Supplemento Della Domenica: Era Già Imperdibile 19 Anni Fa, Figuriamoci Oggi! Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions

led zeppelin the complete bbc sessions 3 cdled zeppelin complete bbc sessions front

Led Zeppelin – The Complete BBC Sessions – Atlantic/Warner 3CD – 5LP – Super Deluxe 3CD + 5LP

Le recenti ristampe dell’intero catalogo dei Led Zeppelin a cura di Jimmy Page, sono state, diciamolo, una mezza delusione: a parte gli estremi, cioè il primo Led Zeppelin ed il postumo Coda, gli “inediti” inclusi nelle edizioni espanse avevano lasciato parecchio a desiderare, e la cosa più riuscita di queste riedizioni erano i libri che accompagnavano le edizioni super deluxe, peraltro costosissime e senza neppure un minuto di musica in più rispetto ai normali CD doppi (triplo nel caso di Coda). Oggi Page si riscatta parzialmente riproponendo le bellissime registrazioni che il gruppo aveva inciso per la BBC, già uscite in versione doppia nel 1997 e che avevano riscosso un notevole successo, anche perché all’epoca c’era una gran fame di Zeppelin e di inediti se ne vedevano pochissimi. The Complete BBC Sessions, oltre a riprodurre quel doppio album live (sia in studio che in presenza del pubblico), ne aggiunge un terzo con nove brani non pubblicati all’epoca, che sembrerebbero essere gli ultimi presenti negli archivi della storica emittente britannica, con i tre pezzi finali che appartengono ad una sessione del 1969 considerata perduta (ed anche qui, oltre ad una versione in quintuplo vinile, esiste il solito superbox con sia CD che LP, ma sempre senza musica aggiuntiva).

Per chi scrive i Led Zeppelin sono stati la più grande band di sempre: certo, forse i Beatles sono stati più innovatori e hanno scritto una serie di capolavori inarrivabile, i Rolling Stones sono la migliore rock’n’roll band sul pianeta (e qualche discreta canzoncina l’hanno scritta anche loro…), ma a livello di pura tecnica nessuno poteva competere con i quattro del Dirigibile, che partendo dalla lezione dei classici del blues hanno praticamente inventato un suono, l’hard rock classico che farà faville negli anni settanta, ed influenzato un’infinità di gruppi venuti dopo di loro (*NDB Anche se Jeff Beck avrebbe qualcosa da opinare su chi fu l’inventore). Robert Plant aveva un’ugola, una carica sessuale ed una presenza scenica che ne facevano il cantante rock per antonomasia (in seguito David Coverdale diventerà un ottimo discepolo, senza peraltro avvicinare a quei livelli), Jimmy Page è stato semplicemente il più grande chitarrista dopo Jimi Hendrix (ma non ditelo a Richie Blackmore se no mi fa causa), John Paul Jones è stato un bassista e tastierista assolutamente devastante, mentre John “Bonzo” Bonham è stato, insieme a Keith Moon, il miglior batterista rock di tutti i tempi. Il loro unico album dal vivo dell’epoca, The Song Remains The Same, era stato una delusione (in parte riparata dalla deluxe version del 2007), ed è quindi facilmente comprensibile il perché del successo nel 1997 di questo album, considerando che prendeva in esame incisioni del loro periodo migliore (quello dei primi quattro album).

Le registrazioni risalgono al 1969 sul primo CD (alle trasmissioni Pop Sundae e Top Gear ed al Playhouse Theatre), al 1971 sul secondo (tutte da un concerto al Paris Theatre di Londra), mentre sul terzo c’è un mix delle due annate: Page ha poi fatto un lavoro splendido in sede di rimasterizzazione, ripulendo ulteriormente le tracce che già aveva messo a punto 19 anni fa, ed il piacere dell’ascolto è quindi praticamente rinnovato. Il primo dei tre CD si apre con il possente blues di Willie Dixon You Shook Me, con Plant strepitoso già da subito e gli altri tre che ci danno dentro come se non ci fosse domani (e Page rilascia un assolo da marziano), seguita da una fluida e lineare I Can’t Quit You Baby (ancora Dixon) e da una delle tante Communication Breakdown, ben cinque in tutto il triplo, e tutte vere e proprie esplosioni elettriche. I classici del primo periodo ci sono comunque tutti (a parte, stranamente, Rock’n’Roll), tra cui spiccano una Dazed And Confused davvero plumbea e ricca di tensione, con Page che suona con l’archetto producendo suoni inquietanti (a dire il vero le versioni sono tre, di cui una di diciotto minuti assolutamente spaziale), un’altra You Shook Me, di dieci minuti, che fa impallidire quella già ottima posta in apertura, il superclassico Whole Lotta Love, una normale ed una di tredici minuti in medley con Boogie Chillun di John Lee Hooker, Fixin’ To Die di Bukka White e That’s Alright Mama e A Mess Of Blues di Elvis Presley, la sensuale What Is And What Should Never Be, con Page sublime anche alla slide, e la rara Travelling Riverside Blues, un blues “rurale” formidabile, una delle migliori performances del triplo.

Non manca neppure la magnifica Stairway To Heaven (per il sottoscritto la più grande canzone rock di sempre), anche se la versione originale la reputo insuperabile, la folkeggiante ed acustica Going To California (peccato non anche The Battle Of Evermore), ed alcune gemme eseguite raramente come The Girl I Love She Got Long Black Wavy Hair, la deliziosa That’s The Way ed il travolgente rock’n’roll di Eddie Cochran Somethin’ Else, con Jones che stende tutti al pianoforte. E, last but not least, una Immigrant Song da urlo, con Bonzo che sembra avere venti braccia, Plant indemoniato ed il solito assolo spaccabudella di Jimmy, fusa con l’altrettanto imperdibile Heartbreaker (ma come suona Page?). Il terzo CD, quello inedito, ci propone altre due Communication Breakdown, la prima più diretta e secca, la seconda superiore sia in durata che in resa, la solita superlativa Dazed And Confused (“solo” undici minuti), due ulteriori versioni di What Is And What Should Never Be, insinuanti e raffinate, con Plant e Page che fanno a gara a chi è più bravo, e la rara White Summer, uno strumentale di otto minuti in cui Jimmy può fare il bello e il cattivo tempo. Infine, la già citata “lost session” del 1969, che ha una qualità di registrazione nettamente inferiore, diciamo da bootleg medio, ma un grande valore artistico, con altre due splendide riletture di I Can’t Quit You Baby e You Shook Me e, vera chicca del CD, l’unica versione conosciuta di Sunshine Woman, un rock-blues decisamente tosto e grintoso.

Se diciannove anni fa eravate in vacanza sulla Luna e vi siete persi le BBC Sessions dei Led Zeppelin, ora non avete più scuse: tra le ristampe dell’anno.

Marco Verdi

Ma Mancano Quasi Tre Mesi! Led Zeppelin Ristampe Parte II – IV (Zoso) E Houses Of The Holy

led zeppelin iv remastered

L’ho pensato anche io, ma mancano ancora quasi tre mesi! La data prevista è il 28 ottobre per le due nuove ristampe della serie Remastered 2014 dei Led Zeppelin, comunque visto che si incomincia a parlarne già in questi giorni adeguiamoci. Questa volta, leggendo la lista dei contenuti, devo dire che sono rimasto abbastanza deluso. Ma come, siamo solo al 4° e 5° album della serie e gli inediti, in studio o dal vivo, sono già allo zero assoluto e ci riduciamo già agli alternate mix e alle versioni senza voce? Parrebbe proprio di sì! Quindi chi acquista le solite costosissime edizioni in Super Deluxe Box (una la vedete qui sopra, l’altra fra poco) avrà poco di cui godere, aldilà delle bellissime confezioni per esteti del packaging, confermando la mia idea che le edizioni doppie sono il miglior modo per accostarsi a queste ristampe. Ad ogni modo, questo è il contenuto della versione in due CD di Led Zeppelin IV (Zoso) Four Symbols, come volete chiamarlo:

CD 1

1. “Black Dog”
2. “Rock And Roll”
3. “The Battle of Evermore”
4. “Stairway To Heaven”
5. “Misty Mountain Hop”
6. “Four Sticks”
7. “Going To California”
8. “When The Levee Breaks”

Companion Audio Disc

1. “Black Dog” – Basic Track With Guitar Overdubs
2. “Rock And Roll” – Alternate Mix
3. “The Battle Of Evermore” – Mandolin/Guitar Mix From Headley Grange
4. “Stairway To Heaven” – Sunset Sound Mix
5. “Misty Mountain Hop” – Alternate Mix
6. “Four Sticks” – Alternate Mix
7. “Going To California” – Mandolin/Guitar Mix
8. “When The Levee Breaks” – Alternate UK Mix

Non c’è proprio da godere come ricci, i titoli sono fantasiosi, speriamo che siano versioni alternative interessanti e Jimmy Page abbia lavorato bene. D’altronde gli altri non sembrano molto coinvolti, Robert Plant si sta preparando alla pubblicazione del suo nuovo album lullaby and…The Ceaseless Roar, in uscita l’8 di settembre, il primo per la Nonesuch/Warner e di cui parleremo a suo tempo. John Paul Jones tace (per quanto nel companion disc di Houses Of The Holy c’è un JPJ Keyboard Overdubs, di oggi?), o meglio le ultime notizie lo vedevano in tour con i Dave Rawlings Machine (“orfano” di Gillian Welch, ma con l’ex Zeppelin al mandolino), però era novembre dello scorso anno.

Tornando alle ristampe

led zeppelin houses of the holy remastered

questo è il contenuto del doppio CD di Houses Of The Holy

CD 1

1. “The Song Remains The Same”
2. “The Rain Song”
3. “Over The Hills And Far Away”
4. “The Crunge”
5. “Dancing Days”
6. “D’yer Mak’er”
7. “No Quarter”
8. “The Ocean”

Companion Audio Disc

1. “The Song Remains The Same” – Guitar Overdub Reference Mix
2. “The Rain Song” – Mix Minus Piano
3. “Over The Hills And Far Away” – Guitar Mix Backing Track
4. “The Crunge” – Rough Mix – Keys Up
5. “Dancing Days” – Rough Mix With Vocal
6. “No Quarter” – Rough Mix With JPJ Keyboard Overdubs – No Vocal
7. “The Ocean” – Working Mix

Titoli sempre più fantasiosi, anche in questo caso speriamo nei contenuti.

Bruno Conti

Dal Nostro Corrispondente…Al Cinema. Uno Spettacolo!!! Led Zeppelin – Celebration Day

*NDB. Come in tutti gli articoli che si rispettino, prima di lasciare la parola a Marco, un breve “cappello”, una sorta di di esortazione, ma direi meglio, una implorazione di un fan…

 led zeppelin celebration day dvd.jpgled zeppelin celebration day cd.jpg

 

 

 

 

 

Led Zeppelin – Celebration Day – Atlantic – Vari Formati*

Circa una decina di giorni fa ho definito in questo blog il nuovo Live In New York City di Paul Simon il disco live dell’anno, ma d’altro canto non posso non affermare che questo Celebration Day dei Led Zeppelin può diventare tranquillamente il live del secolo: sicuramente per quanto riguarda i dodici anni trascorsi dal duemila ad oggi, ma si difende molto bene anche se messo in relazione con cose uscite nel millennio precedente.

Come ormai tutti saprete Celebration Day documenta il famoso concerto di reunion degli Zeppelin che si è tenuto cinque anni fa alla 02 Arena di Londra, in commemorazione dello scomparso Ahmet Ertegun, leggendario fondatore della Atlantic Records e formidabile talent scout (oltre agli Zep, scoprì gente del calibro dei Drifters, Ray Charles, Aretha Franklin, gli Yes, oltre a credere fermamente per primo nel talento dei Rolling Stones, quindi non stiamo parlando di Jovanotti o Laura Pausini), morto nel Dicembre del 2006 all’età di 83 anni, per una banale caduta proprio ad un concerto degli Stones: una serata che definire storica è forse riduttivo (ben sapendo di usare un aggettivo ormai inflazionato), dal momento che, da dopo la tragica morte di John Bonham, i tre Zeppelin superstiti non si erano mai riuniti, se non per un breve e non eclatante set durante il Live Aid del 1985 (ed i soli Page e Plant sporadicamente negli anni ’90).

Il 20 Novembre (in Italia e nel resto del mondo) uscirà dunque questo concerto in un profluvio di formati, come potete vedere qua sotto

*  Standard Editions – 1-DVD/2-CD set and 1-Blu-ray/2-CD set

Deluxe Editions – 2-DVD/2-CD set and 1-Blu-ray/1-DVD/2-CD set featuring exclusive bonus video content including the Shepperton rehearsals, and BBC news footage.
Music Only CD Edition – 2-CD set
Music Only Blu-ray Audio Edition – Blu-ray Audio release featuring high-resolution 48K 24 bit PCM stereo and DTS-HD Master Audio 5.1 surround sound audio only, no video
Vinyl Edition – 3 LPs, 180-gram, audiophile quality vinyl (Available December 11)
Digital Edition – Audio will be available at all digital retail outlets

Ma io ho l’opportunità di parlarne in anteprima, dal momento che sono riuscito a vederlo al cinema il 17 Ottobre, unica data in cui è stato proiettato in selezionate sale italiane.

La prima (piacevole) sorpresa è proprio la sala: praticamente piena, non ho visto così tanta gente neppure alla proiezione dell’ultimo Batman, ed il fermento pochi minuti prima dell’inizio è simile a quello di un vero concerto. Il film non è un documentario, ma la rappresentazione nuda e cruda di quello che è avvenuto in quella serata londinese: quindi il concerto puro, senza interviste o backstage.

I nostri proporranno una scaletta di sedici brani (con qualche sorpresa), scelti un po’ da tutti i loro dischi, tranne il postumo Coda e il poco amato In Through The Out Door, con una predilezione chiaramente per il loro quarto album senza titolo e per Physical Graffiti, ma con stranamente un solo pezzo da III, e niente Celebration Day, che pure dà il titolo al progetto. La cosa che però più importa è che è un concerto straordinario, con i quattro (i tre superstiti più il figlio di Bonham, Jason, grande batterista, anche nei Black Country Communion) in forma strepitosa, una regia (Dick Carruthers) molto classica, ma dinamica e con un grande senso dello spettacolo, una definizione di immagine super ed un audio insuperabile.

Come già detto, i quattro (tre) Zeppelin sono in serata di grazia: Jason Bonham, calvo e muscoloso come si conviene ad un batterista, ha una forza ed una tecnica spaventose, e non è molto distante dal padre, o da grandi delle pelli come Keith Moon e Ian Paice; John Paul Jones, magro come un chiodo, è il prototipo del perfetto bassista: misurato, preciso, puntuale (ma si difende alla grande anche all’organo e tastiere varie); Robert Plant, con i famosi riccioli d’oro e pizzetto d’ordinanza, tira fuori il meglio dalla sua ugola, confermandosi come una delle voci più belle della storia del rock, con sfumature che vanno dall’aggressivo al sexy (ultimamente sapevo di qualche colpo a vuoto da parte sua, ma stasera non ne sbaglia una); Jimmy Page, ovvero quello dei quattro sul quale c’erano più dubbi (è arrugginito, ha l’artrite alle mani, ecc.) si dimostra per quello che è, cioè il più grande chitarrista di tutti i tempi dopo Jimi Hendrix (e appena prima di Stevie Ray Vaughan, almeno per me, ma tutti fanno le classifiche dei chitarristi e quindi perché non io?), che viaggia tra lo strepitoso ed il mostruoso, e solo la zazzera completamente bianca (e un po’ di pancetta) mostrano i segni del tempo.

Il concerto si apre così come il loro primo album, cioè con Good Times, Bad Times: bella versione, sufficientemente tirata, anche se danno ancora l’impressione di essere in rodaggio, così come nella seguente Ramble On (anche se Page e Bonham iniziano a tirare fuori le unghie).

La famosa Black Dog funge da spartiacque tra l’inizio relativamente “tranquillo” ed il seguito del concerto: il traditional In My Time Of Dying (era su Physical Graffiti) fa partire la serata come un treno in corsa, una versione semplicemente da urlo, con Plant che si lavora la folla da marpione qual è, e gli altri tre che imbastiscono la prima jam session della serata.

La cosa incredibile è che il pubblico in sala (non a Londra, ma qui al cinema), si agita, batte le mani ed esulta come ad un vero concerto: le uniche due volte che ho visto il pubblico applaudire al cinema è stato durante Rocky IV, quando Stallone caricava di botte Ivan Drago, e, a New York, in Air Force One, quando il presidente/Harrison Ford butta giù dall’aereo il terrorista/Gary Oldman al grido “Get out of my plane!”.

For Your Life è proposta dal vivo per la prima volta in assoluto (era su Presence, forse il loro disco più sottovalutato) e non è affatto male, anche se con Trampled Under Foot (che Plant introduce come la loro versione di Terraplane Blues di Robert Johnson) siamo su un altro pianeta: Jones si sposta alle tastiere, mentre Page fa i numeri con la sua sei corde (come in tutti i brani d’altronde).

Nobody’s Fault But Mine chiude in maniera sontuosa la parte blues del concerto, con Plant che si cimenta in un riuscito assolo di armonica; la tetra No Quarter vede Page suonare la chitarra con l’archetto, con il quale tira fuori sonorità spaziali, per l’entusiasmo del pubblico, mentre Dazed And Confused non ha bisogno di presentazioni (Plant canta come se fosse l’ultima cosa che fa nella vita).

Stairway To Heaven arriva un po’ a sorpresa, dal momento che Plant non ha mai amato molto farla, ma stasera la canta in omaggio ad Ertegun: versione definitiva di quella che per me è la più bella canzone rock di tutti i tempi, ed il celebre finale con il botta e risposta tra l’ugola di Plant ed i riffs di Page è quasi meglio che sul disco originale.

The Song Remains The Same non è mai stata fra le mie favorite, ma stasera mi piace anche lei; Misty Mountain Hop, potente, fragorosa, vede Plant duettare alla voce con Bonham, mentre Kashmir viene accolta da un vero boato (anche al cinema).

Il brano di punta di Physical Graffiti è proposto in una versione da sballo, con Plant che canta come quando era un ragazzo, per poi osservare compiaciuto gli altri tre che si lanciano in una jam pazzesca: Page suona come un dio, Jones non sbaglia un colpo, e Bonham ci mostra la differenza tra picchiare sui tamburi e suonare la batteria.

I due bis finali, Whole Lotta Love e Rock’n’Roll sono una scelta prevedibile finché volete, ma quando ci troviamo di fronte alla storia del rock dobbiamo solo stare zitti ed ascoltare: degno finale di una serata magnifica.

Peccato solo che non abbiano voluto omaggiare anche il loro lato folk: una a scelta (o anche tutte e tre) tra Going To California, The Battle Of Evermore e Gallows Pole ci sarebbe stata proprio bene.

Bene hanno fatto, alla conferenza stampa di presentazione del film poche settimane fa, ad insistere sul fatto che non ci saranno altre reunion: questo è il finale perfetto di un romanzo splendido, una doverosa postfazione ad una storia che si era conclusa tragicamente con la morte di uno dei componenti del gruppo.

All’uscita del cinema sono tutti in estasi, mancano solo i venditori di magliette ed i chioschi che vendono panini con salamella.

Se questo doppio CD non va in testa a tutte le classifiche del mondo i casi sono due: o gli acquirenti di musica si sono bevuti il cervello, o me lo sono bevuto io.

Marco Verdi

Chi E’ Quella Brava Dei Due? JP, Chrissie & The Fairground Boys

jp chrissie.jpg

 

 

 

 

 

 

 

JP, Chrissie & The Fairground Boys – Fidelity – Ear Music/Edel

Ovviamente quella brava è Chrissie Hynde nella sua prima avventura discografica al di fuori dal nome Pretenders (anche se a guardare bene è sempre stata lei con degli “altri musicisti” ma il nome funzionava sia come “copertina di Linus” sia per attirare i fan fedeli alla ragione sociale). Lui è John Paul Jones (non quello dei Led Zeppelin, ovviamente, anche se visti i trascorsi di Chrissie con Jim Kerr e Ray Davies non era così certo): questo JP Jones è un musicista gallese ex leader e vocalist dei Grace che parte della stampa inglese aveva definito come un incrocio tra i Coldplay e gli Oasis.

Perché ve ne parlo? Perché il Buscadero con cui collaboro lo ha stroncato di brutto e invece secondo me (e anche altri giornali musicali italiani) non è niente male. Non è quel capolavoro che hanno dipinto Uncut e altre riviste inglesi ed americane ma il miglior disco della signora Hynde da molti anni a questa parte.

Sarebbe molto meglio se non ci fosse il JP in questione, ma visto che è la ragione principale, affettiva ed artistica, per cui questo album esiste, ce lo teniamo. Quando canta per conto suo in alcuni brani è anche bravo: Leave Me If You Must potrebbe essere una outtake di Leonard Cohen, mentre Christmas Soon è un bel pezzo di blue collar rock vagamente springsteeniano cantato con grande convinzione e trasporto, prima lui e poi lei ma ognuno per i fatti suoi.

Ma è quando si sovrappone con le armonie vocali o duetta con la Hynde che rompe un po’ le balle: capisco che il disco è una collaborazione ma un brano come l’iniziale Perfect Lover, uno di quei bellissimi valzeroni rock tipici dei Pretenders con la voce inconfondibile di Chrissie che viene interrotta da un vocione che è un incrocio tra Tom Waits con la raucedine, ancora Leonard Cohen (ma ubriaco) e Axl Rose non in uno dei suoi giorni migliori (cioè sempre) ti verrebbe la voglia di abbatterlo lì sul posto. Peccato perché il brano è delizioso e ha un testo significativo: “I’ve found my perfect lover but he’s only half my age/ He was learning how to stand when I was wearing my first wedding band”!

Anche If You Let me è un gagliardo pezzo rock cantato in coppia (qui Jp meglio) con una chitarra tagliente e la divina Chrissie in grande spolvero ma fatto da sola secondo me sarebbe stato anche meglio. Non ci risparmia anche il falsetto in Fairground Luck: ma benedetto uomo (come direbbe qualcuno) hai Chrissie Hynde nel tuo gruppo e lasciala cantare. Quando riesce, parzialmente. a trattenere i suoi istinti come nella solare Australia, incanalandoli verso tonalità alla Ian Hunter l’alchimia tra i due funziona.

Se poi riesce a cantare da sola come nella ballatona Misty Valleys ci sono perfini echi dell’antico splendore pop dei Pretenders. Anche Courage sarebbe un’altra bella power ballad ma ritorna quella vocalità alla Axl Rose che JP ogni tanto ci propina e un po’ rompe l’equilibrio ( e le balle).

Meanwhile è un altro brano romantico e melodico solo per la Hynde, niente di trascendentale ma è sempre un piacere sentire quella bellissima voce, qualcuno ha detto vulnerabile ma allo stesso tempo di acciaio, una delle più espressive della musica rock (se ve lo state chiedendo, c’è, ma poco). Molto piacevole anche Your Fairground, già sentita (ma cosa non lo è) ma non scontata.

Niente male anche Never Drink Again, sempre molto cantabile e orecchiabile, la nostra amica non ha perso quel talento per creare la (quasi) perfetta canzone pop. Agli inizi di carriera non c’era quel quasi ma ci si accontenta. In questo senso Fidelity è perfetta senza se e senza ma, uno di quei brani che vorresti sentire alla radio se non fosse inflazionata dalle Rhianne, Lady Gaghe e Madonne della situazione. Accontantevi di sentirla sul CD. Di Christmas Soon abbiamo già detto. Nell’edizione Deluxe Enhanced ci sono due tracce dal vivo in più e il video di If You let me.

C’è in giro molto di peggio spacciato per oro, questo è dell’onesta musica pop (e rock).

Bruno Conti