deve la sua fama, e che nel 2015 si sono ritrovati per un secondo album, The Perfect Crime, dopo la reunion del 2012. Ma una delle altre principali passioni del musicista di origini scozzesi (oltre al rock) è sempre stata la musica nera, rivista attraverso la sua particolare ottica rock, ma sempre con un sano rispetto per i musicisti ed i brani originali: il nostro amico ha dedicato una tetralogia a questa passione, Soul Deep del 1991, Soul Deeper…Songs From The South del 2000, The Rhythm And The Blues del 2009 e ora il nuovo Soul Searchin’, di cui ci occupiamo tra un attimo, oltre a molti album Live dove ha sviscerato ulteriormente l’argomento. Inutile dire che, assieme ad alcune prove con i Cold Chisel, questi dischi sono probabilmente i migliori della sua carriera. E l’ultimo è forse il migliore in assoluto.

Anche se questi album vengono sempre pubblicati solo per il mercato australiano (e raramente poi su quello americano) e quindi la reperibilità è difficoltosa e il costo elevato, vale assolutamente la pena di effettuarne la ricerca. Soul Searchin’ esce addirittura anche in una versione Deluxe in 2 CD, con 8 brani aggiunti, registrati nelle stesse sessions a Nashville dello scorso anno, sotto la produzione di Kevin Shirley, e con la partecipazione in studio dei Memphis Boys, i leggendari musicisti che hanno partecipato ad alcune registrazioni di Elvis Presley degli anni d’oro, tra cui In The Ghetto e Suspicious Minds, ma anche ai dischi di Aretha Franklin, Dusty Springfield, Box Tops, Bobby Womack, Wilson Pickett e molti altri artisti, anche country, all’American Sound Studio di Memphis. Come detto, questa volta sono tutti in trasferta a Nashville, a un altro celebre studio, il Grand Victor, quello costruito da Chet Atkins nel 1965, oltre ai Memphis Boys (Cogbill. Leech, Reggie Young, Bobby Emmons, Bobby Wood eccetera), presenti in quattro brani e che veleggiano verso gli 80 anni, ma da come suonano non si direbbe, ci sono anche Steve Cropper, Dan Penn, una pimpante sezione fiati e un piccolo gruppo di background vocalists e, ad abbassare la media, come età, anche Joe Bonamassa, alla chitarra, in una poderosa rilettura di In A Broken Dream il famoso brano dell’australiano Python Lee Jackson, nella cui versione originale cantava Rod Stewart https://www.youtube.com/watch?v=aGA96kM7-CU .

Per il resto sono tutti pezzi soul o quasi, molti oscuri, cercati appositamente da Barnes, altri celeberrimi, ma tutti bellissimi ed eseguiti veramente bene, con gusto e feeling, oltre ad avere un suono splendido. Ed ecco scorrere She’s Looking Good, che apre l’album, un classico minore di Wilson Pickett, Hard Working Woman, uno splendido brano del recentemente scomparso Otis Clay (l’8 gennaio di quest’anno, lo stesso giorno di Bowie, e quindi non lo ha ricordato quasi nessuno), più avanti, nelle bonus, c’è anche I Testify, e ancora una fantastica A Woman Needs To Be Loved del carneade Tyrone Fettson, incorniciata da uno splendido assolo di chitarra e da una interpretazione magnifica di Barnes. Cry To Me di Solomon Burke la conoscono tutti ed è sempre bellissima, come la giri https://www.youtube.com/watch?v=d4WNRCv05iI , mentre If Loving You Is A Crime (I’ll Always Be Guilty), il primo pezzo con i Memphis Boys, è una deep soul ballad emozionante, anche questa di uno sconosciuto, Lee Moses, seguita da It’s How You Make It Good, un altro uptempo con fiati scritto da Paul Kelly, anche questo con solo lancinante di chitarra e classici urletti R&B di Jimmy.

I Worship The Ground You Walk On è un brano firmato dalla premiata ditta Dan Penn/Spooner Oldham, con Steve Cropper alla chitarra, e Barnes racconta che Penn era presente alla registrazione di questo e di altri due brani, e di come fosse “strano” ed emozionante, mentre si registrava, avere qualcuno che ti diceva “questa l’ho scritta io, e anche questa”. Per esempio The Dark End Of The Street, versione splendida, con Penn che duetta con Jimmy Barnes https://www.youtube.com/watch?v=nwLZ271g-jg . Insomma per farla breve, tutto il disco è di grande spessore, ci sono anche Lonely For You Baby, una splendida Mercy Mercy di Don Covay (la facevano anche gli Stones), ancora due brani di Wilson Pickett, Mustang Sally e In The Midnight Hour, Drowning In The Sea Of Love e l’omaggio a Elvis di Suspicious Minds. Ma non c’è un brano scarso. Grande disco, super consigliato a tutti, non solo per gli amanti della soul music.

Bruno Conti

Parenti Eccellenti! Mahalia Barnes & The Soulmates – Ooh Yea The Betty Davis Songbook

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Mahalia Barnes & The Soulmates – Ooh Yea The Betty Davis Songbook – Provogue/Edel

Mahalia Barnes ha sia un nome che un cognome che mi dicono qualcosa: il cognome è lo stesso del suo babbo (il poderoso cantante australiano Jimmy Barnes, e lo zio è Johnny Diesel, sposato con la sorella della moglie di Jimmy e leader degli ottimi Diesel), il nome di battesimo il padre glielo ha dato in onore della grande cantante gospel, Mahalia Jackson. Era quasi inevitabile che con simili precedenti familiari anche la giovane Barnes (ma ormai ha i suoi bravi 32 anni) si sarebbe data alla musica ed in effetti con le sorelle ha iniziato a cantare quando era meno che una adolescente. Ha già prodotto un paio di EP e un album a nome proprio, oltre ad un disco in coppia con Prinnie Stevens, sua compagna di viaggio al The Voice Australia, dove nessuna delle due ha vinto, ma almeno partecipano come “Sister Of Soul”, piuttosto che “sorelle” vere! Recentemente ha partecipato al disco di duetti di babbo Jimmy Barnes, 30:30 Hindsight http://discoclub.myblog.it/2014/11/04/30-anni-jimmy-barnes-hindsight/ , firmando una delle migliori prove con Stand Up. In quell’occasione, già che si trovavano down under e avevano tre giorni liberi, il produttore Kevin Shirley e Joe Bonamassa, sono entrati in studio con Mahalia Barnes ed i suoi Soulmates e qui si sono detti, che facciamo?

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Perché non un bel disco tributo ad una delle donne simbolo della fine anni ’60, primi anni ’70, quella Betty Davis che ai meno attenti non dirà nulla (non è l’attrice ovviamente), ma agli amanti della buona musica, viceversa sì. Modella, attrice, cantante, moglie di Miles Davis, secondo varie voci (tra cui lo stesso Davis nella sua autobiografia) colei che ha introdotto Jimi Hendrix e Sly Stone al grande Miles (e viceversa), piantando i primi germi della svolta elettrica di quegli anni, e quello che più importa autrice di tre ottimi album usciti nel 1973-1974-1975 per la Just Sunshine e ripubblicati in CD dalla Light In The Attic.

Si tratta di un vero compendio di sana ed ottima funky music, mista a rock, soul e R&B, che ha sicuramente influenzato gente come Rick James, Prince, Erykah Badu, i Roots e moltissimi altri negli anni a venire, e penso anche i Rufus di Chaka Khan, nati più o meno in contemporanea, mentre anche lo Stevie Wonder di quel periodo era a sua volta una influenza.

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Se tutti questi nomi non vi sono ignoti, in questo album di Mahalia Barnes troverete di che compiacervi: con un bel sound realizzato da Shirley, la presenza fissa e costante di Joe Bonamassa che con la sua chitarra rilascia una serie di assolo che dimostrano che la parentesi con i Rock Candy Funk Party non era dovuta al caso. Darren Percival, altro concorrente a The Voice (mi sa che è meglio di quello nostrano!) duetta in una “cattivissima” Nasty Gal, dove anche il buon Joe rivolta la sua solista come un calzino, il papà appare come indiavolata voce aggiunta nella seconda parte di Walking Up The Road, uno dei tanti brani che non hanno nulla da invidiare al repertorio più R&B-soul oriented della coppia Beth Hart/Joe Bonamassa.

Le ballate e i brani lenti non sono molti, anzi direi uno, ma In The meantime è una piccola delizia di pura soul music, impreziosita dal lavoro prezioso della chitarra di Bonamassa, ormai un uomo per tutte le stagioni (e tutti i generi); per il resto è un impazzare di chitarrine choppate, clavinet, piani elettrici e organo messi ovunque sul groove super funky di un basso spesso slappato e batteria dai ritmi sincopati, in brani che rispondono a nomi come He Was A Big Freak, Anti-Love Song, Shoo-B-Doop And Cop Him, If I’m In Luck I Might Get Picked Up dove ricorrono termini piccanti e salaci tipo “Wiggling my Fanny”, che però secondo la Barnes in Australia hanno altri significati. In definitiva se vi piace un suono crudo, gagliardo, sentito oggi magari non particolarmente innovativo, ma ruspante e decisamente ben suonato vi consiglio di farci un pensierino https://www.youtube.com/watch?v=uG9KSnwy5cU . Lei è brava, ha una bella voce, potente e decisa, Bonamassa e Shirley ultimamente sono una garanzia, il gruppo dei Soulmates è ben bilanciato, non sarà un capolavoro ma perché no? Potete pensarci con calma, perché tanto esce verso fine febbraio, il 24 per la precisione!

Bruno Conti

30 Anni Di Carriera Come…Jimmy Barnes – Hindsight

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Jimmy Barnes – Hindsight – Provogue/Edel

Jimmy Barnes è uno dei più bravi, longevi e popolari musicisti australiani, non necessariamente nell’ordine. Volendo non è neppure veramente australiano, in quanto è nato a Glasgow in Scozia nel 1956, però essendosi trasferito con la sua famiglia ad Adelaide nel 1961 lo possiamo certamente considerare un prodotto della scena down under. Il più popolare e di successo lo è certamente, con 27 album nei Top 40, nove numeri 1, di cui 14 con i Cold Chisel e 13 come solista. Come molti sapranno l’album originale si intitola 30:30 Hindsight, in quanto il doppio album uscito in Australia (ma ne esiste anche una versione Deluxe tripla di cui potete leggere i 40 brani, qui sotto) contiene 30 brani che festeggiano 30 anni di carriera solista, quindi niente Cold Chisel.

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E qui sta in parte il suo limite perché quel gruppo forse, anzi sicuramente, rappresenta quanto di meglio, in ambito musicale, Barnes abbia prodotto: il sottoscritto in particolare lo ha conosciuto grazie a quel bellissimo doppio album dal vivo, Swingshift, uscito nel 1982, che, oltre al meglio della loro produzione fino a quel momento, conteneva, tra le tante, anche due versioni strepitose di Long As I Can See The Light e Knockin’ On Heaven’s Door https://www.youtube.com/watch?v=JnlciLtRR7U , oltre alle loro Conversations e Khe Sanh, per ricordare un paio dei rockers più intemerati. James Dixon Swan, Jimmy Barnes per tutti, nel 1984 ha iniziato anche una carriera solista, senza tralasciare parecchie rimpatriate con il suo gruppo, mai definitivamente sciolto: il primo album solo, Bodyswerve, è un esempio tipico della dicotomia che è sempre stata presente nella musica di Barnes. Un amore per una sorta di pub rock, con ampie venature soul e R&B, mescolato ad un hard rock sguaiato e tamarro, ai limiti dell’AOR meno nobile, che peraltro non gli ha mai consentito di entrare nei primi 100 posti delle classifiche di Billboard: quindi anche se sembrerebbe difficile trovare degli album validi dal profilo qualitativo, al di là di quella voce stentorea e potente, sempre usata ai limiti, nella sua discografia non è difficile viceversa trovarne, oltre alle singole canzoni, nel giudizio di chi scrive, alcuni dischi notevoli ci sono, a partire dall’ottimo Soul Deep, Flesh And Wood, Soul Deeper, The Rhythm And The Blues, oltre a parecchi dischi dal vivo.

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Questo disco nuovo, nella versione europea (dove è ancora meno famoso che negli USA) esce in una versione singola ristretta, e ci presenta alcuni dei suoi maggiori successi rivisitati, in nuove versioni, quasi tutte sotto forma di duetto. Comunque il CD, che manco a dirlo è andato direttamente al primo posto delle classifiche australiane https://www.youtube.com/watch?v=imZlx0K6wO4 , è abbastanza piacevole, si lascia ascoltare e può essere propedeutico per fare la conoscenza di questo ottimo rocker, anche se i dischi da avere sono all’incirca quelli che vi ho citato e a meno che non siate dei fans sfegatati, per cui forse avrete già la versione tripla di questo album. Per tutti gli altri, il disco si apre con una energica versione di Lay Down Your Guns, dove Barnes accompagnato dai Living End, terzetto influenzato dagli Stray Cats, quanto dal punk, dai Clash come dalla colonna sonora di Rock Around The Clock, provvede a “deliziarci” subito con il suo rock ad alta componente di ottani, reiterato in Time Will Tell con i Baby Animals, altra band australiana hard a guida femminile, l’energia non manca, ma giusto quella. Good Times, con Keith Urban (Mr. Nicole Kidman) è un eccellente brano rock che permette a Barnes di sfoderare tutta la sua potenza vocale, in una canzone che potrebbe ricordare Mellencamp quando si faceva chiamare ancora Cougar, ottima. Anche Ride The Night Away, con l’aiuto di Little Steven, è un efficace esempio di rock classico, con l’aggiunta dei fiati a rafforzare la grinta del brano e un ficcante assolo di Mr. Van Zandt, sembra quasi un vecchio pezzo di Bruce https://www.youtube.com/watch?v=fIxkej2fR_U

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Affare di famiglia per Stand Up, con Mahalia Barnes+The Soul Mates che ci presentano il lato più rock’n’soul di Barnes, uno dei suoi migliori https://www.youtube.com/watch?v=PU9vr0qYUi8 , non male anche I’d Die To Be With You con i bravi Diesel, sempre dal lato “giusto” del Rock https://www.youtube.com/watch?v=mYaRHhZ64yc , e pure Stone Cold, con Tina Arena, che praticamente non si sente, è un bel soul blues lento, con l’immancabile Joe Bonamassa, ispiratissimo alla solista, grande versione https://www.youtube.com/watch?v=D99LZg18OWg . Accoppiata rock per Working Class Man, ballatona mid-tempo di buona qualità con Jonathan Cain e Ian Moss, vecchio socio nei Cold Chisel, alla solista https://www.youtube.com/watch?v=jzWHwjfS8E0  e in Going Down Alone, con i Journey, quasi bluesata https://www.youtube.com/watch?v=QJNKeHIkuo4 . Durissima Love And Hate con i neozelandesi Shihad e sempre piacevole No Second Prize, versione 2014, marginali gli altri pezzi, a parte un altro piacevole duetto con il cantante country-roots Aussie Troy Cassar-Daley, in The Other Kind. Nell’insieme meglio di quello che pensavo e va a completare, come promesso, il trittico delle uscite australiane

Bruno Conti

Finalmente! Ma Quando Dorme? Joe Bonamassa – Driving Towards The Daylight

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Joe Bonamassa – Driving Towards The Daylight – Mascot/Provogue 22-05-2012

Finalmente! C’è anche dell’ironia in questa esclamazione, ma non solo. Con questo CD, nell’annata 2012, tra live, DVD, ripubblicazioni e quant’altro, siamo a quota quattro, senza contare tutte le innumerevoli partecipazioni a dischi di altri. Ma quando dorme? Nello stesso tempo questo nuovo Driving Towards The Daylight segna un ritorno al Blues: o meglio al Blues according to Joe Bonamassa.  Come ha detto lui stesso in alcune interviste, e secondo il suo parere insindacabile, le parole per definire i precedenti album erano: “swampy” per The Ballad Of John Henry, “worldly” per Black Rock, “Americana” per Dust Bowl e aggiungerei io, “hard” (senza connotati negativi) per i due dischi dei Black Country Communion. La parola magica per questo nuovo disco è “blues”; registrato allo Studio In The Palms di Las Vegas con la produzione di Kevin Shirley in due sedute tra l’agosto del 2011 e febbraio del 2012 questo album è un ritorno alle sue radici musicali, quel British Blues fine anni ’60 poi trasformatosi nel guitar power trio del rock-blues di gruppi come i Led Zeppelin o il Jeff Beck Group mediato dalla riscoperta dello stesso Joe delle “vere” radici di questa musica, ovvero, prima il blues di Robert Johnson e poi quello di Chicago con i suoi grandi autori ed interpreti.

Ospite fisso nella formazione è Brad Whitford, il secondo chitarrista degli Aerosmith (già clienti di Shirley) mentre sono con Bonamassa (almeno credo) Anton Fig alla batteria e Carmine Rojas al basso (anche se nel sito ufficiale il nuovo batterista nel tour degli States è Tal Bergman), alle tastiere l’australiano Arlan Schierbaum. Di solito tutti i brani di Bonamassa partono da un riff di chitarra e poi si assestano su un groove particolare, nel senso che la canzone ruota intorno all’assolo che è la parte importante del pezzo, mentre di solito si fa il contrario ossia scrivi il brano e poi l’assolo è una conseguenza e non sempre è presente, ma questo è un mio assunto, una mia presunzione e vale, secondo me, per tutti i virtuosi della chitarra rock e il buon Joe ne è uno dei migliori rappresentanti.

Prendete l’iniziale Dislocated Boy, uno dei cinque brani che porta la sua firma, riff iniziale poderoso, entrata dell’organo, una “figura” ricorrente di chitarra che ricorda il sound del “vecchio” Peter Green e poi una serie di assoli con la sezione ritmica molto impegnata a sostenere quel groove particolare. Quello di Stones In My Passway è molto zeppeliniano, anche se il brano è un Robert Johnson minore, diciamo meno conosciuto, Bonamassa è impegnato alla slide su una Gibson con il doppio manico e il risultato finale avrebbe fatto il suo figurone su Presence, il tocco del piano aggiunge quel “sentire” blues all’insieme. Driving Towards The Daylight è una ballatona scritta con Danny Kortchmar parecchi anni fa e tirata fuori dal cassetto per l’occasione, illustra gli aspetti più rootsy della musica del nostro amico. Preceduto da un breve sample del dialogo tra Howlin’ Wolf e il batterista Aynsley Dunbar, mentre il “lupo” cerca di spiegargli cosa vuole da lui per questo brano, Who’s Been Talking è contemporaneamente un classico del genere e la genesi di Whole Lotta Love. Come saprete il brano dei Led Zeppelin era un costrutto di più canzoni, la parte centrale e finale era You Need Love della coppia Dixon/Waters ma il celeberrimo riff iniziale era tratto da questo brano di Howlin’ Wolf e la gagliarda versione di Bonamassa lo dimostra ampiamente, bellissimo brano, breve e conciso.

I Got What You Need era un altro brano di Willie Dixon, nel repertorio di Koko Taylor, e per l’occasione Bonamassa sfodera una interpretazione degna dei migliori Bluesbreakers di Mayall, quelli con Clapton e Green, notevole come sempre il lavoro della solista, lui è proprio bravo! A Place In my Heart è un bellissimo slow blues scritto da Bernie Marsden dei Whitesnake ma sembra un tributo all’arte di Gary Moore con un superbo Joe. Lonely Town Street è un vecchio brano di Bill Withers ma viene fatto alla Deep Purple, funky ma con un bell’interscambio tra organo e chitarra. Secondo Bonamassa Heavenly Soul è un omaggio a Mellencamp, una sorta di Paper On Fire come avrebbe potuto suonarla Knopfler in stile british, e ha anche ragione, quasi quasi mi ritiro, tanto ci pensa lui. New Coat Of Paint è una bella rilettura bluesata di un brano di Tom Waits, mentre Somewhere Trouble Don’t Go è un ottimo brano di Buddy Miller che viene rivisto à la Bonamassa, boogie, ritmo e chitarre. Too Much Ain’t Enough era uno dei cavalli di battaglia di Jimmy Barnes dei Cold Chisel (a proposito, sono tornati insieme e hanno fatto un nuovo disco) e per l’occasione ritorna a cantarla in una versione che dà dei punti all’originale, che voce e che chitarra. Bel disco, dopo quello con Beth Hart!                

Bruno Conti