Forse Sarebbe Il Caso Di Rallentare Un Pochino! Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley

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Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley – ATO 2CD

Si sa che dalla morte di Jerry Garcia, avvenuta nell’estate del 1995, le pubblicazioni a nome Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, ma anche per quanto riguarda la discografia solista del barbuto chitarrista non si scherza: tra la prima serie di concerti targata Pure Jerry, quella tutt’ora in corso con il nome di GarciaLive e gli album che non rientrano in nessuna delle due categorie (al 99% sempre dal vivo) abbiamo tranquillamente doppiato il numero di dischi che Jerry aveva pubblicato in vita. Proprio in questi giorni è uscito il nono episodio della già citata saga GarciaLive, e mi sento in dovere di fare qualche considerazione extra-musicale, prendendo come spunto la location ed il periodo scelti. Non è infatti la prima volta che viene documentato un concerto tenutosi al Keystone di Berkeley (sobborgo universitario di San Francisco) di Jerry insieme all’organista Merl Saunders: già negli anni settanta era uscito Live At Keystone, un doppio LP che prendeva in esame il meglio dei concerti del Luglio 1973 nella citata località californiana, album più volte ristampato fino alla versione definitiva del 2012, Keystone Companions, un box di quattro CD. Ma anche il quarto volume della serie Pure Jerry documentava una serata nello stesso teatro (del Settembre 1974 però), ed il Garcia Live Volume Six invece verteva su un concerto sempre con Saunders e sempre del Luglio 1973, anche se in una località diversa http://discoclub.myblog.it/2016/07/20/dite-la-verita-eravate-po-preoccupati-jerry-garcia-merl-saunders-garcia-live-vol-6-lions-share/ .

Quindi immaginerete il mio parziale disappunto quando ho visto che questo nono volume era ancora a proposito di uno show al Keystone, anche se di un anno dopo i concerti storici del 1973: disappunto in quanto penso che ormai si potesse anche passare oltre questa serie di spettacoli, dato che ci saranno certamente altri periodi di Jerry solista meno documentati, e parziale in quanto, a monte di tutto, è comunque sempre un bel sentire. La formazione, oltre a Garcia e Saunders, comprende l’abituale bassista John Kahn, Martin Fierro al sax e flauto (e non alla tromba, per fortuna) e, cosa rara, il compagno di Jerry nei Dead Bill Kreutzmann alla batteria: l’anno seguente la medesima formazione, ma con Ron Tutt al posto di Kreutzmann, prenderà il nome di Legion Of Mary, una lineup già anch’essa protagonista di diversi episodi delle serie dal vivo di Garcia. Jerry è in buona forma, una media tra l’ottimo della sua prestazione chitarristica ed il sufficiente di quella vocale, un po’ ad alti e bassi: il 1974 non è stata forse tra le migliori annate del nostro, ma quella sera si difende alla grande, grazie anche all’eccellente band che lo accompagna (per quanto Fierro forse andava limitato) e ad un repertorio eterogeneo che prende in esame soltanto brani altrui. Il CD stavolta è “soltanto” doppio, e le due ore di musica scorrono abbastanza in fretta. Apre la serata That’s What Love Will Make You Do, un blues di Little Milton affrontato da Garcia e soci in maniera molto fluida e rilassata, quasi come se si stessero scaldando i muscoli, ma già dal primo assolo di Jerry in poi la performance cresce (con grande spazio anche per Saunders e per il sax di Fierro) ed alla fine dei 13 minuti sono tutti belli pronti.

La La è uno strumentale di Fierro, ed è un pretesto per lanciarsi in una lunga jam di 17 minuti: il pezzo inizia come una bossa nova guidata dal flauto del suo autore, ma presto si trasforma in una session che alterna rock, psichedelia e momenti free, uno dei momenti più “deaddiani” dei concerti di Jerry solista. It Ain’t No Use è un vecchio pezzo dei Meters, proposto ancora con un arrangiamento blues, altri 11 minuti molto fluidi e con Jerry al top, supportato benissimo da Merl, mentre il primo CD si chiude con i 13 minuti di Mystery Train, il brano di Junior Parker reso popolare da Elvis Presley che è anche un classico nei concerti del nostro, al solito suonato in maniera impeccabile e con Kahn e Kreutzmann che non perdono un colpo. Il secondo dischetto comincia con una chilometrica versione (19 minuti) di The Harder They Come di Jimmy Cliff: arrangiamento pulito, classico e fedele all’originale (ma un po’ meno reggae) che risulta altamente godibile, anche se ci sarebbe voluto un supporto vocale per Jerry. Il flauto dona un sapore pop all’errebi Ain’t No Woman (Like The One I’ve Got) dei Four Tops, qui proposto in una rilettura strumentale, ma Jerry la riporta subito sui suoi territori, rilasciando alcuni tra gli assoli più lirici e fluidi della serata, anche se 17 minuti sono un tantino eccessivi, a causa anche dell’invadenza di Fierro. It’s Too Late (Chuck Willis) viene rifatta in maniera rigorosa, mantenendo intatto il mood d’altri tempi, e Garcia canta anche con buona impostazione, (I’m A) Road Runner, un classico di Junior Walker, è suonata con un delizioso feeling errebi, con l’impasto chitarra-organo-sax che funziona nel migliore dei modi; chiusura con una rallentata The Night They Drove Old Dixie Down di The Band (“solo” sei minuti e mezzo), sempre bella in qualsiasi modo la si suoni, anche se stasera Jerry, ahimè, la canta veramente male.

Un altro buon episodio della saga live di Jerry Garcia, anche se a lungo andare questi CD finiscono per sembrare tutti simili tra loro: forse, per ricollegarmi anche al titolo del post, occorrerebbe fermarsi un attimo e prendere il fiato, facendo passare almeno un paio d’anni prima del decimo volume. Tanto le uscite a nome Grateful Dead non mancheranno di certo.

Marco Verdi

*NDB. Questa settimana, il 1° agosto, sarebbe stato il 75° compleanno di Jerry Garcia.

Uno Dei Migliori Volumi Della Serie! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8

garcia live volume eight

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8: November 23rd 1991, Bradley Center – ATO 2CD

Il doppio CD uscito nel 1991 intitolato semplicemente Jerry Garcia Band (quello con in copertina un dipinto raffigurante una sala da concerto su sfondo grigio, da anni fuori catalogo) a mio parere non è solo una delle cose migliori mai messe su disco da Jerry Garcia (Grateful Dead compresi), ma uno dei migliori album dal vivo degli anni novanta. Questo ottavo volume della serie Garcia Live, da poco uscito, prende in esame un concerto tratto dalla stessa tournée (avvenuto al Bradley Center di Milwaukee, circa un anno dopo il concerto del live del 1991, che era stato inciso al Warfield di San Francisco) e con la stessa formazione: in quel periodo Jerry era al massimo della forma, e suonava come forse non aveva mai fatto in carriera, un misto di creatività, esperienza e maturità che lo rendevano un musicista inimitabile (e non erano ancora rispuntati i problemi di salute che lo avrebbero portato alla morte dopo solo quattro anni); in più, la JGB era una formazione a prova di bomba, in grado di suonare davvero qualsiasi cosa, e con una scioltezza incredibile: oltre alla chitarra del leader, abbiamo due vecchi compagni di viaggio come il grande Melvin Seals all’organo (e, ahimè, qualche volta ai synth) ed il bassista John Kahn, mentre alla batteria c’è l’ottimo David Kemper, di lì a qualche anno nella touring band di Bob Dylan, oltre ai cori soulful di Jacklyn LaBranch e Gloria Jones, utilissimi ad aiutare la voce di Jerry, da sempre il suo unico tallone d’Achille.

E questo ottavo volume della benemerita serie di concerti live di Jerry è indubbiamente uno dei migliori della serie, forse addirittura il migliore, gareggiando in bellezza con il già citato doppio del 1991: ci sono alcune canzoni in comune (ma si sa che Garcia non suonava mai lo stesso brano due volte allo stesso modo), ma anche alcune sorprese che rendono più appetitoso il piatto. Lo show è strutturato nel modo tipico dei concerti di Jerry, cioè qualche brano tratto dai suoi album solisti, diverse cover e nessun brano dei Dead: la differenza poi la fa la qualità della performance, nella fattispecie davvero eccellente. Il primo dei due CD (incisi come sempre in maniera perfetta) si apre con Cats Under The Stars, forse non tra le migliori composizioni di Jerry, ma che serve come riscaldamento (più di nove minuti, all’anima del riscaldamento…) e con il nostro che ci fa sentire da subito che la sua chitarra in quella sera farà faville; They Love Each Other è una canzone migliore, più simile allo stile dei Dead, tersa e godibile (peccato per quelle tastiere elettroniche), con un leggero tempo reggae che non guasta. Il concerto entra nel vivo con la prima sorpresa: Lay Down Sally, uno dei pezzi più popolari di Eric Clapton, in una versione sontuosa, con il laidback tipico del Manolenta degli anni settanta, ritmo spedito e la chitarra spaziale di Jerry a dare il sigillo con i suoi assoli stratosferici (e stiamo parlando di un brano di Clapton, non certo un pivellino); The Night They Drove Old Dixie Down è una delle grandi canzoni del songbook americano (canadese per la precisione) e questa rilettura è molto diversa dall’originale di The Band, più lenta, decisamente fluida e dal grandissimo pathos strumentale (Jerry qui ha qualche difficoltà a restare intonato), con Seals che tenta di eguagliare in bravura il suo leader e quasi ci riesce.

Reuben And Cherise è gradevole e con il tipico Garcia touch nella melodia (quelle tastiere però…) e prelude ad un trittico da favola formato da Money Honey (di Jesse Stone), roccata e trascinante, con Jerry che suona in modo divino e Melvin che si conferma una spalla perfetta, la vivace e breve (“solo” quattro minuti) My Sisters And Brothers, dal sapore errebi-gospel (era una hit dei Sensational Nightingales) e la splendida Deal, una delle migliori canzoni del Garcia solista, stasera eseguita in maniera stellare. Il secondo dischetto è ancora meglio, ed inizia con una rarissima Bright Side Of The Road, uno dei classici di Van Morrison, in una versione strepitosa, suonata in modo rispettoso ma con una verve chitarristica che l’originale non aveva: Jerry canta bene ed il brano ne esce ulteriormente abbellito. Segue un’altra grande canzone, Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, che Jerry rivolta come un calzino rendendola sua al 100%, con la band che segue compatta. Think non è il noto successo di Aretha Franklin, bensì un oscuro blues di Jimmy McCracklin, molto classico, ed anche il Jerry bluesman funziona alla grande, con un lungo assolo di una liquidità impressionante (e vogliamo parlare dell’organo?); Shining Star è una soul ballad originariamente dei Manhattans, lunga, dilatata, limpida e suonata con classe sopraffina, tredici minuti di puro godimento, mentre Ain’t No Bread In The Breadbox è un pezzo di Norton Buffalo che Jerry e compagni intrepretano in maniera decisamente vitale. Il concerto si chiude con due classici: That Lucky Old Sun è uno standard interpretato negli anni da mille artisti diversi, ed il nostro la personalizza con il suo solito mestiere, rallentandola e tirando fuori il meglio dalla nota melodia, mentre il finale è appannaggio di un brano di Dylan, un autore che nei concerti di Garcia non mancava mai: Tangled Up In Blue è il pezzo scelto, altri undici minuti di grande musica, con il solito suono compatto e fluido allo stesso tempo del gruppo e le due coriste che aggiungono pepe alla nota melodia.

So che tra Grateful Dead e Jerry Garcia solista il mercato negli ultimi tre anni è stato letteralmente invaso di nuove pubblicazioni, ma questo Volume 8 fa parte certamente di quelle da accaparrarsi.

Marco Verdi

Tre Ore Di Musica Sublime! Jerry Garcia Band – Broadway Act One: October 28th 1987 –

jerry garcia band on broadway act one

Jerry Garcia Band – Broadway Act One: October 28th 1987 – Round/ATO 3CD

Nell’anno dei festeggiamenti per il cinquantenario dei Grateful Dead non poteva mancare almeno una testimonianza solista di Jerry Garcia, che dei Dead era la figura centrale e leader carismatico (anche se la band di San Francisco è sempre stata molto democratica, a volte pure troppo), e devo ammettere che con questo triplo CD Broadway Act One sono state fatte le cose in grande. Il 1987 è stato un anno molto importante per Garcia: dopo i gravi problemi fisici che lo avevano quasi mandato al Creatore nei due anni precedenti, i Dead avevano pubblicato In The Dark, primo album di studio in sette anni, un disco scintillante che mandò il gruppo nella Top Ten americana per la prima volta, seguito da una celebre tournée estiva con Bob Dylan. L’anno finì con Jerry in tour con la sua Jerry Garcia Band, ed il fulcro centrale di quei concerti furono indubbiamente le tredici serate al Lunt-Fontanne Theatre di Broadway, a New York. La particolarità di quella serie di esibizioni furono senza dubbio i due concerti giornalieri, uno pomeridiano ed uno serale, concerti che a loro volta erano divisi in due parti e con due band diverse, una acustica ed una elettrica. Il CD appena uscito prende in esame la serata del 28 Ottobre, evidenziando in particolar modo la parte acustica (i primi due CD, pomeriggio e sera), una configurazione della JGB poco documentata fino ad oggi, lasciando sul terzo dischetto la parte elettrica della serata.

(NDM: nel 2004, per la serie di CD dal vivo Pure Jerry, era uscito un triplo relativo ai concerti del 15 e 30 di Ottobre sempre nella stessa location, ma con due parti elettriche ed una acustica, ma chi già lo possiede non deve preoccuparsi, non esistono due concerti di Garcia – e dei Dead – uguali tra loro).

*(NDB su NDM: parte di quei concerti era già uscita anche nei due CD Almost Acoustic e Ragged But Right) https://www.youtube.com/watch?v=xP6KlcE1YmM

Garcia, oltre che un grande musicista, è sempre stato un esploratore musicale e grande esperto di brani tradizionali, e sporadicamente inseriva parti acustiche anche nei concerti dei Dead (il live Reckoning del 1981, interamente suonato senza strumenti elettrici, è uno dei dischi più belli del Morto Riconoscente), ed i primi due CD di questo Broadway – Act One sono una goduria sotto tutti i punti di vista. In primo luogo il suono è assolutamente spettacolare, forte, pulito, cristallino, e poi Jerry è in grande forma (anche vocale), suona da Dio ed è accompagnato da un combo fenomenale, che passa con estrema disinvoltura dal folk al country al bluegrass alla old time music (i brani sono tutte covers di traditionals o di canzoni con più di cinquant’anni sulle spalle): John Kahn al basso, David Kemper alla batteria, Kenny Kosek al violino, David Nelson alla seconda chitarra ed il formidabile Sandy Rothman al mandolino, dobro e banjo. Tra l’altro i due CD acustici (dieci brani l’uno) hanno soltanto tre brani che si ripetono: lo splendido folk tune I’m Troubled, puro e limpido, la trascinante Blue Yodel # 9 (il classico di Jimmie Rodgers), con Garcia stellare, e la spettacolare Ragged But Right (George Jones) che chiude entrambi i concerti. In mezzo, nel primo dischetto spiccano senz’altro l’iniziale Deep Elem Blues, nella quale Jerry, Rothman e Kosek ingaggiano uno spettacoloso duello a tre a suon di assoli, l’incalzante folk-blues Spike Driver Blues (reso noto dal grande Mississippi John Hurt), dove suonano tutti in maniera stratosferica, la fantastica Short Life Of Trouble (del violinista G.B. Grayson), proposta dalla band come un canto degli Appalachi, davvero splendida (e l’uso del mandolino da parte di Rothman è da applausi), il travolgente bluegrass di Ralph Stanley If I Lose, nel quale la band riempie l’aria di suoni come se sul palco fossero in venti. Oh, Baby It Ain’t No Lie l’hanno fatta anche i Dead, mentre Drifting Too Far From The Shore è una delle grandi canzoni country del tempo che fu (scritta da Charles Moody ed incisa da mille, da Hank Williams ad Emmylou Harris), suonata ancora in maniera perfetta e con le voci all’unisono che regalano più di un brivido.

Il secondo CD si apre con I’ve Been All Around This World, mountain music at its best, seguita dalla fluida The Ballad Of Casey Jones, da non confondere con il classico dei Dead dal titolo quasi analogo; per non citarle tutte (anche se lo meriterebbero) segnalo ancora lo scintillante bluegrass Rosa Lee McFall, la classica I Ain’t Never (proprio il brano scritto da Mel Tillis con Webb Pierce), con il pubblico in visibilio, e la toccante It’s A Long Long Way To The Top Of The World, con Garcia lucido ed espressivo al canto.

Il terzo CD, come già detto, contiene la parte elettrica del concerto serale (Kahn e Kemper restano sul palco, raggiunti da Melvin Seals all’organo e dalle voci di Gloria Jones e Jaclyn Labranch) ed è forse il disco con meno sorprese, ma soltanto perché il Garcia elettrico in questi anni è stato ampiamente documentato. Il contenuto è comunque tra l’ottimo e l’eccellente e, se si escludono alcuni (pochi per fortuna) evitabili intermezzi di Seals al synth, tutto funziona a meraviglia, con Jerry, assoluto protagonista, che suona con la liquidità che lo ha reso celebre. Su otto brani, ben tre sono di Dylan (la toccante Forever Young, la migliore delle tre, Knockin’ On Heaven’s Door ed una fluida Tangled Up In Blue), due pezzi di Garcia (la raramente proposta Gomorrah e la più nota Run For The Roses), per concludere con una gustosa Evangeline (Los Lobos), la bellissima How Sweet It Is (Marvin Gaye, scritta dal trio Holland-Dozier-Holland), che apre il set in maniera trascinante, la solare Stop That Train (Peter Tosh) e la conclusiva My Sisters And Brothers, un errebi corale originariamente inciso dai Sensational Nightingales.

In una parola, se vi piace Jerry Garcia (ma non è indispensabile): imperdibile.

Marco Verdi