La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

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Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Il Supplemento Della Domenica Dello Springsteen: Dagli Archivi Live Del Boss: Ottimo Anche Senza La Band! Bruce Springsteen – The Christic Shows 1990

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Bruce Springsteen – The Christic Shows 1990 – live.brucespringsteen.net 3CD – Download

Un po’ di tempo fa, in un post dedicato al riepilogo dei CD dal vivo tratti dagli archivi di Bruce Springsteen http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ , alla fine mi domandavo quale sarebbe stato il prossimo episodio, ma non avrei mai immaginato che ci si sarebbe rivolti ad un momento così particolare come i due show acustici che il Boss tenne allo Shrine Auditorium di Los Angeles il 16 e 17 Novembre del 1990, due spettacoli benefici conosciuti come The Christic Shows, dal nome dell’associazione no profit Christic Institute, una sorta di studio legale che si occupa (esiste ancora) di cause e class actions dedicate a problemi a sfondo ambientale e sociale ed azioni a favore di gruppi o soggetti vittime di soprusi (una cosa che fa molto romanzo di John Grisham). Questi due spettacoli sono sempre stati tenuti in grande considerazione dai fans di Bruce (ed i bootleg di queste due rare serate erano tra i più ricercati), in quanto furono i suoi primi spettacoli acustici di sempre, dato che dopo Nebraska non c’era stato alcun tour e dischi come Tom Joad e Devils & Dust e relativi concerti in solitario erano di là da venire, ma anche perché rompevano un periodo di silenzio che durava da due anni (e ne sarebbe durato ancora due), nel quale il Boss aveva sciolto la E Street Band e non aveva ancora formato il gruppo che lo avrebbe accompagnato a supporto dei futuri album Human Touch e Lucky Town.

Ma la cosa forse più importante da dire riguardo a queste due serate è che Bruce è in forma eccellente, è ispirato e voglioso di suonare (oltre alla chitarra e armonica, si esibisce anche al piano), ma anche di sperimentare arrangiamenti diversi per canzoni famose in altra veste sonora, oltre al fatto che in entrambe le serate presenta alcuni pezzi in anteprima da Human Touch, qualche inedito e, last but not least, una sorpresa finale particolarmente gradita. Due concerti decisamente intensi e coinvolgenti quindi, che non lasciano affiorare la noia neppure per un minuto, merito senz’altro della bellezza delle canzoni ma anche della bravura del nostro come intrattenitore, anche senza l’ausilio di una band alle spalle (forse l’unico pezzo che risente un pochino dell’assenza di un gruppo è Brilliant Disguise, che apre entrambe le serate): i due concerti, più corti delle solite maratone a cui Bruce ci ha abituati (17 canzoni il primo, 18 il secondo), stanno comodamente su tre CD, ordinabili come anche gli altri volumi della serie su una sezione del sito di Springsteen (mentre, per i più tecnologici, c’è la possibilità di scaricare i live in diversi formati). E’ chiaro che la dimensione acustica giova particolarmente ai (molti) brani che Bruce prende da Nebraska nel corso dei due shows (la title track, Mansion On The Hill, State Trooper, la quasi mai eseguita, ma bella, My Father’s House, Reason To Believe, Atlantic City), ma anche all’allora inedita Red Headed Woman, all’intensa Wild Billy’s Circus Story (una rarità, era nel secondo album) ed alla sempre toccante Thunder Road, qui eseguita al piano.

Poi ci sono, come già detto, alcuni brani che dopo due anni compariranno sul controverso Human Touch, come la vibrante Real World, meglio forse in questa versione, la sofferta Soul Driver ed il futuro singolo 57 Channels (And Nothin’ On), che in studio era un vero pastrocchio mentre questa veste spoglia la dona un gradevole sapore rock’n’roll. Alcuni pezzi cambiano volto, come Darkness On The Edge Of Town che riconosco solo quando arriva il ritornello, una curiosa Tenth Avenue Freeze-Out pianistica ma sempre coinvolgente, una My Hometown decisamente più riuscita della versione mainstream apparsa su Born In The U.S.A., ma soprattutto, nel secondo show, una Tougher Than The Rest, ancora al pianoforte, semplicemente da brividi, una rilettura di grande valore per quello che già in origine era il brano più bello di Tunnel Of Love. Tra gli inediti, due canzoni che dopo qualche anno Bruce pubblicherà nel cofanetto Tracks: When The Lights Go Out, non eccelsa, e The Wish, decisamente meglio.

Il doppio CD sarebbe già stato ottimo ed abbondante così, ma poi, in tutte e due le serate, abbiamo lo stesso tipo di finale, e che finale: Bruce viene infatti raggiunto sul palco da Jackson Browne e Bonnie Raitt (i promotori dell’iniziativa benefica), che accompagnano il Boss prima in una versione trascinante di Highway 61 Revisited di Bob Dylan, riletta in puro stile boogie acustico con Bruce all’armonica, Jackson alla chitarra e Bonnie al tamburino (e Browne, per l’arrangiamento che dona al brano, viene scherzosamente soprannominato Jackson Lee Hooker dagli altri due), per finire con una emozionante Across The Borderline, con il bellissimo brano scritto da John Hiatt con Ry Cooder e Jim Dickinson che viene deliziosamente rifatto con il Boss che riprende la chitarra, Browne che si sposta al piano e la Raitt che imbraccia la sua slide. Nell’attesa di godermi l’atteso uno-due di Springsteen a San Siro, questo The Christic Shows 1990 è un validissimo, seppur acustico, antipasto.

Marco Verdi

*NDB Non a caso questo Post viene pubblicato nel giorno del primo dei due concerti di Bruce Springsteen allo stadio di San Siro!

Slidin’ Blues At Its Best! Sonny Landreth – Bound By The Blues

sonny landreth bound by the blues

Sonny Landreth – Bound By The Blues – Provogue CD

Clyde Vernon Landreth, detto Sonny, è un musicista che nel corso della sua ormai più che quarantennale carriera non ha inciso molti dischi, ma quando lo ha fatto ha quasi sempre colpito nel segno: il suo ultimo lavoro, Elemental Journey (risalente a tre anni fa) è forse il meno brillante del lotto, ma in passato il nostro ci ha regalato vere proprie perle come Levee Town e The Road We’re On (i due che preferisco) ed ottime cose come Grant Street e quel South Of I-10 che nel 1995 lo fece uscire dal semi-anonimato nel quale viveva immeritatamente da anni. Landreth è un grande chitarrista, maestro della tecnica slide (in America, secondo il sottoscritto, inferiore solo a Ry Cooder, almeno tra i viventi) che negli anni è stato sempre molto richiesto anche sui dischi altrui: John Hiatt, uno che di chitarristi se ne intende, lo ha voluto come leader della sua band per ben tre dischi (Slow Turning, The Tiki Bar Is Open, Beneath This Gruff Exterior) e relative tournée.

Sonny è sempre stato avvicinato al genere blues, ma non è un bluesman canonico: nei suoi dischi infatti è sempre partito da una base blues, per poi rivestire le sue canzoni di influenze zydeco-cajun (è infatti soprannominato “il Re dello Slydeco”), country e rock’n’roll, una fusione di stili che è quasi d’obbligo per un musicista cresciuto in Louisiana sin da bambino (essendo nato in Mississippi, altro luogo dove il blues ce l’hai nel sangue). Quindi Landreth un vero disco tutto di blues non lo aveva mai fatto, almeno fino ad oggi: Bound By The Blues è infatti un excursus personale da parte di Sonny nel mondo delle dodici battute, un lavoro fatto con amore e passione esattamente bilanciato tra brani nuovi ed omaggi ai grandi che lo hanno influenzato.

Registrato e prodotto in maniera diretta e senza fronzoli (in trio: oltre a Sonny abbiamo David Ranson al basso e Brian Brignac alla batteria), Bound By The Blues non è quindi un esercizio scolastico fine a sé stesso, ma un vero e proprio Bignami lungo dieci brani nel quale Landreth esplora da par suo i meandri della musica del diavolo: il disco è suonato da Dio (e non c’erano dubbi), prodotto in maniera asciutta da Sonny stesso con Tony Daigle e cantato in maniera più che accettabile (e d’altronde la voce è sempre stato un po’ il tallone d’Achille del nostro, diciamo non altrettanto blues come le sue dita…), un album quindi che soddisferà pienamente sia i fans di Landreth che gli appassionati di blues, e che merita di essere messo a fianco, se non dei suoi lavori migliori in assoluto, sicuramente di quelli appena un gradino sotto (e dunque belli lo stesso).

Il disco si apre con la classica Walkin’ Blues (di Son House, ma resa celebre da Robert Johnson) ed è subito goduria, a partire dal colpo di batteria iniziale e fin dalle prime note di slide, un suono “grasso” che mette subito a suo agio l’ascoltatore, con Sonny che inizia a ricamare assoli. La title track è una rock song fluida e diretta, che ha sì il blues nei cromosomi ma si sviluppa in maniera non canonica, e Landreth alterna con maestria la slide acustica e quella elettrica; The High Side ha un suono paludoso, la sezione ritmica che pressa e Sonny che fa i numeri all’acustica, sopperendo ai suoi limiti vocali con massicce dosi di feeling. It Hurts Me Too è nota soprattutto per le versioni di Tampa Red ed Elmore James, ma l’hanno fatta in mille (tra cui Junior Wells, Eric Clapton, John Mayall, Bob Dylan, Grateful Dead), e qui non riserva grandissime sorprese, ma a me basta che il nostro trio suoni bene, e poi quando Sonny lascia scorrere le dita sul manico non ce n’è per nessuno; Where They Will è un’intrigante rock ballad, intensa e sinuosa, che a ben vedere non è neanche tanto blues (ha quasi un’atmosfera alla Chris Isaak), ma è comunque piacevole e, devo dirlo?, ben suonata.

Cherry Ball Blues, di Skip James (ma l’ha fatta anche Cooder) è tesa ed affilata, quasi più rock che blues, con il nostro che suona come se non ci fosse domani, lo strumentale Firebird Blues è un sentito omaggio al grande Johnny Winter, uno slow blues caldo e vibrante nel quale i tre musicisti danno prova di grande affiatamento: le casse del mio stereo quasi sudano … Dust My Broom (Robert Johnson, ma la versione “storica” è quella di Elmore James) è uno dei classici assoluti della musica del diavolo in generale, e della chitarra slide in particolare, e Sonny ci dà dentro di brutto, fornendo una prestazione da applausi, anche se qui più che mai si sente l’assenza di un vocalist adatto; chiudono il lavoro Key To The Highway (Big Bill Broonzy, ma tutti conoscono quella di Clapton), ripresa abbastanza fedelmente e con la consueta classe da Landreth (anche se verso la fine gigioneggia un po’ ma tenderei a perdonarlo …), e Simcoe Street, uno scatenato boogie strumentale dove tutti girano a mille.

Anche se non sarà un capolavoro, Bound By the Blues è un disco corroborante, che ci fa ritrovare il Sonny Landreth che conosciamo dopo il mezzo passo falso di Elemental Journey.

Marco Verdi

Ed Ecco Il Tributo. One More For The Fans – Lynyrd Skynyrd

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Lynyrd Skynyrd & Friends – One More For The Fans – 2 CD – 2 DVD – Blu-ray Ear Music/Edel – Solo per il mercato USA Loud & Proud Records 2CD+DVD 24-07-15

Dopo una lunga pausa riprendiamo la rubrica delle anticipazioni discografiche, per il momento con un titolo, ma nei prossimi giorni conto di rendervi conto di molte uscite estive, alcune prossime, altre più a lunga gittata. Per iniziare parliamo di questo tributo ai Lynyrd Skynyrd.

In passato ne sono usciti moltissimi, country, rock, dal vivo, in studio, alcuni belli, altri decisamente meno, ma questo One More For The Fans, mi sembra uno dei meglio riusciti, se non il migliore in assoluto di quelli usciti fino ad oggi. Come vi dicevo un paio di giorni fa nella recensione del doppio CD al Rockpalast http://discoclub.myblog.it/2015/07/16/attesa-del-tributo-vecchio-concerto-dal-vivo-lynyrd-skynyrd-sweeet-home-alabama-rockpalast-1996/, ormai della formazione originale è rimasto solo Gary Rossington alla solista, gli altri sono Johnny Van Zant, voce, Rickey Medlocke, anche lui chitarra solista, Johnny Colt al basso, Peter Keys alle tastiere e gli ultimi arrivati Michael Cartellone alla batteria e Mark Mateijka alla terza solista, che sono quelli che mi convincono meno e, secondo me, hanno reso troppo hard il sound della band negli ultimi anni (vedi i due album di studio, Last Of A Dyin’ Breed God And Guns, non a caso usciti per i “metallari” della Roadrunner e anche il Live From Freedom Hall del 2010, non era memorabile, suono troppo duro e risaputo).

Ma in questa serata del 12 novembre dello scorso anno al mitico Fox Theatre di Atlanta, Georgia, finanziata con il crowfunding dalla band ed in uscita il 24 luglio per la loro etichetta Loud And Proud negli Stati Uniti (dove ci sarà anche una versione con i 2 CD insieme al DVD) e per Ear Music/Edel in Europa, tutta funziona a meraviglia, anche grazie al cast notevole che è stato assemblato per l’occasione. Ecco artisti e titoli:

1. Whiskey Rock A Roller – performed by Randy Houser
2. You Got That Right – performed by Robert Randolph & Jimmy Hall
3. Saturday Night Special – performed by Aaron Lewis
4. Workin’ For MCA – performed by Blackberry Smoke
5. Don’t Ask Me No Questions – performed by O.A.R.
6. Gimme Back My Bullets – performed by Cheap Trick
7. The Ballad of Curtis Loew – performed by moe. & John Hiatt
8. Simple Man – performed by Gov’t Mule
9. That Smell – performed by Warren Haynes
10. Four Walls of Raiford – performed by Jamey Johnson
11. I Know A Little – performed by Jason Isbell
12. Call Me The Breeze – performed by Peter Frampton
13. What’s Your Name – performed by Trace Adkins
14. Down South Jukin’ – performed by Charlie Daniels & Donnie Van Zant
15. Gimme Three Steps – performed by Alabama
16. Tuesday’s Gone – performed by Gregg Allman
17. Travelin’ Man – performed by Lynyrd Skynyrd With Johnny and Ronnie – Ronnie on big screen
18. Free Bird – performed by Lynyrd Skynyrd
19. Sweet Home Alabama – performed by Lynyrd Skynyrd and the entire line-up

Come vedete, ormai è una consuetidine, alla fine del tributo salgono sul palco anche i Lynyrd Skynyd stessi, con la trovata scenica dei due fratelli, Johnny e Ronnie (sul grande schermo), che duettano in Travelin’ Man, prima di lanciarsi in una ottima versione di Free Bird e nella classica Sweet Home Alabama, con tutto il cast sul palco. Non tutto luccica, ma mi piaiono buone le versioni di You Got That Right con Robert Randolph e Jimmy Hall dei Wet Willie, gli O.A.R. con una versione muscolare, ma ben eseguita di Don’t Ask Me No Questions e al sottoscritto piace anche la rilettura di Working For MCA dei Blackberry Smoke. Ottima, e non poteva essere diversamente, The Ballad Of Curtis Loew di John Hiatt (visto recentemente in gran forma a Milano) accompagnato dalla jam band dei moe., come pure la Simple Man dei Gov’t Mule di Warren Hayes, che poi esegue come solista anche That Smell. Notevole anche la versione acustica, che conclude il primo CD, di Four Walls Of Raiford di un Jamey Johnson dalla voce prorompente.

Parlando sempre di cantanti-chitarristi anche Jason Isbell con I Know A Little e un sorprendente Peter Frampton, in grande spolvero con Call Me The Breeze, mantengono elevato il livello qualitativo. E pure Gregg Allman, accompagnato alle armonie vocali dalle McCrary Sisters, rilascia una versione di Tuesday’s Gone da antologia, anche grazie alla house band guidata da Don Was, anche al basso, con Sonny Emory alla batteria e Jimmy Hall, voce e armonica. Le altre versioni non sono brutte, alcune caciarone, alcune troppo country (non male gli Alabama con Gimme Three Steps), ma forse si poteva trovare di meglio, anche Randy Houser è comunque molto buono. Comunque il tutto, unito al gran finale, fa sì che questo One More For The Fans sia un disco da avere, una grande festa del southern rock, magari per metterlo sullo scaffale di fianco al giustamente più  celebrato One More From The Road.

Bruno Conti

Non Solo Blues, Ma Tanta Buona Musica! Gnola Blues Band – Down The Line

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Gnola Blues Band – Down The Line – Appaloosa/Ird

Maurizio Glielmo, in arte “Gnola”, non è pavese, come molti pensano, anche se fa sicuramente parte di quella scena musicale, ma nasce a Milano, un imprecisato numero di anni fa (quanti? Abbastanza, andate su Wikipedia a verificare, non è un segreto, diciamo che non è più un giovanotto di belle speranze, compie anche gli anni in questi giorni, auguri) e proprio nella metropoli lombarda muove i suoi primi passi nella scena locale, a partire dalla fine anni ’70, andando poi ad approdare nella “leggendaria” Treves Blues Band, con la quale registra due album, 3 nel 1985 e Sunday’s Blues nel 1988, poi le strade con il Puma di Lambrate si dividono e già nel 1989 nasce la prima edizione della Gnola Blues Band, dove fin da allora alle tastiere sedeva Massimo “Roger” Mugnaini, a tutt’oggi compagno inseparabile di avventure musicali. Ma nel disco del 1988 appariva come ospite un certo Chuck Leavell, tastierista di culto, prima nei Sea Level (formazione poco conosciuta, ma di grande pregio), poi nell’Allman Brothers Band, dopo lo scomparsa di Duane Allman, e da parecchi anni nella touring band dei Rolling Stones, oltre ad essere apparso come ospite in centinaia di dischi. E guarda caso lo troviamo anche in questo Down The Line, disco che oserei definire “non solo”: non solo blues, non solo rock, non solo roots music, ma con tutti questi elementi ben definiti a formare un album che non esiterei a definire il migliore della carriera del buon Gnola. La discografia con la band non è copiosissima, un disco ogni cinque o sei anni, questo è il sesto dagli esordi del 1990, se contiamo anche Blues, Ballads And Songs, in società con Jimmy Ragazzon dei Mandolin Brothersoltre, anche per lui, ad un fitto lavoro di collaborazioni con gli artisti più disparati, la più nota probabilmente quella in Yanez di Davide Van De Sfroos.

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Per questo nuovo CD la Gnola Blues Band si è arricchita di una nuova sezione ritmica, Paolo Legramandi al basso e Cesare Nolli alla batteria ( spesso anche con i milanesi Fargo http://discoclub.myblog.it/2015/03/24/fargo-eccoli-nuovo-concerto-special-edition-small-world-black-and-white/ ), che hanno curato pure la produzione del disco nei Downtown Studios di Pavia, dove è stato registrato l’album. Ovviamente, essendo nei dintorni, Maurizio ha chiesto a Ed Abbiati di dargli una mano a scrivere una canzone sulle loro comuni radici musicali e, visto che la cosa aveva funzionato, di brani insieme ne hanno scritti ben 5, quasi la metà del totale, in due di essi, come autore, appare anche Marcello Milanese http://discoclub.myblog.it/2014/11/30/musicista-musicista-volta-jimmy-ragazzon-incontra-marcello-milanese-leave-the-time-that-finds/, ex (?) Chemako. Come mi piace ricordare spesso, anche l’ottimo Gnola appartiene alla colonia degli “italiani per caso”, quelli che hanno avuto i natali nella nostra penisola, ma fanno una musica di area anglosassone ed americana che non ha nulla da invidiare al 90% della produzione internazionale, anzi! Troviamo dodici brani che spaziano tra blues e rock, con molta attenzione e cura nel sound, negli arrangiamenti e nella costruzione sonora dei pezzi che spesso spaziano anche nella ballata rock e nell’area di quella che si definisce Americana music. Chiacchierando con lo Gnola mi diceva che tra i suoi modelli per la costruzione dei brani più melodici c’è uno come John Hiatt (giustamente non bisogna volare bassi https://www.youtube.com/watch?v=kqGTea0gTyM ), oltre agli immancabili Stones, Muddy Waters e, aggiungo io, Litte Feat e i primi ZZ Top, o così mi è parso di cogliere all’ascolto.

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Per motivi di ragione sociale il blues(rock) non può mancare, e fin dall’iniziale Dusty Roads, dell’accoppiata Abbiati-Glielmo, con il tipico ritmo boogie scandito dalla bacchette sul rullante e la slide tagliente di Gnola, si respira subito aria sudista, un po’ ZZ Top e un po’ Mississippi e Chicago https://www.youtube.com/watch?v=a4meHGkBzUs , impressione ribadita nell’ottima Trouble And Pain, firmata dal batterista Nolli, dove il ritmo è più scandito, con un groove decisamente funky, percussioni e chitarre acustiche che si incontrano per una gita all radici del blues, con breve reprise strumentale. Gianni Rava collabora con il gruppo sin dagli anni ’90 e firma con Glielmo una bellissima ballata come Four Burning Flames, dove il buon Maurizio, se non può competere a livello vocale con il citato Hiatt https://www.youtube.com/watch?v=xgtOvajfRoc , sfodera comunque una bella interpretazione, impreziosita da un eccellente lavoro di tutto il pacchetto chitarristico, per un brano che profuma di Stones americani, circa Sticky Fingers o Exile Main Street, quelli innamorati di country e rock sudista, oltre ai grandi balladeers roots https://www.youtube.com/watch?v=moztlVV2HqAVentilator Blues, dello strano trio Jagger-Richards-Taylor, viene proprio da Exile, e con un ottimo Leavell aggiunto al piano, è un omaggio al blues più sanguigno, crudo  ed elettrico del grande Muddy Waters, mediato dai migliori discepoli bianchi della musica del Diavolo e qui ripreso alla grande da Gnola e soci https://www.youtube.com/watch?v=vZ4B6-s49RA . I’ll Never Do It Again ricorda ancora passaggi sonori americani, un basso rotondo a segnare il tempo e quel sound vagamente littlefeatiano che piace sempre tanto e che denota buone frequentazioni musicali, Mugnaini fa il Leavell della situazione.

Falling Out Of Love è una grande rock ballad, e adesso che lo so, ci vedo quell’aria à la John Hiatt, anche se la firma è di nuovo Abbiati-Glielmo, suono arioso ed avvolgente, una bella melodia cantabile e una slide mirabile ad impreziosire il tutto, ho sempre il dubbio che non siano italiani, so che per Ed, in parte, è una realtà, ma anche gli altri non me la raccontano giusta, secondo me vengono da qualche piccolo sobborgo di Memphis, Muscle Shoals Lambrate o giù di lì. She Got Me Now è un bel rock-blues di quelli sapidi e chitaristici, uno dei due co-firmati da Milanese, e trasuda grinta e passione, con un assolo di quelli fiammeggianti che sicuramente Mick Taylor avrebbe approvato, mentre The Ghosts Of King Street, attraverso le parole di Ed Abbiati e Glielmo rievoca la Londra degli anni ’70, quella degli Who, della Frankie Miller Band (ma allora non li conosco solo io!), del pub rock, ma anche dei Clash e dei Pogues, Sex Pistols e Costello e di tanti locali che non ci sono più, e lo fa musicalmente con un brano che ha le stimmate delle migliori ballate romantiche della tradizione pop-rock britannica https://www.youtube.com/watch?v=agY8Jy99Ugg . Room Enough, di nuovo di Nolli, e nuovamente con il pianino di Leavell in bella evidenza, è un pigro blues elettroacustico con Gnola che ci dà un breve assaggio anche della sua perizia al wah-wah. Fallen Angels è un altro brano che alza la qualità dell’album, di nuovo wah-wah innestato, un bel mid-tempo rock dalla struttura classica, con uso di piano elettrico e gran finale chitarristico, di quelli che lo stesso Clapton ultimamente fatica a cavare dal cilindro (ma ogni tanto ci riesce), che il trio Glielmo-Abbiati-Milanese confeziona senza sforzo apparente. I’ve been there before è la terza canzone dove un wah-wah quasi hendrixiano cerca di farsi largo in un denso magma sonoro di “sporco” rock-blues che sarà anche fuori moda ma ci piace tanto. E per ribadire che il blues non manca comunque in un disco eclettico e dai mille sapori, nella conclusiva Dangerous Woman Blues, una slide cattivissima taglia in due un brano che ricorda i vecchi tempi del british blues https://www.youtube.com/watch?v=L-KFnY1Shk4 . Dodici brani di notevole livello qualitativo, ribadisco (anche perchè in alcune recensioni ho letto di undici canzoni, mi hanno forse dato una copia “difettosa” con un brano in più?) che nulla hanno da invidiare a gran parte della produzione internazionale.

Come diremmo in dialetto lombardo, “Well done Gnola”!

Bruno Conti 

Ebbene Sì, E’ La Figlia, Anche Se Il Babbo E’ Un’Altra Cosa! Lilly Hiatt – Royal Blue

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Lilly Hiatt – Royal Blue – Normaltown Records

Cosa dobbiamo aspettarci da una figlia d’arte di cotanto padre? Non la versione femminile di John Hiatt, e sarebbe difficile e scorretto pensare che potrebbe diventarlo (ma un pensierino possiamo pur sempre farlo)! Giunta al secondo album, Lilly Hiatt si affida per questo CD alla produzione di Adam Landry, quello del recente album dei Diamond Rugs, ma anche di Deer Tick, Hollis Brown e Sallie Ford, che la allontana dal sound più roots-country-rock del precedente produttore Doug Lancio, per un suono più contemporaneo, pop e mainstream, dove forse non risaltano troppo quelle che vengono presentate da Lilly come le sue principali influenze ( babbo a parte, ovviamente qualche aria di famiglia c’è), Lucinda Williams e Dinosaur Jr (?!)., o meglio qualche grado di parentela, l’essere anime gemelle, con Lucinda si può riscontrare, magari anche con la Rosanne Cash più leggera, ma per il resto direi che siamo più sul lato contemporary pop di Nashville, tipo Bangles, Cardigans, a tratti anche Aimee Mann, tutti in trasferta nella capitale del Tennessee.

Il country c’è, anche grazie alla pedal steel spesso presente di Luke Schneider, per esempio nella deliziosa Jesus Would’ve Let Me Pick The Restaurant, che si candida come uno dei titoli più originali, ironici e femministi dell’anno, altrove la solista più lavorata e noisy di Beth Finney, già presente nel precedente lavoro Let Down, ed il muro di tastiere, anche molti synth, suonati da Adam Landry, come in Heart Attack  e nell’iniziale Far Away, evocano un suono anni ’80, tipo quello di Echo & The Bunnymen, o anche dei primi Til Tuesday di Aimee Mann https://www.youtube.com/watch?v=HWLJMlOYpAQ . Landry ha anche un po’ nascosto nel mix la voce, piacevole ma non memorabile di Lilly, e quindi lo spirito rock delle canzoni ogni tanto fatica ad emergere, ma in Off Track dove pedal steel e solista si confrontano con successo, la bilancia è più equilibrata https://www.youtube.com/watch?v=AK8Tk_LUNCw , anche se le solite tastiere sono fin troppo soffocanti, con quella patina radiofonica che si spera potrà portarla al successo, formula che viene ripetuta anche nella successiva Too Bad, mentre Get This Right è più energica e suona come una sorta di Lucinda Williams indie pop, con le chitarre più grintose e anche la sezione ritmica ci dà dentro di gusto, il babbo dovrebbe approvare https://www.youtube.com/watch?v=bnqfne5gh20 . Papà che viene evocato nella più delicata, ancorché sempre grintosa, Somebody’s Daughter, sia a livello musicale che di testi, la voce di Carey Kotsionis appoggia e sostiene quella di Lilly e la pedal steel è la protagonista assoluta della tessitura musicale, con la voce che ha quel giusto mix di vulnerabilità e confidenza, presente anche nella citata Jesus Would’ve Let Me Pick The Restaurant.

Diciamo che sentite a volumi adeguati le canzoni acquistano grinta e spessore, non tutte, Heart Attack continua a ricordarmi più i Quarterflash che Tom Petty https://www.youtube.com/watch?v=YE-ODQQci2g , mentre una ballatona come Your Choice, solo voce, chitarra acustica e tastiere potrebbe vagamente ricordare Natalie Merchant, ma vagamente https://www.youtube.com/watch?v=0dSxuFaZIzQ . Machine potrebbe passare per uno dei brani che Carlene Carter faceva negli anni ’80, quando era la moglie di Nick Lowe e nei suoi dischi suonavano i Rockpile e i Rumour, cioè un bell’esempio di country’n’roll, con chitarre spiegate e la voce finalmente pimpante https://www.youtube.com/watch?v=kyVOYWvE3JE , ma Don’t Do These Things Anymore, al di là delle chitarre molto “lavorate” ha troppo un’aria synth pop irrisolta, meglio la country ballad conclusiva Royal Blue, un valzerone melodico e delicato, degno dei brani lenti ed intensi che l’augusto genitore ci regala spesso e volentieri, e che in questo caso Lilly è in grado di rivedere da un punto di vista femminile https://www.youtube.com/watch?v=74kv-BxP0cM . La stoffa c’è, qualche canzone pure, proviamo magari un terzo produttore ed avremo la nuova Jenny Lewis o un’altra Brandi Carlile? E in ogni caso, rispetto a gran parte di quello che si ascolta in radio o si vede nelle classifiche, non dico che siamo a livelli sublimi, ma per fortuna siamo su un altro pianeta. Certo non è facile, il cognome ti apre qualche porta https://www.youtube.com/watch?v=aTxjXZtf-nw ma poi, come dice Teddy Thompson nella bella e sincera Family, che dà il titolo al disco della famiglia Thompson riunita: “My father is one of the greats to ever step on a stage/ My mother has the most beautiful voice in the world…And I am the middle child, the boy with red hair and no smile/ Not too secure, very unsure who to be”, si può applicare anche a Lilly Hiatt e a tutti i figli d’arte sparsi per il mondo.

Bruno Conti    

Sono Sempre Belli! Jeff Healey Band – Live At The Legendary Horseshoe Tavern

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Jeff Healey Band – Live At The Legendary Horseshoe Tavern 1993 – Eagle Rock

Questo dovrebbe essere il decimo album postumo di Healey (contando anche Mess Of Blues, che usciva proprio nei giorni del marzo 2008 in cui moriva il chitarrista canadese), di cui sette dal vivo, compresi cofanetti con più concerti. Ovviamente il repertorio è più o meno simile nelle varie serate riportate su CD e DVD, ma finché questi dischi saranno così belli, rimarrà comunque un piacere (ri)ascoltare quello che la famiglia e la sua casa discografica vorranno farci ascoltare pescando da questi archivi che sembrano inesauribili, pur essendo durata la carriera di Jeff Healey solo una ventina di anni (ma a 45 anni di distanza dalla morte di Hendrix continua ad uscire materiale inedito del mancino di Seattle, la cui carriera durò quattro anni scarsi, per cui mai dire mai). L’Horseshoe Tavern è un piccolo locale di Toronto,  la cui capacità è di circa 350 posti, ma giustifica la sua qualifica di “leggendario” con la longevità del club, aperto dal 1947 e dalla qualità degli artisti che si sono succeduti sul suo palco negli anni: persino gli Stones hanno aperto il loro Bridges To Babylon Tour del 1997, con un concerto mandato in onda da MTV. Quindi proprio il locale ideale per ascoltare musica e questo si percepisce anche da questa serata di Healey nella sua città natale, dove non era infrequente ascoltarlo.

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Siamo al 16 Dicembre del 1993, un anno non coperto, mi pare, dalle precedenti uscite di materiale dal vivo, a circa un anno dall’uscita di Feel This, album del quale vengono eseguiti quattro brani in questo Live At The Legendary Horseshoe Tavern, la band si presenta nella versione allargata a quattro, con Washington Savage aggiunto alle tastiere e Mischke & Toucu come backing vocalist, oltre agli immancabili Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria. Jeff Healey non rientra di solito nelle liste dei 100 più grandi chitarristi all-time, compilate da varie riviste, ma in un ambito prettamente rock-blues, per chi scrive, ci sta comodamente: un solista dallo stile particolare, quasi unico, con la chitarra appoggiata in grembo, suonata a mo’ di lap steel, ma nei momenti di furore, quando Jeff si alzava dalla sua posizione seduta, brandita come un’ascia ed in grado di rilasciare scariche di pura potenza chitarristica e anche in questo concerto ce ne sono parecchie prove, visto che siamo ancora in uno dei momenti migliori della carriera di Healey, quindi se rock-blues deve essere, così sia. Si parte con due brani tratti da Feel This, Baby’s Lookin’ Hot, un onesto rock’n’soul con coriste e organo in evidenza e The House That Love Built, un buon pezzo dal repertorio di Tito And Tarantula, sempre con l’Hammond di Savage che supporta la solista di Jeff che comincia a scaldare i motori. Primo classico della serata, la “solita” versione” gagliarda di Blue Jean Blues degli ZZ Top, uno dei cavalli di battaglia di Healey, che comincia a far volare le dita sul fretboard della sua chitarra, sentita decine di volte, ma sempre bellissima https://www.youtube.com/watch?v=PUGoeTePdWE . A seguire una bella versione di I Think I Love You Too Much, brano scritto da Mark Knopfler, ma eseguito per la prima volta dallo stesso Jeff,  e poi un altro brano da Feel This, la poco conosciuta Heart Of An Angel, di nuovo con le coriste in bella evidenza e una solida grinta rock-blues nell’esecuzione, con Healey che gigioneggia alla solista da quel consumato performer che è stato.

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That’s What They Say era sul primo album, una bella ballata, solo voce e chitarra acustica, seguita dall’ultimo brano tratto da Feel This, You’re Comin’ Home, altra romantica canzone d’amore eseguita in versione acustica, con la band. L’immancabile Angel Eyes, l’ultima della parte unplugged del concerto, è il bellissimo brano scritto da John Hiatt, e non manca di emozionare, con Healey che conferma una volta di più le sue doti di cantante https://www.youtube.com/watch?v=5Bp-m5JfxYg . Ma con la chitarra elettrica è una vera potenza, prima una devastante cover del pezzo dei Doors, quella Roadhouse Blues che era nella colonna sonora del film omonimo https://www.youtube.com/watch?v=ybnxD1tJUNA  e poi una lunghissima versione, oltre dieci minuti, del brano più bello scritto da Jeff Healey, See The Light, con un wah-wah hendrixiano devastante e tutta la band in spolvero https://www.youtube.com/watch?v=LqwsDwqbUVw . Negli encores, prima un altro classico come While My Guitar Gently Weeps, che Jeff aveva inciso con la presenza del suo autore, George Harrison, nell’album Hell To pay, a conferma della stima di cui godeva presso i colleghi musicisti. Il secondo bis e chicca della serata è una rara versione di The Thrill Is Gone, il brano più celebre di BB King, con Jeff Healey ispiratissimo alla sua solista in questo must del Blues  https://www.youtube.com/watch?v=QHP-_bEzSvE . Un’altra bella serata per un grande musicista!

Bruno Conti

L’Ex Pugile Ancora Una Volta Sul Ring Della Musica! Paul Thorn – Too Blessed To Be Stressed

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Paul Thorn – Too Blessed To Be Stressed – Perpetual Obscurity/Blue Rose/IRD

Ci sono storie che vale la pena raccontare, quella di Paul Thorn parla da sola e se ne potrebbe trarre un romanzo. Nativo di Tupelo, Mississippi (non un luogo qualunque nella grande storia del rock’n’roll, li è nato un certo Elvis Presley). Figlio di un pastore protestante, Paul comincia fin da piccolo a cantare nella chiesa di famiglia, cresce a pane e musica e fin dalla tenera età di dodici anni comincia anche a prendere lezioni di boxe da suo zio, e dopo una lunga gavetta prende sul serio la carriera di pugile, che lo porta addirittura nel lontano ’87 a sfidare in diretta televisiva il campione del mondo Roberto Duran (conosciuto anche come “mano di pietra”). Come sia andata a finire è facilmente immaginabile, la sonora sconfitta rimediata lo fa tornare di corsa al suo primo amore, la musica, e tra un pugno e l’altro trova il tempo negli anni a seguire di incidere una mezza dozzina di dischi di buona fattura, a partire dall’esordio con Hammer And Nail (97) a cui faranno seguito Ain’t Love Strange (99), Mission Temple Fireworks Stand (02), Are You With Me? (04), A Long Way From Tupelo (08), Pimps And Preachers (10) http://discoclub.myblog.it/2011/02/25/temp-8321917b0bce057cb280fea99f41838b/  e What The Hell Is Goin’ On? (12), un disco di sole “cover”, andando a pescare autori di riferimento come Allen Toussaint, Rick Danko, Paul Rodgers dei Free, Ray Wylie Hubbard, Buddy Miller e il Buckingham dei Fleetwood Mac.

In questo Too Blessed To Be Stressed, Thorn scrive tutti i brani con il fidato Billy Maddox, avvalendosi di “sessionmen” di esperienza e qualità come Bill Hinds alle chitarre, Jeffrey Perkins alla batteria, Ralph Friedrichsen al basso, Michael Graham alle tastiere, e come coriste Deluxe le bravissime McCrary Sisters, che danno un buon contributo a tutto il lavoro.

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Le prime due riprese (o brani, se preferite) Everything’s Gonna Be Alright https://www.youtube.com/watch?v=Ppf2vogP4os  e Too Blessed To Be Stressed, sono di riscaldamento, ma già al terzo round Paul mette a segno un bel montante con una Everybody Needs Somebody dal ritornello accattivante https://www.youtube.com/watch?v=-vH8vZCwQkg , a cui fa seguire un perfetto colpo ai fianchi con il country di I Backslide On Friday, rifiatando alla grande con il soul-blues di This Is A Real Goodbye, con un bel lavoro al suo angolo di Michael Graham al piano. La sesta ripresa viene affrontata spavaldamente con l’andamento rock di Mediocrity Is King, mentre il “round” successivo Don’t Let Nobody Rob You Of Your Joy è di studio, prima di scatenarsi con la “cover” di Carlo Ditta (noto produttore di New Orleans, anche del grande Willy Deville), un gospel Get You A Healin’ dal sapore delizioso di Lousiana https://www.youtube.com/watch?v=3VVev3uouEA . Le ultime riprese sono di contenimento con il southern blues di annata Old Stray Dogs & Jesus, l’anima rock soul di una coinvolgente What Kind Of Roof Do You Live Under, concludendo l’incontro, vincendo ampiamente ai punti, con una grandissima ballata No Place I’d Rather Be, splendidamente suonata e cantata, dotata di una raffinata melodia degna del miglior John Hiatt. Gong!

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Nonostante i pugni presi in carriera, Paul Thorn non è affatto uno “suonato”, sa come disimpegnarsi nelle proprie canzoni, scrive brani che fanno vibrare, ballate toccanti, rhythm’n blues e qualche accenno di “roots”, da parte di un “boxeur” (fortunatamente) mancato, dotato di un talento musicale non tanto comune, con una storia da “saga americana” alle spalle, che aspetta solo di essere sceneggiata.

Tino Montanari

*NDB. Il disco era già uscito ad agosto per la propria etichetta Perpetual Obscurity, ed anticipato nella rubrica delle novità mensili, ora viene pubblicato in Europa dalla Blue Rose, distribuita in Italia dalla IRD, e rimane sempre un ottimo album, come avete appena letto qui sopra!

C’è, Ma Non Si Vede, Ancora Ottimo Gospel Rock Per Ashley Cleveland – Beauty In The Curve

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Ashley Cleveland – Beauty In The Curve – 204 Records CD/Download

Una premessa, questo disco non è recentissimo in quanto la prima apparizione seppur “teorica” nelle discografie risale al 2012, ma mi permette di avere l’opportunità di parlarvi di una bravissima cantante, non più giovanissima (è del 1957),  che raggiunse una prima volta gli onori della cronaca musicale con un folgorante esordio, Big Town, Pubblicato dalla Atlantic nel lontano ’91, sicuramente non un capolavoro ma una onesta prova di sano rock, dove si evidenziava la compattezza del gruppo (di allora), e la sua splendida e potente voce http://www.youtube.com/watch?v=zkXlCjuiRfg . Quindi direi che due notizie sulla signora per inquadrarne il personaggio sono d’uopo: originaria di Knoxville, Tennessee, Ashley Cleveland si è formata musicalmente come cantante ed autrice in California, e dopo aver lavorato nei locali della Bay-area e purtroppo non intravedendo prospettive per la sua carriera, si è stabilita in quel di Nashville, dove, pur non essendo una country singer, iniziò a lavorare nei club, nei locali e nel circuito dei “colleges”. Di questo talento emergente, capace di amalgamare nella sua musica il rock, il folk, il gospel e del southern-blues, esprimendoli attraverso una non comune personalità musicale (sentitevi questa Gimme Shelter  http://www.youtube.com/watch?v=JdGG6CC_NTY ), si accorgono ai tempi Craig Krampf e Niko Bolas (produttori in coppia dell’esordio di un’altra grande scoperta del cantautorato Usa, Melissa Etheridge, e il secondo, spesso collaboratore di Neil Young), facendola entrare nel giro delle coriste di Nashville, nobilitando con la sua voce lavori di artisti noti come John Hiatt (in Stolen Moments http://www.youtube.com/watch?v=fw5VCDRE0GQ, Emmylou Harris, James McMurtry, Patti Smith e altri, con la conseguenza che le sue canzoni vengono sempre più apprezzate da musicisti ed addetti ai lavori.

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Rotto il ghiaccio con il sopracitato esordio, incide album di buona fattura come Bus Named Desire (93), Lesson Of Love (95), quando viene premiata con un primo Grammy nella categoria Best Rock Gospel, You Are There (98), ancora un Grammy, e dopo un periodo non fortunato, anche per problemi di alcolismo e droga, a seguito di gravidanze non pianificate, “sorella” Ashley si avvicina al cristianesimo, facendo seguire negli anni vari dischi con testi a sfondo religioso a partire da Second Skin (02), Men And Angels Say (05), Before The Daylight’s Shot (06),terzo Grammy e God Don’t Never Change (09) con cui riceve la quarta nomination ai Grammy, fino ad arrivare a questo ultimo Beauty In The Curve con la produzione e gli arrangiamenti curati dal compagno Kenny Greenberg. Recentemente ha anche partecipato alle sessions dell’ultimo album di Mary Gauthier, di cui potete leggere in altre pagine del Blog http://discoclub.myblog.it/2014/07/30/ripassi-le-vacanze-sempre-la-solita-mary-gauthier-trouble-and-love/.

AshleyCleveland 1ashley cleveland book

Tra i musicisti che accompagnano Ashley in questa “novena” musicale, oltre al marito Kenny che suona le chitarre, il basso e la pedal steel, troviamo Chad Cromwell alla batteria, Tim Lauer alle tastiere, Reese Wynans all’Hammond B3, Eric Darken alle percussioni e alla batteria, Michael Rhodes al basso, e come ospite il grande cantautore Pat McLaughlin, sia alla chitarra che alla voce, oltre al fondamentale apporto dei vocalist di supporto, Gayle Mayes-Stuart, Perry Coleman e Angela Primm. Si parte “duro” con l’iniziale chitarristica Heaven e la batteria sincopata di City On A Hill, passando per il gospel di Walk In Jerusalem e la ballata acustica Honey House, dove si risente con piacere la calda voce di Ashley. Con Beautiful Boy si viaggia verso sonorità più “bluesy”, mentre Born To Preach The Gospel è  chiara nelle sue intenzioni fin dal titolo; a seguire troviamo ancora le “atmosfere di fratellanza” di Jesus In The Sky e Thief At The Door http://www.youtube.com/watch?v=lOymaJpjc1M . La pedal-steel di Kenny è il supporto principale nella splendida title track Beauty In The Curve http://www.youtube.com/watch?v=671qyLLMs1E , seguita dalla accorata Little Black Sheep (che è anche il titolo del suo libro autobiografico, edito nel 2013), una dolce preghiera accompagnata solo dalla chitarra e la voce di Ashley http://www.youtube.com/watch?v=8zx452YD_mc , andando a chiudere questo “bel sermone” con uno spiritual dal titolo lunghissimo, Woke Up This Morning With My Mind On Jesus, dove si estrinseca di nuovo una bellezza celestiale che è pari alla bravura della Cleveland. Amen!

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Adesso questa signora vive in quel di Nashville con i tre figli (Rebecca, Henry, Lily), viaggia verso i sessanta, ma riascoltando in questi giorni il disco d’esordio Big Town  (91), posso affermare che non ha perso una briciola della grinta e le qualità di interprete e autrice, sostenute attraverso una non comune personalità musicale ed una voce unica per potenza (sentire che versione di You Gotta Move http://www.youtube.com/watch?v=gx1R5N4TRec ), difficile da riscontrare nelle cantanti dell’ultima generazione (con le eccezioni di Dana Fuchs e Bert Hart). Intendiamoci, la Cleveland non propone nulla di nuovo, fa solo la sua parte, e per chi scrive la fa dannatamente bene, quindi vi consiglio caldamente di andare alla ricerca dei suoi dischi (a parte questo, disponibile solo suo sito http://www.ashleycleveland.com/, alcuni altri si trovano a cifre interessanti on-line), male che vada avrete le preghiere di “sorella” Ashley.

Tino Montanari

Può Essere Rude, Ma Anche Tenero! John Hiatt – Terms Of My Surrender

john hiatt terms of my surrender

John Hiatt – Terms Of My Surrender – New West

“Posso essere rude, alcune volte posso essere tenero”, lo dice lo stesso John Hiatt nella title track di questo suo nuovo album, Terms Of My Surrender, ma lo dicono anche la sua carriera e i suoi dischi: ultimamente era stato più rude, cattivo, elettrico, scegliete voi il termine nei due CD precedenti ( http://discoclub.myblog.it/2012/08/26/il-disco-e-sempre-bello-come-al-solito-ma-cosa-diavolo-e-un/ e http://discoclub.myblog.it/2011/08/10/e-intanto-john-hiatt-non-sbaglia-un-colpo-dirty-jeans-and-mu/), quelli prodotti da Kevin Shirley, che a qualcuno erano piaciuti parecchio (ad esempio a chi scrive, come potete leggere nei Post linkati qui sopra), ad altri meno, c’era chi li aveva trovati troppo rock o troppo levigati, “leccati” perfino, ma nessuno aveva negato la magia che spesso si sprigionava dalle sue canzoni, oggi come ieri. Per uno con ventidue album di studio, varie antologie (http://discoclub.myblog.it/2013/11/13/il-meglio-di-uno-dei-migliori-john-hiatt-here-to-stay-the-be/) e live, alle spalle, non è facile trovare sempre qualcosa di nuovo da dire e farlo bene, comunque il nostro amico ci riesce spesso.

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Questa volta si parla di un album “blues acustico”. Prego? Ma fatto alla Hiatt!  Ah, bene, allora ci siamo. Il suo chitarrista degli ultimi album, Doug Lancio, dopo un primo approccio “elettrico”, lo aveva sfidato a fare un album acustico, “blues oriented” come dicono gli americani, registrato dal vivo, in presa diretta, in studio. E così è stato fatto, con l’aiuto della sua band abituale, nell’ultima versione: oltre a Lancio, chitarre acustiche (ma anche elettriche), banjo e mandolino, nonché produttore del disco, lo storico batterista Kenneth Blevins, e gli ultimi arrivati, Nathan Gehri, al basso e Jon Coleman alle tastiere, più le “interessanti” armonie vocali di Brandon Young, un cantante emergente dell’area di Nashville. Undici nuove canzoni che esplorano i pregi e i difetti del diventare vecchi, troppo? Diciamo anziani, anche se un brano si chiama appunto Old people.

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Ovviamente Hiatt lo fa con lo humor e l’ironia, persino il sarcasmo, che non gli hanno mai fatto difetto, ma anche con una certa partecipazione verso questi “strani personaggi”, che ormai sono quasi suoi coetanei (quasi, in fondo ha “solo” 62 anni, se la salute lo sorregge, ancora una vita davanti). Lui dice che la voce non è più quella di un tempo, ha perso qualche tonalità nei registri più alti, ma è sempre quella “solita” voce ruvida, grezza, spesso anche tenera (come le canzoni), una delle migliori in circolazione, le canzoni sono belle, c’è molto blues, sempre according to John Hiatt (in fondo anche Dylan, Mellencamp, Springsteen, Petty e compagnia cantante, ogni tanto fanno Blues), forse accentuato in questo caso dalla presenza dell’armonica, che riappare in un paio di brani, dopo una lunga latitanza. Ma a ben guardare è un tema musicale che aveva già affrontato ai tempi di Crossing Muddy Waters. In ogni caso, ve lo dico subito, il disco è bello, per cui “rassegnatevi”, se non avete già provveduto, il disco è uscito il 15 luglio, bisognerà comprare anche questo. Vediamo le canzoni nel dettaglio.

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Il disco parte con Long Time Comin’. un brano che inizia acustico, ma poi entrano le tastiere, la sezione ritmica, la chitarra slide di Lancio e il brano si trasforma, nella parte centrale, in una delle sue classiche ballate https://www.youtube.com/watch?v=qPLp_sMxyZI , con quella voce rotta da mille battaglie ma sempre solida e ben contrappuntata da quella di Brandon Young. In Face Of God, un bel blues acustico, con la ritmica appena accennata e discreta, ma comunque presente, come la sua armonica e il mandolino di Lancio, Hiatt ci racconta della perenne lotta tra Dio e il diavolo, il bene e il male. Marlene è una bellissima e dolce canzone d’amore https://www.youtube.com/watch?v=HByJ9rssGJM , una di quelle che solo John sa scrivere, in bilico tra folk, accenni caraibici e il suono laidback del grande JJ Cale, la solita piccola delizia destinata agli ammiratori del cantante dell’Indiana, ma cittadino di Nashville, ormai da lunga pezza. Sulle note di un banjo, pizzicato dal multiforme Doug Lancio, si apre Wind Don’t Have To Hurry, brano che poi si trasforma in un pezzo dalla struttura più rock, anche se il continuo e reiterato na-na-na intonato insieme ad una voce femminile (forse la figlia Lilly? ma non mi sembra) alla fine testa la pazienza dell’ascoltatore. Nobody Kwew His Name, il racconto di un veterano del Vietnam, ha il fascino delle migliori canzoni di Hiatt, con il contrappunto ancora di una matura voce femminile, si snoda tra le evoluzioni di una slide, questa volta acustica, il solito mandolino, un piano appena accennato, il tocco delicato della batteria di Blevins, la voce complice e vissuta che fa vivere la storia https://www.youtube.com/watch?v=yXiRFDZxxUg .

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Baby’s Gonna Kick, con la sua citazione di John Lee Hooker, l’armonica torrida e bluesatissima, la slide d’ordinanza, è uno dei brani più vicini alle dodici battute classiche, sempre rivisitate attraverso l’ottica di John, ma anche decisamente canoniche. Ancora blues, più cadenzato, per Nothin’ I Love, parte solo voce e chitarra acustica, poi entra l’organo e il resto della band e il brano diventa più elettrico con la solista che rilascia un bel assolo. Terms Of My Surrender, oltre a contenere il verso che ho citato all’inizio, è una ballata old time, di quelle che si facevano una volta, con Hiatt che si cimenta, qui è la, anche in uno spericolato falsetto (ce la fa, ce la fa), coretti vicini al doo wop, chitarra elettrica jazzata e un’andatura quasi indolente, dove ci racconta della sua (quasi) resa allo scorrere del tempo. Mentre il fuoco di una passione d’amore irrequieta incendia le note di una Here To Stay che era già presente in un altra versione, più rock e con Bonamassa alla chitarra, nel Best dello scorso anno, questa versione ha quasi degli accenti gospel, rallentata, con un arrangiamento completamente diverso, il manuale del buon cantautore insegna che una bella canzone si può usare più volte, quindi era giusto farla sentire anche a chi non si era comprato la raccolta, sia pure sotto una forma diversa https://www.youtube.com/watch?v=hMr2k9THSy4Old People è una simpatica, ironica e anche un filo crudele parodia di quei tipi, “i vecchi”, quelli invadenti, che spingono nelle file per passarti davanti, sono un po’ come i bambini, però sanno quello che vogliono, anche se invecchiare non è bello bisogna prepararsi, la canzone cerca di darci alcune istruzioni su come comportarci con “loro”, quei tipi strani, e anche se il brano non è forse tra i migliori dell’album ha quel sarcasmo insito che Randy Newman aveva dedicato ai “tipi bassi” (per essere politically correct bisognerebbe dire diversamente alti o, nel caso in questione, diversamente giovani), comunque il pezzo è divertente https://www.youtube.com/watch?v=oHIpM0_SJEA , una sorta di folk-blues corale e vagamente valzerato che fa da preludio alla canzone che chiude questo album, una Come Back Home che ha tutti gli elementi tipici di un brano di Hiatt, intro di chitarra acustica, poi arriva il piano, il resto del gruppo segue e la canzone si sviluppa sulle ali della voce glabra e ruvida di John, ma poi, sorpresa, quando cominci ad appassionarti, è già finita, peccato, comunque bella.

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Come tutto l’album peraltro: probabilmente John Hiatt non ci regalerà più un Bring The Family, ma possiamo sempre sperare in un Time Out Of Mind o in un Tempest, per il momento “accontentiamoci” dei suoi album della maturità, d’altronde da un anziano (il baffetto aiuta, vedi foto) cosa possiamo aspettarci (!), comunque rispetto a molto di quello che circola attualmente in ambito musicale, qui ci va sempre di lusso https://www.youtube.com/watch?v=fFJUA9jXNEM , e infatti il disco è entrato, come il precedente, nei Top 50 della classifica di Billboard, speriamo che questo gli procurerà una vecchiaia priva di patemi!

Bruno Conti