Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

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Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

Dal Vivo E Dal Texas! 1: Robert Earl Keen – Robert Earl Keen – Live Dinner Reunion

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Robert Earl Keen – Live Dinner Reunion – Dualtone 2CD

Robert Earl Keen, texano doc, è uno dei migliori countrymen venuti fuori dal Lone Star State (e non solo) negli ultimi trent’anni. Diretto discendente della scuola cantautorale di Townes Van Zandt e di Guy Clark, Robert ha sempre affiancato alle sue ballate tipicamente texane brani dal piglio più elettrico, diventando in breve tempo un autore tra i più considerati e più coverizzati: le sue canzoni sono state infatti interpretate negli anni da un largo range di artisti di primo piano, come Joe Ely, The Highwaymen, Dixie Chicks, Lyle Lovett, George Strait e Nanci Griffith. Keen è sempre stato uno che ha pensato a lungo i propri album, ed infatti ne ha pubblicati soltanto 12 in 32 anni di carriera, ma con risultati qualitativi sempre ottimi, dall’esordio di No Kinda Dancer, allo splendido A Bigger Piece Of Sky (ancora oggi il mio preferito), passando per i notevoli Gringo Honeymoon, Picnic, Gravitational Forces ed arrivando ai più recenti The Rose Hotel e Ready For Confetti. Ad una discografia di studio numericamente parsimoniosa Robert ha sempre affiancato un’attività live molto densa, ed il numero di dischi dal vivo pubblicati negli anni, ben sei escluso quello di cui sto per scrivere, è sintomatico.

Live Dinner Reunion, il suo nuovo doppio CD (che, come dicevo, è il settimo registrato on stage), è però un album particolare, in quanto è il seguito, esattamente vent’anni dopo, di N. 2 Live Dinner, il suo lavoro live più famoso e di successo, una sorta di greatest hits dal vivo dell’epoca: questo nuovo lavoro è la versione 2.0 di quell’album, e come allora è stato registrato al mitico Floore’s, un country store & restaurant aperto da ben 70 anni nel piccolo centro di Helotes, appena fuori San Antonio, e dal quale sono passate tutte le massime leggende della musica texana. Live Dinner Reunion è il disco dal vivo definitivo per Keen, vuoi per il fatto che prende in esame i pezzi più noti di tutta la sua carriera, vuoi per il fatto che è inciso e prodotto con tutti i crismi (da Lloyd Maines, il miglior produttore texano in circolazione), ma anche per il nutrito numero di ospiti di prestigio presenti per duettare con Robert. E poi, naturalmente, c’è proprio Keen, a suo agio come non mai sul palco (ed il pubblico è caldissimo e conosce tutti i brani a menadito), intrattiene alla grande durante tutte le 17 canzoni presenti (le tracce indicate sulla confezione del CD sono 26, ma nove sono dialoghi e presentazioni), accompagnato da una solidissima band di sei elementi guidata dal chitarrista Rich Brotherton, con la steel guitar ed il dobro di Marty Muse, il mandolino di Kym Warner, il violino indiavolato di Brian Beken, e l’ottima sezione ritmica formata da Bill Whitbeck al basso e Tom Van Schaik alla batteria.

Non mancano le tipiche ballate polverose ed arse dal sole del nostro, come la fluida e distesa Feelin’ Good Again, che apre la serata, la western oriented I Gotta Go e l’honky-tonk Merry Christmas From The Fam-O-Lee, amatissima dal pubblico; è rappresentato molto bene anche il lato rockin’ country di Keen, con l’epica Gringo Honeymoon, texana al 100%, il divertente rock-grass Hot Corn, Cold Corn, la strepitosa Shade Of Gray, un racconto western dal pathos enorme, ed una sfavillante versione tutta ritmo della splendida Amarillo Highway, uno dei classici di Terry Allen (che avrei voluto vedere sul palco con lui, ma non si può avere tutto). E poi ci sono gli ospiti, nomi che danno lustro alla serata ed al songbook di Keen, a partire dal grande Lyle Lovett con la languida This Old Porch (scritta proprio con Robert) e con il classico di Jimmie Rodgers T For Texas, proposta in una deliziosa versione elettroacustica, seguito dal bravo Cory Morrow con l’intensa I’ll Go On Downtown, una delle più belle ballate dello show, e da Bruce Robison con la splendida No Kinda Dancer, una delle più conosciute del nostro. Tre ospiti nel primo CD e tre anche nel secondo: Cody Braun (Reckless Kelly) nella saltellante Wild Wind, puro country, Cody Canada nella lunga Lonely Feelin’, un brano folkeggiante di grande impatto, con una parte centrale chitarristica da urlo, ma soprattutto il grande Joe Ely nello splendido finale di serata, con la formidabile The Road Goes On Forever, la signature song di Keen, valorizzata dalla carismatica voce di Joe che non ha perso un’oncia della sua bellezza (e non è un duetto, canta solo Ely).

Non c’era bisogno di questo Live Dinner Reunion per confermare che Robert Earl Keen è uno dei più validi songwriters texani in circolazione, ma se amate il genere il suo acquisto diventa quasi d’obbligo.

Marco Verdi

Due Notevoli Ristampe…Nel Segno Del Texas! Steve Earle – Guitar Town/Terry Allen – Lubbock (On Everything)

steve earle guitar town deluxe

Steve Earle – Guitar Town/30th Anniversary Edition – MCA/Universal 2CD

Terry Allen – Lubbock (On Everything) – Paradise Of Bachelors 2CD

Parliamo di due ristampe, ma non ristampe qualsiasi, in quanto nella fattispecie si tratta di due dischi a loro modo fondamentali, l’uno perché ha dato il via ad una carriera luminosa (e l’album in sé è considerato tra i più importanti nell’ambito della rinascita del country nella seconda metà degli anni ottanta), ed il secondo perché è semplicemente un capolavoro, il miglior lavoro di uno degli artisti di culto per eccellenza: entrambi i dischi, poi, hanno il Texas come elemento in comune.

Steve Earle, a dire il vero, è sempre stato un texano atipico, in quanto ha vissuto per anni a Nashville e da parecchio si è spostato a New York, ma la sua musica, almeno nei primi anni, risentiva non poco dell’influenza del Lone Star State. Penso che un disco come Guitar Town non abbia bisogno di presentazioni: considerato giustamente come uno degli album cardine del movimento new country breed (solitamente associato a Guitars, Cadillacs di Dwight Yoakam, uscito lo stesso anno), contiene una bella serie di classici di Steve, brani che hanno resistito nel tempo e che ancora oggi suonano freschi ed attuali, in più con una qualità di incisione decisamente professionale (è stato uno dei primi album country ad essere inciso in digitale), che questa nuova edizione ha ulteriormente migliorato. Non dimentichiamo che Steve aveva avuto molto tempo per preparare queste canzoni, dato che aveva iniziato a frequentare l’ambiente giovanissimo già negli anni settanta (era nel giro di Guy Clark e Townes Van Zandt), ma non era mai riuscito a pubblicare alcunché prima del 1986, complice anche una fama di ribelle e di persona dal carattere poco accomodante (con già tre matrimoni falliti alle spalle, mentre oggi siamo arrivati a sette), che da lì a qualche anno lo condurrà anche dietro le sbarre. Earle nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal rock, al folk, alla mountain music, al blues, ma Guitar Town, così come Exit 0 uscito l’anno dopo, era ancora un disco country, anche se molto elettrico e con poche concessioni al suono di Nashville, merito anche dei Dukes, band che accompagnerà Steve praticamente durante tutta la carriera, pur con vari cambi di formazione (questa prima versione vede gente del calibro di Richard Benentt, in seguito collaboratore fisso di Mark Knopfler, Bucky Baxter, poi per anni in tour con Bob Dylan, Harry Stinson ed Emory Gordy Jr., che produce anche il disco).

Guitar Town andrà al numero uno in classifica, ma Steve a questo non importerà, dato che da lì a due anni darà alle stampe il suo capolavoro, Copperhead Road, pieno di sonorità rock non molto nashvilliane, con grande scorno dalla MCA che pensava di fare di lui una superstar. E’ sempre un grande piacere riascoltare comunque grandi canzoni (e futuri classici del genere) come la title track, Good Ol’ Boy (Gettin’ Tough) e Someday, scintillanti country-rock come Goodbye’s All We’ve Got Left e Fearless Heart, o country puro come la tersa Hillbilly Highway, chiaramente influenzata da Hank Williams, ma anche esempi dello Steve balladeer, con le lucide ed intense My Old Friend The Blues e Little Rock’n’Roller (ma Think It Over e Down The Raod non sono certo dei riempitivi): tutti brani che se conoscete un minimo il nostro non vi saranno certo ignoti. Il secondo CD di questa edizione per il trentennale ci propone un concerto inedito, registrato a Chicago a Ferragosto dello stesso anno, inciso benissimo, e con Steve e Dukes  in gran forma che suonano tutte le canzoni di Guitar Town, in veste molto più rock che su disco (che qua e là qualche arrangiamento più “cromato” ce l’aveva), oltre a sette pezzi in anteprima da Exit 0 (su dieci totali), tra cui segnalerei la springsteeniana Sweet Little 66, il country’n’roll The Week Of Living Dangerously e la trascinante San Antonio Girl, uno splendido tex-mex in puro stile Sir Douglas Quintet, ed in più la sua signature song The Devil’s Right Hand, due anni prima di Copperhead Road ed in versione molto più country (ma l’aveva già incisa Waylon Jennings, che Steve ringrazia prima di suonarla) ed una solida rilettura elettrica di State Trooper, proprio quella del Boss.

terry allen lubbock

Terry Allen è invece sempre stato legato a doppio filo al natio Texas, dal momento che le sue canzoni ne hanno sempre parlato in lungo e in largo, e questa può essere una delle ragioni per le quali all’interno dei confini texani è una vera e propria leggenda, ma al di fuori non ha mai sfondato. Però Terry se ne è sempre fregato, ha sempre fatto musica quando aveva la voglia e l’ispirazione (appena nove dischi in quarantun anni parlano chiaro), e non ha mai cambiato il suo stile diretto, ironico e pungente, a volte persino “perfido”, al punto che l’ho sempre visto, dato che è anche un ottimo pianista, come una sorta di Randy Newman texano, ma con una vena sarcastica spesso ancora più accentuata, quasi a livello di Warren Zevon (che quando voleva sapeva essere cattivo come pochi). Anche apprezzato pittore, Allen è considerato in maniera un po’ riduttiva un artista country, ma in realtà è un songwriter fatto e finito, capace di scrivere canzoni geniali e di usare il country come veicolo espressivo. Il suo esordio, Juarez (già un ottimo disco) è datato 1975, ma è con il doppio Lubbock (On Everything), uscito quattro anni dopo, che il nostro firma il suo capolavoro, un disco pieno di grandi canzoni, che non ha una sola nota fuori posto, suonato e cantato alla grande e che negli anni è sempre stato considerato un album di grande ispirazione da parte dei suoi colleghi, e ancora oggi è giudicato uno dei progenitori del movimento alternative country. Negli anni Lubbock ha beneficiato di diverse ristampe in CD, ma tutte, volendolo far stare su un solo dischetto, presentavano diverse parti accorciate, canzoni in ordine diverso e talvolta persino eliminate (High Horse Momma), così da snaturare l’opera originale. Oggi finalmente esce per la Paradise Of Bachelors (*NDB etichetta specializzata in artisti oscuri, ma spesso interessanti: Hiss Golden Messenger, Itasca, Nathan Bowles, Steve Gunn, ma anche Michael Chapman) questa bellissima ristampa in doppio CD digipak, ricco libretto pieno di note e commenti (anche di Allen stesso), un suono parecchio rinvigorito e, cosa più importante, per la prima volta dal vinile originale le canzoni conservano la loro lunghezza e sono messe nell’ordine corretto. Ed il disco si conferma splendido, con Terry accompagnato da una band da sogno (con Lloyd Maines come direttore musicale, polistrumentista e produttore, più Ponty Bone alla fisarmonica, Kenny Maines e Curtis McBride a basso e batteria, Richard Bowden al violino, oltre a Joe Ely all’armonica ed al suo chitarrista dell’epoca Jesse Taylor).

Con una serie di canzoni splendide, a partire dalla più famosa, la straordinaria New Dehli Freight Train che era già stata pubblicata due anni prima dai Little Feat nell’album Time Loves A Hero, qui in una versione potente e più country di quella del gruppo di Lowell George, ma pur sempre un grandissimo brano. Il pianoforte è centrale in tutte le canzoni, fin dall’apertura di Amarillo Highway, una country song strepitosa, cantata con forza e suonata in modo magnifico, con un ritornello memorabile, subito seguita dalla languida High Plains Jamboree, tutta incentrata su piano e steel, dallo scintillante honky-tonk The Great Joe Bob e dalla straordinaria The Wolfman Of Del Rio, solo voce, piano e chitarra, ma con un motivo splendido ed un feeling enorme. E ho nominato solo le prime quattro, ce ne sono ancora diciassette, ma il livello resta sempre altissimo, a tal punto che la parola capolavoro non è sprecata: mi limito a citare la squisita The Girl Who Danced Oklahoma, puro country come oggi non si fa quasi più, l’irresistibile Truckload Of Art (ma dove le trovava canzoni così?), le imperdibili Oui (A French Song) e Rendezvous USA, con testi da sbellicarsi e musica sublime, la bossa nova anni sessanta Cocktails For Three, la già citata High Horse Momma, un gustoso pastiche in puro stile dixieland, le caustiche FFA e Flatland Farmer, unite in medley e con uno strepitoso finale chitarristico, la geniale The Pink And Black Song, tra rock’n’roll e doo-wop, e la deliziosa The Thirty Years War Waltz, tra le più belle del disco e con Terry formidabile al piano.

Se non avete Lubbock (On Everything) è assolutamente arrivato il momento di correre ai ripari, se viceversa possedete anche una delle precedenti ristampe non è strettamente necessario l’acquisto di quest’ultima edizione, ma almeno andate a risentirvelo.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Live “Minori” Dell’Anno! Micky & The Motorcars – Across The Pond: Live From Germany

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Micky & The Motorcars – Across The Pond: Live From Germany – Blue Rose CD

Il titolo è un po’ un ossimoro, ma se escludiamo i mostri sacri della nostra musica, per i quali pubblicare un disco dal vivo epocale è sempre stato quasi un atto dovuto (facendo anzi notizia quando il risultato era deludente o appena normale), poche volte sono sobbalzato sulla poltrona ascoltando un live di un cosiddetto outsider (categoria comunque sempre molto numerosa) come nel caso di questo Across The Pond ad opera dei texani Micky & The Motorcars: di primo acchito mi ricordo soltanto il Live At Liberty Lunch di Joe Ely (all’epoca avevo 19 anni, quindi Joe per me era un totale sconosciuto) ed in anni più recenti il doppio Stay Alive! degli italiani Cheap Wine, che avevo fino a quel momento sempre apprezzato ma non al punto di pensarli capaci di suonare in maniera tanto infuocata su di un palco. Il combo guidato dai fratelli Micky e Gary Braun (fratelli a loro volta di Willy e Cody Braun dei Reckless Kelly, quindi una bella famiglia musicale, complimenti alla mamma!) mi aveva già colpito positivamente lo scorso anno con il riuscito Hearts From Above (sesta prova di studio dal 2003), un solido e vibrante CD di puro country-rock made in Texas, ma sinceramente non pensavo che i cinque (completano la band Dustin Schaefer alla chitarra solista, Joe Fladger al basso e Bobby Paugh alla batteria) avessero nelle corde un disco dal vivo di questa portata.

Registrato nel 2013 nelle città tedesche di Heilbronn e Stoccarda, Across The Pond è una superba collezione di canzoni elettriche e pulsanti, rock’n’roll allo stato puro con elementi country, tre chitarristi ed una sezione ritmica con le contropalle, che inoltre hanno in repertorio una serie di brani scritti in maniera perfetta, intensi ed orecchiabili nello stesso tempo, che rimandano in più punti allo Steve Earle dei primi album, anche per il timbro della voce di Micky. Un live album strepitoso, che mi farà a lungo compagnia nei prossimi mesi, e che sarebbe un delitto ignorare solo perché non è rilasciato da una band blasonata e famosa. Chitarre, batteria e basso formato macigno, chitarre, gran voce, ottime canzoni ed ancora chitarre: i fratelli Braun non inventano niente, ma al momento sono tra i migliori a fare quello che fanno. L’inizio è indicativo di come sarà il disco: Any Longer Anymore è una splendida rock’n’roll song venata di country, melodia limpida e ritmo galoppante, con le Motociclette che suonano alla grande un brano tutto da gustare.

Nobody’s Girl continua con la goduria, chitarre ruspanti, voce earliana e foga rockandrollistica figlia di band come i Rolling Stones e gli Heartbrakers di Tom PettySouthbound Street è un intenso honky-tonk elettrico, da assaporare fino all’ultima nota, meglio se con una birra ghiacciata in mano; Rock Springs To Cheyenne è puro Texas, consueta ritmica solida e spedita, ottimi fraseggi di slide e consueto refrain da applausi: il brano si fonde con la fluida Big Casino, con la quale ha più di un punto in comune, anche se qui Micky cede il microfono a Gary. Anche Raise My Glass è una grande canzone, dai toni quasi epici e suonata come al solito con precisione millimetrica; la grintosa Fall Apart ci fa immaginare macchine decappottabili e lunghe strade nel deserto, mentre Sister Lost Soul (scritta da Alejandro Escovedo) è un pezzo che si integra alla perfezione con il sound dei nostri, ed anche qui il ritornello è da urlo. La saltellante e deliziosa The Band Song precede la rocciosa Tonight We Ride, un rock’n’roll puro e semplice, ma diretto come un pugno nello stomaco; l’album si chiude con la vibrante St. Lucy’s Eyes, rock song solida e dallo script adulto, e con la roboante Bloodshot, irresistibile finale epico e chitarristico, tesa come una lama e con Micky decisamente sul pezzo vocalmente parlando https://www.youtube.com/watch?v=_HGNobmBrv4 .

Un live da non perdere, una band che in un mondo giusto se la batterebbe con i grandi, ed anche con i meno grandi ma decisamente più fortunati.

Marco Verdi

Il Ritorno Di Uno Dei Grandi Texani! Joe Ely – Panhandle Rambler

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Joe Ely – Panhandle Rambler – Rack’em CD

In realtà non se ne era andato da nessuna parte, ma comunque negli ultimi vent’anni la carriera di Joe Ely, texano doc, ha subito un deciso rallentamento, con una media di almeno quattro anni tra un disco e l’altro (e difatti il suo precedente lavoro, l’ottimo Satisfied At Last, è del 2011). Ma Joe, a parte gli inizi, quando pubblicava un LP all’anno, è sempre stato così, i dischi li ha sempre pensati e meditati, e fatti uscire quando davvero pensava ne valesse la pena, con il risultato di farlo entrare nel ristretto club di musicisti che non hanno (quasi) mai sbagliato un disco (solo un paio di tentennamenti: Hi-Res del 1984, che aveva buone canzoni ma pativa la scelta di Joe di dare al suono una veste moderna ed elettronica, e Happy Songs From The Rattlesnake Gulch del 2007, al quale invece mancavano proprio le canzoni): questo però non gli ha certo aperto le porte della celebrità e del successo, nonostante io (e non solo io) lo consideri uno dei grandi (ma ha sempre avuto anche la stima incondizionata di grandi colleghi, Bob Dylan e Bruce Springsteen su tutti).

E’ stato lasciato a piedi ben due volte da una major (tra l’altro la stessa, la MCA), ma lui se ne è giustamente fregato e, dopo aver girato alcune etichette indipendenti anche di buon nome (Hightone, Rounder), ha deciso dal 2007 di distribuire da solo i propri dischi. Panhandle Rambler (il Panhandle, letteralmente “manico della padella”, è la zona a nord del Texas, quella quadrata per intenderci, nella quale sorgono sia Lubbock, città della quale Joe è originario, che Amarillo, dove è nato) è quindi il suo nuovissimo lavoro: dodici canzoni di puro e classico Joe Ely, nel quale il nostro rivisita un po’ tutti gli stili esplorati durante una carriera ormai quarantennale, passando con disinvoltura dal rock al country, dalla ballata dal sapore messicano al folk, con il sigillo della sua splendida voce, per nulla scalfita dal passare degli anni. Tra i musicisti che lo accompagnano in questa nuova avventura troviamo quasi tutti i nomi presenti anche in album del passato, da Gary Nicholson a Lloyd Maines a Joel Guzman, passando per Glen Fukunaga ed il formidabile chitarrista flamenco olandese Teije Wijnterp (l’ho visto anni fa dal vivo nella band di Joe e credetemi ne vale la pena), in aggiunta ad altri di ottimo valore, sotto la produzione di Ely stesso.

Panhandle Rambler è un buon disco, che ci fa ritrovare un musicista ispirato e ancora voglioso di fare musica anche se non è un capolavoro, ma il classico album da tre stelle e mezza: Joe è andato sul sicuro, si è preso pochi rischi e ha preferito dare ai suoi fans esattamente quello che si aspettano da lui, con qualche guizzo ma anche un paio di episodi minori; inoltre, credo che se si rivolgesse ad un produttore esterno in grado di dare più profondità e sfaccettature al suono (Maines sarebbe perfetto) tutto l’insieme ne guadagnerebbe, così com’è in alcuni punti il sound appare un po’ monolitico (e comunque avercene di dischi così, sia chiaro).

L’album inizia con Wounded Creek: avvio lento, con Teje che arpeggia da par suo, odore di border e la voce limpida e chiara di Joe che avvolge il tutto, un brano comunque simile a molti altri scritti dal nostro in passato. Magdalene è una resa toccante e piena di pathos di una ballad scritta da Guy Clark, gli strumenti sono pochi ma i brividi lungo la schiena non mancano, specie quando entra la fisa di Guzman; Coyotes Are Howlin’, introdotta da un basso pulsante e dalla chitarra flamenco è il tipico brano epico del nostro, una di quelle cavalcate nella prateria alle quali Joe ci ha abituato nel corso degli anni, ma che è sempre un piacere ascoltare. Ogni disco di Ely che si rispetti deve avere almeno una canzone dell’amico Butch Hancock, e qui troviamo When The Nights Are Cold, un’intensa ballata guidata dall’accordion, passo strascicato e struttura classica, cantata da Joe con la consueta espressività; la saltellante Early In The Mornin’ è un gustoso country-folk elettroacustico, con un motivo centrale che si fischietta dopo due ascolti.

La spedita Southern Eyes è un rockabilly texano che uno come Joe è in grado di scrivere mentre dorme, non particolarmente originale (e dura almeno due minuti di troppo), Four Ol’ Brokes ha il classico sapore del western di confine, anche se stenta a decollare, mentre Wonderin’ Where è una rock ballad limpida ed ariosa, una di quelle per cui Joe è noto, ed è una delle più riuscite del CD. Ancora meglio Burden Of Your Load, un intrigante uptempo dalla melodia che si insinua sottopelle ed una performance spettacolare di Guzman, mentre Here’s To The Weary è un godibilissimo western swing fatto alla maniera di Joe, e cioè con un arrangiamento quasi rock. Chiudono il CD la sinuosa Cold Black Hammer e la potente You Saved Me, una rock song elettrica e vibrante che ci fa ritrovare il musicista di dischi come Love And Danger.

Non sarà il suo disco migliore ma, come già detto, questo è il Joe Ely del 2015, prendere o lasciare: e noi, volentieri, prendiamo.

Marco Verdi

Novità Di Settembre Parte III. Marvin Gaye, Richard Hawley, Joe Ely, Mercury Rev, Dave Rawlings Machine

marvin gaye volume one

Ancora un paio di titoli in uscita l’11 settembre e poi passiamo a quelli del 18 settembre. Questo è un cofanetto molto interessante, già uscito mesi fa in versione vinile, contiene i primi sette album di Marvin Gaye, che verranno ristampati, sempre in LP, anche singolarmente. Si intitola Marvin Gaye Volume One 1961-1965 (e quindi fa presumere che si saranno dei seguiti con gli album successivi)  e conterrà i primi dischi usciti per la Tamla Motown:

THE SOULFUL MOODS OF MARVIN GAYE” (1961)
THAT STUBBORN KIND OF FELLOW” (1963)
“WHEN I’M ALONE I CRY” (1964)
“HELLO BROADWAY” (1964)
“TOGETHER” With MARY WELLS (1964)
“HOW SWEET IT IS TO BE LOVED BY YOU” (1965)
“A TRIBUTE TO THE GREAT NAT KING COLE” (1965)

Ovviamente distribuzione Universal e prezzo super speciale, dovrebbe costare una trentina di euro, poco più o poco meno.

richard hawley hollow meadows

Anche Richard Hawley, che ha militato per un breve periodo nei Pulp, pubblica il suo nuovo album, Hollow Meadows, decimo della serie contando anche un paio di mini e un live. L’etichetta è sempre la Parlophone distr. Warner, è stato registrato allo Yellow Arch Studio di Sheffield nella primavera del 2015 e contiene undici brani.Tra gli ospiti Martin Simpson, che suona slide e banjo in Long Time Down, Nancy Kerr, violino e viola in The World Looks Down, I Still Want You e Nothing Like A Friend, un brano ispirato dalla grande folksinger Norma Waterson, Heart of Oak e la partecipazione del vecchio amico Jarvis Cocker in Nothing Like A Friend.

Questo signore è veramente bravo e l’album promette bene.

joe ely panhandle rambler

Un altro signore che non ha bisogno di presentazioni è Joe Ely che pubblicherà il 18 settembre il suo nuovo album Panhandle Rambler su etichetta Rack’em Records. Ci sono poche informazioni sull’album al momento, vado sulla fiducia, anche se David Grissom che è tornato come chitarrista nell’ultimo tour americano non sarà nell’album, i solisti annunciati sono Lloyd Maines, Robbie Gjersoe e Jeff Plankenhorn , più Teye, Glenn Fukunaga al basso, Joel Guzman alla fisarmonica e sempre tra i musicisti anche Davis McLarty, Pat Manske, Warren Hood, questi i titoli delle canzoni:

01. Wounded Creek
02. Magdalene
03. Coyotes Are Howlin’
04. Where the Nights Are Cold
05. Early in the Morning
06. Southern Eyes
07. Four Ol’ Brokes
08. Wondering Where
09. Burden of Your Load
10. Here’s to the Weary
11. Cold Black Hammer
12. You Saved Me

Dave Marsh, che è uno di cui mi fido ha detto che l’album è un classico, e a giudicare dal brano d’apertura dovrebbe averci preso

mercury rev the light in you

Nuovo album anche per i Mercury Rev, titolo The Light In You, etichetta Bella Union, data di uscita sempre il 18 settembre. Non c’è più David Fridmann dietro alla console e quindi la band si autoproduce. Sono passati sette anni dal precedente disco, ma a giudicare da un paio di anticipazioni dal disco che ascoltate sotto, non sembrano avere perso il “tocco”-

dave rawlings machine nashville oboslete

Attribuito a Dave Rawlings Machine, questo nuovo Nashvile Obsolete, come si desume dalla copertina, vede anche la presenza di Gillian Welch, nonché di Paul Kowert (Punch Brothers) al basso, e Willie Watson,  ex Old Crow Medicine Show, alla voce e chitarra. Ospiti Brittany Haas (fiddle) e Jordan Tice (mandolino). Sono “solo” sette canzoni, ma niente paura non è un mini album. almeno a giudicare dalla durata dei brani:

1. The Weekend 5:29
2. Short Haired Woman Blues 6:43
3. The Trip 10:55
4. Bodysnatchers 5:56
5. The Last Pharaoh 3:37
6. Candy 4:10
7. Pilgrim (You Can’t Go Home) 7:57

Etichetta come al solito Acony Records e questa è una anticipazione live di un brano che sarà sul CD.

Questo è quanto ho fatto in tempo a preparare per oggi, il seguito nei prossimi giorni.

Bruno Conti

Una Epica Saga Del West Lunga Quarant’Anni ! Tom Russell – The Rose Of Roscrae A Ballad Of The West

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Tom Russell – The Rose Of Roscrae – Frontera/Proper Records – 2 CD

Con questo ambizioso nuovo lavoro The Rose Of Roscrae (A Ballad Of The West), Tom Russell chiude una trilogia iniziata con The Man From God Knows Where (98), una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell attraverso le varie generazioni, dall’Irlanda agli Stati Uniti, proseguita con Hotwalker (05) un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America  (che coinvolge personaggi del calibro di Charles Bukowsky, Jack Kerouac, Lenny Bruce, Virginia Brown, etc), chiudendo il cerchio con questa epica “saga” popolare, che si sposta dall’Irlanda al Texas, dalla California al Messico, attraversa le pianure e raggiunge il Canada, per 52 tracce (molte narrate, la maggior parte cantate) e con la durata totale di 150 minuti, raccolta in 2 CD, di una storia affascinante.

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Prodotto da Tom Russell e Barry Walsh The Rose Of Roscrae dispone di un gotha di leggendari icone americane tra cui: Jimmie Dale Gilmore, David Olney, Johnny Cash, Joe Ely, Ian Tyson, Augie Meyers, Fats Kaplin, Jimmy LaFave, Ramblin Jack Elliott, Jack Hardy, John Trudell, David Massengill, Guy Clark, Dan Penn, e grandi voci femminili come Eliza Gilkyson, Maura O’Connell, Gretchen Peters e altri che non elenco per non rubare ulteriore spazio.

La “saga” racconta la storia di un giovane irlandese di 16 anni nativo di Templemore, tale Johnny Dutton, che raggiunge l’America alla fine del 1880 per diventare un cowboy, lasciandosi alle spalle il suo primo amore, la rosa di Roscrae, e l’overture, come nei migliori colossal è affidata alla voce drammatica di Jimmie Dale Gilmore, poi durante il percorso troviamo la voce inconfondibile di Johnny Cash in Sam Hall, una fantastica ballata irlandese, come la title track The Rose Of Roscrae https://www.youtube.com/watch?v=dBh3sl3vAa8 , e la melodia trascinante di Hair Trigger Heart, cantate con passione da Tom Russell https://www.youtube.com/watch?v=xfv8rmh5B5Q , incontrando poi sulla strada la coppia Jimmy LaFave e Gretchen Peters, alle prese con una delicata Ain’t No More Cane On The Brazos, un’altra dolce ballata texana come The Hands Of Damien, le note commoventi di Carriekfergus con Finbar Furey, passando per i canti indiani Crazy Horse e Custer’s Luck che non potevano che essere cantati da John Trudell, in coppia con Thad Beckman, andando a chiudere la prima parte di percorso con una commovente She Talks To God affidata nuovamente alla voce di Tom Russell  https://www.youtube.com/watch?v=dNQWuga7Gjs. La seconda parte del viaggio vede la bellissima voce di una rediviva Maura O’Connell declamare come una preghiera l’immortale The Water Is Wide, e riprendere dal punto di vista femminile I Talk To God, lasciando poi spazio alle voci di Eliza Gilkyson in The Bear e The Railroad Boy, e ancora Gretchen Peters, in una straziante ninna nanna messicana come Guadalupe https://www.youtube.com/watch?v=5AOvny2s8Pg , andando poi sul sicuro con una nuova versione del classico Gallo Del Cielo del duo Joe Ely e Ian Tyson, e una versione francofona di Bonnie Dobson del tradizionale En Canadien Errant, per poi calare un tris d’assi come Jimmie Dale Gilmore, Guy Clark e Dan Penn in un medley di Desperados Waiting For A Train (una delle più belle canzoni di sempre), per poi ritornare alle atmosfere irish con The Stable, e il viaggio nei ricordi dell’ormai anziano Johnny Dutton, non poteva che chiudersi con la ripresa da parte di Maura O’Connell (e la sua magnifica voce) di The Rose Of Roscrae, per un lavoro che si candida fin d’ora a essere uno dei dischi dell’anno (l’unico piccolo difetto, forse è un po’ troppo lungo).

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Ultimando questa “trilogia” con The Rose Of Roscrae Tom Russell ha firmato il suo capolavoro, il nostro è un artista che per oltre quattro decenni e con 28 album alle spalle (se non ho sbagliato i conti) ha scritto una serie di canzoni che sono state interpretate dai musicisti più disparati, tra i quali ricordiamo Johnny Cash, Joe Ely, Jerry Jeff Walker, Suzy Bogguss, Nanci Griffith, Dave Alvin, Peter Case, Hugh Moffatt, e ancora tra gli altri Barrence Whitfield, con cui ha inciso due splendidi album Hillbilly Voodoo (93) e Cowboy Mambo (94) ormai introvabili, migliorando negli anni la sua scrittura e incidendo dischi che sono delle vere e proprie operazioni culturali, e sarebbe un delitto non accorgersi della bravura di questo personaggio, specialmente dalle nostre parti e  per i lettori (spero molti) di questo blog. Epico!

Tino Montanari

Sotto Un Cappello Texano…Tanta Buona Musica ! Ryan Bingham – Fear And Saturday Night

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Ryan Bingham – Fear And Saturday Night – Axster Bingham Records

Nel giro di qualche anno, a partire dal suo esordio reale con Mescalito (07) (prima erano stati pubblicati Lost Bound Rails, Wishbone Saloon e Dead Horses, dischi da tempo introvabili), Ryan Bingham è diventato un personaggio importante del circuito musicale americano. Dopo il grande successo di Mescalito (accolto benissimo anche dalle nostre parti) https://www.youtube.com/watch?v=MRDNPo1_Q0w , per Ryan obiettivamente era difficile bissare un lavoro così fresco, energico e ispirato, ma il “nostro” c’era, a tratti,  riuscito, prima con i successivi Roadhouse Sun (09) e Junky Star (10), vincendo anche l’Oscar con la canzone The Weary Kind (dal film Crazy Heart di cui era tra gli interpreti) https://www.youtube.com/watch?v=4Aqh7XZUaW4 , poi Bingham ha voluto, o dovuto, cambiare, fondando la sua casa discografica Axster Bingham Records e distribuendosi da solo, una scelta che si è rilevata discutibile, abbandonando il produttore T-Bone Burnett per Justin Stanley, e il risultato è stato  un disco interlocutorio come Tomorrowland (12). Per questo nuovo Fear And Saturday Night, il “texano” si avvale di nuovo di una produzione “importante”, Jim Scott (Wilco, Tom Petty, Stones, Grace Potter & The Nocturnals), e di una nuova band composta da Shawn Davis al basso, Daniel Sprout e Jedd Hughes alle chitarre, Chris Joyner alle tastiere e Nate Barnes alla batteria: risultato, una cinquantina di minuti di musica di nuovo “polverosa”, con testi scritti come da abitudine nella sua roulotte e cantati come sempre con la sua voce rauca intrisa da whisky.

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“Le paure del sabato notte” si aprono con il cadenzato country-rock di Nobody Knows My Trouble https://www.youtube.com/watch?v=cg3HfOaC4KE  e proseguono con una ballata elettrica e “dylaniana” come Broken Heart Tattoos https://www.youtube.com/watch?v=-y0GB5QNj84 , il blues chitarristico di Top Shelf Drug, passando per le atmosfere folk di Island In The Sky https://www.youtube.com/watch?v=4Dz2vSu0kkE, il ritmo da frontiera messicana in Adventures Of You And Me, e la title track Fear And Saturday Night, che è figlia di The Weary Kind, un brano quasi narrato, con la chitarra che traccia le linee armoniche e la voce roca di Ryan che dà il suo meglio. Una chitarra acustica apre My Diamond Is Too Rough https://www.youtube.com/watch?v=aDFpHvTucw4 , poi la canzone si tramuta in una ballata elettrica con un bel percorso di chitarre nel finale, mentre Radio ripercorre i sentieri cari al Neil Young di Harvest, per poi tornare alle pennellate acustiche e romantiche di Snow Falls In June e ad un brano pieno di “pathos” come Darlin, arrivando all’alba delle “paure” con il blues elettrico di Hands Of Time velocizzato in un “Bo Diddley style”, e il fatto di saper fare grande musica lo conferma con la conclusiva Gun Fightin’ Man, cadenzata, sofferta e tesa, con un tocco acido di blues che si fonde in modo mirabile con l’armonica di Bingham.

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Fear And Saturday Night anche se forse non è al livello dei primi lavori, è sicuramente superiore di due spanne al precedente lavoro in studio, (anche per merito di Jim Scott che ha aggiunto quel “quid” che ha reso più efficace la musica di Ryan Bingham), e se anche il nostro non diventerà come Steve Earle o Joe Ely (come qualcuno ha azzardato), ha tutte le possibilità di proseguire un viaggio che potrebbe davvero portarlo a ridosso dei grandi “rocker” del Texas. Per chi scrive, uno dei migliori “road album” di questo inizio d’anno !

Tino Montanari

Non Solo Cowboys, Tantissime Belle Canzoni! Tom Russell – The Western Years

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Tom Russell – The Western Years – Rockbeat Records 2 CD

Tom Russell è uno dei migliori cantautori americani! Partiamo da questo assunto, e lo accantoniamo momentaneamente. L’arte della raccolta (di successi, ma qui non ne vedo), della compilation, se preferite, è un mestiere difficile da praticare. O ti lanci sui Greatest Hits, ma come detto in questo caso neanche l’ombra (per quanto, tra le cover qualcosa c’è), oppure sui Best Of, ma si può provare anche con la raccolta a tema. E questo The Western Years mi sembra rientri di diritto nella categoria. Compilati dallo stesso Russell, con l’aiuto di James Austin (o viceversa) i 2 CD non seguono la sequenza cronologica, che di solito è il modus operandi preferito per questi progetti, ma pescano qui e là nella copiosa discografia del nostro: 8 brani vengono da Indians Cowboys Horses Dogs (già i titoli dei dischi di Tom sono uno spettacolo in sé), 6 da Borderland, 5 da The Man From God Knows Where, uno ciascuno da The Rose Of San Joaquin e Hot Walker, 5 da un’altra antologia, Song Of The West – The Cowboy Collection, uno da Love And Fear e 2 da Blood and Candle Smoke, quello più recente, del 2009, più tre brani registrati dal vivo a Columbus, Ohio il 9/11/97, che sono la quota di inediti di questa antologia.

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Quindi sono raccolti gli anni che vanno dal 1995 al 2009: mancano le “origini”, quelle con Patricia Hardin, in un’altra vita, prima che il nostro amico, californiano di nascita, si trasferisse a New York, per sbarcare il lunario, per un breve periodo, facendo il tassista, come racconta lui stesso in un sapido aneddoto nelle note, che coinvolge il grande paroliere Robert Hunter, a cui uno sfiduciato ma sempre combattivo Russell fece sentire una canzone, che poi si rivelò essere Gallo Del Cielo https://www.youtube.com/watch?v=w2PUuTdei7k . Inutile dire che Hunter lo incoraggiò a riprendere la carriera di cantautore, ma ci voleva un sordo o un rappresentante di qualche casa discografica per non accorgersi del talento di questo signore. Ma questa è un’altra storia, lontana nel tempo, anche se parte tutto da lì, quella che dal 1984 al 1994 lo vide pubblicare una decina di album per la Philo Records, prima di approdare alla Hightone che gli pubblicò tutti gli album da cui attinge questa antologia. Il West è la “scusa” per questa raccolta, ma, diciamocelo francamente, Tom Russell è un grande narratore per canzoni, storie di vita e di eventi, piccoli e grandi, bozzetti che sono come racconti, dove ogni canzone è in sé una piccola poesia in musica (e che musica), il tutto cantato con una passione e una partecipazione che ha pochi riscontri nell’attuale canzone “popolare” americana (al sottoscritto la sua voce ricorda moltissimo quella di Guthrie Thomas, altro “grande”, ingiustamente dimenticato).

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Giustamente lo si accosta al filone texano, Joe Ely, Guy Clark, Terry Allen, Butch Hancock, Robert Earl Keen, Lyle Lovett, e se ne potrebbero aggiungere a decine, sono spiriti affini, ma Russell ha collaborato anche con Dave Alvin e Ian Tyson che certo texani non sono, e il suo autore preferito, spesso eseguito (in questa antologia ci sono due brani) è il sommo Bob Dylan. Però come ricordano alcune interviste riportate nell’interessante libretto che correda questo doppio, Tom si considera una persona del sud ovest, un Southwestern man, nel Texas ormai risiede il suo cuore, e probabilmente anche se vivesse in Groenlandia lo spirito dei suoi brani sarebbe sempre pervaso da questa idea di “West”. Poi le storie possono raccontare di galli da combattimento con un occhio solo, Gallo del Cielo, qui in versione live, ma secondo chi scrive, insuperabile nella versione donata agli annali della musica da Joe Ely in Letter To Laredo, ma anche canzoni tra fiction e realtà, come la bellissima Sitting Bull In Venice, che narra dell’incontro di Toro Seduto con la calli veneziane, quando venne in Europa insieme al circo di Buffalo Bill, https://www.youtube.com/watch?v=fIZlmjfwW4Y  o ancora i piccoli noir alla Raymond Chandler di The Man From God Knows Where che ci raccontano storie ambientate nella Los Angeles anni ’50, nell’infanzia di Russell. Ma anche semplicemente belle canzoni sentimentali e malinconiche come Bucking Horse Moon https://www.youtube.com/watch?v=1yTB0lVQHY0 , per non dire di un brano stupendo come California Snow, scritta con Dave Alvin, che non sentivo da anni e mi è parsa nuovamente bellissima https://www.youtube.com/watch?v=GzJNDxmAuFE . In fondo lo scopo di questa antologia è anche questo: riscoprire vecchie canzoni che magari non si ascoltavano da anni e, sentite tutte insieme fanno proprio un bel effetto.

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Certo comprarsi un doppio per tre inediti live (ovviamente chi ha già tutto, e chi legge questo spazio temo appartenga alla categoria) è una follia, in questi tempi duri di spending review; gli altri due dal vivo sono Navajo Rug https://www.youtube.com/watch?v=5JW_kl-2d78 , cantata con Katy Moffatt e The Sky Above, The Mud Below http://discoclub.myblog.it/2011/09/06/ma-allora-escono-ancora-dischi-belli-tom-russell-mesabi/ . Però so non lo conoscete, o nell’inevitabile “celo/manca”, il secondo prevale sul primo, direi che l’acquisto è imprescindibile! Almeno una hit (non nella versione di Russell) nel CD c’è, El Paso, un n°1 per il suo autore Marty Robbins, anche se nel libretto, unico errore, peraltro veniale, viene attribuita a Woody Guthrie. Ci sono due brani di Dylan, come ricordato, Seven Curses e Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts https://www.youtube.com/watch?v=uonjSyOku5Q  (ma sul recente Mesabi http://discoclub.myblog.it/2011/09/06/ma-allora-escono-ancora-dischi-belli-tom-russell-mesabi/  fa anche una stupenda A Hard Rain’s A Gonna Fall, che qui sarebbe fuori argomento), a dimostrazione della totale sintonia con le canzoni che vengono sempre reinterpretate in modo stupendo. Comunque le giriamo sono 34 canzoni di notevole spessore, tra cui ricorderei anche le cover di Prairie In The Sky di Mary McCaslin, Gulf Coast Highway di Nancii Griffith e The Ballad Of Sally Rose, una delle rare canzoni firmate da Emmylou Harris, con l’allora marito Paul Kennerly, nel primo periodo di carriera. Una curiosità statistica, El Paso, il brano di cui sopra, è stato eseguito ben 359 volte dal vivo dai Grateful Dead, il gruppo per cui proprio Robert Hunter ha firmato alcune delle sue più belle liriche e di cui Tom Russell, sempre nell’ottimo libretto, ricorda la mail che gli inviò in occasione della pubblicazione di Blood And Candle Smoke: “Grande musica. Grandi Testi. Ce l’hai fatta”, che mi sembra possa fotografare alla perfezione il contenuto di questa doppia compilation:

CD 1

  1. Tonight We Ride
  2. East Texas Red
  3. El Paso
  4. Little Blue Horse
  5. Hills Of Old Juarez
  6. Old Blue
  7. California Snow
  8. Sitting Bull In Venice
  9. Bucking Horse Moon
  10. Seven Curses
  11. Chickasaw County Jail
  12. Tramps & Hawkers
  13. Grapevine
  14. Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts
  15. Claude Dallas
  16. The Ballad Of William Sycamore

CD 2

  1. Dance Hall Girls
  2. El Llano Estacado
  3. Part 1 – The Man From God Knows Where
  4. Patrick Russell
  5. Down The Rio Grande (Aka Rio Grande)
  6. Prairie In The Sky
  7. Casey Jones
  8. Stealing Electricity
  9. Racehorse Haynes
  10. Gulf Coast Highway
  11. Bacon Rind, Chief Seattle, The Ballad Of Ira Hayes
  12. The Santa Fe At Midnight
  13. The Ballad Of Sally Rose
  14. American Rivers
  15. Santa Ana Wind
  16. Navajo Rug (Live)
  17. The Gallo Del Cielo (Live)
  18. The Sky Above, The Mud Below (Live)

 

Bruno Conti

“Gregario Di Lusso”? Non Solo Un Grande Chitarrista! David Grissom – How It Feel To Fly

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David Grissom – How It Feels To Fly –  Wide Lode/Blue Rose Records/Ird

Credo che per definire David Grissom il termine “gregario di lusso” possa essere usato tranquillamente, un modo di dire forse abusato ma che rende l’idea in modo chiaro, un po’ come  “non ci sono più le mezze stagioni” o “SPQR – Sono Pazzi Questi Romani” (Asterix)! Scherzi a parte, il musicista texano è proprio l’epitome del musicista for hire, chiedete a Joe Ely, John Mellencamp, James McMurtry, Chris Kinght, e a migliaia di altri che hanno usufruito dei suoi servizi nell’ultimo trentennio e più. Però Grissom ha anche cercato di farsi una carriera in proprio, per esempio negli Storyville (con la sezione ritmica dei Double Trouble, Shannon e Layton, con l’altro “manico” David Holt e con il cantante Malford Milligan), autori di tre album tra il 1994 e il 1998 quando David era stalo licenziato da Mellencamp perché suonava “troppo texano”! https://www.youtube.com/watch?v=pXJzKppxKrg

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E soprattutto una carriera solista dal 2007, che, ad oggi, ha fruttato quattro album, compreso questo How It Feels To Fly, il primo che viene pubblicato anche in Europa dalla tedesca Blue Rose. Naturalmente Grissom non ha cessato la sua lucrativa attività di sessionman (ottima quella nel recente Rhythm & Blues di Buddy Guy), ma nel corso dello scorso anno si è dedicato alla preparazione di questo disco, registrato nei suoi Spicewood Studios e ad un concerto con la sua band, al Saxon Pub, sempre di Austin, Texas, dalla quale sono stati ricavati quattro brani posti in coda del CD. Suonano con lui da qualche anno l’eccellente pianista e organista pavese Stefano Intelisano (che dagli inizi con Fabrizio Poggi & Chicken Mambo è passato alla world domination, suonando anche lui con centinaia di gruppi e solisti), il bassista Scott Nelson (Tony Price, Doyle Bramhall) e il batterista Bryan Austin. Nei pezzi di studio appaiono anche alcuni vocalist di supporto, tra cui Kacy Crowley che firma con lo stesso Grissom il brano Overnight.

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Vi vedo già chiedervi, ma il risultato? Un onesto, a tratti buon album di rock, nobilitato dalla parte dal vivo, dove ci sono un paio di cover straordinarie e percorso in tutta la sua durata, che supera l’ora (a differenza del penultimo Way Down, dove i sei brani presenti faticavano a raggiungere la mezz’ora), dalla chitarra del leader, che è poi il motivo, a ben vedere, per cui si compra un disco del genere, memori degli assolo del nostro, che so, in Letter To L.A. di Joe Ely o in tutto Whenever We Wanted e anche in Human Wheels del “coguaro” Mellencamp, due dei suoi dischi più rock. Peraltro David se la cava discretamente anche come autore (e cantante) in questo How It Feels To Fly, lo si capisce dal riffatissimo blues-rocker iniziale Bringin’ Sunday Mornin’ To Saturday Night dallo spirito stonesiano e nobilitato dal “solito” assolo fumigante di Grissom, breve e cattivo, come è spesso sua caratteristica, linee rapide e pungenti https://www.youtube.com/watch?v=rZhhye1JUdo . How It Feels To Fly, la title-track si divide equamente tra un sound che ricorda gli Who, anche per l’eccellente lavoro delle tastiere di Intelisano e della sezione ritmica, agile e potente al contempo, e come ha rilevato qualcuno, i brani più rock del non dimenticato Tommy Keene.

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Georgia Girl, firmata con Chris Stapleton, si avvale delle armonie del cantautore Drew Womack, e di un sound a metà tra le radici sudiste e il rock di Mellencamp, con qualche deriva di pop orecchiabile ma non commerciale, sempre con quella chitarra che inventa musica gioiosamente. Never Came Easy To Me, con Grissom che si divide tra acustiche ed elettriche forse ricorda il suo lavoro con il Joe Ely più rock, ma ha una bella costruzione sonora, sempre con un sound à la Stones più roots https://www.youtube.com/watch?v=y5DzWVCV-U4 . Way Jose è uno shuffle strumentale che gli permette di misurarsi con alcuni dei suoi ispiratori, da SRV a Freddie King, grandi chitarristi come lui https://www.youtube.com/watch?v=nqQpOmD8cys . La già citata Overnight è una bella ballata elettroacustica, che chissà perché mi ricorda sempre gli Stones (ma anche Mellencamp attingeva da questa musica a piene mani). Gift Of Desperation è un altro bel pezzo rock, molto solare, da sentire su qualche highway americana, ma funziona anche sulle nostre strade e Satisfied, l’altra canzone firmata con Stapleton, una bella ballata deep soul, con acustica e organo che tracciano il suono, chiude la parte in studio.

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Nella parte dal vivo David Grissom si supera, prima con una straordinaria cover di Jessica degli Allman, fatta da Dio https://www.youtube.com/watch?v=8t5zkpq9H50 , dove anche Intelisano si cimenta con successo nella parte che fu di Chuck Leavell , poi con due brani dal proprio repertorio, Way Down Deep e lo strumentale Flim Flam che ne esaltano le grandi capacità chitarristiche https://www.youtube.com/watch?v=wOlL8XaTJZQ , per concludere con una ferocissima Nasty Dogs And Funky Kings che si trovava su Fandango degli eroi di casa ZZ Top. In conclusione, ca…spita se suona, confermo: è il motivo per cui si compra un disco come questo!

Bruno Conti