Il Ritorno Di Uno Dei Tanti Outsiders Americani, Di Quelli Veramente Bravi. Jason Eady – Jason Eady

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Jason Eady – Jason Eady – Old Guitar/Thirty Tigers CD

Qualche mese fa stavo riordinando la mia collezione di CD, e quando mi è capitato tra le mani Daylight And Dark, una delle sorprese più piacevoli del 2014, mi sono chiesto che fine avesse fatto il suo autore, il bravo cantautore del Mississippi Jason Eady. La risposta è arrivata di recente, allorquando è uscito il nuovo album di Jason (il precedente non era l’esordio, ce n’erano già quattro usciti prima, ma vi sfido a trovarli nuovi ed a prezzi umani), che il nostro ha deciso di intitolare semplicemente con il suo nome. E la semplicità è proprio la sua caratteristica principale, in quanto le sue canzoni sono costruite con pochi accordi, suonate con un numero limitato di strumenti, e quasi sempre acustici: ma la sua è una musica vera, autentica, un tipo di country che è distante anni luce da quello finto che passa nelle radio di settore, e per questo Jason non sarà mai un million seller, ma di sicuro i suoi album troveranno sempre spazio nelle collezioni di chi ama la musica pura. Jason Eady è forse ancora migliore di Daylight And Dark, e più maturo, e le canzoni sembrano scritte ed eseguite con piglio maggiormente sicuro: la produzione è ancora nelle mani di Kevin Welch, cantautore dell’Oklahoma ben noto su queste pagine, mentre tra i musicisti coinvolti troviamo il grande Lloyd Maines, che suona un gran numero di strumenti a corda, la bravissima violinista Tammy Rogers (membro degli SteelDrivers ma anche presente in molti album di Buddy e Julie Miller) e, come voce di supporto in un brano, nientemeno che Vince Gill (oltre alla moglie di Eady stesso, Courtney Patton, alle armonie vocali).

Jason, che ha anche una bella voce, ci delizia quindi per i 35 minuti scarsi del disco, con una serie di canzoni scritte ed eseguite in modo classico, puro country d’autore per chi vuole suoni veri, personali, non appariscenti ma di grande impatto emotivo: le sue influenze sono nobili (Willie Nelson, Merle Haggard, Joe Ely, Guy Clark), ma in definitiva non somiglia a nessuno di questi. Il CD si apre con Barabbas, una ballata molto intensa e decisamente ispirata, dalla musicalità profonda, con steel e dobro ad accarezzare la melodia e la voce espressiva di Jason a fare il resto. Drive è più ritmata, anche se gli strumenti restano acustici, al punto da farla sembrare un canto folk d’altri tempi, merito anche di un motivo dal sapore tradizionale; splendida Black Jesus, dotata di una melodia diretta e vincente, una country song pura come l’acqua e suonata in maniera deliziosa, mentre No Genie In This Bottle, una drinkin’ song con due strumenti in croce ma dal feeling notevole, è nobilitata dalla seconda voce di Gill e da un’atmosfera degna di John Prine.

Molto bella anche Why I Left Atlanta (ma di brani di livello basso non ce ne sono), altra country balad accattivante che ricorda certe sonorità “americane” dell’Elton John dei primi anni settanta, Rain è ancora un pezzo di stampo tradizionale, con banjo e violino protagonisti, ed un motivo folkeggiante che fa la differenza, Where I’ve Been è uno squisito brano delicato e gentile, decisamente toccante, che non fa che confermare la bravura di Eady nello scrivere canzoni semplici ma intense. Waiting To Shine, vivace, ritmata e godibile, precede Not Too Loud, languida e tersa ballata di grande spessore, e la conclusiva 40 Years, struggente e poetica, accompagnata solo da chitarra e violino ma dal pathos indiscutibile. Pensavo si fosse perso Jason Eady, ed invece eccolo di nuovo tra noi, e più in forma che mai.

Marco Verdi

Un Altro Dei Tanti “Piccoli Segreti” Del Cantautorato Americano. David Olney – Don’t Try To Fight It

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David Olney – Don’t Try To Fight It – Red Parlor Records

Con sorpresa mi sono accorto che di questo signore, David Olney, oltre quarant’anni di carriera, ventisette album registrati (compreso questo ultimo lavoro) di cui sei dal vivo, dalla nascita di questo “blog” non abbiamo mai recensito un disco, e quindi è giunto il momento di colmare questa grave dimenticanza. Il giovane Olney (nativo di Providence nel Rhode Island), si fa notare a soli 19 anni come leader di un gruppo che gravitava nell’area di Nashville, gli X-Rays, e nonostante un look “da ribelle” e una voce e una grinta alla Bob Seger (che spopolava in quei tempi), il buon David non riuscì ad imporsi sulla scena discografica, costringendolo quindi ad intraprendere una carriera da solista (con alle spalle, come detto, numerosi dischi, incisi con regolarità fin dagli anni settanta), con alcuni pregevoli lavori d’impronta acustica come Eye Of The Storm (78) e Deeper Well (88), passando anche attraverso il rock-boogie vicino a New Orleans nei solchi di Top To Bottom (91), prodotto da Fred James (Freddie And The Screamers), e edito dalla meritoria etichetta lombarda Appaloosa Records. Con l’ottimo Live In Holland (94) arriva il primo disco dal vivo, a cui seguiranno negli anni lavori importanti come Real Lies (97), Trough A Glass Darkly (99), The Well (03), Migration (05), senza dimenticare l’intrigante boxset di 3 EP che comprende Film Noir, The Stone e Robbery & Murder (12), fino ad arrivare ai più recenti lavori in studio Predicting The Past (con un bonus cd retrospettivo sulla sua carriera (13), e When The Deal Goes Down (14).

Per questo Don’t Try To Fight It David Olney (chitarra acustica e armonica), affida la produzione al polistrumentista Brock Zeman (pedal-steel e chitarre acustiche), per una strumentazione per lo più acustica, dove si possono ascoltare echi di valzer, il folk e il blues, che vengono suonati da fior di musicisti locali tra i quali Blair Hogan al basso, chitarre e mandolino, Tyler Kealey alla fisarmonica e pianoforte, Dylan Roberts alla batteria e percussioni, Steve Dawson al dobro, Michael Ball al violino, Wayne Mills al sassofono e alle armonie vocali la brava Kelly Prescott, per una decina di brani composti come sempre da Onley con John Hadley, di cui anche due scritti a quattro mani con due cantautori di cui ho perso da tempo le tracce, Kieran Kane e Kevin Welch. Il disco si apre alla grandissima con l’ottima If They Ever Let Me Out, un bellissimo rock-boogie dai sapori sudisti, impreziosito dalla voce di Kelly Prescott, a cui fanno seguito le atmosfere messicane, con fisarmonica d’ordinanza, di una serenata come Innocent Heart, il blues spettrale e spiazzante di Don’t Try To Fight It (dove si sente lo zampino di Kieran Kane), cantato con voce sgraziata à la Tom Waits da David, per poi passare ad una bellissima ballata elettroacustica come Ferris Wheel. con un arrangiamento “irlandese”composto da violino, dobro, fisarmonica e pedal steel. Si prosegue ancora con un blues inciso come “Dio comanda”, Crack In The Wall, voce in evidenza e chitarra elettrica trascinante, mentre la seguente Situation è una divertente country song; viene rispolverato pure il rock-blues d’annata, con una trascinante Sweet Sugaree, dove si evidenzia la bravura di Wayne Mills al sax, per poi tornare alle dolci atmosfere di Evermore, caratterizzate da un inconsueto binomio tra fisarmonica e cello. Ci si avvia alla fine con il country “bucolico” di una Yesterday’s News, e il blues lievemente sgangherato di Big Top Tornado (che vede come coautore Kevin Welch), eseguito in stile quasi alla John Trudell e affini.

Questo più che arzillo quasi settantenne, deve essere stato scaraventato a sua insaputa nella piscina di Cocoon,  ha avuto nel corso degli anni il riconoscimento di colleghi del calibro di Steve Earle, Emmylou Harris, Johnny Cash, Linda Ronstadt, e anche il meno noto Del McCoury, che hanno inciso e cantato alcune delle sue canzoni, facendolo diventare un artista di “culto”, uno che ha sempre inciso per il piacere di fare musica, senza mai cercare il successo o la visibilità commerciale. Come accennato nel titolo del Post, David Olney rimane un altro dei “grandi dimenticati” della canzone d’autore americana, uno “storyteller” (o cantastorie se preferite) straordinario, un grande visionario dalla voce calda e dal gusto melodico, un “camaleonte” capace di mantenere  negli anni un livello qualitativo elevato nelle sue canzoni che, sono sicuro, molti altri cantautori sopravvalutati (che ci sono purtroppo in giro), farebbero carte false per avere nel proprio repertorio. Questo “artigiano” della canzone d’autore Americana, sebbene nella sua carriera abbia raccolto meno di quello che ha seminato, con questo nuovo Don’t Try To Fight It ha dipinto forse un suo piccolo capolavoro, un disco che merita assolutamente di essere ascoltato, sicuramente un lavoro che tocca svariati generi, ma sappiamo che la buona musica, oltre a non avere età ne tantomeno stagioni non è di solito legata a stili specifici , il che certifica senza alcuna ombra di dubbio che David Olney (uno  che non ha mai fatto un disco brutto), è uno dei tanti tesori nascosti del panorama musicale, e quindi, come diceva il famoso maestro Manzi, non è mai troppo tardi per scoprirlo.

Tino Montanari

Anche Come Band Leader Rimane Sempre Una Cantante Di Un Certo “Peso”! Wynonna Judd – Wynonna & The Big Noise

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Wynonna Judd – Wynonna & The Big Noise – Curb CD

Wynonna Judd, o più semplicemente Wynonna (sorella della popolare attrice Ashley, nonché figlia di Naomi, con cui componeva il popolarissimo duo delle Judds, anche se il loro vero cognome è Ciminella), era inattiva da ben sette anni. Considerata un’artista country, ha però sempre avuto sia nella voce potente che nella grinta un’attitudine da rockeuse, qualità che oggi ha modo di mostrare appieno con il suo lavoro nuovo di zecca, intitolato Wynonna & The Big Noise, nel quale, a partire dalla copertina, la nostra si mette alla leadership di una vera e propria band, formata da Justin Weaver alle chitarre, Peter King alle tastiere, Dow Tomlin al basso e Cactus Moser (ex membro degli Highway 101 e anche produttore del disco) alla batteria.

Wynonna & The Big Noise segna un bel ritorno da parte di una artista che non è mai stata tra le mie beniamine, ma ha comunque sempre fatto la sua musica con coerenza e senza rompere le scatole a nessuno, e con questo disco si rivela in gran forma, ben coadiuvata da un gruppo compatto dal suono molto rock e diretto, con chitarre (spesso in modalità slide) ed organo sempre in primo piano, che danno alle canzoni un sapore sudista con accenni blues e swamp in certi momenti; il CD, dodici brani, vede poi la collaborazione di alcuni pezzi da novanta (che vedremo strada facendo), i quali abbelliscono il tutto con interventi misurati ma preziosi. Una bella “rentrée” dunque (e molto poco country), da parte di una cantante che avevo sinceramente dimenticato.

Apre la tostissima Ain’t No Thing, un rock blues dallo spirito sudista che vede la partecipazione della bravissima Susan Tedeschi alla voce e chitarra, un pezzo che Wynonna conduce in porto con piglio sicuro ed autorità (ed il brano è scritto da Chris Stapleton, tanto per capirci). Cool Ya ha una ritmica spezzettata ed una melodia che fa un po’ fatica ad emergere, anche se il suono, dominato dall’organo, non presenta sbavature.Things I Lean On è più cantautorale, un intenso brano di base acustica con accompagnamento leggero e la gradita comparsata di Jason Isbell, mentre You Make My Heart Beat Too Fast è un godibilissimo ed insinuante swamp rock, polveroso, elettrico e cadenzato, con una bella slide paludosa quanto basta.

Staying In Love è un’escursione in territori soul-errebi (pur senza fiati), sempre con base sonora molto sudista ed un ritornello decisamente accattivante; Keeps Me Alive inizia piano, con un’atmosfera tesa da blues desertico, ed una slide in sottofondo suonata nientemeno che da Derek Trucks (per par condicio, dato che abbiamo avuto la moglie…), il quale nobilita la canzone con il suo tocco da maestro. Jesus And A Jukebox è una languida ballata, la più country del disco, con un’ottima scrittura ed una solida performance da parte della band; I Can See Everything vede l’ultimo ospite del disco, ovvero l’Eagle Timothy B. Schmit (che è anche autore del brano): Timothy è senz’altro famoso per la sua voce angelica e per le sue armonie, non certo per il suo songwriting, ma la canzone, una tipica ballata soft-rock californiana, è gradevole.

Something You Can’t Live Without è ancora rock dalla vena southern, anche se i suoni non sono molto spigolosi, meglio You Are So Beautiful, dall’andatura più lenta ma dalla musicalità calda e voce in primo piano; il CD si chiude con la pianistica Every Ending (Is A New Beginning), altra ballata di gran classe, e con Choose To Believe, un pezzo scritto da Kevin Welch, che riporta il disco su territori paludosi, sudati, con la voce di Wynonna a dare un tocco di sensualità. Un buon ritorno per Wynonna Judd: potrebbe anche essere il suo disco migliore di sempre.

Marco Verdi

Una Nuova Grande Band!?! The Departed – Adventus

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The Departed – Adventus – Thirty Tigers CD

The Departed, come forse qualcuno ricorderà, sono la nuova band di Cody Canada. Mandati definitivamente (purtroppo) in pensione i Cross Canadian Ragweed (pare per dissapori tra Cross e Ragsdale), Canada ha fondato lo scorso anno questo nuovo combo, in compagnia di un altro CCR (Jeremy Plato, al basso), di Seth James, co-leader della band, del tastierista Steve Littleton e dal batterista Dave Bowen (sostituito presto con Chris Doege). I cinque hanno esordito un anno fa con This Is Indian Land, un album di sole cover di autori originari dell’Oklahoma (da Bob Childers a Kevin Welch, passando per gente più famosa come J.J. Cale e Leon Russell), il classico disco di rodaggio, ma è con questo Adventus (con una strana copertina di un poliziotto con un proiettile ficcato nell’orecchio, uno scatto, pare, effettuato durante un concerto dei Led Zeppelin negli anni settanta) che il gruppo texano-oklahomano inizia la sua vera e propria carriera.

Il fatto che l’album sia attribuito al gruppo e basta (il precedente era uscito come Cody Canada & The Departed) la dice lunga: i Departed non sono più la backing back di Canada, ma un vero e proprio ensemble affiatato, con due leader al 50% (Canada e James, entrambi validi chitarristi e cantanti) che si dividono il ruolo di frontman senza problemi. Adventus, che in latino significa avvento o venuta, è un vero e proprio punto di partenza, per una band che, novella fenice, è sorta sulle ceneri dei Cross Canadian Ragweed, proseguendone il discorso ma aggiungendo diversi nuovi spunti interessanti. Infatti la musica proposta dal quintetto parte sì dal country-rock venato di radici dei CCR, influenzato dal movimento Red Dirt, ma amplia la gamma sonora, introducendo elementi sudisti, una ancora maggiore vena rock, ed un’attitudine da vera bar band, che sa far parlare le chitarre e scrivere melodie coinvolgenti e piene di pathos. Sembrano un gruppo che suona insieme da anni, tanta e la compattezza e l’affiatamento che si palesa in questo disco: avevo personalmente temuto che Canada, dopo lo scioglimento dei CCR, si potesse perdere un po’ per strada, ma ora sono contento di dire che ha messo su una band che potrebbe addirittura anche fare meglio.

L’avvio è ottimo: Worth The Fight è un rock’n’roll tosto e chitarristico, con la sezione ritmica che pesta in maniera forsennata, con più di un rimando agli Stones (ma quelli cattivi!), un tiro micidiale, un brano che non fa prigionieri. Burden vede James alla voce solista, una voce molto diversa da quella di Canada, meno roots è più soulful, negroide e potente: Burden è una grande ballata sudista molto anni settanta, di quelle che un gruppo come i Lynyrd Skynyrd una volta faceva ed ora non più. Prayer For The Lonely (ancora James, ma che voce) è una splendida rock song guidata da un bel riff di organo e sostenuta da un irresistibile ritornello corale ed una melodia di prim’ordine. Un inizio che mi ha spiazzato, mi aspettavo sì un bel disco, ma non ero preparato a questa intensità. Blackhorse Man vede il ritorno di Canada al microfono, per una ballata (sempre molto elettrica) che ha Neil Young nei suoi cromosomi; Hard To Find è puro southern soul, bello anche qui l’uso dell’organo da parte di Littleton.

L’uptempo Hobo è il brano più legato alle sonorità dei Ragweed, ed è l’unica che vede Plato alla voce, mentre Flagpole ci colpisce ancora in pieno volto con una sventagliata elettrica ed un sound pieno e corposo: questo è rock’n’roll deluxe, gente, grande musica. Per contro Cold Hard Fact è acustica e folkie, ma ascoltate che feeling e che melodia intensa ed emozionante: un brano sontuoso, finora il migliore del disco (per ironia della sorte la meno rock dell’album). Demons, ancora elettrica (grande uso di wah-wah) è solida come la roccia, mentre Set It Free, pur avendo delle belle chitarre in primo piano, è meno immediata delle altre. L’album, quasi un’ora spesa benissimo, si chiude con Better Get Right, cadenzata è con la gran voce di James ancora protagonista, l’acustica e tenue 250.000 Things, lo strumentale Make It Wrong, quasi una jam nella quale i cinque lasciano liberi gli strumenti in maniera molto fluida, e la conclusiva e pianistica Sweet Lord, un commiato in tono minore ma con immutato pathos. Avevamo una grande band (i Cross Canadian Ragweed), ora ne abbiamo trovata una, forse, migliore.

Marco Verdi

“Texan Troubadour”! Walt Wilkins – Plenty

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Walt Wilkins – Plenty – Ride Records 2012

Se dovessi stilare una lista personale di songwriters texani, Walt Wilkins sarebbe il primo nome da inserire. Texano autentico, Walt è cresciuto tra Austin e San Antonio, ha suonato per anni la chitarra solista in bands di altri cantautori, influenzato da personaggi come Lowell George, Kevin Welch, l’idolo locale Pat Green, prima di iniziare una sua solida carriera solista. La mia conoscenza con Walt Wilkins avvenne grazie alla copertina (una foto del ponte del Nashville) del suo terzo disco Rivertown (2002), che completava un bel trittico iniziato con l’album d’esordio Bull Creek Souvenir (1994), seguito da Fire Honey & Angels (2000). Dopo l’interessante Mustang Island (2004), Walt da vita ai Mystiqueros (una specie di supergruppo), una formazione con ottimi musicisti della scena locale di Austin, modificando il suo “sound” tra reminiscenze country anni ’70 e l’anima più rock della West Coast, una simbiosi che si realizza nell’ottimo Diamonds In The Sun (2007).

In questo nuovo lavoro Plenty si presenta con una band tosta che si compone dei chitarristi Brett Danaher, Joe Newcomb, Marcus Eldridge, Ray Rodriguez alle percussioni e batteria, Ron Flynt al piano, Dick Gimble al basso, Lloyd Maines alla pedal-steel, le vocalist Lisa Morales, Kelly Mickwee,  la bella moglie Tina Mitchell Wilkins (con due album solisti al suo attivo Espiritu (2006) e Morning Glory (2011), e aiutato dal talento di validi autori come Monte Warden, Billy Montana, Liz Rose, e la brava cantautrice Lori McKenna.

L’iniziale Just Be è una country-ballad che gode dell’apporto di una pedal-steel, l’unica firmata da Wilkins in solitaria, le altre sono tutte collaborazioni con i nomi citati, ed è seguita da una acustica e romantica Hang On To Your Soul con il violino in evidenza. Ain’t It Just Like Love e Soft September Night sono due brani dalla ritmica intensa, dove brillano dobro, chitarre e nuovamente pedal-steel. Something Like Heaven firmata da Liz Rose ruba il cuore, una ballata notturna con un superba atmosfera, dove uno straordinario Walt Wilkins si cala nella parte, regalandoci la “perla” del CD, cui fa seguito un altro pezzo leggero e delicato come Rain All Night, sostenuto dalle armonie vocali dalle “ladies”. Si torna alle sfumature country con A Farm To Market Romance, mentre Maybe Everybody Quit Cheatin’ e Like Strother Martin sono piccoli gioielli, semplici, lineari, di pura musica texana, che evocano i grandi cantautori country-folk degli anni ’70 (uno su tutti il suo mentore Gram Parsons). Gray Hawk è scritta a quattro mani da Liz e Lori McKenna, un brano lento dalla melodia delicata, con il notevole supporto del controcanto di Lori, per la seconda “gemma” del disco. Chiudono una Under This Cottonwood Tree che parte lenta ma poi si sviluppa con l’aggiunta della ritmica e centrali interventi delle chitarre e della steel, mentre Between Midnight & Day è una delicata composizione per voce e chitarra, cantata da Walt con voce calda, dolce e penetrante.

Con Plenty, Walt Wilkins ci propone country-folk-ballads di buon spessore che canta molto  bene, con personalità e temperamento, storie che esprimono sentimenti semplici e comuni, capaci di emozioni intense che catturano inesorabilmente, ed arrivano al profondo del cuore. Wilkins è stato da molti accostato a gente come Kevin Welch, Chris Knight, Pat Green, Sam Baker (tra la crema dei songwriters texani), ma sarebbe ora che gli venissero riconosciute anche le sue qualità nell’ambito dell’attuale scena musicale americana.

Tino Montanari

Qualche Consiglio (Musicale) Per Le Vacanze – Kevin Welch, Eric Andersen, Tim Buckley, Carolyne Mas

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Kevin Welch – A Patch Of Blue Sky – Music Road Records 2010

Kevin Welch non si può definire un musicista prolifico, cinque album in venti anni, più i tre registrati con Kieran Kane e Fats Kaplin come Dead Reckoners, e ora questo A Patch Of Blue Sky, ma ragazzi se è bravo! Grande autore ma anche interprete raffinato e misurato, con una voce che ti accarezza senza volerti mai prevaricare, discreta ma efficace, una base musicale di gran classe, che sembra scarna ed essenziale ma è complessa e molto varia. Viene definito country ma è un termine riduttivo: Lyle Lovett, il primo termine di paragone che mi viene in mente è country? Qualche spruzzatina non manca, ma qui siamo nell’ambito del Cantautore con la C Maiuscola, quella che ti racconta storie e canzoni sempre diverse ed interessanti dove i testi sono fondamentali (a questo proposito potete andare nel sito di Welch http://www.kevinwelch.com/, scaricarvi i testi ed i credits del CD, sono lì a disposizione di tutti, poi ve li stampate, magari a carattere 20, così riuscite a leggerli bene, vi accomodate nella poltrona e…manca qualcosa…ah sì, comprate il disco e vi godete una quarantina di minuti di grande musica). Se non vi ho convinto potrei dirvi che questo album mi ha ricordato per contenuti musicali e approccio vocale il miglior Eric Andersen, quello di Blue River, capolavoro della musica dei cantautori dei primi anni ’70. Non sapete chi diavolo sia. Ho un ultimo tentativo per Kevin Welch: vi ricordate la musica dello spot della birra Tuborg a metà anni ’90? Era There’s something ‘bout you di Kevin Welch tratta dal suo secondo album Western Beat del 1991. Vedete quando la cultura aiuta! Questa qui per intenderci.

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Eric Andersen – Blue River – Columbia 1972

Per associazione di idee, questo è Blue River, capolavoro assoluto di Eric Andersen, per molti, con Blue di Joni Mitchell e Blood on the tracks di Bob Dylan, vetta assoluta del fare musica dei sentimenti dei cantanti-autori (singer-songwriters) di quegli anni. Eric Andersen, uno dei migliori rappresentanti della scuola NewYorkese dei primi anni ’60, lui nativo di Pittsburgh, poi “rivale” di Dylan al glorioso Greenwhich Village di quegli anni, Thirsty Boots e Violets of Dawn rimangono episodi epocali della sua prima produzione. Poi la svolta di Blue River, registrato a Nashville nel 1971, ma per il tipo di suono, morbido e raffinato considerato tra i precursori della scuola californiana. Uno stuolo di grandi musicisti, David Bromberg, Norbert Putnam che ne fu anche il produttore, Eddie Hinton, David Briggs in prestito da Neil Young, le straordinarie armonie vocali di Joni Mitchell. Un grandissimo successo di critica stroncato miseramente dalla Columbia che perse i nastri dell’album successivo, Stages, pubblicato postumo una ventina di anni dopo. Per farsi perdonare (ma è dura), la Sony/Bmg ha pubblicato nel 2009 una ri-edizione ampliata da due brani inediti di questo disco fantastico. Naturalmente si trova solo import, ma visto che siete in vacanza potete investigare con calma, ne vale assolutamente la pena.

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Tim Buckley – Lorca – Elektra/Warner 1970

E visto che parliamo di album ingiustamente affidati alle nebbie del tempo, quest’anno cade il 40° anniversario della pubblicazione di Lorca di Tim Buckley. Naturalmente, per il momento. la cosa è passata sotto silenzio assoluto ed è un vero peccato perchè si tratta di un altro capolavoro assoluto.

Album considerato “difficile” (e qui, qualcosa di vero c’è, ricordo che la prima volta che ho ascoltato la prima facciata del disco, quella con Lorca, nove minuti e cinquantatre secondi di vocalità free-form straordinaria per i tempi e Anonymous proposition, altri otto minuti di quelli tosti, oltre a tutto in cuffia e in una calda serata estiva, al termine avevo un forte impulso di buttarmi dalla finestra, per fortuna ero al primo piano e ho desistito) ma sicuramente una delle più fulgide esemplificazioni delle straordinarie capacità vocali di Tim Buckley, babbo “ripudiato” di quel Jeff Buckley, amatissimo, giustamente, da pubblico e critica, ma che ha non ha raggiunto, forse anche per la prematura scomparsa, neanche un terzo dell’arte del genitore.

Reduce dai successi dei primi album, tra gli altri Happy/sad e Goodbye  and Hello di fine anni ’60 dove proponeva una musica “folk” da cantautore che era già anni luce avanti agli altri per le sue incredili capacità vocali e interpretative, con il successivo Blue Afternoon del 1969 e con Starsailor sempre del 1970 avrebbe raggiunto vette qualititative difficilmente riscontrate nella cosiddetta musica rock. Oltre a tutto era in grado di coniugare la ricerca più ostica a momenti di incredibile dolcezza come in I Had A Talk With My Woman che nella seconda facciata di Lorca regala momenti più accessibili e indica che i geni di Jeff Buckley da qualche parte saranno pure venuti.

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Carolyne Mas – Still Sane A Retrospective 1979-1990 – Zolatone Nusic 2010

Un’altra che entra di diritto nel folto gruppone dei “Beautiful Losers” è sicuramente Carolyne Mas, cantautrice e rocker di classe pura anche lei orìginaria di New York, a cavallo tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 ha registrato una serie di album di grande energia e pieni fino all’orlo di belle canzoni. La sua carriera tra alti e bassi (più i secondi per sfortuna) prosegue tuttora, è venuta anche in Italia un po’ in sordina pochi anni orsono, e per passione mi sono iscritto alla sua mailing list per vedere se c’era qualche novità significativa. Proprio qualche giorno fa ho ricevuto una mail dove informava sulla uscita di questa compilation. Se volete sentire alcune di quelle “belle canzoni” che l’avevano fatta definire, a torto o a ragione, propendo per la seconda ipotesi, una sorta di Springsteen in versione femminile questo CD, visto la scarsità di materiale in circolazione, potrebbe essere l’occasione giusta, ecco il contenuto:

1)Still Sane

2)Sadie Says

3)Snow

4)He’s So Cool

5)Go Ahead And Cry Now

6)Love Like Stone

7)Remember The Night

8) Sittin’ In The Dark

9)I Waited All Night

10) Crying

11)Under One Banner

12) When Love Is Right

13)Amsterdam

14)Somebody Like Me

15)Signal For Help

16) Easy Love

17)Do You Believe I Love You

18)Laurielle

Reperibiltà, boh? Al limite si può acquistare qui sales.asp?PID=PX00ZR7OPW&pp=1

Nei prossimi giorni, visto che l’estate è arrivata e purtoppo ce ne siamo accorti e le ferie si avvicinano, pure quelle, per molti e per fortuna, qualche altro Post sull’argomento non mancherà!

Buoni ascolti.

Bruno Conti