Un “Piccolo” Grande Tributo! Do Right Men: A Tribute To Dan Penn And Spooner Oldham

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Do Right Men:  A Tribute To Dan Penn And Spooner Oldham  – Zip City Records/Tone In Motion

Nel corso del 2016 c’è stato un vero florilegio di pubblicazioni discografiche concernenti tributi agli artisti più disparati: dallo splendido Day Of The Dead ai recenti volumi dedicati a Jerry Garcia, Dr. John e Emmylou Harris. Mentre per la categoria “minori”, ma solo perché i nomi coinvolti non sono di primissimo piano (per quanto sia da vedere) e la etichetta è minuscola, la Zip City Records che pubblica questo Do Right Men, che parafrasa una delle più note canzoni dei due autori che vengono omaggiati in questo CD, e cioè Dan Penn e Spooner Oldham: la canzone ovviamente è Do Right Man, Do Right Woman (la versione “colossale” è quella di Aretha Franklin). Non sempre le canzoni sono scritte solo dai due, nello specifico quella appena citata porta la firma di Chips Moman con Dan Penn, ma i due ne hanno scritte veramente tantissime, una più bella dell’altra. In questo Do Right Men ne troviamo 17, e nel disco cantano (e suonano) anche alcuni dei luminari assoluti della musica del Sud degli States. L’album è stato inciso in vari piccoli studi, evidentemente in base ai budget disponibili, ma come ricorda Dick Cooper, “custode storico” dei Muscle Shoals, lo spirito che si respira è quello delle grandi canzoni che in 50 anni di carriera ci hanno regalato Penn e Oldham, con nuove versioni create per l’occasione.

Vediamo chi c’è, sia come canzoni che come musicisti: si apre con una versione acustica di I’m Your Puppet, uno dei primi brani scritti dalla coppia, cantato in origine da James & Bobby Purify (ma anche da Marvin Gaye e Tammi Terrell, e molti altri), qui la canta Buddy Causey, uno degli “originali” dei Muscle Shoals, tra country e blue-eyed soul, di recente con problemi di salute, e che quindi canta con un filo di voce, ma con tonnellate di feeling, una versione acustica, solo chitarra e il magico Wurlitzer di Spooner Oldham. A dispetto dell’età invece Bonnie Bramlett (proprio quella di Delaney & Bonnie) ha ancora una voce della Madonna, e lo dimostra in una versione potente della hit dei Box Tops, Cry Like A Baby, in coppia con Christine Ohlman, al basso Shonna Tucker, l’ex Drive-by Truckers; primo colpo al cuore con una versione magnifica di Dark End Of The Street, una delle più belle canzoni soul di tutti i tempi nella versione di James Carr, la canta Russell Smith dei grandissimi Amazing Rhythm Aces (una band che negli anni ’70 era seconda solo alla Band e ai Little Feat nell’ambito rock americano), la voce è ancora magica, e il basso di David Hood e il Wurlitzer di Oldham ci riportano a quell’era magnifica. Jackson Highway era l’indirizzo degli studi Muscle Shoals a Sheffield, ma anche il nome di una band sudista dove suonano i fratelli Dennis & Russell Gulley, Johnny Neel alle tastiere e un ottimo Britt Meachum alla slide, Battle Cry è un pezzo recente, del 2002, scritto per loro da Penn/Oldham e Donnie Fritts, ragazzi se viaggiano.

Altro capolavoro assoluto, A woman left lonely, scritta per Janis Joplin, e qui cantata in modo splendido da uno dei secreti meglio custoditi (purtroppo) della musica americana, Kate Campbell, una southern ballad colossale. In You Really Know How To Hurt A Guy, eseguita dai Brambleman Allstars, il nome più noto è Gary Talley, che era la chitarra solista dei Box Tops, ma la canzone si trova in varie compilation della Fame, cantata da Jimmy Hughes, versione discreta, mentre Sandy Jackson non la conosco, anche se dovrebbe essere parente di Jimmy Johnson, e nella buona versione di Do Right Man, Do Right Man ci sono anche Billy Earheart degli Amazing Rhythm Aces, oltre a Hood e Johnson, ovviamente la versione di Aretha rimane inarrivabile. Mark Narmore, se la cava egregiamente con una versione gospel di I Met Her In Church, come pure l’altrettanto sconosciuto (per me) Marc Phillips, alle prese con Uptight Good Woman, che in originale cantava Solomon Burke. Viceversa la versione di You Left The Water Running è splendida, voce solista Jimmy Hall dei Wet Willie, alla chitarra Steve Cropper, e scusate se è poco! Out Of Left Field la canta con immutata intensità Donnie Fritts, ancora in grande spolvero, con Zero Willpower scritta dal magico trio Penn/Oldham/Fritts per Irma Thomas cantata qui da Ron Williams e Charlie Burgin (scomparso proprio in questi giorni), voce soul autentica e anche Debbie Blond per la sua versione di Sweet Inpiration se la cava, anche se l’originale…Lonely Women Make Good Lovers cantata da Shonna Tucker evidenzia gli elementi più country dei compositori, molto gradevole comunque. Travis Wammack ci dà dentro di brutto per una Too Rock For Country, scritta da Dan Penn con Lonnie Mack e a chiudere Hello Memphis di Albert Junior Lowe, uno swamp blues rock di buona fattura. Ho saltato Is A Bluebird Blue? di tali Nmbr 11 di cui non si sentiva la mancanza. Per il resto un piccolo gioiellino da cercare assolutamente, con tutte le canzoni che hanno scritto potrebbero farci un’altra ventina di tributi.

Bruno Conti

E Dei Sudisti “Antichi” Non Ne Vogliamo Parlare? The Southern Allstars – Live Radio Broadcast, Capitol Theatre, Passaic, NJ, May 7th, 1983

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The Southern Allstars  – Live Radio Broadcast, Capitol Theatre, Passaic, NJ, May 7th, 1983 – Cannonball

Le etichette che distribuiscono questi concerti radiofonici diventano sempre più improbabili ( la Cannonball ci mancava), ma non mancano le chicche: per esempio questo concerto del 1983 è attribuito a non meglio identificati Southern Allstars, che oltretutto è un nome di fantasia inventato dai compilatori di questo CD, perché come annuncia ad inizio concerto Pat St. John, il DJ dell’epoca che presentava l’evento, i musicisti si presentano come BHLT, ovvero Dickey Betts, Jimmy Hall, Chuck Leavell e Butch Trucks, con l’aggiunta di Danny Parks a violino e voce, e David Goldflies, basso e voce. Queste sono tutte le informazioni che si desumono dal libretto del dischetto, a parte i titoli dei brani e una generica informazione che questa è una delle rarissime registrazioni dell’epoca relative a questa formazione. E allora facciamo un breve passo indietro: tra il 1977 e il 1978, durante il primo periodo di pausa degli Allman Brothers, Dickey Betts aveva formato i Great Southern, con i fratelli Toler e Goldflies al basso, mentre Leavell e Lamar Williams erano con i Sea Level, e non rientreranno nella reunion dell’ABB dal 1978 al 1982. Quando gli Allman si sciolgono di nuovo dopo il 1982, Gregg Allman si prende i Toler (la trama è meglio di Dynasty) e Dickey Betts decide di formare un nuova band con Jimmy Hall dei Wet Willie, Chuck Leavell che ha sciolto i Sea Level, Butch Trucks orfano degli Allman Brothers e riprendendo Goldflies dal suo precedente gruppo.

Questa formazione non inciderà purtroppo nessun disco, ma tra il 1982 e il 1983 fa alcune tournée in giro per gli States. E nel maggio del 1983 approdano al Capitol Theatre di Passaic, NJ, dove viene registrato (e filmato, si trova completo qui https://www.youtube.com/watch?v=eEjhwV14CsE ) questo concerto, per la emittente radiofonica di New York, WPLJ FM. La formazione è inconsueta, sempre in ambito southern siamo, ma con Betts e Jimmy Hall, entrambi voci soliste, spesso anche insieme, Hall che suona pure sax e armonica, un violinista aggiunto, Danny Parks, oltre ai florilegi di Leavell con le sue tastiere, quindi un ambito più complesso del tipico rock chitarristico delle formazioni di Betts, con ampi inserti di soul e R&B, grazie al fatto che cantano più o meno tutti, a parte Trucks. Il repertorio pesca sia dai dischi solisti di Betts, dal repertorio degli Allman, e dal disco recente di Jimmy Hall Cadillac Tracks, oltre ad alcune cover scelte con cura. Detto che la qualità sonora è ottima, vediamo cosa ci aspetta: dopo la roboante introduzione di Pat St. John si parte subito proprio con una cover, una Ain’t Nothing You Can Do che viene dal repertorio di Bobby “Blue” Bland (ma anche Van Morrison ne faceva una gran versione dal vivo), e ci introduce a quel melange tra musica soul e southern con Betts e Hall subito sul pezzo, sax, piano e la chitarra di Dickey che si dividono gli spazi ed un’aria gioiosa da blues soul revue.

Whole Lot Of Memories è un vecchio pezzo country scritto di Billy Ray Reynolds ( la faceva Merle Haggard) che veniva dal repertorio dei Great Southern e la versione del gruppo ricorda quel sound alla Delaney & Bonnie che è uno dei tratti salienti di questi BHLT o Southern Allstars se preferite, con il sax di Hall spesso in evidenza, ma anche Leavell e Betts ci mettono del loro, come ricordato poc’anzi. La gagliarda e funky One Track Mind, grazie all’armonica di Hall e alla slide di Betts, alza la quota blues, mentre Pick A Little Boogie con il violino di Parks in bella evidenza, aumenta la quota del country tanto amato da Betts., sempre con le voci che si alternano con grande gusto. Rain (In Spain) è una grandissima ballata dei Sea Level che ci permette di apprezzare appieno la voce di Jimmy Hall (e il piano di Leavell), e a seguire uno degli highlights della serata, con una versione perfetta di Ramblin’ Man, splendida. Eccellente anche il soul meets rock di Stop Knockin’ On My Door, che inaugura il trittico incentrato sulla voce strepitosa di Jimmy Hall, che comprende anche vibranti versioni del R&R Lorraine e una fantastica Cadillac Tracks, quindici minuti di pura magia sonora che permettono di apprezzare il gruppo in tutta la sua potenza, prima di passare alla mitica Jessica, con le mani di Betts e Leavell (in gran forma) che volano sui rispettivi strumenti, mentre il violino aumenta la quota country, bellissima versione. E non è finita, anche Southbound non ha nulla da invidiare a quelle migliori degli Allman Brothers, sempre a ritmi vorticosi; gran finale, ancora a tempo di rock sudista con una sanguigna Rollin’ che ricorda il sound dei vecchi Wet Willie. Una bella (ri)scoperta.

Bruno Conti

Ed Ecco Il Tributo. One More For The Fans – Lynyrd Skynyrd

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Lynyrd Skynyrd & Friends – One More For The Fans – 2 CD – 2 DVD – Blu-ray Ear Music/Edel – Solo per il mercato USA Loud & Proud Records 2CD+DVD 24-07-15

Dopo una lunga pausa riprendiamo la rubrica delle anticipazioni discografiche, per il momento con un titolo, ma nei prossimi giorni conto di rendervi conto di molte uscite estive, alcune prossime, altre più a lunga gittata. Per iniziare parliamo di questo tributo ai Lynyrd Skynyrd.

In passato ne sono usciti moltissimi, country, rock, dal vivo, in studio, alcuni belli, altri decisamente meno, ma questo One More For The Fans, mi sembra uno dei meglio riusciti, se non il migliore in assoluto di quelli usciti fino ad oggi. Come vi dicevo un paio di giorni fa nella recensione del doppio CD al Rockpalast http://discoclub.myblog.it/2015/07/16/attesa-del-tributo-vecchio-concerto-dal-vivo-lynyrd-skynyrd-sweeet-home-alabama-rockpalast-1996/, ormai della formazione originale è rimasto solo Gary Rossington alla solista, gli altri sono Johnny Van Zant, voce, Rickey Medlocke, anche lui chitarra solista, Johnny Colt al basso, Peter Keys alle tastiere e gli ultimi arrivati Michael Cartellone alla batteria e Mark Mateijka alla terza solista, che sono quelli che mi convincono meno e, secondo me, hanno reso troppo hard il sound della band negli ultimi anni (vedi i due album di studio, Last Of A Dyin’ Breed God And Guns, non a caso usciti per i “metallari” della Roadrunner e anche il Live From Freedom Hall del 2010, non era memorabile, suono troppo duro e risaputo).

Ma in questa serata del 12 novembre dello scorso anno al mitico Fox Theatre di Atlanta, Georgia, finanziata con il crowfunding dalla band ed in uscita il 24 luglio per la loro etichetta Loud And Proud negli Stati Uniti (dove ci sarà anche una versione con i 2 CD insieme al DVD) e per Ear Music/Edel in Europa, tutta funziona a meraviglia, anche grazie al cast notevole che è stato assemblato per l’occasione. Ecco artisti e titoli:

1. Whiskey Rock A Roller – performed by Randy Houser
2. You Got That Right – performed by Robert Randolph & Jimmy Hall
3. Saturday Night Special – performed by Aaron Lewis
4. Workin’ For MCA – performed by Blackberry Smoke
5. Don’t Ask Me No Questions – performed by O.A.R.
6. Gimme Back My Bullets – performed by Cheap Trick
7. The Ballad of Curtis Loew – performed by moe. & John Hiatt
8. Simple Man – performed by Gov’t Mule
9. That Smell – performed by Warren Haynes
10. Four Walls of Raiford – performed by Jamey Johnson
11. I Know A Little – performed by Jason Isbell
12. Call Me The Breeze – performed by Peter Frampton
13. What’s Your Name – performed by Trace Adkins
14. Down South Jukin’ – performed by Charlie Daniels & Donnie Van Zant
15. Gimme Three Steps – performed by Alabama
16. Tuesday’s Gone – performed by Gregg Allman
17. Travelin’ Man – performed by Lynyrd Skynyrd With Johnny and Ronnie – Ronnie on big screen
18. Free Bird – performed by Lynyrd Skynyrd
19. Sweet Home Alabama – performed by Lynyrd Skynyrd and the entire line-up

Come vedete, ormai è una consuetidine, alla fine del tributo salgono sul palco anche i Lynyrd Skynyd stessi, con la trovata scenica dei due fratelli, Johnny e Ronnie (sul grande schermo), che duettano in Travelin’ Man, prima di lanciarsi in una ottima versione di Free Bird e nella classica Sweet Home Alabama, con tutto il cast sul palco. Non tutto luccica, ma mi piaiono buone le versioni di You Got That Right con Robert Randolph e Jimmy Hall dei Wet Willie, gli O.A.R. con una versione muscolare, ma ben eseguita di Don’t Ask Me No Questions e al sottoscritto piace anche la rilettura di Working For MCA dei Blackberry Smoke. Ottima, e non poteva essere diversamente, The Ballad Of Curtis Loew di John Hiatt (visto recentemente in gran forma a Milano) accompagnato dalla jam band dei moe., come pure la Simple Man dei Gov’t Mule di Warren Hayes, che poi esegue come solista anche That Smell. Notevole anche la versione acustica, che conclude il primo CD, di Four Walls Of Raiford di un Jamey Johnson dalla voce prorompente.

Parlando sempre di cantanti-chitarristi anche Jason Isbell con I Know A Little e un sorprendente Peter Frampton, in grande spolvero con Call Me The Breeze, mantengono elevato il livello qualitativo. E pure Gregg Allman, accompagnato alle armonie vocali dalle McCrary Sisters, rilascia una versione di Tuesday’s Gone da antologia, anche grazie alla house band guidata da Don Was, anche al basso, con Sonny Emory alla batteria e Jimmy Hall, voce e armonica. Le altre versioni non sono brutte, alcune caciarone, alcune troppo country (non male gli Alabama con Gimme Three Steps), ma forse si poteva trovare di meglio, anche Randy Houser è comunque molto buono. Comunque il tutto, unito al gran finale, fa sì che questo One More For The Fans sia un disco da avere, una grande festa del southern rock, magari per metterlo sullo scaffale di fianco al giustamente più  celebrato One More From The Road.

Bruno Conti

Il “Chitarrista”, Con La C Maiuscola! Jeff Beck – Live+

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Jeff Beck – Live+ – Atco/Rhino/Warner

Jeff Beck è giustamente considerato uno dei più grandi chitarristi della storia del rock, uno della triade degli “inglesi”, con Eric Clapton e Jimmy Page, entrambi passati, come lui, nella formazione degli Yardbirds, uno dei gruppi seminali, prima nel blues, poi nel pop psichedelico ed infine del rock tout court. Uno dei primi sperimentatori del sound della chitarra elettrica, tra i primi (forse il primo) ad usare il distorsore, in anticipo su Hendrix, con la maniglia del whammy bar, un maestro del vibrato, e anche sul controllo della distorsione della sua solista, tutte tecniche che poi Hendrix averebbe portato alle estreme conseguenze. Inventore anche del power rock trio (ma c’erano già stati i Cream e gli Experience), allargato con il piano di Nicky Hopkins, che poi sarebbe sfociato nell’hard-rock e nel proto heavy metal dei “rivali” Led Zeppelin, battuti a livello di prima uscita discografica ma non certo di vendite. Dopo l’esperienza con il Jeff Beck Group e Beck, Bogert & Appice abbandona il rock-blues ed approda ad una differente versione del jazz-rock che nasceva in quei primi anni ’70 (Mahavishnu Orchestra, Return To Forever, Isotope e Nucleus, in Inghilterra, aggiungerei Alan Holdsworth e Ollie Halsall tra gli innovatori della chitarra elettrica): dischi come Blow By Blow, Wired e There And Back sono dei gioiellini del rock strumentale. Poi nel corso degli anni la produzione di Beck si è persa un po’ per strada a livello qualitativo, per “risorgere” negli anni 2000 con una serie di dischi, soprattutto dal vivo, (questo è il quarto, più un DVD, dal 2008). Le qualità tecniche del chitarrista dei sobborghi di Londra non si discutono e ne ho già parlato altre volte, per esempio recensendo l’ultimo disco di studio di Jeff Emotion & Commotion http://discoclub.myblog.it/2010/03/25/un-fenomeno-di-65-anni-coi-capelli-neri-corvini-jeff-beck-em/vincitore di due premi Grammy nel 2011, a cui se ne aggiunse un terzo per la collaborazione con Herbie Hancock nell’Imagine Project. E il suo DVD Live At Ronnie Scott’s ha ricevuto il disco di platino, una rarità per un video musicale. Lo scorso anno è uscito un DVD Live In Tokyo, che era la testimonianza della parte giapponese del tour 2014 https://www.youtube.com/watch?v=O-E1FBkzMms .

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Ora esce questo Live+, che riporta estratti dai concerti eseguiti nel segmento nord-americano dello stesso tour. E per la prima volta, accanto al Jeff Beck virtuoso irraggiungibile del rock-jazz strumentale, possiamo (ri)ascoltare il chitarrista verace per antonomasia, quello che ha reso unica una stragione della musica rock a cavallo degli anni ’60 e ’70, nel senso che ritorna a darci dentro con il R&R (peraltro onorato nel tributo a Les Paul dell’eccellente Rock’n’Roll Party, insieme alla band di Imelda May), ma questa volta tutti i suoi stili convivono in un unico album, anche grazie alla presenza di un grande vocalist americano come Jimmy Hall, già leader dei Wet Willie, una delle formazioni storiche del southern rock targato Capricorn, pure ottimo armonicista. Nella setlist del disco si trovano quelle che secondo chi scrive (e già questo depone a favore dell’album) sono tre delle più belle canzoni della storia, A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, A Day In The Life dei Beatles e Little Wing di Jimi Hendrix, tre brani da Top Ten all-time. E anche il contorno non scherza, un trittico di brani rock-blues che Beck non faceva tutti insieme da secoli, Morning Dew (che era su Truth), Rollin’ & Tumblin’ (sul per il resto orrido You Had It There del 2001) e una ferocissima Going Down (che era su Jeff Beck Group del 1972, quello con l’arancia, prodotto da Steve Cropper) scritta da Don Nix per i Moloch, famosa per la versione di Freddie King, ma legata indissolubilmente a Jeff Beck che l’ha resa sua, nonostante i tentativi di mille altri, anche gli Stones in anni recenti.

Morning Dew, Going Down e Superstition (perchè c’è anche questa, in una gagliarda versione, in Live+) non si ascoltavano tutte insieme dai tempi del Live In Japan di Beck, Bogert & Appice, uno dei doppi dal vivo più scoppiettanti della storia del rock, con Beck che fa i numeri alla chitarra. Ma anche in questo nuovo CD il corvino Beck (sono passati 5 anni da Emotion and Commotion ma i capelli sono miracolosamente sempre più neri) è in grande forma, egregiamente aiutato dall’attuale formazione che si avvale della bravissima bassista Rhonda Smith, autrice di un incredibile assolo nell’omaggio alla Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin in You Know You Know, dove Beck esplora i limiti della chitarra elettrica, in un solo che ha una difficoltà tecnica mostruosa e una varietà di toni e coloriture sonore uniche; ottimo anche il batterista Jonathan Joseph che è esplosivo fin dall’iniziale Loaded, uno dei due brani “nuovi”, con Why Give It Away,  comunque tratti entrambi dall’EP Yosogay pubblicato solo per il mercato giapponese (infatti in altre recensioni ho visto che Beck annuncia l’ultimo brano citato come new, si pensava fossero inediti, ma chi scrive così, erra ). Entrambi i brani, oltre all’esplosiva Hammerhead, uno degli strumentali migliori contenuti in Emotion & Commotion https://www.youtube.com/watch?v=rk592FqzjQ0 , e alla sequenza Big Block e Where Where You, tratte da Jeff Beck’s Guitar Shop illustrano il lato più jazz-rock della serata, con una sequenza di soli mozzafiato, ai limiti del paranormale.

Per il sottoscritto, però, i momenti migliori sono quelli dove Jeff affronta il suo passato di rocker, la versione fantastica di Morning Dew, cantata da Jimmy Hall,  che ha classica voce dello shouter rock, quella del vecchio Rod Stewart dei tempi che furono o di altri grandi cantanti rock che non erano più nell’orbita di Jeff da anni, a parte qualche voce femminile come l’ottima Joss Stone o Imelda May, occasionalmente pure Beth Hart in una fantasmagorica versione di I’d Rather Go Blind al Kennedy Center nel 2012 https://www.youtube.com/watch?v=fALdOkf_eCM. o anche in  Goin’ Down https://www.youtube.com/watch?v=DVc4RSjnb00  Emozionante comunque la versione di A Change Is Gonna Come, un classico della musica soul, cantato con grande passione e stamina da Hall, che inchioda una performance da incorniciare https://www.youtube.com/watch?v=VKBRcP4Nmb0 , presentando il suo socio chitarrista come Geoffrey (il vero nome di Beck, evidentemente i due devono essere proprio amici) e pure in Little Wing, una versione lenta che rispetta i tempi di quella originale di Hendrix e non segue quelli più veloci della riscrittura di Clapton, in entrambi i brani Jeff Beck è grandioso ed unico alla solista, con quel sound che incanta anche nella versione strumentale magnifica di A Day In The Life, un omaggio alle melodie dei Beatles più ispirati https://www.youtube.com/watch?v=XzI5s6cdvqk  o nella breve ma stupenda cover del traditional Danny Boy, meno di due minuti dove anche i silenzi tra una nota e l’altra contribuiscono alla magia del brano. Nel ricordare che c’è anche un ottimo secondo chitarrista nella persona di Nicholas Meier, purtroppo non possiamo tacere anche i due brani di studio che costituiscono il + del titolo, due brani dal sound metallico e robotico, anche moderno, con accenni hip-hop e la presenza come voci femminili di tali Ruth Lorenzo, in Tribal e Veronica Bellino, anche alla batteria, che non ricorderò nelle mie preghiere della sera e che se sono anticipazioni del nuovo album in uscita a fine anno non depongono a favore di come sarà, ma per il momento non possono guastare il giudizio di un ottimo album dal vivo, tra i migliori dell’anno!

Bruno Conti

Una ” Nuova Fratellanza”, Anche Migliore Della Vecchia! Royal Southern Brotherhood – Don’t Look Back

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Royal Southern Brotherhood – Don’t Look Back The Muscle Shoals Sessions – Ruf Records

E’ tempo di cambiamenti nella “fratellanza” dei reali del Sud, se ne vanno Mike Zito e Devon Allman e arrivano Bart Walker e Tyrone Vaughan: uno potrebbe pensare che l’avventura della band sudista possa essere arrivata al capolinea. E invece i RSB con Don’t Look Back realizzano quello che sembrerebbe essere il loro miglior album di studio (e lo è) https://www.youtube.com/watch?v=obQ6cdaJiAA . Come mi era capitato di dire parlando dei due dischi precedenti http://discoclub.myblog.it/2012/05/11/famiglie-reali-royal-southern-brotherhood/http://discoclub.myblog.it/2014/07/20/capitolo-secondo-piu-o-meno-royal-southern-brotherhood-heartsoulblood/, il gruppo non era mai riuscito ad essere, in studio (perché il Live Songs From The Road, era un fior di disco dal vivo), la somma dei notevoli talenti che lo componevano, il terzo membro della band il leggendario Cyril Neville, uno dei componenti originali dei Meters e dei Neville Brothers. Sia Mike Zito che Devon Allman avevano registrato vari dischi solisti in contemporanea alla vita del gruppo, dove la qualità dei contenuti erano decisamente superiore a quella degli sforzi collettivi (o così pareva a chi vi scrive, se avrete la pazienza di andarvi a rileggere quanto scritto dal sottoscritto ai link che trovate sopra). Intendiamoci, i due dischi non erano per niente brutti, ma qualcosa non quagliava completamente, a brani eccellenti se ne alternavano altri meno incisivi e le canzoni più rock e tirate, stranamente parevano essere più quelle di Neville che quelle dei chitarristi.

Forse i nomi dei nuovi arrivati non vi diranno molto (ma i cognomi, almeno in un caso, sì): Bart Walker, che prende il posto di Mike Zito sul lato sinistro del palco (così vuole l’iconografia), viene da Nashville, ha un buon disco solista a proprio nome, Waiting On Daylight, pubblicato sempre dalla Ruf nel 2013 (e un altro a livello indipendente del 2011), ed è stato in passato braccio destro del southern-country rocker Bo Bice nel terzo disco,  solista, ma ha suonato anche con Mike Farris, e cura appunto il lato southern rock-blues più energico della band. Tyrone Vaughan, ebbene sì, il cognome ci dice che è proprio il figlio di Jimmie Vaughan e quindi nipote di Stevie Ray Vaughan, una bella responsabilità: anche lui un disco solista alle spalle, Downtime, uscito per la Blues Boulevard, tra blues (e ci mancherebbe) e venature country. Un altro degli atout del nuovo disco è il fatto di essere stato registrato, come recita il sottotitolo dell’album, nei mitici studi Muscle Shoals, con la produzione di Tom Hambridge (che ultimamente non sbaglia un colpo, come testimonia il suo lavoro con Joe Louis Walker, Devon Allman, Buddy Guy, George Thorogood, James Cotton e mi fermo qui), la partecipazione di Jimmy Hall (sempre lui, Wet Willie, recentemente in tour e su CD, nella band di Jeff Beck) al sax e armonie vocali, e Ivan Neville, della premiata ditta Dumpstaphunk, alle tastiere, oltre ad una sezione fiati di un paio di elementi in alcuni brani. Uno come Cyril Neville, nonostante la gloriosa carriera, ha detto che comunque gli ha fatto un certo effetto essere nello stesso posto fisico dove aveva cantato un certo Wilson Pickett. Ovviamente Yonrico Scott e Charlie Wooton mantengono il loro posto come batterista e bassista dalla potenza e dalla duttilità incredibili.

Questo è il disco tosto  e dal piglio sudista, pur se meticciato, che ci si aspettava da loro, come dimostra subito l’iniziale I Wanna Be Free, con le chitarre dei due nuovi venuti che si scambiano sciabolate e riff, oltre ad assoli all’unisono, nella tradizione del miglior southern rock, una partenza micidiale e non guasta che i due abbiamo anche delle buone voci (ma anche Zito e Allman non scherzavano su quel lato). Reach My Goal, aumenta la quota funky-soul, con un bel organo a svisare in primo piano sull’irresistibile groove della sezione ritmica, mentre anche il piano lavora di fino e le chitarre “riposano”. Don’t Look Back, la canzone, costruita intorno a un giro superfunky del basso fretless di Wooton e al banjo di Walker, ha una atmosfera a cavallo tra il classico Neville sound di New Orleans e tocchi country-gospel (esiste, esiste, basta sentire)! Hit Me Once deve avere assorbito l’atmosfera che trasuda dai mitici studi Fame fondati dal grande Rick Hall (nume tutelare di questo album) negli anni ’60 quando il R&B e i soul si fondevano senza sforzi con le “nuove” sonorità del rock e le prime avvisaglie del funk, e le chitarre sinuose di Walker e Vaughan sono lì a testimoniarlo. Big Greasy è più funky che mai, tra clavinet, organo e chitarre wah-wah impazzite, il lato Meters e Neville del gruppo prende il sopravvento, ma poi Hard Blues, un titolo, un programma, lascia spazio nuovamente al suono texano di una certa famiglia, senza dimenticare quella quota sudista che è insita nella ragione sociale della band, e qui le soliste tornano a ruggire, se “il lupo ululì e il castello ululà” cosa fanno le chitarre? Sentite e poi me lo dite voi! E che dire di Better Half, una bellissima ballata soul dedicata da Cyril Neville alla sua amata, una meraviglia di equilibri e di particolari sonori raffinatissimi

.Royal Southern Brotherhood 2014

Penzi non so dirvi cosa voglia dire, però sembrano i Santana in trasferta a New Orleans con qualche retrogusto gitano alla Gypsy Kings, ma suonato al mandolino, mentre It’s Time For Love è solo del sano funky-soul, niente di memorabile, ma si lascia ascoltare (forse l’unico brano dove riaffora quel senso di incompiuto delle canzoni dei primi due dischi, piacevoli ma uguali a mille altre). Anche Bayou Baby svela le sue carte fin dal titolo, funky, soul, rock, reggae, gumbo music, blues, chitarre affilate, soprattutto la slide, una armonica (Jimmy Hall?) e begli intrecci vocali per quel melting pot sonoro che è una delle qualità migliori di questo disco. Poor Boy ha quell’andatura incalzante tra rock e funky, stile che qualcuno chiama “strut”, termine che viene dal fatto di camminare impettiti e leggermente ondeggianti, come il groove del brano lascia intendere, ma poi le chitarre nel finale si lasciano andare in piena libertà, per dirla alla Rocco, molto nasty https://www.youtube.com/watch?v=HH_rUtI9jr8 ! They Don’t Make ‘Em Like You No More è un funky hendrixiano con fiati e chitarre wah-wah che impazzano, e anche la tromba di Paul Armstrong (parente anche lui?) che cerca di farsi largo nel magma sonoro incandescente della canzone, questo è veramente funky come non se ne fa più, micidiale! Ci eravamo dimenticati un attimo del rock? Non temete, ritorna, con una poderosa Come Hell Or High Water, un brano che non so perché (anzi se lo scrivo, lo so) mi ricorda moltissimo i vecchi Doobie Broothers, un gruppo che sapeva fondere rock e ritmi ballabili, ma di gran classe. E per concludere, ciliegina sulla torta di un disco veramente notevole e consigliato a tutti quelli che amano la buona musica, troviamo una Anchor Me, che accanto alla firma di Cyril Neville porta quella di Anders Osborne, uno che di belle canzoni, anche ballate romantiche di stampo acustico, se ne intende.

Bruno Conti

Mi Sembra Di Conoscerli! Wayne Sharp and The Sharpshooter Band – Living With The Blues

wayne sharp living with the blues

Wayne Sharp And The SharpShooter Band – Living With Blues – Self released

La faccia ritratta nel disegno di retro copertina del CD e le foto interne di Wayne Sharp con figli, amici e familiari, non mi dicevano assolutamente nulla a livello fisiognomico, il cognome mi risvegliava qualche vago ricordo, ma di Todd Sharp ho perso le tracce, Randy, Elliott e Kevin non sono parenti, Edward ha la E finale, chi rimane? Poi ho iniziato a sentire il CD, il primo brano suona come Wang Dang Doodle anzi è Wang Dang Doodle, un bel blues con organo hammond e  due chitarre soliste e un piacevole vocione che sa trattare come l’argomento http://www.youtube.com/watch?v=AYxAHL-VjXU . Allora si va più in profondità nelle note e vedi che Wayne ringrazia alcuni “brothers in Blues”, tra cui Lamar Williams, con il quale, insieme a Jaimoe, aveva condiviso una band ad inizio anni ’80, che veniva dal giro Allman Brothers, gente già incrociata nei lontani anni ’60 http://www.youtube.com/watch?v=fwPrNThQZ28.

wayne sharp 1980

Ma soprattutto il nome che balza all’occhio è quello di Michael Burks, con cui Sharp ha condiviso quattro album per la Alligator ed  una dozzina di anni on the road, come organista della sua band e tutto si fa più chiaro. Un altro bluesman (bianco questa volta) che fa il suo esordio discografico abbastanza avanti negli anni, ma la classe c’è, nella Sharpshooter Band suonano i figli Sean e Grayson, il bassista Terrence Grayson (un omaggio, il nome del figlio?) era anche lui nella band di Burks, tra gli ospiti troviamo The “Legendary” Jackie Avery, un musicista che ha scritto brani per Arthur Conley, Dells e Johnnie Taylor (oltre ad essere stato sposato con una delle vocalist dei Wet Willie, di cui tra un attimo), che appare alla seconda voce e piano nel pezzo di Willie Dixon succitato.

wayne sharp band

All’altra chitarra solista, oltre al figlio Grayson, c’è l’ottimo Jon Woodhead (quello degli Ace di Paul Carrack negli anni ’70 e poi sessionman di lusso con Maria Muldaur, Leon Russell e anche con Santana, tra gli altri). E per completare gli ospiti, all’armonica in alcuni brani, c’è Jimmy Hall, proprio dei Wet Willie, a completare questa rimpatriata “sudista”. Il disco, uscito già da qualche mese, non è certo un capolavoro, ma si ascolta con piacere, ha quella patina rock-soul-southern alla Atlanta Rhythm Section che si unisce al blues a base organo Hammond/chitarra prevalente nel disco. Tra le altre cover, una bella ballata, Even Now, firmata David Egan/Buddy Flett di un gruppo minore, i Bluebirds, Close, di cui ignoro la provenienza, il classico Baby What You Want Me To Do, con Jimmy Hall all’armonica, quasi claptoniana.

wayne sharp

Southern Storm un’altra bella ballata che profuma di Sud, scritta dallo stesso Sharp che si cimenta anche al piano. Drivin’ Though The Delta, di nuovo con Hall, è un altro brano ancora molto southern, mentre Runnin’ Out Of Time conferma la predisposizione di Wayne per i brani lenti, confermata da una bella rilettura, molto vicina allo spirito originale, della super classica A Whiter Shade Of Pale, un must per ogni organista che si rispetti, che è sempre un bel sentire, anche se Gary Brooker (con e senza Procol Harum) è un’altra cosa. I Got My Gris Gris On You, senza infamia e senza lode e Put Me Down and Let Me Walk ancora con l’incisiva armonica del sempre bravo Jimmy Hall http://www.youtube.com/watch?v=P1LGHI4sZOk , ci portano all’omaggio conclusivo al grande Michael Burks, uno dei migliori buesmen delle ultime generazioni http://www.youtube.com/watch?v=J1hUzJlzHJQ , scomparso prematuramente per un infarto nel 2012 http://discoclub.myblog.it/2012/09/01/l-ultima-prova-dell-uomo-di-ferro-michael-burks-show-of-stre/ , con una Empty Promises che se non raggiunge l’intensità della versione dell’omone nero, è fatta con il cuore, e si sente. Il suo datore di lavoro era un’altra cosa, ma il disco, ripeto, si lascia ascoltare con piacere.

Bruno Conti

Di Nuovo Lo “Smilzo”! Too Slim & The Taildraggers – Blue Heart

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Too Slim And The Taildraggers – Blue Heart – Underworld Records

In questi ultimi anni sono diventato una sorta di “cantore” delle gesta di Tim Langford, in arte Too Slim. E se il disco acustico in solitaria dello scorso anno, Broken Halo, pur non entusiasmandomi, non era poi malvagio one-man-ban-tim-too-slim-langford-broken-halo.html, i precedenti Shiver e il disco dal vivo Time To Live, avevano confermato la bontà di un personaggio in pista da più di 25 anni e con una quindicina di album al suo attivo. Ma questo Blue Heart è uno dei migliori della sua carriera e lo rilancia ai vertici qualitativi di metà anni ’90, quando vinceva parecchi premi, nelle varie classifiche blues di fine anno. Il bassista E. Scott Esbeck (già con i Los Straitjackets) e il batterista Jeff “Shakey” Fowlkes ( con Robert Bradleys Black Water Surprise, Kid Rock, Uncle Kraker) sono i nuovi Taildraggers, ma non suonano nel disco! Ohibò, e questo cosa vuol dire? Significa, come ricordo spesso, parere personale magari non condiviso, che i nomi sono importanti e ricordarli aiuta a capire cosa si ascolta. In caso contrario come farebbe uno a ricordare quei meravigliosi musicisti che suonavano, che so,  nei dischi registrati ai Muscle Shoals Studios o in quelli della Motown o della Hi Records, per citare alcuni casi eclatanti.

Ma anche oggi i nomi di produttori e musicisti sono importanti: prendiamo questo album, il produttore è Tom Hambridge che suona anche la batteria (all’opera con profitto negli ultimi anni con Eric Burdon, Joe Louis Walker, Thorogood, James Cotton, Buddy Guy) e la differenza nel sound si sente, ogni rullata o colpo di grancassa sembra una schioppettata, e anche gli altri strumenti hanno un suono ben definito da etichetta importante, anche se il tutto poi è stato registrato in quel di Nashville negli studi di una piccola label come la Underworld. Se poi aggiungiamo che anche gli altri musicisti non scherzano un c…., a partire dal bassista Tommy McDonald che suona in tutti i dischi citati prima con Hambridge, e anche nel disco Loosen Up di tale R.B. Stone, che non ha ancora avuto il tempo di sentire ma di cui ho letto ottime case (il giorno ha solo 24 ore!), all’organo c’è Reese Wynans, alla seconda chitarra Rob McNelley, dalla band di Delbert McClinton e come ospite in un paio di brani il leggendario Jimmy Hall, dai Wet Willie e Brothers of The Soutland. E il 50 % è già fatto, se niente niente, il nostro amico riesce a scrivere anche dei buoni pezzi, portiamo a casa il risultato: e i nove pezzi a nome Tim Langford, più un paio di cover di autori pochi noti confermano l’impressione, il disco è buono, se amate quel blues, sapido e ricco di rock, southern, boogie e con coloriture soul e R&B, siete capitati nel posto giusto.

Ok, anche la produzione di Hambridge non può migliorare più di tanto la voce di Langford, ma la inserisce in un ambito più adatto e la valorizza (in fondo non è che Billy Gibbons abbia una voce straordinaria) , non puoi creare un Jimmy Hall, e quando quest’ultimo canta in Good To See You Smile Again, la differenza si sente, ma la voce è un dono di natura, puoi migliorarla come hanno fatto Clapton ed altri nel corso degli anni, ma non si diventa Solomon Burke o Eric Burdon dalla mattina alla sera. Per cui accontentiamoci e godiamoci il boogie  rock “cattivo” di Wash My Hands che riffa alla ZZ Top, con la chitarra anche slide di Too Slim che comincia a fare i numeri. O l’ottimo hard slow blues di Minutes Seem Like Hours, ricco di atmosfere e di chitarre, ma anche il blues più tradizionale della title-track Blue Heart, con l’armonica di Jimmy Hall a dividersi il proscenio con la chitarra di Langford, Hambridge oltre ad essere indaffarato in fase di produzione, aggiungi un filtro alla voce qui, alza il basso di là, picchia di gusto sulla sua batteria e ottiene il risultato del titolo di una canzone, Make It Sound Happy, con il basso pompatissimo di McDonald in soccorso della solista indurita del buon Tim.

Il brano cantato da Jimmy Hall è uno slow blues di quelli Doc, con l’organo di Wynans che soffia in sottofondo. Organo che rimane protagonista anche nelle atmosfere sudiste di When Whiskey Was My Friend per lasciare spazio alla chitarra indiavolata di Langford nella hendrixiana If You Broke My Heart. Ma i blues lenti esaltano le virtù chitarristiche del nostro amico come nell’ottima New Years Blues, mentre il funky di Shape Of Blues To Come di tale David Duncan, al di là dei virtuosismi di chitarra e organo, entusiasma meno. Viceversa Preacher, di uno che si chiama Ross Sermons, è una vera “predica” su come si usa la slide e Tim Langford nel campo non ha bisogno di lezioni. Per la conclusiva Angels Are Back si torna alle atmosfere acustiche del precedente Broken Hall, piacevole e ben suonata, ma elettrico Too Slim è un’altra cosa, se avesse una bella voce, mezzo punto in più!

Bruno Conti  

Dagli “Archivi” Degli Anni ’70! Dixie Tabernacle – Nashville Swamp

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Dixie Tabernacle – Nashville Swamp – Storm Dog Records Group  2012

A due anni di distanza dall’eccellente esordio A Good Excuse (recensito meritoriamente su queste pagine virtuali solo-del-sano-buon-vecchio-southern-rock-dixie-tabernacle-a.html), tornano i Dixie Tabernacle, un combo musicale che nasce da un’idea del produttore Larry Good, che ha coinvolto in questo progetto alcuni tra i migliori musicisti del rock sudista. I validi componenti di questo “ensemble” oltre al citato Good alla batteria, sono: Jimmy Hall mai dimenticato cantante dei Wet Willie,  il chitarrista Jack Pearson (ex Allman Brothers Band), il batterista Artimus Pyle (Lynyrd Skynyrd), i cantanti Thane Shearon (Cold Truth) e Doug Phelps (Kentucky Headhunters), più una schiera di “sessionmen” di certificata fede sudista, per un lavoro, Nashville Swamp,  uscito (?!?) il 9 Maggio di quest’anno, che sprigiona tutta la bellezza, la potenza ed il calore dello storico Southern Rock, per 13 brani che profumano di Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd e direi anche la primissima Marshall Tucker Band, per un “sound” (un intreccio di rock, blues, soul, country e R&B), che ha reso un genere memorabile.

Si comincia con Sixty Five Days e That Aint Right due swamp-boogie d’annata con chitarre, organo e batteria sugli scudi, seguite da una tiratissima cover di Ain’t Living Long Like This, tratta dallo sterminato repertorio di Rodney Crowell (e fatta anche da Emmylou Harris in uno dei suoi dischi più belli, Quarter Moon In A Ten Cent Town). Si riparte con una ballata Supply And Demand, che ricorda il periodo migliore della Band di Robbie Robertson e soci, mentre Shake A Leg Mama è un brano fusion-southern rock, pescato dai solchi dei vinili dei Sea Level (formazione con Chuck Leavell e il cantante Randall Bramlett), gruppo molto stimato nell’ambiente sudista, cui fa seguito una Something Else I Don’t Need dove l’organo Hammond e la voce di Hall,  hanno il potere di rievocare certe  registrazioni anni’70.

Creeper (A True Story) è un rock-blues con uno scatenato Jack Pearson alla slide ed una sezione ritmica degna degli Allman, seguita da Waiting On You che sembra uscita da un disco dei Lynyrd Skynyrd e dal country-blues di North Little Rock Blues, che rende omaggio al pastoso e potente sound della Marshall Tucker Band. L’intro di Money Grabber è il marchio di fabbrica del gruppo, mentre It Ain’t My Business è un brano rock-blues elettrico con uno sound alla Dickey Betts, e poi ancora una ballatona come It Was All a Lie (Except The Last Goodbye) con le armonie vocali di Bekka Bramlett, con le chitarre acustiche in evidenza, e verso la fine un coro “soul” a valorizzare tutto il fascino della musica del Sud. Chiude un disco “stellare” una Live Bonus Track The Long Goodbye, “catturata” dai Brothers of the Southland, dove Jimmy Hall, ancora una volta, si conferma come una delle migliori “ugole” americane…

Purtroppo Nashville Swamp, e pure il precedente A Good Excuse, sono CD-R prodotti e masterizzati da loro stessi su richiesta, e venduti anche su Amazon, ma non l’ultimo, disponibile solo sul sito dell’etichetta dixietabernacle.cfm (oppure si possono scaricare a pagamento), ma se riuscite nell’intento di procurarveli, vi consiglio di ascoltarli avvolti in una bandiera confederata, sorseggiando del buon Bourbon solido e caldo, come può esserlo un disco di southern-rock, tirato fuori dagli scaffali degli anni settanta.

Tino Montanari

*NDB Lo so avevo promesso di recensirlo a settembre, ma poi per vari motivi è rimasto nel cassetto per cui, in virtù della bonta del disco, di cui in Italia non ha parlato nessuno, ho passato la palla al buon Tino, visto che in questo Blog vige il lavoro di gruppo e non ci tengo (o meglio ci terrei ma non ho il tempo) a fare tutte le recensioni. Comunque svolgo sempre un lavoro di supervisione!

Solo Del Sano Buon Vecchio Southern Rock! Dixie Tabernacle – A Good Excuse

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Dixie Tabernacle – A Good Excuse – Storm Dog Records

Torniamo ai Beautiful Losers che tanto mi piacciono: quei personaggi e relativi dischi che definire oscuri è pure poco. Questo A Good Excuse è uno di quei dischi che se lo acquistate su Amazon gentilmente vi avvisano che si tratta di un CD-R prodotto e masterizzato da loro su richiesta oppure ve lo scaricate (a pagamento).

Il titolo dice tutto ma aggiungerei che è del buon vecchio sano southern rock di ottima qualità intriso di gospel, country, soul, R&B, insomma i migliori ingredienti del rock americano di qualità.

In questa confraternita più che super gruppo il nome che spicca è quello di Jimmy Hall, non dimenticato leader e cantante dei gloriosi Wet Willie una delle formazioni storiche della prima ondata southern rock, quelli che sulla scia dei “padri fondatori” Allman Brothers Band sparsero il verbo della musica del Sud degli States sulla mitica etichetta Capricorn.

Ma anche il produttore e ideatore di questo progetto, tale Larry Goad batterista e chitarrista (per non farsi mancare nulla) ha saputo circondarsi di altri validi musicisti: dalla slide di Jack Pearson (Allman Brothers Band), alla batteria del Lynyrd Skynyrd Artimus Pyle passando per una delle Honkettes originali (le voci femminili di supporto sempre dei Lynyrd), Jo Billingsley White, l’ottimo cantante dei Cold Truth Thane Shearon e Doug Phelps il vocalist originale dei Kentucky Headhunters oltre a musicisti vari ed assortiti che hanno suonato con la crema del rock e del country americano, se volete sul loro MySpace c’è la lista completa dei musicisti dixietabernacle.

Il risultato è sorprendente, uno dei migliori dischi di southern rock dell’ultimo trentennio che rinverdisce i fasti dei vecchi tempi che furono più di molte formazioni storiche ancora in attività direi solo Allman Brothers esclusi.

Si va dal quasi gospel (togliamo il quasi) trascinante dell’iniziale Save The Planet che era un cavallo di battaglia dei vecchi White Trash di Edgar Winter con Hall e Phelps e le due Honkettes che confezionano un vero gospel estratto pari pari dal tabernacolo.

A Good Excuse deve essere un brano a cui tengono in modo particolare, una ballata in crescendo che appare in quattro versioni differenti, ogni volta un po’ più bella e più lunga della versione precedente fino alla perfetta versione n.4 introdotta da uno struggente assolo di sax e cantata con grande partecipazione da Thane Shearon.

Ottime la cover di Amos Moses un vecchio brano di Jerry Reed nobilitato da una grande prestazione vocale di Jimmy Hall e dall’ottima slide di Jack Pearson. Anche Kentucky Woman, uno dei cavalli di battaglia di Neil Diamond riceve questo trattamento rinvigorente southern e ne viene fuori una versione superiore anche a quella ottima che fecero i Deep Purple. How many times e Backdoor Plan sono due eccellenti brani originali firmati dal produttore Larry Goad, sempre ottime vibrazioni sudiste con chitarre slide, organo, batteria e percussioni a coadiuvare le ottime performances vocali di Shearon.

Carolina Wind è una bella ballata in puro stile country che omaggia la grande Marshall Tucker Band ma ricorda anche gli Eagles degli esordi, come la girate comunque molto bella. Rimanendo in territori MTB, la cover del brano di Toy Caldwell Bound And Determined è poderosa e vibrante con un groove irresistibile e Jimmy Hall che ancora una volta si conferma uno dei più bravi vocalist americani.

Senza citarle tutte non c’è una canzone di qualità meno che ottima, quindi per appassionati e non il vecchio Sud cavalca ancora, grande musica.

Bruno Conti