Tanto Per Gradire, Un Altro Bel Tributo, Anche Da Parte Dei Nomi Meno “Sicuri”. Gentle Giants: The Songs Of Don Williams

gentle giants the songs of don williams

Various Artists – Gentle Giants: The Songs Of Don Williams – Slate Creek CD

Don Williams, cantautore texano in attività come solista dal 1971 (ma precedentemente membro dei Pozo-Seco Singers), è stato sempre considerato un personaggio di secondo piano, anche se nella sua lunga carriera i successi non sono certo mancati. Depositario di uno stile pacato e raffinato decisamente in contrasto con il suo imponente aspetto fisico (da cui il soprannome The Gentle Giant, niente a che vedere dunque con il gruppo prog britannico), Williams viene spesso dimenticato quando vengono stilate le classifiche dei grandi della country music, anche se lui c’è sempre stato, ha sempre fatto la sua musica senza rompere le scatole a nessuno, e si è ritagliato uno zoccolo duro di fans che non lo ha mai abbandonato: proprio lo scorso anno, su queste pagine virtuali, ho recensito il suo ultimo lavoro, un album dal vivo intitolato Don Williams In Ireland, nel quale il vecchio texano passava in rassegna con il suo tipico approccio tranquillo il meglio del suo repertorio http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ . Ora Don viene finalmente omaggiato da una bella schiera di colleghi, in questo ottimo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, un tributo fatto con grande amore e rispetto e pubblicato in collaborazione con la nota associazione benefica MusiCares (proprio quella che ogni anno omaggia un big della musica con un grande concerto-tributo, quest’anno è toccato a Tom Petty), che si occupa di fornire assistenza sanitaria gratuita ai musicisti che hanno bisogno di cure e non possono pagarsele da soli (non avendo tutti il conto in banca di un Paul McCartney o di un Bruce Springsteen).

Un gran bel dischetto quindi, con interpretazioni molto rispettose degli originali, con dentro veri e propri fuoriclasse, qualche outsider e perfino due-tre nomi che di solito sono da evitare come la peste, ma che qui si dimenticano di essere delle superstars e fanno semplicemente i musicisti. Williams è anche un cantautore molto particolare, nel senso che non è che nel corso della propria carriera le sue canzoni le abbia scritte proprio tutte lui, anzi di quelle più note forse neppure una, ragione per la quale degli undici brani scelti per questo tributo nessuno porta la firma di Don. Il disco è prodotto, tranne in qualche caso, da Gary Fundis, ed oltre agli artisti coinvolti troviamo in session davvero tanti nomi molto noti, come Colin Linden (songwriter canadese e membro dei Blackie & The Rodeo Kings), Glenn Worf, Mickey Raphael, Fred Eltringham, Bryan Sutton, Sam Bush, Jerry Douglas, Dan Dugmore e Lee Roy Parnell, altro ottimo chitarrista e musicista per suo conto. Si parte molto bene con la famosa Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers e noto maggiormente nella versione di Eric Clapton: qui troviamo riunite per l’occasione le Pistol Annies (Miranda Lambert, Ashley Monroe ed Angaleena Presley) in una splendida rilettura country-rock piena di ritmo, grinta e passione ed un mood coinvolgente e molto texano, un inizio scintillante. La brava Brandy Clark ci regala una I Believe In You molto ben fatta, una ballata suonata in modo classico e dal motivo decisamente melodico, una versione di classe; quando ho letto che nel disco c’erano anche i solitamente pessimi Lady Antebellum ho pensato “ma che ca…spiterina c’entrano?”, ma il trio country-pop fortunatamente si contiene e rilascia una We’ve Got A Good Fire Goin’ di buon livello, cantata bene e suonata con gli strumenti giusti, con un leggero accompagnamento d’archi che non guasta, mentre Dierks Bentley, che quando vuole è bravo, convince con un bel arrangiamento elettroacustico della vivace honky-tonk song Some Broken Hearts Never Mend (e poi la voce c’è).

A proposito di grandi voci, ecco l’ottimo Chris Stapleton, in compagnia della moglie Morgane, alle prese con la celebre Amanda (brano di Bob McDill e portato al successo anche da Waylon Jennings), in una intensissima rilettura dal vivo, con pochi strumenti ma tanto pathos, e voce di Chris davvero strepitosa. Sempre parlando di ugole d’oro, ecco Alison Krauss con una dolce e toccante Till The Rivers All Run Dry, bellissimo slow pianistico che avrebbe ben figurato anche nell’ultimo album della bionda cantante e violinista; splendida Love Is On A Roll, squisita country ballad scritta nel 1983 da John Prine e Roger Cook appositamente per Williams, che qui viene riproposta in duetto proprio dai due autori: Prine mostra di essere in grande forma, facendomi sperare in un suo nuovo disco di brani originali al più presto. La coppia formata da Jason Isbell ed Amanda Shires (anche nella vita) ci delizia con una cristallina If I Needed You, prodotta da Dave Cobb (e ci mancava…); Trisha Yearwood, un’altra che non sempre è garanzia di qualità, ci dona invece una Maggie’s Dream molto misurata e di buona intensità (e la voce non si discute), mentre il bravissimo Keb’ Mo’ dimentica per un momento di essere un bluesman e con la saltellante e solare Lord I Hope This Day Is Good ci regala una delle migliori performance del disco, in puro country style. Quando ho letto che l’album era chiuso da Garth Brooks,  il re indiscusso del country commerciale (e marito della Yearwood), ho avuto paura, ma fortunatamente Garth non è uno stupido e sa quando è il momento di fare musica seriamente, e la sua Good Ole Boys Like Me, pianistica e vibrante, è di ottimo livello.

Un plauso agli artisti coinvolti ed alla MusiCares per questo sentito omaggio all’arte di Don Williams, un disco che mi sento di consigliare senza remore, anche perché il ricavato verrà speso per una buona causa.

Marco Verdi

Passano Gli Anni, E Dopo Le Regine Questa Volta Tocca Ai “Re”, Ed E’ Sempre Grande Musica! Blackie And The Rodeo Kings – Kings And Kings

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Blackie And The Rodeo Kings – Kings And Kings – File Under Music Label

Passano gli anni, e la scena musicale canadese conferma la sua vitalità con gruppi ormai storici come I Blue Rodeo o i Cowboy Junkies, mentre Great Big Sea e Crash Test Dummies tacciono, i City And Colour non li conosce quasi nessuno, gli Arcade Fire hanno preso una piega che non ci piace, i New Pornographers sono abbastanza discontinui, come pure i Tragically Hip, peraltro molto popolari in patria, tra i più recenti ricordiamo i No Sinner; non mancano i componenti della famiglia Wainwright, e si potrebbe andare avanti per ore. Per esempio citando anche Lee Harvey Osmond che è la “band” sotto cui si nasconde Tom Wilson, uno dei tre componenti dei Blackie And The Rodeo Kings, gruppo nato per rendere omaggio alle canzoni di Willie P. Bennett, e che negli anni ha prodotto una serie di album spesso di assoluta eccellenza. Insieme a Wilson, ci sono Stephen Fearing (anche cantautore in proprio, con un album recentissimo, Every Soul’s A Sailor, appena uscito e autore pure di pregevoli dischi in coppia con Andy White) e Colin Linden, anche lui con una carriera solista interessante, forse più orientata verso il blues, oltre ad essere uno dei produttori più bravi e ricercati in circolazione (Lindi Ortega, il grande amico Cockburn, Colin James), direttore musicale della serie televisiva Nashville (dove vive).

I tre amici, sei anni fa, nel 2011 ebbero una idea “geniale”: un disco di duetti con una serie di voci femminili (cosa mai avvenuta prima, l’ironia è voluta), dove molte volte però è l’esecuzione e la scelta dei partecipanti che delineano il risultato, in questo caso, manco a dirlo, eccellente http://discoclub.myblog.it/2011/07/20/blackie-and-the-rodeo-kings-re-e-regine/, infatti in quel disco apparivano cantanti come Lucinda Williams, Amy Helm delle Olabelle, Cassandra Wilson, Patti Scialfa, Julie Miller (col marito Buddy al seguito, presente anche in questo nuovo capitolo), Janiva Magness, Emmylou Harris, Mary Margaret O’Hara, Holly Cole e svariate altre, di cui potete leggere al link qui sopra. Per la serie, forse i nomi non saranno tutto, ma sono comunque molto importanti, vi ricordo anche i nomi dei musicisti impiegati in questo nuovo Kings And Kings (si tratta forse di una serie di duetti con voci maschili e gruppi? Indovinato!) oltre ai tre leaders del gruppo, Gary Craig, alla batteria, Johnny Dymond al basso, John Whynot piano e organo, Kenneth Pearson anche lui tastiere (che sarebbe il Ken Pearson che suonava in Pearl di Janis Joplin), Bryan Owings, anche lui alla batteria e infine Kevin McKendree, che pure lui si alterna alle tastiere, con Colin Linden che suona tutto il resto che serve.

Il disco al sottoscritto piace parecchio, fin dalla iniziale Live By The Song una rara canzone firmata da tutti e tre insieme, che è una sorta di autobiografia in musica del loro gruppo, con l’ospite Rodney Crowell del tutto a suo agio nel roots-country’n’roll di questo bellissimo brano che rievoca le atmosfere care alla Band, con chitarre e tastiere spiegate in uno sfolgorio di pura Americana music di grande fascino, splendida apertura; Bury My Heart, scritta da Linden e che vede la presenza del countryman dall’anima rock Eric Church è un’altra notevole ballata mid-tempo, dalla melodia avvolgente e con quel suono caldo e raffinato che è caratteristica tipica dei Blackie And The Rodeo Kings, sempre con la chitarra di Linden pronta a scattare verso la meta. Beautiful Scars, scritta da Tom Wilson (o se preferite Lee Harvey Osmond), vede la presenza di Dallas Green (anche in questo caso si dovrebbe parlare di City & Colour, la magnifica band di Green, con una copiosa discografia da investigare), un’altra canzone dalla costruzione complessa ed affascinante, cantata con grande pathos e passione, perché questa signori è musica rock di qualità superiore, e per High Wire Colin Fearing si inventa un pezzo degno del songbook di Roy Orbison, per sfruttare al meglio la splendida voce di Raul Malo dei Mavericks.

Fino ad ora una canzone più bella dell’altra, nessun segno di stanchezza o ripetizioni, altro cambio di genere per il country-rock-blues della mossa Playing My Heart che vede la presenza di Buddy Miller, che coniuga con il resto della band un mood quasi sudista, dove le chitarre si prendono i loro spazi. E il più avventuroso Wilson chiama alla collaborazione anche i Fantastic Negrito di tale Xavier Dphrepaulezz  (che lo ammetto, non conoscevo, ma investigherò) per un soul-funky blues futuribile di fascino indefinito e sostanza come Biiter And Low; e per Secret Of A Long Lasting Love, scritta da Fearing con Andy White, i tre chiamano a collaborare uno dei maestri del “pure pop & rock” britannico come Nick Lowe, altro limpido esempio del grande talento che è stato schierato per questo eclettico album, una composizione folk-rock dall’animo gentile, cantata in solitaria da Lowe,  impreziosita da melodie che si assimilano subito nella loro raffinata semplicità (non è un ossimoro)! E poi arriva uno dei miei preferiti di sempre, uno dei più grandi cantautori mai prodotti dal Canada, Bruce Cockburn, uno che negli anni ’70 ha realizzato una serie di dischi di straordinaria qualità (rivaleggiando con l’altro Bruce), ma poi ha continuato a fare musica sempre di elevata qualità, spesso prodotta dal suo amico Colin Linden, che probabilmente ha scritto A Woman Gets More Beautiful con in mente proprio Cockburn, una ballata delicata e sognante, cantata in inglese e francese, che è uno dei momenti migliori in un album splendido, dove i “Re” della musica spesso si superano, con Bruce e Colin impegnati in un delizioso interplay vocale e chitarristico.

Land Of The Living (Hamilton Ontario 2016) è un’altra magnifica ballata a due voci che vede alla guida del brano l’accoppiata Tom Wilson/Jason Isbell, con l’ex Drive-by Truckers che si conferma una volta di più come uno dei migliori nuovi musicisti in ambito roots music. Non posso che ribadire, veramente una canzone più bella dell’altra, e anche Long Walk To Freedom, dove l’ospite è il cantante e chitarrista Keb’ Mo’, si colloca nell’ambito ballate, stile dove Blackie And The Rodeo Kings veramente eccellono, questa volta tocca a Fearing affiancare la voce maschia di Kevin Moore, ottimo anche alla slide, in questo brano che ha anche accenti blues e gospel, con uno squisito lavoro dell’organo che adorna da par suo il tessuto del brano. Un disco dei BARK non si può definire tale se non c’è almeno una cover dall’opera dello scomparso Willie P. Bennett: per l’occasione viene ripescata This Lonesome Feeling, una sorta di lamento di un cowboy, che vede il supporto vocale e strumentale di una delle leggende del lato giusto di Nashville, ovvero Vince Gill, un brano folky quasi “tormentato” e minimale, lontano mille miglia dal country più bieco della Music City. Che viene ulteriormente rivisitata anche nella conclusiva e mossa Where The River Rolls, scritta da Colin Linden, che per interpretarla ha chiamato i cosiddetti The Men Of Nashville, che poi sarebbero alcuni degli interpreti della serie televisiva Nashville della ABC, citata all’inizio e curata proprio da Linden, che nel brano ci regala un piccolo saggio della sua perizia alla chitarra, anche se il brano, una country song piacevole con piccoli tocchi gospel, non raggiunge forse i livelli qualitativi del resto del disco, veramente di grande spessore, uno dei migliori usciti in questo scorcio di inizio 2017!

Bruno Conti

Il Suo Primo Vero Disco Dal Vivo! Keb’ Mo’ – Live That Hot Pink Blues Album

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Keb’ Mo’ – Live That Hot Pink Blues Album – 2 CD Kind Of Blue Music 

Pur non essendo più un giovanissimo (compirà 65 anni ad ottobre) Kevin Moore, in arte Keb’ Mo’, a ben guardare non aveva mai pubblicato un vero album dal vivo: Live And Mo’ del 2009 mescolava materiale in studio e dal vivo, e prima ancora c’era stato Sessions at West 54th – Recorded Live in New York, uscito solo in DVD. Quindi ci mancava quel classico doppio dal vivo che ci si può aspettare da un ottimo performer quale è il buon Keb. Bastava dirlo, ed ecco manifestarsi questo Live That Hot Pink Blues Album, comunque un doppio per modo di dire. I dischetti sono due, niente da dire, ma ciascuno comprende 8 pezzi per circa 39 minuti, quindi un totale di neppure 80 minuti, poteva starci in un singolo CD. E come altrettanto spesso è usanza i brani non vengono da un unico concerto, ma sono stati pescati da diverse esibizioni di Keb’ Mo’ con la sua band.. Ma sono gli unici rilievi che mi sento di fare, per il resto la musica è ottima, blues elettrico, qualche pezzo funky, R&B e soul, il tutto innervato anche da una leggera patina gospel, grazie agli ottimi componenti della sua band, Michael B. Hicks alle tastiere, Stan Sargeant al basso e Casey Wasner alla batteria (anche produttore del tutto), a loro volta tutti eccellenti vocalist che supportano in modo egregio il nostro, con eleganti armonie vocali. Il repertorio è composto di brani originali, firmati da Kevin Moore, e se aggiungiamo che Keb’ Mo’ è un bravissimo chitarrista, sia all’elettrica https://www.youtube.com/watch?v=QhYAV5U7HjE , come all’acustica, spesso in modalità slide, ed è in possesso di una delle voce molto versatile, in grado di rivaleggiare con Robert Cray per le nuances soul del suo timbro, ma adatta anche a ballate morbide e melliflue, e cavalcate gagliarde nel blues più classico, con persino qualche detour in un ambito quasi da cantautore, come aveva dimostrato nel buon Bluesamericana del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/06/08/il-titolo-del-disco-dice-keb-mo-bluesamericana/ , dopo il non totalmente riuscito The Reflection del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/09/10/non-ci-ha-riflettuto-abbastanza-keb-mo-the-reflection/.

E nel live sono rappresentate tutte le facce del nostro: c’è l’intrattenitore “piacione” della leggera e ondeggiante Tell Everybody I Know, dove l’acustica di Keb e l’organo si disputano i piaceri del pubblico presente e di chi ascolterà l’album, il bluesman attizzato della potente Somebody Hurt You dove alla solista claptoniana del leader si aggiungono le armonie vocali perfette dei suoi tre soci, con Hicks che eccelle nuovamente all’organo, a suggellare la versatilità dei mood impiegati, c’è la delicata ballata elettroacustica che risponde al nome di Henry, dove la voce non esagera con il miele ma è comunque calda ed invitante, mentre la solista acustica aggiunge tocchi di classe. Life Is Beautiful, sempre guidata dall’acustica di Moore unisce “antico e moderno”, in una sorta di allegra promenade sonora, dove le tastiere forniscono anche una sezione archi avvolgente, mentre She Just Wants To Dance, con la slide in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=QhYAV5U7HjE  ricorda molto lo stile di uno dei suoi maestri, quel Taj Mahal che ha sempre saputo unire generi diversi nelle sue canzoni, con il blues che poi ritorna nella leggermente funky The Worst Is Yet To Come, con un rotondo giro di basso e le backing vocals dei musicisti a portare il pezzo verso lidi soul/R&B, prima di lasciare spazio alla solista che si prende il suo tempo. Government Cheese è molto anni ’80, a metà tra un groove à la George Benson e gli Steely Dan più leggeri, non sentivo un assolo di synth analogico così old fashion da secoli, il pubblico si diverte e i musicisti pure, prima di lasciare spazio alla fascinosa The Door, una delle sue composizioni migliori, con piano elettrico, organo e l’elettrica di Keb che si tuffano in un soul blues intrigante, molto seventies in cui fa capolino anche una armonica “targata” Stevie Wonder, mentre i tre musicisti della band si dividono lo spazio vocale solista della canzone, tutti molto bravi.

Fine della prima parte: tutti di nuovi sul palco, a Nashville, per Come On Back, altro brano “meticciato” molto anni ’80, la delicata love song a tempo di blues che risponde al nome di France, che piacerebbe di nuovo a “Slowhand”, mentre in More Than One Way Home, sempre su un groove “errebi” lascia spazio alla sua slide e poi di nuovo al giro funky di una leggerina A Better Man. The Old Me Better è uno spazio di blues tradizionale acustico all’interno dello show, con tanto di kazoo in azione, prima di tornare al blues elettrico della notevole Rita e al lungo slow blues Dangerous Mood dove le dodici battute sono le assolute padrone, come pure la chitarra di Keb’ Mo’, in grande spolvero nella jam della parte centrale. Il finale è affidato a una bella ballata pianistica con uso di armonica, la dolce City Boy dove si apprezza ancora una volta la sua voce chiara e sicura. Non sarà solo blues, ma è comunque buona musica https://www.youtube.com/watch?v=mYfC3IhnQgM .

Bruno Conti

La Classe Non E’ Acqua, 2! Robben Ford – Into The Sun

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Robben Ford – Into The Sun – Mascot/Provogue 31-03-2015

Se vi chiedete il perché del 2 nel titolo, data per scontata la classe di Robben Ford, è semplicemente perché avevo già usato lo stesso titolo, un paio di anni fa, per la recensione di Memphis di Boz Scaggs (a proposito, a fine mese esce il nuovo album, A Fool To Care, che si annuncia eccellente, con Bonnie Raitt e Lucinda Williams). Ma veniamo all’anteprima di questo Into The Sun, anche lui in uscita il 31 marzo. Tra l’altro ho realizzato un’intervista con Robben, che dovreste leggere sul numero di aprile del Buscadero.

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Sinceramente ho perso il conto del numero dei dischi dell’artista californiano, ma credo che tra album a nome suo, con i fratelli e collaborazioni varie con altri musicisti e gruppi, gli album dove appare il nome di Robben Ford (non come ospite), superino abbondantemente le trentacinque unità. Quello che è certo è che gli ultimi tre sono usciti per la Mascot/Provogue, questo Into The Sun incluso, e secondo la critica, almeno nei due precedenti, si era segnalato un certo ritorno di Robben verso le sue radici più blues http://discoclub.myblog.it/2014/01/30/ecco-giorno-nashville-lo-scorso-anno-robben-ford-esce-il-4-febbraio/. A giudicare dai primi ascolti del nuovo album (effettuati in streaming parecchie settimane prima dell’uscita e senza molte informazioni a disposizione sui musicisti coinvolti, ospiti a parte) mi sembra che invece in questa occasione si sia optato per un tipo di suono più eclettico e variegato, magari a tratti un filo più leccato, che è da sempre la critica che gli fanno i suoi detrattori, grande tecnica e bravura infinita, ma un suono fin troppo algido e preciso a momenti. Ford, nella presentazione del disco, ha parlato di un disco solare (vedi titolo) e positivo, molto ritmato e diversificato negli stili usati, spingendosi a dichiarare che si tratta di uno dei suoi migliori in assoluto (ma avete mai sentito un artista dire, “sì in effetti l’album è bruttino, potevo fare meglio”?).

Undici brani in tutto, cinque dove appaiono ospiti molto diversi tra loro, quattro scritti in collaborazione con un certo Kyle Swan, musicista, vocalist e polistrumentista dall’approccio particolare, di cui fino a questo album ignoravo l’esistenza, diciamo un tipo “strano” https://www.youtube.com/watch?v=31FenhgSS3M . Comunque non mi sembra che l’influenza di Swan sia molto marcata, e in ogni caso per uno che ha suonato con Joni Mitchell e Miles Davis nulla di nuovo! L’ingegnere del suono al solito è Niko Bolas, collaboratore di lunga data di Robben Ford, che rende il tutto nitido e ben calibrato (ma sempre dall’intervista ho ricavato che il produttore è tale Kozmo Flow ?!?), per i musicisti che suonano azzardo la presenza della sua ultima sezione ritmica, Wes Little, il batterista e Brian Allen, il bassista, anche in A Day In Nashville e Jim Cox alle tastiere. Il risultato sonoro, come si diceva, è più eclettico del solito, Rose Of Sharon, tra acustico ed elettrico, ad occhio (e a orecchio) sembra una di queste collaborazioni con Swan, molto raffinata e ricercata, con lo spirito jazz-blues della chitarra di Ford che cerca di inserirsi in melodie più complesse (ma nell’intervista mi ha detto che Swan non c’entra nulla). Ma Day Of The Planets ha  questo annunciato sound molto solare ed immediato, tocchi soul, una ritmica esuberante e le tastiere che colorano il solito lavoro magistrale della solista di Robben, dal suono inconfondibile, più misurato rispetto ad altre occasioni. Howlin’ At The Moon, con la presenza di alcune voci femminili di supporto, ha un suono decisamente più rock-blues e carnale con la chitarra che fa sentire una presenza più decisa, ben supportata dall’eccellente lavoro di sezione ritmica e tastiere, oltre ad una ottima interpretazione vocale; molto piacevole anche l’incalzante Rainbow Cover, con le cristalline evoluzioni della solista di Robben inserite in una canzone di impronta decisamente pop-rock, ma di classe.

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La voce maschia di Keb’ Mo’ ben si accoppia con quella di Robben Ford, in un duetto gospel-blues, Justified https://www.youtube.com/watch?v=YisOj_37zUw , dove si apprezza anche la sacred steel del bravissimo Robert Randolph, il piano honky-tonk di Jim Cox, il tutto coronato da un classico assolo di Ford. ZZ Ward è una giovane cantante americana, di recente opening act anche per Eric Clapton, fautrice di un blues-rock leggero, forse più blue-eyed soul https://www.youtube.com/watch?v=4zzeoEjh_ig  che ben si sposa con le sonorità sempre raffinate della chitarra di Robben, che donano una magica aura sospesa e sognante a una notevole Breath Of Me, mentre per High Heels And Throwing Things, un duetto con Warren Haynes, il suono si fa decisamente più maschio e vibrante https://www.youtube.com/watch?v=89wEudH-AMQ , un funky-rock gagliardo dove la slide guizzante del musicista dei Gov’t Mule ben si sposa con la solista del titolare, in una continua alternanza di licks. Cause Of War è un altro bel pezzo, energico e dalla struttura decisamente rock-blues, con un torrido riff di chitarra e un sound tirato inconsueto per Ford, mentre la successiva e complessa So Long 4 You rimane in questo spirito chitarristico presentando un duetto con il maestro della slide Sonny Landreth, in gran spolvero. Ci avviciniamo alla conclusione, prima con una Same Train che anche grazie alla presenza di una armonica (non so chi la suona) alza la quota blues di un album che cresce con il passare dei brani anche grazie al solismo sempre diversificato di Ford, poi con Stone Cold In Heaven, che vede la presenza di Tyler Bryant, leader e solista degli Shakedown, uno dei nomi emergenti del nuovo rock americano http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , che imbastisce un bel duetto a colpi di solista con Robben. Forse aveva ragione lui, in effetti sembra uno dei suoi migliori dischi di sempre.

Bruno Conti

 

Fabrizio Poggi & Chicken Mambo, Concerto A Milano Il 10 Gennaio E Supplemento Best 2014

fabrizio foggi milano blues 89fabrizio poggi spaghetti juke joint

Nella lista dei migliori dischi “italiani” del 2014 ovviamente c’era anche questo Spaghetti Juke Joint di Fabrizio Poggi con i suoi Chicken Mambo http://discoclub.myblog.it/2014/11/03/quindi-abbiamo-inventato-anche-il-blues-fabrizio-poggi-chicken-mambo-spaghetti-juke-joint/ , ma per varie ragioni (problemi tecnici del PC e altri motivi che ora vi dico) non è rientrato nei vari elenchi dei migliori, come pure la sua lista. Approfittando del fatto che avevo comunque intenzioni di segnalarvi il concerto che Fabrizio terrà a Milano questa settimana, sabato 10 gennaio, allo Spazio Teatro 89 (ormai zona di conquista per le band di Pavia e dintorni, in questo caso Voghera) nell’ambito della rassegna Milano Blues 89, di cui potete leggere gli altri partecipanti nella locandina raffigurata ad inizio Post), rimedio alla mancanza pubblicando le sue liste dei Best of 2014, ovviamente incentrate sul Blues e dintorni (* NDB. alcuni sono anche tra i miei preferiti dell’anno del genere, come potete verificare nei link):

DISCHI – (LUCKY 13)
charlie musselwhite juke joint

-Charlie Musselwhite – Juke Joint Chapel  Anche se è uscito nel 2013! Gran disco però http://discoclub.myblog.it/2014/01/14/tre-consecutivi-meglio-dellaltro-charlie-musselwhite-juke-joint-chapel/

tommy castro the devil

-Tommy Castro & The Painkillers – The Devil You Know

too slim blue heart

-Too Slim And The Taildraggers – Blue Heart  Pure questo sarebbe del 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/07/10/di-nuovo-lo-smilzo-too-slim-the-taildraggers-blue-heart-5501/

keb mo bluesamericana

-Keb’ Mo’ – Bluesamericana http://discoclub.myblog.it/2014/06/08/il-titolo-del-disco-dice-keb-mo-bluesamericana/

ronnie earl good news

-Ronnie Earl & The Broadcasters – Good News  http://discoclub.myblog.it/2014/07/12/ottimo-ed-abbondante-ronnie-earl-and-the-broadcasters-good-news/

bobby rush decisions

-Bobby Rush With Blinddog Smokin’ – Decisions http://discoclub.myblog.it/2014/07/19/otis-senpre-laltro-bobby-rush-with-blinddog-smokin-decisions/

walter trout blues came

-Walter Trout – The Blues Came Callin’  http://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/

selwyn birchwood don't call

-Selwyn Birchwood – Don’t Call No Ambulance  http://discoclub.myblog.it/2014/06/14/piccoli-alligatori-pettinature-afro-selwyn-birchwood-dont-call-ambulance/

john mooney son & moon

-John Mooney – Son And Moon

rob paparozzi

-Rob Paparozzi And The Ed Palermo Big Band – Electric Butter A Tribute To Paul Butterfield And Michael Bloomfield

eric bibb blues people

-Eric Bibb – Blues People  di questo colpevolmente non ho parlato ma è li tra i “sospesi” da recuperare, altro gran bel disco

levon helm midnight ramble 3

-Levon Helm Band – The Midnight Ramble Sessions Vol. 3

regina carter southern comfort

-Regina Carter – Southern Comfort  http://discoclub.myblog.it/tag/regina-carter/

RISTAMPE:
allman brothers 1971 fillmore east
Allman Brothers Band The 1971 Fillmore East Recordings
LIBRI:
please be with me duane allman
Please Be with Me: A Song for My Father, Duane Allman di Galadrielle Allman
CONCERTI:
-2014 Blues Music Awards – Memphis  Tennessee
-2014 Porretta Soul Festival – Guitar Shorty / Anthony Paule & Frank Bey
-2014 Aglientu Summer Blues Festival – Charlie Musselwhite
-2014 Piacenza Blues Festival – Royal Southern Brotherhood
-2014 King Biscuit Blues Festival – Helena Arkansas
FILM:
muscle shoals
Muscle Shoals
Fabrizio Poggi
Questo è tutto, comunque segnatevi sull’agenda, sullo smartphone, nel PC, su un pezzo di carta, dove vi capita: sabato 10 gennaio Spazio Teatro 89, Via F.lli Zoia 89 Milano, concerto di Fabrizio Poggi & Chicken Mambo, una bella serata blues. Fine dello spottone!
Bruno Conti

 

Il Titolo Del Disco Dice Tutto! Keb’ Mo’ – Bluesamericana

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Keb’ Mo’ – BLUESAMERICANA – Kind Of Blue Music

Se dovessi indicare un erede di Taj Mahal, anche se il buon Taj è tuttora vivo e vegeto, diciamo un epigono, un “seguace”, forse ancora meglio, vi farei sicuramente il nome di Keb’ Mo’. Entrambi eclettici polistrumentisti, Taj se la cava discretamente a chitarra, armonica, banjo, piano e ukulele, Kevin Moore, più virtuoso del “maestro”, suona chitarra, acustica, elettrica e slide, banjo, tastiere, basso, armonica, bravissimo pure alla resonator (e in questo album li suona tutti), come tecnica musicale è sicuramente superiore a Mahal, che però dalla sua ha una voce straordinaria, in grado di districarsi in tutti i generi, dal blues al soul e R&B, la musica reggae e caraibica in generale, naturalmente world music e tutti i sottogeneri, blues-rock, jazz blues, blues del delta, country music. Anche Keb’ Mo’ spazia attraverso vari stili, non per nulla, per ribadire questa caratteristica, ha voluto chiamare questo disco BluesAmericana, per ribattere a chi definisce la sua musica semplicemente Blues, mentre nei suoi dischi, fin dagli esordi ufficiali, con il disco omonimo del ‘94 (anche per lui, come per altri, forse il migliore, ma la qualità nel corso degli anni è rimasta sempre elevata, con qualche calo di tensione http://discoclub.myblog.it/2011/09/10/non-ci-ha-riflettuto-abbastanza-keb-mo-the-reflection/), ci sono sempre stati anche gli elementi della cosiddetta “Americana”: country, folk, rock, roots music, musica nera in generale e pure questo CD, al di là del titolo, si allinea su questi stilemi https://www.youtube.com/watch?v=jCXEv_1LavU .

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La voce di Keb’ Mo’ è pure notevole, calda e suadente, meno “vissuta” forse di quella di Taj Mahal, più pulita, ma non priva di forza e grinta, come testimoniano anche i recenti tributi a Jackson Browne e Gregg Allman.Tra i tanti con cui ha collaborato in questo album troviamo Colin Linden, che per non entrare in rotta di collisione con il virtuosismo di Moore, si cimenta qui al mandolino in The Worst Is Yet To Come, il brano che apre questo CD e che ben evidenzia la musica che poi troveremo a dipanarsi nei successivi pezzi: c’è il blues, il rock, un tocco di gospel, che non avevamo citato (nei cori), e il risultato, per certi versi, può ricordare alcunii episodi della Band, con banjo e mandolino che si inseguono armoniosamente in questo divertente inventario di piccole disgrazie che si succedono senza soluzione di continuità, “il peggio deve ancora arrivare”, recita il titolo https://www.youtube.com/watch?v=1hul1kuWDKE . Keb’ Mo’ parte sempre da una base acustica, che doveva essere nelle intenzioni, il fil rouge del disco, ma poi, grazie all’intervento di molti ospiti e all’ottimo lavoro del co-produttore Casey Warner, che suona anche la batteria in alcune canzoni, ottiene un suono più ricco e complesso. Ad esempio in Somebody Hurt You, che è un blues intriso di spiritual, con un bel call and response con i quattro vocalists che curano le armonie vocali nel brano, impreziosito dalle chitarre elettriche del titolare, un organo suonato da Michael Hicks e una tenue speziatura di fiati.

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Come è successo a molti artisti prima di lui, tutti direi, la vita scorre e quindi Keb’ Mo’ non è più di primo pelo, va per i 63 anni, con una lunga gavetta alle spalle, ha acquisito una esperienza che gli permette di districarsi nei vari umori che compongono questo BluesAmericana, ad esempio Do It Right, dove banjo e armonica colorano le tessiture armoniche del brano che viene attraversato da una delicata slide acustica che caratterizza questo brano. I’m Gonna Be Your Man è un blues più canonico, anche se citazioni di celebri frasi di altre canzoni e quell’aria tra soul e gospel sono sempre presenti, come l’immancabile slide acustica e la resonator, mentre una sezione ritmica, precisa e presente comunque in quasi tutti i brani, lascia spazio nel finale anche ai fiati. Move è il brano più elettrico della raccolta, Tom Hambridge siede dietro i tamburi, Paul Franklin aggiunge la sua pedal steel al corpo musicale della canzone e il risultato potrebbe ricordare le cose migliori di Robert Cray https://www.youtube.com/watch?v=ejm-js8JW9c .

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La pedal steel rimane anche per la successiva For Better Or Worse, una di quelle ballate struggenti, sulle pene d’amore in questo caso, che di tanto in tanto il nostro amico ci regala, cantata con grande partecipazione e suonata in modo compiuto, con slide e steel che si integrano perfettamente, avete presente il Ry Cooder più ispirato?   That’s Alright è una cover di un brano di Jimmy Rogers, il bluesman, Moore suona tutti https://www.youtube.com/watch?v=vtTxLIrumSYgli strumenti, lasciando solo la batteria a Steve Jordan, in un blues elettrico, di quelli duri e puri, molto bello, tipo il ricordato Taj Mahal dei primi dischi https://www.youtube.com/watch?v=sh16F0PguE0 . The Old Me Better, firmata con John Lewis Parker, è un perfetto esempio di Crescent City sound, con tanto di marching band aggiunta, i California Feet Warmers, che aggiungono autenticità al brano, difficile tenere fermi i piedi. Altro brano che giustifica l’Americana nel titolo è More For Your Money, scritta con Gary Nicholson, spesso pard di Delbert McClinton, una sorta di moderno ragtime elettroacustico sulla falsariga di certe cose di David Bromberg, come pure So Long Goodbye altra ballatona amorosa, dolce il giusto, senza essere troppo zuccherosa. Un buon album, tra i migliori della sua discografia.

Bruno Conti    

Ecco Il Doppio CD Del Tributo, Track By Track. Uno Dei Migliori Di Sempre! Looking Into You: A Tribute To Jackson Browne

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Looking Into You: A Tribute To Jackson Browne – 2CD Music Road/Ird

“Uno dei migliori di sempre” nel titolo del Post si riferisce sia alla qualità del tributo quanto al soggetto dello stesso, Mr. Jackson Browne: non occorre che sia io a dirvelo, comunque per metterlo nero su bianco, uno dei più grandi cantautori prodotti dalla scena musicale americana negli ultimi 50 anni. E, non a caso, al tributo partecipano solo artisti statunitensi (neppure canadesi, per non parlare di inglesi ed europei). Il progetto esce per la Music Road, l’etichetta di Jimmy LaFave, ma non è la tipica produzione indipendente, infatti partecipano molti dei maggiori artisti del mainstream americano, oltre ad una serie di outsiders e promesse. Manca qualcuno? Certo. Manca Warren Zevon, perché ci ha lasciati, manca la Nitty Gritty Dirt Band con cui Jackson ha iniziato la sua carriera nel lontano 1966, mancano gli amici di sempre Steve Noonan Greg Copeland (col quale aveva scritto Buy Me For The Rain, il primo successo della Nitty Gritty), insieme ai quali si è esibito recentemente per un concerto di raccolta fondi, manca Nico, alla quale aveva donato tre canzoni apparse su Chelsea Girl e tanti altri che sarebbe troppo lungo citare.Quello che resta è comunque molto bello. Quindi vediamolo, brano per brano, cogliendo l’occasione per parlare anche delle canzoni e dei musicisti coinvolti.

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Disco Uno

1. These Days – Don Henley w/ Blind Pilot

Una delle prime canzoni scritte da Jackson Browne, come ricorda Don Henley These Day venne scritta quando aveva solo 16 anni, e nelle parole dell’ex Eagles, “era un passo avanti a tutti noi”. Secondo il Wikipedia italiano, il brano sarebbe stato scritto per Tim Rush (sic, è Tom Rush!) nel 1968, ma se era già stato pubblicato su Chelsea Girl di Nico, uscito nel 1967, mi pare improbabile (questo per ricordarvi che Wikipedia non è la Bibbia, usare con cautela). Comunque Rush l’ha incisa, come la Nitty Gritty, Steve Noonan, Gregg Allman, che ne fece una stupenda versione sul suo disco d’esordio come solista, il bellissimo Laid Back del 1973, lo stesso anno in cui anche Browne la pubblicò sul suo secondo album For Everyman. Questa versione di Henley è molto bella, accompagnato dai Blind Pilot, band indie di Portland molto valida, che confeziona un bellissimo accompagnamento per questo brano, tutt’ora uno dei più belli in assoluto del songbook di Jackson, raffinatissima, con tromba, organo, dulcimer, vibrafono, le immancabili chitarre e armonie vocali, che se non sono quelle degli Eagles, poco ci manca http://www.youtube.com/watch?v=6TFOvsNAnIE .

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2. Everywhere I Go – Bonnie Raitt and David Lindley

E’ nota la passione dell’artista californiano per il reggae, la musica caraibica e la world music in genere, e chi scrive non impazzisce per il genere, comunque il brano, apparso in origine su I’m Alive del 1993, è cantato a tempo di reggae da Raitt e Lindley, che si dividono i compiti anche alla chitarra, ma francamente i due interventi di David a tempo di reggaethon se li poteva risparmiare. Neppure il breve assolo di slide di Bonnie nel finale riesce a risollevare del tutto le sorti della canzone, comunque piacevole, non vorrei dare una impressione di totale negatività.

3. Running On Empty – Bob Schneider

Bob Schneider, nativo del Michigan, cresciuto in Germania (il contrario di Browne, nato in Germania e cresciuto in California) e texano di adozione, è uno dei “nuovi” cantautori più interessanti. Si è preso una bella gatta da pelare, affrontando uno dei brani più belli e conosciuti della discografia di Jackson, Running On Empty comunque la metti è una canzone splendida e la bella voce di di Schneider, con l’ottimo controcanto di Brandon Kindner, interventi mirati di piano, chitarre elettriche ed acustiche, rende pienamente giustizia a questa stupenda ballata, una piacevole sorpresa.

4. Fountain Of Sorrow – Indigo Girls

Le Indigo Girls, da sempre grandissime fans, rilasciano una versione eccellente di Fountain Of Sorrow, forse il pezzo più bello di Late For The Sky, un disco peraltro dove non c’era una canzone non dico brutta ma di qualità media, Amy Ray e Emily Saliers la cantano in modo eccellente, da sole ed armonizzando, come è da sempre loro caratteristica e con una presenza sontuosa dell’organo e del piano di Chuck Leavell, veramente magico per l’occasione.

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5. Doctor My Eyes – Paul Thorn

Paul Thorn, il cantautore-pugile, per chi non lo conosce, è uno dei migliori attualmente in circolazione, certamente da scoprire se non lo conoscete http://discoclub.myblog.it/tag/paul-thorn/. La sua versione di Doctor My Eyes è assolutamente da sentire, potente e coinvolgente, quasi a pari livello dell’originale (anche se quasi nessuno fa Jackson Browne meglio di Jackson Browne), con la slide di Bill Hinds a tagliare in due il brano e un organo malandrino a colorare il tutto.

6. For Everyman – Jimmy LaFave

Il padrone di casa, il texano LaFave, confeziona una versione stupenda di For Everyman, lunga, arrangiata in modo mirabile, con le chitarre e le tastiere che si integrano alla perfezione con il cantato pieno di passione di Jimmy, grandissima rilettura, con un finale in crescendo quando il violino di Todd Reynolds si impadronisce della melodia in modo imperioso!

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7. Barricades Of Heaven – Griffin House

Griffin House è considerato uno dei “cloni” di Jackson, voce molto simile, lo stile pure, però è bravo, scrive delle belle canzoni e qui interpreta in modo mirabile Barricades Of Heaven, un brano che viene da Looking East, il disco del 1996, ma che ha la statura dei migliori di Browne, quelli del periodo d’oro, melodie avvolgenti, melodie che ti rimangono nel cuore e nel testa, interscambi strumentali che sono la storia della canzone della West Coast, ottima versione. Qualcuno dirà, ma sono tutte molto simili a quelle originali! Meglio, gli esperimenti lasciamoli agli altri, se le canzoni sono belle, facciamole bene, come si conviene.

8. Our Lady Of The Well – Lyle Lovett

E Lyle Lovett che è uno degli “eredi” di Browne, cantautore meraviglioso in proprio, uno dei migliori in assoluto, qui realizza una versione splendida di Our Lady Of The Well, se non sapessimo che il brano era su For Everyman potremmo quasi pensare ad un brano di Lovett, con il grande Matt Rollings al piano, e la sezione ritmica di Lee Sklar e Russ Kunkel, che ho come l’impressione mi debba dire qualcosa, Sara Watkins delicata alle armonie vocali e Dean Parks alla chitarra. Cantata in modo perfetto, accorato e partecipe, come richiede la canzone.

9. Jamaica Say You Will – Ben Harper

Ultimamente Ben Harper non mi fa più impazzire, anche se il disco con Musselwhite non è per niente male, però la sua versione di Jamaica Say You Will è veramente bella, cantata con leggiadra nonchalance, su una base di piano, dove mano a mano si inseriscono prima la ritmica poi violino e cello e le armonie vocali quasi gospel, rende pienamente merito all’originale.

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10. Before The Deluge – Eliza Gilkyson

La Gilkyson, che ha recentemente pubblicato il suo nuovo disco, molto bello, The Nocturne Diaries, è una delle discendenti dirette della scuola delle grandi cantanti degli anni ’70, la prima Joni Mitchell su tutte, e la sua versione di Before The Deluge, altro brano splendido, la conferma interprete raffinata e di grande spessore, con una voce molto espressiva, ben servita per l’occasione da un arrangiamento dove ancora una volta il violino, Warren Hood, è lo strumento portante, ma chitarre, contrabbasso, dobro, elettrica e le immancabili armonie vocali sono elementi non secondari

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11. For A Dancer – Venice

I Venice, come ricordano loro stessi nelle note del libretto, hanno cantato e suonato varie volte nel corso degli ultimi anni con Jackson Browne, e non potendo avere gli originali, i quattro fratelli Lennon ci regalano una versione alla CSN, tutta voci e chitarre acustiche, di For A Dancer, musica Westcoastiana all’ennesima potenza, evocativa e ben congegnata.

12. Looking Into You – Kevin Welch

Kevin Welch è un altro dei tanti “unsung heroes” , californiano di nascita ma di recente adozione texana, che costellano la scena musicale americana, bravo e sfortunato a livello commerciale, persiste a volerci regalare la sua arte, in questo caso con una versione intima di Looking Into You, solo il piano di Radoslav Lorkovic e l’organo di Red Young, più le magnifiche voci gospel delle McCrary Sisters. Originale e con la bella voce di Welch in evidenza.

Disco Due

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1. Rock Me On The Water – Keb’ Mo’

Jackson Browne e Bonnie Raitt erano apparsi come ospiti nella bellissima title-track di Just Like You, uno dei dischi più belli del chitarrista e cantante afroamericano, ora Keb’ Mo’ rende il favore con una versione sontuosa di Rock Me On The Water, la voce calda e la slide in grande spolvero, oltre alle immancabili armonie vocali (una costante in moltissimi brani presenti in questo tributo).

2. The Pretender – Lucinda Williams

Qualcuno si è lamentato perché tra gli artisti presenti in questo tributo si notava la mancanza di Jonathan Wilson, uno degli epigoni migliori della musica californiana in cui Jackson Browne è maestro. Ma Wilson c’è, infatti sua è la produzione e molti degli strumenti presenti in questa ottima versione di The Pretender, eseguita peraltro magistralmente da una ispiratissima Lucinda Williams. Doug Pettibone ci aggiunge del suo con alcuni notevoli inserti chitarristici e il brano è uno dei migliori di questo tributo.

3. Rosie – Lyle Lovett

Lyle Lovett è l’unico artista presente con due brani e anche la versione di Rosie, uno dei brani “minori” (si fa per dire, ce n’erano?) di Running On Empty, è da manuale del perfetto “Browniano”, con le magnifiche armonie dei fratelli Watkins, Sara e Sean (stanno per tornare i Nickel Creek, a proposito) e di Peter Asher.

4. Something Fine – Karla Bonoff

A proposito di Peter Asher (il vecchio manager di Linda Ronstadt e James Taylor), anche i suoi due ex assistiti mancano all’appello, ma Karla Bonoff, che ha scritto molte delle canzoni più belle della California di quegli anni, viste da un punto di vista femminile, è una eccellente “sostituta”, in mancanza di termini migliori, con Nina Gerber alle chitarre acustiche e Wendy Waldman, altra mirabile interprete di quella musica, al piano, armonie vocali e produzione. Il risultato si potrebbe definire Something Fine.

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5. Too Many Angels – Marc Cohn feat. Joan As Police Woman

Pure Marc Cohn si può far risalire a quella scuola di cantautori che due o tre cose da Jackson Browne le hanno imparate, la melodia e la costruzione dei brani potrebbero venire da quella parrocchia. Per la sua versione di Too Many Angels Cohn si è affidato agli arrangiamenti e alla produzione di Glenn Patscha degli Olabelle che gli ha creato un raffinatissimo costrutto musicale, uno dei più originali del disco, con David Mansfield a chitarra, viola e mandolino e le armonie vocali di Joan Wasser a girare attorno alla voce di Marc.

6. Your Bright Baby Blues – Sean and Sara Watkins

I fratelli Watkins se la cavano egregiamente in una versione struggente di Your Bright Baby Blue, cantata magnificamente da Sara, con Sean perfetta spalla, per una ennesima ottima rilettura che appare in questo tributo.

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7. Linda Paloma – Bruce Springsteen and Patti Scialfa

Poteva mancare l’amico Bruce? Certo che no, e con la moglie Patty Scialfa al seguito, che canta, co-produce, con Ron Aiello, ma senza E Street Band, solo Nils Lofgren, nell’inconsueta veste di fisarmonicista. Ok, c’è anche Soozie Tyrell al violino. Le arie messicane non sono le prime che ti vengano da accostare a Springsteen, ma uno che ha cantato di Rosalita non avrà certo problemi a cantare di Paloma. Piacevole, anche se forse a momenti un po’ sopra le righe.

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8. Call It A Loan – Shawn Colvin

Shawn Colvin, solo voce e chitarra acustica, presenta il lato più folk della musica di Jackson, un elemento spesso presente nella sua musica e che nei recenti album dal vivo Browne ha ripreso.

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9. I’m Alive – Bruce Hornsby

Per I’m Alive Hornsby sfodera dulcimer, mandolino e violino, la strumentazione dei suoi brani più vicini al country/bluegrass, con l’aggiunta della seconda voce di Ruth Moody (di recente anche con Mark Knopfler). Il risultato è affascinante, un brano dove l’inventiva dell’arrangiamento apporta ulteriore fascino alla canzone originale.

10. Late For The Sky – Joan Osborne

Molto bella ancha la versione pianistica di Late For The Sky, la voce calda e corposa di Joan Osborne si adatta perfettamente al mood “autunnale” della canzone. Un altro dei moltissimi brani di spessore che costellano questo Looking Into You.

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11. My Opening Farewell – JD Souther

La conclusione, “l’arrivederci”, è affidata ad un altro degli amici storici di Jackson Browne, quel John David Souther, vicino di casa del piano di sotto del nostro, con Glenn Frey, e co-autore di molti dei brani più belli degli Eagles, nonché autore di una manciata di bei dischi molto vicini alla poetica browniana, negli anni ’70 e ’80. My Opening Farewell, impreziosita da una tromba jazzata, conclude degnamente questo tributo dedicato al cantautore californiano.

Inutile dire che s’ha d’avere. Ora manca solo un bel cofanetto, magari ricco di inediti, dedicato all’opera omnia di Jackson Browne!

Bruno Conti

P.s. Video per il momento non ce n’è, a parte quello di Don Henley, magari aggiungo i link più avanti. In effetti la data di uscita ufficiale è il 1° aprile e fine aprile in Gran Bretagna.

Nel Frattempo La Alligator Continua A Non Sbagliare Un Disco! James Cotton – Cotton Mouth Man

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James Cotton – Cotton Mouth Man – Alligator 07-05-2013

Il lungo titolo del Post è un composito tra un album di Luca Carboni e un film della Wertmuller, ma il contenuto è inequivocabilmente 100% Cotton, come riportava il titolo di uno dei suoi dischi migliori. Il vecchio leone del Mississippi può anche avere perso la voce per i problemi di salute legati ad un cancro alla gola contratto alla fine degli anni ’90, e l’ultima esecuzione vocale “seria” risale al 2000, ma come armonicista è nella categoria Giant, come ci ricordava anche il suo penultimo disco, e primo per la Alligator, del 2010.

James Cotton è sicuramente una delle ultime “leggende del blues”: nativo di Tunica, Mississippi, è stato però una delle colonne portanti del blues di Chicago dall’inizio degli anni ’50, prima con Howlin’ Wolf e poi, in alternanza con Little Walter, ma anche da solo, l’armonicista della band di Muddy Waters, nel periodo migliore di McKinley Morganfield, all’incirca fino a metà anni ’60. Tra il 1966 e il ’67 ha iniziato la sua carriera solista, mantenendo comunque una fittissima agenda di impegni (anche un ritorno con Waters per Hard Again) che gli permette di contare la bellezza di 914 credits nella lista delle collaborazioni su AllMusic (non saranno tutti veri perché non sempre il portale musicale è precisissimo ma rimane un numero ragguardevole)!

E sapete una cosa, secondo me, questo Cotton Mouth Man si inserisce nella Top 5 dei suoi migliori lavori all time. Tom Hambrige, il batterista, autore e produttore (anche di questo CD), che negli ultimi anni ha lavorato proficuamente con Joe Louis Walker, George Thorogood e Buddy Guy, confermandosi una sorta di Willie Dixon bianco, ha realizzato un piccolo capolavoro con questo album. Concepito come una sorta di concept album sulla vita di Cotton, questo escamotage permette di incorporare nella musica, che è tutta scritta ex novo, anche molti riff e fraseggi dai classici del blues, senza rischiare la denuncia per plagio. Lo stesso Cotton, Richard Fleming, Gary Nicholson e Delbert McClinton hanno collaborato come co-autori, ma il cuore dell’album risiede nell’opera di Hambridge. L’armonica di James, ancora in grandissima forma al suo strumento, ha un ruolo fondamentale, così come la presenza di un vero who’s who della musica tra gli ospiti che si alternano nel disco.

La partenza è fulminante: su un groove trascinante ordito dalla coppia Hambridge-Tommy McDonald, la voce dell’ottimo Darrell Nulisch e l’armonica poderosa di Cotton, la chitarra di Joe Bonamassa confeziona uno dei migliori solo della sua carriera, conciso ma fulminante come poche volte, l’epitome perfetta del blues(rock). Dopo una breve introduzione di quella che fu la voce del nostro amico, riparte un train sonoro inarrestabile, non per nulla Midnight Train, dove si ricompone la coppia Gregg Allman voce (efficace ma non fantastico per l’occasione) e Chuck Leavell al piano Wurlitzer, ben sorretta da due delle colonne portanti della band dello stesso Cotton, il chitarrista Tom Holland e il bassista Noel Neal. Leavell rimane, al piano acustico, per un sentito omaggio a Waters, Mississippi Mud, uno slow blues che ci permette di apprezzare quello che è, quando vuole, uno dei più grandi cantanti del blues contemporaneo, Keb’ Mo’, eccellente in questo brano. Anche nell’altro resoconto della vita di Cotton nella Chicago anni ’50, He Was There, possiamo ascoltare la James Cotton Blues Band al completo in questo caso, con Jerry Porter che si reimpossessa (per un brano) del seggiolino della batteria a scapito di Hambridge, Nulisch alla voce solista, Holland alla chitarra e l’ospite Leavell al piano, un blues “duro e puro”.

Fantastica è la tiratissima Something For Me con un drive alla Allman Brothers dei tempi di Duane garantito da un assatanato Warren Haynes alla chitarra slide e voce e con Cotton che soffia nella sua armonica come se non avesse i 78 anni che ha! Wrapped Around My Heart con Chuck Leavell che passa all’organo per l’occasione e Rob McNelley alla solista è un gagliardo slow blues cantato alla grande da Ruthie Foster, il sound ricorda quello dei migliori brani dell’ultimo Robert Cray, ben tipizzati dal recente Nothin But Love, di cui questo Cotton Mouth Man si candida come successore per il miglior disco blues elettrico contemporaneo del 2013, e che voce ragazzi, la Ruthie! Ancora Darell Nulisch si difende con classe in una vigorosa Saint On Sunday, dove la chitarra di Rob McNelley (una delle sorprese del disco, è il solista della band di McClinton, ma suona anche in un miliardo di dischi country, di quelli buoni) e l’armonica di Cotton hanno modo di mettersi in evidenza e anche il datore di lavoro di McNelley, ovvero Delbert McClinton, si conferma uno dei migliori cantanti bianchi tuttora in circolazione nella sapida Hard Sometimes, mentre l’armonica di Cotton giganteggia sul tutto.

I ritmi latin blues in apertura di Young Bold Women alleggeriscono per un attimo il mood del disco e si alternano con atmosfere più tirate in una gustosa varietà. Bird Nest On The Ground è l’unica cover del disco, un Muddy Waters minore, come notorietà della canzone, ma non per l’intensità dell’esecuzione, sempre garantita dalla house band del disco, senza ospiti in questo caso, se si esclude Leavell al piano (peraltro presente in quasi tutti i brani, meno due). L’unico ospite che non lascia ma raddoppia è l’ottimo Keb’ Mo’, anche alla chitarra, in una soffusa e leggermente vellutata Wasn’t My Time To Go. Vigorosa viceversa la atmosfera da puro electric Chicago Blues che si respira in Blues Is Good For You, quasi un manifesto di intenti, mentre la conclusione, in tono minore, è affidata al duetto tra James Cotton, anche alla voce, spezzata e vissuta, oltre che all’armonica e Colin Linden alla Resonator Guitar in Bonnie Blue.

La data di uscita ufficiale sarebbe il 7 maggio ma per i misteri del mercato discografico è già in circolazione nelle nostre lande. Un ottimo disco di blues, da 4 stellette nei primi 5 brani, ma eccellente nella sua totalità, candidato già fin d’ora alle liste dei migliori di fine anno e degno epilogo della categoria, se così sarà, ma non è detto, della carriera di uno dei più grandi armonicisti della storia del Blues, degno erede del suo mentore Sonny Boy Williamson!

Bruno Conti

P.s Per una volta non ci sono video recenti relativi all’album, per cui ho inserito due o tre classici, riservandomi di aggiornare eventualmente il post in futuro.

La Classe Non E’ Acqua! Boz Scaggs – Memphis

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Boz Scaggs – Memphis – 429 Records/Universal  05-03-2013

Questo signore non è un “pistola” qualunque (inteso come termine colloquiale milanese e non alla Los Lobos o Willy DeVille, per quanto qualche aggancio c’è, ma ci arriviamo fra un attimo)! Sulla scena da quasi 50 anni, il suo primo album, omonimo, uscito solo in Svezia è del 1965, la sua carriera ha attraversato vari fasi: rientrato negli States, nell’area di San Francisco, è stato il primo cantante della Steve Miller (Blues) Band, apparendo nei primi due album del ’68, poi ha firmato un contratto con la Atlantic, che ha pubblicato il suo primo album solista, prodotto dal giovanissimo Jann Wenner (il fondatore ed editore di Rolling Stone, la rivista), dove suonava uno stuolo incredibile di musicisti, tutti quelli dei Muscle Shoals Studios, luogo dove fu inciso il disco, Eddie Hinton, David Hood, Barry Beckett, Jimmy Johnson, Roger Hawkins e uno strepitoso Duane Allman, che tra l’altre, appare in una fantastica Loan Me A Dime, brano in cui, secondo me, rilascia quello che è il più prodigioso assolo di studio della sua breve carriera (e per questo gliene sarò sempre grato). Il disco, bellissimo, e tuttora nella lista dei 500 più belli di tutti i tempi, sempre secondo Rolling Stone (sia pure al 496° posto) è stato remixato nel 1977 da Tom Perry per mettere più in evidenza la chitarra di Allman, ma non a scapito di Boz Scaggs, che fa un figurone nel suo periodo blues. Nel 1971 firma per la Columbia, dove inaugura il suo periodo morbido ma ritmato, in una parola (facciamo tre) “blue-eyed soul”: con Moments, Boz Scaggs & Band, entrambi prodotti da Glyn Johns, In My Time, il ritorno a Muscle Shoals, prodotto da Roy Halee (quello di Simon & Garfunkel).

Insomma la Columbia ci credeva. E nel 1974 cominciamo ad arrivare i frutti: Slow Dancer, prodotto e con molti brani firmati da Johnny Bristol, ex grande soulman alla Motown, entra nei Top 100 delle classifiche USA e, fin dal titolo, rappresenta alla perfezione lo stile di Scaggs, un soul raffinato e leggermente danzereccio, ma di gran classe, che farà poi la fortuna due anni dopo, nel 1976, di Silk Degrees, funky vellutato rivestito di rock o viceversa, che venderà più di 5 milioni di copie, anche grazie a Lido Shuffle e soprattutto Lowdown, percorso da un riff di basso memorabile di David Hungate. Nel disco, tra i futuri Toto, oltre ad Hungate, suonano anche il tastierista David Paich e Jeff Porcaro, alla batteria, oltre a Les Dudek, Fred Tackett, Tom Scott, Chuck Findlay e altri veterani della scena californiana metà anni ’70, che poi sarebbe degenerata negli anni a venire, in un suono bieco e commerciale. Questo disco è commerciale, ma c’è ancora gran classe, che poi andrà scemando lentamente, insieme al successo, nei successivi Down Two Then Left e Middle Man, che nonostante la presenza di Santana, Lukather e molti altri musicisti, nelle note se ne contano una trentina, sommerge la voce sempre valida di Scaggs sotto una miriade di tastiere (soprattutto Synth), voci e fiati, con risultati inversamente proporzionali al numero dei presenti. Poi, dopo un best, la Columbia lo mette in naftalina fino al 1988, quando riappare con Other Roads, un disco con un sound orribile, tipico anni ’80, con drum machines e tastiere elettroniche a profusione, sempre nonostante i musicisti usati, ma era il periodo. Nel 1994 firma per la Virgin e riappare con Some Change, un bel disco, dove la sua bellissima voce e una manciata di buone canzoni, scritte per la maggior parte dallo stesso Boz, una a testa anche con Marcus Miller e Robben Ford, lo riportano a quel soul bianco di cui è sempre stato un maestro.

Nel 1996 fa un mezzo unplugged per il mercato giapponese, Fade Into Light, dove re-interpreta i suoi classici in versioni che pemettono di gustare vieppiù la sua voce e con Come On Home sempre su Virgin del 1997, a fianco del R&B e del Rock, reintroduce anche il blues primo amore. Dig è un altro buon disco del 2001, sempre in quel filone, mentre in But Beatiful del 2003, poi doppiato con Speak Low del 2008, si dà al jazz raffinato e agli standards, ben suonati e ben cantati, ma secondo chi scrive, un po’ pallosi, senza quella scintilla, quel quid che ogni tanto lo ha distinto negli anni. E che si trova invece, nell’ottimo doppio dal vivo, Greatest Hits Live, pubblicato nel 2004 per la Mailboat di Jimmy Buffett, dove con la classe innata che lo contraddistingue, tra blues, rock e classici, ci ricorda perché è considerato uno dei “tesori nascosti” della musica americana. Mi sono dilungato un attimo, ma ne valeva la pena: veniamo ora a questo Memphis, già dal titolo una promessa di prelibatezze. Registrato ai Royal Studios, Memphis, Tennessee, quelli di Al Green e Willie Mitchell, prodotto da uno Steve Jordan (John Mayer Trio, Ex-Pensive Winos di Keith Richards, Robert Cray, Buddy Guy, Clapton, quelli che meritano) in stato di grazia, sia dietro alla consolle che alla batteria, con Ray Parker Jr., Willie Weeks, Lester Snell, il sommo Spooner Oldham alle tastiere, una batteria di voci femminili di cui non so i nomi, perché non ho ancora in mano il disco e l’accoppiata formidabile Keb’ Mo’  alla slide e Charlie Musselwhite all’armonica in un blues “fumante” come ai vecchi tempi, Dry Spell, dove anche il lavoro di Jordan ai tamburi è da applausi.

In tutto il disco Boz Scaggs canta con una voce che è un terzo John Hiatt, un terzo Willy DeVille e un terzo lui reincarnato in qualche grande soulman del passato (per capire con chi abbiamo a che fare se non lo avete mai sentito). Gone Baby Gone è melliflua, raffinata e melismatica come John Hiatt che canta Al Green con il divino organo di Oldham a ricreare il sound dorato della Hi Records e tutti i musicisti misurati ed evidenziati dalla produzione di Jordan. Per evitare gli equivoci So Good To Be Here è proprio quella di Al Green, con l’arrangiamento di archi e fiati di Snell ad aggiungere quel tocco di classe in più ad un brano che è l’epitome del soul perfetto, con la chitarrina di Parker maliziosa. Willy DeVille, stranamente poco conosciuto ed amato in America, dopo quello di Peter Wolf, riceve ora l’omaggio di Scaggs in una rivisitazione deliziosa di Mixed Up, Shook Up Girl, che cita, nell’arrangiamento ondeggiante e complesso a livello ritmico anche quei Drifters che erano uno dei punti di riferimento del grande Willy, i coretti sullo sfondo sono da sballo e lui, Boz, canta alla grande. In Rainy Night In Georgia sfodera un vocione alla Tony Joe White che è perfetto per la canzone, qui in una versione raccolta e felpata, quasi acustica. Love On A Two Way Street è una ballata soul scritta da Sylvia Robinson quella che ha scritto Pillow Talk per Al Green, ma anche Rapper’s Delight, il brano fu un successo per i Moments nel 1970 ed è una piccola meraviglia, con quelle voci femminili che si intrecciano sotto la voce magica di Scaggs e il piano di Spooner Oldham.

Pearl Of The Quarter sarà mica degli Steely Dan? Certo che sì, nel festival della raffinatezza poteva mancare uno dei migliori rappresentanti? E poi Scaggs, con Michael McDonald canta anche nei Dukes Of September, il gruppo in cui, pure con Donald Fagen, gira il mondo per spargere il verbo del soul e della buona musica in generale, inutile dire, versione sontuosa nel magnifico lavoro ritmico di Jordan. Altro omaggio ai Mink De Ville, in questo caso, con una canzone Cadillac Walk, che risveglia i vecchi ricordi di uno che è stato anche il cantante della Steve Miller band e di rock e blues se ne intende, altro arrangiamento sospeso tra grinta e sofisticatezza, con la chitarra dello stesso Scaggs e le percussioni di Jordan in vena di magie.

Che vengono reiterate in una versione super di Corrina, Corrina, folk blues acustico di matrice sopraffina, con un assolo di chitarra acustica che non so di chi sia, ma dalla classe potrebbe essere sempre Keb’ Mo’ e nel soul d’annata di Can I Change My Mind, un grande successo di Tyrone Davis che gli amanti del genere forse ricordano, ma che per tutti gli altri sarà una piacevole sorpresa, con quell’intermezzo parlato della voce femminile che è da antologia del genere, l’organo ssscivola che è un piacere. Oltre alla Dry Spell ricordata all’inizio c’è poi un altro blues da manuale come You Got Me Cryin’ e per concludere una ballata pianistica Sunny Gone, scritta dallo stesso Boz Scaggs e che porta a compimento l’album con un’aura di malinconica bellezza. Come si diceva nel titolo “la classe non è acqua”. Gran bel disco!

Bruno Conti

Non Ci Ha Riflettuto Abbastanza! Keb’ Mo’ – The Reflection

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Keb’ Mo’ – The Reflection – Yolabelle-Ryko             

Mah, che dire? Keb’ Mo’ ha iniziato la sua carriera una ventina di anni fa con una serie di album (alcuni recensiti con gioia da chi vi scrive) dove il suono della sua chitarra acustica (e anche elettrica) e una voce ricca di sfumature si ispiravano al Blues quanto al soul per creare una musica ricca di qualità. Nei suoi primi dischi il blues era comunque la fonte primaria, il primo omonimo conteneva anche due brani di Robert Johnson poi utlizzati nella serie televisiva dedicata da Martin Scorsese alla musica del diavolo. Nel secondo, ottimo, Just Like You, apparivano Bonnie Raitt e Jackson Browne e le influenze si allargavano anche alla musica soul (peraltro sempre presente) con la bella voce di Kevin Moore che assumeva anche timbriche melliflue alla Sam Cooke o Otis Redding, un po’ come era stato prima di lui per Robert Cray, e questo disco gli fruttò un Grammy.

Anche il terzo album Rainmaker vinse un Grammy e conteneva anche dei brani già pubblicati ad inizio anni ’80 quando si faceva chiamare ancora Kevin Moore. E così via con The Door e Keep It Simple. Poi Suitcase del 2006 lo riuniva con il produttore del primo album John Porter ancora con ottimi risultati. Prima e dopo erano usciti anche album dal vivo e dischi per bambini.

Poi, improvvisamente, questo The Reflection, il primo per una nuova etichetta, confezione curatissima con libretto ricco di informazioni, testi, i musicisti che suonano nell’album, molti ospiti. Mi riscappa un mah! Tre stellette di stima (che sarebbero un 6 -) si danno ad un album così ed in effetti il primo brano un po’ funky, The Whole Enchilada con la slide di Keb’ Mo’ e la sua voce setosa in evidenza non è una cattiva apertura anche se cominciano i coretti della voci femminili e un sound che potrebbe ricordare il B.B. King degli anni ’70 delle collaborazioni con i Crusaders, quindi volendo non male. Ma già il secondo brano Inside Outside con Reggie McBride al Lead bass! e sintetizzatori e programmazioni a go-go, oltre ai soliti coretti comincia a sfociare in quello smooth jazz & soul molto anni ’80 o nel sound di Stevie Wonder di quegli anni. All The Way potrebbe ricordare certe cose di Earl Klugh con una voce aggiunta o gli Steely Dan più blandi dopo una iniezione calmante. I See Myself In You prosegue in un tripudio di tastiere e ritmi molto smooth jazz, se vi piacciono Jonathan Butler, Kenny G o il Michael McDonald (sempre anni ’80) siamo in quei paraggi. Insomma ci siamo capiti, in Crush On You c’è anche un duetto con India Arie (bellissima voce), senza che il ritmo cambi di una virgola rispetto al brano precedente.

Ma la cover di One Of These Nights per favore no! Già il brano degli Eagles non è movimentatissimo per usare un eufemismo, ma quando parte l’assolo di sax di Dave Koz stavo per cadere sotto il tavolo per un eccesso di zuccheri. Quindi questo sarebbe Blues? E Vince Gill cosa c’entra in tutto ciò nel duetto in My Baby’s Tellin’ Lies? Mistero!

Per dovere ho proseguito fino alla fine beccandomi anche My Shadow con Marcus Miller al basso slappato molto alla Level 42 e Mindi Abair al sax. C’è una piacevole oasi del Keb’ Mo’ vecchio stile in We don’t need it con tanto di dobro e pedal steel e country-soul di qualità. Poi ritorna il drum programming in puro stile fusion di Just Lookin’ di nuovo con coretti e Marcus Miller al basso, e pure Walk Through Fire non apporta grandi variazioni. Poi per farti inc…re in conclusione c’è il gospel rivisitato di Something Within’ con le voci di babbo, mamma e sorella di supporto. Blues poco, ma se vi piacciono fusion e smooth jazz  vi troverete bene.

Bruno Conti