13/05/2013

Italiani D'America E Di Quelli Bravi! Jimmy Vivino & The Black Italians - 13 Live

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Jimmy Vivino & The Black Italians – 13 Live – Blind Pig Records

Questo disco di Jimmy Vivino si potrebbe definire un album del filone rock & soul revue, se esistesse, nel caso lo inventiamo: sapete, quei gruppi misti, di neri e bianchi, che girano per l’America portando il loro carico di canzoni più o meno celebri, originali e cover, eseguite da ensemble di musicisti piuttosto numerosi, nove complessivamente nel caso dei Black Italians, ma ce ne sono o ce ne sono stati di più numerosi, per esempio la Rock and Soul Revue di Donald Fagen (e Vivino c’era) che aveva un gruppo di musicisti fissi e guests che ruotavano a seconda delle occasioni (Libby Titus, Phoebe Snow, Eddie Brigati, Charles Brown, Michael McDonald e Boz Scaggs), questi due ultimi presenti anche nella nuova avventura  dei Dukes Of September.

Ma la formula si può applicare anche ai classici Blues Brothers o ad Al Kooper con i Rekooperators (sempre con Vivino che ha anche “ereditato” il gruppo), in Europa mi vengono in mente i Commitments, ma ce ne sono a iosa, persino le compagnie che portano in giro certi tipi di musical potrebbero rientrare nel genere, Sister Act in un ambito gospel per esempio, indovinate chi era il direttore musicale per i due film? Esatto! Sempre Vivino. Al Kooper (tra gli “inventori” della formula, rock, jazz e soul in un tutt’uno, con i suoi Blood, Sweat & Tears) è stato il suo mentore, ma Jimmy era presente anche nel live dell’89 di Laura Nyro At The Bottom Line o nel disco come Killer Joe di Max Weinberg, in cui era chitarrista e produttore.

Il sodalizio tra i due poi è proseguito negli anni, perché la vera mente musicale nella house band del Late Night With Conan O’Brien è sempre stata il buon Jimmy, che anche in questo caso ha poi ereditato il posto. Il musicista del New Jersey ha suonato tutti i generi, blues con Odetta, Louisiana Red, Shemekia Copeland,  rock con Willie Nile (in Live From The Streets Of New York) ma anche con i Gov’t Mule, con grandi cantanti come Phoebe Snow, Bette Midler, Cissy Houston, John Sebastian (non sapevo fosse italiano pure lui, John Sebastian penso Pugliese, anche se Vivino nelle note, lo storpia senza la i, ma quando racconta con orgoglio del figlio che ordina, e qui scrivo come è riportato nel libretto “ oreganatta, strachetella e veal scalloppini” ?!?, non si può dai!).

Tuttavia quando si arriva alla musica questo signore ci sa fare come pochi: la sua discografia riporta solo un altro album a suo nome, Do What Now? del 1997, proprio con i citati Rekooperators, ma questo 13 Live, registrato dal vivo nei famosi Levon Helm Studios di Woodstock, davanti ad un pubblico ad inviti, è un gioiellino! Si parte con la travolgente Fat Man, un brano di Derrick Morgan (un giamaicano che era l’anello mancante tra il soul e il reggae) che qui sembra una canzone dei Little Feat registrata in quel di New Orleans, con la slide di Vivino, l’armonica di Felix Cabrera e le tastiere di Danny Louis subito a dettare i tempi, mentre tutta la band, con il batterista James Wormworth e un terzetto di percussionisti fantastici che dà una scansione ritmica latina formidabile al sound. Poi il blues eccellente di Soulful Dress con la voce nerissima di Catherine Russell a guidare le danze e la chitarra del leader sempre tagliente (ricorda in tutto il disco il “sound” di Robbie Robertson)  a farsi largo nel denso magma sonoro dei Black Italians, con Cabrera che alterna il suo lavoro all’armonica a quello come voce solista, che divide con la Russel e Vivino.

La prima cover di Dylan è una tiratissima From A Buick 6, che in quegli studi in passato deve essere risuonata spesso! Fast Life Rider è un brano di Johnny Winter che sembra una outtake da Live At Fillmore East degli Allman, con tutti i percussionisti in overdrive e la slide che viaggia che è un piacere. Fool’s Gold porta la firma di Vivino ma potrebbe essere uno slow blues di quelli che Al Kooper scriveva ai tempi della Super Session o prima e Catherine Russell la canta con una voce che è una via di mezzo tra Etta James e Randy Crawford e anche Heaven In A Pontiac se non riportasse come autore James Vivino potrebbe essere un pezzo R&R di Chuck Berry mentre Animalism di Cabrera potrebbe essere un omaggio ai War di Eric Burdon, Light Up Or Leave Me Alone era un brano di Jim Capaldi per i Traffic e questa formazione a forte trazione ritmica gli rende piena giustizia. Ottimo anche lo scatenato funky What I Have To Do di James Brown per Marva Whitney, con la Russell e il trombone di Danny Louis sugli scudi. Il ritmo indolente di Miss Mona, di nuovo i Feat nella Crescent City e poi il trittico finale di Maggie’s Farm, ancora un Dylan assai ritmato, una Song For Levon molto sentita e la cover di Shape I’m In della Band. Un disco inaspettato ma che regala buone vibrazioni!                 

Bruno Conti   

12/01/2013

L'Arte Della Slide Guitar! Ron Hacker - Live In San Francisco

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Ron Hacker – Live In San Francisco – Ronhacker.com

Quando, circa un anno e mezzo, parlavo del precedente disco di Ron Hacker, (bravi-ma-sconosciuti-ron-hacker-and-the-hacksaws-filthy-a...), in termini più che lusinghieri, tra le cose dette, una, scontata, ma non per questo meno vera, era che sarebbe stato bello se il nostro amico avesse registrato un bel album dal vivo (si dice sempre, sarà scontato, ma per certi tipi di performers, è la pura verità), magari al Saloon, che era il locale dove Hacker era solito esibirsi, Non è passato neppure un anno, e tac, registrato il 30 novembre del 2011, ma pubblicato oggi, esce questo Live In San Francisco, non al Saloon ma al Biscuits And Blues, che a giudicare dal rumore di ambiente e da quello del pubblico, che si percepisce dal CD, a occhio (e a orecchio), deve essere una venue dove possono entrare poche decine di persone, ma non è il numero che fa la qualità.

Non posso che confermare quanto di buono detto su Ron Hacker, che è sicuramente uno dei migliori nell’arte della slide e che dal suo strumento estrae ogni stilla possibile di blues, potente e ad alta densità, degno dei migliori Johnny Winter, John Campbell, o Ry Cooder annate con Taj Mahal , già citati in passato e qui ribaditi, con il più lo spirito dei grandi bluesmen, da John Lee Hooker e Elmore James passando per Willie Dixon, Sleepy John Estes (pard del suo “maestro” Yank Rachell), Son House e in generale di tutti i grandi che vengono rivisitati nel vorticoso stile di Hacker.

Quello che si ascolta in questo album è del Blues di grande energia, nulla di nuovo ma eseguito con una forza, una grinta e una maestria che dividono il grande disco dal compitino eseguito con poca voglia. Siamo quindi di fronte ad un album di blues elettrico, molto “carico”, ma sempre all’interno dei parametri delle classiche 12 battute e che sfiora il rock-blues senza mai varcarne completamente i confini labili. E comunque è un bel sentire. Dai primi secondi di Ax Sweet Mama, un brano appunto di Estes, che apre il concerto con un bottleneck solitario e la voce di Ron Hacker, capisci subito di trovarti di fronte a qualcuno che conosce a fondo la materia, la vive fin nelle pieghe più recondite e la riversa sul pubblico in un torrente di note (il brano, se la memoria non mi difetta è conosciuto anche come Sloppy Drunk). Il basso pulsante di Steve Ehrmann e la batteria di Ronnie Smith innestano i ritmi classici che stimolano la creatività di Hacker, che prende subito di petto una versione cattiva di Meet Me In The Bottom, un brano di Willie Dixon per Howlin’ Wolf, che però come in molte storie del blues, potrebbe essere anche Down In The Bottom, che facevano anche gli Stones, che a sua volta era una bastardizzazione di Lawdy Mama, con testo e musica riveduti e corretti, ma nel blues funziona così e nessuno si offende (per la verità il buon Willie un poco si era incazzato con Page e Plant, ai tempi), per non sbagliare Ron ci dà dentro alla grande. Poi si accelera a tempo di boogie, per uno sfolgorante medley tra Baby Please Don’t Go e Statesboro Blues, suonati come Dio comanda e che si innestano uno dentro all’altro come un coltello nel burro. Welfare Store è un vecchio classico di Sonny Boy Williamson, lento e cadenzato con chitarra e voce che scandiscono le note come se ne andasse della vita dell’interprete, che aggiorna il testo del brano al presidente Obama (che è perfetto perché fa rima con mama) e ai giorni nostri.

My Bad Boy è un brano originale scritto dallo stesso Hacker e dedicato al figlio quando questi aveva 18 anni (ora ne ha 40 e Ron ne compirà 68 quest’anno), e il risultato non sfigura con i classici fin qui sfornati, ma Death Letter di Son House è sempre un gran brano e questa versione è veramente gagliarda, con la slide che viaggia rapida e tagliente. Uno dei maestri dello stile, forse l’inventore, è stato il grandissimo Elmore James, di cui viene riproposta It Hurts Me Too, una delle più belle canzoni mai scritte (e suonate) nell’ambito Blues. Two Timin’ Woman, strepitosa, a livello di boogie, potrebbe dare dei punti a Winter, Thorogood e forse anche a Hound Dog Taylor e anche il match con Johnny Winter nella “sua” Leavin’ Blues, potrebbe finire in un bel pareggio. Per concludere la serata (e il disco) in bellezza, un bel brano di John Lee Hooker come House Rent Blues ci sta proprio a pennello. Tra l’altro Hacker racconta che in una serata con Roy Rogers gli capitò di suonare il brano proprio di fronte al suo autore, ottenendo da quel vocione inconfondibile un responso positivo, che è come avere la laurea honoris causa e anche noi gliene conferiamo con piacere una, in Blues, che non rimanga un segreto!

Bruno Conti

20/08/2012

Ho Come L'Impressione Che Mitt Romney Non Gli Piaccia (E Neanche Al Suo Cane)! Ry Cooder - Election Special

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Ry Cooder - Election Special - Nonesuch/Warner 21-08-2012

Questo Election Special è solo il suo 16° disco da solista, in una carriera iniziata nel lontano 1970, senza contare le innumerevoli collaborazioni e le colonne sonore, ma dal 2005, prima con Chavez Ravine e poi con la trilogia My Name Is Buddy, I, Flathead e Pull Up Some Dust And Sit Down, per non dire della notevole collaborazione con i Chieftains in San Patricio, la sua discografia ha ripreso vigore e qualità, oltre a un ritorno ai primi amori del blues e del folk, dopo gli anni della musica etnica e cubana e delle colonne sonore.

Cooder è sempre stato un grande musicista, riconosciuto come il più grande chitarrista slide bianco (anche se forse, per la potenza, Johnny Winter gli si avvicinava, con uno stile diverso, e negli anni a seguire ha(nno) creato molti discepoli) e uno dei più grandi ricercatori della musica popolare (e rock) americana. Ma nella sua scrittura è sempre stata presente anche una vena sarcastica, alla Randy Newman per intenderci, che negli ultimi anni si è trasformata in impegno politico, senza mai perdere di vista la forza della musica che in Cooder, come già ricordato, prende linfa soprattutto dal Blues in tutte le sue forme e generi. 

Un paio di settimane fa ha dato una bella intervista al quotidiano inglese The Guardian, che se volete potete leggere qui ry-cooder-mitt-romney-dangerous-cruel?newsfeed=true , (sempre citare la fonte), dove definisce il candidato presidenziale americano, il rivale di Obama, Mitt Romney "un uomo pericoloso, un uomo crudele"! E sarà anche per questo, visto attraverso gli occhi del suo setter e delle sue disavventure, raccontate dalla stampa americana e reiterate più volte da Letterman nel suo show, che gli ha dedicato un Mutt Romney Blues. Lui e il figlio Joachim alle percussioni, costruiscono un quadretto blues acustico degno delle migliori canzoni di Boomer's Story o di Paradise And Lunch. Non entro nel merito del Cooder "politico" perché non sono in grado di giudicare (anche se Romney, oltre che al suo cane e al buon Ryland non ispira molta fiducia neppure al sottoscritto), se volete approfondire, l'intervista citata è molto esplicita.

Brother Is Gone, un delicato brano di impostazione folk guidato dal mandolino ma arricchito da una strumentazione avvolgente curata anche dalle percussioni del figlio, racconta la storia dei fratelli miliardari David e Charles Koch. Mentre in The Wall Street Part Of Town dedicata agli occupanti di Zuccotti Park comincia ad affilare la sua slide con un riff stonesiano, "tanto di cappello dinnanzi a Ry Cooder", come ebbe a dire Keith Richards nella sua autobiografia Life. (pag.229)

Anche Guantamano ha quel drive tra soul, blues e rock che fa parte del Cooder che più amo, etnomusicologo e polemista, ma caspita se suona, il riff non è uno sconosciuto nel suo DNA, se Richards è il numero due tra i "riffmeisters" (naturalmente Chuck Berry è il capostipite), Ry è lì nella Top Ten. Un nervoso e inquieto Obama che si aggira nottetempo per la Casa Bianca è il soggetto di un fantastico slow blues cadenzato come Cold Cold Feeling, degno delle sue pagine migliori. Prego notare che in questo disco Ry Cooder sembra avere ritrovato anche una grinta e una capacità vocale che si credeva perduta dopo anni di musica strumentale. Il country-folk campagnolo da string band di Going To Tampa è un'altra delle molte sfaccettature della musica presente in questo album.

Se la rivista Uncut ha eletto questo Election Special "Disco del mese" una ragione ci sarà, oltre al fatto che il recensore Bud Scoppa è un compatriota di Cooder ed ha sempre amato l'opera del musicista californiano. Kool-Aid è un blues elettrico futuristico che per certi versi mi ha ricordato alcune cose dei sottovalutati Little Village, il gruppo dove Cooder militava con John Hiatt e Nick Lowe, e la slide qui viaggia alla grande! Nel centenario di Woody Guthrie, Cooder ha composto anche un brano antimilitarista come The 90 and The 9, degno erede delle parabole guthriane, coro singalong compreso. Anche la conclusiva Take Your Hands Off It difende la Costituzione e la carta dei diritti, ma lo fa al tempo di un rock-blues che rispolvera i ritmi e la "cattiveria" di Bop Til You Drop o di Slide Area.

Qualcuno ha detto che questo Election Special è meno vario musicalmente del precedente Pull Up Some Dust..., troppo "blues monocorde" ma per me è, ancora una volta, un esempio del miglior Ry Cooder. Sarà pure un "instant record" per i contenuti ma averne di dischi così!

Bruno Conti

P.S. Complimenti a tale Biamaku, che ha realizzato i tre video non ufficiali postati su YouTube, notevoli!

19/06/2012

La Salute Non E' Fantastica Ma Gli Archivi Stanno Benone! Johnny Winter - Live Bootleg Series Volume 8

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Johnny Winter – Live Bootleg Series Vol. 8 -  Friday Music

Continua la pubblicazione del materiale dal vivo inedito d’archivio (o comunque uscito in precedenza solo su bootleg) di Johnny Winter: siamo arrivati all’ottavo capitolo e il materiale è sempre più criptico, assemblato dall’amico di Winter, tale Paul Nelson, anche lui chitarrista, i brani, sette, sono stati registrati da qualche parte, in qualche tempo (presumibilmente in un arco temporale che va da agli anni ’70 agli anni ’90), con un gruppo di musicisti ignoti e per un totale di circa 53 minuti. Questo, l’unico dato certo, si desume inserendo il dischetto nel lettore, anche i titoli si leggono sulla copertina: per fortuna la musica è buona!

Ero un po’ preoccupato (pregasi cogliere l’ironia), dopo un 2011 con tre pubblicazioni discografiche, tra cui l’eccellente album nuovo Roots, uno dei suoi migliori da sempre, tutto taceva, ma l’ineffabile Friday Music ci regala un nuovo capitolo della saga concertistica di Johnny Winter. L’inizio è folgorante, con una ottima Give It Back, che ci regala tutto il campionario dell’albino texano, voce stentorea, chitarra in grande spolvero, la sezione ritmica poderosa e qualità sonora molto buona. Per essere sinceri questo è il brano migliore del CD, a mio modesto parere e vale quasi da solo il prezzo di acquisto per l’equilibrio tra suono e contenuti, ma i due brani finali sono micidiali. L’ennesima versione di Tore Down è sempre buona, seppur non memorabile, ma la qualità audio scende di parecchio e quindi si gusta meno il lavoro di fino della solista. Stranger Blues è l’ennesimo tributo di Winter all’arte di Elmore James e il lavoro alla slide è come di consueto di grande consistenza, ottima anche la performance vocale e non male la qualità sonora che permette di apprezzare pure la sezione ritmica che ci dà dentro alla grande.

Done Somebody Wrong la facevano gli Allman Brothers ai tempi di Duane e la slide di Winter si ascolta sempre con piacere, ma la qualità sonora molto ondivaga ha un brusco calo. Dopo gli omaggi a due grandi come Freddie King e Elmore James si ritorna al materiale del primo (dopo Tore Down) con una versione monstre dello slow blues, Have You Ever Loved A Woman, uno dei cavalli di battaglia del repertorio di Clapton e qui Johnny Winter ci fa capire perché è sempre stato considerato uno dei più grandi interpreti bianchi del blues con un assolo fantastico, tra i migliori mai sentiti nella sua discografia, se fosse anche inciso bene meriterebbe una stelletta in più, tredici minuti di pura magia. E anche la versione di Roll Over Beethoven, oltre dieci minuti, è notevole, in puro stile Winter tra rock-blues e R’n’R, grinta e cattiveria da paura e una tecnica chitarristica e una voce da manuale.

Trattandosi di dischi che si autoproclamano “Bootleg” sappiamo già cosa aspettarci e quindi accontentiamoci, ma per usare un eufemismo, cazzo se suona. Considerando il grande numero di “pippe” che ci sono in circolazione, spacciate per grandi chitarristi, lunga vita a Johnny Winter!

Bruno Conti   

09/01/2012

Archivi Che Passione! Johnny Winter E Hot Tuna - Setlist The Very Best of...Live

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Johnny Winter -  Setlist The Very Best Of Johnny Winter Live– Sony Legacy
Hot Tuna – Setlist The Very Best of Hot Tuna Live – Sony Legacy

Che passione per gli archivi, quella sviluppata negli ultimi anni dalle case discografiche, ma un po’ anche “che palle”! Da quando si sono accorte che il settore delle ristampe è uno dei pochi che tira nel mercato attuale, anche le majors (oltre alle benemerite etichette specializzate) si sono lanciate con box set, versioni Deluxe e antologie come piovesse. E tu, compra che ti ricompra, ti ritrovi ad acquistare sempre lo stesso materiale per gli inediti, le outtakes o le confezioni a seconda del tuo grado di feticismo. E non ci sarebbe nulla di male, in fondo gli appassionati è quello che hanno sempre fatto ma bisogna stare attenti a non tirare troppo la corda perché poi finiscono i soldi e anche la pazienza dei diretti interessati.

Per esempio, la Sony Legacy ha iniziato a pubblicare una nuova serie che si chiama Setlist The Very Best Of e nella prima, numerosa, emissione ci sono parecchi titoli che sarebbero potenzialmente interessanti: prendiamo questi due, Johnny Winter e gli Hot Tuna, l’idea di base è molto buona, scegliere il meglio dalle esibizioni dal vivo tratte dai cataloghi Sony, Columbia, Epic ed altre etichette del gruppo e creare una sorta di compilation indirizzata ai neofiti ed in questo senso le raccolte funzionano ma poi qualcuno si è detto, “perché non inserire qualche inedito o rarità?”  Ma non sempre!

Per esempio il volume dedicato a Winter, al di là della eccellente qualità sonora e dei contenuti non ha inediti, ci sono tre brani tratti da Second Winter, due da Captured Live e tre da Johnny Winter And Live. Oltre ad alcune, chiamiamole, rarità: un brano tratto da The Woodstock Experience e tre dal fantastico Live At The Fillmore East 10/3/1970 edito lo scorso anno dalla Collector’s Choice su licenza della Sony che sarebbe il caso di avere nella sua totalità. Se vi "accontentate" di questo CD avrete comunque un concerto dal vivo “virtuale” magnifico con versioni da sballo, tra le altre, di Good Mornin’ Little School Girl, Johnny B Goode, It’s My Own Fault, Jumpin’ Jack Flash e Mean Town Blues, con e senza Rick Derringer e comunque tutte e dodici registrate tra il 1969 e il 1975 quando Johnny Winter era una vera forza della natura. L’unica cosa inedita sono le note del libretto firmate dal “collega” Bob Margolin.

Il caso degli Hot Tuna è diverso, qui, per fortuna o purtroppo, perché toccherebbe comprare, ci sono quattro brani inediti e pure interessanti. In questo caso si segue l’ordine cronologico e a fianco di ben cinque brani tratti dal “mitico”  Hot Tuna (ma per il sottoscritto il migliore rimane di gran lunga Burgers, il classico disco perfetto), il primo album acustico registrato nel settembre del 1969 alla New Orleans House di Berkeley, California ne troviamo tre provenienti da Double Dose ristampato un paio di anni fa nella versione completa in doppio CD dalla Wounded Bird. Dal famoso album prodotto da Felix Pappalardi abbiamo l’occasione di ascoltare, tra gli altri, una bellissima versione di Watch The North Wind Rise, forse l’unico brano sopra la media tratto da Hoppkorv. E comunque Jorma Kaukonen, sempre parere personale, il meglio lo raggiunge quando si esibisce alla chitarra elettrica memore dei suoi trascorsi nei Jefferson Airplane e assistito dal pulsare irrefrenabile del basso di Jack Casady, uno dei migliori di sempre allo strumento. Tra i quattro inediti una notevole I See The Light, solo Kaukonen e Casady (ma bastano e avanzano) dal vivo al Winterland nel 1973 per un brano che ricorda molto il gruppo madre, Keep Your Lamps Trimmed and Burning, Fillmore West 1971 presenta la formazione con Papa John Creach al violino e Sammy Piazza alla batteria, divertente e scanzonata rilettura del classico del Rev. Gary Davis. Non male anche Been So Long e Hit Single #9, entrambe registrate a New York nel 1974 dalla formazione in trio con Bob Steeler alla batteria, la classica formula tra rock, blues e un tocco di psichedelia, la versione elettrica degli Hot Tuna, niente folk ma chitarra solista a manetta anche con wah-wah nel secondo brano.

Quindi due ristampe, per diversi motivi, entrambe meritevoli di un ottimo voto.

Bruno Conti

14/11/2011

Di Padre In Figlio, Sempre Blues Ma...Bernard Allison - Live At The Jazzhaus

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Bernard Allison Group – Live At The Jazzhaus – 2CD o DVD Jazzhaus Records

Torna Bernard Allison, a distanza di pochi mesi dal precedente The Otherside bernard%20allison  e lo fa con un bel doppio CD dal vivo (o DVD) che risolleva le sue quotazioni un po’ appannate da un paio di dischi non all’altezza della sua fama. Per chiarirlo subito, Bernard non è ai livelli del babbo Luther Allison, uno dei migliori musicisti della seconda generazione del Blues elettrico, ma è comunque un musicista di notevole spessore, buon cantante, ottimo chitarrista, influenzato tanto dal blues classico dei vari King e di Muddy Waters quanto da Johnny Winter e Stevie Ray Vaughan oltre che dal padre. Non manca anche una notevole passione per il funky e la soul music più ritmata tra le influenze del nono figlio della famiglia Allison, che si è fatto la sua bella gavetta nella band di Koko Taylor e poi nel gruppo del babbo e dal 1990, anno dell’esordio con The Next Generation, ha già pubblicato una quindicina di album per diverse etichette.

Questo Live At The Jazzhouse si inserisce sicuramente tra i migliori della sua produzione: accompagnato da un solido quintetto dove spicca il sax di Jose James che è un po’ il secondo solista della band in alternativa al tastierista Toby Lee Marshall il concerto, nella classica guisa delle soul and blues revue parte con uno strumentale, Send It In che è il classico brano per rompere il ghiaccio con tutti i musicisti che scaldano il pubblico per la stella della show con assoli di sax, organo e chitarra.Stella, Bernard Allison che arriva e parte con una versione ricca di funky soul di I Wouldn’t Treat A Dog dal repertorio di Bobby “Blue” Bland che forse in omaggio al nome del suo interprete originale è un po’ “blanda” (lo so, battuta scarsa)! L’altra cover del CD è una versione decisamente più vigorosa di quello che viene considerato il primo brano della storia del R&R, Rocket 88 attribuita a Jackie Brenston ma che proviene dalla fertile inventiva del primo Ike Turner. Quando con Tired Of Tryin’ i ritmi si fanno più funky-rock sembra di ascoltare una versione dei Band Of Gypsys con sax e tastiere aggiunti anche se più all’acqua di rose ma la chitarra con e senza wah-wah viaggia che è un piacere.

So Devine è una sorta di slow soul alla Robert Cray con la bella voce di Allison in evidenza mentre Black and White alza ritmi ed intensità mantenendo quel filone funky con basso slappato che appartiene allo stile del nostro amico. Life Goes On è uno di quei bei pezzi blues che avrebbero fatto la gioia di babbo Luther, Allison Way addirittura batte territori reggae-blues che è un filone non molto frequentato, peculiare ma non malvagio. Il secondo CD parte con una Groove me sempre funky ma con quei richiami alla SRV mentre The Otherside conferma la non eccessiva validità della versione di studio tratta dall’ultimo album, non memorabile per usare un eufemismo. Decisamente meglio la lunga Just My Guitar and me dove il contemporaneo uso di slide e wah-wah conferisce sonorità particolari alla chitarra di Bernard Allison che finalmente dà sfogo alle sue notevoli doti di solista e non per nulla il brano era firmato anche da Luther Allison.

Tobys B3 come da titolo è una improvvisazione di organo di Marshall mentre Serious era uno dei cavalli di battaglia di Allison Sr. e Bernard Allison e la sua band gli rendono giustizia con una versione monstre di oltre 15 minuti con tutti i solisti di volta in volta al proscenio e il leader del gruppo che ci regala un assolo di quelli magistrali per questo slow blues in crescendo. Si poteva anche finire qui ma Chills and Thrills tra Hendrix e Stevie Ray non è male pure nella sua eccessiva funkytudine, anche se l’assolo di chitarra è micidiale come di consueto e anche il sax si difende.


Bravo anche se non fondamentale, sempre Blues ma...il babbo Luther era molto più bravo.

Bruno Conti

20/10/2011

Virtuosi? Ain't Nothin' But The Blues-(Rock)! The Sean Chambers Band - Live From The Long Island Blues Warehouse

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The Sean Chambers Band – Live From The Long Island Blues Warehouse –Blue Heat

Forse per la bravura meriterebbe  anche un giudizio superiore alle tre stellette canoniche che si danno ai buoni album. Ma nello stesso tempo non si può certo definire Sean Chambers un “originale”, peraltro la sua tecnica è ragguardevole e non per nulla la rivista inglese Guitarist Magazine lo ha inserito tra i 50 migliori chitarristi rock-blues dello scorso secolo, con il risultato che per il passaparola e la legge della moltiplicazione in alcuni articoli in rete è diventato uno dei 50 più grandi chitarristi di tutti i tempi! E questo, per quanto bravo sia, mi sembra francamente eccessivo.

Nativo della Florida Chambers ha pubblicato 3 album di studio dal 1998 a oggi per tre diverse etichette indipendenti e quindi questo Live è una sorta di summa della sua carriera, con i pregi del disco dal vivo e allo stesso tempo i vantaggi del disco in studio (quindi entrambi positivi), visto che è stato registrato agli Eko Sudios di New York di fronte a un  pubblico sparuto di soli invitati. Siamo di fronte al classico power-rock-blues trio (con l’armonicista Gary Keith aggiunto sporadicamente) e il nostro amico appartiene alla schiera dei virtuosi dello strumento, quella che discende da Jimi Hendrix passando per Stevie Ray Vaughan con qualche fermata laterale per Johnny Winter ma che si è anche nutrita a pane e blues e non per nulla Chambers a cavallo della fine secolo ha passato cinque anni come musical director nella band di Hubert Sumlin. Non so se avete presente di cosa si tratta? Ovviamente non è un tipo con la bacchetta che dirige la sezione ritmica ma, soprattutto nei gruppi di blues con “vecchie glorie”, è quello che si definisce secondo chitarrista e fa il lavoro sporco, la ritmica, i fills, ogni tanto quando il leader riposa o nella parte introduttiva del concerti si concede qualche assolo e intanto assorbe e impara.

Evidentemente Sean Chambers deve avere imparato bene perché in questo concerto sciorina tutto il suo repertorio, esplorando la chitarra in ogni dove, scorrendo il manico in su e in giù, davanti, dietro, ovunque, lavorando di pedaliera con una predilezione per il wah-wah che viene utilizzato spesso e volentieri e mettendo in luce le sue virtù chitarristiche che sono notevoli.

Non sarà un grande vocalist ma si difende e comunque il lavoro alla chitarra compensa più che abbondantemente, lo si capisce fin dall’orgia di wah-wah dell’iniziale potentissimo brano strumentale Dixie 45 che la lezione di Vaughan e Hendrix è stata ben assimilata. Come gran parte del materiale del CD è segnalato trattarsi di originali di Chambers ma ricorda mille altri brani sentiti nel genere e va benissimo così. Love Can Find A Way è una variazione più funky del brano precedente con la voce roca e vissuta (ma non memorabile, come già detto), e una rara apparizione dell’armonica di Gary Keith, mentre The Moon On Main Street un brano firmato da Fred James era uno dei cavalli di battaglia dei Kinsey Report, uno slow blues di quelli torridi tra Albert King, Buddy Guy e Ronnie Earl, insomma ci dà dentro alla grande. Strong Temptation era la title-track del suo primo album, piena di grinta e ritmi funky-soul, seguita da un brano firmato da un altro James ben più famoso, ovvero Elmore di cui viene ripresa una Dust My Broom che è l’occasione per dimostrare la sua bravura anche alla slide e la lezione appresa da Winter, Gary Keith fa un’apparizione più sostanziosa all’armonica.

Crazy For Loving You è un altro intenso slow blues alla SRV con grande impegno della solista di Chambers. Danger Zone è un blues-rock alla ZZTop di quelli potenti come usava ai tempi d’oro del genere. Too Much Blues è un altro bluesaccio di quelli tosti e carichi mentre Hip Shake Boogie è nuovamente una jam strumentale di quelle adatte per mostrare ancora il suo lato più virtuosistico e presentare il resto del gruppo. Rimangono gli oltre 10 minuti della conclusiva In The Winter Time un altro slow blues turgido e intenso dove Sean Chambers esplora la sua chitarra fin nei più reconditi nascondigli per estrarne una grande performance. Non sarà nuovo, non sarà originale, ma per gli amanti della chitarra rock-blues magari anche un po’ tamarra questo signore si conferma un grande “manico”. Lo so che ce ne sono tanti in giro ma Sean Chambers è proprio bravo!  

Bruno Conti

15/09/2011

Più Stevie Ray Che Jimi Ma Sempre Chris Duarte Group - Blues In The Afterburner

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Chris Duarte Group – Blues In The Afterburner – Blues Bureau/Provogue/Edel              

Se Infinite Energy dello scorso anno segnalava un deciso ritorno in forma per Chris Duarte, questo nuovo Blues In The Afterburner mi sembra il suo migliore in assoluto dai tempi di Texas Sugar/Strat Magick quello che lo aveva segnalato come il migliore contendente per il trono vacante di erede di Stevie Ray Vaughan. Lo so che l’ho già scritto altre volte, ma che volete farci, sono monotono, mi ripeto, anche se questa volta la qualità dell’album giustifica la fiducia. Decimo album della sua discografia (anche se esisterebbe un Chris Duarte & The Bad Boys pubblicato nel 1987 in una tiratura di 1100 copie!) segnala l’uscita del vecchio batterista della formazione, Chris Burroughs e l’utilizzo di due musicisti di studio per la registrazione del disco.

Non si direbbe perché il CD che ne è risultato è quello più coeso e riuscito dai tempi dell’esordio discografico. Duarte in una intervista parla anche di “Americana” per alcuni momenti dell’album ma mi sembra che in effetti il buon Chris abbia alzato il volume della chitarra a 11 e realizzato i suoi migliori assoli a livello discografico in tutti i brani contenuti in questo Blues In The Afterburner che tiene fede al suo titolo e mi sembra nettamente superiore al suo quasi omonimo Afterburner degli ZZTop in ambito Texas Blues.

Pronti:via, Another Man è una partenza sparata nel migliore stile alla SRV con la chitarra di Duarte che comincia a mulinare note e assoli alla grande con la sezione ritmica che ricrea il classico groove ciondolante alla Vaughan (non sarà originale ma suona un gran bene e per vie indirette si risale fino a Jimi). Make Me Feel So Right ha tempi più accelerati, vagamente rock and roll alla Johnny Winter con le mani che scorrono velocissime sul manico della chitarra. Bottle Blues è appunto un torrenziale hard blues texano che avrebbe incontrato l’approvazione di Stevie Ray mentre Milwaukee Blue  nonostante il titolo è  uno di quei brani con derive country/Americana ma sempre con “tiro” da rocker. Hold Back The Tears è una lunga traccia di stampo psichedelic/hendrixiano dove Duarte improvvisa liberamente alla pari con i migliori chitarristi in circolazione. Summer’s Child ha delle sonorità jazz latine più raffinate mentre Searching For you è un ferocissimo hard-rock che non lascia cadere la tensione chitarristica di questo disco che non ha momenti di stanca a differenza di altre sue prove discografiche nel passato, la chitarra rilancia continuamente i suoi temi con verve ed inventiva e una grande tecnica. Grana grossa nei suoni ma finezza nello stile.

Black Clouds Rolling è un fantastico slow blues tra Red House e Texas Flood dove Chris Duarte instilla tutta la sua passione per i due musicisti citati e il risultato ripaga l’ascoltatore appassionato di chitarra. Don’t Cha Drive Me Crazy è un R&R leggerino redento dal solito notevole lavoro della solista. Born To Race è un’altra feroce cavalcata di stampo rock-blues  con il nuovo batterista Aron Haggerty che utilizza il suo miglior groove alla Mitch Mitchell. I’ve Been A Fool è l’altra escursione in territori country che interrompe la tensione emotiva del disco (e non c’entra molto con il resto, ma son ragazzi, del 1963, lasciamoli divertire). Gran finale pirotecnico con lo strumentale jazzato Prairie Jelly dove tutti e tre gli strumentisti improvvisano in piena libertà.

Come dicevo nella recensione dell’album precedente chris%20duarte (sono monotono): per amanti della chitarra! Esce tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre.

Bruno Conti

06/08/2011

Toh! Guarda Chi Si Rivede! Sly Stone - I'm Back! Family And Friends

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 Sly Stone - I'm Back! Family And Friends - Cleopatra Records

Se ne lasciava passare un altro erano 30 anni dall'ultimo album pubblicato, il non particolarmente memorabile (per usare un eufemismo) Ain't But The One Way. Anche la partecipazione al Coachella del 2010 non faceva presagire nulla di buono e invece questo "ritorno" sembra migliore di quello già provato nel 1976 con Heard Ya Missed Me, Well I'm Back. Non è chiaro quando sia stato registrato questo album e con chi visto che la Cleopatra Records è soprattutto un'etichetta dedicata alle ristampe (e il Live inedito del Cactus era proprio bello cactus) e anche se i pezzi sono i classici si tratta sicuramente di nuove versioni visto la presenza di molti ospiti. E ci sono anche tre pezzi "nuovi" che non sono malvagi da quello che ho potuto sentire. Esce il 16 agosto negli Stati Uniti e il 23 agosto in Europa. Questa è la lista dei brani con relativi ospiti. Come potete notare ci sono parecchi remix ed extended versions di cui si poteva fare a meno. Va bene che è una bella canzone ma Dance To the Music c'è tre volte...

1. Dance To The Music feat. Ray Manzarek (The Doors)
2. Everyday People feat. Ann Wilson (Heart)
3. Family Affair
4. Stand! feat. Carmine Appice (Vanilla Fudge/Rod Stewart) & Ernie Watts (Frank Zappa/The Rolling Stones)
5. Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) feat. Johnny Winter
6. (I Want To Take You) Higher feat. Jeff Beck
7. Hot Fun In The Summertime feat. Bootsy Collins
8. Dance To The Music (Extended Mix)
9. Plain Jane
10. His Eye Is On The Sparrow
11. Get Away

BONUS MIXES [CD ONLY]

12. Dance To The Music (Club Mix)
13. Family Affair (Dubstep Mix)
14. Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) (Electro Club Mix)

Esce anche in vinile. Poteva andare peggio, visto il personaggio: gli interventi di Beck, Winter e Ray Manzarek sono di sostanza e Ann Wilson ha sempre una gran voce, e, a parte i remix, il sound è molto vicino a quello delle versioni originali. Potrebbe essere anche una occasione per riscoprire gli album originali! Bellissimi!

Bruno Conti

18/07/2011

L'Erede Di Johnny Winter? Eric Sardinas and Big Motor - Sticks and Stones

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Eric Sardinas and Big Motor – Sticks and Stones – Mascot/Provogue/Edel

 Il nuovo disco, nel momento in cui scrivo, è ancora di là da venire (esce il 29 agosto) quindi vado con lo streaming dell’album e con le informazioni fornite dalla casa discografica. Però sono sempre da prendere con le molle (casa americana, non ce l’ho con gli italiani): secondo la Mascot, la sua nuova etichetta, questo è il settimo album, o meglio, per essere precisi, si parla di sei album precedenti. Mi sono perso qualcosa? Il primo, Treat Me Right, è del 1999, come spesso succede è il migliore, con Johnny Winter e Hubert Sumlin ospiti. Vogliamo considerare anche Angel Face del 2000 che è un EP con 3 brani? Devil’s Train, ancora ottimo del 2001, è quello prodotto da David “honeyboy” Edwards (che ha appena compiuto 96 anni). Black Pearls del 2003, prosegue la sua carriera di epigono di Winter. Poi, dopo una lunga pausa, nel 2008 il primo omonimo con il nuovo gruppo Big Motor, un nuovo produttore, Matt Gruber (ma quello prima era curato da Eddie Kramer, l’ingegnere del suono di Hendrix), che nel suo CV conta Ricky Martin, Carrie Underwood e gli Scorpions.!?! Nel suono del gruppo entrano anche tastiere, voci femminili e un repertorio più mainstream, con qualche ballata, virate southern e meno freschezza anche se Sardinas suona la sua Resonator elettrificata sempre con gusto e furore. Sarebbero 4 album e un EP. Vogliamo aggiungere anche il DVD del 2010 (solo 45 minuti purtroppo).

Questo nuovo CD riporta pregi (molti) e difetti (qualcuno) del precedente album. La slide viaggia sempre alla grande: per credere, provate a sentire il terrificante strumentale Behind The 8, dove Sardinas si conferma l’erede dello stile pirotecnico, tra R&R e Blues, del grande Johnny Winter.

Ci sono brani come Goodness e Burnin’ Sugar dove il suono assume sapori tra southern rock e rock “classico” alla Black Crowes, con le chitarre acustiche ed elettriche che si fondono al suono delle tastiere e i coretti delle backing vocalists si aggiungono alla voce più “educata” di Eric.

E possiamo aggiungere anche l’iniziale Cherry Wine a questo nuovo corso musicale, sempre ottimo e piacevole ma “diverso” dal suono più selvaggio e meno curato dei primi dischi. Road to Ruin, più tirata e bluesata ci fa gustare il lato più ruspante della sua musica. Anche Full Tilt Mama con il suo pianino scatenato aggiunto non è male, mi ha ricordato, anche per la foga di Sardinas, certe cose del Rory Gallagher più ispirato di metà anni ’70.

County Line è un bel country blues che ci riporta al suono più canonico dei primi dischi. Mentre Through The Thorn è il classico Blues alla Sardinas, tirato e ricco di pathos, nella migliore tradizione del chitarrista della Florida. Ratchet Blues è un breve brano acustico mentre Make It Shine oscilla tra il suono acustico ed elettrico della Resonator del nostro amico e nelle sue atmosfere vagamente Zeppeliniane ricorda certe cose dell’ottimo John Campbell, un musicista che andrebbe sottoposto ad un adeguato ripasso. In conclusione c’è perfino una ballata come Too Many Ghosts, niente male peraltro.

A quando un bel Live?

Bruno Conti