40 Anni (E Oltre) Fa Succedeva In Italia, E Oggi Splendidamente Di Nuovo! Gang – Calibro 77

L’gang calibro 77

Gang – Calibro 77 – Rumbe Beat/Sony Bmg – 24-2-2017

Questa settimana, venerdì prossimo 24 febbraio per la precisione, esce attraverso i canali tradizionali il nuovo album dei Gang Calibro 77: chi ha partecipato alla operazione di crowdfunding (che la band dei fratelli Severini, ha utilizzato con successo, mi pare per la seconda volta, anche il precedente Sangue E Cenere era stato finanziato con la stessa formula), lo ha già ricevuto o lo sta ricevendo in questi giorni, con l’aggiunta di Scarti Di Lato, un ulteriore disco di outtakes riservato, come premio, a chi ha partecipato al finanziamento Per tutti gli altri che sono ancora indecisi, vediamo di cercare di convincerli all’acquisto: come cerco di spiegare nel titolo del Post il disco vuole essere una sorta di rivisitazione della musica e degli umori della società italiana negli anni ’70, attraverso la riproposta di una serie di canzoni che non vengono solo dal 1977, ma da tutta la decade in oggetto. Per fare tutto ciò si sono affidati ancora una volta, in fase di produzione, a Jono Manson, che ha rivestito, come è sua consuetudine, l’album con una patina di suoni tipicamente americani, utilizzando i soliti musicisti delle sue produzioni nei pressi di Santa Fè nel New Mexico, ai Kitchen Sink Studios di Chupadero, ovvero Michael Jude, John Michel (Hall And Oates / Brothers Keeper), Craig Dreyer, Clark Gayton (E Street Band/Levon Helm Midnight Ramble), John Popper (Blues Traveler), Jason Crosby, Jeff Kievit, Wally Ingram, Rob Eaton Jr, Ben Wright, Jeremy Bleich, John Egenes, Robby Rothschild, Char Rothschild, Jay Boy Adams, Scott Rednor, Jerry Weimer, Stefano Barotti Tutti nomi “locali” di grande abilità, come si vede, con una eccezione, a cui si aggiungono le chitarre di Sandro Severini e la voce di Marino Severini, per un tuffo nella canzone d’autore italiana degli anni ’70, rivista con affetto, ma anche, a tratti con lo spirito barricadero e punk che è sempre stato nel DNA della band rock marchigiana, senza dimenticare la maturità e la saggezza acquisita con lo scorrere del tempo.

Non voglio tuffarmi nell’esame complesso e specifico dei significati politici e sociali dei testi (c’è chi lo ho fatto o lo farà meglio di me), che essendo per una volta in italiano è di facile decifrazione e soggetto comunque all’interpretazione personale di chi ascolterà questo Calibro 77, ma preferisco soffermarmi sui contenuti delle singole canzoni, che in ogni caso riflettono anche in modo incidentale i significati di cui sopra. L’album si apre con Sulla Strada, un pezzo di Eugenio Finardi che era su Sugo, il disco del 1976 che conteneva anche Musica Ribelle (presente in Scarti Di Lato), il brano del cantautore milanese subisce un trattamento che non ne snatura lo spirito tipicamente rock all’italiana, anzi, forse lo accentua, aggiungendo un drive insistente che sta tra Bo Diddley e gli Stones, con le chitarre di Severini, Manson e Wright, che allargano ulteriormente lo spettro sonoro che ai tempi era fornito da Camerini e Tofani, senza dimenticare l’eccellente lavoro all’organo di Jason Crosby, vero maestro dell’Hammond. Nel testo c’è anche una licenza poetica, il ” vada a ranare” lombardo viene sostituito da un sonoro  “vada a cagare”, ma il significato rimane lo stesso. Il secondo brano è Io Ti Racconto, canzone che si trovava sul secondo album di Claudio Lolli, quel Un Uomo In Crisi del 1974, che come sottotitolo riportava Canzoni di Morte, Canzoni Di Vita, un  pezzo molto pessimista e triste, quasi lugubre nella versione di Lolli, che non era certo un allegrone, nella versione dei Gang il brano diventa una sorta di valzerone rock, splendido, con mandolino e piano che si uniscono all’organo per confermare questo sound da grande canzone americana, tra Dylan e il miglior rock a stelle e strisce, pur mantenendo una specificità da cantautore all’italiana.

Cercando Un Altro Egitto era sul terzo album omonimo del 1974 di Francesco De Gregori, quello “con la pecora”, e al Principe l’amore per la musica d’Oltreoceano non è certo mai mancato, quindi il pezzo si adatta perfettamente al trattamento rigoglioso cucitogli addosso da Jono Manson, che per l’occasione abbonda in trombe, sax, flauto e trombone, oltre all’immancabile organo, percussioni latineggianti che alleggeriscono il testo ermetico del brano, ma nella parte centrale non manca un breve assolo di chitarra tagliente e ficcante, poi ribadito da quello del sax, mentre Marino Severini lo canta con una “leggerezza” deliziosa, quasi noncurante. E niente male pure la lunga coda strumentale dove chitarre e fiati si scatenano in una bella jam. Questa Casa Non La Mollerò era già a sua volta una cover di Six Days On The Road dei Flying Burrito Brothers (che a loro volta l’avevano ripresa dalla tradizione country), fatta da Ricky Gianco su un 45 giri del 1978, e nella versione della Gang viene accentuato lo spirito R&R e country-rock del brano , con il piano scintillante di Crosby e chitarre (anche la pedal steel di John Egenes) in bella evidenza, mentre la voce di Marino mi ricorda quella del primo Giorgio Gaber, il periodo Due Corsari con Jannacci. Poteva mancare un brano di Fabrizio De André in un excursus sulla canzone italiana degli anni ’70? Ovviamente no, e il prescelto è Canzone Di Maggio, tratto da Storia di Un Impiegato del 1973, resa come una ballata quasi soul, con il sax di Craig Dreyer a duettare con l’organo, mentre la ritmica prende un pigro Groove che accompagna la canzone. Poi è la volta di Sebastiano, di nuovo a tempo di country’n’roll , un brano di Ivan Della Mea, tratto da Sudadio Giudabestia del 1979 (quindi coe Gianco, oltre il fatidico 1977), e che in questa veste sonora si faticherebbe immaginarla, ma funziona alla grande, con il testo intenso che viene reso più leggero dallo spirito dylaniano della musica, che a chi scrive ricorda anche Edoardo Bennato, di cui tra un attimo. ottimo John Popper all’armonica e il solito lavoro di fino delle chitarre

Ma prima troviamo Uguaglianza di Paolo Pietrangeli, l’unico brano non concepito negli anni ’70, visto che è del 1969, ma lo spirito della canzone è comunque già quello, pur se l’esecuzione vira su un folk conciso e laconico, due chitarre acustiche, una batteria spazzolata e poco altro, che più che a Dylan si ispirano allo Springsteen più crudo di Nebraska o Tom Joad, anche per gli argomenti trattati, visti però da un’ottica italiana. Si diceva di Bennato, del suo songbook viene affrontata Venderò, che era su La Torre Di Babele del 1976, un pezzo lontano dagli episodi più rock del cantautore napoletano (70 anni portati bene), e il cui testo portava la firma del fratello Eugenio Bennato: con fisarmonica, mandolino, violino e banjo, diventa un brano dal taglio bluegrass-country, sempre comunque con il piano delizioso di Crosby a guidare le danze, e un’aria spensierata che cerca di cancellare la malinconia del testo, riuscendoci in pieno.

Un Altro Giorno E’ Andato è di un altro “pezzo grosso” degli anni ’70, Francesco Guccini, il disco originale era L’Isola Non Trovata, proprio del 1970: un brano che ai tempi era una sorta di talkin’ blues all’italiana, e all’inizio, con una chitarra acustica arpeggiata, piano, una chitarra elettrica slide, lo spirito viene rispettato, ma poi il brano prende un bel crescendo, entra la ritmica, l’organo, il ritmo accelera e sembra di ascoltare un pezzo del Jackson Browne anni ’70, con David Lindley alla chitarra, bellissima (e qui sospetto lo zampino di Jay Boy Adams, citato nei credits, grande epigono browniano). Più distaccata e ironica la divertente Ma Non E’ Una Malattia, targata 1976, e che ci porta tra le strade di New Orleans, con ritmi soul e dixie, tra fiati che impazzano e l’immancabile pianino che si insinua ovunque. Per terminare l’Opera (con la O maiuscola, perché il CD è veramente bello) non si poteva scegliere meglio de i I Reduci di Giorgio Gaber, canzone simbolo di quegli anni ’70. tratta da Libertà Obbligatoria, uscito nel 1976, e con Marino Severini che in questo brano (ma a me personalmente pare in tutto l’album) ricorda in modo impressionante, per la voce e l’impeto l’inventore del genere “teatro canzone”. La versione di questa canzone è splendida, con l’uso magnifico della doppia tastiera e delle chitarre, e un arrangiamento che ancora una volta fonde l’italianità dei testi e lo spirito Americano della musica.

Tanto di cappello, grande disco.

Bruno Conti

Variazioni Lievi Ma Significative, Sempre Ottima Musica! Jono Manson – The Slight Variations

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Jono Manson – The Slight Variations – Appaloosa/IRD

Non so se avete mai avuto l’occasione di assistere ad un concerto di Jono Manson? Il nostro amico si presenta sul palco armato di una chitarra acustica, che suona con una pennata forte ed energica, una chitarra elettrica a quattro corde (per i brani con elementi rock e blues), una bella voce, ma soprattutto tanta simpatia che estrinseca in una serie di aneddoti e storie, usati per presentare le sue canzoni e qualche rara cover, l’insieme lo rende un perfetto uomo da palcoscenico, cosa che fa da oltre trent’anni, in giro per il mondo. Ma Manson è anche un ottimo cantautore, rocker all’occorrenza (quando si esibisce con i suoi amici Brother’s Keeper, ovvero Scott Rednor, Michael Jude e John Michel, tutti presenti nel nuovo album, rafforzati anche da Jason Crosby, alle tastiere e violino e da John Popper dei Blues Traveler all’armonica), produttore, arrangiatore, ingegnere e tecnico del suono, di recente con  i Mandolin’ Brothers e nel disco solista di Jimmy Ragazzon, oltre che produttore anche del nuovo album dei Gang Calibro 77, in uscita il prossimo 24 febbraio: ma è anche un abituale frequentatore del nostro paese, dove ha stretto amicizie e frequentazioni musicali, prima con Paolo Bonfanti, e poi con i Barnetti Bros, ovvero Andrea Parodi, Massimo Bubola e Massimiliano Larocca, con i quali ha inciso un album, Chupadero, che prende il nome della località, nel New Mexico, dove Jono vive e ha anche il suo studio di registrazione, in cui è stato inciso questo The Slight Variations, secondo album pubblicato dall’italiana Appaloosa, per la quale aveva registrato anche l’ottimo Angels On The Other Side, di cui avevo parlato in termini più che lusinghieri su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2014/03/14/conflitto-interessi-what-jono-manson-angels-on-the-other-side/ .

Per volere essere sinceri fino in fondo, per chi scrive, e il giudizio è sempre soggettivo, il nuovo CD è leggermente inferiore al suo predecessore, ma è proprio una “anticchia”, più una impressione (che magari nel tempo e con ulteriori ascolti potrebbe cambiare) che una vera realtà. Comunque un bel disco, dal suono sempre brillante e vario, dove rock, canzone d’autore, roots music, Americana, blues, folk e country (ho dimenticato qualcosa?) si alternano e si mescolano, “frullati” con maestria da Jono Manson, grazie all’aiuto dei musicisti ricordati poc’anzi, con una citazione speciale per Jason Crosby, ottimo polistrumentista, di recente in azione anche con gli Hard Working Americans, ma puree Kevin Trainor, chitarrista elettrico dal tocco leggero e di gran classe, e della sezione ritmica composta da Mark Clark e Steve Lindsay, che si alternano con Jude e Michel. In totale sono dodici pezzi, sei scritti con la moglie Caline Welles, due collaborazioni con l’altro vecchio amico Chris Barron degli Spin Doctors, due con Joe Flood e due in solitaria: a fare crescere di molto il giudizio critico, sempre a mio giudizio, è il trittico iniziale, una splendida Trees, che mescola canzone d’autore e suggestioni celtiche, grazie all’insinuante violino di Crosby e ad una pervasiva melanconia che dà fascino al brano, cantato in modo intimo e raccolto da Jono. Che poi si scatena in Rough And Tumble, un grande R&R, scritto con Barron, tra Stones e Little Feat, con chitarre a tutto riff, un pianino saltellante e le armonie vocali sudiste di Hillary Smith.

E pure I’m Ready è una bellissima rock ballad, tra Dylan e la Band, con un uso sontuoso dell’organo di Crosby e una melodia avvolgente che cita anche qualche mood beatlesiano. Molto piacevole la tenue e delicata Wildflower, che evoca uno spirito alla James Taylor, con il piano che si alterna allo strumento indiano del dilruba per creare esotiche sonorità orientali, e anche The Sea Is The Same appartiene a questa categoria di brani “folky”, raccolti ma ben tratteggiati, autunnali e malinconici. Footprints On The Moon nasce, come racconta lui dal vivo, da vecchi ricordi della sua infanzia, e prende lo spunto dalla prima missione lunare americana del 1969, vista alla TV in bianco e nero, una briosa e movimentata canzone di impianto più rock, con un arrangiamento molto corposo e raffinato, degno delle sue tracce migliori, con begli spunti di chitarra e organo. The Slight Variations (a proposito l’album è diviso in una overture, due movimenti e un epilogo, ispirato dalle Goldberg Vaariatons di J.S. Bach?) è un funky-rock carnale vagamente littlefeattiano con uso d’organo R&B, anche se non mi piace l’idea della voce filtrata e distorta, ma il produttore è lui; What Would I Not Do? è l’altro brano pop-rock dai sapori Beatlesiani, raffinato come sempre. Piacevoli anche la rockeggiante Brother’s Keeper, con le chitarre che si fanno sentire, e la West-Coastiana So The Story Goes, sempre con il lodevole lavoro delle tastiere di Crosby e delle chitarre elettriche, anche se forse manca il colpo d’ala. When The Time Is Right è il classico brano da cantautore, un folk-rock morbido che mi ha ricordato di nuovo il lavoro di James Taylor, mentre l’epilogo di Little Bird Song rimane sempre in queste atmosfere quiete e rarefatte!

Bruno Conti

C’Erano Una Volta, E Ci Sono Ancora, I Bravi Cantautori! Jaime Michaels – Once Upon A Different Time

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Jaime Michaels – Once Upon A Different Time – Appaloosa/Ird

Jaime Michaels è uno dei tanti bravi (e semisconosciuti) cantautori che popolano il sottobosco della scena indipendente “Americana”. Muove i suoi primi passi a livello musicale tanti anni fa nel Nord degli States, tra Boston e Cambridge, poi fa il bassista in una band, Beckett, che accompagna spiriti affini a livello musicale come Livingston Taylor, Doc Watson, Dave Van Ronk e Jonathan Edwards, avendo sempre Tom Rush come suo punto di riferimento assoluto, e non è una brutta scelta! Negli anni ’80, trasferitosi a vivere nel South Carolina, passa otto anni con la Truly Dangerous Swamp Band di cui poco sappiamo (ma dai video che ho visto non mi sembra un grande perdita). Agli inizi degli anni ‘90 decide di tornare alla musica acustica e roots, e dal 1997 va a vivere a Santa Fe, nel New Mexico, dove incontra una fiorente scena musicale, e inizia a fare sul serio, pubblicando ben nove dischi (che vincono vari premi locali), di cui otto prodotti dal suo grande amico Jono Manson. E qui entra in scena l’italiana Appaloosa che si offre di pubblicargli il nuovo album, Once Upon A Different Time, previsto in un primo momento per il 2015, esce in questi mesi per l’etichetta brianzola, sempre con Jono in cabina di regia (in tutti i sensi) nel suo Kitchen Sink Studio a Chupadero. Vengono radunati alcuni validi musicisti: Ben Wright, chitarre, Josh Martin e Justin Bransford, basso, Jason Crosby, piano, organo e violino (collaboratore di Bob Weir e Phil Lesh), Mark Clark, batteria e percussioni, oltre agli stessi Manson, alla chitarra solista e Michaels, a chitarre e bouzouki.

Più alcuni ospiti, i colleghi cantautori David Berkeley e Melissa Greener alle voci,, John Egenes al mandolino, Craig Dreyer al sax (uno che ha suonato con Keith Richards, Warren Haynes, James Hunter, Dana Fuchs e mille altri), Kevin Trainor alla chitarra, e anche alcuni musicisti italiani, tra cui Stefano Barotti, anche seconda voce nelle parti nella nostra lingua del brano Somewhere Like Italy, dove scopriamo che Michaels ha una bisnonna italiana (nessuno sfugge). Partiamo proprio da questo brano, un delizioso mid-tempo in ¾, dove la piacevole voce di Jaime duetta con quella tipicamente italiana di Barotti, per un brano che profuma di musica dei due mondi, intimo e raccolto, come è quasi sempre caratteristica delle canzoni dell’album- Dall’iniziale Once Upon A Different Time, con le sue acustiche in fingerpickng, un organo delicato, il bouzouki di Jaime e un banjo a colorire il suono, come pure le armonie vocali di Berkeley e della Greener, una canzone che grazie al timbro vocale di Michaels ricorda a tratti certe cose del miglior Graham Nash. Molto piacevole anche Warming, un canzone sul riscaldamento globale, che nel testo cita gli hippies, la caduta dell’Impero Ottomano, Gandhi, misti a speranze per il futuro, uno scherzo sugli ananas, il tutto con una melodia dolce ed avvolgente, che prevede anche un intervento dei fiati in puro stile New Orleans e un ritornello che rimane in testa, tra il Jimmy Buffett più intimista e di nuovo il Nash citato poc’anzi, veramente bella.

No Paddle Wheel, come scherzando dice l’autore, è stata scritta insieme al suo cane nel corso di una passeggiata mattutina e ricorda certe cose del James Taylor più scanzonato, altro musicista che si può accostare al nostro https://www.youtube.com/watch?v=RhdCqu5srqg . Crazy For Me  , di nuovo con le armonie di Greener e Berkeley, è una ballata dove spiccano il piano eletthttps://www.youtube.com/watch?v=CwBvh9kgg18rico e il violino di Jason Crosby, oltre alle onnipresenti chitarre che sono la costante del sound. A Liitle More, altra delicata folk tune arricchita da una band, è la traccia registrata in Italia con musicisti locali, a cui è stato aggiunto il lirico intervento della solista di Kevin Trainor, mentre Steal Light, un brano che nel testo prevede un dialogo tra Dio e il diavolo, è il pezzo più rock, forse una parola forte, diciamo mosso e “bluesy”, con begli interventi del piano elettrico di Crosby e della solista. Circling Around parla di alluvioni in Colorado e Texas su un ritmo più incalzante del solito, tra country e bluegrass, sempre ben suonato dagli ottimi musicisti presenti nel disco. Anche The Heat tratta di temi sociali, con protagonista un senzatetto che è una sorta di personaggio ricorrente nelle canzoni di Michaels, il tutto a tempo di valzer texano, molto bella  e con una vena malinconica, e pure la successiva Winter Song ha questa aria nostalgica per i vecchi  tempi andati, sempre con una melodia dolce ed avvolgente, semplice ma complessa al tempo stesso. E la conclusiva Singing For My Supper, a tempo di bluegrass, potrebbe essere il motto di Jaime Michaels. Sperando che la cena, e anche il pranzo, saltino fuori, possiamo aiutarlo acquistando questo onesto resoconto del suo lavoro.

Bruno Conti

Doppia Razione di… Jono Manson – Angels On The Other Side

 

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JONO MANSON – Angels On The Other Side – Appaloosa/IRD

*NDB Aggiungo anche la mia “versione dei fatti” alle riflessioni del buon Jimmy che potete (ri)leggere a seguire. Il disco è bello e merita. Repetita iuvant. Buona lettura.

Jono Manson è newyorkese per nascita, residente a Santa Fè, New Mexico, anzi Chupadero (ve lo ricordate il disco della Barnetti Bros Band?) dove si trova il suo studio di registrazione, Kitchen Sink, “americano” puro per il genere di musica che fa e infine italiano d’adozione perché ci ha vissuto e ci viene spesso per fare concerti e produrre dischi di altri, un cittadino del mondo quindi. Ma soprattutto, ed è quello che ci interessa, un bravo musicista: forse non sarà, come si usa dire, di primissima fascia, ma nella sua lunga carriera discografica, che ormai si snoda lungo quattro decadi diverse, prima indipendente ed autogestito negli anni ’80, poi solista con One Horse Town nel 1994 (ripubblicato nel 1998 in Italia dalla Club De Musique), il passaggio molto veloce attraverso una major con Almost Home, uscito come Jono Manson Band per la A&M nel 1995, che lo avrebbe poi scaricato in un nanosecondo, nonostante le ottime critiche ricevute dal disco.

Senza addentrarci in tutta la discografia ha pubblicato anche un disco nel 2003, Gamblers, con Paolo Bonfanti, dove ha esplicitato anche il suo amore per il blues, sempre presente nella sua musica. E poi ha collaborato, sotto varie forme, con decine, anzi centinaia di artisti, la lista è più lunga dell’elenco telefonico, se volete la trovate sul suo sito, http://www.jonomanson.com/discography/. come produttore, ingegnere del suono, musicista, autore, le sue attitudini sono molteplici: giusto per citarne alcune tra le ultime, ha prodotto il bellissimo Far Out dei Mandolin’ Brothers, ha scritto alcune canzoni per Crystal Bowersox, nel CD d’esordio, All That For This per la finalista di American Idol (non storcete il naso, da lì spesso escono buoni cantanti, non è come X Factor!) e una anche per l’ultimo Blues Traveler, Suzie Crack The Whips, e poteva John Popper non ricambiare il favore suonando l’armonica nel disco di Jono?

Jono_Manson

Certo che no, e infatti c’è, con il suo suono inconfondibile, in una bella ballata come Silver Lining. Certo saprete delle altre frequentazioni di Manson che è cugino dei fratelli Ethan e Joel Cohen e buon amico di Kevin Costner a cui ha insegnato a suonare la chitarra, con risultati apprezzabili poi riscontrati nei dischi dei Modern West. Ma veniamo alla nuova prova di Jono Manson, questo Angels On The Other Side che si colloca tra i suoi migliori album in assoluto di sempre: c’è rock, c’è blues, alternanza di pezzi tirati e ballate, un pizzico di folk e country, ma soprattutto tante belle canzoni, scaturite evidentemente da un momento di buona ispirazione e poi realizzate con grande perizia in un disco che non ha nulla da invidiare alla grandi produzioni, anzi, con un suono più ruspante, genuino, direi analogico, rispetto al suono sintetico di molti dischi che escono ultimamente anche da parte di artisti da cui ti aspetteresti ben altro, non faccio nomi!

E così scorrono brani come la stupenda ballata iniziale che dà il titolo al disco, Angel On The Other Side, dove alla slide c’è Jay Boy Adams (scusate ma mi scappa la citazione, questo signore ha fatto due album bellissimi tra il 1977 e il ’78, dove appaiono come ospiti Jackson Browne e David Lindley, e si trovano su CD per la Wounded Bird): qualcuno mi ha detto che questo brano gli ha ricordato John Hiatt, e non credo sia un’offesa, non è che uno si sveglia la mattina e dice, cià faccio un brano come John Hiatt, provaci! Honky Tonky On My Mind, presumo con l’aiuto degli ottimi texani Shurman, ha una bella andatura rock and blues, con la chitarra che taglia il brano in due e Jono che canta veramente bene. Altra ballata sontuosa con The Frame dove la pedal steel e il mandolino di John Egenes dettano il suono, per non dire della roccata There’s A Whole World On Fire, grande suono d’insieme e le derive country di un’altra ballata molto bella come Together Again, perfetta american music con un bel dobro a dare il tocco d’autore.

Snowed In è un’altra piccola lezione su come si deve fare della musica rock d’autore (pensate sempre a quel signore che si chiama John, siamo su quei livelli), con un suono chitarristico che è una goduria. Di Silver Lining si è detto, I’m Gonna Get It va giù di brutto, chitarre, chitarre e ancora chitarre. Angelica, altra bella ballata con la bella voce di supporto di Larkin Gayl, non cede di un millimetro come qualità, The Other Yesterday è un buon mid-tempo e niente male neppure la mandolinata Everything In Me, prima della poderosa conclusione con l’eccellente Grateful, che sono certo Levon Helm avrebbe apprezzato e poi l’organo Hammond è da sballo. Ma non è finita, l’edizione italiana Appaloosa, oltre al libretto con testi e traduzioni in italiano contiene anche una bonus track, Never Never Land che è proprio L’Isola Che Non C’è di Edoardo Bennato, solo voce, piano e chitarra acustica, anche questa sarebbe piaciuta a John Hiatt. Tutto l’insieme piace parecchio a noi ascoltatori, e bravo Jono!

Bruno Conti

Conflitto d’interessi?…What?

Credo sia il dubbio che potrebbe sorgere in molte menti, leggendo questa mia recensione – riflessione sul nuovo album di Jono Manson, amico e produttore artistico anche dell’ultima fatica della band di cui faccio parte. Ma sinceramente non credo che questo possa inficiare il mio parere e quindi me ne faccio una ragione e comincio col dirvi che trattasi di ottima musica. La cosa è facilmente deducibile sin dalla title  track che apre l’album, fine ballata in inconfondibile Jono’ style, con un testo evocativo e dolci chitarre a stendere un delicato tappeto sonoro sotto ai versi che, come in buona parte del cd, riflettono il momento di grazia e felicità dell’autore

 

A partire dalla prima strofa emergono l’ottimismo per questo positivo periodo di vita, l’amore per la sua famiglia e per la musica che lo accompagna sempre. Penso che questo brano potrebbe essere inserito in una immaginaria mini-suite, insieme a The Frame, Together Again (la mia preferita ed impeccabile ballata) e Grateful che, in vario modo e con diverse sfumature musicali,  ribadiscono la sensazione di gioia e pace interiore. Mi riferisco in particolare ai testi, alle parole che, malgrado il T9 e tutte le infernali tecnologiche innovazioni del momento, se sono pensate e sentite hanno ancora un importante e fondamentale significato, sia nel ristretto ambito di una canzone, sia nella vita di tutti i giorni. Ma tutti abbiamo (chi più, chi meno) un Honky Tonk In Our Mind, un lato ribelle, al quale va dato ampio margine di manovra, proprio per rimanere sani di mente e sfogarci ogni tanto o anche spesso. E tutto questo malgrado ci sia A Whole World On Fire intorno a noi e si cerchi di salvare almeno qualcosa di buono e di dire qualcosa di giusto. Ballate sapienti come Silver Lining, con un grande e misurato John Popper all’armonica, ma anche del sano R&R, come in Snowed In e I’m Gonna Get It.

 

Una citazione particolare va fatta per Never Never Land, versione inglese del successo di Edoardo Bennato, L’Isola Che Non C’è. Il brano, presente solo nell’edizione italiana dell’album, è rivisitato con gusto ed originalità, voce pianoforte e chitarra acustica, in una personale e sensibile versione, che non mancherà di stupire. Unico mio rammarico è l’assenza di un pezzo come The Man On The Moon che, finito di comporre sul divano di casa mia in un gelido e nevoso mattino di marzo, mi aveva lasciato letteralmente a bocca aperta (*NDB. Rettifica in tempo reale, l’autore dice che il brano nel frattempo è diventato Bring The Man Down, e noi aggiorniamo). Fortunatamente avremo modo di ascoltarlo sia live, nel corso del suo attuale tour italiano, sia nel progetto Brothers Keeper, in uscita in primavera http://www.youtube.com/watch?v=jjCuVOb_VF0 .

jono manson 2

 

Una ennesima conferma del talento di Mr. Manson (*NDB. Qui sopra con l’altro autore dei brani, anzi autrice mi dicono!), con un album che piacerà a tutti i suoi estimatori, ma consigliato soprattutto a chi ancora non lo conosce: vi perdete buona musica, duro lavoro, sincerità e tanta, tanta passione. In chiusura un saluto alla rinata e gloriosa etichetta Appaloosa, sinonimo di musica di qualità, alla quale auguro tutto il meglio.

Jimmy Ragazzon

Tra I Primi “Italiani Per Caso”, Sempre Più “Americani”, Per Scelta E Sempre Più Bravi! Mandolin’ Brothers – Far Out

Mandolin Brothers 2014

Mandolin’ Brothers – Far Out – Ultra Sound Records/IRD e download digitale

“Scusate il ritardo”, come disse qualcuno, ma prima era troppo presto per farla, poi travolto dagli eventi e da una salute negli ultimi tempi non fantastica (niente di grave), mi ritrovo ad arrivare quasi buon ultimo a fare la recensione per questo Far Out dei Mandolin’ Brothers, che anche se fatta con ritardo non inficia certo la qualità del disco, rimane sempre un grande album e, in ogni caso, questo sabato, il 25 gennaio, ci sarà pure il concerto di presentazione ufficiale in quel di Pavia a Spazio Musica, praticamente esaurito mi dice il buon Jimmy (anche se perplesso per il ritardo di chi scrive, nella foto qui sotto, riciclata da altri vecchi Post) https://www.youtube.com/watch?v=KWU-l6ZmJwY .

jimmy ragazzon pensa

Il titolo della recensione fa riferimento ad un modo di dire che ho coniato per quelle band, italiche di natali, ma “americane” nel cuore e nella musica, che agiscono in Italia, ed in particolare nella zona di Pavia e dintorni, dove evidentemente si respira l’aria (virtuale) del Texas o del Tennessee, per citare due stati molto musicali degli USA, ma non ci sono, purtroppo, le stesse temperature. Fortunatamente le brume e le nebbie delle bassa Padana non hanno “nascosto” l’ispirazione di Jimmy Ragazzon e soci, che per l’occasione sfornano un disco tutto scritto da loro: come direbbe Mourinho, Zero Covers! E che disco! Almeno il produttore è americano, Jono Manson, anche se quasi naturalizzato italiano, mentre gli ospiti vengono da entrambe le rive del Po. Qualcuno da molto lontano, tipo Cindy Cashdollar e John Popper, oltre al citato Jono, altri vengono da appena girato l’angolo, Edward Abbiati e altri che vi citerò nei vari brani, perché, visto il ritardo, cosa ti ho pensato? Almeno una bella recensione track-by-track, come si usa(va) per gli album “importanti, nelle riviste musicali serie!

cindy cashdollarjohn popper

Come dite? Non è una rivista, va beh che pignoli, un Blog musicale, che una volta era anche un negozio, comunque partiamo! Anche se non paga più come una volta, hanno fatto tredici (brani), spero per loro che rendano abbastanza, in termini di vendite. Una ultima cosa prima di esaminare i brani: ma “Far Out” sta per Fantastico, Distante o “Fuori”? La traduzione dal dizionario è corretta per tutti e tre, ma temo che bisogni essere, per fortuna, un po’ fuori, per fare un disco così nel 2014, e in Italia, bravi ragazzi (anche questo è un complimento, ragazzi, una volta, forse agli inizi, 30 e passa anni fa!). E per citare un altro che veniva più o meno da quelle parti, il Giuanin Brera, il disco ha fatto, o così sembra a chi scrive, un salto sesquipedale di qualità rispetto agli album del passato, che pure non erano certo brutti.

jono manson

I Little Feat, ci piacciono ( a noi e a loro) e “New Paveans”, Louisiana, una strana località tra la bassa e la Crescent City, pure: unendo le due cose otteniamo la traccia di apertura, una Freak Out Trains che profuma anche di Sud degli Stati Uniti in generale, pianino barrelhouse, qualche inflessione dylaniana nel cantato e in un breve intervento di armonica , pedal e lap steel a dare pure una “idea” di western swing, e tutto in un solo pezzo, bella partenza.

Jimmy Ragazzon in Samedan, Photo by Peter Aebi

Per Come On Linda scomodiamo il vecchio Steve Earle di Copperhead Road, quello roots e stradaiolo degli inizi, ma anche rocker intemerato, una ballata di quelle con chitarre, chitarre e ancora chitarre, a manetta, ma anche armonica, organo e un bel duetto tra il signor Jimmy Ragazzon (che firma il pezzo con Marco Rovino, uno dei due chitarristi e titolare del mandolino della ragione sociale del gruppo) e Jono Manson, che si scambiano versi e cantano all’unisono nel coro https://www.youtube.com/watch?v=Ryz0a6ziU-4 . Le citazioni di nomi e possibili riferimenti non sono ovviamente “diminutive”, ma servono per inquadrare la musica, che essendo profondamente americana ed internazionale, per una volta non si può confrontare con De André, Fossati, Battisti o altri italiani, anche bravi, ma ha termini di paragone, assolutamente positivi, con quello che arriva da oltreoceano, per una volta tanto.

Riccardo Maccabruni, Vallemaggia 2010

Someone Else è di Riccardo Maccabruni, che se la scrive, se la canta e se la suona, con tante tastiere, piano e organo, che neanche Ian McLagan dei tempi d’oro dei Faces (a proposito tornano insieme il prossimo anno), ma anche la slide di Paolo Canevari in bella evidenza, una sezione ritmica pimpante (Joe Barreca al basso e Daniele Negro alla batteria) e ben definita nei suoni della produzione di Manson. Un bel rock dal sud (di Londra) da dove venivano i Faces, che però due o tre cose sul R&R le sapevano (vero Black Crowes?).

Paolo Canevari&Marco Rovino, Vallemaggia 2010

Circus è il brano dove appare la brava Cindy Cashdollar alla Weissenborn guitar (l’unico pezzo, evidentemente non avevano i soldi per far durare il soggiorno di più), un ballatone d’atmosfera, forse il più vicino alle sonorità di Still Got Dreams, con uso di fisarmonica (Maccabruni), le solite chitarre a strati, acustiche ed elettriche, un dobro o una national (?). Vi ho mai detto quanto canta bene Jimmy? No. Allora ve lo dico.

Joe Barreca al Nidaba Theatre, Milano,  Photo by Ramona Rotta

Nightmare In Alamo, ovviamente come titolo fa più scena che incubo a Belgioioso! E già quello è un bel partire, se poi il brano è un western rock di quelli cattivi con una storia tra l’epico e il noir, con delle chitarre “malignamente” insinuanti e un organo (hammond?) o almeno che ha un suono che solo l’hammond dovrebbe avere. Il crescendo è fantastico, dal vivo potrebbero farla durare all’infinito, un assolo dietro l’altro, quei quindici minuti, ma già questa versione di studio ha un suo perché. Quello di regalarci della grande musica.

Daniele Negro in Samedan, photo by Peter Aebi

Ask The Devil, firmata Rovino/Ragazzon è uno di quei blues che fa parte del loro DNA da illo tempore, Blues sì ma con tante sonorità rock, sottolineate dall’andatura ciondolante della batteria di Stefano Bortolotti, in prestito per questo brano, che si situa appunto in qualche “incrocio” tra blues e rock e un pizzico di gospel nei coretti finali con una voce femminile (Camilla Sernagiotto).

Sorry If è un altro rock and roll, di quelli duri e puri, cattivi, a grande velocità, con l’armonica inconfondibile di John Popper dei Blues Traveler, che viaggia come un rapido tra Bologna e Roma, o in qualche località percorsa dalle American Railroads, fate voi. Siccome c’erano poche chitarre anche Jono Manson aggiunge la sua elettrica per l’occasione. Se non fosse firmata Rovino/Maccabruni potrebbe essere qualche outtakes dai primi album dei Blues Traveler, quando tiravano come delle schegge!

mandolin' 1

Bad Liver Blues, perché le dodici battute piacciono sempre, è la storia di qualcuno che ha esagerato (ci sono sempre) e il fegato non l’ha presa bene. Il brano sta il grande Muddy e qualche oscuro vinile di Buddy Guy con Junior Wells, Charlie Musselwhite o James Cotton, quei bluesmen che piacciono a Jimmolo, che soffia nell’armonica quasi con goduria.

Short Long Story se non esistesse avrebbero dovuto inventarla, parte come una sorta di ballata con un chitarrone twangy e diventa un country-rock di quelli classici e ritorno, tra picchi e vallate sonore che i Mandolin’ avevano già frequentato nell’EP Moon Road. Anche questa dovrebbe fare sfracelli dal vivo.

E Lotus Eaters è un’altra faccia di questo country-rock molto anni ’70, quando formazioni come Amazing Rhythm Aces, ma anche gli stessi Little Feat o i migliori Commander Cody, per non parlare di Eagles, Poco, Flying Burrito Brothers, Ozark Mountain Daredevils e tantissimi altri, aggiungete a piacere, provvedevano a spargere il verbo di questo stile che prendeva il meglio dalla country music tradizionale e dal rock californiano.

abbiati ragazzon

Black Oil se non l’hanno scritta Levon Helm o Robbie Robertson, e dai credits che riportano Rovino/Ragazzon non dovrebbe essere, non è quell’inedito miracolosamente sopravvissuto allo scorrere del tempo estratto dagli archivi della Band. Ma idealmente, al tempo stesso, lo è, con gli intrecci vocali di Jimmy, Marco e Riccardo, la voce aggiunta di Edward Abbiati, mandolini, fisarmoniche e quella aria da “grazie di tutto, Levon”, in poco più di due minuti procede a dimostrare come si fa a scrivere una gran bella canzone e visto che anche il testo ha una sua ragione, nel libretto assai esauriente del CD, oltre al testo originale c’è anche la traduzione italiana.

My Last Day nuovamente scritta e cantata da Riccardo Maccabruni dimostra ulteriormente che i Mandolin’ Brothers continuano ad esplorare le possibilità di una formazione dove ci sono ben sei musicisti di talento e anche se spesso costa portarli in giro tutti insieme, quando si ritrovano in studio sono in grado di fare dei grandi dischi che dovrebbero essere recensiti anche sulle pagine di riviste come Mojo e Uncut,  non perché sono di moda o il fenomeno del momento, ma perché sono veramente bravi.

mandolin' 2

Hey Senorita, è un altro gioellino sonoro, con il suo tempo da valzerone rock, una slide insinuante e un pre-finale da mexican border, e un finalino da New Orleans Streets, dove arriva anche una sezione fiati che avrà alzato esponenzialmente il budget del disco. Ma per fare delle canzoni così belle, ancora firmata dei due R, Rovino e Ragazzon, il gioco vale assolutamente la candela (non so cosa volevo dire, ma la frase mi è venuta così e siccome ci stava bene l’ho lasciata). Se il crowfunding funziona e avete altre canzoni pronte, direi di insistere. Perfino Springsteen si è messo a fare quasi un disco all’anno.

Per concludere su un’aria di allegria “old school”  (perché in fondo non bisogna proprio prenderci troppo sul serio), che è quella che contraddistingue anche musicalmente questo ottimo album, come avrebbe detto Frate Antonino da Scasazza a Quelli della Notte del signor Alberi: “Non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello”. Oppure ancora It’s Only Rock’n’Roll, Sono Solo Canzonette, Trattasi di canzonette…scegliete voi!

Bruno Conti