Dal Suo “Rifugio” Irlandese Un Lavoro Vibrante E Intenso. Luka Bloom – Refuge

luka bloom refuge

Luka Bloom – Refuge – Big Sky Records

 Di questo signore ha parlato più volte (con l’attenzione che merita) il titolare di questo blog ,nel corso degli ultimi anni, in occasione delle uscite di Dreams In America (10), This New Morning (13), il bellissimo album di “covers” Head And Heart (14), e il recente Frugalisto dello scorso anno, ed ecco che un po’ a sorpresa riappare nuovamente il buon Kevin Barry Moore, in arte Luka Bloom, quindi per legame di sangue fratello minore dell’icona irlandese Christy Moore (componente prima dei Planxty e poi dei Moving Hearts, nonché autore di una straordinaria carriera solista); lo fa con questo rapido ritorno in studio per sfornare il suo 23° album, dal titolo emblematico Refuge, che festeggia 40 anni di carriera. E di rifugio vero e proprio si tratta, in quanto Luka Bloom ha registrato il tutto nel piccolo studio Lettercollum Recording dell’amico John Fitzgerald (meta dei più noti artisti irlandesi) nella quiete della contea di Cork, in compagnia della sua chitarra e solo con l’aiuto dello stesso John, per undici brani alcuni in parte rimixati e masterizzati dal fidato Brian Masterson.

Come accennato, Refuge rispetto al precedente Frugalisto ha un tessuto decisamente meno elettrico, e la partenza dell’iniziale Water In Life è emblematica, con soli pochi accordi di chitarra acustica e la voce di Luka che esprime i timbri migliori della sua calda voce, a cui fanno seguito le note ammalianti di una Cello As Everest, le tenue riflessioni di I Still Believe In Love, per poi passare ad omaggiare il grande e rimpianto Leonard Cohen, con una versione dettata dal cuore di In My Secret Life, e un Johnny Cash d’annata con una crepuscolare Wayfaring Stranger (brano da recuperare anche nelle versioni contrapposte di Emmylou Harris e Eva Cassidy). La fluidità di scrittura di Luka Bloom e la sua predisposizione all’armonia vengono evidenziate nella sofferta Dadirri (Deep Listening), e nell’accorata liturgia di Dear Gods, mentre Breathe Easy è un breve intermezzo strumentale. Con City Of Chicago e I Am Not At War With Anyone, Luka rivisita in una chiave più “soft” due brani dal poco celebrato Innocence (05), per poi chiudere in bellezza con The Ballad Of Monk’s Lane, una delle sue ballate acustiche ben strutturate e struggenti, da sempre marchio di fabbrica della sua lunga carriera.

Adorabile e nostalgico appare Luka Bloom negli spazi acustici e intimi di questo ultimo lavoro Refuge, undici piccole gemme sonore, briciole di saggezza musicale che ti coinvolgono con grazia e gusto, supportato dalla sola voce e dalla sua chitarra, momenti che rimangono stampati nel cuore e nella mente di chi sa ascoltare e leggere nelle parole, o di chi sa interpretarle e ricordo a quelli interessati che non penso, come alcuni credono, che essere il fratello del più celebre Christy Moore, una icona e leggenda irlandese, abbia nociuto alla sua carriera, quanto piuttosto perché forse ad un certo punto della sua carriera non ha saputo scegliere con decisione tra folk e rock. Ciononostante la sua sterminata discografia è sempre stata decorosa, con punte di eccellenza, e soprattutto onesta, e confesso che il mondo musicale di Luka Bloom mi piace, come pure questo Refuge: ora il dilemma è tutto vostro, comprarlo o ignorarlo? Io opterei per la prima soluzione.

Tino Montanari

Una Geniale E Moderna Opera Folk ! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

micah p. hinson the holy strangers

Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari

Grandi Ospiti A Parte, Un Dischetto Niente Male. Brad Paisley – Love And War

brad paisley love and war

Brad Paisley – Love And War – Arista/Sony CD

Disco nuovo di zecca, a pochi mesi dal buon live Life Amplified World Tour http://discoclub.myblog.it/2017/03/31/una-superstar-di-nashville-che-fa-anche-buona-musica-brad-paisley-life-amplified-world-tour-live-from-wvu/ , per Brad Paisley, uno dei musicisti country più popolari in assoluto oggi in America, dal momento che i suoi ultimi nove album (compreso questo di cui mi accingo a parlare) sono andati al numero uno di Billboard, non esattamente una performance da poco. Ma, a differenza di molti cantanti pop commerciali di stanza a Nashville che con il country non c’entrano nulla, Paisley è uno che ha sempre cercato di unire le vendite alla qualità, proponendo una musica di buon livello, suonata e cantata con grinta e con le chitarre sempre in primo piano (Brad è anche un eccellente chitarrista, altra caratteristica che lo mette su un livello superiore rispetto a molti colleghi): forse non ha mai fatto il grande disco, ma lavori come American Saturday Night, This Is Country Music e Moonshine In The Trunk sono ben fatti e le sbavature sono al minimo sindacale. Love And War vede il nostro alzare ulteriormente il tiro, con un album ancora più rock dei precedenti (la produzione è sempre del fido Luke Wooten), una serie di canzoni di ottima fattura e, cosa che da sola vale gran parte del prezzo richiesto, la presenza come ospiti di due mostri sacri del calibro di Mick Jagger e John Fogerty. Un colpo da maestro da parte di Brad, dal momento che sia il cantante degli Stones sia l’ex leader dei Creedence non sono due personaggi che si muovono facilmente per comparire sui dischi di altra gente: non solo Paisley li ha convinti, ma i due brani che li vedono protagonisti hanno il loro nome anche tra gli autori, cosa ancora più rara (sia Mick che John di solito le canzoni le scrivono per loro stessi, e basta).

Drive Of Shame, il pezzo con Jagger, è una grande rock’n’roll song, trascinante, ritmata, chitarristica e decisamente stonesiana (ricorda un po’, occhio che la sparo grossa, Tumbling Dice) e chiaramente, non me ne voglia Brad, quando entra l’ugola di Mick la temperatura sale, eccome. Stesso discorso per il pezzo con Fogerty (che aveva già duettato con Paisley su Hot Rod Heart, nel suo album di duetti Wrote A Song For Everyone), che è poi la title track, un pezzo che parte lento, ma il ritmo cresce subito e quando arriva John con la sua voce graffiante siamo già lì con i piedi che si muovono (e poi i duetti di chitarra sono notevoli): non al livello del brano con Jagger, e neppure delle cose migliori di Fogerty, ma è comunque un bel sentire. Sarebbe però ingiusto ridurre Love And War a queste due canzoni, in quanto c’è molto altro di valido, partendo dall’opening track Heaven South, una classica country song con tutti i suoni al posto giusto, ritmo pulsante, un bel refrain ed un coro perfetto per il singalong, o la roccata Last Time For Everything, potente e fluida, dal suono corposo e con il nostro che mostra la sua notevole abilità chitarristica. One Beer Can (azzeccato gioco di parole tra “una lattina di birra” e “una birra può”) è un vivace country’n’roll al quale di fa fatica a resistere, Go To Bed Early una ballad dal suono pieno e senza cedimenti zuccherosi (anzi, le chitarre sono sempre in prima fila), Contact High è un vibrante pezzo intriso di southern soul, un genere che certi pupazzi da classifica non sanno neanche dove stia di casa, mentre selfie#theinternetisforever, nonostante il titolo idiota, è un saltellante country-rock di presa immediata.

Non proprio tutto va per il verso giusto, c’è un brano, Solar Power Girl, che non sarebbe neanche male ma è rovinato dall’ingombrante presenza del rapper-DJ Timbaland (ma che ci sta a fare?), il quale è segnalato anche nel travolgente bluegrass elettrico Grey Goose Chase ma per fortuna non fa danni. Gold All Over The Ground è introdotta nientemeno che dalla voce di Johnny Cash (ripresa da uno dei suoi innumerevoli concerti), e la cosa non è casuale in quanto il testo è proprio una poesia scritta dall’Uomo in Nero e messa in musica da Brad, mentre Dying To See Her, una toccante ballata pianistica di ottimo impatto, vede il nostro affiancato da Bill Anderson, leggendario cantante country in giro dagli anni sessanta ed oggi quasi dimenticato (compirà 80 anni a Novembre). In definitiva Love And War è un bel dischetto di moderno country elettrico, che meriterebbe l’acquisto solo per le presenze di Jagger e Fogerty, ma che non delude neppure nei momenti in cui Brad Paisley si affida soltanto a sé stesso.

Marco Verdi

Un Quasi Veterano Ed Un Quasi Esordiente, Con La Regia Di Dave Cobb: Che Bravi Entrambi! Chris Stapleton – From A Room, Vol.1/Colter Wall – Colter Wall

chris stapleton from a room vol.1 colter wall colter wall

Chris Stapleton – From A Room, Vol. 1 – Mercury/Universal CD

Colter Wall – Colter Wall – Young Mary’s Record Co./Thirty Tigers CD

Oggi vi parlo di due dischi nuovi di zecca, due album solo apparentemente simili, che hanno come comune denominatore il fatto di avere entrambi l’ormai onnipresente (ma bravissimo) Dave Cobb alla produzione. Ho definito Chris Stapleton un quasi veterano dato che, malgrado abbia alle spalle un solo disco, lo splendido Traveller, era già conosciuto da qualche anno nel mondo di Nashville come apprezzato songwriter per conto terzi: il grande successo di Traveller, che dimostra che a volte la musica di qualità riesce ancora a vendere, ha poi fatto balzare Chris in cima a tutte le classifiche di gradimento, facendolo diventare richiestissimo sia come autore che come ospite nei dischi dei suoi colleghi, ed oggi è uno dei maggiori esponenti di un certo country-rock classico, ed ammirato anche da vere e proprie leggende come Willie Nelson. From A Room, Vol. 1 è il suo nuovo lavoro, nove canzoni di puro rockin’ country, forse ancora più rock che in Traveller, un disco che, nei suoi 32 minuti, appare ancora più immediato del suo predecessore e, per certi versi, anche più compatto (ed il secondo volume pare sia già pronto ed in uscita entro fine anno). Stapleton è accompagnato da un gruppo ristretto ma decisamente valido di musicisti, che comprende, oltre allo stesso Cobb, il grande armonicista Mickey Raphael, l’ottimo Robbie Turner alla steel, la sezione ritmica di J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria, oltre al bravissimo Mike Webb al piano ed organo ed alla moglie di Chris, Morgane Stapleton, alle armonie vocali in quasi tutti i pezzi.

Nove brani, di cui otto originali ed una cover, una versione deliziosa e soulful di Last Thing I Needed, First Thing This Morning, un vecchio brano di Gary P. Nunn reso popolare proprio da Willie Nelson. L’album parte alla grande con Broken Halos, splendida ballata dall’incedere classico e suono potente, perfetto per la grande voce di Chris, un brano superlativo sotto ogni punto di vista. Second One To Know è una gran bella rock’n’roll song, robusta, elettrica, dal sapore sudista, un tipo di canzone che i Lynyrd Skynyrd non scrivono più da molto tempo, Up To No Good Livin’ è una country ballad fulgida e cristallina, mentre l’intensa Either Way vede il nostro in perfetta solitudine e capace di una performance vocale da brividi. Poi ci sono anche la sontuosa rock song I Was Wrong, decisamente anni settanta, la fluida Without Your Love, ancora molto southern (e molto bella), il saltellante e trascinante country-boogie chitarristico Them Stems e Death Row, sinuosa, annerita, bluesy e quasi nello stile swamp di Tony Joe White, che conclude un disco splendido, esemplare per qualità e sintesi.

Colter Wall è un giovane canadese di appena 21 anni, ma che dalla voce, talmente baritonale ed adulta da far pensare quasi ad un discepolo di Johnny Cash (anche se il timbro è diverso) e dallo stile, sembra un americano con già alle spalle una carriera trentennale. Colter Wall, il suo disco omonimo, non è il suo esordio assoluto, in quanto il nostro ha debuttato nel 2015 con un EP di sette canzoni intitolato Imaginary Appalachia, ma è con questo disco che Colter conta di farsi notare su scala più larga. E Colter Wall è un gran bel disco, un album di canzoni vere ed intense, scritte dal nostro con un piglio davvero da veterano, un sound abbastanza scarno e più folk che country, con Cobb solito abile dosatore di suoni ed un gruppo ancora più ristretto che nell’album di Stapleton: alcuni nomi sono in comune (Turner e Webb), mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Jason Simpson e Chris Powell; rispetto al disco di Stapleton, poi, manca totalmente la componente rock, le chitarre sono rigorosamente acustiche e le atmosfere decisamente più intime, ma il livello qualitativo è senza dubbio lo stesso. Il lavoro si apre con Thirteen Silver Dollars, una folk tune splendida, pura e deliziosa, con inizialmente solo Colter voce e chitarra, ma con una spettacolare entrata della sezione ritmica dopo quasi due minuti (e che voce il ragazzo, sembra impossibile che sia, per la legge americana, da poco maggiorenne); bella anche Codeine Dream, toccante brano dall’atmosfera spoglia e malinconica (solo chitarra e dobro sono presenti), ma dal pathos altissimo, un pezzo degno di Townes Van Zandt.

E proprio il grande texano, una delle sue principali influenze, è omaggiato con una cover di Snake Mountain Blues, intensa come solo Townes sapeva fare, ma poi abbiamo altre notevoli canzoni scritte da Wall, come la western ballad Me And Big Dave, che risente invece della lezione di Waylon Jennings, lo squisito country-folk Motorcycle, con Colter che riesce a coinvolgere anche con tre strumenti in croce, o la strepitosa Kate McCannon, un drammatico racconto tra West e folk dall’impatto straordinario, ancora con Van Zandt nei cromosomi. Chiudono questo album sorprendente You Look To Yours, un honky-tonk purissimo, la fulgida e breve Fraulein, un traditional poco noto ed interpretato in duetto con Tyler Childers (altro musicista misconosciuto), e le profonde Trascendent Ramblin’ Railroad Blues e Bald Butte, che confermano la statura di autore del nostro. Due dischi bellissimi, uno forse più immediato (Chris Stapleton), l’altro più intenso (Colter Wall), ma comunque due lavori che quest’anno ascolteremo parecchio: non so indicarvi quale mi piace di più e quindi, nel dubbio, accaparrateveli entrambi.

Marco Verdi

 

Le Buone Tradizioni Di Famiglia! Wilson Fairchild – Songs Our Dads Wrote

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Wilson Fairchild – Songs Our Dads Wrote – BFD CD

I Wilson Fairchild, duo musicale formato da due cugini provenienti dalla Virginia, Wil e Langdon Reid, è uno dei rari casi di una band che cambia nome a carriera in corso: i due infatti avevano iniziato la carriera, pubblicando anche un paio di CD, come Grandstaff, ma poi pare che il nome creasse problemi ad essere compreso e così lo hanno mutato in Wilson Fairchild, ottenuto mettendo insieme i loro middle names (non che adesso il nome sia così memorizzabile). Indagando più a fondo, però, ho scoperto che i due altri non sono che i figli di Don e Harold Reid, cioè i due membri più importanti degli Statler Brothers, gruppo vocale country-gospel famoso negli anni sessanta e settanta (ma che hanno fatto dischi fino al 2002), il quale, pur avendo vinto diversi premi come gruppo country vocale dell’anno, deve gran parte della sua notorietà al fatto di essere stati per anni al servizio di Johnny Cash. Ma i due Reid Senior, che erano tra l’altro gli unici fratelli all’interno del gruppo (Statler era un nome di fantasia, preso da una marca di fazzoletti di carta!), hanno scritto anche diverse canzoni, nove delle quali sono entrate a far parte di questo CD di debutto dei figli Wil e Langdon (è il loro primo full length, alle spalle hanno solo un EP uscito nel 2013), intitolato significativamente Songs Our Dads Wrote.

Un omaggio sincero e sentito alle loro origini, un lavoro che mostra rispetto per il passato ed amore per la musica, due cose che oggi sono purtroppo sempre più rare: per far meglio risaltare la bellezza delle canzoni i Reid Jr., che sono tra l’altro dotati di due gran belle voci, hanno deciso di rivestire le melodie con il minimo indispensabile di strumenti, una scelta che fa loro onore, anche se commercialmente non avranno grandi benefici. Infatti in queste dieci canzoni (l’ultima, The Statler Brothers Song, è l’unica scritta dai figli e non dai padri, e tra l’altro già pubblicata 8 anni fa con la vecchia “ragione sociale”) troviamo solo le due chitarre acustiche dei nostri, l’armonica di Buddy Greene, una leggera percussione ad opera di Andy Hubbard ed un dobro in un paio di brani: nient’altro, a parte alcuni interventi vocali di Jimmy Fortune, un ex membro degli Statler Brothers anche se solo dal 1983. Le canzoni sono tutte molto belle, sia quando vengono riproposte con l’arrangiamento simile all’originale sia quando assumono un approccio più moderno, ed il lavoro dei due cugini è doppiamente meritevole, in quanto ci fanno riscoprire un gruppo oggi abbastanza dimenticato.

Il disco inizia benissimo con la bella Left Handed Woman, una limpida country song dalla melodia fluida e diretta, solo con le due chitarre dei nostri e l’armonica (che è quasi lo strumento solista), ma non si sente la mancanza di altro: se volete un termine di paragone, sembra di sentire una versione stripped-down della Nitty Gritty Dirt Band d’annata. Nella deliziosa I’ll Even Love You Better Than I Did Then, c’è anche una percussione appena accennata, che dona maggiore profondità ad un brano decisamente bello e fruibile, con i due che armonizzano davvero bene, mentre How Are Things In Clay, Kentucky? è quasi più folk che country, e mantiene le caratteristiche dei due brani precedenti, cioè una melodia semplice ma di spessore allo stesso tempo, con il solito accompagnamento scarno ma perfettamente bilanciato. Si sente che le canzoni sono state scritte in un’altra epoca, anche se l’approccio dei nostri è piuttosto contemporaneo: la pura e tersa She’s Too Good vede affacciarsi un dobro, Second Thoughts e Some I Wrote sono due scintillanti country songs ancora dal motivo classico e di presa sicura, con un refrain splendido la prima ed un’atmosfera d’altri tempi la seconda. Guilty rimanda direttamente ai canti folk appalachiani, ritmo spedito ed ottimo ritornello corale, mentre con la cristallina A Letter From Shirley Miller torniamo ai giorni nostri, per una squisita country ballad dall’aria nostalgica. L’album si chiude con la veloce He Went To The Cross Loving You, un brano originariamente di matrice gospel che i nostri trasformano in un riuscito country tune bucolico, e con la già citata The Statler Brothers Song, un sentito omaggio dei due ai propri padri, che pone termine ad un vero e proprio labor of love, e che è una dimostrazione pratica che il futuro ha le radici nel passato.

Marco Verdi

Probabilmente Il Suo “Capolavoro”! Marty Stuart – Way Out West

marty stuart way out west

Marty Stuart & His Fabulous Superlatives – Way Out West – Superlatone CD

La carriera di Marty Stuart è sempre stata legata a doppio filo a quella di Johnny Cash, a partire dai primi anni ottanta nei quali era il chitarrista della backing band dell’Uomo in Nero (e sposò pure una delle sue figlie, Cindy, anche se i due divorziarono dopo soli cinque anni). Poi Marty lasciò questo incarico, che comunque era servito ad insegnargli più di un segreto del mestiere, per intraprendere una remunerativa carriera solista all’insegna di un country molto energico, sulla falsariga di gente come Dwight Yoakam e Travis Tritt (con il quale incise più di un duetto). Poi, all’inizio del nuovo secolo (e dopo aver dato alle stampe il bellissimo concept The Pilgrim nel 1999), Marty fondò i Fabulous Superlatives, una band formidabile in grado di suonare qualsiasi cosa (formata da Kenny Vaughan alla chitarra, Chris Scruggs al basso e Harry Stinson alla batteria), ed iniziò a pubblicare una serie di dischi nei quali recuperava mirabilmente il vero suono country delle origini, opportunamente rivitalizzato dal suono tosto del suo nuovo gruppo, veri e propri dischi a tema che si rifacevano direttamente ai lavori che Cash sfornava negli anni sessanta, tra brani originali e qualche cover. Ecco quindi CD che parlavano degli indiani d’America (Badlands), altri costruiti intorno alla figura quasi mitologica del treno (Ghost Train), oppure album di puro country-gospel (Souls Chapel), tutte tematiche affrontate a suo tempo anche dal suo ex suocero.

Mancava forse un disco che affrontava il tema del vecchio west, mancanza oggi riparata con questo nuovissimo Way Out West, altro concept che, tra brani strumentali e cantati (quasi tutti originali, ci sono solo due cover e neppure così scontate), ci consegna un Marty Stuart in forma più che smagliante, che forse mette a punto il suo disco più bello ed intenso, grazie anche ad importanti novità dal punto di vista del suono. Infatti Way Out West non è solo un lavoro di country & western, ma per la prima volta Marty ed i suoi si cimentano anche con sonorità decisamente più rock, traendo ispirazione dal suono della California dei primi anni settanta (ed anche la copertina sembra quella di un album di quel periodo), tra Byrds, Flying Burrito Brothers e persino un tocco di psichedelia in puro stile Laurel Canyon. Il merito va senz’altro alla scelta vincente di avvalersi di Mike Campbell, chitarrista degli Heartbreakers di Tom Petty, come produttore e musicista aggiunto, il quale ha portato la sua esperienza di rocker all’interno del disco, fondendola in maniera splendida con le atmosfere decisamente western e desertiche create da Marty, e dando vita ad un album bello, stimolante e creativo, e che forse apre una nuova porta nella carriera di Stuart. Il CD si apre con un breve strumentale intitolato Desert Prayer, molto evocativo e con un canto indiano in sottofondo, che sfocia nella strepitosa Mojave, un western tune ancora strumentale, con echi di Ennio Morricone e Hank Marvin, chitarre a manetta e sezione ritmica subito in tiro.

Lost On The Desert è un vecchio brano poco conosciuto di Cash (ma non l’ha scritta lui), un valzerone classico ma suonato con piglio da rock band (si sente lo zampino di Campbell), davvero godibile, mentre Way Out West è il brano centrale del CD, e non solo perché gli dà il titolo (è anche il più lungo): inizio rarefatto, quasi alla Grateful Dead, poi entra la voce di Marty che un po’ parla e un po’ canta, mentre le chitarre ricamano di fino sullo sfondo, un pezzo country nelle tematiche ma decisamente rock nella struttura musicale. El Fantasma Del Toro è un altro strumentale guidato da una bella steel e da una chitarra flamenco, un tipo di brano che mi aspetterei di ascoltare in un western diretto da Quentin Tarantino; la delicata Old Mexico vede il ritorno di atmosfere country più canoniche, ed anche qui si nota che Marty è uno dei fuoriclasse del genere, un brano ancora figlio di Cash ma con l’imprimatur di Stuart, mentre Time Don’t Wait è uno scintillante folk-rock che ha il suono di Tom Petty: in questo disco Marty osa decisamente di più, e con risultati egregi.

Quicksand, ancora senza testo, ha un’andatura marziale e le solite grandi chitarre, Air Mail Special è la seconda cover, ed è il classico brano che non ti aspetti: infatti si tratta di un vecchio standard jazz (scritto da Benny Goodman e reso popolare da Ella Fitzgerald), ma il nostro lo trasforma in uno scatenato rockabilly, suonato alla velocità della luce. Torpedo, ennesimo strumentale, è ancora tra rock e surf music, eseguito al solito magistralmente, Please Don’t Say Goodbye è ancora decisamente bella, con la sua atmosfera d’altri tempi (quasi alla Chris Isaak) ed un quartetto d’archi che dona ulteriore spessore, mentre Whole Lotta Highway è un altro limpido folk-rock, orecchiabile, diretto e vibrante. Il CD si chiude con una ripresa vocale a cappella di Desert Prayer, con la fluida Wait For The Morning, ancora con echi di Tom Petty (ma stavolta quello più balladeer), ed una fantastica coda strumentale che riprende splendidamente il tema di Way Out West, il tutto affrontato con il solito approccio molto cinematografico.

Che Marty Stuart fosse sinonimo di qualità lo sapevo da tempo, ma che avesse nelle sue corde un disco di questo livello sinceramente no: imperdibile.

Marco Verdi

Un Grande Narratore Alt-Country “Da Salotto”! Otis Gibbs – Mount Renraw

otis gibbs mount renraw

Otis Gibbs – Mount Renraw – Wanamaker Recording Company

Questo signore, Otis Gibbs (cantautore dell’Indiana, ma anche fotografo e pittore), da qualche anno è stato “sponsorizzato, ”sia dal sottoscritto e prima dall’amico Bruno, su queste pagine, con le recensioni dei precedenti lavori Joe Hill’s Ashes (10) http://discoclub.myblog.it/2010/04/06/le-ceneri-di-joe-hill-otis-gbbs/ , Harder Than Hammered Hell (12) http://discoclub.myblog.it/2012/03/21/dopo-joe-hill-s-ashes-il-nuovo-album-di-otis-gibbs-harder-th/ , e il più recente ottimo Souvenirs Of A Misspent Youth (14), trovando una certa “nicchia” di lettori interessati http://discoclub.myblog.it/2014/08/02/ricordi-gioventu-hobo-otis-gibbs-souvenirs-of-misspent-youth/ . Il buon Otis, in occasione del suo 50° compleanno, ha pensato di registrare nel suo salotto di casa questo nuovo lavoro Mount Renraw (dal nome della località dove è avvenuto il tutto), invitando solamente i suoi fidati “pards” Thomm Jutz alle chitarre e Justin Moses al violino, con il tecnico del suono Alex McCollough, e con la presenza rassicurante della compagna Amy Lashley, per un album molto intimo, con la scarna strumentazione (violino e chitarra) appena ricordata, per una musica comunque sempre di qualità e con testi (come di consueto) intelligenti.

I “festeggiamenti” casalinghi si aprono con l’iniziale Ed’s Blues (Survival), dove la voce è quella solita roca e sofferta, accompagnata dal sublime violino di Moses, mentre la seguente Bison (un triste racconto sullo sterminio dei bisonti), sembra rubata dal repertorio del compianto Johnny Cash, passando per la narrazione di una epica Great American Roadside, raccontando storie vere come Sputnik Monroe (mitico lottatore americano di Memphis), un brano che piacerà sicuramente al buon Billy Bragg, e chiudere la prima parte con la bella ballata Empire Hole, dove la voce di Otis scalda cuore e anima.

Dopo una fetta di torta e del buon vino californiano, la combriccola “festaiola” riparte con la dolce melodia di Blues For Diablo, sulle note di uno straziante violino, il folk-blues “dylaniano” di 800 Miles, per poi passare ad una scarna e tenue Copper Colored Fools, scritta con la sua amata compagna di vita Amy Lashley, entrare nuovamente nella sua sfera personale con Kathleen (il suo primo amore di gioventù), per poi passare alle atmosfere “Appalachiane/Irlandesi” di una struggente Lucy Parsons, e chiudere con il bilancio dei suoi primi cinquant’anni con una country-ballad riflessiva come Wide Awake. Seguendo il percorso di “songwriters” come Woody Guthrie, Pete Seeger e Phil Ochs, i testi di Gibbs come sempre sono diretti ed espliciti con sfumature politiche che raccontano di “losers” e disperati, sia in questo Mount Renraw come in tutte le sue precedenti raccolte.

Otis Gibbs (per chi scrive) è un magnifico narratore di storie, un vero “folksinger” (ed è fiero di esserlo) che non vuole innovare, ma solo proporre la sua musica, un personaggio che scrive canzoni meravigliose, cantandole con una voce aspra e vera come poche (a tratti ricorda quella di Steve Earle), perfetta per le sue ballate dal suono “rurale”, su tematiche che si riscontrano attraversando l’America. Questo autentico outsider vive da anni in cima ad una grande collina dalle parti di Nashville, con vicini di casa artisti, scrittori e soprattutto “disadattati”, un “lupo solitario” che se avrete la costanza di cercare e ascoltare i suoi dischi vi incanterà, e mi auguro, anche se ho forti dubbi, che questo ultimo lavoro Mount Renraw, lo possa portare all’attenzione di un pubblico appena più ampio, un giusto riconoscimento che il suo talento merita!

Tino Montanari

Un Altro Grande Disco Per La “Randy Newman Al Femminile”! Jude Johnstone – A Woman’s Work

jude johnstone a woman's work

Jude Johnstone – A Woman’s Work – Bojak Records

In questi giorni “post-sanremesi”, mi sembra doveroso e quasi obbligatorio tornare a parlarvi di una “vera” cantante come Jude Johnstone, a distanza di tre anni dal precedente Shatter (13) recensito da chi scrive su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/06/01/sconosciuta-ma-non-per-tutti-jude-johnstone-shatter/ . La Johnstone piano e voce (arrivata con questo lavoro al settimo album), come sempre si avvale di grandi musicisti, a partire dal chitarrista Charles Duncan, il batterista Darrell Voss, il tastierista Radoslav Lorkovic, il bassista Ken Hustad, con il consueto apporto di “turnisti” del calibro del polistrumentista Bob Liepman, e di Rob Van Durren, Jill Poulos, Linley Hamilton, Larry Klein (ex marito di Joni Mitchell), Danny Frankel, anche lui alla batteria, il tutto sotto la co-produzione di Steve Crimmel e registrato nei famosi Painted Sky Studios di Cambria nella solare California.

A Woman’s Work si apre con la pianistica Never Leave Amsterdam, con la sorprendente voce di Jude accompagnata da una dolce pedal-steel, a cui fa seguito la title track, un valzer su un delicato tessuto di piano, violoncello e archi (sarebbe perfetta nel repertorio di Randy Newman), il raffinato e sofferto blues People Holding Hands, con il notevole assolo di tromba di Linley Hamilton, stesso discorso per The Woman Before Me (che avrebbe impreziosito qualsiasi disco della migliore Carole King), per poi passare ad una leggermente “radiofonica” Little Boy Blue, con una batteria elettronica che detta il ritmo del brano. Il “lavoro” della brava Jude riprende con una deliziosa What Do I Do Now, seguita da una stratosferica lenta ballata dall’aria celtica Road To Rathfriland, solo pianoforte, arpa e viola, un’altra tranquilla “song” per pianoforte e poco altro come I’ll Cry Tomorrow, per poi passare ad una ballata “rhythm and blues” come Turn Me Intro Water (sembra di risentire il favoloso periodo Stax), e affidare la chiusura ad una intima e malinconica Before You, perfetta da cantare su un qualsiasi buio palcoscenico di un Nightclub.

Le canzoni di A Woman’s Work riflettono senza ombra di dubbio l’attuale situazione sentimentale della Johnstone (un recente divorzio dopo un matrimonio durato 28 anni), un lavoro quindi molto intimo, emozionale, con arrangiamenti raffinatissimi eseguiti con strumentisti di assoluto valore, che danno vita ad un disco dal fascino incredibile, un piccolo gioiello fatto certamente con cuore e passione. Jude Johnstone non la scopriamo adesso (già in passato con l’amico Bruno abbiamo avuto modo di parlare dei suoi dischi), in quanto si tratta di una “songwriter” dalla vena poetica e passionale, e le sue canzoni sono state cantate da  artisti come Bonnie Raitt, Emmylou Harris, Stevie Nicks, Bette Midler e altri (ma è nota soprattutto per quella Unchained resa celebre da Johnny Cash).

Il forte sospetto è che questa (giovanile) signora californiana con questo settimo episodio della sua “storia” discografica, passi ancora una volta inosservata e inascoltata come era stato per i precedenti lavori, ed è un vero peccato perché A Woman’s Work resta comunque un ottimo disco di cantautorato al femminile, che piacerà a chi acquistava i dischi di Rickie Lee Jones e Carole King, ma soprattutto è un grande album per gli amanti della musica con forte presenza di pianoforte, e il grande Randy Newman in particolare viene alla mente. Da ascoltare!

Tino Montanari

NDT: Nei prossimi giorni, sempre per guarire dal “contagio sanremese” parleremo anche di un altro personaggio emarginato, ma amato dal Blog: Otis Gibbs !

Un Live Che Non Fa Prigionieri! Anche Perché Ci Sono Già…. Mark Collie – Alive At Brushy Mountain State Penitentiary

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Mark Collie & His Reckless Companions – Alive At Brushy Mountain State Penitentiary – Wilbanks Entertainment CD

Spero che mi perdonerete la battutaccia del titolo, ma era difficile resistere… Non so quanti di voi si ricordano di Mark Collie, country singer-songwriter di Nashville abbastanza popolare negli anni novanta, autore di ben cinque album dal 1990 al 1995, con una bella serie di canzoni decisamente elettriche e poco inclini ai compromessi, tra honky-tonk, cover di pezzi rock, qualche ballata di buona fattura e soprattutto tanta energia e brani di sano country moderno. Le vendite non erano neanche male, ma all’improvviso, all’indomani di Tennessee Plates (1995), il silenzio, totale e lunghissimo, interrotto soltanto nel 2006 con la pubblicazione di Rose Covered Garden, un lungo periodo di inattività che non ha fatto certo bene alla sua carriera. Per fortuna le notizie più recenti lo darebbero (il condizionale è d’obbligo) in procinto di tornare nel giro, ma intanto l’appetito viene stuzzicato con la pubblicazione di questo live, il primo per lui, intitolato Alive At Brushy Mountain State Penitentiary, registrato nel 2001 nell’omonima prigione del Tennessee (che ha chiuso i battenti nel 2009), ma messo sul mercato soltanto oggi.

La registrazione di dischi dal vivo nelle prigioni è una vecchia pratica, non solo nel country: gli esempi più noti sono i leggendari album alla Folsom Prison e poi a San Quentin da parte di Johnny Cash, ma anche il disco inciso da B.B. King alla Cook County Jail; anche Mark, che nel 2001 era ancora relativamente popolare, ha pensato di allietare la dolorosa permanenza dei carcerati della prigione di Brushy Mountain, e per farlo si è presentato con una super band. Lo accompagna infatti in questa serata gente come David Grissom, grande chitarrista già al servizio di John Mellencamp e Joe Ely, il tastierista Mike Utley, da decenni nella Coral Reefer Band di Jimmy Buffett, il bassista Willie Weeks (Rolling Stones, Eric Clapton e molti altri), il chitarrista e violinista Shawn Camp (produttore e partner musicale del grande Guy Clark) ed il batterista Chad Cromwell (Neil Young, Mark Knopfler): un gruppo dal pedigree eccezionale, perfetto per accompagnare il nostro nelle sue scorribande elettriche e decisamente coinvolgenti, canzoni che in questa veste live si spostano ancora di più verso il rock; come ciliegina, abbiamo anche un paio di graditi ospiti, e cioè la brava Kelly Willis in tre pezzi e, alla chitarra e voce in Someday My Luck Will Change, il grande bluesman Clarence “Gatemouth” Brown, quattro anni prima della sua scomparsa.

Un gran bel disco di puro country-rock, vigoroso e vibrante, con un leader decisamente in palla ed un pubblico prevedibilmente caldo (anche perché non è che serate come questa fossero frequenti in quel luogo), che risponde spesso con ovazioni ai testi delle canzoni, scelte con cura tra originali e cover in modo da offrire quasi solo brani a tema per così dire carcerario (e quindi non ci sarebbe stata male una bella The Devil’s Right Hand di Steve Earle, uno che in galera c’era pure stato). Attacco potente con One More Second Chance, un rockin’ country (molto più rockin’ che country) ad alto tasso elettrico, gran ritmo e Grissom subito in prima fila a macinare note; I Could’ve Gone Right è una orecchiabile country song che parte lenta ma poi, quando entra la band, fa salire la temperatura, con un motivo diretto ed altro ottimo assolo chitarristico (ma anche Utley fa sentire le sue dita sulla tastiera), Maybe Mexico, che parla della nazione del titolo come possibile luogo di destinazione per un fuggitivo, è un country’n’roll tutto da godere, con il pubblico che si fa sentire al termine di ogni ritornello. Heaven Bound, di e con Kelly Willis, mette in primo piano la bella voce della bionda cantante, per una country song limpida e deliziosa, mentre Got A Feelin’ For Ya (scritta da Dan Penn con Chuck Prophet), ha un ritmo più cadenzato ed elementi quasi soul, con la voce della Willis che si adatta al brano con ottima duttilità.

La fluida On The Day I Die vede Mark tornare al centro del palco, ed è una rock ballad fatta e finita, di country ha poco, e rientra alla perfezione nella categoria di certe canzoni stradaiole di John Mellencamp, mentre la tonica Dead Man Runs Before He Walks ha un buon sapore di country blues elettroacustico sudista; la bella Rose Covered Garden, un folk tune cantautorale di grande presa (una delle migliori composizioni di Mark), precede un’intensa cover di Why Me Lord di Kris Kristofferson, ancora con l’aiuto di Kelly, un’ottima versione che piacerà di certo anche al vecchio Kris. La roccata e ficcante Do As I Say prelude all’arrivo di Clarence “Gatemouth” Brown, che con Someday My Luck Will Change sposta la serata su territori decisamente blues, uno slow notturno di gran classe per sei minuti decisamente caldi e sudati, con la chitarra del bluesman a farla da padrone (ma anche l’hammond di Utley non scherza); il concerto si avvia al termine, il tempo per una Folsom Prison Blues più roccata di quella di Johnny Cash (anche per via dell’assolo di Grissom), e per le conclusive Reckless Companions, altro scintillante country-rock, tra i migliori della serata, e Gospel Train, che come da titolo ci fa spostare di botto in una chiesa dell’Alabama, grazie soprattutto alle voci del Brushy Mountain Prison Choir, grandi protagoniste del brano.

Un gran bel live, ma adesso è tempo che Mark Collie torni del tutto con un disco nuovo al 100%.

Marco Verdi

Dalle Strade Di Nashville Agli Studi Capitol Il Passo E’ Breve! Doug Seegers – Walking On The Edge Of The World

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Doug Seegers – Walking On The Edge Of The World – Capitol CD

Quella di Doug Seegers, musicista e countryman di Long Island, NY, è una bella storia. Ha infatti esordito circa due anni fa con l’ottimo Going Down To The River, ad un’età non proprio da esordiente (se mi passate il bisticcio), 62 anni, in quanto nel periodo precedente suonava per le strade di Nashville e conduceva una vita da homeless. La fortuna finalmente bussa alla sua porta, proprio nel 2014, nella persona di Jill Johnson, una country singer svedese molto popolare in patria, che nota Doug restandone impressionata, lo porta in studio con lei ed incide con lui la title track di quello che sarebbe diventato il suo primo disco, un singolo che andò al numero uno in Svezia e contribuì a farlo notare anche a Nashville (la sua storia ha delle similitudini con quella di Ted Hawkins, grande cantante oggi purtroppo scomparso, che fece il busker per gran parte della sua vita). Oggi, dopo un disco in duo con la Johnson, Seegers torna tra noi con il suo secondo lavoro vero e proprio, Walking On The Edge Of The World, che esce addirittura per la mitica Capitol: il disco conferma quanto di buono Doug aveva fatto vedere con il suo debutto, provando che in America ci possono essere talenti nascosti ad ogni angolo, e che molto spesso il successo è una mera questione di fortuna.

Seegers ha una bella voce, scrive ottime canzoni, e possiede un’attitudine da consumato countryman, e questo secondo disco potrebbe addirittura risultare migliore del già brillante esordio: la Capitol gli ha messo a disposizione una eccellente band di sessionmen esperti, tra i quali spiccano il ben noto Al Perkins alla steel, l’ottimo pianista ed organista Phil Madeira e Will Kimbrough alle chitarre ed alla produzione (come già per il disco di due anni orsono), più due o tre ospiti di grande livello (che vedremo a breve) a dare più prestigio ad un lavoro già bello di suo. La title track fa partire il disco nel modo migliore con una gran bella canzone, un country-rock denso ed elettrico, con riff ed assoli quasi da rock band ed un refrain deliziosamente orecchiabile. From Here To The Blues ha un’andatura da country song d’altri tempi, limpida e tersa, con gran spiegamento di steel, violino e pianoforte, e la bella voce di Elizabeth Cook ai controcanti; Zombie è qualcosa di diverso, un gustosissimo shuffle notturno, tra jazz e blues, con i fiati e l’ottimo piano di Madeira a guidare le danze: stimolante ed accattivante. Will You Take The Hand Of Jesus è uno scintillante bluegrass, dal gran ritmo ed assoli a raffica, come nella tradizione della vera mountain music: Doug fa bene tutto ciò che fa, ed in più ha anche una bella penna, peccato solo che sia stato scoperto così tardi.

She’s My Baby è una ballatona raffinata ma eccessivamente edulcorata (gli archi li avrei evitati), preferisco il Seegers dei primi quattro brani, che per fortuna ritroviamo subito con la seguente How Long Must I Roll, un rockin’ country ritmato, coinvolgente e di stampo quasi texano. Before The Crash è introdotta da uno splendido arpeggio elettrico, ed anche il resto è super, una rock song a tutto tondo e dal sapore classico, chitarristica e vibrante, con un organo da southern band ed una melodia diretta ed affascinante: uno dei pezzi più belli del CD, se non il più bello. Give It Away è ancora uno slow, ma con risultati migliori di prima, sarà per il motivo toccante, il sapore nostalgico o l’arrangiamento più leggero, mentre Far Side Banks Of  Jordan (un classico country, scritto da Terry Smith ed incisao anche da Johnny Cash e June Carter) vede il nostro duettare addirittura con Emmylou Harris ed il pezzo, già bello di suo, sale ancora di livello ogni volta che la cantante dai capelli d’argento apre bocca. If I Were You è un altro duetto, stavolta con Buddy Miller (che stranamente non suona anche la chitarra), un honky-tonk che più classico non si può, dal ritmo sostenuto e suonato alla grande, un altro degli highlights del CD; chiudono il lavoro la swingata e bluesata Mr. Weavil, quasi un pezzo da big band (anch’essa tra le più godibili) e la pura Don’t Laugh At Me, eseguita da Doug in perfetta solitudine, voce e chitarra, come usava fare per le strade di Nashville.

Si è fatto conoscere molto tardi Doug Seegers, ma finché pubblicherà dischi come Walking On The Edge Of The World sapremo farcene una ragione, e speriamo non lo mollino di nuovo in mezzo a una strada.

Marco Verdi