Formato Piccolo, Ma Voce Sempre Grande. Janiva Magness – Blue Again

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Janiva Magness – Blue Again – Blue Elan Records

Mini album, “mini” recensione, ma non mini nella qualità dei contenuti, questo nuovo disco della sempre più brava Janiva Magness, una delle migliori voci in ambito soul e blues in circolazione al momento. Il precedente disco Love Wins Again, era stato pubblicato all’incirca un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , ma per l’occasione la cantante di Detroit ha interrotto la cadenza biennale con cui stavano uscendo i suoi dischi nell’ultima decade e oltre: d’altronde se con un mini album ha dimezzato il tempo che di solito passava tra un’uscita e l’altra; non la possiamo certo definire prolifica, per quello dobbiamo guardare a un Bonamassa (sta arrivando il nuovo disco), oppure gruppi od artisti che da quando sono morti pubblicano più album di quando erano in vita, penso ai Grateful Dead o Frank Zappa, comunque nel passato era normale che i dischi uscissero con maggiore frequenza, senza pregiudicare la qualità dei contenuti.

E mi sembra che anche in questo caso la Magness centri il colpo: prodotta al solito dal bravo Dave Darling, che per l’occasione non suona nel CD, dove troviamo invece Zach Zunis e Garrett Deloian alle chitarre, Gary “Scruff” Davenport al basso, Matt Tecu alla batteria e l’ottimo Arlan Schierbaum, ex tastierista proprio della band di Bonamassa., con il solo batterista “nuovo” rispetto al precedente disco. Si diceva di un mini album: sei brani in tutto, tutte cover questa volta, per festeggiare 20 anni di carriera, visto che il primo disco, inciso con Jeff Turmes, It Takes One To Know One, usciva nel 1997, quando Janiva aveva già 40 anni (quindi stavolta in teoria non vi ho detto l’età, però i conti si fanno presto), ma era già una “signora” cantante, e con il tempo è solo migliorata, come dimostra la recente nomination ai Grammy e i sette Blues Music Awards vinti. E come si evince subito anche dalla potente I Can Tell, che pure essendo scritta da tale Samuel Smith, gira intorno a un riff alla Bo Diddley, che infatti era stato il primo ad inciderla, tra R&R e Blues, con una grinta vocale inconsueta nelle sue canzoni, più rauca e “cattiva” del solito, aiutata dall’eccellente lavoro di David “Kid” Ramos, ospite alla chitarra solista.

I Love You More Than You’ll Ever Know, la più bella canzone del disco, è quella splendida ballata blues’n’soul che appariva nel primo album dei Blood, Sweat & Tears, scritta da “Al Cooper” (, ma per favore,come hanno fatto a ciccare il nome dell’autore nelle note del dischetto?), e che ricordiamo in grandi versioni di Donny Hathaway e in quella più recente di Beth Hart con Joe Bonamassa, splendida, e la nostra Janiva rivaleggia proprio con Beth Hart, grazie ad una interpretazione calda e intensa come poche. Altro ospite presente nel CD è Sugaray Rayford che duetta con la Magness in una magnifica rilettura di If I Can’t Have You di Etta James, con i due cantanti che si stimolano a vicenda nel call and response tipico della grande soul music, raffinato e delicato anche il lavoro dei due chitarristi e di Schierbaum al piano; chitarristi che tirano di brutto anche nel rock-blues sanguigno ed inatteso della poco nota Tired Of Walking, dove Janiva canta come se fosse posseduta dal Dio del rock. Piu raffinata e bluesy Buck, un brano inciso ai tempi da Nina Simone, qui impreziosito da un intervento dell’armonica di TJ Norton, con la Magness che gigioneggia in grande souplesse. Chiusura dedicata ancora al blues con una cover di Pack It Up, un pezzo del repertorio di Freddie King, dove i due chitarristi si dividono tra una elettrica lancinante ed un’acustica di supporto, mentre Schierbaum è impegnato al piano elettrico e le nostra amica canta ancora in modo ricco di pathos. Come si suole dire, breve ma intenso.

Bruno Conti

Il Ritorno Di “Icepick”. James Harman – Bonetime

james harman bonetime

James Harman – Bonetime – Electro-Fi

Un gradito ritorno, a dodici anni dall’ultimo album, Lonesome Moon Trance, torna il vecchio “Icepick”, nomignolo con il quale è conosciuto l’armonicista e cantante James Harman, una delle piccole leggende del blues e del rock californiano. Anche se Harman viene da Hanniston, Alabama, la sua carriera si è svolta soprattutto sulla West Coast, dopo un periodo iniziale a Chicago: non dimentichiamo che nella prima James Harman Band, quella di fine anni ’70, militavano Phil Alvin, Bill Bateman e Gene Taylor, che poi sarebbero tutti confluiti nei Blasters e che nella sua band sono passati anche Hollywood Fats https://www.youtube.com/watch?v=h_h659w9Vjg  e Kid Ramos come chitarristi, a riprova della buona qualità che si è sempre potuta trovare nei dischi del barbuto musicista. Ora anche Harman ha i suoi annetti, e con la lunga barba bianca vista in alcune foto e filmati dell’ultimo periodo sembra Babbo Natale (a parte il capello, perfettamente tinto), ma la grinta e la classe, a giudicare da quello che si sente in questo album, non sembrano essere diminuite con il passare degli anni.

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Lui ricorda che in questi ultimi anni ha continuato a fare tour in giro per il mondo (29 paesi diversi), mentre a livello discografico ricordo un paio di collaborazioni con altri “barbudos” di classe come gli ZZ Top, in Mescalero e La Fortuna del 2012, oltre a partecipazioni ai dischi di Mannish Boys, Candye Kane, Nathan James, Mark Hummel, Walter Trout e moltissimi altri. Questo Bonetime inaugura un nuovo contratto con la indie canadese Electro-Fi ed è uno “strano disco”, nel senso che si tratta di materiale estratto da oltre 150 brani dell’archivio di incisioni personali di James Harman, ma a sentirlo non si direbbe, il disco è fresco e pimpante, con una bella infornata di amici (alcuni scomparsi anche da anni, come lo storico contrabbassista di Icepick, Buddy Clark, morto già nel 2009) che si alternano nei vari brani ed un classico sound tra blues elettrico, swingato e ricco anche di derive R&R: la voce è ancora brillante e l’armonica, quando serve, non manca di potenza e versatilità.

Registrato nel corso degli anni in vari studi della California i dodici brani scelti sono una bella fotografia del classico West Coast Blues del nostro amico: dall’energica title-track Bonetime, con le soliste di Junior Watson e Kirk Fletcher a duettare con brio, mentre James soffia con gusto nella sua armonica e la sezione ritmica non perde un colpo, si passa alla divertente e scatenata (I Am The) World’s Badluckest Man, dove il piano indiavolato del vecchio pard Gene Taylor e la slide di Nathan James ci intrattengono a tempo di boogie woogie e R&R, con Icepick che declama con classe il suo blues https://www.youtube.com/watch?v=OKARXqEQbmU . Ain’t it crazy è quasi classico Chicago Blues, con la slide ficcante dell’ottimo Jeff Turmes a dividersi gli spazi solisti con la mouth harp di Harman, mentre Candye Kane è vocalist aggiunta nel refrain del brano. Niente male anche Coldfront Woman, uno slow di quelli tosti, con Fletcher di nuovo alla solista e un brillante Sonny Leyland al piano https://www.youtube.com/watch?v=ETF0PIglZuA , mentre James gigioneggia da par suo. Big Bonned Gal con il ritorno del vecchi amico Kid Ramos alla chitarra Resophonic (ma potrebbe essere anche materiale molto vecchio, pensate che nei testi di alcuni brani si parla ancora di fax e lire, marchi e franchi, come se social networks, euro ed altro non fossero ancora stati inventati) e un ennesimo pianista nella figura di Thomas Mahon, è uno strano blues dall’andatura molto percussiva, mentre Bad Feets/Bad Hair, introduce anche una sezione fiati (tutti suonati da Turmes) per una divertente incursione nello jump blues, esemplificato anche dalla presenza di tre voci femminili di supporto, guidate ancora da Candye Kane.

“Trucchetto” ripetuto anche nella successiva Just A Game Goin’ On, dove Jeff Turmes si raddoppia a sax e slide e l’atmosfera profuma di New Orleans https://www.youtube.com/watch?v=YaTik77DAuA . Insomma, in questi anni in cui ci eravamo persi di vista, il buon James non ha perso il vizio di fare del buon blues, eclettico ed old style quanto basta per essere apprezzato sia da abituali frequentatori come da novizi delle 12 battute: non manca il latin/R&B/blues di Blue Stretchmark Tattoo https://www.youtube.com/watch?v=LU-zbp_47oc  e quello super classico di  Yo’ Family (Don’t Like Me) dove sono di nuovo l’armonica e il piano di Gene Taylor a farla da padroni, con Leavin’ Fire l’unica traccia dove un mood più acustico e “buio” caratterizza il sound e Skirt, più ritmata e mossa con i fiati, il piano, l’armonica e la slide, tutti insieme appassionatamente. Chiude The Clock Is Tickin’, solo armonica, percussioni e washboard guitar (prego?), con lo “stregone” Harman a guidare le danze tribali di questo ossessivo blues.

Bruno Conti  

L’Unione Fa La Forza! Mannish Boys – Wrapped Up And Ready

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Mannish Boys – Wrapped Up And Ready – Delta Groove Music

Questa volta il grande capo, Randy Chortkoff, il boss della Delta Groove, ma anche componente dei Mannish Boys, aveva detto: “semplifichiamo, riduciamo le cose ai fondamentali, diminuiamo le dimensioni del progetto e della band”. Purtroppo Finis Tasby, che ha avuto problemi di cuore a fine 2012, dopo avere partecipato alle registrazioni del precedente Double Dynamite http://discoclub.myblog.it/2012/06/16/una-sorta-di-mini-supergruppo-questo-si-che-e-blues-mannish/ , non ci sarà, quindi saremo solo in sei in studio, all’Ardent di Torrance, California. Questo quanto detto prima. Poi: che dite, invitiamo qualche ospite? Voi che pensate, quanti ce ne saranno, conoscendo la struttura dei precedenti sei album della band e viste le premesse? “Venti”, ce ne sono venti, li ho contati, ok, compresi cinque background vocalist, ma mi sembrano le “semplificazioni” dei governi italiani! Anche se i risultati danno ragione al capo. Siamo di fronte al solito grande disco di blues, non quelli timidi e molto, troppo, legati alla tradizione, ma bello tosto, con tutte le variazioni delle dodici battute ben presenti, grandi cantanti, solisti a chitarre, piano, armoniche, delle più svariate provenienze, con una netta preponderanza di artisti bianchi, anche se il cantante, Sugaray Rayford e una delle due chitarre soliste, Kirk Fletcher, sono neri. Ad ennesima dimostrazione del famoso assunto che “i bianchi non possono suonare il blues”, che fa il paio con “non ci sono più le mezze stagioni”, per quanto la seconda mi paia più attendibile.

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Sedici brani, 74 minuti e spiccioli di ottima musica, il classico suono Delta Groove, pulito e ben definito, che ti spara la musica direttamente in faccia, a cura di Chortkoff, questa volta aiutato da Jeff Scott Fleenor, belle canzoni, un misto di originali e cover pescate nello sterminato serbatoio del blues, e poi tutti gli ospiti, usati nel modo migliore, per creare un piccolo gioiellino destinato agli appassionati ma che può essere goduto anche da chi si avvicina con sospetto alle dodici battute, me li vedo già, che palle il blues! E invece, almeno in questo CD non c’è occasione per annoiarsi. Caron “Sugar Ray” Rayford viene dal gospel, ma in breve tempo è diventato uno dei migliori vocalist in circolazione, come dimostrato subito dall’ondeggiante e gagliarda I Ain’t Sayin’, firmata dall’ex bambino prodigio Monster Mike Welch, che rilascia una scarica di chitarrate di inaudita potenza, con Fred Kaplan al piano, e gli altri Mannish Boys che cercano più che contenerne l’irruenza di elevarla all’ennesima potenza. Everything’s Alright, un classico blues swingato di Roy Brown è più contenuta, con le chitarre di Nico Duportal e Kid Ramos in punta di dita, Willie J. Campbell al contrabbasso e non al basso elettrico e Ron Dziubla che aggiunge con i suoi sax una ulteriore patina vintage.

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Frank “Paris Slim” Goldwasser assume la guida del gruppo, voce e chitarra solista, per una propria composizione, Struggle In My Hometown, con il piano e il Wurlitzer di Rich Wenzel che donano una maggiore profondità e modernità ai continui cambiamenti di tempo del brano. Wrapped Up And Ready, la canzone, ancora firmata da Rayford, ci introduce ai talenti dell’armonica di Kim Wilson che duetta con la chitarra di Kirk “Eli” Fletcher, per un brano che ci riporta agli splendori dei primi Fabulous Thunderbirds https://www.youtube.com/watch?v=qPBAyRMyYak . It Was Fun, più lenta e rilassata, firmata da Chortkoff, è l’occasione per ascoltare l’ottimo lavoro della solista di Steve Freund, altro maestro del genere, mentre in I Can Always Dream, sempre del boss, niente ospiti, solo i Mannish Boys duri e puri, con Goldwasser impegnatissimo alla solista e i risultati si sentono, ottimo come sempre Sugar Ray. Candye Kane, con la sua chitarrista Laura Chavez al seguito, ci propone una salace rilettura della famosa I Idolize You firmata da Ike Turner, con Randy Chortkoff all’armonica, in una delle sue rare apparizioni in mezzo a tanti ospiti.

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You Better Watch Yourself non la conosco, ma è l’occasione per Chortkoff per introdurre una sua nuova scoperta, tale Jacob “Walters” Huffman, armonicista, un nome, una promessa, niente male. Però quando torna l’originale, Kim Wilson, ben spalleggiato da Welch, alle prese con una cover di Something For Nothing di Robert Ward, siamo dalle parti del Chicago Blues più osservante, con piano, fiati e tutto il gruppo in grande spolvero. Il capo si riserva una solo canzone https://www.youtube.com/watch?v=nF4woyfLB8M , Can’t Make A Livin’, dove conferma di non essere poi questo gran cantante, discreto armonicista, e quindi lascia spazio alla voce di Trenda Fox e alle chitarre di Fletcher e Welch, in modalità tremolo. The Blues Has Made Me Whole, di nuovo con e di Steve Freund, dà piena conferma al proprio titolo e vi pareva che in un disco di blues recente non ci fosse Bob Corritore? Ci sta, ci sta, con la sua armonica a spalleggiare Welch e il rientrante Rayford in una potente I Have Love, prima di lasciare il posto a Wilson per uno dei rari lenti del disco, Troubles; ottima anche la cover di She Belongs To Me un Magic Sam d’annata con Kid Ramos che sembra Peter Green. Don’t Say You’re Sorry con Goldwasser alla slide e alla voce è un’ulteriore variazione sul tema blues e la conclusiva, strumentale Blues For Michael Bloomfield, firmata da Fletcher è una occasione per tutti i chitarristi di lasciarsi andare in un sentito e bellissimo omaggio ad uno dei grandi dello strumento https://www.youtube.com/watch?v=G3FCtvr1aIk .

Bruno Conti