In Attesa Del Nuovo Live Ecco “L’Altro” Bonamassa. Rock Candy Funk Party – Groove Is King

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Rock Candy Funk Party Featuring Joe Bonamassa – Groove Is King – J&R Adventures/Provogue

Forse, anzi sicuramente, il pubblico non è lo stesso che segue i suoi album blues, e magari neppure quelli più rock, ma uno dei motivi di interesse dei Rock Candy Funk Party è quel termine featuring, con la partecipazione di…Joe Bonamassa. Non per nulla l’album, come il primo di studio e l’ottimo Live At Iridium, esce per la J&R Adventures, l’etichetta di Joe. Possiamo definire questo progetto un “divertissement” per il chitarrista newyokese? Naturalmente, ma come tutte le cose che fa Bonamassa è sì un album creato per divertire, ma suonato, come di consueto, con tutti i crismi della grande professionalità. Poi il risultato finale è pure piacevole all’ascolto, il famoso groove del titolo non manca, se nel primo disco era un omaggio al We Want Groove di Miles Davis, in questo Groove Is King dovrebbe essere più legato al funky, perfino alla disco meno bieca, perché se la traduzione letterale di “groove” è solco, quella più vicina al senso che interessa noi è di tipo ritmico, l’equivalente, più o meno, di riff, in ambito melodico, o swing in quello jazzistico. Prima di perdermi in un cul de sac (il doppio senso è voluto) diciamo che i fattori ritmo e divertimento hanno una notevole importanza in questi progetti, ma il tutto visto in un’ottica ricercata!

Mi rendo conto che mi sto incasinando sempre di più, per cui diciamo che poco cambia rispetto agli album precedenti, Tal Bergman, il batterista e produttore, Joe Bonamassa il chitarrista, Ron DeJesus, il secondo chitarrista e Mike Merritt, il bassista (nonché figlio di Jymie, che era ai tempi il bassista dei Jazz Messengers di Art Blakey, un altro che di ritmo se ne intendeva), sempre affiancati da Renato Neto e Fred Kron alle tastiere, con l’aggiunta di una sezione fiati, guidata e arrangiata dal trombettista Randy Brecker,  con Daniel Sadownick alle percussioni (quest’ultimo e Neto, anche nei dischi precedenti), e tale Zia, alla voce. Maestro di Cerimonie è Mr. Funkadamus, ovvero un Billy Gibbons degli ZZ Top completamente calato nella parte, mentre le influenze musicali, che i vari componenti del gruppo citano alla rinfusa, andrebbero dai Daft Punk ai Brecker Brothers, da Mark Ronson ai Massive Attack, passando per i Led Zeppelin!

Sarà vero? Verifichiamo! Dopo la prima introduzione da parte di Mr. Funkadamus ci tuffiamo nella title-track Groove Is King, che diversamente da quanto ci raccontano viaggia sempre dalle parti di quel jazz-rock alla Herbie Hancock Headunters, Stratus di Billy Cobham, Return To Forever, con chitarre “cattive”, tastiere e ritmi sonori sostenuti, come usava nel primo disco e nel live. Poi Low Tide ammorbidisce leggermente i suoni, entrano i fiati, il groove si fa più funky, il basso si arrotonda, le chitarrine sono più ammiccanti e siamo dalle parti di Rufus, Earth, Wind And Fire, Average White Band,  con un vecchio synth a conferire quel flavor anni ’70. Uber Station fonde la chitarra “cattiva”  e rock di Bonamassa con dei fiati alla Brecker Brothers, perché, diciamocelo tra noi, questo disco, nonostante le influenze citate dubito fortemente che sia indirizzato ai fan di Daft Punk e Ronson (forse Mick più che Mark!) https://www.youtube.com/watch?v=gWGxjmt-9tw . East Village addirittura profuma di jazz, con il piano elettrico che si intreccia alle evoluzioni delle soliste (se no Bonamassa che ci starebbe a fare?), insomma siamo sempre dalle parti del Miles Davis “grooveggiante” https://www.youtube.com/watch?v=UH88BuNz8Bc .

If Six Was Eight (uno meno di Hendrix) è un festival di percussioni varie, mentre Cube’s Brick potrebbe passare addirittura per un brano dei Weather Report con le chitarre aggiunte (e che chitarre, qui Bonamassa ci dà dentro di gusto) https://www.youtube.com/watch?v=vJQgpVJdA6M . Torna lo sponsor Mr.Funkadamus per la presentazione del singolo Don’t Be Stingy with the SMTPE, che grazie anche al video con il gruppo di “gnoccolone” che sostituiscono i RCFP, ha quell’aura funky e danzereccia anni ’70 e anche C You On The Flip Side è puro funky con fiati. Digging In The Dirt, che è proprio quella di Peter Gabriel, già di suo si prestava al genere, ma qui, stranamente, è meno ritmata e più ricercata dell’originale, con la citata “Zia” che vocalizza nel finale https://www.youtube.com/watch?v=yYid5Do1UM0 . Don’t Funk With Me è più rockeggiante di quanto farebbe supporre il titolo, con un bel solo della tromba “trattata” di Brecker e poi i chitarristi che prendono il possesso del brano https://www.youtube.com/watch?v=OCjf9yD1AhQ , The 6 Train To The Bronx, di nuovo con tromba e chitarra in bella evidenza è più jazz che funky, e ancora di più Rock Candy, che è un pezzo di cool jazz quasi puro, anzi togliete il quasi, Rock appare solo nel titolo del brano https://www.youtube.com/watch?v=mT4gUC7sxHc . Ultimo “commercial” di Gibbons e siamo alla conclusione con The Fabulous Tales Of Two Bands, l’unica traccia che in effetti sembra una qualche outtake dei Prodigy, con intrusioni rock dei Led Zeppelin, per rovesciare le parti! Per il resto solo del sano buon vecchio jazz/rock/funky suonato come si dovrebbe!            

Bruno Conti

Eravate Preoccupati? Finalmente il 2 Ottobre Il Nuovo Joe Bonamassa – Live At Radio City Music Hall

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Joe Bonamassa – Live At Radio City Music Hall – CD/DVD o CD/Blu-Ray J&R Adventures/Mascot/Provogue 02-10-2015

Non è passato neppure un mese dall’uscita del nuovo album dei Rock Candy Funk Party (devo ancora pubblicare la recensione, decisamente positiva, tra l’altro) e poco più  di cinque mesi dall’uscita dello splendido Muddy Wolf At Red Rocks ( per chi scrive il disco dal vivo dell’anno http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/) e già siamo in rampa di lancio per un nuovo album (e video) Live di Joe Bonamassa. L’ironia ovviamente si spreca ma il soggetto ci mette del suo, anche se poi tutti i suoi dischi a livello qualitativo sono più che buoni. Prendete questo nuovo Live At Radio City Music Hall la cui uscita è prevista per il prossimo 2 ottobre, conterrà il meglio dei due concerti tenuti al leggendario teatro di New York nel mese di gennaio del 2015, con 2 canzoni nuove, registrate per l’occasione, 9 brani inediti nelle versioni dal vivo ed il seguente contenuto della parte audio e video:

CD TRACK LISTING:

  1. I Can’t Be Satisfied 
  2. One Less Cross To Bear **
  3. Living On The Moon * 
  4. I Gave Up Everything For You, ‘Cept The Blues *
  5. Dust Bowl
  6. Trouble Town *
  7. Still Water **
  8. Different Shades Of Blue *
  9. Happier Times *
  10. Never Give All Your Heart *
  11. Hidden Charms 
  12. Love Ain’t A Love Song 
  13. So, What Would I Do? *

** Newly recorded song * Previously Unreleased live track

VIDEO TRACK LISTING:

  1. Joe Bites The Big Apple (titles)
  2. Dust Bowl
  3. Trouble Town *
  4. Still Water **
  5. Different Shades Of Blue *
  6. The Huckleberries – Introducing the acoustic band
  7. Black Lung Heartache 
  8. Happier Times *
  9. Never Give All Your Heart *
  10. Hidden Charms 
  11. Living On The Moon *
  12. I Can’t Be Satisfied 
  13. Double Trouble 
  14. One Less Cross To Bear **
  15. Love Ain’t A Love Song 
  16. Introducing the Electric Band
  17. “Happy Birthday Mom!”
  18. I Gave Up Everything For You, ‘Cept The Blues *
  19. So, What Would I Do? *

** Newly recorded song * Previously unreleased live track BONUS FEATURETTE:

    • Joe Bites The Big Apple (behind-the-scenes) 45 Mins

75 minuti di musica nel compact disc, due ore e mezzo di materiale video, comprensivo di 45 minuti di materiale girato dietro le quinte, un libretto di 40 pagine con foto esclusive, e questo è un piccolo assaggio del tutto (formazione con i fiati):

Se ne parla più diffusamente dopo l’uscita.

Bruno Conti

Ecco Di Nuovo Bonamassa (& Co.)! Rock Candy Funk Party – Groove Is King

rock candy funk party groove is king

Rock Candy Funk Party – Groove Is King – CD+DVD/ 2 LP J&R Adventures/Mascot/Provogue 31-07-2015

Lo avevamo lasciato nel mese di Aprile http://discoclub.myblog.it/2015/04/03/nothing-but-the-blues-and-more-puo-bastare-joe-bonamassa-muddy-wolf-at-red-rocks/ , data di pubblicazione del suo Live dedicato alla musica blues e lo ritroveremo al 31 luglio quando uscirà il nuovo capitolo, il terzo, della sua collaborazione con i Rock Candy Funk Party, la band americana dedita al funky-jazz-rock che, come lascia intendere il titolo, Groove Is King, vira in questo nuovo album verso un sound ancora più vicino al modern funk. Quindi meno jazz funk è ancora più groove, o così lasciano intendere le notizie del comunicato stampa e il divertente (ancorché sessista, o così l’ha interpretato qualcuno) video che annuncia la pubblicazione del nuovo disco per fine mese. Quattro mesi tra le due uscite per Joe Bonamassa, è stato clemente!

La formazione del nuovo CD (+DVD) dovrebbe essere (anzi dalle info in mio possesso, sarà): Tal Bergman (drums), Joe Bonamassa (guitar), Ron DeJesus (guitar) e Mike Merritt (bass), ma con l’aggiunta di Randy Brecker alla tromba, che cura anche gli arrangiamenti dei fiati e Billy Gibbons degli ZZ Top, maestro di cerimonie con lo pseudonimo di “Mr. Funkadamus”, nel video che avete appena visto, oltre al nuovo tastierista Fred Kron, che sostituisce Renato Neto, e a Daniel Sadownick alle percussioni. Il gruppo, come dimostra quest’altro video https://www.youtube.com/watch?v=Xtcedtk7hJ4 , ripreso nel febbraio del 2015 al Keeping the Blues Alive At Sea Festival, con Robben Ford ospite alla chitarra (in competizione con Joe per chi ha il cappellino più ridicolo), è sempre una macchina da guerra!

Non ci resta che armarvi di pazienza, se amate il genere, o il musicista, e attendere un mesetto, per il bollettino del Bonamassa è tutto, al prossimo numero!

Bruno Conti

Un Chitarrista Per Chitarristi (Non Solo)! Mike Henderson Band – If You Think It’s Hot Here

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The Mike Henderson Band – If You Think It’s Hot Here – Eller Soul Records

Questo signore, partito dal natio Missouri per recarsi a Nashville, dove sarebbe diventato uno stimato sessionman, prima come mandolinista e chitarrista slide, poi anche armonicista (e se serve, violinista), nel corso degli anni ha sviluppato una carriera solista parallela che lo ho portato ad essere uno degli artisti “indipendenti”  più amato dai colleghi. Mark Knopfler, che ha firmato le note per il suo album del 1996 First Blood (uno dei migliori di Mike, il secondo album uscito per la Dead Reckoning, etichetta fondata insieme a Kieran Kane, Kevin Welch, Tammy Rogers) gli valse poi, anni dopo, la chiamata a far parte della Band di Knopfler nel Sailing to Philadelphia Tour. Recentemente lo si è visto e sentito, come armonicista, nel fantastico Muddy Wolf At Red Rocks di Bonamassa e il chitarrista newyorkese, nello scrivere le brevi note di questo nuovo If You Think it’s Hot Here, si è chiesto perché non gli abbia chiesto di cantare almeno un brano in quella serata (e di suonare la chitarra, magari slide, aggiungiamo noi, infatti attualmente fa parte della touring band di Joe). Ma Mike Henderson, anche se non incideva un disco solista dal 1999, è veramente un uomo per tutte le stagioni, country, blues e rock sono stati il suo pane quotidiano, è un ottimo autore, tanto che Adele ha interpretato la sua If It Hadn’t Been For Love per il Live At The Royal Albert Hall; con la band bluegrass Steeldrivers di cui fu uno dei membri fondatori nel 2008, insieme all’amica Tammy Rogers, ha inciso due album, anche se nel nuovo CD firma solo tre brani, insieme ad un paio di rivisitazioni di classici e alcune cover di stampo decisamente blues.

Perché, in effetti, pur con tutte le influenze musicali citate, stiamo parlando di un gagliardo disco di blues elettrico. I Bluebloods, con cui ha firmato l’ultimo Thicker Than Water nel 1999, non ci sono più (e parliamo di gente del calibro di Reese Wynans e Glen Worf), e neppure Kingsnakes e Bel Airs, con cui pure ha suonato, ma nella nuova formazione troviamo Kevin McKendree, uno dei migliori tastieristi attualmente in azione, al basso c’è Michael Rhodes e alla batteria Pat O’Connor, meno conosciuto, già vecchio socio di Mike dai tempi dei Bel Airs, che a giudicare dal disco ha comunque un bel drive. Se aggiungiamo che Henderson ha pure una bella voce, era quasi inevitabile che il risultato sarebbe stato ottimo. Si passa dall’iniziale I Wanta Know Why, un solido rockin’ blues dove Henderson scalda subito voce e chitarra slide, ben coadiuvato dal piano di McKendree, anche produttore dell’album, subito grintoso e dal ritmo scandito https://www.youtube.com/watch?v=BnDECpKNVbk , poi seguito da ben due cover estratte dal songbook di Hound Dog Taylor, una vorticosa Send You Back To Georgia, dove il classico boogie blues di Taylor è ben segnato dalla batteria di O’Connor, mentre Henderson, dopo un intermezzo travolgente del pianino di McKendree, continua ad esplorare il fretboard della sua Fender, con un’altra sventagliata di bottleneck guitar devastante https://www.youtube.com/watch?v=KWT0GJMNuJs  e poi raddoppia con le classiche 12 battute di una It’s Alright dove il blues è ancora il padrone assoluto, sempre con la slide in evidenza. R.S. Field, recente produttore del Terraplane di Steve Earle, gli dà una mano a livello compositivo, per una title-track che ha profumi soul e gospel, anche grazie alla presenza di due vocalist aggiunti, bella ballata di stampo sudista questa If You Think It’s Hot Here, mentre McKendree si divide tra piano e organo Hammond con risultati eccellenti.

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Un altro brano notevole di  Henderson è Weepin’ And Moanin’, slow blues di quelli torridi con la chitarra sugli scudi, e anche la voce non scherza https://www.youtube.com/watch?v=yGAtjuxUzHQ , pezzo che non ha nulla da invidiare alla ripresa di Mean Red Spider, un Muddy Waters “minore”, se mai ne ha fatti, dove il ritmo funky della batteria ben si sposa con l’intensità della traccia, per non parlare della versione di If I Had Possession di Robert Johnson, che parte sulle ali di una slide acustica e poi diventa un fantastico blues elettrico in crescendo con gli altri strumenti che entrano a canzone già sviluppata e la rendono travolgente https://www.youtube.com/watch?v=6k1KEkcErqk . Notevole anche Unseen Eye, dal repertorio di Sonny Boy Williamson, dove Henderson inchioda uno dei soli più fluidi e passionali del disco, prima di dedicarsi al puro R&R, via blues, di una Matchbox nuovamente travolgente anche grazie al piano di McKendree https://www.youtube.com/watch?v=lPMXQCgQ0LA  e Gamblin’ Blues ci spinge più a Sud, verso il Texas, sulle note di un poco noto brano di Melvin Jackson, con Mike Henderson di nuovo sugli scudi, istigato dal groove eccellente della sua sezione ritmica deluxe. Conclude Rock House Blues, l’unico brano dove il nostro si esibisce all’armonica, accompagnato solo dal piano di McKendree. Degna conclusione di un ottimo album di uno dei migliori gregari in circolazione, per una volta ancora protagonista assoluto.

Bruno Conti

Vecchie Glorie Canadesi, Con Amici! (Randy) Bachman – Heavy Blues

bachman heavy blues

Bachman – Heavy Blues – Linus/True North/Ird

Randy Bachman è uno dei musicisti “storici” più importanti del rock canadese: fondatore prima dei Guess Who (con Burton Cummings, che era il pianista e cantante della band) e poi dei Bachman-Turner Overdrive, BTO per tutti, due vere fabbriche di riff, e di successi, grazie alla penna prolifica del nostro. American Woman https://www.youtube.com/watch?v=gkqfpkTTy2w  e No Sugar Tonight per i primi, You Ain’t Seen Nothing Yet https://www.youtube.com/watch?v=7miRCLeFSJo  e Roll On Down The Highway per i secondi, non possono non dire nulla all’appassionato del rock classico e schietto, quello appunto costruito attorno ad un riff di chitarra. Le due band hanno avuto i loro picchi di popolarità negli anni ’70, ma poi di fatto sopravvivono a tutt’oggi, anche se le ultime prove discografiche di Bachman, con Cummings in Jukebox del 2007 e con Fred Turner, in un live del 2012, non possono essere definite memorabili. Anche questo Heavy Blues, volendo, non brilla per originalità, ma quanto meno lo spunto, l’idea che sta alle spalle del progetto, se non innovativa, è comunque intrigante. Tutto nasce da un colloquio con il suo vecchio amico Neil Young, che ha detto a Randy: “Ascolta un consiglio! Non fare la solita vecchia robaccia e chiamarla poi qualcosa di nuovo. Non suonare sempre le solite cose e poi dire che è un nuovo album. Fermati e pensa a un qualcosa senza paura, fiero, feroce, reinventati. Prendi un produttore esterno e fatti aiutare!” (notoriamente tutte cose che Young fa abitualmente!?!).

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Però Bachman lo ha stranamente preso in parola, prima si è cercato una nuova etichetta, l’indipendente True North, poi ha scelto un produttore che nell’ambito rock va per la maggiore, Kevin Shirley, e infine ha deciso di puntare su una nuova formazione per creare questo power rock trio: caso ha voluto che la scelta sia caduta su due donne, prima Dale Ann Brendon, la batterista, vista ad una esibizione della rock opera Tommy, insieme al produttore dello spettacolo, che non sapeva fosse una donna, e scoprendo che la signora aveva studiato a memoria tutte le parti di batteria originali di Keith Moon, con lei Bachman voleva fare un duo alla White Stripes o Black Keys. Dissuaso dai suoi nuovi discografici ha deciso di cercarsi un bassista, e la scelta è caduta su Anna Ruddick, che suonava in un gruppo canadese di country-rock chiamato Ladies Of The Canyon, ma che si è presentata all’audizione con una maglietta di John Enwistle. A questo punto con una sezione ritmica così, un produttore come Shirley ed una serie di amici chitarristi pronti ad offrire i loro servigi era quasi inevitabile che questo Heavy Blues risultasse un album fortemente influenzato dal classico rock-blues britannico degli anni ’70, il power trio di gente come Who, Cream, Led Zeppelin (l’altra passione di Randy dopo Presley e Beatles). Il nostro un riff sa come crearlo, e questo CD è un vero festival del riff: in un blind test potreste fare ascoltare il brano di apertura The Edge e spacciarlo per un brano degli Who, tale è la carica di Brendon e Ruddick che sembrano veramente delle novelle Moon ed Entwistle, in un brano che ha tutta l’energia degli Who più classici, anche se Bachman purtroppo non può competere con Daltrey, e la parte vocale è in effetti il punto debole di tutto il disco, ma quanto a chitarre ed energia ci siamo, l’inizio (e anche il resto) sembra Won’t Get Fooled Again, ma non sottilizziamo https://www.youtube.com/watch?v=xa_pOrgh47c .

Ton Of Bricks sembra Kashmir, o qualche altre pezzo dei Led Zeppelin, ma la cosa è voluta, quindi non scandalizziamoci, i musicisti si sono sempre copiati tra loro, basta dirlo https://www.youtube.com/watch?v=8hsIUDYG7E8 , Bachman duella gagliardamente con Scott Holiday, solista dei Rival Sons, grandi ammiratori degli Zeppelin. Bad Child  è un altro poderoso rock-blues, un duetto con Joe Bonamassa, per cui Randy ha speso delle belle parole. Little Girl Lost, il pezzo con Neil Young è un’altra costruzione ad alta densità rock e sembrano i BTO accompagnati dai Crazy Horse, chitarre a manetta e vai https://www.youtube.com/watch?v=clVbqpeViyg . Learn To Fly è uno dei rari brani veramente blues, con un giro alla Jimmy Reed, ma coniugato all’immancabile rock, anche se la parte cantata non è memorabile. Oh My Lord, con il maestro della sacred steel Robert Randolph in azione, vive sempre sul lavoro delle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=vUMRjZF7qf0 ; in Confessin’ To The Devil Bachman e Shirley hanno costruito il brano partendo da un assolo di Jeff Healey tratto da un concerto alla Massey Hall di Toronto di parecchi anni fa, un ritmo alla Bo Diddley e il gioco è fatto https://www.youtube.com/watch?v=bgpER5MtTJA . Heavy Blues, il brano, con Peter Frampton, “casualmente” sembra un brano degli Humble Pie o dei Cream https://www.youtube.com/watch?v=xa_pOrgh47c , mentre Wild Texas Ride è un altro classico rifferama con accenti sudisti e Please Come To Paris, con il canadese Luke Doucet alla seconda solista, è l’omaggio inevitabile al grande Jimi https://www.youtube.com/watch?v=w20jcIyJf5M . We need to talk, posta in chiusura, è una discreta ballatona a tempo di valzer, ma spezza il ritmo serrato del resto del disco.

Bruno Conti

Bel Disco, Forse Troppe Ballate, Ma Dal Vivo…Beth Hart – Better Than Home

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Beth Hart – Better Than Home – Provogue/Mascot/Edel

Il nome di Beth Hart solitamente non si accosta al termine singer songwriter, o se preferite, in italiano, cantautrice. Quando pensiamo alla cantante di Los Angeles il suo stile viene avvicinato alle grandi interpreti del rock e del soul, da Etta James ad Aretha Franklin, passando per Janis Joplin e Grace Slick, e naturalmente anche Tina Turner, una che, soprattutto nella prima parte della sua carriera, ha saputo fondere i due generi alla perfezione. Ma Beth Hart ha sempre scritto le sue canzoni, non dimentichiamo che il suo primo successo fu la canzone LA Song (Out Of This Town) che nel lontano 1999 fu utilizzata nell’ultima stagione di Beverly Hills, 90210, anche se erano altri tempi. Poi, con il tempo, la nostra amica si è costruita una grande reputazione come interprete dal vivo, una delle rocker più intemerate in circolazione, in possesso di una voce potente ed espressiva, temprata da migliaia di concerti, ma, nella prima parte della carriera, forse, anche un po’ troppo tamarra e sopra le righe, “esagerata”, come dimostra il peraltro pregevole DVD e CD LivAt Paradiso, registrato nel famoso locale di Amsterdam https://www.youtube.com/watch?v=EbwggC8tdhU , e che ha inziato la sua fortunata storia con il pubblico olandese. Però la fama (sempre limitata, non da stadi o talent vari, anche se… https://www.youtube.com/watch?v=d26gbMol7IA notare la differenza tra le due) e i riconoscimenti della critica sono venuti con gli ultimi album, soprattutto quelli registrati in coppia con Joe Bonamassa, due in studio e uno del dal vivo, fantastico, registrato sempre ad Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2014/04/11/potrebbe-il-miglior-live-del-2014-beth-hart-joe-bonamassa-live-amsterdam/.

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Se volete verificare la sua potenza di performer dal vivo non dovete fare altro che recarvi all’Alcatraz di Milano il prossimo martedì 28 aprile per l’unica data italiana del suo tour europeo (biglietti dovrebbero essercene ancora), OK, non è accompagnata da Bonamassa con la sua band, ma avendola già vista dal vivo nel suo primo passaggio in Italia, vi posso assicurare che è un evento da non perdere, Beth Hart è un vero animale da palcoscenico, degna in tutto e per tutto, vocalità, presenza scenica e repertorio, delle grandi cantanti del passato, ed in possesso anche di una genuinità e una simpatia che la rendono unica. Tornando al nuovo disco, forse proprio il repertorio potrebbe essere l’unico punto debole di questo nuovo Better Than Home https://www.youtube.com/watch?v=cWDMsvyHKQo : un disco basato su molte ballate scritte dalla stessa Beth, e pochi pezzi rock, soul & blues, come negli ultimi dischi in coppia con Bonamassa (ma tutti e due, separatamente, hanno già promesso che ci sarà un nuovo capitolo nel 2016, e se lo dicono entrambi c’è da crederci), non dimentichiamo comunque che andiamo a confrontarci con una seria di cover che vengono dal repertorio di gente come Billie Holiday, Etta James, Aretha Franklin, Ike & Tina Turner, ma anche Buddy Miles, Al Kooper, Melody Gardot, tra le nuove leve, e ancora Tom Waits, Ray Charles, Bill Withers, Delaney And Bonnie, quindi è quasi inevitabile che questi pezzi da novanta confrontati con le canzoni scritte dalla Hart possano risultare difficili da raffrontare https://www.youtube.com/watch?v=QgBff_8pJoQ . Ma persistendo nell’ascolto, come ha fatto chi vi scrive, questo nuovo album, alla lunga, ha un suo fascino e un suo perché.

Un brano come l’iniziale Might As Well Smile si pone nel solco di quelle ballate soul Memphis style che deliziavano le orecchie degli ascoltatori nel periodo d’oro di questa musica https://www.youtube.com/watch?v=SRpdpxRg5xs , punteggiata dal lavoro dei fiati e delle coriste la canzone è una piattaforma perfetta per ascoltare la voce della Hart, che in fondo è il suo punto di forza, tenera e vulnerabile, espressiva e potente, con un phrasing perfetto acquisito con il passare del tempo ed ora giunto alla maturità. Non guasta la bravura dei musicisti utilizzati, a partire da Larry Campbell, chitarrista che ha suonato con molti dei grandi, diciamo giusto Levon Helm e Dylan, l’ottimo Charlie Drayton alla batteria (con Madeleine Peyroux, Dar Williams e Bettye Lavette, ma anche con in passato con Keith Richards, Simon & Garfunkel, Neil Young, Johnny Cash e una miriade di altri), anche Zev Katz, il bassista, ha un CV di tutto rispetto. Le mie perplessità (e anche quelle di Beth, in alcune interviste rilasciate, dove esprimeva la sua riluttanza a lasciare un produttore come Kevin Shirley, con cui aveva lavorato benissimo negli ultimi album) risiedevano nel nome del nuovo produttore, arrangiatore e tastierista, tale Rob Mathes, uno che, partito, con Chuck Mangione, nel corso degli anni si era fatto un nome arrangiando eventi come il Pavarotti and Friends, l’insediamento di Obama alla Casa Bianca, i concerti al Lincoln Center, oltre ai dischi di George Michael, Panic At The Disco ed altre amenità del genere. Invece devo dire che l’album, pur non essendo un capolavoro, è decisamente, come dico nel titolo del Post, un “Bel disco”!

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Il formato musicale preponderante è la ballata, ma se i punti di riferimento sono l’Elton John anni ’70 (una delle passioni della Hart), il blue-eyed soul, le canzoni di Laura Nyro e Carole King, fatte le dovute proporzioni, per bilanciare, aggiungiamo una Adele, nei suoi momenti migliori, e con un carico di musica nera e gospel, che la giovane cantante inglese non ha nel suo bagaglio, forse più Rumer (con cui Mathes ha collaborato), un’altra innamorata degli anni ’70 e delle belle canzoni. Prendete due brani come Tell ‘Em To Hold On, una canzone pianistica strepitosa che potrebbe ricordare nella sua costruzione in crescendo l‘Elton John “americano https://www.youtube.com/watch?v=4TgrjTPlCsY , quello di Tumbleweed Connection, con retrotoni gospel ed una interpretazione vocale da sballo con Beth che lascia andare in libertà e a piena potenza la sua voce, o come un’altra ballata melodica e malinconica come Tell Her You Belong To Me, dove l’arrangiamento di archi (e fiati) accentua il tono appassionato della canzone, ricca di pathos, pochi tocchi ben piazzati di chitarra, il dualismo piano-organo e quella voce magica che galleggia sull’ottimo arrangiamento di Mathes (chiedo venia per avere pensato male) https://www.youtube.com/watch?v=CYABiE1-FAQ . Trouble è uno dei rari momenti dove la grinta proverbiale di Beth Hart esce allo scoperto, tra riff chitarristici che mi hanno ricordato i Beatles (perché? Non so, così, un’impressione) e voce sparata alla Tina Turner, quando divideva ancora i palchi con Ike, scariche di fiati all’unisono e quel pizzico di gigioneria che dal vivo verranno, immagino, ulteriormente, amplificati (vedere, e sentire, per credere)  https://www.youtube.com/watch?v=MGUA3eiNYH4. E che dire di Better Than Home, la title-track, una bellissima ballata mid-tempo melodica, quasi pop, ma di quello di altri tempi, con un giro di basso “geniale” che la percorre, e un ritornello che si memorizza con grande piacere.

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Pure St. Teresa rimane in questo spirito à la Elton John, con florilegi pianistici di gran classe e la vocalità trattenuta ma perfetta per questo tipo di brano, e addirittura in We’re Still Living In The City, se possibile, il suono si fa ancora più scarno, solo voce e una chitarra acustica, con gli archi sullo sfondo, e poi in primo piano, a colorare il suono, in un modo che Paul Buckmaster avrebbe approvato,  mentre in The Mood That I’m In va di groove, tra funky e swing, con una chitarrina pungente ed un eccellente lavoro d’assieme di tutti i musicisti impiegati e la voce sempre godibile di Beth, qui un poco più vivace, non ti dà la scossa di molti dei brani con Bonamassa, ma l’insieme è più mosso. Mechanical Heart è un’altra ballata struggente, quella scelta come motivo promozionale per presentare l’album prima dell’uscita https://www.youtube.com/watch?v=nM2N4BeRkFE,  bellissima, ariosa, radiofonica nel senso più nobile del termine, con gli archi che la avvolgono e la nobilitano in modo deciso. As Long As I Have A Song potrebbe, come ricordavo all’inizio, avvicinarsi alle sonorità di grandi cantautrici come Laura Nyro o Carole King, anche se con la voce di Beth Hart che è uno strumento di grande fascino di per sé. Conclude la bonus track (ormai un obbligo per le case discografiche) Mama This One’s For You, dove Beth siede al piano in solitaria per un sentito omaggio alla sua amata genitrice.

Concludendo, questo Better Than Home, più lo senti più ti piace, bisogna ascoltarlo diverse volte, ma poi ti entra dentro e anche se non ha la forza dirompente delle collaborazioni con Bonamassa ( e della sua chitarra) è forse il suo miglior disco da solista, o da cantautrice, se preferite. Comunque dal vivo è imperdibile!

Bruno Conti

Sempre A Proposito Di “Giovani Promesse”! Paul Jones – Suddenly I Like It

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Paul Jones – Suddenly I Like It – Airline Records/Continental Blue Heaven/Ird

Paul Jones non ha fatto molti album solisti, cinque o sei tra il 1966 e il 1972, poi circa 35 anni di silenzio quando è riapparso con un nuovo album Starting All Over Again (che mi sembra di avere recensito, ma non avendo sempre tenuto un archivio preciso, ogni tanto ho dei dubbi, forse la recensione era della reunion della Blues Band?), pubblicato nel 2009 e prodotto da Carla Olson, e con la partecipazione di Eric Clapton, di cui tra un attimo. Ora esce questo nuovo Suddenly I Like It, sempre prodotto dalla Olson, che da qualche anno è diventata anche una apprezzata produttrice, arricchito dalla partecipazione di alcuni nomi di pregio della scena rock internazionale. Come molti sapranno il 73enne (portati benissimo) Jones non è un certo un novellino, tuttora tra i più rinomati esperti di Blues, collaboratore della BBC e ideatore di varie manifestazioni dedicate alla musica del diavolo, il nostro Paul era già in pista nel 1962 in un duo con tale Elmo Lewis, che poi altri non era che Brian Jones che insieme al socio Keith Richards gli propose di entrare in un “nuovo gruppo” che stavano formando. Paul Jones rifiutò e dopo essere transitato dai Blues Incorporated di Alexis Korner, dove c’erano anche Long John Baldry e Mick Jagger,  entrò, come cantante ed armonicista (strumento di cui era ed è grande virtuoso) nei Manfred Mann, rimanendo con loro fino al 1966, prima di iniziare una carriera solista e diventare anche un apprezzato attore teatrale e cinematografico (per esempio in Privilege) e cantante in musical e opere rock, Evita su tutti.

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Verso la fine degli anni 70, in piena era punk e new Wave, fu uno dei fautori della “seconda ondata” del british blues, con la sua Blues Band, insieme a Dr. Feelgood, Nine Below Zero e altri gruppi minori, alternando poi la sua attività musicale con varie trasmissioni radio e televisive per la BBC sul blues e “prestando” la sua armonica in varie produzioni anche di pop e rock. Continua a collaborare con gli ex Manfred Mann, ribattezzati Manfreds e la Blues Band è ancora in attività, con dischi e concerti https://www.youtube.com/watch?v=HtVmNcNKj-4 . Diciamo subito che il nuovo album, a dispetto dell’età del protagonista, è sempre fresco e pimpante, Paul Jones non ha perso una virgola della sua eccellente impostazione vocale, i brani sono piccoli classici del blues, del rock e anche del jazz, sempre ben miscelati nell’attitudine musicale del nostro, ci sono pure alcune canzoni scritte per l’occasione e il tutto si ascolta con gran piacere https://www.youtube.com/watch?v=_EF6oBpSYEA . Aggiungiamo, per i fans di Clapton, che i due brani con “Manolenta”, aggiunti in coda al CD nella versione Airline, Choose Or Cop Out  https://www.youtube.com/watch?v=9H4M-8dD1nw e Starting All Over Again, sono in effetti gli stessi già presenti nel disco del 2009 e non inseriti nella versione europea dell’album della Continental Blue Heaven, quindi non è una fregatura qualsiasi edizione troviate, vanno bene entrambe. La formazione è la stessa del 2009, Jake Andrews, giovane chitarrista texano di buon spessore,Tony Marsico, vecchio bassista dei Cruzados, Mike Thompson, tastiere e Alvino Bennett, batterista di lunga militanza.

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Si parte con Are You Lonely For Me Baby, un super classico scritto da Bert Berns, cantata da tutti, Al Green, Otis Redding, Gregg Allman, Buddy Guy, Buster Poindexter, Steve Marriott e mille altri, veicolo ideale per la voce ancora potente e di grande intensità di Paul Jones, suono classico con tastiere, chitarre e armonica che sottolineano il cantato di Jones, Lonely Nights è un bluesone di quelli classici ma poco noti, scelto da Paul, grande conoscitore di un repertorio sterminato, Sit Back Down l’ha scritta lui e la voce e l’armonica viaggiano sempre spedite e sicure https://www.youtube.com/watch?v=y3gzHta30WU . Come Jagger, Jones ha sempre una gran voce, naturale e mai forzata, e lo dimostra anche in Beggar For The Blues, dove la solista, per l’occasione, è quella di un ispirato e pimpante Joe Bonamassa https://www.youtube.com/watch?v=-TCqcwEwU5Y . Oh Brother Where Are You è una raffinata ballata soul jazz, con il sax di Tom Jr. Morgan e la voce di supporto di Little Willie G a dividersi la scena con la voce matura di Paul Jones, che è ancora in grado di scatenarsi all’armonica, nel duetto strumentale con il piano di Jools Holland in Mountain Boogie e cantare con forza il blues in Suddenly I Like It https://www.youtube.com/watch?v=pGf8LvhcdZE  o essere suadente e classico, da pefetto crooner, in una torch ballad come Don’t Go To Strangers, degna del miglior Nat King Cole. In Remember Me Jools Holland passa all’organo e Todd Wolfe aggiunge la sua resonator guitar con eccellenti risultati, tra blues e gospel, e anche l’apparizione di un vecchio amico come Vince Melouney, il primo chitarrista dei Bee Gees (parliamo di quasi 50 anni fa), non puzza solo di malinconia, ma la fiatistica Soul To Soul ha “anima” e dignità. Senza stare a ricordare tutti i brani, il disco, pur non essendo certo un capolavoro, è onesto e ben suonato, anche in questo caso  può bastare!

Bruno Conti

Nothing But The Blues…And More, Senti Che Roba: Può Bastare?! Joe Bonamassa – Muddy Wolf At Red Rocks

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Joe Bonamassa – Muddy Wolf At Red Rocks -2CD/2DVD/BRD Provogue/Edel

Sappiamo tutti che Joe Bonamassa, per usare un eufemismo, è un artista prolifico, e quindi essendo passati ben sei mesi dall’ultimo, ottimo, album di studio, Different Shades Of Blue http://discoclub.myblog.it/2014/09/10/ebbene-si-eccolo-joe-bonamassa-different-shades-of-blues/ , ci si chiedeva quale sarebbe stata la prossima mossa di Joe. Ma in effetti l’artista di Utica, stato di New York, la mossa l’aveva già pianificata lo scorso 31 agosto del 2014, quando, nel meraviglioso anfiteatro naturale di Red Rocks, a due passi da Denver, Colorado, e di fronte a 9.000 entusiasti spettatori, ha organizzato una speciale serata unica dedicata al Blues ed in particolare a quello di due titani delle 12 battute come Muddy Waters e Howlin’ Wolf, da cui il titolo Muddy Wolf At Red Rocks. Negli ultimi anni il buon Joe sembra avere “messo la testa a posto”: una ottima serie di album, in studio e dal vivo (non ve li ricordo tutti perché sono veramente tanti) ma non sbaglia un colpo, e non è che prima non avesse fatto buoni dischi, ma la sua carriera, quantomeno a livello critico, era stata più discontinua. Diciamo che la collaborazione con il produttore sudafricano Kevin Shirley, ha giovato ad entrambi i personaggi, con un percorso lento ma sempre più sicuro, disco dopo disco, stanno creando un body of work che rivaleggia con quelli dei grandi Guitar Heroes del passato.

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Una delle “piccole lacune” da colmare era quella di un disco dedicato completamente al Blues; in effetti in passato Bonamassa, nel 2003, aveva già dedicato un disco che, fin dal titolo, Blues Deluxe, era un tributo alla musica del diavolo, ed infatti viene considerato uno dei dischi migliori della sua discografia, però, accanto ad alcuni brani classici, c’erano anche un paio di composizioni autografe e la title-track, a firma Jeff Beck/Rod Stewart, peraltro bellissima, che non si possono certo considerare pietre miliari della musica nera. Questa volta tutto è stato fatto a puntino: dalla scelta della band che lo accompagna, i “soliti” Anton Fig alla batteria e Michael Rhodes al basso, solidissima sezione ritmica, l’ultimo arrivato, il tastierista della Florida Reese Wynans, vecchio pard di SRV, ma che era già in pista sul finire anni ’60, con i Second Coming pre-Allmans, la sezione fiati composta da Lee Thornburg, Ron Dziubla e Nick Lane, ormai una presenza fissa negli ultimi anni, e, per l’occasione, il chitarrista americano Mike Henderson, che proprio recentemente ha dato alle stampe un nuovo album, If You Think It’s Hot Here, dopo parecchi anni di silenzio discografico, qui utilizzato, con ottimi risultati, come armonicista e Kirk Fletcher dei Mannish Boys, altro veterano del blues, alla seconda chitarra. Il risultato è un bijou, disponibile in doppio CD o doppio DVD  e Blu-Ray (con vari contenuti extra nei supporti video, tra cui un breve documentario sul viaggio di Kevin e Joe al famoso Crossroads, il dietro le quinte del concerto e materiale d’archivio dedicato a Muddy e al Wolf): secondo me il disco meriterebbe almeno 4 stellette, ma visto che ci sono ancora gli scettici che considerano Bonamassa un volgare caciarone dal suono pesante e violento, gli consiglierei di ascoltarsi questo disco o video dal vivo e ricredersi.

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Si tratta veramente di una serata blues con i fiocchi e controfiocchi: fin dall’introduzione atmosferica dello strumentale We Went Down To The Mississipi Delta, all’ultima nota dei credits che scorrono sulla finale Muddy Wolf, Bonamassa e soci dimostrano come si suona O’blues. La prima parte del concerto è dedicata al repertorio di McKinley Morganfield, in arte Muddy Waters, ed ecco così scorrere, preceduta dalla versione originale, Tiger In Your Tank https://www.youtube.com/watch?v=vlqK4DMhawk , un inizio da brividi, per un brano che molti non considerano uno dei super classici, ma che è perfetto con il suo mood swingante per aprire le operazioni, con Joe che comincia a regalarci il primo dei suoi soli, che saranno numerosi e sempre molto variati, con un perfetto uso della solista, misurata, cristallina e perfetta come in rare precedenti occasioni mi è capitato di ascoltare, sempre misurato ma in grado di regalare le sue proverbiali zampate. Da I Can’t Be Satisfied, dove da perfetto band leader comincia a chiamare gli assolo dei suoi musicisti, il primo, Mike Henderson all’armonica e poi il suo, inserito alla perfezione nel contesto di uno dei cavalli di battaglia di Waters https://www.youtube.com/watch?v=_q3L0my3cao . Ma è con You Shook Me che le cose cominciano a farsi serie, Wynans passa al piano, Bonamassa canta sempre benissimo e comincia a scaldare la sua chitarra, per quello che sarà uno degli interventi solistici più belli della serata, con un fiume lungo e torrenziale di note che inizia a scorrere con grande intensità, sembra di ascoltare il suo idolo Eric Clapton in serata di grazia, grande musica. Che non si ferma neppure con Stuff You Gotta Watch, altro swing-blues dove fiati ed interventi misurati di Henderson, Wynans, Fletcher e un ingrifato Bonamassa ci riportano alle origini del blues https://www.youtube.com/watch?v=wvOwOrBrxNI , prima di tramortirci di nuovo con una versione micidiale di Double Trouble, brano che spesso viene accostato anche alla figura di Otis Rush, ma pure a Clapton che ne ha spesso rilasciato delle versioni da manuale, e qui Joe, di nuovo baciato dall’ispirazione dimostra di nuovo perché è veramente un grande chitarrista, in uno degli altri momenti topici della serata.

Real Love raffredda brevemente gli animi (si fa per dire perché è comunque un gran canzone) ma è un attimo, perché Bonamassa dimostra di essere anche un grande chitarrista slide e indossato il bottleneck ci regala una versione devastante di My Home Is On The Delta, Chicago Blues allo stato puro, per concludere la prima parte della serata con il train time inarrestabile di All Aboard, tra sferzate di chitarra ed armonica. Lo show riprende, preceduto da un breve talking di Howlin’ Wolf che ci spiega cosa è il blues, e si riparte proprio con un super classico come How Many Years, con tutta la band in gran spolvero https://www.youtube.com/watch?v=9Tk-4aC2lok  e poi si susseguono i ritmi sincopati della immancabile Shake For Me, con retrotoni quasi R&B https://www.youtube.com/watch?v=Hv2hGTGrwvI , la scatenata Hidden Charms in odore di boogie e R&R https://www.youtube.com/watch?v=TWh57xQG3wo , prima dell’immortale riff di Spoonful, condita da un altro assolo di chitarra di quelli da sentire per credere, otto minuti di pura magia sonora, che rievocano le migliori serate dei Cream, perché siamo su quei livelli https://www.youtube.com/watch?v=MJMzjqsitq0 , seguita da un altro dei brani più conosciuti della storia, una pimpante e ricca di ritmo Killing Floor che confluisce in un’altra intensa punta della serata, di nuovo il “lupo” più cattivo, ecco il momento del Diavolo, Evil (is going on), uno slow blues dove c’è spazio anche per l’armonica di Henderson, il solito inarrestabile fiume di note di Bonamassa, ispiratissimo ancora una volta, che entusiasma il pubblico, prima di lanciare l’ultimo brano della seconda parte, All Night Boogie (All Night Long), che finisce in gloria la serata con tutto il gruppo al proscenio, musicisti di classe e sostanza come raramente è dato ascoltare in un concerto blues in questi anni moderni.

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La serata non è finita e Joe ritorna per presentare alcuni dei suoi classici, dove potrà dare luogo anche a qualche escursione con il suo pedale wah-wah, raramente innestato nel corso della serata di blues elettrico, ma ora è tempo di rock-blues, e così arrivano, l’omaggio a Jimi Hendrix di Hey Baby (New Rising Sun), Oh Beautiful e Love Ain’t A Love Song, che allora erano nuove per il pubblico presente, una tiratissima Sloe Gin ed un’epica Ballad Of Joe Henry, tra le due quasi venti minuti di rock-blues feroce e selvaggio che illustrano anche il lato più heavy ed entusiasmante della musica del nostro amico. Titoli di coda, fine: uno dei migliori album dal vivo di questi anni, dovrebbe bastare!

Bruno Conti

“Finalmente”, L’Inevitabile Omaggio Di Joe Bonamassa A Due Grandi Del Blues! Muddy Wolf At Red Rocks

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Joe Bonamassa – Muddy Wolf At Red Rocks – 2 CD/ 2 DVD/ Blu-Ray – J&R Adventures/Mascot/Provogue – 24-03-2015

Il Blues non è certo una materia ignota nel vocabolario musicale di Joe Bonamassa, alla fonte delle proprio canzoni, innervato da rock, jazz, funky, soul e da mille altre sfumature, ma sempre presente nella discografia del chitarrista di New York. Come ha dichiarato lo stesso Joe in varie interviste il suo incontro con le 12 battute è nato dall’ascolto dei “British Guys”, citando come dischi fondamentali il primo Bluesbreakers di John Mayall con Eric Clapton, Irish Tour di Rory Gallagher e Goodbye dei Cream, come influenze primarie e anche Texas Flood di Stevie Ray Vaughan, negli anni della sua gioventù. E tra i grandi chitarristi sono soprattutto quelli inglesi i più amati, oltre a Clapton, Peter Green, Paul Kossoff, Jimmy Page, Jeff Beck, Gary Moore, oltre naturalmente a Jimi Hendrix, mentre i grandi bluesmen neri, T-Bone Walker, Muddy Waters, Robert Johnson, B.B. King e molti altri, sono venuti solo in un secondo tempo, quando Bonamassa ha iniziato ad approfondire le radici della musica che più amava. Brani del songbook classico del Blues appaiono più o meno in quasi tutti i dischi in studio e dal vivo del nostro Joe, ma, fino ad oggi, l’unico album che era andato direttamente ad esplorare questo repertorio era stato Blues Deluxe del 2003, dove accanto a tre brani originali spiccavano nove cover pescate in quel serbatoio, forse non tra le più celebri, e con una, la title-track, firmata da Jeff Beck e Rod Stewart.

Però, stranamente, in quel disco, non c’era neppure un brano di Muddy Waters o Howlin’ Wolf. Questo nuovo Live, Muddy Wolf At Red Rocks (che esce a “ben” sei mesi dall’ultima ottima prova di studio del nostro prolifico, in mancanza di un termine migliore, amico http://discoclub.myblog.it/2014/09/10/ebbene-si-eccolo-joe-bonamassa-different-shades-of-blues/) è il resoconto di un concerto tenuto lo scorso anno, il 31 agosto per un evento “one night only”, organizzato nella suggestiva location del famoso anfiteatro naturale nei pressi di Denver; Colorado, ai piedi delle Montagne Rocciose. La particolarità è quella che, come ricorda il titolo, i brani sono un tributo all’opera di due dei più grandi bluesmen elettrici, entrambi su etichetta Chess, prodotti dalla scena musicale america, Muddy Waters e Howlin’ Wolf, con l’aggiunta di sei brani scelti tra i migliori della produzione di Joe Bonamassa, anche quella più recente. La formazione è quella classica degli ultimi dischi, quindi allargata ad una sezione fiati, e con l’aggiunta di Mike Henderson all’armonica e Kirk Fletcher alla seconda chitarra. Gli altri sono i soliti: Anton Fig (batteria), Michael Rhodes (basso), Reese Wynans (piano, organo Hammond ), Lee Thornburg (tromba e arrangiamenti della sezione fiati), Ron Dziubla (sax), Nick Lane (trombone).

Questi i contenuti del doppio CD:

Mississippi Heartbeat (Intro)
Muddy Waters
Tiger In Your Tank
I Can’t Be Satisfied
You Shook Me
Stuff You Gotta Watch
Double Trouble
Real Love
My Home Is On The Delta
All Aboard
Howlin’ Wolf
How Many More Years
Shake For Me
Hidden Charms
Band Introductions
Spoonful
Killing Floor
Evil (Is Going On)

All Night Boogie (All Night Long)
Hey Baby (New Rising Sun)
Oh Beautiful!
Love Ain’t A Love Song
Sloe Gin
Ballad of John Henry

Nella versione DVD e Blu-Ray, negli extra, circa 90 minuti, troviamo filmati girati nel dietro le quinte, uno spazio chiamato “The Originals” con materiale di archivio di Waters e Howlin’ Wolf e un “…To Crossroads”, che racconta il viaggio di Bonamassa e del produttore Kevin Shirley verso il famoso incrocio https://www.youtube.com/watch?v=oKNC8creUCw .

A giudicare dai due filmati già postati in rete e che vedete sopra mi sembra che Bonamassa abbia ancora una volta centrato l’obiettivo. Ovviamente, dopo l’uscita dell’album, prevista per il 24 marzo p.v., ci sarà l’occasione di parlarne più diffusamente.

Bruno Conti

Parenti Eccellenti! Mahalia Barnes & The Soulmates – Ooh Yea The Betty Davis Songbook

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Mahalia Barnes & The Soulmates – Ooh Yea The Betty Davis Songbook – Provogue/Edel

Mahalia Barnes ha sia un nome che un cognome che mi dicono qualcosa: il cognome è lo stesso del suo babbo (il poderoso cantante australiano Jimmy Barnes, e lo zio è Johnny Diesel, sposato con la sorella della moglie di Jimmy e leader degli ottimi Diesel), il nome di battesimo il padre glielo ha dato in onore della grande cantante gospel, Mahalia Jackson. Era quasi inevitabile che con simili precedenti familiari anche la giovane Barnes (ma ormai ha i suoi bravi 32 anni) si sarebbe data alla musica ed in effetti con le sorelle ha iniziato a cantare quando era meno che una adolescente. Ha già prodotto un paio di EP e un album a nome proprio, oltre ad un disco in coppia con Prinnie Stevens, sua compagna di viaggio al The Voice Australia, dove nessuna delle due ha vinto, ma almeno partecipano come “Sister Of Soul”, piuttosto che “sorelle” vere! Recentemente ha partecipato al disco di duetti di babbo Jimmy Barnes, 30:30 Hindsight http://discoclub.myblog.it/2014/11/04/30-anni-jimmy-barnes-hindsight/ , firmando una delle migliori prove con Stand Up. In quell’occasione, già che si trovavano down under e avevano tre giorni liberi, il produttore Kevin Shirley e Joe Bonamassa, sono entrati in studio con Mahalia Barnes ed i suoi Soulmates e qui si sono detti, che facciamo?

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Perché non un bel disco tributo ad una delle donne simbolo della fine anni ’60, primi anni ’70, quella Betty Davis che ai meno attenti non dirà nulla (non è l’attrice ovviamente), ma agli amanti della buona musica, viceversa sì. Modella, attrice, cantante, moglie di Miles Davis, secondo varie voci (tra cui lo stesso Davis nella sua autobiografia) colei che ha introdotto Jimi Hendrix e Sly Stone al grande Miles (e viceversa), piantando i primi germi della svolta elettrica di quegli anni, e quello che più importa autrice di tre ottimi album usciti nel 1973-1974-1975 per la Just Sunshine e ripubblicati in CD dalla Light In The Attic.

Si tratta di un vero compendio di sana ed ottima funky music, mista a rock, soul e R&B, che ha sicuramente influenzato gente come Rick James, Prince, Erykah Badu, i Roots e moltissimi altri negli anni a venire, e penso anche i Rufus di Chaka Khan, nati più o meno in contemporanea, mentre anche lo Stevie Wonder di quel periodo era a sua volta una influenza.

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Se tutti questi nomi non vi sono ignoti, in questo album di Mahalia Barnes troverete di che compiacervi: con un bel sound realizzato da Shirley, la presenza fissa e costante di Joe Bonamassa che con la sua chitarra rilascia una serie di assolo che dimostrano che la parentesi con i Rock Candy Funk Party non era dovuta al caso. Darren Percival, altro concorrente a The Voice (mi sa che è meglio di quello nostrano!) duetta in una “cattivissima” Nasty Gal, dove anche il buon Joe rivolta la sua solista come un calzino, il papà appare come indiavolata voce aggiunta nella seconda parte di Walking Up The Road, uno dei tanti brani che non hanno nulla da invidiare al repertorio più R&B-soul oriented della coppia Beth Hart/Joe Bonamassa.

Le ballate e i brani lenti non sono molti, anzi direi uno, ma In The meantime è una piccola delizia di pura soul music, impreziosita dal lavoro prezioso della chitarra di Bonamassa, ormai un uomo per tutte le stagioni (e tutti i generi); per il resto è un impazzare di chitarrine choppate, clavinet, piani elettrici e organo messi ovunque sul groove super funky di un basso spesso slappato e batteria dai ritmi sincopati, in brani che rispondono a nomi come He Was A Big Freak, Anti-Love Song, Shoo-B-Doop And Cop Him, If I’m In Luck I Might Get Picked Up dove ricorrono termini piccanti e salaci tipo “Wiggling my Fanny”, che però secondo la Barnes in Australia hanno altri significati. In definitiva se vi piace un suono crudo, gagliardo, sentito oggi magari non particolarmente innovativo, ma ruspante e decisamente ben suonato vi consiglio di farci un pensierino https://www.youtube.com/watch?v=uG9KSnwy5cU . Lei è brava, ha una bella voce, potente e decisa, Bonamassa e Shirley ultimamente sono una garanzia, il gruppo dei Soulmates è ben bilanciato, non sarà un capolavoro ma perché no? Potete pensarci con calma, perché tanto esce verso fine febbraio, il 24 per la precisione!

Bruno Conti