Recuperi Estivi. Un Gruppetto Di Voci Femminili 1: Sara Watkins – Young In All The Wrong Ways

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Sara Watkins – Young In All The Wrong Ways – New West

Visto che siamo in piena stagione estiva, come tutti gli anni è venuto il tempo dei “recuperi”, e quindi andiamo a recensire un po’ di quegli album che per varie ragioni, soprattutto di tempo ma anche perché ingiustamente dimenticati, non sono andati a finire sul Blog. Una serie di Post sarà dedicata ad alcuni dischi dove protagoniste sono le voci femminili, ma non mancheranno album di generi diversi, senza comunque trascurare le uscite del mese di agosto, alcune anche assai interessanti. Ma andiamo con ordine.

Oggi parliamo di Sara Watkins, cantante e violinista californiana sopraffina, che negli ultimi anni aveva momentaneamente accantonato la sua carriera solista prima per la reunion dei Nickel Creek nel 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/05/27/ritorno-sulla-linea-tratteggiata-nickel-creek-dotted-line/ e poi nel 2015 per il delizioso quadretto d’assieme della Watkins Family Hour http://discoclub.myblog.it/2015/08/28/simpatico-affare-famiglia-amici-watkins-family-hour/. Ed ora, a quattro anni dal precedente Sun Midnight Sun, ritorna con il suo terzo album di studio, questo Young In All The Wrong Ways che ha avuto un esordio “sontuoso” nelle classifiche americane al 200° posto e la settimana successiva era già sparito, ma come sapete non è certo per questo motivo che recensiamo gli album, ci interessa la qualità e la buona musica e quelle ci sono in abbondante quantità. Si tratta del primo album con la nuova etichetta New West, ma alcune delle facce e dei nomi che la accompagnano sono quelli abituali: il fratello Sean Watkins alla chitarra, Benmont Tench, organo, piano, acustico e Wurlitzer, già presenti nei Watkins Family Hour. Più molte new entries, in rigoroso ordine alfabetico: Jay Bellerose alla batteria, il bravissimo Jon Brion a basso, chitarra e tastiere varie, Tyler Chester alle tastiere, Jim James Sarah Jarosz, vocalist aggiunti, come pure Aoife O’Donovan, Noam Pikelmy dei Punch Borthers, alla chitarra e Gabe Witcher della stessa band, che oltre a suonare decine si strumenti nel disco, ne ha curato gli arrangiamenti, la produzione ed è stato l’ingegnere del suono. E sono solo alcuni, i più conosciuti, poi ce ne sono molti altri utilizzati a french horn, arpa, cello, pedal steel, chitarre, contrabbasso (Paul Kowert, anche lui dei Punch Brothers), flauto, clarinetto, sax, una strumentazione ricchissima quindi.

Le dieci canzoni portano tutte le firma della Watkins, che ormai è diventata cantautrice a tutti gli effetti, con un album che non dimentica i vecchi amori per bluegrass e country, oltre a contenere elementi folk, ma poi spazia con eleganza in tutti gli stili, anche in ambito pop e rock (peraltro già usati con buon profitto nel disco del 2012), morbido quanto si vuole ma di buona sostanza. Prendiamo la title track che ruota attorno alla voce dolce ma grintosa della protagonista, come pure ad un suono decisamente rock, con chitarre elettriche ben presenti, una ritmica marcata e continui cambi di tempo, arrangiamenti raffinati e curatissimi di Witcher, che potrebbero ricordare sia le morbidezze di Norah Jones quanto lo stile più grintoso di Aimee Mann, o ancora della sua amica Fiona Apple,  ma pure Sarah Jarosz Aoife O’Donovan (con lei nella band I’m With Her), che curano le armonie vocali del pezzo, insomma una bella partenza. The Love That Got Away è una esile ballata che ruota attorno ad una strumentazione più parca, con piano, cello, forse un mandolino e poco altro a sostenere la deliziosa voce della Watkins, sempre sorretta da piccoli tocchi vocali aggiunti dagli ospiti. Molto bella anche la mossa One Last Time, con un po’ di picking country-bluegrass, elementi swing con il contrabbasso che guida il ritmo, la voce birichina e solare di Sara, armonie vocali deluxe, anche di Jim James, e i consueti continui cambi di tempo che tengono desta l’attenzione dell’ascoltatore, oltre a un breve assolo al violino, suo strumento di elezione. Move Me, il secondo singolo tratto dall’album, pur essendo il brano più lungo, è un’altra costruzione pop-rock di grande efficacia, e scorre con fluidità e semplicità, caratteristica di tutto l’album, improntato intorno alle grandi sensibilità dei musicisti utilizzati, qui Benmont Tench con pochi tocchi di organo rende magico un bel pezzo già dall’impianto sonoro solido, con la chitarra, presumo di Brion, a regalare grinta e spunti strumentali di gran classe.

Like New Year’s Day è un perfetto brano da cantautrice completa, una ballata avvolgente e raffinata, con una bella melodia che ti affascina e la voce che porge il testo con partecipazione e pathos, veramente bella, degna della migliore West Coast dei tempi d’oro. Say So potrebbe ricordare i Fleetwood Mac solari e californiani quando a guidare la canzone erano le voci di Christine Perfect e Stevie Nicks, pop di nuovo raffinato e di grande sostanza e con un bel crescendo incalzante, mentre Without A Word, con un piano Wurlitzer ammaliante e una chitarra acustica a guidare le linee melodiche della canzone, è una bella ballata di stampo folk-jazz, con le solite filigrane perfette della voce della Watkins, inquadrate dall’arrangiamento che ricorda i brani migliori della Norah Jones ricordata all’inizio. The Truth Won’t Set Us Free https://www.youtube.com/watch?v=9g2bQSfEswQ , malinconico racconto di un matrimonio finito male, ha però un drive sonoro movimentato, una sorta di honky-tonk country, dove il piano di Tench, il violino di Sara e una chitarra elettrica twangy alla Albert Lee o alla James Burton ci trasportano dalle parti delle Emmylou Harris Dolly Parton più pimpanti.

Per completare l’album mancano la malinconica Invisible, altra splendida ballata folkie ed intimista, di nuovo rivestita da Witcher con un arrangiamento complesso e di grande fascino, armonie vocali ad illuminarne la struttura leggermente cupa ma non triste. E per finire Tenderhearted, un brano che non sfigurerebbe nel songbook della migliore Emmylou Harris, una canzone che gli americani definirebbero “plaintive”, tradotto in italiano suona lamentoso, ma ci siamo capiti, anche se il dizionario non ci sorregge. Fino ad oggi forse il disco migliore e più completo della carriera di Sara Watkins, con tutte le sue anime musicali ben rappresentate. 

Bruno Conti

E Ora A Quando Il Prossimo ? Emitt Rhodes – Rainbow Ends

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Emitt Rhodes – Rainbow Ends – Omninvore Recordings/Warner

Quando usciva l’ultimo album di questo signore, Farewell Paradise, era il 1973, il presidente degli Stati Uniti d’America era ancora Richard Nixon, “Tricky Dicky” per chi non lo amava, e Emitt Rhodes aveva 23 anni, di cui 7 già passati nell’ambito musicale, prima con i Merry-Go-Round e poi come solista, forse, anticipando i tempi, volle evitare, a breve, di entrare anche a lui a far parte di quel club dei 27 che in quegli anni stava mietendo molte vittime? Chi può dirlo, lui forse? Comunque se volete leggere in breve la storia della sua discografia, la trovate in questo Post pubblicato nel lontano 2009, ai primi tempi del Blog http://discoclub.myblog.it/2009/11/03/one-man-beatles-emitt-rhodes/The One Man Beatles era anche il titolo di un documentario uscito nel 2010, a cura di un regista italiano, Cosimo Messeri, che raccontava la storia di questo enigmatico personaggio.

Da allora sono passati altri sei anni, ma alla fine il nostro ce l’ha fatta, autofinanziatosi con il crowdfunding di Pledge Music e questo Rainbow Ends è il suo nuovo album: i capelli e la barba sono diventati bianchi, non suona più tutti gli strumenti come un tempo, ma la classe, pur invecchiando, è rimasta quella. Dalla freschezza che traspare dai “solchi digitali” (se mi passate l’ardita metafora) di questo nuovo album non pare siano passati 43 anni dall’ultima volta, subito, fin dall’iniziale Dog On A Chain, il “singolo” che ha preceduto l’uscita del CD, non sembra assolutamente di sentire un signore di 66 anni che non pubblica dischi da una vita, il sound è sempre quello della Sunny California o della West Coast più gloriosa, se preferite, con un tocco (anche molto di più) del classico british pop sound dei tempi che furono, tutto molto bello, sin dal primo assolo di chitarra, suonata dal bravissimo Jon Brion, intervento breve ma incisivo, la voce non è più quella di un giovane McCartney, ma ha la freschezza di un James Taylor o di un singer-songwriter di quelli bravi. If I Knew Then dice il secondo titolo, che potrebbe riferirsi tanto a vecchi amori passati quanto a dolci rimpianti per un tempo che passa e scorre inesorabile, ma il tutto ha una invidiabile freschezza, una andatura più mossa, tra florilegi di chitarre elettriche, un pianino intrigante e un walking bass che guida il ritmo brillante e con tocchi beatlesiani di questo brano, un tempo c’era un termine per descrivere questa musica, soft rock, una parola ora desueta ma che non si può evitare di usare accostata a tutto questo Rainbow Ends. Isn’t It So sembra un pezzo del McCartney solista dei primi anni ’70, cantato da James Taylor e con i 10cc come band di supporto, archi e cori celestiali sullo sfondo. The Wall Between Us, introduce anche dei fiati accanto agli archi, ma il risultato è sempre questo pop-rock, morbido ma intrigante nelle sue strutture eleganti e ricche di particolari sonori, un organo qui, una chitarra là e ovunque questo armonie vocali fantastiche.

Chris Price, il produttore, ha catturato alla perfezione lo spirito di queste sessions, e dopo aver guidato il ritorno di Linda Perhacs un paio di anni fa, ora è al timone di comando anche per l’album di Emitt Rhodes, che come ho ricordato poc’anzi non suona tutti gli strumenti come un tempo, ma si affida a molti musicisti di pregio, oltre al citato Brion, anche l’altro chitarrista Jason Falkner, come pure l’attuale Wilco Nels Cline e quello passato Pat Sansone, nonché l’ottimo bassista Fernando Perdomo, spesso utilizzato nei dischi di Price, e anche le avvolgenti tastiere affidate a Roger Joseph Manning, altro musicista di grande esperienza. Se aggiungiamo le armonie vocali fantastiche fornite da Aimee Mann, Susanna Hoffs, Taylor Locke dei Rooney, anche alla chitarra e di alcuni componenti della band di Brian Wilson, tutto l’assieme rende, per esempio, un brano come Someone Else una mini sinfonia di perfetto pop-rock, in bilico tra West Coast e Beatles lato McCartney, ma anche influenze Beach Boys. Non mancano ballate pianistiche malinconiche come la struggente I Can’t Tell My Heart, dove la voce vissuta ma ancora giovanile di Emitt Rhodes ci guida nel suo “perfect pop” che non tramonta mai, anche questa ballad è comunque impreziosita da ricami chitarristici che sono la costante di tutto l’album.

Poi il nostro si incoraggia da solo con una vivace Put Some Rhythm To It, un’altra bella costruzione di pop McCartneyano, che rimane comunque un punto di riferimento anche se la voce è cambiata e non è più simile come un tempo, le “buone abitudini” non si perdono mai!. It’s All Behind Us Now è un altro titolo che guarda al passato. con la musica qui più bluesata e meno scanzonata, sempre deliziosamente retrò nei suoi arrangiamenti molto seventies che però non hanno perso il loro fascino intramontabile, la musica buona non passa mai di moda. What’s A Man To Do è un altro esempio di questo pop in excelsis deo, di nuovo con quel suono che fa tanto California anni ’70, il lato più solare e disimpegnato, ma sempre godibilissimo anche dalle nostre latitudini. E pure Friday’s Love con quel suo piano elettrico che scivola su un tessuto morbido che ricorda molto anche il blue eyed soul, secondo me piacerebbe molto al mio amico Max Meazza appassionato di quei cantautori californiani di quell’era gloriosa, tipo Ned Doheny, JD Souther, Stephen Bishop e molti altri, tutta quella generazione. La fine dell’arcobaleno, anche Rainbow Ends la canzone conclusiva, magari non ci riserva il magico calderone pieno di monete d’oro, ma solo un disco pieno di belle melodie, suonato in modo perfetto e cantato con gran classe, e non è poco. Speriamo di non aver aspettare altri 43 anni per il prossimo capitolo, perché dubito che saremo ancora qui, anche se lo auguro a tutti!

Bruno Conti