Un Disco “Acquatico”! Lisa Hannigan – At Swim

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Lisa Hannigan – At Swim – PIAS/Play It Again Sam – ATO

Terzo album solista per la cantante irlandese, forse il suo migliore in assoluto, dopo i peraltro buoni Sea Sew Passenger. Nel titolo dell’album o dei brani ci sono comunque sempre alcuni rimandi all’acqua, da cui il titolo del Post, ma poi le canzoni si allargano sia tematicamente che a livello musicale in mille direzioni. La voce è sempre stata una delle carte vincenti di Lisa Hannigan, sin dai tempi in cui era la seconda voce nei primi dischi del conterraneo Damien Rice, ma nei suoi album solisti ha saputo sviluppare uno stile musicale e compositivo che se non è originale è sicuramente affascinante. In passato si erano fatti paralleli con Jesse Sykes, Vashty Bunyan, Bjork, Tori Amos, Kate Bush, Fiona Apple, Marissa Nadler e molte altre, io, dopo un attento’ascolto dei brani di questo album, oltre ai nomi appena ricordati mi sentirei di azzardare anche il folk delle Unthanks, o la musica delle Roches Kate & Anna McGarrigle, visto che spesso la Hannigan usa la voce sovraincisa con il double-tracking e quindi sembra di ascoltare diverse cantanti in azione in contemporanea, peraltro con eccellenti risultati, ed atmosfere sonore e vocali sempre differenti e complesse, quasi dark, lasciando da parte quasi totalmente anche quelle derive pop, sia pure eccentriche, presenti negli album precedenti.

Il disco, dopo il precedente Passenger prodotto da Joe Henry, vede in cabina di regia Aaron Dessner dei National. che si era offerto spontaneamente di collaborare con la Hannigan, e dopo un fruttuoso incontro preliminare in quel di Copenaghen, per scambiarsi idee e bozzetti. il tutto è stato registrato in quel di Hudson, New York. Le canzoni sono state concepite tra Dublino, Parigi, dove ha vissuto per qualche mese, e Londra, che per un breve periodo è stata la residenza di Lisa, che vi si era trasferita per superare un blocco dello scrittore (ma “writer’s block” suona meglio) che l’aveva colpita dopo la fine del lungo tour seguito al secondo album. Il trasferimento a Londra deve essere stato un mezzo shock perché le canzoni, almeno dai titoli, non suonano felicissime: Prayer For The Dying, We The Drowned (questa anche di carattere marino), Funeral Suit, mentre l’iniziale Fall porta pure la firma di Joe Henry, ed è anche uno dei brani più vicini come stile al passato, il testo si apre su un  desolato e criptico “Hold your horses, hold your tongue/ Hang the rich but spare the young.”  Con la sua solitaria acustica arpeggiata, una melodia fragile ma che si ravviva leggermente nel ritornello, la voce raddoppiata quasi sussurrata che inizia ad incantare con i suoi deliziosi svolazzi, e poco altro, una elettrica e delle tastiere sullo sfondo, il tutto con un leggero tempo di valzer che pare il ritmo predominante dell’album. Prayer For The Dying è splendida, una commovente canzone mistica, quasi religiosa, come suggerisce il titolo, una sorta di Ave Maria contemporanea, con la voce, di nuovo double-tracked, che sale e scende su una base di piano acustico, tastiere e chitarre slide trattate, una ritmica appena accennata e un’aria di sereno dolore che la pervade, veramente molto bella.

Snow, di nuovo intima e raccolta, ricorda certe cose di Bjork o Kate Bush, la voce a tratti finalmente in solitaria può rammentare anche quella della Dolores O’Riordan prima della svolta rock dei Cranberries o della Sinead O’Connor meno incasinata, con violino in evidenza e un mood irlandese che rafforza questa impressione, mentre Lo, scritta con Aaron Dessner, si appoggia su una cascata di strumenti a corda e tastiere, la solita leggera elettronica e le voci moltiplicate che possono avvicinarsi a quelle di altre cantautrici complesse come Tori Amos Sarah McLachlan, ma anche le Roches, le sottovalutate sorelle newyorkesi. Con Undertow, che grazie alla sua struttura complessa e fruibile ricorda la migliore Kate Bush, con la voce che fluttua su una melodia futuribile dove però fa capolino anche un banjo e Ora, di nuovo firmata con Dessner, che tenta un approccio più bucolico, avvicinandosi a certe splendide e acrobatiche ballate pianistiche delle sorelle McGarrigle, impressione ancora più percepita da chi scrive, nella meravigliosa Anahorish, meno di due minuti di sola voce a cappella raddoppiata e triplicata per musicare un poema del premio Nobel irlandese Seamus Heaney, da brividi.

Ma prima incontriamo le derive acquatiche e marittime della pianistica We, the drowned, dove una batteria quasi marziale sottolinea l’incedere appassionato della voce incredibile e emozionante della Hannigan, ancora una volta protagonista di quella che è comunque, volendo, anche una bella ballata tra classico e pop, raffinata ma “popolare”, con l’inizio che mi ha ricordato addirittura A Day In The Life dei Beatles (e credo sia un grande complimento). Tender, di nuovo pianistica, ma con un tocco mitteleuropeo grazie alla fisarmonica, mischia arie francesi (o canadesi, come facevano le più volte citate grandi sorelle McGarrigle) e la migliore tradizione delle cantautrici britanniche più raffinate in un tutt’uno che poi alla fine è unico ed esclusivo della musica della Hannigan, geniale artigiana creatrice, insieme a Dessner, di un sound di non facile ascolto ma che regala grandi soddisfazioni all’ascoltatore, come nella splendida ballata Funeral Suit, altra canzone gloriosa che riecheggia anche le ascensioni vocali di quella splendida cantante che è stata Mary Margaret O’Hara (chissà se vorrà ancora deliziarci prima o poi?). In conclusione l’ultimo brano scritto con Dessner, Barton, altra misteriosa e notturna composizione degna delle migliori cantautrici. Ripeto, musica non facile, ma che ascolto dopo ascolto si arricchisce di nuovi particolari e gratifica l’ascoltatore. Ovviamente se amate solo il riff e rock lasciate perdere, se i vostri gusti sono più eclettici potete provare. Esce oggi.

Bruno Conti

Dispacci Dalla Scandinavia! Sivert Hoyem – Lioness & Ane Brun – When I’m Free

sivert hoyem lioness

Sivert Hoyem – Lioness – Hektor Grammofon Records

Ane Brun – When I’m Free – Genepool Records – Deluxe Edition

Domanda delle “cento pistole”: chi fra i numerosi lettori di questo blog conosce Sivert Hoyem e Ane Brun? Pochini presumo, anche se questi due personaggi si portano dietro un “background” di tutto rispetto. Sivert Hoyem con gli amici Frode Jacobsoen e Robert Buras è stato il frontman e leader indiscusso dei Madrugada, un gruppo che si è formato nel ’95 in Norvegia e con i primi tre album ha venduto 400.000 copie, facendo da apripista ad altri gruppi conterranei che sarebbero venuti dopo, come i Midnight Choir (di Paal Flata e Al DeLoner) e i  Kings Of Convenience. *NDB Comunque di artisti norvegesi si è già parlato nel Blog, oltre a un paio di quelli appena citati, http://discoclub.myblog.it/tag/paal-flaata/ anche Ingrid Olava http://discoclub.myblog.it/2010/05/07/la-ricerca-prosegue-dalla-norvegia-ingrid-olava-the-guest/) Nella prima parte di carriera pubblicano i notevoli Industrial Silence (99), The Nightly Disease (01), Grit (02), e proseguono con The Deep End (05), l’immancabile disco dal vivo Live At Tralfamadore (06) per chiudere una più che dignitosa carriera con l’omonimo Madrugada (07).

 

Prima dello scioglimento del gruppo,  il buon Sivert aveva dato alle stampe un lavoro solista passato pressoché inosservato, Ladies And Gentlemen Of The Opposition (04), mentre di tutt’altro spessore gli album seguenti, a partire dall’ottimo Moon Landing (09) (che nella versione Deluxe conteneva una intrigante cover in cui si cimentava con The House Of The Rising Sun,in una meravigliosa versione countrynorvegese), e ancora Long Slow Distance (11), Endless Love (14), fino ad arrivare a questo nuovo Lioness, dove nelle dieci tracce contenute nell’album si sposano il pop con l’alt-rock, il tutto con un approccio vocale nuovo.

Lioness è stato registrato a Oslo negli studi Klang, dove Hoyem ha utilizzato musicisti di area locale, tra i quali Inga Byrkjerland e Margrethe Falkenberg al cello, Oysten Frantzvag alle chitarre e basso, Morten Engebretsen al clarinetto, Borge Fjordmen alla batteria e percussioni, Andre Orvik e Bjarne Magnus Jensen al violino, e come ospite la brava (e bella) Marie Munroe, il tutto con la produzione di Christer Knutsen (chitarrista di lunga pezza e membro dei Tumbleweed).

Chi ha ascoltato almeno una volta la musica dei Madrugada, difficilmente avrà dimenticato la voce calda e maestosa di Hoyem, e la partenza di Lioness è in perfetto stile Leonard Cohen, con l’ariosa e pianistica Sleepwalking, a cui fanno seguito la solare Fool To Your Crown, la potente title-track dal timbro scuro Lioness, la minimalista e triste It Belongs To Me, e poi chiudere la prima parte con la poetica My Thieving Heart cantata in duetto con la citata Marie Munroe. Si riparte con i brani più estremi del lavoro una indie-song come V-O-I-D e una intrigante The Boss Bossa Nova (forse un omaggio postumo a David Bowie) dal ritmo nervoso, seguita da una Oh, Spider cantata in falsetto, le chitarre acustiche di una delicata e recitativa The Riviera Of Hades, e chiudere al meglio con una tenera canzone di un amore straziante, la meravigliosa Silences.

Come sempre Sivert Hoyem nelle sue canzoni fa riferimento, oltre al citato Leonard Cohen alle influenze di artisti quali Dylan, il compianto Lou Reed e il lato più oscuro di Nick Cave, e questo Lioness lo certifica ancora di più (come fu, prima con i Madrugada e poi con una solida carriera solista), come una sorta di “istituzione” del rock alternativo locale e norvegese!

ane brun when i'm free

Lo stesso dicasi per Ane Brun, che è una stella nella sua patria d’adozione (nata in Norvegia, vive a Stoccolma in Svezia) e che arriva al settimo disco in studio con questo When I’m Free (senza dimenticare due album live e due raccolte), in un arco temporale di una quindicina d’anni. Questa signora (il suo vero nome è Ane Brunvoll, è figlia del cantante di jazz e pianista Inger Johanne Brunvoll), esordisce con Spending Time With Morgan (03), a cui fa seguire A Temporary Dive (05), Duets (06) una raccolta di duetti con artisti locali e non (tra cui i Madrugada e Ron Sexsmith), e dopo due anni in tour pubblica il primo e splendido Live In Scandinavia (07).

Il terzo disco in studio arriva con Changing Of The Season (08) che arriva ai primi posti delle classifiche in Svezia e Norvegia, fatto che attira l’attenzione di Peter Gabriel e Ani DiFranco (che se la portano in tour), dandole quella visibilità che merita e che la porta ad incidere altro buoni lavori come Sketches (08), It All Starts With One (11), e una raccolta di cover e outtakes dal titolo Rarities (13).

Questo ultimo lavoro When I’m Free (con una copertina inguardabile) non ha avuto molte recnsioni fuori dalla Scandinavia (dove era uscito già a Settembre dello scorso anno), ma Mojo e Uncut gli avevano dato entrambi 4 stellette o 8 se preferite, e devo riconoscere che ad un primo e pure  ad un secondo ascolto non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma poi sentendolo più attentamente mi sembra che pur non essendo il più bello, forse è il più completo della sua discografia. Ad aiutare la Brun in sala di registrazione si sono presentati musicisti altri di area locale, tra cui il bassista Dan Berglund, il batterista Andreas Werliin, Lars Skoglund e John Erikson, tenendo comunque ben presente che il perno dell’album, dall’inizio alla fine, rimane la voce cristallina di Ane, che spazia dal pop al soul con qualche sfumatura jazz.

L’iniziale Hanging attrae con sofisticati accordi melodici, per poi passare alle sonorità alla Moby con Black Notebook e Directions, all’inno femminista “soulful” You Lit My Fire interpretato come una novella Kate Bush, le sorprendenti percussioni mediorientali di Shape Of A Heart, per poi ritornare alla ballate Miss You More e All We Want Is Love (dove è sufficiente una chitarra arpeggiata), e ancora una meravigliosa Still Waters, che ricorda la bravissima Liz Frazer dei Cocteau Twins https://www.youtube.com/watch?v=7UT-uQuAVmA , andando poi a chiudere con il mid-tempo di Better Than This e il canto distintivo di Ane nella dolce Singing Off. Le bonus tracks della versione Deluxe  sono la sussurrata e pianistica Let In Your Love, e la tenera bellezza nordica di Hunting Hight And Low, che chiudono il cerchio di un piacevole album di “pop orchestrale”.

Tirando le somme, se volete approfondire: per Sivert Hoyem dove si pesca si pesca bene, per la signora Brun vi consiglio lo splendido Live At Stockholm Concert Hall (09), e la raccolta Songs 2003-2013.!

Tino Montanari  

Due Grandi Voci Femminili. La Prima Dal Canada: Apriamo Il Borsellino Di Ulisse E Troviamo Tante Belle Canzoni, Forse Persino Troppe! Jane Siberry – Ulysses’ Purse

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Jane Siberry – Ulysses’ Purse – Sheeba Music/CD Baby

Jane (Stewart) Siberry nasce il 12 ottobre del 1955 a Toronto, in Canada: inizia la sua carriera musicale con alcuni gruppi di rock alternativo locale alla fine degli anni ’70 (allora si chiamava new wave) e poi pubblica il primo album da solista, l’omonimo Jane Siberry nel 1981, da allora, tra album ufficiali di studio, live e antologie ne ha pubblicati più di 20, compresi alcuni realizzati sotto lo pseudonimo di Issa, quando per un breve periodo, tra il 2006 e 2009, dopo avere venduto tutti i suoi averi tramite eBay (la casa di Toronto e i suoi strumenti musicali inclusi, ma non la sua collezione di album di Miles Davis, il suo musicista preferito insieme a Van Morrison e Joni Mitchell), si immerge in un misticismo pastorale influenzato dalle religioni orientali e dall’amore per la natura. Se volete leggere quello che avevo scritto ai tempi su di lei lo trovate qui http://discoclub.myblog.it/2010/05/20/cd0c383d1c6ffa6e05aecf6c823ee077/. Da allora mi è capitato di parlare della cantante canadese solo in un’altra occasione, quando aveva partecipato ad un evento benefico per raccogliere fondi, poi pubblicato dalla True North come Concert For St, Stephens nel 2013, ma registrato nel 2005 e quindi antecedente gli ultimi eventi della carriera musicale della Siberry. Diciamo che se l’album più noto di Jane è quel When I Was A Boy del 1993, prodotto da Brian Eno Michael Brook, il disco che contiene il singolo Calling All Angels, cantato in coppia con con K.D. Lang (e apparso anche nella colonna sonora di Until The End Of The World), tutta la sua discografia è ricca di gioiellini sonori sparsi un po’ in tutti gli album e quindi vi consiglierei eventualmente di cercare la doppia raccolta Love Is Everything – The Jane Siberry Anthology.

jane siberry love is everything

Per quanto purtroppo non di facile reperibilità, ma si trova, con un po’ di pazienza, cercando in rete, come pure gran parte della sua produzione, che è, in ogni caso, tutta degna di nota, con alcune punte di grande qualità. Anche questo ultimo album Ulysses’ Purse non contribuirà a “diffondere il verbo” della sua bravura, visto che si trova principalmente attraverso il canale CD Baby e costa un bel 20 dollari, più le spese di spedizione. Però se volete approcciare per la prima volta, o continuare a seguire, se siete già dei fans, il talento vocale ed artistico di questa splendida cantante, il disco mi sembra decisamente buono. L’album ha avuto una gestazione lunghissima, doveva già uscire nel 2014 con il titolo di Consider The Lily, grazie ad un crowdfunding di 30.000 dollari canadesi che dovevano servire a coprire parzialmente i costi della registrazione del CD. Poi la raccolta ha superato decisamente quell’obiettivo e quindi Jane Siberry (che ha anche un carattere particolare ed una attitudine di vita quasi da nomade) si è presa i suoi tempi, ha più volte annunciato e poi rimandato il disco, che alla fine è uscito da qualche settimana, anche se, purtroppo, vista la scarsa reperibilità e l’elevato costo, se ne sono accorti in pochi.

Per i siti e le riviste musicali specializzate la Siberry spesso viene catalogata sotto un generico “dream pop”, che per quanto abbastanza accurato nel descrivere il suo stile, è anche abbastanza riduttivo. Lo usereste per parlare di gente come Joni Mitchell, Kate Bush, Van Morrison, Laurie Anderson,  a cui spesso viene accostata? Non credo, e quindi vediamo di approfondire i contenuti di questo Ulysses’ Purse, che nei suoi tredici brani e quasi 70 minuti di musica, contiene “quasi” fin troppe canzoni: secondo molti è meglio fare dei dischi più succinti e meno lunghi, piuttosto che disperdere le idee in un elevato numero di canzoni o in un minutaggio eccessivo. Il sottoscritto è della scuola opposta: secondo me, posto che, salvo rarissime eccezioni, il disco perfetto non esiste, meglio avere tante canzoni tra cui scegliere ed a cui affezionarsi, sentendone alcune meno, ma poi (ri)scoprendole magari con il tempo, che tagliare brutalmente i contenuti dei dischi (come in passato hanno fatto quasi tutti, da Dylan a Springsteen, a Petty, allo stesso Van Morrison, salvo poi, anni dopo, pentirsi e andare quindi al recupero dei propri archivi “perduti”). Pertanto meglio un album forse troppo lungo e non perfetto, se qualche canzone piace meno, pazienza, si salta al momento, ma poi si può recuperare in un secondo momento, con un’altra disposizione d’animo. Posto che il brano abbia comunque qualche spunto di interesse, se è brutto, rimane tale. Qui direi che di pezzi brutti non ce ne sono.

Curiosamente, ma anche no, in Ulysses’ Purse, la Siberry torna a collaborare con la vecchia amica K.D. Lang (https://www.youtube.com/watch?v=z-CnYAJc-Q0) e la prima cosa che si nota, dalla prima nota che esce dalla sua bocca in Hide Not Your Light, è che la nostra amica non ha perso nulla di quella voce stupenda che mi ha sempre affascinato: compassionevole, appassionata, sognante, con quel timbro vocale che oscilla tra il soprano ed il contralto è sempre un vero piacere ascoltarla. Il disco è anche una sorta di salto nel passato, con l’apparizione di vecchi collaboratori (tra gli oltre 25 musicisti che appaiono nell’album), come Ken Myhr alla chitarra, che non suonava con la Siberry dal disco del 1993, o lo stesso John Switzer, a lungo bassista, e compagno, della musicista di Toronto, con i figli Jacob Hallie (che pare sia depositaria del suo vecchio guardaroba), ma anche Kevin Breit, anche lui chitarrista, a lungo con Norah Jones, o i talenti vocali di Mary Margareth O’Hara, altra grandissima vocalist, Rebecca Jenkins Maria Doyle Kennedy, le cui voci si intrecciano con quella di Jane in intricate armonie che sbucano all’improvviso nel dipanarsi delle canzoni. Canzoni che oscillano, come di consueto, tra un sound carico di quella leggera elettronica che ha sempre caratterizzato anche il sound dei dischi anni ’80, ballate pianistiche, persino qualche escursione nel rock e nel pop, come nella “radiofonica” (magari!) e splendida Everything You Knew As A Child, dove chitarre elettriche, tastiere e batteria, si mescolano con oboe, archi e fiati, oltre a quelle voci stratificate e sognanti, quasi eteree nel loro dipanarsi. Oppure come nella citata, iniziale, Hide Not Your Light, dove un cello, una tromba e il piano fanno da contrappunto alle massicce iniezioni di voci corali che circondano quella della Siberry.

O ancora nella splendida e conclusiva Let Me Be A Living Statue, dove le voci di Jane Siberry e poi di K.D. Lang (quando arriva, si riconosce subito) si avvolgono, si accarezzano, si sovrappongono, in un magico ed emozionante interscambio vocale, sottolineato da un bellissimo accompagnamento di archi, che ha quasi l’intensità di un instant classic, una sorta di Hallelujah per gli anni 2000. Ci sono parecchie altre canzoni molte belle, tra l’altro tutte parecchio lunghe, tra i cinque e i sei minuti, con Morag che supera i sette, una ballata pianistica, sempre caratterizzata da questi crescendi elttroacustici, dove piano, cello, chitarre acustiche, archi e altri strumenti acustici sottolineano la voce stratificata e ricca di eco della Siberry e dei suoi collaboratori vocali per ottenere questo effetto carezzevole ed  avvolgente. Spesso nei brani si aggiungono effetti sonori presi dalla natura e da ciò che ci circonda e se ascoltati in cuffia mentre si cammina, magari in una metropoli, come ha fatto il sottoscritto, rendono ancora più affascinante e “diverso” l’ascolto, come nella soffusa Dark Tent, dove cello, oboe, piano, violino e delle tastiere elettroniche si contendono l’attenzione dell’ascoltatore, oltre alla voce sempre magnifica ed evocativa di Jane.

Molto bella pure Walk On Water, dove delle percussioni discrete, un walking bass e le solite splendide armonie vocali, sono arricchite da una steel guitar malinconica. Meno immediato il suono quasi “ambient” di Anytime, dove una chitarra circolare e armonie quasi beatlesiane, potrebbero conquistarci con ripetuti ascolti. L’orientaleggiante Geranium ha più di una parentela con certe cose di Kate Bush, Tori Amos o persino Bjork, mentre nell’alternanza cantato-parlato della complessa Five And Dime si ascolta quasi una sorta di stream of consciousness, un flusso di coscienza che ha qualche punto di contatto con la Joni Mitchell di Don Juan’s Reckless Daughter, anche se la voce è meno cristallina e più discorsiva. Mama Hereby è quasi una ninna nanna orchestrale che potrebbe venire da qualche colonna sonora dei film Disney, con In My Dream che ci riporta alla Kate Bush più onirica e ricercata (ma queste cose Jane Siberry le ha sempre fatte). Altro poema in musica è The Great Train, inizio e chiusura, parlato e in sordina, che poi si apre su un ricco arrangiamento dove le voci sono nuovamente al centro della musica, ricercata e di non facile fruibilità ma che verrà apprezzata, spero, come peraltro tutto l’album, da chi ama una musica “diversa” dal 95% di quello che si ascolta oggigiorno. Forse i fan del rock più tradizionale è meglio che stiano alla larga, più che di sognare rischiano di farsi dei “grandi sonni”, lo ammetto, ma per chi vuole sperimentare, se riuscite a recuperare l’album, potrebbe essere una piacevole sorpresa. Domani parliamo di Mary Coughlan!

Bruno Conti

NDB, Purtroppo i video delle canzoni del nuovo album non sono disponibili su YouTube per cui ho inserito un po’ di video presi dal passato della nostra amica. Se volete potete ascoltarlo o scaricarlo (a pagamento) qui http://store.janesiberry.com/album/ulysses-purse-2016