Tutti Insieme Appassionatamente: Difficile Fare Meglio! Walter Trout And Friends – We’re All In This Together

walter trout we're al in this together

Walter Trout And Friends – We’re All In This Together – Mascot/Provogue

Quando, nella primavera del 2014, usciva The Blues Came Callin’, una sorta di testamento sonoro per Walter Trout costretto in un letto di ospedale, praticamente quasi in fin di vita, in attesa di un trapianto di fegato che non arrivava, con pochi che avrebbero scommesso sulla sua sopravvivenza http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E invece, all’ultimo momento, trovato il donatore, Trout è stato sottoposto all’intervento che lo ha salvato e oggi può raccontarlo. O meglio lo ha già raccontato; prima in Battle Scars, un disco che raccontava la sua lenta ripresa http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ , con canzoni malinconiche, ma ricche di speranza, che narravano degli anni bui, poi lo scorso anno è uscito il celebrativo doppio dal vivo Alive In Amsterdam http://discoclub.myblog.it/2016/06/05/supplemento-della-domenica-anteprima-walter-trout-alive-amsterdam/  ed ora esce questo nuovo We’re All In This Together, un disco veramente bello, una sorta di “With A Little Help From My Friendso The Sound Of Music, un film musicale che in Italia è stato chiamato “Tutti Insieme Appassionatamente”, un album di duetti, con canzoni scritte appositamente da Trout per l’occasione, e se gli album che lo hanno preceduto erano tutti ottimi, il disco di cui andiamo a parlare è veramente eccellente, probabilmente il migliore della sua carriera.

Prodotto dal fido Eric Come, con la band abituale di Walter, ovvero l’immancabile Sammy Avila alle tastiere, oltre a Mike Leasure alla batteria e Johnny Griparic al basso, il disco, sia per la qualità delle canzoni, tutte nuove e di ottimo livello (a parte una cover), sia per gli ospiti veramente formidabili che si alternano brano dopo brano, è veramente di grande spessore. Questa volta si è andati oltre perché Walter Trout ha pescato anche musicisti di altre etichette, e non ha ristretto il campo solo ai chitarristi (per quanto preponderanti), ma anche ad altri strumentisti e cantanti: si parte subito alla grande con un poderoso shuffle come Gonna Hurt Like Hell dove Kenny Wayne Shepherd e Trout si scambiano potenti sciabolate con le loro soliste e il nostro Walter è anche in grande spolvero vocale. Partenza eccellente che viene confermata in un duetto da incorniciare con il maestro della slide Sonny Landreth (secondo Trout il più grande a questa tecnica di sempre), Ain’t Goin’ Back è un voluttuoso brano dove si respirano profumi di Louisiana, su un ritmo acceso e brillante le chitarre scorrono rapide e sicure in un botta e risposta entusiasmante, quasi libidinoso, ragazzi se suonano; The Other Side Of The Pillow è un blues duro e puro che ci rimanda ai fasti della Chicago anni ’60 della Butterfield Blues Band o del gruppo di Charlie Musselwhite, qui come al solito magnifico all’armonica e alla seconda voce.

Poi arriva a sorpresa, o forse no, una She Listens To The Blackbird, in coppia con Mike Zito, che sembra un brano uscito da Brothers and Sisters degli Allman Brothers più country oriented, un incalzante mid-tempo di stampo southern dove anche i florilegi di Avila aggiungono fascino al lavoro dei due chitarristi; notevole poi l’accoppiata con un ispirato Robben Ford, che rende omaggio a tutte le anime del suo passato, in una strumentale Mr. Davis che unisce jazz, poco, e blues alla Freddie King, molto, con risultati di grande fascino. L’unica cover presente è una torrenziale The Sky Is Crying, un duetto devastante con Warren Haynes, qui credo alla slide, per oltre 7 minuti di slow blues che i due avevano già suonato dal vivo e qui ribadiscono in una magica versione di studio; dopo sei brani incredibili, il funky-blues hendrixiano a tutto wah-wah di Somebody Goin’ Down insieme a Eric Gales, che in un altro disco avrebbe spiccato, qui è solo “normale”, ma comunque niente male, come pure un piacevole She Steals My Heart Away, in coppia con il Winter meno noto, Edgar, impegnato a sax e tastiere, per una “leggera” ballatona di stampo R&B che stempera le atmosfere, mentre nella successiva Crash And Burn registrata insieme allo “spirito affine” Joe Louis Walker , i due ci danno dentro di brutto in un electric blues di grande intensità.

Nel brano Too Much To Carry avrebbe dovuto esserci Curtis Salgado, una delle voci più interessanti del blues’n’soul contemporaneo che però di recente ha avuto un infarto, comunque il sostituto è un altro cantante-armonicista con le contropalle come John Nemeth, che non lo fa rimpiangere http://discoclub.myblog.it/2017/06/27/blues-got-soul-da-una-voce-sopraffina-john-nemeth-feelin-freaky/ . Quando il nostro deciderà di ritirarsi, è già pronto il figlio Jon Trout per sostituirlo, e a giudicare da Do You See Me At All, sarà il più tardi possibile, ma l’imprinting e la classe ci sono. L’unica concessione ad un rock più classico la troviamo in Got Nothin’ Left, un pezzo molto adatto all’ospite Randy Bachman, e come dice lo stesso Trout se chiudete gli occhi può sembrare un pezzo dei vecchi BTO, boogie R&R a tutto riff; naturalmente non poteva mancare uno dei mentori di Walter, quel John Mayall di cui Trout è stato l’ultimo grande Bluesbreaker, i due se la giocano in veste acustica in un Blues For Jimmy T, solo chitarra, armonica e la voce del titolare. La conclusione è affidata ad un blues lento di quelli fantastici, la title-track We’re All In This Together, e sono quasi otto minuti dove Walter Trout e Joe Bonamassa distillano dalle rispettive chitarre una serie di solo di grande pregio e tecnica, e cantano pure alla grande, che poi riassume quello che è questo album, un disco veramente bello dove rock e blues vanno a braccetto con grande ardore e notevole brillantezza, difficile fare meglio. Esce venerdì 1° settembre.

Bruno Conti

Il Ritorno Di Uno Dei Fondatori Del British Blues. Mike Vernon – Just A Little Bit

mike vernon just a little bit

Mike Vernon – Just A Little Bit – Cambaya Records/IRD 

Mike Vernon è stato uno dei personaggi più influenti della scena musicale inglese, e dell’allora nascente british blues, dal 1965 in avanti; prima come produttore alla Decca ( ma la sua prima produzione è stata per Five Long Years di Eddie Boyd, su etichetta Fontana), iniziando con l’esordio di John Mayall con i Bluesbreakers, e tutti gli album successivi fino a Blues From Laurel Canyon, ma anche le prime prove di David Bowie, dei Savoy Brown, dei Ten Years After, dei Chicken Shack, nel frattempo fondando anche la Blue Horizon, gloriosa etichetta che tra il 1966 e il 1971 pubblicò alcuni dei migliori dischi del genere, a partire da quelli dei Fleetwood Mac di Peter Green (Di cui avete letto ieri nel Blog, anche se erano quelli “californiani”), tra cui il seminale Blues Jam In Chicago, album che fondeva in modo mirabile i grandi bluesmen neri e le loro controparti bianche, caratteristica sempre presente nelle produzioni di Vernon, grande amante della musica nera, dagli anni ’40 in avanti.

https://www.youtube.com/watch?v=BQjBdROOwH8

Come avranno notato i più attenti lettori ho usato il passato remoto per descrivere il nostro, in quanto da allora in poi il buon Mike ha un po’ vivacchiato, con qualche soprassalto, come quando ha fondato le etichette Indigo e Code Blue negli anni ’90, o quando è ritornato alla produzione nel marzo 2010 per il secondo album del ragazzo prodigio Oli Brown (che si è un po’ perso per strada). Vernon ha anche pubblicato un album solista, Moment Of Madness, nei primi anni ’70, e poi ha partecipato alla storia di alcuni gruppi che definire “minori” è un eufemismo. Quindi, senza volere mancare di rispetto, non è che un nuovo album di Mike era una delle nostre priorità assolute: ma lo ha fatto e quindi parliamone, brevemente. Registrato a Antequera, con una band spagnola, Los Garcia https://www.youtube.com/watch?v=fC2nykC_c0s , il disco ci riporta alle grandi passioni di Vernon: il R&B, il R&R e ovviamente il blues, con note dottissime che tracciano la storia dei brani contenuti in questo Just A Little Bit, che si lascia comunque ascoltare con estremo piacere, anche se il buon Mike non è un cantante formidabile e la sua perizia al kazoo non sopperisce certo ai suoi limiti vocali.

https://www.youtube.com/watch?v=vYdCkS7-B54

Il suono è pimpante e piacevole, molto simile a quello dei dischi fine anni ’60 che il nostro produceva: due chitarre, tastiere, una piccola sezione fiati in alcuni brani, per esempio nell’iniziale Kansas City, ripresa dalla versione più celebre, quella di Wilbert Harrison. Non ci saranno Clapton, Green o Taylor ma i due solisti, presumo fratelli, Gabi e Luis Ignacio Robledo, si disimpegnano con gusto, come altri ospiti che ruotano nella formazione. All By Myself è puro R&R alla Fats Domino, Just A Little Bit è quel R&B che avrebbe influenzato le prime blues band inglesi, The Seventh Son dei due Willie, Dixon e Mabon, è puro Chicago Blues di scuola Chess, Hot Little Mama è un pungente blues di Johnny Guitar Watson. Black Night è un “lentone” di quelli super classici dal repertorio di Charles Brown, mentre Money Honey è proprio il brano poi reso celebre da Elvis Presley e When Things Go Wrong un blues di Tampa Red pescato dalle origini delle 12 battute. Bloodshot Eyes addirittura sfiora territori country/western swing misti a Jump &Jive, molto divertente, come pure la tirata I’m Shakin,’ e Please Send me Someome To love è sempre una signora canzone, come pure le successive Keep Your Hands Off Her e All Around The World, per concludere con una delle canzoni manifesto del R&R Shake Rattle And Roll. In definitiva il CD la sufficienza se la merita, anche per rispetto verso uno delle “eminenze grigie” della storia della nostra musica, mister Mike “Boogie Man” Vernon, anni 71 il 20 novembre.

Bruno Conti

Ci Sono Anche Storie A Lieto Fine! Walter Trout – Battle Scars

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Walter Trout – Battle Scars – Provogue/Mascot

Un anno e qualche mese fa, nella primavera del 2014, concludevo la recensione di quello che avrebbe potuto essere l’ultimo album di Walter Trout The Blues Came Callin’, con un sentito “Forza Walter speriamo che tutto vada bene” http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ . E per una volta tutto è andato bene, alla fine di maggio dello scorso anno Trout ha subito in extremis un trapianto di fegato che gli ha salvato la vita, quando tutto sembrava perduto, grazie all’aiuto disinteressato di Kirby Bryant, la moglie di Danny Bryant, allievo, pupillo ed amico di Walter, che ha coordinato la catena di aiuti finanziari che hanno permesso al chitarrista americano, dopo una lunga convalescenza, di ripresentarsi con questo nuovo album che è una sorta di cronaca buia e dolorosa di quello che è successo, piuttosto che una celebrazione gioiosa per una nuova vita che pare ricominciare a livello musicale, così ha voluto Trout e così è stato.

Il nostro amico si è ripreso, anche se porta le cicatrici della battaglia, le Battle Scars, sul volto e nel fisico, ma non nello spirito indomito che gli ha già permesso di esibirsi alla Royal Albert Hall nello scorso mese di giugno nel Leadbelly Blues Festival, di intraprendere un tour mondiale, prima negli Stati Uniti e poi in Europa (Italia esclusa ovviamente) e ora di pubblicare questo nuovo album che conferma il suo status di blues rocker per eccellenza: senza false piaggerie bisogna riconoscere che Walter Trout non è uno dei grandissimi della storia della chitarra, ma è stato uno dei migliori chitarristi nei periodi intermedi della storia dei Canned Heat e dei Bluesbreakers di John Mayall, prima di intraprendere una lunga carriera solista che dal 1989, anno del suo primo album solista, ad oggi, conta ormai la bellezza di 42 album di cui 18 per la Provogue (dati ufficiali), etichetta che gli è rimasta a fianco anche nel momento del bisogno e che nell’anno della sua malattia, ironia della sorte, aveva lanciato un “Year Of The Trout”, ristampando i suoi album in vinile per festeggiare i 25 anni di carriera e proprio Walter ricorda questo fatto in una delle nuove canzoni, My Ship Came In, aggiungendo, non senza una sana dose di autoironia, “And I Missed It”, ho mancato l’occasione, per la prima volta nella mia carriera una casa discografica mi supporta in modo completo e tutto mi frana intorno.

Tornando a questo Battle Scars, il disco è prodotto dal solito Eric Corne nei Kingsize Soundlabs di Los Angeles, con i fidi collaboratori Sammy Avila alle tastiere e il batterista Michael Leasure, mentre il bassista è il nuovo arrivato Johnny Griparic. Sono 12 brani (con l’edizione deluxe, caratterizzata da un libretto più sfizioso, che avrà un codice per scaricare altri due brani extra) di classico rock-blues alla Walter Trout, niente di più e niente di meno, non aspettatevi voli pindarici o grandi cambiamenti in vista, se amate quel rock grintoso ma anche capace di finezze e momenti ricercati, e soprattutto tanta chitarra, qui troverete pane per i vostri denti: i titoli, e i testi, sin dall’iniziale Almost Gone, vertono intorno alla vicenda umana di Trout, ma la musica non ha perso un briciolo del vecchio vigore (e comunque anche The Blues Came Callin’, uscito nel pieno del dramma, era un ottimo disco), con il buon Walter che si esibisce con profitto anche all’armonica, prima di rilasciare i suoi classici strali chitarristici, sarà il solito rock-blues ma questo signore suona, caspita se suona.

Come ribadisce nell’eccellente Omaha, preceduto da un breve preludio strumentale, brano che racconta i mesi di attesa nel centro intensivo del Nebraska Medical Center, e che ha il classico sound del miglior hard rock targato 70’s, niente di nuovo ma suonato con passione e competenza e anche Tomorrow Seems So Far Away, sempre con le tastiere di Avila in bella evidenza, viaggia su queste coordinate sonore, la band tira la volata e Trout con armonica e chitarra si sbizzarrisce nei suoi soli. Forse è una formula risaputa ma fortunatamente ci sono anche variazioni al tema, come nella bella ballata melodica Please Take Me Home, o in un feroce brano quasi di stampo southern-rock come Playin’ Hideaway, dove la chitarra viaggia alla grande. Haunted By The Night e Fly Away sono ulteriori variazioni di questa formula rock, come pure Move on che la ribadisce, il tutto sostenuto dal lavoro della solista di Trout che è la vera protagonista dell’album. La già citata My Ship Came In, con armonica e slide in evidenza sposta il sound verso un blues energico prima di lasciare spazio ad una Cold Cold Ground, che è la classica hard blues ballad con influenze hendrixiane, tipica del repertorio del nostro che ci lascia sulle note di speranza di Gonna Live Again, un pezzo solo voce e chitarra acustica che è una oasi di tranquillità in un disco per il resto piuttosto tirato e poco blues.

Esce il 23 ottobre.

Bruno Conti

Novità Di Settembre (E Di Fine Agosto) Parte I. John Mayall, PIL, The Arcs, Leo Sayer, The Strypes, Jackie Greene, Nathaniel Rateliff

john mayall find a way

Come al solito a metà agosto facciamo un piccolo giro sulle principali (almeno per chi scrive) novità discografiche in uscita durante il mese di settembre, oltre a qualche titolo che sarà pubblicato nella parte finale di agosto, esclusi quelli di cui si è già parlato sul Blog, tipo il box dei Taste e altro. Nei prossimi giorni comunque non mancheranno le recensioni di alcuni dei titoli più interessanti usciti in queste giornate ferragostane e i soliti “recuperi per le vacanze”. Ho cercato di mantenere le uscite di settembre in ordine cronologico, con l’eccezione dei quattro titoli in uscita tra il 21 e il 28 agosto che trovate alla fine del post. Per cui possiamo partire.

Iniziamo con il nuovo album di John Mayall Find A Way To Care, etichetta Forty Below Records, stessa formazione del precedente A Special Life, un ottimo album che aveva segnalato una sorta di nuova vita (musicale) per Mayall, la terza o la quarta, come avete potuto leggere sul Blog http://discoclub.myblog.it/2014/06/05/vere-leggende-del-blues-john-mayall-special-life/. Diciamo subito che il nuovo album conferma questa ritrovata vena e aggiunge una sezione fiati per variare ulteriormente il menu. Esce il 4 settembre.

pil what the world needs now

Nuovo titolo anche per i PIL Public Image Ltd di John Lydon, What The World Needs Now…, che non è il titolo della famosa canzone di Burt Bacharach, decimo album di studio per la band inglese, a tre anni dal precedente This Is Pil, registrato lo scorso anno negli studi Wincraft di proprietà di Steve Winwood, esce sempre il 4 settembre per la loro etichetta Pil Official Limited.

the arcs yours dreamily

The Arcs Yours Dreamily, è il nuovo album della “nuova” band fondata da Dan Auerbach dei Black Keys con un gruppo eterogeneo di musicisti che spazia da Leon Michels, fondatore dell’etichetta Truth And Soul Records (quella di Lee Fields And Expressions, Aloe Blacc e di alcuni remix americani di Amy Winehouse, quindi parliamo di soul), Richard Swift, il bassista per i tour dei Black Keys, Homer Steinweiss della Menahan Street Band, altro gruppo funk & soul, Nick Movshon, collaboratore della Winehouse, l’ottimo chitarrista Kenny Vaughan e per finire la band femminile Mariachi Flor de Toloache. Risultato del disco che uscirà il 4 settembre per la Nonesuch? Giudicate voi… https://www.youtube.com/watch?v=3CyjGhVua_s

Così a occhio, anzi a orecchio mi sembra molto meglio delle ultime cose dei Black Keys.

leo sayer restless years

Altro ritorno inatteso. Nuovo disco anche per Leo Sayer, il cantante inglese, con oltre ottanta milioni di dischi venduti nella sua carriera, pubblica questo nuovo Restless Years per la Right Tracks UK, ma attenzione perché il disco, il primo di studio di Sayer da sei anni a questa parte, per i misteri dell’industria discografica, è già in circolazione da alcuni mesi per il mercato australiano, dove il nostro Leo è molto popolare.

  https://www.youtube.com/watch?v=VtjNJj1Ta_A

Passiamo alle tre uscite di agosto.

jackie greene back to birth


Jackie Greene, oltre ad essere stato la chitarra solista negli ultimi anni dei Black Crowes, al momento in congedo, speriamo non illimitato, era un cantautore con una ottima carriera solista, che ora riprende con Back To Birth, il suo ottavo album di studio, pubblicato dalla Yep Rock il 21 agosto, con la produzione di Steve Berlin. Questi i titoli dei brani:

1. Silver Lining https://www.youtube.com/watch?v=ITXcL89cZ5I
2. Now I Can See For Miles
3. A Face Among The Crowd
4. Light Up Your Window https://www.youtube.com/watch?v=ju-k30jOJv0
5. Trust Somebody
6. Motorhome
7. Hallelujah
8. The King is Dead
9. Where The Downhearted Go
10. You Can’t Have Bad Luck All The Time
11. Back To Birth

Per chi conosce già una conferma, agli altri consiglio di investigare, questo è uno di quelli bravi.

nathaniel rateliff and the night sweats

Sempre il 21 agosto (ma per il mercato italiano esce il 28) nuovo album su Stax/Universal per Nathaniel Rateliff. Già l’etichetta fa presagire un cambio di sound per questo Nathaniel Rateliff & The Night Sweats, ma, sempre per chi non conosce, la bravura del soggetto, elogiato più volte in passato su questo blog: http://discoclub.myblog.it/2010/09/26/un-altra-cosa-da-fare-a-denver-nathaniel-rateliff/ e http://discoclub.myblog.it/2014/02/23/il-ritorno-del-giardiniere-nathaniel-rateliff-falling-faster-than-you-can-run/. Come per Greene vale l’avviso, “trattasi di uno bravo”! Take a look and listen https://www.youtube.com/watch?v=daOC7Lz3FiU :

e

strypes little victories deluxe edition strypes little victories cd

Altro gruppo che ispira al passato con ottimi risultati è quello dei giovanissimi irlandesi The Strypes, che giungono al secondo disco Little Victories, dopo che il disco di esordio Snapshot, su etichetta Virgin/EMI/Universal, come questo nuovo, era arrivato fino al 5° posto delle classifiche inglesi (e al n° 2 in Irlanda). Esce in due versioni, sempre il 21 in UK e il 28 agosto da noi, con la Deluxe che avrà quattro bonus tracks:

1. Get Into It  https://www.youtube.com/watch?v=MCdxkq7DHxM
2. I Need To Be Your Only  https://www.youtube.com/watch?v=K7x98Ai4uUg 
3. A Good Night’s Sleep And A Cab Fare Home
4. Eighty-Four
5. Queen Of The Half Crown
6. (I Wanna Be Your) Everyday
7. Best Man
8. Three Streets And A Village Green
9. Now She’s Gone
10. Cruel Brunette
11. Status Update
12. Scumbag City
[Deluxe Edition Bonus Tracks]
13. Fill The Spaces In
14. Lovers Leave
15. Rejection
16. G.O.V.

Se volete saperne di più andate a leggervi quanto detto dal sottoscritto per il precedente album http://discoclub.myblog.it/tag/strypes/, vale anche per questo, c’è ancora speranza per il futuro!

End of part one, alla prossima!

Bruno Conti

Novità Di Aprile Parte II. Olivia Chaney, Alabama Shakes, Bodeans, John Mayall, Jimbo Mathus, Dwight Yoakam, Villagers, Soundstage Blues Summit, Railroad Earth

Olivia Chaney The Longest River

Ultima parte dedicata alle novità in breve di Aprile, andiamo a ritroso con le uscite, magari di alcune non escludo una recensione completa, mentre quelle che non vedete la avranno sicuramente. Mi sono accorto che era rimasto indietro un titolo tra quelli in uscità il 28 aprile, cioè oggi, almeno negli Stati Uniti, in Italia uscirà il 12 maggio: si tratta dell’esordio su etichetta Nonesuch di Olivia Chaney, una cantante inglese messa sotto contratto dall’etichetta americana del gruppo Warner, che fa parte anche lei della ristretta (ma non troppo) pattuglia di nuovi talenti che vale la pena investigare. Nata a Firenze nel 1982, con mamma australiana, cresciuta a Oxford e ora basata a Londra, la Chaney, come si desume dalla nata di nascita, non è più una giovanissima, ed in effetti ha già collaborato con vari musicisti e gruppi inglesi negli anni passati, dagli Zero 7 a Seth Lakeman, nel penultimo disco di Alasdair Roberts A Working Wonder Stone, ai collettivi Folk Police e Concerto Caledonia, oltre ad altri, quindi discograficamente e in concerto Olivia è sempre stata molto attiva, ma in effetti questo The Longest River è il suo disco d’esordio (a parte un EP pubblicato nel 2010) https://www.youtube.com/watch?v=v0lr8ax_mm4 . In possesso della classica voce da folksinger, chiara e cristallina, il repertorio di Olivia Chaney oscilla tra proprie composizioni, brani tradizionali folk, il tutto con arrangiamenti dove la chitarra acustica o il piano https://www.youtube.com/watch?v=-rGUInwyCRQ , vengono arricchiti da arrangiamenti di archi, tocchi di harmonium suonati dalla stessa Chaney, violino e viola, chitarre eletriiche arpeggiate, sonorità che ci catapultano nel classico mondo del british folk degli anni ’70, quello dei Fairport, dei Pentangle, dell’Albion Band delle sorelle Collins, quindi bella musica tra le influenze della nostra amica, che cita anche Dylan, sui dischi del quale ha imparato a suonare la chitarra, aggiungerei anche le prime Judy Collins e Joni Mitchell, quelle più classiche. Comunque se volete verificare (e finché dura, poi rimarranno validi gli altri due link) qui potete ascoltare l’intero album in streaming nel soundcloud http://www.thebluegrasssituation.com/read/listen-olivia-chaney-longest-river

alabama shakes sound & color

Il primo disco degli Alabama Shakes di Britanny Howard era stato un fulmine a ciel sereno: rock alla Janis Joplin, soul della Stax, southern rock, blues elettrico, il tutto miscelato alla perfezione e veicolato dalla poderosa voce della ragazza di Athens, Alabama. Per questo nuovo Sound And Color, pubblicato il 21 aprile, come il precedente etichetta Rough Trade, si segnala un passaggio verso sonorità più “moderne”: prodotto da Blake Mills, autore lo scorso anno del buon Heigh Ho, in questo album c’è molto meno rock classico e più contemporary soul (qualcuno ci ha visto l’impronta di Prince per il falsetto o della Winehouse per il suono ricco di eco, ma il funky non lo ha inventato l’amico di Minneapolis e il falsetto lo usava spesso anche Joan Armatrading) https://www.youtube.com/watch?v=iraraKH0_Tk , per cui meno ruspante e genuino del precedente, diciamo che l’effetto è meno immediato, ma nell’insieme non mi dispiace, anzi, a tratti è intrigante https://www.youtube.com/watch?v=-oib0a2_itA  e comunque non mancano brani vicini al sound di Boys And Girls https://www.youtube.com/watch?v=x-5OX7CO26c . Questo è uno di quelli che vorrei recensire più approfonditamente, e sempre tempo permettendo, lo sto ascoltando con attenzione, quindi rimando il giudizio definitivo, per il momento positivo con riserva, però preferisco il precedente.

bodeans i can't stop

Secondo album in studio della formazione dei Bodeans senza Sam Llanas ( e dodicesimo complessivamente); Kurt Neumann e il nuovo Sam Hawksley, si dividono le parti di chitarra e basso, la produzione del disco e in alcuni brani anche la batteria, quando non c’è Kenny Aronoff che è una garanzia, almeno sulla carta. Alle tastiere c’è il pavese Stefano Intelisano, da quasi tre lustri trasferitosi in quel di Austin, Texas. Il CD si chiama I Can’t Stop, etichetta Free And Alive Records, non ho avuto occasione di sentirlo, quindi mi astengo dai giudizi anche se ho letto delle critiche positive, ma i tempi gloriosi degli anni ’80 e ’90 mi sembrano passati.

john mayall live in 1967

Questo tecnicamente farebbe parte dei “bootleg ufficiali radiofonici” recensiti recentemente, ma esce per una fantomatica Forty Below Records e si tratta di un rarissimo concerto dei Bluesbreakers di John Mayall, anzi una serie di concerti, tenuti nel brevissimo periodo, tre mesi nel 1967, da qui il titolo, in cui quelli che sarebbero diventati da lì a poco i Fleetwood Mac, Peter Green, John McVie e Mick Fleetwood divisero il palco con Mayall https://www.youtube.com/watch?v=GRA33BMkuZE , anche se solo Green partecipò poi alla registrazione di A Hard Road. Chi legge il Blog sa che Peter Green è uno dei miei chitarristi preferiti in assoluto e quindi non potrei mai parlare male di questo CD, però la qualità a tratti è veramente scadente, mentre soprattutto in alcuni dei blues lenti https://www.youtube.com/watch?v=rgFIGZ4xspo si gode della tecnica e del feeling di colui  https://www.youtube.com/watch?v=OwCAPDwYic0 che allora sostituì Eric Clapton nella formazione, senza farlo assolutamente rimpiangere https://www.youtube.com/watch?v=irhdeQhurj8 . Valore storico 10, qualità sonora complessiva 6.5, quelli che ho linkato sono tutti incisi piuttosto bene per l’epoca, considerando che vengono da vecchi bootleg.

jimbo mathus blue healer

Dovrebbe essere il dodicesimo album solista di Jimbo Mathus questo Blue Healer, Live e dischi come Tri-State Coalition compresi, ma esclusi quelli registrati con il suo primo gruppo Squirrel Nut Zippers, in teoria ancora in attività e con la South Memphis String Band . Il disco, il terzo per la Fat Possum, è la consueta miscela di rock-blues, country, ballate sudiste, southern rock tirati come l’iniziale Shoot Out The Lights, con Eric Ambel alla chitarra solista https://www.youtube.com/watch?v=1RHIn8zbloE, i tempi scanditi dall’organo e ancora dalla chitarra della poderosa title-track https://www.youtube.com/watch?v=vydkLzSTJQM o mid-tempo tra country e New Orleans come la pianistica Love And Affection https://www.youtube.com/watch?v=5jlco87Rfqo e sembra quindi uno tra i suoi migliori in assoluto, tutti i dodici brani di ottima qualità, senza cedimenti, e che confermano la classe e la bravura di questo musicista di Oxford, quella del Mississippi però!

dwight yoakam second hand

Dwight Yoakam sono parecchi anni che non sbaglia un album, dopo “le tre pere” del 2012 http://discoclub.myblog.it/2012/09/26/tre-pere-e-palla-al-centro-dwight-yoakam-3-pears/, l’artista che tutti pensano californiano, per il suo amore per il Bakersfield sound del suo idolo Buck Owens o al limite di Nashville, per la sua chiara estrazione country (rock), ma in effetti è nato a Pikeville, piccola località del Kentucky, centra ancora l’obiettivo con Second Hand Heart, quattordicesimo album in quasi 30 anni di carriera (se non contiamo i dischi di cover, quelli natalizi, i Live, le compilations). Uno dei rari casi in cui il successo di vendita, con i dischi sempre nelle Top 20 generali e Top 5 country, questo nuovo compreso, e quello di critica, quasi unanime nei giudizi favorevoli, coincidono https://www.youtube.com/watch?v=J3mazds9omg . Dieci brani, otto nuovi firmati da Dwight, una cover del traditional Man Of Constant Sorrow, legata agli Stanley Brothers https://www.youtube.com/watch?v=bYfAON5WM64  e una scritta da Anthony Crawford (collaboratore storico di Yoakam e leader dei Sugarcane Jane, con la moglie Savana Lee), dal titolo criptico di V’s Of Birds  https://www.youtube.com/watch?v=nd5U3tgcGGw una bella ballata. Il CD è uscito il 14 aprile per la Warner Nashville, è prodotto dallo stesso Dwight Yoakam ed è il solito classico country, ma di quello buono, lontano mille miglia dal sound ammuffito di molte produzioni attuali provenienti da Nashville https://www.youtube.com/watch?v=UaSf947O38Y

villagers darling arithmetic

Nuovo disco, il terzo per i Villagers, gruppo irlandese che ruota intorno alla personalità di Conor O’Brien, piccolo genietto della musica britannica. Lo stile viene definito indie folk, ma secondo chi scrive, da subito affascinato dalla sua musica e dal suo talento http://discoclub.myblog.it/2010/06/18/anche-lui-di-nome-fa-conor-the-villagers-becoming-a-jackal/, poi ribadito nel successivo (Awayland), tutti su Domino, come anche questo Darling Arithmetic, il nostro è un degno successore della grande tradizione della buona musica che viene dal Regno Unito (ma non solo). Il nuovo album, come al solito giustamente incensato dalla rivista Mojo (e da tutte le altre) https://www.youtube.com/watch?v=_hD0wd2HUVs , ha un suono ancora più intimo e tranquillo dei precedenti https://www.youtube.com/watch?v=8UsYbProrac , registrato in solitaria da O’Brien in una piccola località nei pressi di Dublino, contiene nove bozzetti delicati (undici nella versione Deluxe per il download) dove si può gustare il raffinato gusto per i particolari di questo talentuoso musicista https://www.youtube.com/watch?v=icaRVYQ5-Nc .

soundstage blues summitrailroad earth live red rocks

Per concludere un paio di segnalazioni di DVD musicali, entrambi usciti solo sul mercato americano. Il primo, Soundstage Blues Summit In Chicago, 1974 attribuito a Muddy Waters and Friends, è sicuramente molto interessante, però NTSC Regione 1, durata solo 59 minuti, etichetta Sony Legacy. Per il resto, a giudicare dai contenuti e dai musicisti presenti, si tratta di una piccola chicca:

  1. Blow Wind Blow – Introduction performed by Muddy Waters
  2. Long Distance Call performed by Muddy Waters
  3. Messin’ with the Kid performed by Nick Gravenites & Junior Wells
  4. Stop Breaking Down performed by Junior Wells
  5. Mannish Boy performed by Muddy Waters
  6. Wang Dang Doodle performed by Willie Dixon & KoKo Taylor
  7. Walking Through the Park performed by Johnny Winter
  8. Hootchie Kootchie Man performed by Muddy Waters & Willie Dixon
  9. Sugar Sweet performed by Dr John
  10. Got My Mojo Workin’ performed by Muddy Waters

Tra i musicisti presenti in questo concerto registrato nel luglio del 1974, oltre a quelli citati, anche Mike Bloomfield, Phil Guy, Luther Snake Boy Johnson, Robert Margolin alle chitarre, Jerry Portnoy all’armonica (che si aggiunge a Junior Wells), Buddy Miles e Willie  Big Eyes Smith alla batteria e Pinetop Perkins al piano e Calvin Fuzz Jones e Rollo Radford al basso.

L’altro DVD come durata non ha problemi, anzi, sono circa 180 minuti, quasi tre ore, Live At Red Rocks, come recita il titolo, quindi nello stupendo anfiteatro naturale nei pressi di Denver, Colorado, nel luglio del 2013. In questo caso la difficoltà sta nella reperibilità, distribuito direttamente negli Stati Uniti dai Railroad Earth attraverso la loro etichetta Black Bear Records https://www.youtube.com/watch?v=GSthr–YsR4e nel prezzo, oltre i 30 dollari più le spese di spedizione (ma cercando si trova anche a meno). Ne varrebbe la pena perché la grass jam band del New Jersey è fantastica dal vivo (ma anche in studio http://discoclub.myblog.it/2014/01/24/gli-ultimi-fuorilegge-del-jam-roots-grass-railroad-earth-last-of-the-outlaws/), la location è suggestiva, il suono e le immagini sono fantastiche.

E’ tutto, alla prossima, vado a vedermi Beth Hart!

Bruno Conti

Novità Di Marzo, Parte Ib. Darius Rucker, Jesse Malin, Paul McCartney, Richie Furay, John Mayall, Sonics, Hawkwind, Quicksilver Messenger Service, Dayna Kurtz, Courtney Barnett

darius rucker southern style

Darius Rucker, dopo la partenza fulminante con gli Hootie And The Blowfish (il loro Cracked Rear View, con oltre sedici milioni di copie negli Stati Uniti, è uno dei venti dischi più venduti di tutti i tempi), si è progressivamente trasformato nel corso degli anni in un cantante country a tutti gli effetti. Southern Style, il suo sesto album, in una carriera solista iniziata nel 2002 (compreso un disco natalizio), mette in evidenza ancora una volta la sua bella voce baritonale e piacerà molto agli appassionati del country meno bieco e più ruspante, tutti brani originali scritti dallo stesso Rucker con vari collaboratori, ma allo stesso tempo non mancherà di provocare un po’ di nostalgia nei fans del suo vecchio gruppo. Non per nulla il disco esce per la Capitol Nashville (con la solita Deluxe version con 2 tracce extra) e quindi è proprio un disco di “genere”, anche se non mancano elementi del vecchio stile e sonorità più moderne https://www.youtube.com/watch?v=sTXq33a6YnM

jesse malin new york before the war

L’ultimo album ufficiale del newyorkese Jesse Malin risale al 2010, Love It To Life, un buon disco dal suono decisamente rock, pubblicato come Jesse Malin & The St. Marks Social, ma nel 2012 è uscito anche un disco acustico e distribuito solo ai concerti, Hail Mary Gunners, parte del ricavato del quale andava in beneficenza alla Croce Rossa internazionale; un disco registrato dal vivo a New York e San Sebastian, in Spagna, supportato da Mark Troth Lewis alla chitarra, e presentato come venti “frecce acustiche nella loro forma originale – dai retrobottega, camere da letto e sgabelli da bar del mondo”. Questo nuovo New York Before The War https://www.youtube.com/watch?v=CPMDiSUX3mM , fin dal titolo, viene annunciato come quello più influenzato dai suoni della sua città di origine, quindi echi di Lou Reed, Television, Ramones, ma anche le ballate del suo amato Springsteen, tocchi di Dylan e Neil Young, mi è sembrato di cogliere anche accenni agli Stones e secondo la critica americana potrebbe essere il suo miglior disco in assoluto. Esce ufficialmente il 31 marzo per la One Little Indian e questo è un assaggio https://www.youtube.com/watch?v=DfeSYF3VElM

paul mccartney a musicares tribute

La versione americana, zona 1, è già stata pubblicata dalla Shout Factory, in Europa uscirà il 12 maggio su etichetta Eagle Rock. Stiamo parlando del DVD (o Blu-Ray) dedicato a Paul McCartney, per la benemerita serie A Musicares Tribute, che riporta il concerto che si svolge tutti gli anni nella settimana dei Grammy e che premia una personalità del mondo musicale che si è distinta nel corso dell’anno (e della carriera) per il suo spirito filantropico. Quest’anno è toccato a Bob Dylan, mentre la serata dedicata a Macca è stata registrata nel 2012: ad omaggiarlo erano presenti, oltre a Sir Paul, per la simpatica consuetudine che prevede quasi sempre la presenza sul palco del festeggiato: 1) Get Back / Hello Goodbye / Sgt. Pepper s Lonely Hearts Club Band Cirque du Soleil featuring The Beatles Love Cast 2) Magical Mystery Tour Paul McCartney https://www.youtube.com/watch?v=9oSLl8K05g4  3) Junior s Farm Paul McCartney 4) Blackbird Alicia Keys https://www.youtube.com/watch?v=pX6T-dRnZNM  5) No More Lonely Nights Alison Krauss & Union Station 6) And I Love Her Duane Eddy 7) Oh! Darling Norah Jones 8) I Saw Her Standing There Neil Young & Crazy Horse https://www.youtube.com/watch?v=GyzR_3-dEN0  9) The Fool On The Hill Sergio Mendes 10) We Can Work It Out Coldplay https://www.youtube.com/watch?v=uAB4lhhEErw  11) Yesterday James Taylor & Diana Krall 12) For No One Diana Krall & James Taylor 13) My Valentine Paul McCartney 14) Nineteen Hundred And Eighty Five Paul McCartney 15) Golden Slumbers / Carry That Weight / The End Paul McCartney with Dave Grohl & Joe Walsh https://www.youtube.com/watch?v=aaKoBq9AU2c . Un’altra meno simpatica consuetudine che sta prendendo piede (con l’eccezione del DVD dedicato a Springsteen che durava quasi due ore) è quella di pubblicare solo una parte del concerto e quindi il dischetto del tributo a Paul dura solo 60 minuti circa, e quindi, come ho già ricordato recensendo mi pare il DVD di Bruce, mancano il brano dei Foo Fighters, Katy Perry (ce ne faremo una ragione), TonBennett, uno dei duetti di McCartney con Diana Krall e Bucky Pizzarelli, mi pare siano questi. Comunque rimane una bella serata, da avere nel formato che preferite.

richie furay hand in hand

Richie Furay è stato uno dei membri fondatori dei Buffalo Springfield e in seguito dei Poco (e aggiungiamo anche la Souther-Hillman-Furay Band), due/tre delle migliori formazioni del country e del rock americano di sempre, poi dopo la sua conversione religiosa alla chiesa pastorale americana, Furay ha diradato la sua presenza discografica pur continuando a fare dischi con una certa regolarità e partecipando spesso, come ospite, alle reunion delle band di cui ha fatto parte, ed azzeccando, di tanto in tanto, anche dei dischi che mostravano tracce del vecchio splendore, penso soprattutto a The Heartbeat Of Love, dove apparivano Timothy B. Schmidt, Kenny Loggins, Stephen Stills e Neil Young e al bellissimo doppio dal vivo Alive. Anche questo nuovo Hand In Hand, pubblicato in questi giorni dalla eOne Music, fa parte della categoria di quelli di avere, per la presenza di alcuni nuovi brani di buona qualità, tra cui Someday, con la presenza di Keb’ Mo‘ e una sontuosa versione di Kind Woman, con Kenny Loggins e Neil Young alle armonie vocali, oltre ad una bellissima We were the dreamers che ricorda il miglior country-rock di sempre, di cui è stato uno degli artefici https://www.youtube.com/watch?v=4jpXti74wTM

john mayal blues alive nyc

Il 1976 giustamente non è considerata una delle annate tra le più memorabili dei Bluesbreakers di John Mayall, è l’anno di Banquet In Blues, ma nei due concerti da cui è tratto questo broadcast radiofonico non ci sono più tutti i musicisti di quel disco (quindi niente Rick Vito, Don “Sugarcane Harris” e Soko Richardson), ma ci sono ancora Larry Taylor al basso, Jay Spell alle tastiere, mentre il chitarrista è tale Gary Rowles, non famosissimo ma bravo, qualcuno ricorderà che è stato il solista nei Love di Arthur Lee, la versione della band è la Mark XXVII, è il repertorio delle due serate è il seguente:

The Bottom Line, New York, NY, 2-Oct-76 (early show):
1. Long Time Blues
2. 1974 Gasoline Blues
3. Later On
4. The Boy Most Likely To Succeed
5. All Your Love
6. Room To Move
[Encores]
7. Stormy Monday
8. Old Time Blues

My Father’s Place, Roslyn, NY, 3-Oct-76:
9. Band Intros by Mayall
10. 1974 Gasoline Blues
11. Play The Harp
12. The Boy Most Likely To Succeed

Qualità sonora buona, in parte già uscito come bootleg, ma, escludiamo gli i fan incalliti di Mayall, se ne può fare tranquillamente anche a meno, oppure no, in fondo non è male, vedete voi. Etichetta S’more/RockBeat.

sonics this is the sonics

Ormai si stanno riunendo tutte le band storiche del band, quindi era inevitabile che succedesse anche per i Sonics, peraltro già di nuovo in azione dal 2007, con una serie di concerti dal vivo e un EP 8, uscito nel 2010, ma questo è proprio un nuovo disco di studio. Quello che è sorprendente di questo This Is The Sonics, registrato rigorosamente in Mono per la loro etichetta Revox (!), è che si tratti di un buon disco, i tre membri originali, Jerry Roslie, Larry Parypa e Rob Lind, sono in ottima forma, la sezione ritmica con gente del giro Kingsmen e Dick Dale è bella carica, e il disco suona come se fossimo in pieno 1966, un anno prima dello scioglimento, quindi garage punk e psych-rock classico della più bell’acqua. Ok, niente The Witch, Psycho, Strychnine, Louie Louie, ma i nuovi brani sprizzano energia e alcune cover di classici del blues come You Can’t Judge a Book By The Cover, Don’t Need No Doctor e Sugaree sono veramente gagliarde e sorprendenti. Produce Jim Diamond, famoso per il suo lavoro con i primi White Stripes, Dirtbombs e Fleshtones. E anche i brani nuovi tirano di brutto https://www.youtube.com/watch?v=BIzinr84gGw

hawkwind this is your captain boxhawkwind this is your captain back cover

Gli Hawkwind viceversa non si sono mai sciolti e continuano imperrterriti la loro carriera; nel corso degli anni sono uscite varie riedizioni, rimasterizzate e spesso potenziate, dei loro album migliori, ora la Parlophone UK del gruppo Warner pubblica questo box di 11 CD This Is Your Captain Speaking, Your Captain Is Dead – The Albums & Singles 1970-1974, senza le bonus delle ristampe, ma a prezzo super speciale e con l’ultimo CD che contiene rare versioni tratte dai singoli dell’epoca.Qui sopra, nel retro della copertina del box, potete legger i titoli dei brani ed i rispettivi dischi dove appaiono, questo pezzo è tratto dal Greasy Truckers Party.

quicksiver live in san jose 1966

A proposito di live continua la (ri)scoperta del vecchio materiale d’archivio dei Quicksilver Messenger Service. Sempre la Cleopatra Records (croce e delizia degli appassionati di ristampe e del sottoscritto) pubblica un raro concerto Live In San Jose 1966, dove appare la prima formazione del gruppo con Jim Murray, il primo vocalist della band, ad affiancare il classico quartetto Cipollina-Duncan-Freiberg-Elmore, quindi in teoria interessantissimo anche per il repertorio che presenta alcune rarità come All Night Worker, Walkin’ Blues e I Hear You Knockin’. Però è inciso, nella mia opininone, veramente maluccio, sembra un bootleg (e spesso queste registrazioni da lì vengono), ma di quelli purtroppo con qualità sonora scadente https://www.youtube.com/watch?v=q4yaXTr15mM

dayna kurtz risa and fall

Per concludere un paio di voci femminili veramente interessanti. Di Dayna Kurtz vi abbiamo parlato in modo lusinghiero sul blog http://discoclub.myblog.it/2013/06/14/una-tom-waits-al-femminile-dayna-kurtz-secret-canon-vol-2/. Ora è in uscita questo nuovo Rise And Fall per la sua etichetta M.C. Records, ma mi pare di ricordare che gli amici della IRD mi abbiano detto che avevano intenzione di pubblicarne una versione italiana con bonus, però non conosco con esattezza i particolari, per cui, in attesa di verificare, e poi naturalmente di recensirlo, nella rubrica Carbonari, mi limito a segnalarvi l’uscita del nuovo album di questa bravissima vocalist, nata nel New Jersey, ma residente a New Orleans, che è giustamente considerata dalla stampa di tutto il globo terracqueo uno dei piccoli tesori nascosti della musica cantautorale. Nell’attesa, questo nuovo brano fa già capire la classe della signora in questione https://www.youtube.com/watch?v=YF60nUWJ02k

courtney barnett sometimes i sit

Più giovane, ma assai promettente, è l’australiana Courtney Barnett, che giustamente è stata incensata dalla critica per il suo primo album The Double EP: A Sea of Split Peas, che come dice il titolo raccoglieva i primi due EP, pubblicati per il mercato australiano. Ora esce il primo disco ufficiale Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit, un titolo intrigante e ricco di (auto)ironia che indica la personalità vivace della ragazza, ma poi parla la musica, veramente interessante. Qualcuno l’ha paragonata a Hope Sandoval, altri hanno tirato in ballo Lou Reed e Nirvana, altri ancora hanno ricordato Liz Phair (ma mi sembra più brava), come la volete girare questo nuovo CD, edito dalla Marathon Artists in Europa e dalla Mom + Pop Records in Australia (o viceversa) la scorsa settimana, è diverso da gran parte di quello che circola al momento a livello di voci femminili https://www.youtube.com/watch?v=o-nr1nNC3ds, parliamo di rock, ma anche di belle ballate loureediane https://www.youtube.com/watch?v=1NVOawOXxSA

E pure in versione solitaria il talento si percepisce https://www.youtube.com/watch?v=Xv-FOSJIwrU

That’s all, a domani con un altro giro di novità.

Bruno Conti

L’Avete Chiesto Voi? Rick Estrin And The Nightcats – You Asked For It…Live

rick estrin you asked

Rick Estrin And The Nightcats – You Asked For It…Live – Alligator 08-07-2014

Non so se abbiamo proprio chiesto per averlo (voi lo avete fatto? Io no, o non me ne sono accorto), comunque un bel CD dal vivo di Rick Estrin And The Nightcats è sempre cosa gradita. Si tratta ovviamente del primo Live del gruppo, che in anni recenti, con la nuova ragione sociale, ha prodotto solo un paio di dischi in studio, entrambi molto buoni e fedelmente riportati da chi scrive (http://discoclub.myblog.it/2012/07/13/e-intanto-l-alligator-non-sbaglia-un-disco-rick-estrin-and-t/) , ma la dimensione concertistica ha sempre un suo fascino particolare, soprattutto per ciò che concerne il blues e dintorni, ma anche in generale. Per parafrasare un famoso disco di Jimmy Buffett, You Had To Be There, ma anche se non c’eravate il surrogato del disco rende bene l’idea e se qualcuno ha chiesto per averlo una ragione ci sarà pure stata. Oltre a tutto, anche come Little Charlie And The Nighcats, quando Charlie Baty era ancora il leader della formazione, non usciva un Live dal lontano 1991. Dei vecchi, a parte Estrin, non c’è più nessuno, ma sound ed etichetta, la Alligator, sono sempre quelli. Quindi ben venga questo You Asked For It…, pimpante album che ci permette di gustare una formazione al top della forma, con l’armonicista e cantante Rick Estrin (in occasione del suo 64° compleanno si è registrato questo disco al Biscuits And Blues di San Francisco, sua città natale) che divide gli spazi solisti con l’ottimo Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista norvegese che ad ogni disco si conferma sempre più come uno dei migliori al suo strumento (l’erede, se e quando vorrà ritirarsi, di Jimmie Vaughan, o comunque un suo pari) e con Lorenzo Farrell, il bassista, che opera anche all’organo e al Moog conferendo al sound una maggiore varietà di opzioni e J. Hansen, batterista dallo swing quanto mai accentuato.

rick estrin 1

Il pubblico apprezza e si diverte, anche per i divertenti siparietti e presentazioni che un “vecchio” gigione come Estrin ha metabolizzato in oltre 40 anni sui palchi di mezza America. Prendete la presentazione di My Next Ex-Wife, anche con qualche parolaccia “bippata”, mette il pubblico nella giusta predisposizione per gustarsi il brano al meglio, su un groove funky che avrebbe reso orgoglioso l’Isaac Hayes più nasty dei tempi di Shaft, Rick racconta le disavventure del suo divorzio, ma poi la band cattura un mood Stax anni ‘70 dove l’organo di Farrell, la chitarra in overdrive di Andersen, molto hendrixiana e l’armonica di Estrin fanno meraviglie, grande gruppo https://www.youtube.com/watch?v=68EUz8RD9dM .

ricc estrin 2

Ma già dalla partenza, con il classico “Are You Ready For The Blues” che introduce una fulminante Handle With Care, dove il materiale è veramente da maneggiare con cura, si capisce perché la formazione è considerata tra le migliori della Bay Area ed il suo leader spesso candidato come miglior armonicista ed Entertainer ai Blues Music Awards, senza dimenticare il fantastico l’assolo di Kid Andersen, un miracolo di equilibri sonori, in bilico tra R&R e Blues https://www.youtube.com/watch?v=JTltmGvOK7U . Non tutto il disco è così scintillante, ma anche la divertente New Old Lady, molto Blues Brothers, e comunque tipica delle revue anni cinquanta e sessanta dove blues, rock and roll, soul, R&b e divertimento si intrecciavano con gusto sopraffino. O una New Old Lady, funky blues d’annata si accoppia con le classiche dodici battute di Baker Man Blues, cantate con grande aplomb dal batterista J. Hansen, che ha anche scritto il pezzo.

rick estrin 3

Trascinante anche il ritmo scandito nella poderosa Keep Your Big Mouth Shut o nello shuffle della divertente Smart Like Einstein per poi rallentare in That’s Big, anche questa preceduta da una lunga introduzione di Estrin, sempre istrionico e buffo nelle sue divagazioni, ma poi è blues, swingato e classico, prima di tuffarsi in una divagazione country, come You Gonna Lie, dove Johnny Cash sposa i Blasters e Kid Andersen estrae dal cilindro (fate conto che lo abbia) una lunga improvvisazione sulla sua chitarra che è da ascoltare per crederci, micidiale, rockabilly boogie, con la solista che si inerpica su territori che furono cari al Danny Gatton più funambolico, prima di lasciare il giusto spazio ai brevi assolo della sezione ritmica https://www.youtube.com/watch?v=XWbEhmNd3UA . A proposito di Blasters, uno slow blues con uso d’organo come Never Trust A Woman porta la firma di Rick Estrin e Dave Alvin e avrebbe fatto un figurone su Super Session con ancora un maiuscolo lavoro di Andersen alla solista https://www.youtube.com/watch?v=RjdaBBxa5Cc . Dump That Chump, richiesta a gran voce dal pubblico. è un altro dei cavalli di battaglia dei Gattoni Notturni, e Don’t Do It sembra un brano dei migliori Fabulous Thunderbirds mentre la conclusiva Too Close Together, un brano di Sonny Boy Williamson, solo un contrabbasso ad accompagnare l’armonica di Estrin, è l’occasione per ascoltare un maestro al lavoro, avete presente Room To Move su The Turning Point di John Mayall? Siamo da quelle parti https://www.youtube.com/watch?v=d6gPtj-LA-s . Settantacinque minuti che passano in un baleno!

Bruno Conti

Vere Leggende Del Blues! John Mayall – A Special Life

john mayall a special life

John Mayall – A Special Life – Forty Below Records/Ird

John Mayall è una delle ultime vere Leggende del Blues ancora in vita, non di quelle autoproclamate o fittizie che spuntano come funghi da ogni angolo, glorie locali, di quartiere, regionali, persino di condominio, il termine leggenda si usa a sproposito, ormai, per carneadi vari. Per il vecchio campione del British Blues le 80 primavere sono passate da qualche tempo https://www.youtube.com/watch?v=kckKD2OSqpU , ma non sembra avere intenzione di rallentare la sua attività: l’ultimo “grande” disco probabilmente dista nel tempo varie decadi, ma un suo album si fa sempre preferire rispetto alla miriade di pubblicazioni di genere che escono ogni mese. Mayall non è un grandissimo, forse in nessuna delle sfaccettature della sua arte, buon cantante, con quel suo particolare stile vocale, leggermente “strangolato”, rilassato e classico, discreto chitarrista, onesto tastierista, all’organo, piano e piano elettrico, forse eccelle solo come armonicista, ma non è sicuramente uno dei massimi virtuosi viventi.

john mayall harp

Il suo vero “mestiere” è quello del band leader, lo scopritore di talenti, anche se i tempi di Eric Clapton, Peter Green e Mick Taylor sono un lontano ricordo (pure se Eric e Mick erano tornati per i festeggiamenti del 70° di John, culminati nell’ottimo CD/DVD 70th Birthday Concert https://www.youtube.com/watch?v=9p_J9tvh8hk ), le ultime ottime edizioni dei Bluesbreakers risalgono al periodo in cui le soliste erano affidate a Coco Montoya e Walter Trout, quasi una vita fa, e l’ultimo chitarrista di talento cristallino passato nella formazione è stato Buddy Whittington. Ma come si diceva, forse anche per una questione di prestigio, un suo album ha sempre quel fascino particolare dato dal nome, comunque sinonimo di qualità. Dischi memorabili non ne ricordo da tempo: gli ultimi di studio, In The Palace Of The King e Tough, soprattutto quest’ultimo, erano degli onesti prodotti, magari anche migliori di alcune uscite a cavallo tra la fine anni ’70 e i primi anni ’80, prima di ripristinare la ragione sociale Bluesbreakers, che avevano “sporcato” il suo CV.

john mayall 1

Di Live, spesso interessanti, ne escono ancora spesso (alcuni anche solo tramite il suo sito, Private Stash) e questo A Special Life, senza fare gridare al miracolo, dopo ripetuti ascolti, mi sembra un buon prodotto. Il primo pubblicato per una nuova etichetta, la Forty Below Records, si avvale di alcuni buoni musicisti scovati da Mayall sul territorio statunitense, la sezione ritmica di Chicago, Greg Rzab al basso e Jay Davenport alla batteria, il bravo chitarrista texano Rocky Athas, in cui qualcuno ha rilevato attitudini claptoniane, che, sotto la produzione di Eric Corne, hanno realizzato nel mese di novembre dello scorso anno (proprio nel periodo in cui John compiva 80 anni), in quel di North Hollywood, California, dove il nostro vive, beato lui, dai tempi di Blues From Laurel Canyon, questo piacevole album.

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La formula è quella tipica dei dischi di Mayall, alcuni brani originali, uno anche affidato ai componenti della sua band, Like A Fool, che porta la firma di Rzab, qualche classico, magari minore, come That’s Allright, che porta la firma di James Lane, vero nome di Jimmy Rogers, guidata dall’armonica sempre pimpante di John, Big Town Playboy di Eddie Taylor, col piano e ancora la mouth harp in bella evidenza e Just Got To Know di Jimmy McCracklin, un bel blues lento dove si apprezza la solista di Athas, mentre CJ Chenier è la seconda voce a fianco di Mayall. Proprio C.J. Chenier, il figlio di Clifton, porta un soffio di freschezza nel brano di apertura, una inconsueta cover di un pezzo del babbo, Why Did You Go Last Night, che proprio per la presenza della fisarmonica di Chenier aggiunge un inatteso tocco cajun al sapore della canzone, peraltro eseguita molto bene.

john mayall 3

Speak Of The Devil non si può certo definire un classico, ma il brano di Sonny Landreth ha una urgenza rock nelle pieghe del suo DNA e la voce di Mayall è sempre forte e vibrante, uguale a sempre, senza cedimenti, e la band, da Athas in giù ci dà dentro alla grande, sembrano quasi gli ZZ Top. World Gone Crazy è uno di quei brani di stampo ecologico che periodicamente riaffiorano nell’opera dell’artista britannico e l’arrangiamento ha una varietà e una freschezza sorprendente https://www.youtube.com/watch?v=fwFclLBDs48 . Flood in’ In California è un brano poco conosciuto, ma mirabile, di Albert King, uno dei preferiti di Mayall da sempre, un bel sound contemporaneo, con organo e tastiere ben miscelate nella produzione precisa di Corne e la chitarra libera di creare sonorità inconsuete per la produzione mayalliana.

john mayall 4

A Special Life e Just A Memory sono due capitoli della sua autobiografia in musica, la prima malinconica e pensosa, la seconda una ballata blues pianistica di classe sopraffina https://www.youtube.com/watch?v=_eXaJExbCLI , tra le migliori composte dal nostro nelle ultime decadi e che conclude in gloria un disco che ce lo ripropone (quasi) ai vertici della sua produzione. Direi promosso e se ne ha voglia e la salute lo assiste, gradiremmo altri dischi così, che, al di là del nome, sono molto meglio di gran parte della produzione blues in circolazione!   

Bruno Conti

Un Disco Per La Vita! Walter Trout – The Blues Came Callin’

walter trout the blues came

Walter Trout – The Blues Came Callin’ – Provogue CD CD/DVD 03-06-2014

Ho sempre considerato Walter Trout uno dei migliori chitarristi di rock-blues attualmente in circolazione, uno degli ultimi grandi prodotti dalla scena americana, negli anni ’70 molta gavetta, poi nei Canned Heat nel 1981 e da lì il passaggio all’ultima grande formazione dei Bluesbreakers di John Mayall, quella che negli anni ’80 lo ha visto a fianco di Coco Montoya, una coppia per una ultima volta in grado di rinverdire i fasti del passato. Nel 1990 ha pubblicato il primo album a nome proprio e quindi si avvicinava a grandi passi il 25° Anniversario della sua carriera da festeggiare nella giusta maniera. Purtroppo, come forse avrete letto, Trout è molto malato, le varie cure che ha tentato nell’ultimo anno per combattere la malattia al fegato che lo ha colpito non hanno dato i frutti sperati, ha perso tra i 50 e i 60 chili di peso, diventando l’ombra di sé stesso, l’unica soluzione per risolvere la situazione, che è sempre più disperata, è quella di un trapianto, ma si tratta di operazioni molto costose, tra annessi e connessi, si parla di 250.000 dollari. Mentre pubblico queste righe siamo circa alla metà di Maggio e la sottoscrizione avviata dalla moglie di Danny Bryant (suo pupillo e protetto) ha comunque raccolto oltre duecentoventimila dollari, e dovrebbe essere chiusa, se volete verificare questo è il link al sito  http://www.youcaring.com/medical-fundraiser/walter-trout-needs-a-new-liver-you-can-help-/151911, sperando di arrivare in tempo.

Ho deciso di anticipare la recensione di questo nuovo CD, The Blues Came Callin’, che uscirà il 3 giugno, anche per permettervi di conoscere la situazione, di esorcizzarla se possibile, come ha fatto Walter  in questo ultimo anno, dopo l’uscita dell’ottimo Luther’s Blues di cui vi avevo parlato giusto un anno fa http://discoclub.myblog.it/2013/06/16/tra-bluesmen-ci-si-intende-walter-trout-his-band-luther-s-bl/ . Nel frattempo la malattia è progredita ma Trout ha continuato a fare concerti e ad incidere questo nuovo album, fino a che le condizioni di salute glielo hanno concesso, ora entra ed esce dall’unità di cura intensiva tra un ospedale del Nebraska e l’UCLA in California. I testi delle canzoni, sono molto influenzati, ovviamente, dalla sua attuale situazione, ma il disco è sorprendentemente vivo e vitale, uno dei suoi migliori in assoluto e dove non arriva la sua voce, a tratti affaticata, ci pensa una chitarra ancora tagliente e vibrante come nelle sue migliori prove. Nello stesso periodo, per raccogliere altri fondi, sono previste anche la pubblicazione della sua biografia Rescued From Reality – The Life And Times of Walter Trout e un documentario, attualmente in produzione, che verrà allegato alla edizione Deluxe del CD.

https://www.youtube.com/watch?v=btiS6ijncMk

Torniamo alla musica: vi assicuro che non si tratta di piaggeria, il disco è veramente bello, il musicista nativo del New Jersey, ma californiano di adozione, ha scritto per l’occasione dieci brani nuovi, due sono le cover, una dell’amato JB Lenoir, conosciuto tramite il suo mentore John Mayall, proprio presente come ospite nell’album e autore dell’altro pezzo non a firma Trout, una Mayall’s Piano Boogie, che come dice il titolo è un boogie creato all’impronta al piano da John, con i vari musicisti che improvvisano una sorta di jam spontanea e divertente. Per il resto tanto blues(rock) in tutte le sue forme: la tirata e grintosa Wastin’ Away, che nel suo incedere ricorda i migliori Ten Years After, nell’interplay tra la chitarra sempre tagliente di Trout e l’organo dell’immancabile Sammy Avila, con il testo che ricorda che anche se il corpo “se ne sta andando”, lui non molla. Il riff roccioso di The World Is Goin’ Crazy con la chitarra imperiosa di Walter, The Bottom Of The River, altro brano che affronta la sua attuale condizione su uno sfondo musicale elettroacustico di notevole spessore con una bella armonica aggiunta al sound d’insieme.

Take A Little Time è un brano più R&R vecchio stile, una sorta di omaggio al Chuck Berry del periodo Chess, con tanto di pianino suonato da Avila, The Whale è la cover di JB Lenoir, con Mayall punto di riferimento nel blues classico. Willie è una canzone dedicata da Trout alle infinite fregature prese negli anni dall’industria discografica, nella persona di un ipotetico “maneggione”, a tempo di boogie-blues, solido e con un bel alternarsi di chitarra ed armonica, poderoso. Detto della boogie jam con Mayall, c’è spazio anche per uno slow blues torrido come Born In The City, vero marchio di fabbrica di Walter, uno strumentale alla Freddie King, Tight Shoes, che illustra la grande tecnica del nostro, un altro sapido blues elettrico, The Blues Came Callin’, con un eccellente Mayall all’organo e la risposta puntuale della solista in grande spolvero di Trout a dispetto della salute, altro brano che vuole esorcizzare i fantasmi che lo tormentano ultimamente. Se il Blues è una musica che illumina i sentimenti “tristi” della vita, Hard Time è una variazione a tempo di funky-blues di questo tema mentre Nobody Moves Me Like You Do è un sentito omaggio alla moglie Marie, compagna e amore di una vita, madre dei suoi ancora giovani figli, una “hard” ballad che conclude in gloria questo ottimo album, ripeto uno dei suoi migliori di sempre. Forza Walter speriamo che tutto vada bene!

Bruno Conti

Una Signora Del Blues “In Difficoltà”! Debbie Davies – After The Fall

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Debbie Davies – After the fall – MC Records

Come molti uomini e donne che si sono avvicinati al Blues anche Debbie Davies ha iniziato ad incidere tardi. Il suo primo album, Picture This, è uscito nel 1993 per la Blind Pig quando aveva già 41 anni. Ma era reduce, come è giusto che sia, perché poi paga i suoi dividendi, da una lunga gavetta in precedenza: nativa di Los Angeles, negli anni della sua formazione ha sempre operato in California, prima in band locali e poi nel gruppo Maggie Mayall and The Cadillacs. Se non puoi esordire nei Bluesbreakers ti accontenti della formazione della moglie. Ma poi, pensate (mi sento un po’ Paolo Limiti!), nel 1988 è stato “arruolata” negli Icebreakers di Albert Collins come seconda chitarrista (una tradizione delle grandi band blues nere era quella di avere spesso un ulteriore elemento di valore come musicista ritmico e di supporto alla solista del leader, spesso un bianco) e in quegli anni ha suonato anche in Sense Of Place di John Mayall, quindi si può dire che comunque ce l’ha fatta a coronare il suo sogno!

After The Fall è il suo 11° album, il primo per la MC Records e, come dice il titolo, nasce in seguito ad una “caduta”, sia fisica che, aggiungo io, di ispirazione. Cerco di spiegare meglio: il penultimo disco, Holdin’ Court, era un CD tutto strumentale distribuito dalla Vizz Tone, che non mi aveva convinto fino in fondo (anche se non era sicuramente un brutto disco), in quanto uno dei pregi dei dischi di Debbie Davies è anche la voce ed era uscito dopo l’eccellente Blues Blast su Telarc,uno dei suoi migliori in assoluto, con la partecipazione di alcuni illustri “colleghi” come Tab Benoit, Coco Montoya e Charlie Musselwhite e, a seguire, c’era stata anche l’apparizione nel disco dal vivo di Tommy Castro con la Legendary Rhythm and Blues Cruise Revue. Poi sul finire del 2010 le cose hanno iniziato ad andare a rotoli per questa “signora del Blues”, prima la scomparsa dell’amica e compagna di molte avventure nel Blues, Robin Rogers, seguito da una caduta vera e propria a livello fisico che le ha provocato la frattura di un braccio e un lungo periodo di inattività, che per una artista che vive proprio con i proventi delle esibizioni dal vivo è stata una sorta di iattura che l’ha costretta a vendere, come racconta lei stessa, tutto quello che non era legato al pavimento della sua abitazione, alcune chitarre comprese.

Ma Debbie Davies è una battagliera e queste “disgrazie” sono diventate l’oggetto di alcune delle migliori canzoni di questo nuovo album, alcune sue, altre scritte dal collaboratore storico e batterista da tempo immemorabile Don Castagno. Il risultato è un disco gagliardo e chitarristico, con brani come The Fall, Done Sold Everything e Little Broken Wing che raccontano di questi eventi con il suo solito stile che mescola blues classico e blues-rock con classe e competenza e la bella voce ancora squillante nonostante gli anni che passano. Tra gli ospiti del disco l’ottimo tastierista Jeremy Baum che con hammond B3 e piano aggiunge un tocco southern al brano di apertura, Don’t Put The Blame On me, firmato da Castagno e Jon Tiven e che ha un bel tiro rock nelle chitarre. Ma anche le atmosfere tra “Big Easy” e Litte Feat di Goin’ To A Gaggle o la già citata Done Sold Everything che conclude con un potente duetto chitarristico con Dave Gross che rinverdisce i fasti di quelli con Albert Collins dei tempi che furono, sono due brani che confermano la ritrovata grinta vocale e strumentale.

Ottimo pure lo slow blues “cattivo”, nel titolo e nella realizzazione musicale, I’ll Feel Much Better When You Cry, con in evidenza l’organo di Bruce Katz che è l’altro tastierista fisso presente nell’album. Non male il tributo all’amica scomparsa, la dolce e sinuosa Down Home Girl, ma tutto il disco segnala un ritorno alla miglior forma della nostra amica e si presenta come uno dei prodotti migliori di blues elettrico usciti in questo 2012. Se vi piacciono gli assolo di chitarra elettrica ma anche brani con una costruzione sonora elegante e cantati da una bella voce femminile grintosa quanto basta non andate a cercare lontano, in questo After The Fall troverete quello che cercate, anche un boogie strumentale sparatissimo come R.R. Boogie in chiusura di disco. Consigliato.

Bruno Conti