Il Tempo Passa Per Tutti Ma Non Per Loro. The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black

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The Original Blues Brothers Band – The Last Shade Of Blue Before Black – Severn Records

Le origini dei Blues Brothers ovviamente non partono dal celeberrimo (e bellissimo) film di John Landis del 1980, ma da un paio di anni prima, quando John Belushi e Dan Aykroyd erano due attori comici emergenti che facevano parte del cast dell’altrettanto celebre trasmissione televisiva Saturday Night Live, e accomunati da una passione per il blues, e la musica nera in generale (più Aykroyd, Belushi era legato anche al metal e al punk) assunsero gli alter ego di “Joliet” Jake Blues e Elwood Blues, assecondati da alcuni componenti dalla formidabile house band della trasmissione, che vedeva tra i musicisti in azione Paul Shaffer, l’ex B. S. & T Lou Marini, Tom Malone, entrambi ai fiati, a cui si aggiunsero alcuni luminari della musica americana, come Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn, entrambi da Booker T & The Mg’s (vi risparmio i nomignoli che ogni artista si era dato), Matt Murphy, Tom Scott, e molti altri che contribuirono a creare una leggenda, all’inizio sulle ali di un formidabile disco dal vivo (più bello della colonna sonora, se non fosse per gli ospiti) Briefcase Full Of Blues, che arrivò al n°1 della classifica di Billboard, vendendo tre milioni e mezzo di dischi e dando il la al film, la cui colonna sonora stranamente arrivò solo al n°18 delle classifiche, ma poi è diventata un disco di culto. In seguito, come sappiamo, Belushi ci ha lasciato prematuramente, ma ci sono stati vari seguiti, fino a giungere al film Blues Brothers 2000, preceduto da diversi Live e dischi in studio.

Dan Aykroyd nei suoi vari locali House Of The Blues utilizza ancora il nome per dei concerti periodici e quindi è nata una band collaterale, definita The Original Blues Brothers Band, dove Elwood Blues non partecipa, ma il cast dei partecipanti è formidabile. L’ultimo capitolo è questo eccellente disco di studio The Last Shade Of Blue Before Black, dove i due leader Lou Marini al sax e Steve Cropper alla chitarra, entrambi co-produttori del CD, sono affiancati da un gruppo da sogno: i tre “nuovi vocalist, Tommy “Blues Pipes” McDonnell, Rob “The Honeydripper” Paparozzi, entrambi anche all’armonica, e Bobby “Sweet Soul” Harden, oltre a John Tropea alla chitarra, Lee Finkelstein alla batteria e Leon Pendarvis alle tastiere, e sono solo alcuni, ma come ospiti “minori”, si fa per dire, in alcuni brani, ci sono anche Eddie Floyd, Dr John, Joe Morton, Paul Shaffer, Joe Louis Walker, Tom “Bones” Malone, Matt “Guitar” Murphy e David Spinozza. Alla faccia del cucuzzaro: a questo punto il contenuto potrebbe essere ininfluente ma invece è ottimo, con scintillanti versioni di Baby What You Want Me To Do, un blues puro di Jimmy Reed, con i tre cantanti che si alternano e un grande Tropea alla solista, una Cherry Street di Delbert McClinton, a tutto fiati, con l’ottimo McDonnell alla voce, Texas R&B, seguita dal puro soul Stax di On A Saturday Night che ci consegna un Eddie Floyd in grande forma, Itch And Scratch, cantata da Harden, grande voce anche lui, che sembra qualche pezzo perduto di James Brown e invece è di Rufus Thomas, uno che in quanto a funky pure lui non scherzava, e anche i “nuovi Blues Brothers” vanno di brutto di groove.

Don’t Go No Further è un grande blues di Willie Dixon, cantato da Joe Louis Walker, che cede l’onore di un solo fiammeggiante di chitarra a Matt “Guitar” Murphy. You Left The Water Running era una grande soul ballad, scritta da Dan Penn, che cantavano sia Otis Redding che Wilson Pickett, e Bobby “Sweet Soul” Harden non li fa rimpiangere con la sua voce vellutata. Poi Eddie Floyd ci canta di Don’t Forget About James Brown, e come potremmo, visto che poi lo ribadiscono in una torrida Sex Machine, peccato che la canti Paul Shaffer, grande pianista ma solo discreto cantante, però la band pompa di brutto, mentre Your Feet’s Too Big, un “antico” brano di Fats Waller, illustra anche il lato storico della band, con Rob Paparozzi, voce e armonica, che poi si ripete nel suo brano 21st Century, forse l’unica canzone contemporanea, insieme a Blues In My Feet, scritta e cantata da Rusty Cloud, un pianista e vocalist jazz&blues non notissimo ma coinvolgente, che poi passa il microfono al grande Dr. John per una ondeggiante e deliziosa Qualified, suonata veramente da Dio da tutta la band. Ancora una corale I Got My Mojo Working e la conclusiva Last Shade Of Blue Before Black, scritta e cantata da Lou Marini, uno slow blues intimo e notturno, dove i fiati, e un eccellente John Tropea, si qualificano ancora tra i protagonisti assoluti di questo sorprendente album. Il tempo passa per tutti, ma non per loro.

Bruno Conti

Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

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Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti

Sassofoniste Donne? Ma Questa E’ Una Brava, Canta Anche E Nel Disco Ci Sono Una Valanga Di Ospiti. Nancy Wright – Playdate!

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Nancy Wright – Playdate! – Vizztone Label

Come si desume dalla foto di copertina Nancy Wright non solo è l’ennesima vocalist tra blues, soul e R&B a sbucare dalla scena indipendente americana, ma trattasi di sassofonista, sempre versata in campi attinenti i generi musicali appena citati, con qualche ulteriore deviazione verso swing e jump, funky e persino più di un piccolo tocco di easy jazz, quelli che vengono definiti con felice termine americano “honkers”. Insomma, a grandi linee, le sonorità sono quelle tipiche dei dischi dei Roomful Of Blues, King Curtis (soprattutto) e dal lato Motown Junior Walker, oltre ai classici del primo R&B targati anni ’40 e ’50, nell’epoca pre-Beatles, senza dimenticare tra i colleghi contemporanei uno come Sax Gordon. Il produttore è Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista e produttore norvegese, da lunga pezza “naturalizzato” americano e operante nell’area West Coast Blues. Per questo disco Andersen, oltre ad una ottima house band, dove spicca il batterista J. Hansen, anche lui come Kid nella formazione di Rick Estrin And The Night Cats, ha radunato una bella infilata di ospiti un po’ a tutti gli strumenti: chitarristi, pianisti, organisti, ma soprattutto cantanti, visto che la nostra amica, diplomata in fagotto, nel nuovo album lascia ampio spazio appunto agli ospiti.

Il precedente disco della Wright Puttin’ Down Roots era tutto composto di brani firmati da lei, mentre per questo Playdate!, il terzo della sua discografia, e primo per la Vizztone, ha optato per un misto di cover e cinque brani originali. La Wright, anche se ora vive in California, viene da Dayton, Ohio dove è stata scoperta da Lonnie Mack (così recita la sua biografia) e come si può immaginare non è una novellina, era già in pista come musicista negli anni ’80 e ’90, suonando con BB King, Katie Webster, Elvin Bishop, Joe Louis Walker, Little Charlie & The Nightcaps, alcuni dei quali appaiono nel disco. Album che si apre sulle note introduttive del suo sax e poi si incardina sul ruvido soul/R&B, tra James Brown e Maceo Parker, della carnale e funky Why You Wanna Do It, guidata dalla poderosa voce di Wee Willie Walker che si alterna alle scariche del sax della Wright; I Got What It Takes è un classico blues a firma Willie Dixon, dove alla solista appare Tommy Castro, con il quale ha spesso suonato nelle sue crociere Blues, un classico lento dal repertorio di Koko Taylor dove la nostra amica dimostra di essere anche vocalist più che adeguata, oltre che soffiare con vigore nel suo tenore in un ottimo duetto con la solista pungente di Castro. La divertente Yes I Do, firmata da Nancy, vede la presenza del virtuoso del piano Victor Wainwright,  in un brano che si ispira chiaramente al jump blues dei tempi che furono, con una buona performance vocale della titolare, felpata e sexy.

Blues For The Westside è classico Chicago Blues, con la Wright nel ruolo di Eddie Shaw e Joe Louis Walker in quello che fu di Magic Sam, eccellente. Been Waiting That Long è un brano inedito, mai pubblicato ai tempi dal suo mentore Lonnie Mack, un gagliardo funky tra blues e soul, dove si apprezza la voce dell’ottimo Frank Bey. Mentre Trampled, con Jim Pugh della band di Robert Cray all’organo, si avventura in territori cari al repertorio di Junior Walker & The All Stars, quando i brani strumentali, ritmati e pimpanti come questo, spesso entravano nelle classifiche, mentre Satisfied addirittura vira verso il gospel (non lo avevamo citato?), e la Wright qui mostra un po’ di limiti nel reparto vocale, mentre al sax è impeccabile e molto bene anche Andersen alla solista. Warrantly, un’altra composizione della Wright, viceversa è cantata da Terrie Odabi, una che di voce ne ha da vendere, e qui andiamo addirittura verso la Blaxploitation music, super funky. Cherry Wine, tra rumba e blues, è piacevole, ma innocua (anche se il sax viaggia sempre), con There is Something On Your Mind di Big Jay McNeely che è un classico esempio del suono degli honkers classici, molto vintage, con Elvin Bishop che aggiunge la sua sinuosa slide alle operazioni. Back Room Rock è un trascinante Jump & Jive, con il call and response tra sax e la chitarra di Mike Schermer; Good Lovin’ Daddy, un pop&soul molto godibile e Soul Blues, con Chris Cain alla solista, uno strumentale molto jazzy, concludono questo piacevole ed inconsueto album.

Bruno Conti

Il “Solito” Album Di Joe Louis Walker, Quindi Bello! Everybody Wants A Piece

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Joe Louis Walker –  Everybody Wants A Piece – Mascot/Provogue 

Joe Louis Walker, nelle biografie più o meno ufficiali, fa risalire l’inizio della sua carriera al 1964-1965, quindi all’età di circa 16 anni (essendo nato il giorno di Natale del 1949 a San Francisco, California), prima nella zona della Bay Area in gruppi locali, poi a contatto con i grandi, soprattutto Mike Bloomfield, insieme al quale forgia una amicizia che durerà fino alla scomparsa di Bloomfield nel 1981, e con cui condividerà anche una stanza negli anni più bui di Mike. Nei primi anni conosce e frequenta pure Hendrix, John Lee Hooker, Mayall, Willie Dixon e moltissimi altri, ma la sua carriera discografica, caratterizzata da una lunga gavetta (come usa nell’ambiente), non decolla fino al 1986 quando pubblica il primo disco. Da allora ha inciso per moltissime etichette, la Hightone all’inizio, poi la Universal quando si chiamava ancora Polygram, la Telarc, la Evidence, la JSP, di nuovo la Hightone, una prima volta con la Provogue, la Stony Plain ed infine la Alligator, dove pubblica gli ultimi due dischi, Hellfire e Hornet’s Nest, probabilmente, a parere di chi scrive, i migliori della sua carriera, entrambi prodotti da Tom Hambridge, che con il suo manipolo di abilissimi musicisti e sessionmen estrae il meglio da JLW, che comunque, bisogna dire, ha sempre mantenuto un livello qualitativo molto elevato in tutta la sua produzione http://discoclub.myblog.it/2014/02/07/nel-nido-del-blues-joe-louis-walker-hornets-nest/ .

Per il ritorno con la Provogue Walker si affida ad un altro produttore (e chitarrista) di vaglia come Paul Nelson, a lungo collaboratore di Johnny Winter nell’ultima parte di carriera, che negli studi Chop Shop di Philadelphia lo affianca con la sua touring band abituale, Lenny Bradford, Byron Cage la sezione ritmica e Phillip Young alle tastiere, con lo stesso Joe impegnato anche all’armonica, oltre che a chitarra e voce, e ancora una volta estrae il meglio dal musicista californiano. Walker, sempre secondo il sottoscritto, con Robert Cray (reduce da un live strepitoso uscito recentemente http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ ) è probabilmente uno dei migliori rappresentanti del cosiddetto “black contemporary blues”, uno stile che ingloba il meglio del Blues del 21° secolo (ma anche di quello precedente): voce potente, duttile ed espressiva al tempo stesso, capace di calarsi anche nei meandri della soul music più raffinata, uno stile chitarristico al tempo stesso aggressivo e ricco di tecnica, con elementi rock e tradizionali che si fondono in un solismo da virtuoso, ricco di feeling, ma capace di sfuriate improvvise e reiterate. Tutti elementi contenuti anche negli undici nuovi brani che compongono questo Everybody Wants A Piece: dalle furiose sferzate chitarristiche dell’iniziale e tirata title-track, con sezione ritmica e organo a seguire in modo quasi telepatico le evoluzioni del leader https://www.youtube.com/watch?v=FOOgJ6Ngcf8 , passando per la claptoniana Do I Love Her, dove Walker sfodera anche una armonica pungente e puntuale, e ancora una Buzz On You dove si vira verso un boogie R&R quasi stonesiano, o meglio ancora alla Chuck Berry che è l’articolo originale, con Young che raddoppia anche al piano.

Non manca Black & Blue, storia di un amore che cade a pezzi raccontata con un tempo incalzante, tra errebi ed eleganti atmosfere sospese che ricordano quelle tipiche del miglior Cray, ma anche le linee sinuose e moderne di Witchcraft, dove la solista di Joe Louis Walker comincia ad affilare gli artigli o le leggere derive hendrixiane di One Sunny Day, dove l’unisono voce-chitarra ricorda echi del grande Jimi https://www.youtube.com/watch?v=iF_RLwyMYYI . Ottimo anche il lungo strumentale Gospel Blues, un classico slow, dove la chitarra di Walker si avventura in tematiche care a Ronnie Earl, con un brano che è un giusto mix di tecnica sopraffina, feeling a palate e folate di grinta, un solo che avrebbe incontrato l’approvazione del vecchio amico Mike Bloomfield. E niente male anche il gospel soul dal profondo Sud di una ritmata Wade In The Water, così come pure il R&B fiatistico alla Sam & Dave della coinvolgente Man Of Many Words, con la chitarra comunque sempre pronta per improvvisazioni di grande spessore tecnico https://www.youtube.com/watch?v=YC9kRzEHJ18 . Gli ultimi due brani sono quelli più vicini al blues classico, Young Girls Blues è un tirato shuffle Chicago style, con pianino inevitabile di supporto, mentre per la conclusiva 35 Years Old JLW rispolvera l’armonica a bocca e aggiunge anche una slide malandrina che alza la quota di sonorità più vicine alle migliori tradizioni delle 12 battute. Quindi nuova etichetta ma per fortuna vecchio Joe Louis Walker, cioè ottimo, anche se i due dischi precedenti si fanno ancora preferire, di poco!

Bruno Conti

“Piccoli Alligatori” Con Pettinature Afro! Selwyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance

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Selvyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance – Alligator

Dopo Jarekus Singleton http://discoclub.myblog.it/2014/05/10/dei-futuri-del-blues-elettrico-jarekus-singleton-refuse-to-lose/ un altro piccolo “Alligatore” scoperto da Bruce Iglauer, si chiama Selwyn Birchwood, babbo di Trinidad Tobago, mamma inglese, una capigliatura afro che, non so perché,  mi ricorda qualcuno! Anche lui un “giovane” di 29 anni, un album indipendente, FL Boy, uscito nel 2011 e ora questo Don’t Call No Ambulance, pubblicato dall’etichetta di Chicago; carriera perfettamente parallela con quella di Singleton, e sono anche parimenti bravi, ancorché diversi. Non so per quanto la Alligator riuscirà a presentare nuovi talenti con questa frequenza, ma finché dura approfittiamone. Vincitore nel 2013 dell’International Blues Challenge e dell’Albert King Guitarist Of The Year Award, che non so che rilevanza abbiamo, ma sulla carta suonano bene. messo sotto contratto da Iglauer, il nuovo disco è stato presentato come “una finestra sul futuro del Blues”, che mi ricorda tanto un’altra frase famosa coniata per il nostro amico Bruce. Nato nel 1985 a Orlando, Florida, la prima chitarra a 13, teenager nel periodo dell’hip-hop, del metal e del grunge, sulla strada di Damasco scopre Jimi Hendrix, e di conseguenza che quest’ultimo era stato a sua volta influenzato dal Blues. E qui è fatta: inizia ad ascoltare Albert King, Freddie King, Albert Collins, Muddy Waters e soprattutto Buddy Guy. E come in tutte le favole moderne Buddy Guy arriva a Orlando per fare un concerto e Birchwood si trova lì, in prima fila. Un amico gli indica un chitarrista che vive nei dintorni, il texano Sonny Rhodes, che diventa il suo mentore, una decina di anni, per finire scuole ed università e fare la giusta gavetta e siamo ai giorni nostri, il nome comincia a circolare e la sua reputazione lo precede, il disco ha tutti gli elementi al posto giusto per soddisfare gli amanti di tutti i tipi di blues

Bastano pochi secondi dall’intro devastante di chitarra di Addicted e sarete catturati dalla grinta e dalla tecnica di Selwyn, uniti ad una ferocia sonora che ricorda in effetti alcuni dei chitarristi ricordati sopra nel loro mode più elettrico, Collins, Guy, i due King, aggiungete una voce “vissuta”, ben al di là dei suoi 29 anni, e la capacità di prodursi in proprio con ottimi risultati anche a livello sonoro non guasta. La sua band lo asseconda alla grande: la solida sezione ritmica di Donald “Huff” Wright, bassista dal sound straripante e Curtis Natall, che sa alternare groove raffinati e violente scariche di energia rock e blues, che aggiunti al sassofonista Regi Oliver regalano un suono quanto mai vario e poderoso. Don’’t Call No Ambulance è una sventagliata di boogie, a metà tra Hound Dog Taylor e il Thorogood più letale, con chitarra e sax che si sfidano a colpi di riff e di soli – Walking In The Lion’s Den è l’unica oasi di tranquillità nell’album, Oliver prima al flauto e poi al sax, per una atmosfera molto waitsiana, ricercata e notturna.

Ulteriore cambio di tempo per The River Turner Red, un blues misto a rock e R&B, con fiati e la slide aggiunta di Joe Louis Walker, ospite per l’occasione, che fa numeri di grande virtuosismo, Love Me Again è una sorta di soul ballad di grande fascino, cantata con passione da Selwyn Birchwood, voce espressiva e grande fascino, la chitarra qui è molto raffinata, tutta giocata sul tocco e sui toni. Tell Me Why con il nostro amico che opera alla lap steel è forse un esempio di come Hendrix si sarebbe comportato se si fosse cimentato con lo strumento, raffiche di note sparate dalla sua chitarra con una tecnica che ti lascia stupefatto per i suoni che riesce a creare, tipo quelli del Robert Randolph più intricato o di Jeff Healey quando lasciava correre le mani. Ancora lap steel, ma applicata al blues più classico, per una Overworked and Underpaid dove fa capolino l’armonica di RJ Harman e il suono si fa più raccolto, quasi acustico-

She Loves Me Not è semplicemente una bella canzone di stampo soul, cantata anche con un leggero falsetto da Selwyn, bella melodia e bel assolo di sax di Oliver. Ci rituffiamo nel blues più torrido con una splendida Brown Paper Bag, sono quasi dieci minuti di slow blues, l’organo di Dash Dixon che sottolinea le evoluzioni chitarristiche di un Birchwood maestoso, con la solista che sale e scende di tono, rilancia le note e le atmosfere con una padronanza dello strumento stupefacente, del tutto degna dei grandi axemen del passato, bianchi e nero che fossero. Queen Of Hearts è un funky travolgente, tra gli Headhunters di Herbie Hancock, la Band Of Gypsys hendrixiana e il James Brown o il George Clinton più “liberi”, basso slappato, chitarra ritmica con wah-wah, sax jazzato il “solito” assolo assatanato di Selwyn. Falling From The Sky forse l’unico brano non memorabile di questa raccolta, ma onesto e di buona qualità, prima della chiusura frenetica con una Voodoo Stew che viaggia nuovamente a tempo di boogie, con il fantasma del miglior Hound Dog Taylor a due passi mentre controlla la lap steel che sembra tanto una slide, nelle sue poderose evoluzioni solistiche, grandissima tecnica e feeling notevole. Lo aspettiamo al prossimo album, ma già ora la classe e la stoffa non mancano, consigliato vivamente.

Bruno Conti

Toh, Chi Si Rivede! Larry Garner And The Norman Beaker Band – Good Night In Vienna

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Larry Garner & The Norman Beaker Band – Good Night In Vienna Self released

I  “Buoni Titoli” (non di Borsa) e i bravi musicisti tornano sempre, così ne rispolvero uno per questo Post. Larry Garner, come tutti i bluesmen che si rispettino, ha iniziato la sua carriera discografica intorno ai primi anni ’90, quando aveva già una quarantina di anni: prima aveva lavorato a tempo pieno in una fabbrica e il blues era solo una passione per il tempo libero. Ma il talento c’era e il nostro amico, nativo di New Orleans, ma cresciuto a Baton Rouge, Louisiana, il blues lo ha sempre praticato con grande zelo, e quindi quando arrivò il momento del debutto, con Double Dues per la JSP, nel 1991, Garner aveva già vinto l’International Blues Challenge nel 1988 e veniva considerato uno dei talenti emergenti delle nuove generazioni, insieme ai più o meno coetanei Robert Cray, Joe Louis Walker, Larry McCray (anche lui, che fine ha fatto? *NDB E’ una domanda retorica, alla Marzullo, si faccia una domanda e si dia la risposta. La so, c’è ancora, ma non fa dischi dal 2007!) ed altri. Tutta gente prima o poi messa sotto contratto dalle majors, che in quegli anni coltivavano questo piccolo revival, ricorrente, della musica del diavolo; anche Larry pubblicò un ottimo album per la Verve, dell’allora gruppo Polygram, You Need To Live A Little, tra i suoi migliori, salvo venire rispedito al mittente quasi subito ed avendo girato, negli anni a seguire, presso alcune delle etichette più interessanti in circolazione, Ruf, Evidence, Dixiefrog.

larry garner you needlarry garner double dues

Nel frattempo si è ammalato seriamente, ed è guarito, come ha raccontato nel suo disco del 2008, Here Today Gone Tomorrow, ha visto il suo album di debutto, citato prima, venire ri-pubblicato per una edizione del 20° Anniversario e si è rassegnato anche lui, come molti, a pubblicare i suoi dischi a livello autogestito, questo nuovo CD, uscito da qualche mese https://www.youtube.com/watch?v=9tl4WPtskMc , è il secondo capitolo dal vivo della sua collaborazione con il “Leggendario” (ma dove, quando? Si legge così nei comunicati stampa, in effetti un buon bluesman inglese, con gruppo al seguito) Norman Beaker, anche lui chitarrista e cantante. Ma il vero talento è questo sessantenne (due glieli abbuono), in possesso di una voce duttile e polverosa, ma soprattutto di una tecnica chitarristica fluente, arricchita da ampie dosi di feeling, in grado di spaziare in tutti i campi del blues, quello classico (nel CD ci sono ben tre cover di McKinley Morganfield a.k.a Muddy Waters), quello più funky, imparato sul campo, a New Orleans, il soul e il R&B del profondo Sud, arricchito, di tanto in tanto, da un ammirevole sound “contemporaneo”, caratteristica in comune con gli altri bluesmen citati in precedenza https://www.youtube.com/watch?v=25-6dN2EkB8 .

larry garner norman beaker

Ci sono elementi dello stile travolgente e turbolento di un Buddy Guy, per esempio nella sanguigna Champagne And Reefer, un super classico slow blues amatissimo dagli Stones, quando alla band di Beaker e a Garner si aggiunge pure l’armonicista Christian Dozzler, per un tuffo nel classico stile di Chicago, dove il nostro amico prima accarezza la sua chitarra, poi canta con una passione incontenibile e infine strapazza la sua solista con un abbandono senza ritegno, per dieci minuti che riassumono oltre cinquanta anni di electric blues . Anche le tastiere di Nick Steed sono un elemento fondamentale in questo sound, sia quando ci si tuffa in Funky It Up (Buster) nelle radici della musica della Lousiana, con tanto di wah-wah innestato e basso slappato d’ordinanza, sia quando si rivisita il blues misto a errebì della classica Honey Hush di Lowell Fulson, con i suoi ritmi irresistibili. Cant’t Be Satisfied, dal riff inconfondibile, è un altro super classico del grande Muddy, fatto in modo sanguigno e passionale, con piano e organo in bella evidenza, prima del gagliardo lavoro della solista di Garner. C’è spazio anche per un bel brano firmato da Norman Beaker, When The Fat Lady Sings, uno slow blues intenso che anche se non raggiunge i vertici di quelli di Garner, certifica comunque una buona classe dell’inglese https://www.youtube.com/watch?v=7E83MHxnzaY .

larry garner live

Dreaming Again è un bel deep southern soul che profuma nuovamente delle paludi della Lousiana, con la suadente voce di Garner in primo piano, mentre Keep On Singing The Blues è quasi una esortazione/preghiera a non dimenticare le virtù di questa musica, una lunga e potente cavalcata che ingloba anche elementi più rock nella musica del nostro amico. Ancora Norman Beaker per una rilettura ricca di boogie di Driving Wheel, che porta la firma di Roosevelt Sykes, prima di concludere con una travolgente versione di Mannish Boy https://www.youtube.com/watch?v=z_g3cKdQsVw , oltre dodici minuti che hanno deliziato sicuramente i presenti al Reigen di Vienna nell’aprile del 2013, ma che non mancheranno, altrettanto sicuramente, di entusiasmare gli ascoltatori di questo CD che mi sento di consigliare vivamente a chi ama un blues tra i più vivaci e pimpanti in circolazione. Prendete nota: Larry Garner, uno dei migliori “giovani”, ancora in pista!

Bruno Conti

Signori, Uno Dei “Futuri” Del Blues Elettrico! Jarekus Singleton – Refuse To Lose

jarekus singleton refuse to lose

Jarekus Singleton – Refuse To Lose – Alligator/Ird

Michael Burks (che è stato uno dei suoi mentori) e Joe Louis Walker (che peraltro autorizzo a “toccarsi”, con gesto scaramantico) sono sicuramente i due nomi che per primi si affacciano alla mente ascoltando questo Refuse To Lose, secondo disco di Jarekus Singleton e debutto per la Alligator, il cui boss, Bruce Iglauer, produce l’album. Tra l’altro anche i, diciamo, punti di riferimento di Jarekus, sono (erano) sotto contratto per l’etichetta dell’alligatore. Due, Walker e Burks che anche a livello vocale non scherzavano, personaggi poco riscontrabili pure tra gli artisti neri, in cui canto e destrezza canterina erano più o meno allo stesso livello. Singleton, nativo di Clinton, Mississippi, è uno di quei rari casi di bluesmen giovani, esistono, il soggetto in questione non ha ancora compiuto trent’anni e per chi suona il blues, leggenda vuole, dovrebbe trovarsi ancora nel suo trentennio di apprendistato e gavetta on the road, di solito funziona cosi, poi, verso i 40-50, se hai fortuna, ti fanno incidere il primo disco (ci sono ovviamente delle eccezioni, ma spesso funziona così).

Jarekus-Singleton

Infatti se, come nel presente caso, la tua qualità è sopra la media difficilmente puoi sfuggire ai talent scout di fiuto e Iglauer, basta scorrere la lista dei musicisti che hanno inciso per la sua casa discografica, fiuto ne ha parecchio. Bassista e cantante di gospel sin quasi da bambino, poi tramite la radio ha scoperto l’hip hop e il rap, ma, per una volta, dopo essere passato alla chitarra, lo zio lo porta ad un club di blues, dove il giovane Jarekus ascolta I’ll Play The Blues For You di Albert King ed è amore a prima vista (beh, visto quanto appena detto, facciamo seconda): poi arrivano le scoperte di Buddy Guy, Freddie King,  Stevie Ray Vaughan, Jimi Hendrix https://www.youtube.com/watch?v=Du8twCEOky4 e Michael “Iron Man” Burks, che lo prende sotto la sua ala protettiva.

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Senza raccontarvi la sua vicenda completa, tutto il Singleton minuto per minuto, il nostro amico si fa la sua gavetta tipica per locali in giro per l’America, pubblica a livello autogestito il suo primo disco, Heartfelt, nel 2011, viene “scoperto” da Iglauer a Memphis nel 2013, una verifica un paio di settimane dopo a Jackson, Mississippi, ed arriva la firma del contratto per l’artista, che nel frattempo ha vinto vari premi a livello locale, ed è stato indicato dalla rivista Living Blues come uno delle “Great Black Hopes”, se mi passate il termine https://www.youtube.com/watch?v=hEKZPmo-9iA . E così ci troviamo tra le mani un musicista che ama la grande tradizione blues, ma vuole anche innovare, con forti tratti rock, accenni hip-hop e rap, usati con classe e giudizio non temete, funky e pop, un artista eclettico che miscela i vari stili, si scrive le canzoni, suona alla grande la sua chitarra (con i buchi, come il groviera, Clevenger, “che cacchio di marca è?” ) con una grinta, una passione, una tecnica, che sono la somma di tutti i nomi citati https://www.youtube.com/watch?v=FIG0UXSMTxU .

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Quando parte il primo brano, I Refuse To Lose, non si può fare a meno di dire, “Cazzo, ma questo suona!”, scusate per il suona, se non ci fossero già stati Hendrix, Stevie Ray Vaughan e tutti gli altri citati prima, avrebbe potuto dire, come Baudo per la televisione, il blues (rock) l’ho inventato io! Facezie a parte, la chitarra viaggia come una cippa lippa, la sua band ci dà dentro alla grande, lui ha nel modo di cantare quel leggero “talking” del rap, ma che voce, ragazzi, ed è solo il primo brano. Purposely ha un incipit che ricorda moltissimo I’m So Glad dei Cream, poi entrano l’organo di James Salone ed il groove funky della ritmica di Sterling e Blackmon, lui canta come un incrocio tra i due citati all’inizio, quindi benissimo e spara dei soli taglienti e tecnicamente ineccepibili, con scale velocissime, svisate improvvise e tutto l’armamentario del grande chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=ZBxnhkULszQ . Gonna Let Go sta tra soul e blues, e ci sta benissimo, ritmica e solista alternate e usate alla perfezione, Crime Scene è uno slow blues cadenzato e trascinante con grande controllo della chitarra, che però ogni tanto sfugge e guizza https://www.youtube.com/watch?v=x0ya2v1bSOY , per diventare trascinante in Keep Pushin’, una sorta di All Along The Watchtower part 2, mentre i testi, autobiografici, parlano della sua adolescenza “pericolosa”, da perfetto street singer.

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Ottime anche Suspicion, ben sostenuta dall’organo e Hell, dal testo dove Singleton parla in terza persona, come fosse il fantasma di Stevie Ray Vaughan e narrasse la propria storia, in uno slow blues splendido e lancinante. Hero, vagamente funky e rappata (ma vagamente), potrebbe passare in qualche radio “illuminata”, High Minded,è raffinata e cruda al tempo stesso. Sorry è un altro blues da torcibudella, molto vicino al mood di Burks e Walker, mentre Blame Game, con Brandon Santini all’armonica e Robert “Nighthawk” Tooms al piano, è l’unico blues canonico che potrebbe venire da Clinton, Mississippi, prima di lasciarci con la poderosa Come Wit Me, un altro blues-rock ad alto potenziale chitarristico.

Bruno Conti

Nel “Nido” Del Blues! Joe Louis Walker – Hornet’s Nest

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Joe Louis Walker – Hornet’s Nest – Alligator/Ird 25-02-2014

Prendete uno che suona la chitarra come una via di mezzo tra Hendrix e Stevie Ray Vaughan (sentire per credere l’iniziale Hornet’s Nest), con il “tocco” di Clapton e la crudezza di un Buddy Guy, senza dimenticare lo sconfinato amore per il Blues di uno come Michael Bloomfield, che a San Francisco, dalla fine degli anni ’60 fino alla morte, è stato, oltre che il suo co-inquilino, una sorta di mentore per il giovane Joe Louis Walker. Se aggiungete una voce che neanche il miglior Robert Cray, otteniamo un musicista che sa maneggiare rock, blues, soul e R&B, con un tocco di gospel, con la classe dei migliori e in più una “ferocia” che ha pochi riscontri nell’attuale panorama del blues nero http://www.youtube.com/watch?v=d79xn_XaQ_0 . Se poi affidiamo un tale fenomeno nelle mani di un produttore capace (nonché ottimo batterista ed autore) come Tom Hambridge, colui che ha guidato le recenti avventure di Guy, Cotton, Thorogood, e il precedente Hellfire dello stesso Walker http://discoclub.myblog.it/2012/02/01/uno-dei-migliori-bluesmen-in-circolazione-joe-louis-walker-h/ , non vi resta che schiacciare il tasto Play e godervi una cinquantina di minuti di ottima musica.

https://www.youtube.com/watch?v=8SlyZyg7xHE

Joe, discograficamente parlando ha iniziato abbastanza tardi, nel 1986, quando aveva già 37 anni, ma poi ha recuperato abbondantemente, pubblicando da allora qualcosa come 25 album, compreso questo Hornet’s nest, che è il suo secondo per la Alligator. Non vi racconterò frottole parlandovi di seconde o terze giovinezze, perché i dischi di Walker sono sempre stati, qualitativamente parlando, di valore elevato, qualcuno superiore agli altri, e quest’ultimo rientra nella categoria, ma tutti piuttosto buoni http://www.youtube.com/watch?v=bZ0RnIq-o60#t=33 . Nella tana di questo “calabrone” si sono calati anche alcuni ottimi musicisti, quelli utilizzati abitualmente da Hambridge: l’ineffabile Reese Wynans alle tastiere, che è il trait d’union con SRV, Tommy McDonald al basso e il secondo chitarrista Rob McNelley, oltre a Tom stesso, alla batteria. In All I wanted to go c’è la “nuova” Muscle Shoals Horn Section, guidata da Jim Horn al sax. Il tutto è stato registrato ai Sound Stage Studios di Nashvile, con un autentico e moderno suono sudista.

https://www.youtube.com/watch?v=0mb94JWIsD0

Detto della robustissima title-track posta all’inizio del CD, con le due chitarre che si sfidano con una cattiveria inusitata, mentre il resto della band, Wynans in testa, è indaffaratissima, anche il resto del disco ha un sound energico, come era stato per il precedente Hellfire, un po’ un marchio di fabbrica di Hambridge. La fiatistica All I Wanted To Go, ha un substrato R&B che l’avvicina al Cray più pimpante, ancora con l’organo di Wynans co-protagonista. L’ode al blues di Chicago As The Sun Goes Down, dall’andatura più lenta e maestosa, ha quel suono di chitarra lancinante che è tipico di Walker e discende dalla teoria dei grandi chitarristi elettrici della storia delle 12 battute. Stick a fork in me è un brano più normale, quasi di routine per il nostro, anche se in molti dischi di cosiddetti “fenomeni” della chitarra farebbe fuoco e fiamme, ascoltatevi che assolino ti cava dal cilindro. Don’t Let Go, la prima cover, è un bellissimo rock and roll, scritto da Jesse Stone, l’autore di Flip, Flop And Fly e di Shake, Rattle and Roll, eseguita come se invece che ai Sound Stage fossimo ai Sun Studios, e con lo spirito di Elvis che aleggia nell’aria, con i coristi di Walker che replicano lo stile dei Jordanaires (ma in effetti sono loro, Ray Walker e Curtis Young) con ottimi risultati. Love Enough sembra un brano di Clapton quando riprende un pezzo di Robert Johnson, con quel tipo di scansione ritmica ed approccio sonoro elettrico, mentre l’assolo alla slide è assolutamente delizioso.

https://www.youtube.com/watch?v=lQIIm0lwKq0

Ramblin’ Soul è il miglior brano dell’album, ancora con le due chitarre arrapate e soprattutto una lunga parte strumentale che ricorda i migliori Stones blues dell’era di Mick Taylor. Dico questo non a caso perché il pezzo successivo, la seconda cover, Ride on, baby, porta la firma Jagger/Richards, anche se questo brano che appariva su Flowers, ed era stato eseguito per primo da Chris Farlowe, non è particolarmente conosciuto. Bella versione però, sembra un brano del miglior Southside Johnny, con la sua andatura caracollante e springsteeniana. Soul City, l’ultima cover, porta la firma di Kid Andersen, il chitarrista norvegese dei Nighcats, ed è un ottimo esempio di funky rock, tra l’Hendrix dei Band Of Gypsys e Sly Stone, con una serie di assolo che vanno nella stratosfera della chitarra. Che è nuovamente protagonista nel poderoso slow blues, ancora con slide, che porta il nome di I’m Gonna Walk Onstage, non posso che confermare, questo suona! Not In Kansas Anymore, a riprova di quello spirito rockista evocato più volte, sembra un brano degli Who dei primi anni ’70, i migliori. E se, come si suole dire, tutti i salmi finiscono in gloria, quale migliore modo di concludere se non con un bel gospel come Keep The Faith, che ci permette di gustare la voce vellutata di Joe Louis Walker (e l’organo Hammond di Wynans e i Jordanaires) in tutto il suo splendore. 

Bruno Conti

Più Un Grosso Petardo Che Una “Bomba”, Ma Il Botto Lo Fa! Dave Fields – Detonation

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Dave Fields – Detonation –Field Of Roses Records

Premessa. Secondo il sottoscritto non bisognerebbe mai assegnare due stellette in una recensione di un disco, equivale al vecchio 4 a scuola, piuttosto non lo recensisci, e vi assicuro che dischi in giro che meritano due stellette ma anche una ce ne sono a bizzeffe, meglio ignorarli. Ma se si decide di parlare di questi dischi il dilemma si pone. Questo Detonation è uno di quei dischi, secondo il parere del sottoscritto, che meriterebbe due stellette ma…Dave Fields è un signor chitarrista, di quelli della categoria “esagerati”, tecnica notevole, suono vigoroso e facilità nell’assolo disarmante, ma il genere, diciamo un rock-blues-hard-power trio, non lo aiuta, se poi aggiungiamo che il produttore è un tipo come David Z, uno che non ho mai amato anche se ha vinto 2 Grammy con dischi di Etta James, che ha la tendenza a caricare il suono con riverberi, filtri vocali, molte tastiere e tutte le diavolerie che ti regala la tecnologia, molto professionale ma anche “invadente”.

Quindi fate finta che la terza stelletta sia tutta da assegnare al lavoro della solista di Fields, tra Hendrix e Stevie Ray Vaughan per il tipo di sonorità, ma con una tendenza fastidiosa a caricare eccessivamente queste influenze sacrosante e spostarle verso lidi non dissimili a quelli di un Lenny Kravitz (altro patito di Jimi) o addirittura certo AOR americano, ballate hard power rock melodiche come Same Old Me o il reggae-rock plastificato di Bad Hair Day che mi sembra “E la luna bussò” con il wah-wah (magari, senza volere, gli sto facendo un complimento!), tutte comunque redente da poderosi soli che risollevano le sorti del brano. La riffatissima The Altar potrebbe rientrare nella categoria dei brani più commerciali di Johnny Lang (e infatti David Z gliene ha prodotti un paio) o Kenny Wayne Shepherd quando si allontanano dai sentieri del blues-rock per un hard rock più di maniera, in confronto i bistrattati, da alcuni, Black Country Communion di Bonamassa fanno del rock progressivo.

Ci sono anche note positive: il bel rock-blues cadenzato di Better Be Good al crocevia tra Bonamassa, Vaughan e Robben Ford, l’iniziale tirata Addicted To Your Fire, un incrocio tra le sparate di SRV e le trame hendrixiane del Jimi più commerciale con improvvise orge di wah-wah e passate di organo anni ’70, ma anche il blues lento e selvaggio di Doin’ Hard Time, in accoppiata con Joe Louis Walker con chitarre e voci che si incrociano, non è male. Anche Prophet in Disguise ha una atmosfera vagamente psichedelica e soluzioni strumentali interessanti e Pocket Full Of Blues è un altro rock-blues lento con chitarra e organo in evidenza, ma non mi piace quella voce filtrata che copre le magagne della voce di Dave Fields che strilla troppo. Dr.Ron è di nuovo Lenny Kravitz che fa Hendrix e Lydia invece è Fields che fa sempre Hendrix (meglio), con molto lavoro su toni e volumi in questo strumentale che permette di apprezzare nuovamente il suo virtuosismo indubbio e meritare quella stelletta in più. La hard ballad You Will Remember Me conclude senza particolare gloria questo disco che “detona” solo saltuariamente, ma potrebbe incontrare il favore dei patiti del genere!

Bruno Conti

Uno Dei Migliori Bluesmen In Circolazione! Joe Louis Walker – Hellfire

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Joe Louis Walker – Hellfire – Alligator Records/Ird

Joe Louis Walker colpisce ancora! Questo Hellfire (il debutto per la Alligator) è forse il suo miglior disco in assoluto, anche se dovendone citare uno scarso non saprei dove andare a parare, in una lunga carriera che lo ha portato ad incidere con quasi tutte le più importanti etichette indipendenti del mondo e anche con qualche major. Ma quest’ultimo ha quel quid in più che contraddistingue gli album particolarmente riusciti: sarà la produzione di Tom Hambridge, anche ottimo batterista, che è stato definito il “Willie Dixon” bianco per i suoi lavori, a partire da Just Won’t Burn di Susan Tedeschi del 1998 per arrivare ai recenti Skin Deep e Living Proof di Buddy Guy (senza dimenticare 2120 South Michigan Ave. di George Thorogood). Il punto che lo accomuna al grande della Chess è il fatto che Hambridge partecipa, oltre che come produttore, anche come autore alla stesura degli album ai quali collabora.

E’ ovvio che se il materiale su cui si lavora è già ottimo alla fonte, il risultato è garantito. Mi viene da dire che Buddy Guy sia proprio il musicista che più si può accostare a Joe Louis Walker (e un pizzico di BB King per la grinta vocale): grande rispetto per le radici blues classiche ma una apertura anche verso il rock e le sonorità più tirate (non era un mistero che Guy e Jimi Hendrix, a fine anni ’60 si sono influenzati a vicenda), un amore per altre forme di musica nera come soul e gospel e una personalità trascinante. Tutti tratti che lo accomunano a Walker, che in più è in possesso di una delle migliori voci in circolazione, in grado di essere grintosa e potente ma anche melliflua e tenera allo stesso tempo. E poi una tecnica chitarristica e un tiro mostruosi, sembra proprio che il “fuoco dell’Inferno” gli bruci sotto il sedere.

Già dall’inziale traccia che dà il titolo al CD, una rauca e poderosa Hellfire con la ritmica che pompa e l’organo di Reese Wynans che disegna ghirigori, si capisce che siamo sulla giusta lunghezza d’onda, quando poi Joe Louis Walker innesta il wah-wah per un assolo devastante è subito goduria! Per scombinare le carte Walker ci regala immediatemente uno slow blues, I Won’t Do That, da manuale del genere, Wynans passa al piano e il nostro amico ci spiega come si costruiscono i grandi assoli, un misto di tecnica e feeling, il tutto cantato con una voce da brividi e la produzione di Hambridge che illumina tutti i particolari. Ride All Night per contro è un brano rock che avrebbe fatto la gioia degli Stones del periodo migliore, una sorta di Gimme Shelter con la seconda voce di Wendy Moten che urla e strepita e la slide di Walker che taglia l’aria, ottima! Per I’m On To You Joe sfodera anche l’armonica d’ordinanza, che peraltro suona molto bene, per un brano più tradizionale ma non per questo meno soddisfacente, anche il “trucchetto ” di autocitarsi nel testo della canzone è uno dei “classici” del Blues (non importa se la firma del brano è di Hambridge & Fleming).

Con What’s It Worth si toccano livelli incredibili: un brano che inizia lento, con organo e chitarra minacciosi e poi si trasforma in una lunga improvvisazione psichedelica in un crescendo inarrestabile che non avrebbe sfigurato nella facciata più tirata e sperimentale di “Electric Ladyland”del grande Jimi, il finale del brano in particolare è quasi “magico”, e non sto esagerando. A questo punto cosa ti pensano il Walker (e anche l’Hambridge), e se chiamassimo i Jordanaires per un bel tuffo nel gospel? Detto fatto e ti ritrovi ad ascoltare un brano come Soldier For Jesus con la voce del nostro che guida il gruppo vocale in una esuberante rilettura del genere con slide e organo che aggiungono pepe alla esecuzione. I Know Why con l’aggiunta dei fiati e la voce melliflua e carezzevole di Joe è un lentone da pista da ballo soul, fiati che rimangono anche per la successiva Too Drunk To Drive Drunk un rock and roll frenetico con il marchio di approvazione del Thorogood più ruspante con tanto di solista “riffologica e battezzante” come usava il George dei tempi d’oro (ricordo un Odissea 2001 a Milano di qualche annetto fa, mi fischiano ancora le orecchie)!  

Altro grande brano, Black Girls, ancora con la seconda voce della Moten alla ribalta ed un drive del brano che ricorda il Ry Cooder di Bop Till You Drop (anche la slide aiuta) o i Little Feat intrippati di brutto. Don’t Cry, nuovamente con i Jordanaires pronti alla bisogna è un altro gospel soul errebì da godersi fino alla fine, lui canta veramente bene, il gruppo gira alla grande, con la chitarrina choppata di Walker a presiedere le operazioni. L’unica cover viene tenuta per ultima: una rilettura notevole di I’m Movin’ On di Hank Snow ma che tutti ricordano nella versione di Johnny Cash e anche la figlia Rosanne l’aveva inserita in apertura del suo bellissimo The List. La versione di Joe Louis Walker è da grande del Blues, pimpante e pulsante come poche, a conferma di un momento di grazia goduto in questo Hellfire, dischi di “genere” Blues così belli se ne faranno pochi nel corso dell’anno, garantisco!

Bruno Conti