Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

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Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

Il Ritorno Di Uno Dei Grandi Texani! Joe Ely – Panhandle Rambler

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Joe Ely – Panhandle Rambler – Rack’em CD

In realtà non se ne era andato da nessuna parte, ma comunque negli ultimi vent’anni la carriera di Joe Ely, texano doc, ha subito un deciso rallentamento, con una media di almeno quattro anni tra un disco e l’altro (e difatti il suo precedente lavoro, l’ottimo Satisfied At Last, è del 2011). Ma Joe, a parte gli inizi, quando pubblicava un LP all’anno, è sempre stato così, i dischi li ha sempre pensati e meditati, e fatti uscire quando davvero pensava ne valesse la pena, con il risultato di farlo entrare nel ristretto club di musicisti che non hanno (quasi) mai sbagliato un disco (solo un paio di tentennamenti: Hi-Res del 1984, che aveva buone canzoni ma pativa la scelta di Joe di dare al suono una veste moderna ed elettronica, e Happy Songs From The Rattlesnake Gulch del 2007, al quale invece mancavano proprio le canzoni): questo però non gli ha certo aperto le porte della celebrità e del successo, nonostante io (e non solo io) lo consideri uno dei grandi (ma ha sempre avuto anche la stima incondizionata di grandi colleghi, Bob Dylan e Bruce Springsteen su tutti).

E’ stato lasciato a piedi ben due volte da una major (tra l’altro la stessa, la MCA), ma lui se ne è giustamente fregato e, dopo aver girato alcune etichette indipendenti anche di buon nome (Hightone, Rounder), ha deciso dal 2007 di distribuire da solo i propri dischi. Panhandle Rambler (il Panhandle, letteralmente “manico della padella”, è la zona a nord del Texas, quella quadrata per intenderci, nella quale sorgono sia Lubbock, città della quale Joe è originario, che Amarillo, dove è nato) è quindi il suo nuovissimo lavoro: dodici canzoni di puro e classico Joe Ely, nel quale il nostro rivisita un po’ tutti gli stili esplorati durante una carriera ormai quarantennale, passando con disinvoltura dal rock al country, dalla ballata dal sapore messicano al folk, con il sigillo della sua splendida voce, per nulla scalfita dal passare degli anni. Tra i musicisti che lo accompagnano in questa nuova avventura troviamo quasi tutti i nomi presenti anche in album del passato, da Gary Nicholson a Lloyd Maines a Joel Guzman, passando per Glen Fukunaga ed il formidabile chitarrista flamenco olandese Teije Wijnterp (l’ho visto anni fa dal vivo nella band di Joe e credetemi ne vale la pena), in aggiunta ad altri di ottimo valore, sotto la produzione di Ely stesso.

Panhandle Rambler è un buon disco, che ci fa ritrovare un musicista ispirato e ancora voglioso di fare musica anche se non è un capolavoro, ma il classico album da tre stelle e mezza: Joe è andato sul sicuro, si è preso pochi rischi e ha preferito dare ai suoi fans esattamente quello che si aspettano da lui, con qualche guizzo ma anche un paio di episodi minori; inoltre, credo che se si rivolgesse ad un produttore esterno in grado di dare più profondità e sfaccettature al suono (Maines sarebbe perfetto) tutto l’insieme ne guadagnerebbe, così com’è in alcuni punti il sound appare un po’ monolitico (e comunque avercene di dischi così, sia chiaro).

L’album inizia con Wounded Creek: avvio lento, con Teje che arpeggia da par suo, odore di border e la voce limpida e chiara di Joe che avvolge il tutto, un brano comunque simile a molti altri scritti dal nostro in passato. Magdalene è una resa toccante e piena di pathos di una ballad scritta da Guy Clark, gli strumenti sono pochi ma i brividi lungo la schiena non mancano, specie quando entra la fisa di Guzman; Coyotes Are Howlin’, introdotta da un basso pulsante e dalla chitarra flamenco è il tipico brano epico del nostro, una di quelle cavalcate nella prateria alle quali Joe ci ha abituato nel corso degli anni, ma che è sempre un piacere ascoltare. Ogni disco di Ely che si rispetti deve avere almeno una canzone dell’amico Butch Hancock, e qui troviamo When The Nights Are Cold, un’intensa ballata guidata dall’accordion, passo strascicato e struttura classica, cantata da Joe con la consueta espressività; la saltellante Early In The Mornin’ è un gustoso country-folk elettroacustico, con un motivo centrale che si fischietta dopo due ascolti.

La spedita Southern Eyes è un rockabilly texano che uno come Joe è in grado di scrivere mentre dorme, non particolarmente originale (e dura almeno due minuti di troppo), Four Ol’ Brokes ha il classico sapore del western di confine, anche se stenta a decollare, mentre Wonderin’ Where è una rock ballad limpida ed ariosa, una di quelle per cui Joe è noto, ed è una delle più riuscite del CD. Ancora meglio Burden Of Your Load, un intrigante uptempo dalla melodia che si insinua sottopelle ed una performance spettacolare di Guzman, mentre Here’s To The Weary è un godibilissimo western swing fatto alla maniera di Joe, e cioè con un arrangiamento quasi rock. Chiudono il CD la sinuosa Cold Black Hammer e la potente You Saved Me, una rock song elettrica e vibrante che ci fa ritrovare il musicista di dischi come Love And Danger.

Non sarà il suo disco migliore ma, come già detto, questo è il Joe Ely del 2015, prendere o lasciare: e noi, volentieri, prendiamo.

Marco Verdi

Poesia E Musica Per Un Grande Artista Minore! Sam Baker – Say Grace

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Sam Baker – Say Grace – Self Released 2013

Sam Baker da Austin, Texas, è un cantautore molto personale, dotato di una voce aspra, quasi “dylaniana”, che parla più che cantare, l’ultimo discendente di una stirpe di songwriters che si riconosce in autori come Guy Clark, John Prine e il grande Townes Van Zandt. Say Grace arriva dopo l’eccelso debutto di Mercy (2004), seguito dagli altrettanto validi Pretty World (2007) e Cotton (2009) a chiudere una trilogia incentrata sui temi della misericordia e della rinascita in forma spirituale (dopo che Sam si ritrovò coinvolto in un attentato che costò la vita ad alcune persone).

La pienezza di suono di questo lavoro (più corposo e variegato rispetto ai precedenti), va attribuita in larga parte alla bravura e qualità dei musicisti presenti, gente come Gurf Morlix e Anthony Da Costa alle chitarre, Rick Richards alla batteria, il polistrumentista Lloyd Maines e Joel Guzman alla fisarmonica, oltre alle due “donzelle” Carrie Elkin e Raina Rose alle armonie vocali, distribuite in quattordici tracce dolenti e intense, cantate con la consueta passione da Sam Baker.

Le canzoni sono tutte di valore, a cominciare dall’iniziale Say Grace, brano delicato accompagnato dai riff chitarristici di Antonio Da Costa, per proseguire con la malinconica The Tattooed Woman, la tenue Road Crew e la splendida Migrants (dedicata alla morte degli immigrati messicani), arricchita dalla fisa di Joel Guzman. Il cuore del disco è circoscritto nella nuda bellezza delle varie White Heat, Ditch, Interlude, Isn’t Love Great, mentre nella teatrale Feast (ispirata da un verso del poeta Yeats) si trovano cenni del miglior Tom Waits. Una voce angelica introduce Sweet Hour Of Prayer, un brano strumentale (da una melodia medievale francese) con il pianoforte in primo piano, a cui fanno seguito due ballads intimiste, Panhandle Winter e Button By Button, con i ricami “rootsy” del violino di Maines, per poi chiudere con la breve ma sempre intensa Go In Peace.

Say Grace è un lavoro bello, profondo, toccante, con pochi strumenti, una voce che racconta storie,  racconti personali, una raccolta di sensazioni ed emozioni, in quanto Baker è uno “storyteller” nato, che sa unire gioia e malinconia, passione e dolore, un disco triste e solitario, perfetto per le prossime giornate autunnali.

L’invito è quindi di avvicinarvi a Sam Baker, un poeta e musicista (e pittore) che chiede a pieno diritto di entrare nel “gotha” del cantautorato Usa, con questo Say Grace: una fortuna (purtroppo) solo per i pochi che lo hanno scoperto e subito amato, visto la difficile reperibilità dei suoi dischi!

Tino Montanari