Supplemento Della Domenica: Anteprima Walter Trout – Alive In Amsterdam

walter trout alive in amsterdam

Walter Trout – Alive In Amsterdam – 2 CD Mascot/Provogue 17-06-2016

Il titolo dell’album si riferisce al concerto tenuto da Walter Trout nella capitale olandese il 28 novembre del 2015, al termine del suo comeback tour, dopo la lunga malattia che lo aveva portato a un passo dalla morte, il trapianto di fegato, il ritorno con l’album Battle Scars http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ . Ma si può interpretare anche come “Sopravvissuto in Amsterdam”: il vecchio leone del blues elettrico di nuovo in pista, come dice la presentazione della moglie Marie, sempre presente al suo fianco, “From Los Angeles, California, Walter Trout”, e poi ci gustiamo un paio di ore di musica energica e brillante, nell’ambiente in cui il chitarrista americano è più a suo agio, quello dei concerti dal vivo. Stranamente, per un ottimo performer come lui (che, come detto in altre occasioni, magari non sarà al livello dei grandissimi, la triade Beck/Page/Clapton, Hendrix e molti altri che hanno fatto la storia della chitarra elettrica, ma è comunque un solista più che rispettabile), non ha registrato molti album dal vivo, ne ricordo un paio, uno del 1992 e uno del 2000, più alcuni distribuiti tramite il suo sito, quindi ben venga questo Alive In Amsterdam, per gli amanti del rock-blues.

Dopo l’ovazione a prescindere, solo per esistere, tributata ad un commosso Trout, si parte con l’introduzione affidata al suo motto, Play The Guitar e poi subito con un classico come Help Me, dove, come di consueto, Walter divide gli spazi con il suo organista storico quel Sammy Avila che suona con lui da una quindicina di anni, prima di scatenarsi nel primo di una lunga serie di assolo che punteggiano tutto il doppio CD. I’m Back, brano con messaggio, così lo presenta Trout, viene dall’eccellente album in tributo a Luther Allison, quel Luther’s Blues che è uno dei migliori dell’artista californiano, con la chitarra che viaggia spedita, fluida e sicura sul solido tappeto ritmico costruito dalla sua eccellente band, sempre con Avila a spalleggiarlo alla grande https://www.youtube.com/watch?v=Cx6f_Dsdu7E . Say Goodbye To The Blues viene da uno dei primi album, Prisoner Of A Dream del 1990, ed è un fantastico slow blues, oltre dieci minuti di pura magia chitarristica con Walter che rivolta la sua solista manco fosse un calzino, dedicando il brano a quello che considera il più grande bluesman di tutti i tempi, B.B. King, ricordando anche che gli olandesi l’hanno votata tra le più grandi canzoni blues, anzi la più grande di sempre, per cinque anni di fila, e al di là delle esagerazioni (me ne verrebbero in mente un centinaio più belle) ascoltandola ci sta! Almost Gone è il primo di una serie di brani tratti da Battle Scars, quelli che raccontano la sua travagliata vicenda umana degli ultimi anni, sette pezzi in sequenza, praticamente tutta la prima parte dell’ultimo album di studio: a seguire Omaha, la località nel cui ospedale ha passato la lunga attesa di un donatore per il suo fegato malandato, un brano cupo e malinconico, illuminato solo dalle sferzate della sua chitarra, la poderosa Tomorrow Seems So Far Away, memore della sua lunga militanza nei Bluesbreakers di John Mayall, la tiratissima Playin’ Hideaway, una delle canzoni che più crescono nella versione live e l’atmosferica ballata Haunted By The Night.

Si avvia alla conclusione la sequenza di brani dall’album e si apre il secondo CD con  l’ottimistica Fly Away, un brillante pezzo rock con un bel giro di chitarra e qualche influenza southern rock, per poi lasciare spazio ad un’altra bella ballata dall’accattivante melodia, come l’eccellente Please Take Home, con un lirico assolo della chitarra di Walter nella parte finale. E’ di nuovo B.B. King time per una gagliarda Rock Me Baby in una bella jam session con il figlio Jon alla seconda chitarra, e a giudicare dai risultati l’eredità musicale della famiglia pare assicurata. Sempre rimanendo in famiglia, Marie’s Mood, dedicata alla moglie, era uno dei brani migliori tratto dal vecchio album omonimo del 1998, e da sempre è uno dei suoi cavalli di battaglia dal vivo, un classico lentone strumentale di quelli senza tempo, con organo e chitarra in bella evidenza, mentre Serves Me Right se gli aggiungi To Suffer, è un altro dei super classici del blues, il pezzo reso celebre da John Lee Hooker e molto amato anche da Van Morrison, qui riceve un trattamento extra lusso, in una lunga, e ricca di improvvisazione, versione da parte di Walter Trout e della sua band, che poi ci lasciano con la conclusiva The Love That We Once Knew, un altro brano che viene dalla “preistoria” della sua musica, quel Prisoner Of A Drean che rimane forse il suo lavoro migliore in assoluto, e la canzone si suona (e si canta) con grande trasporto da parte del pubblico presente.

Grande concerto dal vivo, esce il 17 giugno, ma fatevi un appunto, perché varrà la pena averlo.

Bruno Conti

Chi Si Accontenta Gode! John Mayall’s Bluesbreakers – Live in 1967 Volume Two

john mayall live in 1967 volume two

John Mayall’s Bluesbreakers – Live in 1967-Volume Two – Forty Below Records 

Leggenda vuole che quando Mike Vernon, il loro produttore, entrando in studio per registrare il nuovo album e notando un amplificatore diverso dal solito, chiedesse “Dov’è Eric Clapton?”e  John Mayall gli rispondesse “Non è più con noi, se ne è andato da qualche settimana”, aggiungendo “Non preoccuparti ne abbiamo uno migliore!”. Con Vernon che preoccupatissimo si chiedeva “Meglio di Clapton?” e Mayall che ribadiva “Magari non ancora, ma aspetta un paio di anni e vedrai!”, presentandogli poi Peter Green. In effetti il giovane Peter Greenbaum aveva già sostituito Eric “God” Manolenta Clapton per qualche giorno, quando era sparito in Grecia nell’estate precedente, ma dall’autunno entrò in formazione a titolo definitivo per registrare A Hard Road, rimanendo poi con i  Bluesbreakers per circa un anno. Chi mi conosce sa che considero Peter Green uno dei dieci più grandi chitarristi bianchi della storia del blues elettrico, e non solo (e lo stesso pensava BB King che lo adorava): in poco più di 4 anni, prima con Mayall e poi nei Fleetwood Mac ha lasciato un segno indelebile nelle vicende del british blues (e del rock). Ma ovviamente non è il caso di raccontare la storia un’ennesima volta, fidatevi!

Il disco dei Bluesbreakers con Green usciva nel febbraio del 1967 e in quel periodo il gruppo suonò spesso nei locali di Londra, con la formazione dove apparivano anche i futuri Fleetwood Mac, John McVie e Mick Fleetwood, che non aveva partecipato alla registrazione dell’album. Il fato benigno volle che un fan olandese della band, tale Tom Huissen fosse presente con un antediluviano registratore a una pista per preservare per i posteri tutti i concerti. John Mayall e il suo ingegnere del suono Eric Corne, a quasi 50 anni di distanza da quelle registrazioni, ne sono venuti in possesso e, nei limiti del possibile, hanno provveduto a restaurarle e pubblicarle Se avete già sentito il primo capitolo di questo Live In 1967, avrete notato che in molti brani il suono è veramente pessimo, per non essere volgari inciso con il c..o, mentre in altri è tra il buono e l’accettabile, però Peter Green suona come un uomo posseduto da una missione, quella di divulgare il blues presso le giovani generazioni, condividendo la visione del suo mentore Mayall. E infatti si parte subito bene con una versione scintillante di Tears In My Eyes, dove Green rilascia un assolo ricco di tecnica e feeling, con quel suono unico e immediatamente riconoscibile che lo ha fatto amare da generazioni di chitarristi a venire, da Santana a Gary Moore (che riceverà in dono la Les Paul di Green) a Rich Robinson dei Black Crowes passando per Joe Perry, oltre a Jimmy Page e Eric Clapton che hanno espresso più volte la loro ammirazione per lo stile di Green, quel vibrato caldo e tremolante che poi si impenna all’improvviso in note lunghe e sostenute. E in questo brano, grazie alla buona incisione tutto si apprezza al massimo.

In altri pezzi bisogna intuirlo, ad esempio nella successiva Your Funeral And My Trial, che sembra incisa nella cantina del locale accanto, a Bromley. So Many Roads, il classico di Otis Rush, come il primo brano viene dalle registrazioni al mitico Marquee di Londra e quindi la registrazione è più che buona, come pure la veemente interpretazione di Green, in serata di grazia. In Bye Bye Bird il pezzo di Sonny Boy Williamson, sempre inciso a Bromley, si intuisce una eccellente performance di Mayall all’armonica, mentre Please Don’t Tell registrato al Ram Jam Club è sempre inciso maluccio, anche se i Bluesbreakers tirano come degli indemoniati, e in Sweet Little Angel Green si merita tutti gli aggettivi spesi per lui da B.B. King, grande versione del classico di Riley King https://www.youtube.com/watch?v=LXnuKmawtIw , come pure Talk To Your Daughter, da sempre un cavallo di battaglia, qui in una versione breve. Bad Boy è un brano minore, e si sente pure male, mentre Stormy Monday appare in una versione lunga e ricca di interventi solisti di Green, siamo al Klooks Kleek e canta Ronnie Jones, che è proprio quello che poi è diventato un famoso DJ in Italia, ma agli inizi era un grande cantante blues, scoperto da Alexis Korner. Greeny è uno dei fantastici strumentali scritti da Peter Green ad inizio carriera, pregasi ascoltare come suona, con Ridin’ On The L&N che si intuisce essere uno dei pezzi forti di Mayall, e pure Chicago Line lo sarebbe, se si sentisse bene. Conclude Double Trouble, un altro standard di Otis Rush, che poi Clapton avrebbe fatto proprio, ma allora Green lo suonava alla grandissima. Bisogna dire, vista la qualità sonora a tratti, che “chi si accontenta gode”, la musica meriterebbe mezza stelletta in più e forse oltre.

Bruno Conti

Ex Bambini Prodigio Crescono! Eric Steckel – Dismantle The Sun

eric steckel dismantle.jpg

 

 

 

 

 

 

Eric Steckel – Dismantle The Sun – Eric Steckel Music

La storia dei “bambini prodigio” nella musica pop prima e rock dopo è lunga e accidentata: da quella tragica di Frankie Lymon nella top ten americana a 13 anni con Why Do Fools Fall In Love nel 1956 e morto per una overdose di eroina nel 1968 a soli 25 anni, passando per Stevie Wonder e Steve Winwood già stelle del soul e del pop ad inizio anni ’60 e tuttora in pista ai giorni nostri, per non parlare di alcuni fenomeni della chitarra come Neal Schon a 15 anni nella band di Santana o Shuggie Otis che sempre a 15 anni partecipava alla Kooper Session e pubblicava il suo primo disco da solista, ma anche i Free che all’epoca del primo album nel ’68 erano tutti dei teenagers con un bassista Andy Fraser, 15 anni ma già prodigioso tecnicamente.

Parlando di chitarristi, in epoca più recente, è noto che Bonamassa apriva per i concerti di BB King a 12 anni, Jonny Lang pubblicava il suo primo disco a 14 anni, (Monster) Mike Welch fu così soprannominato da Dan Aykroyd perché era un fenomeno sin da giovanissimo, e potremmo andare avanti per anni. Ma Eric Steckel credo sia insuperabile (nell’ambito chitarristi di una certa fama): il suo primo disco A Few Degrees Warmer, venne registrato dal vivo e pubblicato nel 2002 quando di anni ne aveva 11, a 13 era già sul palco con i Bluesbreakers di John Mayall e pubblicava il suo secondo album High Action (recensito sul Buscadero da chi vi scrive), CD che presentava un bluesman già fatto e finito a livello tecnico, anche se ancora con una voce da adolescente che strideva con il repertorio adulto che presentava, ma la stoffa c’era già.

Noto con piacere che Eric, negli anni, non si è perso per strada come altri fenomeni e ha continuato a pubblicare dischi abbastanza regolarmente, per approdare a questo Dismantle The Sun, il suo quinto album, oltre a quel live giovanile e ad un EP solo per il download del 2009. Ora che a 23 anni non ancora compiuti è un “giovane vecchio” della scena blues-rock, ha anche sviluppato una voce da consumato performer, fresca ma vibrante di passione, ha aggiunto anche piano e organo tra i suoi strumenti di supporto e realizza con questo disco la sua prova migliore: il suono, che nei primi anni, era molto perfettino e deferente soprattutto verso i grandi “King” del Blues, si è fatto più grintoso e tirato, con molto rock ad integrare il blues presente nel suo DNA.

L’uso delle tastiere aggiunge una piacevole patina quasi southern al suono, che rimane elettrico come in passato, con la chitarra che viaggia che è un piacere anche nei brani più lenti, come nella lunga ed elegiaca Empty Promises, un piccolo capolavoro di equilibri sonori con il fantastico assolo di wah-wah nella parte centrale e finale, esuberante ma mai sopra le righe, com’è la tendenza di molti chitarristi tecnocrati in circolazione al giorno d’oggi, in questo caso tecnica ma anche cuore, oltre al grande controllo dello strumento. Non ci sono altri brani di questo livello ma il disco si mantiene comunque su livelli elevati, dal rock-blues poderoso e sudista dell’iniziale Mississippi River alle trame tirate di Day Drinkin’ e Love Me Or Leave Me, ma non mancano anche brani più raccolti come la dolce Last Night dove la chitarra acustica e l’organo di Steckel si destreggiano con abilità, e lui canta veramente bene, prima di estrarre dal cilindro un assolo all’elettrica che ci lascia stupiti per il grande controllo sulla sua chitarra maturato in questi anni, tante note ma non una di troppo. Outlaw ci mostra di nuovo il suo lato più duro e tirato, con più di un punto in comune con il miglior Bonamassa rocker e poi di nuovo una bella ballata come Highway Bound, con piano ed organo che ci guidano verso i sentieri del miglior rock americano fino al consueto (ma sempre gradito) assolo liberatorio della solista nella parte finale.

Non manca anche un po’ di hard rock 70’s style in Found Out The Hard Way e del blues più canonico in Sugar Sweet, dove appaiono anche l’armonica di Steve Guyger e il piano di Robert Sands, gli unici ospiti del disco, che per il resto si avvale “solo” della sua ottima band, Rick Prince al basso e Andrew Haley alla batteria. In conclusione From Your Blues To Mine un altro dei pezzi forti dell’album, altro brano dalla classica struttura rock, piano e organo apripista, voce ispirata e grande assolo nella parte finale, una formula semplice ma eseguita sempre molto bene e che conferma la validità di questo Dismantle The Sun, assolutamente consigliato agli amanti del buon rock e dei virtuosi della chitarra elettrica, me lo ero perso un po’ per strada, da (ri)aggiungere alla lista di quelli bravi, si fatica un po’ a trovarlo ma ne vale assolutamente la pena!

Bruno Conti    

Un “Piccolo Classico”! Nine Below Zero – Live At The Marquee

liveatthemarquee.gif

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nine Below Zero – Live At The Marquee – Fontana/Universal CD+DVD 23-10-2012

Torna in circolazione, in edizione rimasterizzata e potenziata, uno dei “piccoli classici” di culto del rock britannico dello scorso secolo. Un album, Live At The Marquee, registrato nello storico locale di Londra nel giugno del 1980 e pubblicato, a distanza di pochi mesi, nello stesso anno. Un esordio folgorante e un’idea brillantissima, quella di iniziare direttamente una carriera discografica, con un album registrato dal vivo, che fosse testimonianza dell’incredibile carica che emanava dai live shows del quartetto, come vogliamo definirlo, Blues? Ci aggiungiamo pub rock, l’energia del punk migliore, boogie e rock’n’roll, ampie spruzzate di soul e r&b, persino un pizzico di beat, il tutto condito dalla classe della frontline della band: Dennis Greaves, chitarrista dalla tecnica notevole ma anche dalla pennata pesante e con il riff facile, e Mark Feltham, armonicista potente e dallo stile coinvolgente, entrambi impegnati pure come cantanti e trascinatori di un pubblico molto eterogeneo, che vedeva tra le proprie fila non solo esteti del blues, ma anche punkettari, estimatori della NWOBHM (New Wave Of British Heavy Metal), nonché “nostalgici” del pub rock dei grandi Dr.Feelgood, forse il gruppo più speculare rispetto ai Nine Below Zero.

Tutti felici e contenti, impegnati a cantare con il gruppo a squarciagola, brani come Homework di Otis Rush o Ridin’ On The L&N, una canzone scritta da Lionel Hampton, ma conosciuta ai più per la versione dei Bluesbreakers di Mayall, apparsa su Hard Road. Non proprio dei singalongs, al limite brani che uno si può aspettare di sentire in qualche fumoso locale di Chicago. Ma i NBZ li fanno loro con delle versioni tiratissime e strabordanti, dove la chitarra di Greaves e l’armonica di Feltham sparano veloci e stringati solo e la sezione ritmica pompa ritmi che fanno muovere il piedino e anche tutto il resto del corpo. Ma Dennis Greaves è capace di estrarre dal cilindro una versione di I Can’t Quit You Baby di Willie Dixon, che per eloquenza chitarristica e tiro non ha nulla da invidiare alla versione dei Led Zeppelin.  O tutto il gruppo è capace di scatenarsi e scatenare il pubblico in un uno-due soul/errebì da casa Motown con I Can’t Help Myself  e Can I Get A Witness. Ma che la temperatura non sia “Nove Gradi Sottozero” si intuisce fin dall’iniziale rilettura di un classico come Tore Down, un classico di Freddie King anche nel repertorio di Clapton, ma che qui viaggia a velocità supersonica e ricorda tra tanti, a chi scrive, quelle cavalcate tra boogie, blues e R&R dei Ten Years After più arrapati dal vivo, qualcuno ha detto “Hau, hau, hau”?

Anche Straighten Her Out, scritta dai componenti del gruppo, non ha nulla da invidiare ai brani più tirati dei Dr.Feelgood, o anche a un Thorogood o un Johnny Winter d’annata, lo spirito è quello. Dopo le delizie citate prima, il gruppo ci regala delle versioni al fulmicotone di Hootchie Cootchie Coo di Hank Ballard e una deragliante Woolly Bully, proprio quella di Sam The Sham & The Pharaos, con armonica e chitarra a sostituire il Farfisa dell’originale. Stop Your Naggin’, sempre più frenetica, tanto da far sembrare la parte centrale di I’m Going Home, un brano al ralenti, è un originale di Greaves. Una versione sontuosa di Got My Mojo Working che avrebbe reso orgoglioso il suo titolare Muddy Waters, ma anche i suoi discepoli Animals, Stones, Them e Pretty Things, nei primi anni di carriera, precede una Pack Fair And Square che sembra presa di sana pianta da Johnny Winter And Live, rock’n’rollin’ blues alla ennesima potenza, mentre Watch Yourself è Chicago Blues Elettrico di gran classe.  Conclude il concerto uno strumentale tra boogie e swing, Swing Job appunto, dove tutti i componenti del gruppo danno il meglio di sé.

E questo è solo il disco originale; ora, nella versione espansa, ci sono anche gli Encores, altri 7 brani fenomenali. Una Rocket 88 da multa per eccesso di velocità nel Blues, (Just) A Little Bit, un R&B roccato con la chitarra di Greaves e l’armonica di Feltham (che ricorda un poco il sound di John Popper dei Blues Traveler), Twenty Yards Behind  è pub rock misto a ska accelerato e punkizzato, grandissima versione, super classica, di Stormy Monday, a sancire le loro credenziali Blues. Un altro estratto da Johhny Winter And Live è il R&R iper vitaminizzato di Is That You mentre chiudono Keep On Knockin’ in una versione violentissima come neppure gli MC5 dei tempi d’oro e una Madison Blues con bottleneck d’ordinanza e un tiro musicale che ricorda ancora le annate migliori di Thorogood e Winter. I Nine Below Zero non si sono mai più ripetuti a questi livelli, ma questo Live At the Marquee basta e avanza per ricordarli con piacere tra gli outsiders di lusso. Il DVD contiene filmati d’epoca girati a 16 mm, da una vecchia VHs trasmessa dalla Rai ai tempi e altre chicche. L’imperativo è comprare!         

Bruno Conti      

Un Disco “Minore E Perduto” Di Uno Dei Grandi Della Chitarra! Peter Green Splinter Group – Blues Don’t Change

peter green blues don't change.jpg

 

 

 

 

 

 

Peter Green Splinter Group –  Blues Don’t Change – Eagle Rock/Edel

Se vi capita di scorrere le classifiche sui 100 più grandi chitarristi rock di tutti i tempi che, periodicamente, sia Rolling Stone che Guitar Player pubblicano, Peter Green è sempre presente, addirittura in quella pubblicata da Mojo nel 1996 era al terzo posto. Nell’ultima di Rolling Stone del 2011 era comunque ancora ad un rispettabile 58° posto. Ovviamente (e giustamente) al 1° posto c’è sempre Jimi Hendrix e così sarà, presumo e spero, per l’eternità, anche se leggendo i commenti di lettori e fans (pirla) qualcuno si lamenta sempre. Forse perché nelle classifiche non appaiono Madonna o il chitarrista, se esiste, degli One Direction? Tornando a bomba, chi vi scrive ha sempre considerato Green uno dei grandissimi dello strumento e per il periodo 1967-1970 sarei propenso ad essere d’accordo con la rivista Mojo.

Ma come me la pensavano anche Gary Moore, BB King, Jimmy Page e Eric Clapton (suo predecessore nei Bluesbreakers di Mayall) che ne hanno sempre lodato il tono vellutato e dolce con quel magico vibrato. Tra i suoi fan ci sono anche Joe Perry, Steve Hackett e Andy Powell dei Wishbone Ash. Per proprietà transitiva, attraverso le storie di Page, anche Rich Robinson dei Black Crowes lo considera tra i grandi chitarristi. E, casualmente, mentre facevo delle ricerche per la recensione di Alvin Lee, mi sono imbattuto in una intervista dove anche Lee esprimeva la sua incondizionata ammirazione dicendo che Green era uno dei pochi chitarristi che quando faceva un assolo addirittura abbassava il volume della chitarra. E che dire di Santana che ha costruito parte dell’inizio della sua carriera su Black Magic Woman? Se vi capita di mettere le mani sul triplo CD Live At Boston Tea Party dei Fleetwood Mac, registrato nel febbraio del 1970, non lasciatevelo sfuggire perché in quel breve periodo Peter Green a livello creativo, secondo me, era addirittura superiore a Hendrix, poi omaggiato nell’orgia wah-wah di The End Of The Game dello stesso anno. Purtroppo quella fase della sua carriera, per le noti vicissitudini legate alla sua salute mentale, ha avuto un brusco stop e non si è mai ripetuta.

Ci sono stati vari tentativi di “ritorni”, un primo tra il 1979 e il 1984, ed un secondo, più riuscito, tra il 1997 e il 2003, con lo Splinter Group. Qui, coadiuvato da Nigel Watson, anche lui alla chitarra e seconda voce e agli inizi con Cozy Powell alla batteria, Green ha vissuto una fase della sua carriera dedicata al Blues primo amore: la chitarra raramente rilasciava “soli” degni della sua reputazione, la voce ormai era quello di un “vecchio” bluesman, un po’ spenta ma vissuta come quella dei musicisti neri da lui tanto ammirati. Questo Blues Don’t Change fa parte di quel periodo, pubblicato in origine nel 2001, veniva venduto solo sul suo sito e ai concerti (ma ha circolato), ora la Eagle Rock lo rende disponibile regolarmente ad un prezzo speciale.

Non è un disco da emozioni forti ma si lascia ascoltare in modo piacevole, sono quasi tutti classici del blues: da una ripresa del suo cavallo di battaglia, I Believe My Time Ain’t Long, un brano di Elmore James che era stato il primo singolo dei Fletwood Mac nel 1967, passando per Take Out Some Insurance dove Green si cimenta anche all’armonica, e ancora Honey Bee con una bella slide acustica, una energica Litte Red Rooster cantata da Watson.

Ogni tanto la voce si spezza e si riprende, come all’inizio di Don’t Start Me Talking. In Nobody Knows You When You’re Down And Out, cantata da Watson ma che potrebbe essere una sorta di metafora sulla vita di Peter Green, c’è un ottimo lavoro delle tastiere di Roger Cotton e in Help Me Through The Day la solista di Green si libra liricamente in ricordo dei vecchi tempi. Notevole anche una acustica e intensa Crawling King Snake. Per chi ama il blues e soprattutto quello che molti (a partire dal suo bassista John McVie) considerano il più grande chitarrista blues bianco, ovvero Peter Green, un disco non memorabile ma onesto e un po’ malinconico ricordando quello che fu!

Bruno Conti