17/02/2013

Più Un Grosso Petardo Che Una "Bomba", Ma Il Botto Lo Fa! Dave Fields - Detonation

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Dave Fields – Detonation –Field Of Roses Records

Premessa. Secondo il sottoscritto non bisognerebbe mai assegnare due stellette in una recensione di un disco, equivale al vecchio 4 a scuola, piuttosto non lo recensisci, e vi assicuro che dischi in giro che meritano due stellette ma anche una ce ne sono a bizzeffe, meglio ignorarli. Ma se si decide di parlare di questi dischi il dilemma si pone. Questo Detonation è uno di quei dischi, secondo il parere del sottoscritto, che meriterebbe due stellette ma…Dave Fields è un signor chitarrista, di quelli della categoria “esagerati”, tecnica notevole, suono vigoroso e facilità nell’assolo disarmante, ma il genere, diciamo un rock-blues-hard-power trio, non lo aiuta, se poi aggiungiamo che il produttore è un tipo come David Z, uno che non ho mai amato anche se ha vinto 2 Grammy con dischi di Etta James, che ha la tendenza a caricare il suono con riverberi, filtri vocali, molte tastiere e tutte le diavolerie che ti regala la tecnologia, molto professionale ma anche “invadente”.

Quindi fate finta che la terza stelletta sia tutta da assegnare al lavoro della solista di Fields, tra Hendrix e Stevie Ray Vaughan per il tipo di sonorità, ma con una tendenza fastidiosa a caricare eccessivamente queste influenze sacrosante e spostarle verso lidi non dissimili a quelli di un Lenny Kravitz (altro patito di Jimi) o addirittura certo AOR americano, ballate hard power rock melodiche come Same Old Me o il reggae-rock plastificato di Bad Hair Day che mi sembra “E la luna bussò” con il wah-wah (magari, senza volere, gli sto facendo un complimento!), tutte comunque redente da poderosi soli che risollevano le sorti del brano. La riffatissima The Altar potrebbe rientrare nella categoria dei brani più commerciali di Johnny Lang (e infatti David Z gliene ha prodotti un paio) o Kenny Wayne Shepherd quando si allontanano dai sentieri del blues-rock per un hard rock più di maniera, in confronto i bistrattati, da alcuni, Black Country Communion di Bonamassa fanno del rock progressivo.

Ci sono anche note positive: il bel rock-blues cadenzato di Better Be Good al crocevia tra Bonamassa, Vaughan e Robben Ford, l’iniziale tirata Addicted To Your Fire, un incrocio tra le sparate di SRV e le trame hendrixiane del Jimi più commerciale con improvvise orge di wah-wah e passate di organo anni ’70, ma anche il blues lento e selvaggio di Doin’ Hard Time, in accoppiata con Joe Louis Walker con chitarre e voci che si incrociano, non è male. Anche Prophet in Disguise ha una atmosfera vagamente psichedelica e soluzioni strumentali interessanti e Pocket Full Of Blues è un altro rock-blues lento con chitarra e organo in evidenza, ma non mi piace quella voce filtrata che copre le magagne della voce di Dave Fields che strilla troppo. Dr.Ron è di nuovo Lenny Kravitz che fa Hendrix e Lydia invece è Fields che fa sempre Hendrix (meglio), con molto lavoro su toni e volumi in questo strumentale che permette di apprezzare nuovamente il suo virtuosismo indubbio e meritare quella stelletta in più. La hard ballad You Will Remember Me conclude senza particolare gloria questo disco che “detona” solo saltuariamente, ma potrebbe incontrare il favore dei patiti del genere!

Bruno Conti

13/02/2013

Provaci Ancora Eric, Una Anteprima? Eric Johnson - Up Close Another Look

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Eric Johnson – Up Close Another Look – Mascot/Provogue/Edel 02-04-2013

Eric Johnson è un fantastico chitarrista texano che, nella sua carriera che dura ormai da una trentina di anni (almeno a livello discografico), ha realizzato solo una manciata di album di studio, sei per la precisione, compreso questo Up Close, oltre ad un disco, Seven Worlds, registrato nel 1978 ma pubblicato solo 20 anni dopo, uno dal vivo della serie Live From Austin, Texas nel 2005 (ma registrato nell’88), oltre alla sua partecipazione come un terzo della “società” in una delle varie incarnazioni dei G3, insieme ai Joe Satriani e Stevie Vai. E per lui, come per molti altri, il migliore rimane ancora il primo ufficiale, Tones, uscito nel lontano 1986 per la Reprise, eccellente disco prevalentemente strumentale che ebbe un grosso successo sia di critica che di pubblico in quell’anno, disco che si inseriva in quel filone tra prog, rock, southern e blues dove operavano gruppi come i Dixie Dregs di Steve Morse, tanto per fare un nome, o il materiale meno bluesy di Robben Ford, virtuosi della chitarra elettrica per intenderci, e anticipatore del successo che avrebbero ottenuto i suoi futuri pard Joe Satriani e Steve Vai (già in pista ma noto soprattutto per le collaborazioni con Frank Zappa).

Senza farla troppo lunga ma dandogli i giusti meriti, Eric Johnson, ha avvicinato quei livelli qualitativi solo con il successivo Ah Via Musicom del 1990, poi creandosi una nicchia di appassionati, un seguito di culto, che ha continuato a comprare i suoi dischi ma con minore entusiasmo anche negli anni successivi, fino ad arrivare al 2010, l’anno di questo Up Close, uscito ai tempi solo sul mercato americano per la Vortexan/EMI, ma non distribuito in Europa, e che è di gran lunga il suo disco migliore dopo Tones, ma cosa ti va a pensare quel “diavolo” di un Johnson, facciamone una versione aggiornata per il mercato europeo, quell’Another Look, come avranno notato i più attenti: come dice lo stesso Eric Johnson, si è limitato ad aggiungere alcune parti di chitarra ritmica e a remixare il tutto, e la differenza è molto sottile, praticamente non si percepiscono i nuovi interventi, ma il disco suona meglio all’ascolto e se lo dice lui chi siamo noi per negarlo? Quindi prendiamo nota senza peraltro poter fare a meno di notare che questa nuova edizione ha due brani in meno di quella del 2010, strano ma vero, si toglie invece di aggiungere, anche se per onestà si tratta di due brevi intermezzi di poco più di un minuto ciascuno.

Ma quello iniziale, un intramuscolo orientaleggiante di 1:05, Awaken, è rimasto. Fatdaddy è il primo brano strumentale dove, a velocità vorticose, la chitarra solista di Johnson interagisce con una ottima sezione ritmica con vari batteristi che si alternano, Kevin Hall, Barry Smith e Tommy Taylor e il grande Roscoe Beck al basso, con lui da inizio carriera. Brilliant Room è il primo brano cantato, con ospite come vocalist il bravo Malford Milligan, altro texano che era negli Storyville (ve li ricordate?) il gruppo di David Holt e David Grissom con la sezione ritmica dei Double Trouble, un gruppo che ha non tenuto fede alle promesse, ma aveva molte potenzialità, il brano è un veloce rock, anche commerciale, ma con una verve ed un lavoro di suoni e chitarre che molta produzione attuale non ha (dipenderà dal fatto che il co-produttore è tale Richard Mullen ma l’ingegnere è Andy Johns, della premiata famiglia?), un sound fantastico. E sentite come suonano il Blues, in una cover eccellente di Texas (tema che ritorna), il vecchio brano firmato Mike Bloomfield/Buddy Miles che si trovava sul disco degli Electric Flag, per l’occasione a duettare con Johnson troviamo un pimpantissimo Steve Miller alla voce e Jimmie Vaughan alla seconda solista, cazzarola come suonano! Gem è uno di quei brani strumentali stile Prog-rock dove il nostro Eric esplora a fondo la sua tavolozza di colori e suoni per la gioia dei fanatici della chitarra.

Tra i titoli non manca Austin, altro ottimo duetto a tempo di rock con un Johnny Lang in gran vena e la chitarra di Johnson che crea traiettorie quasi impossibili senza scadere nelle esagerazioni di altri suoi colleghi virtuosi. La lunga Soul Surprise è un altro lento con i vocalismi senza parole del titolare e atmosfere sempre molto ricercate. On The Way è un ulteriore strumentale, molto Twangy & Country in questo caso, stile di cui è maestro Albert Lee. Senza citarle tutte, ma non ci sono cadute di gusto, vorrei ricordare il tributo in apertura (una piccola citazione di Little Wing) all’Hendrix più sognante, nella ricercata A Change Has Come To Me e il duetto molto melodico con la slide di Sonny Landreth in Your Book. Una delizia per gli amanti della chitarra elettrica, come tutto il disco peraltro.

Bruno Conti

19/07/2010

Come Due Piselli In Un Baccello. Aynsley Lister - Tower Sessions

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Aynsley Lister - Tower Sessions - Manhaton Records

Niente paura non vi devo parlare per l'ennesima volta dell'ultimo Jonny Lang, semplicemente mi sembrava simpatico rispolverare la vecchiia gag di Stanlio e Olio in quanto i due giovani rampanti bluesmen dalle opposte coste dell'oceano mi sembrano appunto come due piselli in un baccello, ma veniamo a Aynsley Lister.

Questo Tower Sessions è il classico “finto” disco dal vivo, una categoria (sia pure esigua) che non finisce mai di stupirmi: in pratica si tratta di cun album Live ma senza il pubblico.
Naturalmente la giustificazione data da parte di Aynsley Lister sul suo sito non è che convinca molto: in pratica il concerto dal vivo, quello classico, con il suo bel pubblico, era stato registrato, proprio lì al Tower di Winchester, Regno Unito ma lo “spirito” non era quello giusto, la formazione allargata a quattro che ha registrato questi concerti era da poco insieme e non rodata, quindi il risultato finale e il suono non era quello che si aspettavano. E allora di nuovo tutti insieme appassionatamente al Tower per registrare questo CD e, miracolo, tutto funziona alla perfezione, devo dire anche per chi ascolta il risultato finale.

Aynsley Lister è un giovane (ma non più giovane) di 33 anni che approda con questo al suo undicesimo disco ( il Live Pilgrimage in collaborazione con Ian Parker e Erja Lyytinen come Blues Caravan compreso): una carriera discografica con i suoi alti e bassi iniziata nel lontano 1996 e che ha molte similitudini con il suo omologo americano Johnny Lang. Entrambi iniziano come giovani prodigi del Blues e poi, un poco alla volta spostano il proprio raggio d’azione verso una musica più vicina al rock mainstream senza mai dimenticare il primo amore.

A differenza di Lang, Lister non ha una voce eccezionale (almeno per il gusto del sottoscritto)  ma più che adeguata alla bisogna e adattabile alla svolta più rock intrapresa con l’album Equilibrium dello scorso anno. Questo Tower Sessions, scherzi a parte, non avrà il pubblico presente ma documenta un signor concertp, vivo e pimpante con la nuova formazione allargata a quattro elementi il suono è più brillante e vario che nei dischi precedenti e Lister rimane un chitarrista dalla tecnica formidabile in grado di sciorinare una serie di assoli fantastici e molto diversificati tra loro come i brani che li ospitano.

Si parte dal classico rock-blues tiratissimo dell’iniziale Soundman con il suono dell’organo che fa da collante alla furia chitarristica di Lister che sfocia in un gagliardo assolo con wah-wah da antologia del rock, si passa al boogie blues con slide d’ordinanza (evidentemente la frequentazione concertistica sudista con ZZTop e Lynyrd Skynyrd ha dato i suoi frutti) dell’ottima Sugar Low.

Poi, subito, in apertura di concerto, arriva una delle due cover previste dal programma: si tratta di Purple Rain, uno dei cavalli di battaglia del repertorio di Lister ma che, per vari motivi non aveva mai trovato posto nei dischi in studio e dal vivo della sua discografia, questa è la volta buona per ascoltare la sua versione, molto richiesta dai suoi fans. Il brano ormai è diventato una sorta di standard del rock degli ultimi anni ed è anche uno dei pochi brani di Prince che mi piace e parecchio, sarà pure un brano “ruffiano” con i suoi stop and go che portano al crescendo finale ma ha un suo perché e questa versione, molto fedele all’originale, differisce proprio nell’assolo finale meno catartico che nella versione di Prince, ma molto misurato e tecnicamente ineccepibile oltre che godurioso come si conviene a questo tipo di assoli.

Il blues viene celebrato ancora nell’ottimo strumentale Quiet Boy! che evidenzia la grande fluidità della chitarra di Lister, mentre Early Morning era la classica rock ballad che faceva la sua bella presenza nell’ultimo disco di studio, nella versione dal vivo acquista ulteriore vivacità. What’s it all about è un altro bel midtempo rock che illustra di nuovo la varietà di stili del “ragazzo” che si consolida nell’ottima Hurricane, sempre su questi lidi rock più mainstream ma di spessore e la chitarra scivola sicura sulla base creata dall’organo hammond dell’ottimo Dan Healey.

Hero segue le piste dei grandi gruppi blues-rock britannici dei primi anni ’70 con i suoi riff ficcanti e precede il classico blues d’atmosfera, With Me Tonight, con i suoi cambi di tempo e assolo liberatorio. Rimane la cover immancabile,  che rivela gli amori giovanili e le influenze dell’età adulta, la classica Crosstown Traffic del sempre più inarrivabile Jimi Hendrix a quarant’anni dalla sua scomparsa. Conclude una piacevole In The Morning ancora con la slide in evidenza.

Bruno Conti

28/06/2010

Questo Le Mancava! Cyndi Lauper - Memphis Blues

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Cyndi Lauper - Memphis Blues - Downtown Records

Nel 2003 con At Last aveva rivisitato il repertorio "classico" (dalla Vie En Rose a Walk On By, da My Baby Just Cares For Me a Unchained Melody e via dicendo). Nel 2005 con Body Acoustic ha rivisitato il "suo repertorio classico" con risultati altalenanti, ottima Time After Time con Sarah McLachlan, ma un brano suonato da un arco di musicisti che va da Miles Davis a Tuck & Patty è diificile farlo male, da dimenticare la versione di Girls Just Want To Have Fun con Puffy AmiYuni (ma chi cacchio è?), molto bella Sisters of Avalon con Ani DiFranco e Vivian Green. Nel 2008 ha visitato anche la disco-dance con Bring Ya To The Brink, non commento. Ma il salto ad un disco di blues non se lo sarebbe aspettato nessuno!

E invece nel mese di marzo di quest'anno è entrata agli studi Electraphonic di Memphis, Tennessee con un manipolo di valorosi tra cui il produttore Scott Bornar, il suo ingegnere preferito William Wittman (di cui vi parlavo giusto ieri in relazione al disco di Ruth Gerson, ma è tutto collegato, una cosa tira l'altra) e alcuni musicisti che hanno fatto la storia del Blues e del soul, non saranno famosi ma vengono dalla Stax e dalla Hi Records (la sezione ritmica), sinonimo di garanzia e qualità, quattro fiati, chitarra, basso, batteria e tastiere, formazione classica.

Naturalmente non manca una sfilata di ospiti che aggiunge spessore ai contenuti dell'album: non sarà il suo genere, avrà l'accento del quartiere Queens di New York (io non ho la capacità di capirlo ma mi dicono che il paragone potrebbe essere come se un bergamasco cantasse dei classici della canzone napoletana), ma a me il disco non dispiace, si vede che c'è impegno e passione, l'esperienza acquisita in quasi trenta anni di carriera e un sincero amore per questo repertorio tra blues e soul.

Il disco è stato pubblicato il 22 giugno, giorno del suo compleanno (non si dovrebbe dire ma è del 1953) da una nuova etichetta la Downtown e consta di 11 brani: si va da I'm Just Your Fool, una energica blues ballad trascinata dall'armonica di Charlie Musselwhite, dove la voce della Lauper è un po' sopra le righe (ma è una sua caratteristica) per passare a un'ottima Shattered Dreams dal repertorio di Lowell Fulsom, qui l'arrangiamento con fiati e tastiere e l'ottimo Allen Toussaint al piano meglio si adattano alla nostra amica Cyndi che se la cava egregiamente. Early In The Mornin' era di Louis Jordan, ma l'hanno fatta tutti i grandi, qui a spronare una disinvolta Cyndi Lauper ci sono la chitarra e la voce di mastro B.B. King e di nuovo il piano di Toussaint, bella versione, leggera e appassionata allo stesso tempo e tutti si divertono.

Romance In The Dark è una bellissima ballata R&B con fiati di repertorio, cantata con la giusta misura anche se la voce non è quella dei grandissimi. In How Blue Can You Get Johnny Lang fa il BB King della situazione e con la sua chitarra e un breve intervento vocale sostiene ottimamente la Lauper. Torna Musselwhite per una nuova energica cavalcata blues in Down Don't Bother Me e qui mi sembra che la "ragazza" cominci a calarsi con gusto nella parte, niente male.

Don't Cry No More era un vecchio successo di Bobby Blue Bland ma la faceva anche Wilson Pickett e mi sembra che lo spirito soul del brano sia stato centrato in pieno in questa esuberante versione. In Rollin' & Tumblin' si recupera addirittura il feeling dei vecchi blues anni '50, il duetto con la diva del soul di Memphis Ann Peebles è da manuale, la slide di Kenny Brown graffia alla grande, obiettivo centrato in pieno.

Down So Low l'hanno cantata in tanti, io ne ricordo una grande versione di Etta James, ebbene devo dire che la brava Cyndi, in questo brano cava dal cilindro una sentita interpretazione quasi gospel, sofferta e vicina ai suoi limiti vocali ma molto bella. Mother Earth è il terzo brano che si avvale del piano di Allen Toussaint e in questo classico di Memphis Slim il grande musicista di New Orleans dà il meglio di sé e supporta da par suo una Lauper leggermente sottotono.

Crossroads non mi sembra adatta alle sue corde, anche vocali e Johnny Lang prende decisamente il sopravvento sia a livello vocale che chitarristico risultando il vero protagonista di questo brano che non entrerà negli annali delle migliori versioni di questo standard del blues pur essendo una versione più che onesta.

Surprise, surprise Cyndi Lauper sings the Blues, Memphis Blues e noi apprezziamo, vedere per credere.

Bruno Conti