Confermo Ancora Una Volta, Il Talento E La Classe Non Mancano! JW-Jones – High Temperature

jw-jones high temperature

JW-Jones – High Temperature – Solid Blues Records             

JW-Jones, canadese di Ottawa, è praticamente abbonato  alle candidature ai Maple Leaf e Juno Awards, spesso li vince anche, ma è molto popolare pure oltre i confini canadesi, in quanto da qualche anno registra i suoi dischi in quel di Nashville, Tennesse. Nel 2014 per la produzione dell’ottimo Belmont Boulveard si era avvalso del lavoro di Tom Hambrdige, per questo nuovo High Temperature sul cadreghino del produttore siede il connazionale Colin Linden (Blackie And The Rodeo Kings, ma a lungo con Bruce Cockburn): i musicisti utilizzati sono in parte quelli della band di Jones, oppure pescati, come per l’album precedente http://discoclub.myblog.it/2014/12/13/proposito-bluesmen-classe-jw-jones-belmont-boulevard/ ,non solo dall’area blues specifica, ma anche in un ambito roots music, il batterista Bryan Owings (Emmylou Harris), il tastierista Kevin McKendree (a lungo con Delbert McClinton), lo stesso Linden alla seconda chitarra. Il risultato è un tipico disco di JW-Jones: molto raffinato e stiloso a tratti, con la Gibson del titolare che è in grado di tirare alcuni assoli di grande sostanza e grinta, ma anche lavorare in punta di fioretto, come ho detto in passato forse più Jimmie che Stevie Ray Vaughan, se vogliamo tracciare un parallelo con i fratelli texani.

Ci sono anche elementi di Clapton, o più ancora Robert Cray, profumi di jump e swing, ma anche sonorità più ruvide e tirate, per quanto la voce non memorabile, diciamo “adeguata”, non lo proietta tra i grandi del Blues. La distribuzione dei suoi dischi poi non è capillare, questo nuovo esce per la piccola etichetta canadese Solid Blues Records,  ma superate le difficoltà quello che andiamo ad esaminare è comunque un disco sopra la media dei prodotti blues in circolazione: ogni tanto scatta comunque quel quid che distingue l’artista che fa il compitino in modo compunto e le altre categorie, quella degli “esagerati” a tutti i costi, sopra le righe e fiammeggianti a tutti i costi, e quelli che si sono autoeletti portatori della tradizione, ma spesso sono solo noiosi e senza nerbo. Prendiamo la traccia iniziale, una Price You Pay decisamente energica, con la solista di JW-Jones che oscilla tra un timbro claptoniano e un tocco più raffinato alla Robben Ford, il blues è presente ma lo spirito del brano è decisamente rock, il nostro non ha una voce che infiamma, ma ci mette impegno e la chitarra disegna linee taglienti, mentre il resto della band, dal piano di McKendree ad una sezione ritmica in spolvero, regala una prestazione d’assieme di sicuro valore. Anche il secondo brano How Many Hearts ha questo spirito rock, grazie alla presenza della seconda voce di Jada Dreyer, cantante country canadese trapiantata anche lei a Nashville, qui grintosa e bluesata quanto basta per dare “stamina” ad un altro pezzo dal sicuro appeal. La title track High Temperature è uno shuffle più vicino alla tradizione delle 12 battute, ma la grinta non manca, il piano di McKendree è perfetto contrappunto alla solista di Jones, che si ritaglia brevi soli pungenti e di ottima tecnica.

Murder In My Heart For The Judge era un vecchio pezzo dei Moby Grape, su Wow/Grape Jam, ancora con gli elementi rock, quasi psych in questo caso, che vanno a braccetto con un blues comunque solido dove la chitarra viaggia fluida, spedita e sicura, sopra le evoluzioni della sezione ritmica, insomma si capisce che non siamo di fronte ad un Carneade qualsiasi. Who I Am è il classico slow blues con uso di organo dove di solito uno come Robert Cray eccelle, ma anche il nostro JW sa come costruire un insieme sonoro di grande presa, grazie alla sua solista dal feeling ineccepibile, e per l’occasione canta pure bene; Away Too Long ha un tocco quasi country (togliete il quasi), gradevole ed accattivante, con le armonie vocali di Liam Russell che sono perfette per il mood del brano. Same Mistakes è un altro solido blues-rock con una bella melodia facile da memorizzare, e organo e chitarra che si scambiano licks con grande fluidità e pure Leave Me Out ha quegli elementi piacevoli da ballata roots, con leggere velleità radiofoniche. che non guastano, e un sapido solo di slide che dà il tocco di classe.

Midnight Blues è una cover di un brano di Charlie Rich, uno che sapeva mescolare swing, rock, country e blues, come fa JW-Jones nella sua grintosa rilettura, prima di andare a ripescare un brano a firma Leon Russell, Out In The Woods, che diventa una sorta di tributo al recentemente scomparso pianista americano, un brano tratto da Carney, che fonde di nuovo rock, blues e R&B, in una versione veramente grintosa. Already Know è un’altra ballata morbida e melliflua che svela questo lato più da cantautore di JW-Jones, a cui forse manca la grinta ma non un gusto sopraffino; grinta che torna per Where Do You Think I Was, altro rock-blues di sicuro valore con chitarra in evidenza, come nella conclusiva Wham, il poderoso strumentale di Lonnie Mack, che è uno dei capisaldi del blues misto a R’n’R, e con la solista che viaggia che è un piacere. Insomma il talento non manca.

Bruno Conti

Come Si Può Dargli Torto? Mike Zito – Make Blues Not War

mike-zito-make-blues-not-war

Mike Zito  – Make Blues Not War – Ruf Records

Mike Zito nel corso del suo tragitto musicale, partito da St. Louis una ventina di anni fa, ha incrociato i suoi percorsi con Anders Osborne, Reese Wynans, Sonny Landreth, Delbert McClinton, tutta gente che ha suonato nei suoi dischi, è andato a vivere in Texas, come testimoniato da uno dei suoi dischi migliori (Gone To Texas), è passato anche da New Orleans per condividere il suo percorso con Cyril Neville, e insieme a Devon Allman, hanno virato verso derive sudiste nei Royal Southern Btotherhood, ma dopo due dischi in studio e uno dal vivo, la band  che è rimasta a Neville, ha inserito nuovi elementi. Nel frattempo ha pubblicato due eccellenti album con i Wheel, quello citato e un superbo Songs From The Road, registrato dal vivo, dove il sound aveva anche elementi soul, R&B, country e inevitabilmente southern rock di matrice texana, il tutto proposto con una voce forte e potente, eclettica, tra le migliori nel panorama della musica del Sud degli States. Ed ecco che ora l’irrequieto Zito decide che è meglio Make Blues Not War, e su questo’assunto non si può dire nulla.

Se poi per portarlo a termine ti rivolgi a uno come Tom Hambridge che è stato definito “The White Willie Dixon”, grazie ai suoi lavori con Buddy Guy, Joe Louis Walker, George Thorogood, James Cotton, ecc.,  è quasi inevitabile che il risultato, oltre ad essere ottimo, e lo è, sarà un disco di blues, al di là del titolo profetico. Hambridge, come al solito nei suoi studi di Nashville, ha realizzato un disco che oscilla tra le varie forme di blues: rock-blues tirato e potente, a tratti quasi con derive hard-rock, classico Chicago blues elettrico e un suono southern rock retaggio del passato di Zito. Lo stesso Tom Hambridge è il batterista nle disco, questa volta optando per un approccio di potenza devastante, Tommy MacDonald è il bassista, Rob McNelley è la seconda chitarra solista, in più Kevin McKendree aggiunge le sue tastiere ove occorra, cioè quasi sempre, e ci sono anche un paio di ospiti di prestigio, che andiamo subito a vedere. Le canzoni portano quasi tutte la firma dello stesso Hambridge, cinque insieme a Mike, altre con diversi co-autori e confermano la validità della sua penna, che gli è valsa l’appellativo meritato ricordato poc’anzi. Si parte sparatissimi con una granitica Highway Mama, dove all’accoppiata di chitarre McNelley/Zito (che in tutto il disco è formidabile, soprattutto il buon Mike, che si conferma uno dei solisti più validi in circolazione), si aggiunge anche Walter Trout per un vero festival della sei corde, Zito per l’occasione alla slide, tra riff infuocati, R&R cattivissimo, difficile oggi trovare del blues-rock fatto così bene.

Wasted Time è un gagliardo shuffle ad alta gradazione, pimpante e coinvolgente, con Zito indemoniato alla solista, e la sua band fantastica che lo segue come un sol uomo. Redbird, il brano più lungo del disco, introduce elementi di classico rock-blues anni ’70, tra Free, Zeppelin e piccoli tocchi di rock progressivo, ma non mancano le influenze di Hendrix e SRV per l’uso marcato del wah-wah e per un finale quasi psych, mentre Crazy Legs è una delle canzoni co-firmate da Zito, un boogie-blues vorticoso che ricorda le cose migliori degli ZZ Top o di Thorogood, con la sezione ritmica veramente inarrestabile e il nostro amico che inchioda un assolo micidiale. Make Blues Not War, che nel testo cita Robert Johnson e Muddy Waters è uno slow blues classico, con l’altro ospite Jason Ricci, veemente all’armonica, ad affiancare un ispirato Mike Zito, di nuovo alla slide, difficile fare meglio. On The Road si avvale di un inconsueto clavinet suonato da McKendree, per un robusto funky-blues, dove brillano, al solito, la voce vissuta e la solista fluida del nostro.

Bad News Is Coming è un omaggio all’arte di uno degli ultimi grandi del blues moderno, quel Luther Allison che ci ha lasciato nel 1997, un blues lento intenso e lancinante, con McKendree all’organo e una atmosfera che può ricordare quella di brani simili di Zeppelin e ZZ Top, con la chitarra che viaggia sul filo del rasoio, con un assolo veramente torrenziale; One More Train è il secondo brano che vede la presenza dell’armonica del bravissimo Jason Ricci, uno dei migliori “soffiatori” delle ultime generazioni, con Zito di nuovo alla slide e McKendree al piano, per un pezzo che ricorda il sound degli Stones dell’epoca di Mick Taylor, con Girl Back Home, ancora incentrata sull’intenso lavoro del bottleneck di Mike. Chip Off The Block ci introduce ai talenti di una futura stella della chitarra, o così si spera, tale Zach Zito, figlio d’arte, per un pezzo che cita sia nel testo come nel contenuto il Texas Blues di Stevie Ray Vaughan, il ragazzo sembra promettente. Ma il babbo è una “belva”, come conferma in un ennesimo lancinante slow come Road Dog o nel frenetico boogie R&R di un “vecchio classico” come Route 90, dove Zito e McKelley si scambiano riff a velocità supersonica, per un finale splendido, come d’altronde tutto il disco.

Bruno Conti

Sarà Solo Blues Ma Ci Piace! Kenny Neal – Bloodline

kenny neal bloodline

Kenny Neal – Bloodline – Cleopatra Records

Kenny Neal è uno dei migliori musicisti delle ultime generazioni del Blues (per quanto veleggi verso i 60, da compiersi il prossimo anno, i bluesmen per definizione, sono sempre “giovani” comunque, sino circa agli 80 anni): nativo di New Orleans, facente parte di una famiglia che fa capo a Raful Neal, altro ottimo praticante delle 12 battute, con otto dei nove fratelli impegnati anche loro nella musica, la migliore dei quali era Jackie Neal, tragicamente scomparsa nel 2005, assassinata dall’ex compagno. Kenny è probabilmente il più bravo della dinastia, chitarrista sopraffino, armonicista ed in possesso di una voce ora calda, felpata e suadente, ora potente ed imperiosa, ha al suo attivo una quindicina di album, incisi per Alligator, Telarc e Blind Pig, l’ultimo, dopo una pausa di qualche anno, un disco natalizio I’ll Be Home For Christmas, pubblicato dai “miei amici” della Cleopatra, che francamente mi ero perso. Ed ora questo Bloodline, ancora una volta molto buono, con la solita miscela di blues, soul classico dal profondo Sud, con fiati e pure screziature di New Orleans sound, aiutato da un gruppetto di eccellenti musicisti dove spiccano Tom Hambridge alla batteria (che è anche il produttore, sempre sinonimo di qualità) Tommy MacDonald al basso, Kevin McKendree e Lucky Peterson a piano e organo, oltre alle McCrary Sisters alle armonie vocali, e pure i restanti sette, dicasi sette, fratelli e sorelle di Neal, per la serie i nomi non saranno importanti, ma quando sono bravi la differenza si sente, e in questo caso la regola viene confermata.

Apertura alla grande con Ain’t Goin’ Let The Blues Die, uno di quei classici brani in cui in tre minuti o poco più si citano alcuni dei grandi del genere in una sorta di celebrazione profana, con fiati sincopati, organo e voci di supporto in grande spolvero che danno un tocco gospel, con Kenny Neal maestro di cerimonie con la sua voce rauca e potente, oltre ad una slide sinuosa che caratterizza la canzone. Non tutto il resto del disco è di questo livello, ma ci si difende alla grande, Bloodline potremmo definirlo uno swamp blues d’amosfera, direttamente dalle paludi della Louisiana, con Neal che si sdoppia all’armonica, mentre Plain Old Common Sense, un ciondolante shuffle, è solo del buon vecchio classico blues, sempre con uso di fiati, svisate di organo e piano saltellante, su cui il buon Kenny innesta la sua solista dalle linee fluide, nitide e ricche di inventiva. Molto bella anche la cover del super classico di Willie Nelson Funny How Time Slips Away, cantata alla grande da Neal e che diventa una sorta di ballata R&B/counrty di grande fascino, grazie al lavoro di cesello di McKendree al piano e con lo stesso Kenny che accarezza la sua chitarra, mentre archi, organo e le coriste accrescono questa aria à la Ray Charles Modern Sounds In Country & Western Music, un gioiellino. Keep On Moving, più mossa, tra funky e R&B, gode sempre dell’ottimo lavoro della sezione fiati di Ware, Huber, Summers e Robbins, citiamoli tutti perché sono veramente bravi, l’organo di Lucky Peterson e la chitarra di Neal sono le ciliegine sulla torta.

I Go By Feel è uno slow blues in area B.B. King The Thrill Is Gone, linee classiche della solista, fiati sincopati e la voce struggente del nostro amico per celebrare il “rito” delle dodici battute per una ennesima volta; più leggerina, ma molto gradevole, I’m So Happy, come quelle vecchie canzoni Stax che andavano alla radio nei tempi che furono. In Blues Mobile, uno shuffle molto mosso, Kenny sfodera di nuovo l’armonica, che se non incide come la sua chitarra, poco ci manca, mentre tutta la band, piano, fiati, voci di supporto e sezione ritmica lo segue come un tutt’uno, ottimo; I Can’t Wait è un momento più intimo e raccolto, Steve Dawson alla Weissenborn, Bob Britt (marito di Etta) all achitarra acustica, John Lancaster al piano e Hambridge alle percussioni, tutti in “missione” acustica per sostenere l’armonica e la voce di Neal. Poi ci si rituffa nel deep soul modello Stax/Atlantic, Sam & Dave, Wilson Pickett, c’avete presente, quella “robetta” lì che ci porta in quel di Memphis, grazie a ottimi soli di tromba e sax, oltre all’immancabile chitarra del nostro, la canzone si chiama Real Friend. Prima di lasciarci Kenny Neal ci regala un altro omaggio, ancora più esplicito del precedente, con la sontuosa Thank You BB King si celebra uno dei più grandi del Blues, sia con le parole che con la musica e se non c’è Lucille in azione poco ci manca. Per parafrasare i Glimmer Twins, “sarà solo blues ma ci piace”!

Bruno Conti

Se Sono Bravi Li Troviamo Sempre! D.L. Duncan – D.L. Duncan

d.l. duncan

D.L. Duncan – D.L. Duncan – 15 South Records

Dave Duncan, per l’occasione D.L. Duncan, è uno dei tanti “piccoli segreti” che costellano la scena musicale americana, con una carriera lunga più di 35 anni (o così riportano le sue biografie), anche se discograficamente è attivo solo dagli anni duemila, con un paio di album a nome proprio e uno come Duncan Street, in coppia con l’armonicista Stan Street, uno stile che partendo dal blues incorpora anche alcuni elementi country (in fondo vive e opera a Nashville) e di Americana music, oltre a sapori soul e R&B, presi da Lafayette, Louisiana, l’altra città in cui è stato registrato questo album. Duncan si è sempre circondato di musicisti di pregio, e se nei dischi precedenti apparivano Jack Pearson, del giro Allman, Reese Wynans e Jonell Mosser, oltre a Kevin McKendree e il suo datore di lavoro Delbert McClinton, in questo nuovo lavoro, in aggiunta agli ultimi due citati, appaiono anche Sonny Landreth, David Hood. Lynn Williams e le McCrary Sisters, oltre ad una pattuglia di agguerriti musicisti locali; produce lo stesso D.L. Duncan, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Tony Daigle, più volte vincitore di Grammy Awards, recente produttore anche dell’ultimo disco di Landreth.

Il suono è quello classico che ci piace, molto blues e country (poco tradizionale) molto got soul, ma anche rock chitarristico e non mancano neppure vivaci ballate tra New Orleans e il Randy Newman più elettrico, il tutto condito dalla voce laconica ma efficace di Duncan, che è pure ottimo chitarrista. Si passa dal ciondolante e divertente groove dell’iniziale I Ain’t The Sharpest Marble, con il piano di McKendree e l’armonica di McClinton a dare man forte alla solista efficace e variegata di Duncan, al poderoso e tirato rock-blues di Dickerson Road, dove la chitarra del nostro si colloca tra il Santana più bluesy e Mark Knopfler dei primi Dire Straits, con continui lancinanti rilanci e un efficace lavoro di raccordo di McKendree, oltre a Hood che pompa di gusto sul suo basso. You Just Never Know è puro Chicago blues elettrico, di nuovo con McClinton all’armonica e McKendree che passa al piano, oltre alle McCrary Sisters che aggiungono la giusta dose di negritudine, il resto del lavoro lo fa una slide tagliente. Che torna, presumo nella mani di Landreth, per una vigorosa Your Own Best Friend, dove tutta la band conferma ancora una volta il suo valore, Duncan e le McCrary cantano con grande impegno, la ritmica e le tastiere lavorano di fino e il pezzo si ascolta tutto di un fiato https://www.youtube.com/watch?v=P_NDU1bA68M . I Know A Good Thing, scritta con Curtis Salgado (il resto dell’album è quasi tutto firmato dallo stesso Duncan) è un altro minaccioso blues d’atmosfera, costruito intorno a un giro di basso di David Hood che ti arriva fino alle budella, sempre con ottimo lavoro alla bottleneck del nostro amico, che pure lui non scherza come slideman.

Sending Me Angels è una bellissima ballata country-blues, scritta da Frankie Miller (altro grandissimo pallino di chi vi scrive) e cantata in passato anche da McClinton, eccellente il lavoro al dobro di Duncan e di McKendree all’organo con le McCrary che aggiungono una quota gospel con le loro deliziose armonie vocali, una sorta di Romeo & Juliet in quel di Nashville https://www.youtube.com/watch?v=xE3LGA7jyNY . Orange Beach Blues, una specie di autobiografia in musica, è comunque grande musica sudista, profumo di blues, di Texas e Louisiana, quella anche delle canzoni di Randy Newman a cui Duncan assomiglia moltissimo nel cantato di questo brano, che poi è un quadretto sonoro che rasenta la perfezione, e con un finale chitarristico di grande fascino. St. Valentine’s Day Blues è la slow ballad avvolgente e malinconica alla B.B. King che non può mancare in un disco come questo, sempre con la chitarra di Duncan in grande evidenza. Sweet Magnolia Love sembra un pezzo di Ry Cooder da Bop Till You Drop o quelli con la coppia di compari Bobby King e Terry Evans, qui sostituiti dalle voci delle bravissime sorelle McCrary, e la chitarra viaggia sempre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=QEkp3aAcGOc . E a chiudere il tutto All I Have To Offer You Is Love, una bella ballata di stampo knopfleriano scritta da Craig Wiseman, noto autore di brani country in quel di Nashville, di nuovo eccellente il lavoro di Duncan, qui ancora a dobro e mandolino e con il prezioso contributo di David Pinkston alla pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=wnx9YqRyATI . Sarà pure piccolo, ma rimane un gioiellino di disco, non facile da recuperare ma la vale la pena cercarlo!

Bruno Conti    

Un Chitarrista Per Chitarristi (Non Solo)! Mike Henderson Band – If You Think It’s Hot Here

mike henderson if you think

The Mike Henderson Band – If You Think It’s Hot Here – Eller Soul Records

Questo signore, partito dal natio Missouri per recarsi a Nashville, dove sarebbe diventato uno stimato sessionman, prima come mandolinista e chitarrista slide, poi anche armonicista (e se serve, violinista), nel corso degli anni ha sviluppato una carriera solista parallela che lo ho portato ad essere uno degli artisti “indipendenti”  più amato dai colleghi. Mark Knopfler, che ha firmato le note per il suo album del 1996 First Blood (uno dei migliori di Mike, il secondo album uscito per la Dead Reckoning, etichetta fondata insieme a Kieran Kane, Kevin Welch, Tammy Rogers) gli valse poi, anni dopo, la chiamata a far parte della Band di Knopfler nel Sailing to Philadelphia Tour. Recentemente lo si è visto e sentito, come armonicista, nel fantastico Muddy Wolf At Red Rocks di Bonamassa e il chitarrista newyorkese, nello scrivere le brevi note di questo nuovo If You Think it’s Hot Here, si è chiesto perché non gli abbia chiesto di cantare almeno un brano in quella serata (e di suonare la chitarra, magari slide, aggiungiamo noi, infatti attualmente fa parte della touring band di Joe). Ma Mike Henderson, anche se non incideva un disco solista dal 1999, è veramente un uomo per tutte le stagioni, country, blues e rock sono stati il suo pane quotidiano, è un ottimo autore, tanto che Adele ha interpretato la sua If It Hadn’t Been For Love per il Live At The Royal Albert Hall; con la band bluegrass Steeldrivers di cui fu uno dei membri fondatori nel 2008, insieme all’amica Tammy Rogers, ha inciso due album, anche se nel nuovo CD firma solo tre brani, insieme ad un paio di rivisitazioni di classici e alcune cover di stampo decisamente blues.

Perché, in effetti, pur con tutte le influenze musicali citate, stiamo parlando di un gagliardo disco di blues elettrico. I Bluebloods, con cui ha firmato l’ultimo Thicker Than Water nel 1999, non ci sono più (e parliamo di gente del calibro di Reese Wynans e Glen Worf), e neppure Kingsnakes e Bel Airs, con cui pure ha suonato, ma nella nuova formazione troviamo Kevin McKendree, uno dei migliori tastieristi attualmente in azione, al basso c’è Michael Rhodes e alla batteria Pat O’Connor, meno conosciuto, già vecchio socio di Mike dai tempi dei Bel Airs, che a giudicare dal disco ha comunque un bel drive. Se aggiungiamo che Henderson ha pure una bella voce, era quasi inevitabile che il risultato sarebbe stato ottimo. Si passa dall’iniziale I Wanta Know Why, un solido rockin’ blues dove Henderson scalda subito voce e chitarra slide, ben coadiuvato dal piano di McKendree, anche produttore dell’album, subito grintoso e dal ritmo scandito https://www.youtube.com/watch?v=BnDECpKNVbk , poi seguito da ben due cover estratte dal songbook di Hound Dog Taylor, una vorticosa Send You Back To Georgia, dove il classico boogie blues di Taylor è ben segnato dalla batteria di O’Connor, mentre Henderson, dopo un intermezzo travolgente del pianino di McKendree, continua ad esplorare il fretboard della sua Fender, con un’altra sventagliata di bottleneck guitar devastante https://www.youtube.com/watch?v=KWT0GJMNuJs  e poi raddoppia con le classiche 12 battute di una It’s Alright dove il blues è ancora il padrone assoluto, sempre con la slide in evidenza. R.S. Field, recente produttore del Terraplane di Steve Earle, gli dà una mano a livello compositivo, per una title-track che ha profumi soul e gospel, anche grazie alla presenza di due vocalist aggiunti, bella ballata di stampo sudista questa If You Think It’s Hot Here, mentre McKendree si divide tra piano e organo Hammond con risultati eccellenti.

mike+henderson+other+side mike henderson 1

Un altro brano notevole di  Henderson è Weepin’ And Moanin’, slow blues di quelli torridi con la chitarra sugli scudi, e anche la voce non scherza https://www.youtube.com/watch?v=yGAtjuxUzHQ , pezzo che non ha nulla da invidiare alla ripresa di Mean Red Spider, un Muddy Waters “minore”, se mai ne ha fatti, dove il ritmo funky della batteria ben si sposa con l’intensità della traccia, per non parlare della versione di If I Had Possession di Robert Johnson, che parte sulle ali di una slide acustica e poi diventa un fantastico blues elettrico in crescendo con gli altri strumenti che entrano a canzone già sviluppata e la rendono travolgente https://www.youtube.com/watch?v=6k1KEkcErqk . Notevole anche Unseen Eye, dal repertorio di Sonny Boy Williamson, dove Henderson inchioda uno dei soli più fluidi e passionali del disco, prima di dedicarsi al puro R&R, via blues, di una Matchbox nuovamente travolgente anche grazie al piano di McKendree https://www.youtube.com/watch?v=lPMXQCgQ0LA  e Gamblin’ Blues ci spinge più a Sud, verso il Texas, sulle note di un poco noto brano di Melvin Jackson, con Mike Henderson di nuovo sugli scudi, istigato dal groove eccellente della sua sezione ritmica deluxe. Conclude Rock House Blues, l’unico brano dove il nostro si esibisce all’armonica, accompagnato solo dal piano di McKendree. Degna conclusione di un ottimo album di uno dei migliori gregari in circolazione, per una volta ancora protagonista assoluto.

Bruno Conti

Tosto L’Amore, Ma Anche La Chitarra! Tinsley Ellis – Tough Love

tinsley ellis tough love

Tinsley Ellis – Tough Love – Heartfixer Music

Tinsley Ellis, da Atlanta, Georgia, ormai va per la sessantina anche lui (li compirà nel 2017), e quindi è ormai un veterano, ma è anche una delle rare certezze per gli appassionati del blues rock elettrico più vibrante e virtuosistico. Raramente (forse mai) sbaglia un disco, nei suoi CD si va sul sicuro che la qualità sarà sempre elevata: anche Tough Love, il nuovo album, che segue a circa un anno di distanza l’ottimo Midnight Blue http://discoclub.myblog.it/2014/01/18/degli-ultimi-veri-guitar-heroes-tinsley-ellis-midnight-blue/  è una conferma del suo stato di grazia perenne e della sua bravura. Ancora una volta con l’immancabile Kevin McKendree alle tastiere (ormai con lui da una decina d’anni, anche come tecnico e ingegnere del suono, in quel di Nashville) e Lynn Williams alla batteria, entrambi nella formazione classica di Delbert McClinton, per l’occasione Steve Mackey (da non confondere con l’omonimo bassista e produttore del giro Pulp) sostituisce Ted Pecchio al basso, completando quindi la lista dei collaboratori di McClinton, ulteriore garanzia di qualità. Ellis è un musicista alla Clapton o alla Mark Knopfler, cioè uno che fa un tipo di musica che prende spunto dal blues ma poi diventa rock classico anni ’70, belle canzoni, tutte firmate dal nostro, uno stile chitarristico inappuntabile, da vero virtuoso, ma senza esagerazioni, quindi anche con tocchi soul e R&B, ampie dosi di musica del Sud, ogni tanto quello spirito laidback che aveva il compianto JJ Cale, una bella voce, che non guasta e una facilità di esecuzione quasi disarmante nella sua semplicità.

Tinsley Ellistinsley ellis 1

Il classico groove di Seven Years, la blues ballad che apre le danze, può ricordare i migliori esempi dello stile di Robert Cray, unito al solismo dei citati Clapton e Knopfler, con l’ottima band che crea un sottofondo piacevolissimo per le evoluzioni della solista e il cantato sicuro e vivace di Ellis https://www.youtube.com/watch?v=_qbyxR6GJUo , Midnight Ride, sposta il tiro verso un blues-rock più tirato, con gli ottimi organo e piano di McKendree (come faceva ai bei tempi Bobby Whitlock) a seguire le traiettorie sempre ricche di feeling della chitarra, che inanella un assolo dietro l’altro ottenendo un sound molto claptoniano, non dissimile da quello che Eric aveva negli anni in cui a produrlo, ai Criteria Studios di Miami, era il grande Tom Dowd (che ha lavorato anche con Tinsley Ellishttps://www.youtube.com/watch?v=WMmvQXC_eWc . Give It Away è una bella ballata di stampo acustico, con Tinsley che si produce alla slide per un brano dolce ed avvolgente, quasi pastorale, mentre Hard Work si avvicina a quel sound alla JJ Cale che vi ricordavo, McKendree si sposta al piano elettrico, Ellis opera alla slide elettrica sempre con ottimi risultati ed il risultato è un blues elettrico laidback prediletto dal buon JJ (e per proprietà transitiva da Knopfler e Clapton). Niente male anche All In the Name Of Love, altro brano dall’atmosfera sudista, più Memphis che Nashville, ma sempre Tennessee è, con quel sentimento soul/R&B che non manca mai di ammaliare, anche grazie alle tastiere avvolgenti di McKendree e ad una piccola sezioni fiati, Jim Hoke, sax e Steve Herrman, tromba, che alza la quota blue-eyed soul del brano.

Should I Have Lied è il classico slow blues, di quelli che non possono mancare in un album di Tinsley Ellis, atmosfera alla BB King (anche nell’uso appassionato della voce), con la chitarra che pennella una serie di soli, mirabili nella loro capacità di estrarre l’essenza del blues dalle corde della solista, con tonnellate di feeling https://www.youtube.com/watch?v=McSJdtOp2Zw . Leave Me è decisamente più rock, ma sempre con l’incedere classico che ricorda il miglior blues bianco dei tempi che furono, con il solito, ma mai scontato, interplay quasi telepatico tra chitarra e tastiere e anche The King Must Die, con la voce vissuta del nostro amico a raccontare vecchie storie di blues, unite all’appeal del miglior rock, con la solista ancora una volta a disegnare linee sentite mille volte, ma sempre affascinanti se eseguite da chi conosce a menadito l’argomento. Per Everything Tinsley Ellis sfodera pure l’armonica, strumento che usa di rado, ma di cui è comunque buon praticante, il risultato è un blues classico, con le dodici battute che sono le protagoniste assolute; la conclusione è affidata a In From The Cold, una canzone dove i musicisti mescolano le carte, Kevin McKendree aggiunge Mellotron e timpani, Ellis oltre che alla chitarra si cimenta anche al Wurlitzer, e il risultato è un brano quasi pinkfloydiano https://www.youtube.com/watch?v=IUwRIyi9I00 , con le atmosfere sospese care a Gilmour, pure grande appassionato di blues, qui sfidato a colpi di chitarra da un ispirato Ellis, che conferma ancora una volta la bontà della sua musica.

Bruno Conti

Una “Amica” Di Delbert McClinton. Etta Britt – Etta Does Delbert

etta britt etta does delbert

Etta Britt – Etta Does Delbert – Self-released

Ormai non è inconsueto venire a sapere che un artista abbia avuto una carriera quanto meno travagliata, spesso interrotta per motivi familiari e poi ripresa (specie in questi hard times che stiamo vivendo, quando l’arte deve comunque venire a patti con il sostentamento quotidiano e non è infrequente per i musicisti dover avere anche un lavoro quotidiano, da affiancare alla propria passione). Il caso di Etta Britt, nata Melissa Prewitt sul finire degli anni ’50 in quel di Lancaster, Kentucky e cresciuta poi in una famiglia numerosa a Louisville, non è tanto diverso: dopo una lunga gavetta vince una audizione per entrare in un gruppo vocale country, Dave & Sugar, che negli anni fra il 1979 e il 1984 ebbe vari singoli e album ai vertici delle classifiche di categoria di Billboard. Nel 1984 mentre già risiedeva a Nashville, si sposò con il chitarrista di studio Bob Britt, uomo di mille battaglie e dischi, avendo due figli e decidendo quindi di dedicarsi alla famiglia per aiutare le condizioni economiche non floride della economia domestica. Ovviamente la passione era sempre lì, e, soprattutto dagli anni ’90, quando inizia ad usare il nome d’arte di Etta Britt, la si ritrova spesso nei credits di molti album di country (ma non solo).

dave and sugar etta britt 1

Facendo un salto veloce per arrivare ai giorni nostri, la Britt viene (ri)scoperta da Sandy Knox, autrice musicale per Reba McEntire, che nel 2012, alla tenera età di 53 anni le procura il primo contratto discografico da solista e la possibilità di incidere un album, Out Of The Shadows, dove possa esprimere appieno le sue notevoli capacità vocali; nello stesso anno collabora anche con Paul Thorn e Scott Ramminger, spostando ulteriormente il suo raggio d’azione verso uno stile che includa blues, soul, R&B, rock, e un pizzico di country, ispirata dal sempre ammirato Delbert McClinton, che grazie ai diversi legami con Bob Britt (marito per una, fido chitarrista per l’altro), appare già nel primo album della Britt, duettando in Leap Of Faith, un eccellente brano di blues-soul-roots rock, il genere che possiamo associare ad entrambi https://www.youtube.com/watch?v=XXznrmvTwU8  . Ancora di più se consideriamo che il secondo disco di Etta Britt, questo Etta Does Delbert, è proprio un tuffo nella musica del grande McClinton. Ed è soprattutto un fior di album, veramente bello: una voce pimpante e roca il giusto, una band coi fiocchi, oltre al marito, che produce e suona la chitarra, l’eccellente Kevin McKendree alle tastiere, Steve McKeys al basso, Lynn Williams alla batteria, tutti, passati e presenti, membri della band di Delbert, con l’aggiunta, per dirla alla Cohen, delle deliziose sorelle McCrary, “ginnaste” della musica nera, e della sassofonista Dana Robbins in Jealous Kind..

Il risultato è un disco che suona come una iniezione di musica di gran qualità, con l’energia del rock, i ritmi del soul e del R&B, più vicino alle radici di Memphis (rispetto a Nashville, dove risiede) o al limite del Texas, dove ha svolto gran parte della sua carriera il Delbert McClinton, che, da solo o in compagnia, è l’autore di quasi tutti i dodici brani che compongono questo CD, The Jealous Kind, bellissima, non è sua, ma è come se lo fosse, una signature song https://www.youtube.com/watch?v=ZQXs11Dveys . Pezzi come l’iniziale Somebody To Love You, dove la voce di Etta (omaggio indiretto anche alla grande James?) ha una raucedine e una grinta che la avvicina a gente come Maggie Bell dei non dimenticati Stone The Crows (una sorta di Rod Stewart in gonnella), ma anche al groove di Delaney & Bonnie, o per restare in tempi più vicini a noi, della Tedeschi Trucks Band, in un vorticare di chitarre pungenti, tastiere, densi strati di voci di supporto, una ritmica “cattiva” il giusto, più rock che soul, o entrambi https://www.youtube.com/watch?v=KwVBlIE4WKA .

etta bob britt etta bob britt 2

Old Weakness (Comin’ On Strong) ha una andatura stonesiana, ma di quelli del periodo “americano”, con pianino d’ordinanza e riff chitarristici all’impronta, anche slide, al limite può ricordare pure i Little Feat o la migliore Bonnie Raitt, con la cui voce ha molti punti di contatto, o anche il citato Rod Stewart nella veste di soul rocker https://www.youtube.com/watch?v=xtHMEFguCzA . Non manca il rock’n’roll misto a blues della poderosa Boy You Better Move On, un duetto con Delbert McClinton, con le McCrary Sisters sempre fantastiche con le loro armonie. Startin’ A Rumour annovera tra i suoi autori anche Guy Clark, ed è una deep soul ballad ad alta gradazione emozionale, sentire che voci, la chitarra, l’organo Hammond, ma dove è stata tutti questi anni la signora! Lie No Better è un funky rock di quelli sanguigni https://www.youtube.com/watch?v=PH1F9GoWD_g , e Every Time I Roll The Dice, con la slide di Britt in bella evidenza, potrebbe ricordare addirittura alcuni brani del miglior Bob Seger https://www.youtube.com/watch?v=hwZQ86YnRIE . Ancora deep soul misto a cori gospel per la fantastica You Were Never Mine https://www.youtube.com/watch?v=iZyfkOuzwOI , mentre in Best Of me qualche elemento country-blues emerge, ma vi sfido a trovare un brano scarso, fino alla conclusiva When I Was With You, l’unico firmato dalla nostra, un blues dal feeling jazzy, assai raffinato. Al solito, se amate le belle voci femminili, qui ne trovate una di grande qualità.

Bruno Conti

A Dispetto Del Cappellino, Per Suonare Suona, Caspita Se Suona! Shane Dwight – This House

shane dwight this house

Shane Dwight – This House – Eclecto Groove Records

Un californiano che si trasferisce a Nashville per produrre la propria musica non è certo una novità assoluta, anzi e anche chi ha lo stesso gusto per il vestiario di Tom Morello (ma non lo stesso stile musicale) e porta pure un berretto simile, in effetti nelle foto cappelli ne sfoggia diversi, non oso pensare cosa ci sia sotto, sia in senso figurato che letterale. Ma Shane Dwight, a prescindere dal vestiario, per suonare suona, eccome se suona: con otto album in studio e due DVD nel suo carniere https://www.youtube.com/watch?v=MOSEv43mslU , questo signore non è quello che si può definire un principiante, ma da un paio di CD a questa parte, l’ottimo A Hundred White Lies https://www.youtube.com/watch?v=fYVMuS6iITc  e questo This House, ha unito alla propria reputazione di guitar slinger https://www.youtube.com/watch?v=HhBqFlPc_Ko  anche quella di buon autore e cantante. Per aiutarlo a completare questa parziale trasformazione si è scelto alcuni dei migliori turnisti di lusso in circolazione in quel di Nashville, Kevin McKendree alle tastiere, che oltre ad essere il band leader di Delbert McClinton è diventato uno dei migliori produttori in circolazione (per esempio negli ultimi dischi di Tinsley Ellis e Curtis Salgado, di cui ricordo di essermi occupato), con lui ci sono il bassista Steve Mackey e il batterista Lynn Williams entrambi da quella band e, in alternativa, quando serve, troviamo Kenneth Blevins e Doug Lancio, batteria e seconda chitarra, dalla band di John Hiatt.

Shane Dwight with Bekka Bramlett 128

Delle armonie vocali si occupa una signora, Bekka Bramlett (la figlia di Delaney & Bonnie), che non ha dato forse alla musica quello che il suo patrimonio genetico faceva presagire, ma ha comunque sempre una gran voce https://www.youtube.com/watch?v=tVRA5rPKBPM . E lo dimostra subito nel brano d’apertura, This House, una canzone di impronta più acustica rispetto al resto dell’album, un contrabbasso e la voce di Bekka a contrappuntare quella di Dwight, mentre le tastiere di McKendree si dividono gli spazi con la chitarra acustica di Shane, per una partenza in sordina ma raffinata https://www.youtube.com/watch?v=ZVfKZ-H9Z0Y . Ma We Can Do This, il secondo brano, aggiusta subito il tiro, un funky rock che dimostra che la Bramlett più che nei Fleetwood Mac avrebbe dovuto cantare nei Little Feat, infatti siamo da quelle parti musicalmente, basso e batteria indaffaratissimi, la chitarra elettrica che comincia ad essere strapazzata come richiede il copione, tastiere e seconda chitarra sugli scudi e vai così. Fool è una bella ballata, ma di quelle proprio belle, profumo del Tennesse, con soul e gospel ancora a cura dei cori della Bramlett, l’organo di McKendree che ci delizia i padiglioni auricolari e Dwight che canta con passione, prima di rilasciare un assolo conciso ma lirico, con la presenza di Blevins alla batteria che potrebbe ricordare certe canzoni di Hiatt, veramente piacevole.

shane dwight 1

Ma l’amore per il blues non è stato dimenticato in questo album, Shane scalda l’atmosfera con Sing For Me (Search For Sierra,) un bel mid-tempo cadenzato attraversato da una chitarra carica di eco e da belle atmosfere sonore sospese. It’s Gonna Be Beautiful porta la firma pure di Bekka Bramlett (tutte le altre, meno una, sono di Shane Dwight) che la canta veramente bene, una canzone di gran classe, con qualcosa del repertorio dei genitori che affiora, ma anche elementi country e pop, un pizzico della migliore Tina Turner e una bella melodia che si metabolizza con facilità, tra le cose migliori della carriera della Bramlett, Dwight si limita a fare l’accompagnatore, con classe. Ma poi parte lo shuffle, una Devil’s Noose dove la voce si incattivisce e la chitarra prende il centro del palcoscenico, e il ragazzo bisogna dire che tiene fede alla sua reputazione di “manico”, ribadita poi in Stepping Stone, un altro bluesaccio dove lui e Doug Lancio si sfogano scambiandosi fendenti chitarristici di quelli poderosi, e qui, cari miei, siamo dalle parti del profondo Texas. Never Before non molla la presa, trovato il groove la band ci sciorina un rock-blues di quelli che ti fanno saltare sulla sedia, chitarra in overdrive e voce pimpante, senza requie e I’m A Bad Man conclude la tetralogia blues con una puntata in quel di Chicago, voce e chitarra sempre sul pezzo e grande grinta e maestria di Dwight che sulla sua solista cesella le dodici battute https://www.youtube.com/watch?v=ax9GCk7i2E8 .

shane dwight 2

Losing Ground è una lirica ballad che mescola il meglio del country di Nashville con arie pop quasi beatlesiane, ai limiti del plagio, ma sorprendenti e piacevoli, Bramlett e McKendree sempre perfetti gregari di lusso e la chitarra quasi knopfleriana non perde un colpo. Bad For You è l’altro pezzo firmato con Bekka Bramlett, vogliamo chiamarlo heavy soul, un ritmo funky, strumentazione e voci sature e un assolo luciferino di Dwight e infine, per concludere in bellezza, un’altra deliziosa canzone di stampo country-gospel, si chiama Crazy Today ma potrebbe essere Will The Circle Be Unbroken in chiave gospel. Shane Dwight: altro nome da tenere d’occhio ed appuntarsi, etichetta del gruppo Delta Groove, marchio di garanzia!

Bruno Conti

“Benvenuti Al Sud”! Blackie And The Rodeo Kings –South

blackie and the rodeo kings south

Blackie & The Rodeo Kings – South – File Under Music

Per chi non ne fosse al corrente, Blackie And The Rodeo Kings è una vecchia canzone di Willie P. Bennett, cantautore roots canadese molto noto negli anni ’70. Correva l’anno ’96 quando tre musicisti canadesi decisero di unirsi, più per divertimento che per soldi, per incidere un tributo alla  musica di Bennett, dando vita al progetto Blackie & The Rodeo Kings. I tre musicisti rispondevano (e rispondono) al nome di Colin Linden, Stephen Fearing e Tom Wilson: Linden produttore di mestiere e anche musicista per piacere (con parecchi validi dischi a suo nome), Fearing cantautore e Wilson leader di una rock band molto popolare in Canada (The Junkhouse), tre spiriti diversi, tre anime rock con origini abbastanza lontane le une dalle altre, ma per tutti primeggiava l’amore per la musica.

blackie and the rodeo kings 1

Con questo South sono ben otto gli album incisi da questo “combo” canadese, a partire dal citato esordio High Or Hurtin’: The Songs Of  Wllie P.Bennett (96), il doppio Kings Of Love (99), e dopo una breve pausa Bark (04), Let’s Frotic (06), con abbastanza materiale da far uscire un secondo album di “outtakes” Let’s Frolic Again (per chi scrive, una spanna superiore al precedente (07), Swinging From The Chains Of Love (08), e il bellissimo Kings And Queens (11), un disco di duetti con voci femminili che andavano da Mary Margaret 0’Hara a Serena Ryder, da Cassandra Wilson a Emmylou Harris, da Rosanne Cash a Exene Cervenka, fino a Lucinda Williams (se volete conoscere le altre ospiti, correte a prendere il CD o leggete qui http://discoclub.myblog.it/2011/07/20/blackie-and-the-rodeo-kings-re-e-regine/ ).

blackie and the rodeo kings 3

Con l’apporto della solita sezione ritmica, John Dymond al basso, Gary Craig batteria e percussioni,  Stephen Fearing chitarra acustica e voce, Colin Linden chitarra, dobro, mandolino e voce, eTom Wilson chitarra e voce (mente anche dei bravissimi Lee Harvey Osmond), con questo ultimo lavoro sposano un progetto intrigante, con suoni, colori e umori del Sud del continente nordamericano.

blackie and the rodeo kings 2

Le prime due tracce del viaggio simbolicamente partono con North dall’incedere elettro-acustico, con il dobro di Colin in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=VbI0pFbkEF0 , mentre South è più melodica, perfetta a fare da contorno alla voce dello stesso Linden https://www.youtube.com/watch?v=acJhHs8HsRs , mentre in Gotta Stay Young, irrompe il vocione di Wilson https://www.youtube.com/watch?v=FaVjFNJIxfU . Si prosegue con la maestosa ballata I’d Have To Be A Stone scritta da Wilson e Fearing, e cantata da quest’ultimo in modo struggente (e dove primeggia l’organo di Kevin McKendreehttps://www.youtube.com/watch?v=63ITRzCWsM0 , come nella seguente Blow Me A Kiss con la voce di Wilson, a cavalcare un suono ricco di belle melodie, per poi tornare ad un sound elettrico con Summertime’s Over. La seconda parte del viaggio inizia con una Everything I Am di Fearing dalle sfumature blues, il country dolce di I’m Still Loving You, la deliziosa Reinventing The Wheel Of Love (dai sapori messicani) https://www.youtube.com/watch?v=2zcqjfthLkI , il country-blues di Try Try Try Again, mentre Fleur De Lys è un oasi tranquillizzante, scritta e cantata in coppia da Linden e Wilson, e per finire questo lungo viaggio verso il Sud niente di meglio che un brano proprio di Willie P. Bennett, Driftin Snow, sotto forma di un bel duetto vocale degli stessi protagonisti del brano precedente, con un ritornello tipico delle canzoni folk-blues di venti e passa anni fa https://www.youtube.com/watch?v=QR6ngZ_a6io .

blackie and the rodeo kings 4

Non è certo un capolavoro, ma un bel disco di “americana”, guidato dall’intreccio delle voci dei tre leader Fearing, Linden e Wilson, da assaporare lentamente, magari sorseggiando un bel bicchiere di Whisky Canadese (consiglio il Sam Barton), lasciando scorrere la mente sui verdi boschi,  le grandi distese e le immense pianure dei figli delle “giubbe rosse”!

Tino Montanari