Gli “Antenati” Dei Led Zeppelin. Yardbirds – Yardbirds ’68

yardbirds 68

Yardbirds – Yardbirds ’68 – JimmyPage.com 2 CD – 2 LP

Qualche breve considerazione prima di entrare nel dettaglio di questo Yardbirds ’68. La prima è che siamo di fronte ad un fior di album e quindi lo consigliamo caldamente (mi è venuto il plurale maiestatis; come il Papa, oppure come i recensori delle pubblicazioni “serie”, che chissà perché si esprimono in quarta persona, o prima plurale se preferite, come se parlassero per tutta la rivista e non solo per sé stessi): ma, ci sono ovviamente dei ma, più di uno. Innanzi tutto il fatto che il CD, uscito per la http://www.jimmypage.com/, l’etichetta personale di Jimmy Page, è abbastanza difficile da reperire (a parte qualche distributore volonteroso), non sarebbe neppure costosissimo, ma le spese di spedizione influiscono parecchio sul prezzo di questo doppio CD. Di cui, scusate, ma devo dirlo, il primo dischetto dura poco più di 40 minuti, il secondo, quello con gli inediti, circa 28, quindi ci sarebbe stato tutto comodamente su un singolo. Certo, c’è anche un bel libretto nella confezione, e se la vostra disponibilità economica lo permette, ci sarebbe pure la confezione limitata con CD e vinili, autografata da Jim McCarty, Chris Dreja e Jimmy Page, i tre Yardbirds ancora viventi, a “sole” 400 sterline.

yardbirds 68.png 2 lp

https://www.youtube.com/watch?v=kNuQPTzuof4

Questo disco in effetti sarebbe il famoso (e famigerato) Live Yardbirds, registrato all’Anderson Theatre di New York il 30 marzo del 1968, in uno dei due concerti tenuti quel giorno nella venue del Lower East Side, durante l’ultimo tour americano della band inglese, poi completato a luglio. Come è noto, curiosamente, il chitarrista che più a lungo ha militato nel gruppo è proprio Page: Eric Clapton ha suonato dall’ottobre 1963 a fine marzo ’65, dopo la svolta “commerciale” non gradita di For Your Love, Jeff Beck è presente nel periodo più glorioso, sempre da marzo ’65, alla primavera estate del 1966, in tempo per partecipare al Festival di Sanremo di quell’anno, e con l’ingresso di Jimmy Page, alla colonna sonora di Blow-Up. Da lì in avanti il chitarrista sarà Page, la band registrerà Little Games, qualche singolo senza successo https://www.youtube.com/watch?v=PO9s__cmwfM , e, su insistenza della loro etichetta americana Epic, un disco dal vivo, come commiato dai fans. Disco dalla vita tribolatissima: pubblicato solo in vinile, con note d Lenny Kaye (e in Stereo 8, così ho letto), disco che io personalmente non ho mai visto, pur avendone avuta una versione in LP di quelli che un tempo si chiamavano “counterfeit”, non bootleg, proprio dischi contraffatti, che si distinguevano da quelli ufficiali perché avevano delle copertine identiche ma millimetricamente più piccole. Usanza che poi è rimasta anche per le edizioni in CD, con varie versioni sempre su etichette più o meno improbabili, ma tutte caratterizzate da una eccellente qualità sonora.

yardbirds 68 1

https://www.youtube.com/watch?v=N9ULMxxlbdg

Che rimane anche per questa nuova versione rimasterizzata da Jimmy Page e che ripropone pari pari i dieci brani del concerto originale: ed è veramente un bel sentire, gli Yardbirds dal vivo erano sempre stati una fior di band, ma con l’avvento di Page avevano sviluppato uno show spettacolare (e i concerti duravano molto di più di quello riproposto in questo Yardbirds ’68, da cui comunque sono stati tolti gli applausi fasulli aggiunti all’epoca, e presi probabilmente dal pubblico di una corrida, per far sembrare che fossero presenti migliaia di persone, mentre in effetti il pubblico era molto più limitato). Jimmy aveva già iniziato ad usare l’archetto del violino e il pedale del wah-wah contemporaneamente per creare effetti sonori incredibili, ma il rock stava avanzando rispetto al pop e anche lo stesso Beck, per non dire di Hendrix e Clapton, stavano iniziano a sperimentare con feedback e pedali vari. L’apertura è affidata ad una ferocissima Train Kept A Rollin’, con l‘armonica e la voce di Keith Relf, il cantante originale del gruppo, che se non aveva la potenza di Plant, aveva comunque una voce più che rispettabile e una grinta notevole, da questo brano gli Aerosmith ci hanno costruito una carriera https://www.youtube.com/watch?v=0y078n95ApA . A seguire uno dei loro successi, la bellissima Mr., You’re A Better Man Than I, dove i florilegi della solista di Page, ispirati ma diversi da quelli di Jeff Beck, cominciano a farsi fenomenali, mentre la ritmica picchia duro e alcuni riff, effetti speciali e derive orientaleggianti dei futuri Led Zeppelin cominciano a notarsi; anche Heart Full Of Soul è un grande brano, versione breve ma compatta con il celebre riff sparato a tutta forza, seguita da Dazed And Confused che se non è ancora il tour de force degli Zeppelin, già mette in mostra tutto l’incredibile bagaglio tecnico di Page che lavora di archetto e pedali come un indemoniato, solo poco più di 6 minuti, ma è l’inizio di un’epoca, e anche gli Yardbirds come potenza non scherzavano https://www.youtube.com/watch?v=3ffBRhtWjEQ .

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https://www.youtube.com/watch?v=vbC2Z74q6E8

Il lato più blues/R&B è rappresentato dalle ottime My Baby (la faceva anche Janis Joplin) e Drinking Muddy Water dove si apprezza anche la forte presenza di Keith Relf, come pure di Page alla slide. In mezzo un altro brano con un riff spaziale, Over Under Sideways Down e poi un altro brano epocale come Shapes Of Things. Gran finale con lo strumentale dalle derive orientali e folk White Summer che entrerà nel futuro repertorio dei Led Zeppelin e che illustra il lavoro di ricercatore certosino di Page, per concludere con una versione incredibile di oltre dieci minuti di I’m A Man dove tutta la band e un Jimmy Page devastante, in particolare, sono veramente fulminanti nelle loro improvvisazioni. Basterebbe ed avanzerebbe, ma per la gioia dei fans e dei “completisti” il nostro amico ha aggiunto un secondo CD in studio (inciso ottimamente) con quelli che vengono definiti “sketches”, otto in tutto, veramente interessanti, ed inediti completamente: una incalzante e tirata Avron Knows,  la quasi strumentale Spanish Blood, manco a dirlo spagnoleggiante e con un intermezzo parlato che ricorda Atlantis di Donovan, (in cui suonavano Beck e John Paul Jones) con l’acustica in evidenza, Knowing That I’m Losing You, che diventerà la futura, splendida Tangerine, il classico pezzo alla Yardbirds Taking A Hold On Me, tra rock e blues, la versione di studio di Drinking Muddy Water, versione due, sempre gagliarda, come pure My Baby, altra cover doc; Avron’s Eyes che è un parente strumentale del primo pezzo del CD e una versione strumentale di Spanish Blood. Tutta roba buona che conferma il valore storico e musicale di questa “ristampa” eccellente, e se possibile, da non mancare.

Bruno Conti

Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

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Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi

Forse Più Rock “Sudista” Britannico Che Blues, Ma Non Sono Affatto Male. Wille And The Bandits – Steal

wille and the bandits steal

Wille And The Bandits – Steal Jig-Saw Music

Vengono dall’estremo sud del Regno Unito, Devon, Cornovaglia, sono un trio, guidato dal chitarrista e cantante Wille (senza la i) Edwards, con Matt Brooks al basso e Andrew Naumann alla batteria: hanno pubblicato sinora quattro album, compreso questo Steal. Tra le loro influenze citano Ben Harper e Pearl Jam, ma anche Jimi Hendrix e i gruppi power-rock in generale. Varie volte indicati tra le migliori giovani band senza contratto e tra le attrazioni più interessanti del circuito live britannico https://www.youtube.com/watch?v=OIZ4U0fsHZE , sono tra i tanti che cercano di emergere, con passione e buona attitudine, nell’attuale scena blues-rock inglese. La presenza di Don Airey, all’organo e alle tastiere in tre pezzi di questo album (uno che ha suonato con chiunque, da Deep Purple e Black Sabbath, passando per Gary Moore e Whitesnake), indica che nel DNA di Wille And The Bandist, c’è anche parecchio hard-rock, e, secondo le loro biografie, pure folk (hanno partecipato anche a Cropredy) https://www.youtube.com/watch?v=Zs6s2rj9pm0 , roots music, blues e latin rock, praticamente a parte il tex-mex e il ballo liscio, qualsiasi genere musicale.

Detto che queste liste spesso lasciano il tempo che trovano, direi che applicando il sistema San Tommaso o Guido Angeli, ossia provare per credere, la prima cosa che si rileva è che Wille Edwards è un eccellente chitarrista, oltre che all’elettrica molto efficace anche a dobro, Lap Steel e Weissenborn, come evidenziato nell’iniziale Miles Away, dove il nostro si disimpegna con classe tra slide, Weissenborn, ed elettrica (con un eccellente assolo di wah-wah), mentre il resto del gruppo, compreso Airey all’organo, confeziona del sano rock targato ‘70’s, duro ma ben suonato, Anche Hot Rocks non è male, buona voce e sound ad alta densità di riff, molto Deep Purple ma non disprezzabile, energia e grinta non mancano e quando Edwards inizia a lavorare la sua solista veniamo catapultati nel vecchio sano rock progressivo inglese dei tempi che furono, neppure tanto rinnovato ma di buon valore.

Sacred Of The Sun, di nuovo con Airey all’organo e tastiere rimane in questo hard-rock classico e raffinato, in una sorta di ideale ponte con le formazioni dell’epoca d’oro del genere. Ai giorni d’oggi pensate a Blues Pills, Black Mountain, All Them Witches, No Sinner, Rival Sons, i vari gruppi della Grooveyard, la scelta è ampia. Se avevate dei dubbi, c’è persino un brano che si intitola 1970 che pare uscito da qualche vecchio vinile dei Free, o meglio ancora dei Bad Company, con Wille che “maltratta” la sua solista con e senza bottleneck, anche con elementi southern nel sound, d’altronde se non sono “sudisti” loro che vengono dalla Cornovaglia.

Atoned parte su un assolo di basso, poi diventa un pezzo dei “Deep Zeppelin”, un po’ come fanno spesso i Black Country Communion, che però hanno un’altra classe, anche se come potenza di suono e genere ci siamo e poi Edwards è un virtuoso dello stile slide; ma anche quando i tempi rallentano, come nell’elettroacustica Crossfire Memories, e il suono di dobro e Weissenborn, oltre alle tastiere di Airey, si presenta in prima linea, la band conferma la sua validità anche in questa dimensione più intima. Our World rimane su questa lunghezza d’onda, che per certi versi richiama lo stile del citato all’inizio Ben Harper, acustico ma con improvvise sferzate elettriche. Insomma, come dice il titolo, “rubano” qui e là, ma lo fanno con buoni risultati, come certificano anche le conclusive Living Free, un blues nuovamente con elementi rootsy e qualche influenza dei Zeppelin meno “feroci”, grazie alla riuscita miscela di strumenti elettrici ed acustici, e soprattutto la lunga Bad News, altro pezzo di buona fattura, che dopo una introduzione raccolta esplode in un classico ed epico hard-rock, dove si apprezzano nuovamente le tastiere di Don Airey, e se il cantato di Wille Edwards è forse per l’occasione fin troppo sopra le righe, il suo lavoro alla solista è sempre di notevole efficacia. In definitiva, come detto all’inizio, a parte il liscio, il resto direi che c’è tutto.

Bruno Conti

Avevano Detto Che Non Sarebbe Mai Successo, E Invece Sono Tornati E “Picchiano” Sempre Come Dei Fabbri! Black Country Communion – BCCIV

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Black Country Communion – BCC IV – Mascot Provogue

Con una certa dose di autoironia, il banner che annuncia l’uscita del nuovo album dei Black Country Communion recita, lo riporto in inglese perché fa più scena: “They Said It Would Never Happen!”. E invece è successo, dopo la brusca separazione del 2012, dovuta  a quelle che erano state appunto definite inconciliabili divergenze tra Joe Bonamassa e Glenn Hughes, torna il quartetto anglo-americano (Hughes e Bonham sono inglesi) con un quarto album che, forse in omaggio ad una delle loro fonti di ispirazioni sonore, si intitola BCC IV. Del disco, al momento in cui scrivo, non si ancora tutto, dovrebbe uscire il 22 settembre, è sempre prodotto Kevin Shirley, sono dieci brani nuovi e, questo posso confermarlo, avendolo sentito bene, picchiano sempre come dei fabbri, anzi forse ancor di più che nei dischi precedenti, oltre ai tre di studio anche un Live. Con un gioco di parole, scontato ma efficace, potremmo definirli ancora una volta i Deep Zeppelin o i Led Purple, vista la presenza nei loro ranghi di un ex Deep Purple, come Glenn Hughes e del figlio del batterista degli Zeppelin, ovvero Jason Bonham, ma anche perché il genere è quell’hard’n’heavy anni ’70, che ha ancora una folta schiera di estimatori e moltissimi epigoni nel nuovo millennio.

Bonamassa, dopo una serie di album che hanno esplorato il blues, le radici acustiche del suo sound, il jazz-rock, e altre mille diverse nuances sonore che lo hanno reso uno dei musicisti più apprezzati (ma anche discussi) del rock attuale, sicuramente uno dei chitarristi migliori delle ultime generazioni, forse “il migliore” (come ha dichiarato di recente anche l’amico Walter Trout): Joe ha detto che, appianate le divergenze con Hughes, voleva tornare “divertirsi” a suonare un rock duro e selvaggio che è comunque sempre stato presente nel suo DNA di musicista. E bisogna dire che i quattro (c’è anche Derek Sherinian, l’ex Dream Theater, alle tastiere) ci sono riusciti. Intendiamoci, l’album non è forse interessante come altre cose recenti di Bonamassa, ma i quattro sono comunque sempre una potenza della natura, tra riff assassini, scariche di rullate travolgenti di Bonham, la voce ancora gagliarda e potente di Hughes, e il lavoro di raccordo delle tastiere, il disco si lascia ascoltare, ovviamente se amate il genere. Sintomatico in questo senso il brano di apertura, una Collide che sembra uscire dai solchi di Led Zeppelin IV o di Physical Graffiti, una via di mezzo tra Black Dog e Kashmir, con Bonham che picchia come un indemoniato sulla sua batteria, mentre Bonamassa inchioda un assolo del tutto degno del miglior Jimmy Page, mentre Hughes urla e strepita come se avesse ancora vent’anni e anche Sherinian fa il suo alle tastiere.

Over My Head sembra un pezzo dei Deep Purple Mark III, quelli con leggere influenze del sound rock mainstream americano, quando Hughes si alternava a Coverdale come voce solista, quindi più FM anche questo pezzo dei BCC, con Bonamassa che si sdoppia a due soliste, pur se il sound rimane “galoppante”. The Last Song For My Resting Place è la terza variazione sul tema, un brano epico, scritto e cantato da Joe, con inserti quasi celtici di volino ( o è la viola della cino-americana Tina Guo, sentita di recente nel Live acustico?) e mandolino, sul lato quindi dell’ultimo Bonamassa, ricercato e variegato, ma pronto a scatenarsi in folate chitarristiche di grande intensità, mentre il resto della band lo spalleggia con vigore e qualità. Esaurite le possibilità sonore in offerta, negli altri brani si reiterano i vari stili: Sway è nuovamente zeppeliniana, soprattutto nei ritmi e nei riff, anche se l’approccio vocale di Hughes tiene sempre conto dell’amore del bassista per un suono più mainstream, da rock FM americano, non quello più becero comunque, poi Sherinian all’organo e Bonamassa alla chitarra curano con grinta la parte strumentale. The Cove è più misteriosa ed intrigante, un suono avvolgente che ricorda certo rock dark britannico, oltre agli Zeppelin di Houses Of The Holy dove le tastiere avevano un ruolo importante, inutile dire che tutti ci danno dentro di brutto, come in tutto l’album d’altronde, qui più che la finezza domina la forza bruta, con classe però. E pure The Crow è duretta anziché no, heavy rock dirompente e dove non si fanno prigionieri, tra tastiere e chitarre impazzite. Wanderlust ha un tempo più scandito ed incalzante, qualche “esile” traccia blues-rock, ma i quattro dei Black Country Communion non dimenticano di essere soprattutto un gruppo hard rock; Love Reins è un’altra scarica adrenalinica tra Purple e Zeppelin, rivisitati dai BCC e pure Awake permette a Jason Bonham e a Hughes di scatenare ritmi duri e cattivi. Chiude When The Morning Comes, l’altro pezzo che introduce elementi più “tranquilli”, un piano insinuante e melodie più dolci, ma sempre pronto a scatenarsi in violente cavalcate chitarristiche.

Questo offre il menu per l’occasione, prendere o lasciare: esce il 22 settembre.

Bruno Conti

Ma Se Sono “Perduti” Perché Continuano Ad Uscire? Il 5 Novembre Dagli Archivi Di Jimmy Page Arriva “Yardbirds ‘68”

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Ogni tanto nel panorama discografico spuntano i cosiddetti “lost albums”, appartenenti ai più svariati gruppi o artisti solisti, dischi o sessioni che si ritenevano perdute ma che poi vengono “miracolosamente” ritrovate in chissà quale scatolone dimenticato in chissà quale soffitta (o scantinato): in alcuni casi il “ritrovamento” può anche essere veritiero, ma molte volte si tratta di operazioni commerciali volte a spillare altri soldi ai già martoriati portafogli degli ascoltatori, oltretutto spesso con prodotti non esattamente di primissima qualità. Ora è la volta degli Yardbirds, uno dei gruppi inglesi più influenti degli anni sessanta, che nella sua golden age (esistono ancora oggi, in una versione più o meno “tarocca” formata intorno al batterista Jim McCarty) ebbe tra le sue fila chitarristi del calibro di Eric Clapton, Jeff Beck e Jimmy Page. Proprio Page è il regista e produttore di questo Yardbirds ’68, doppio CD (o doppio LP, ma esiste anche una costosissima deluxe version in cofanetto, con gli autografi di Page, McCarty e Chris Dreja: Keith Relf manca in quanto da anni passato a miglior vita) che contiene nel primo dischetto dieci brani presi da un concerto all’Anderson Theater di New York il 30 Marzo del 1968, mentre sul secondo ci sono delle sessions inedite, prove di studio e versioni alternate, sempre incise nello stesso anno, un’operazione che i tre Yardbirds superstiti hanno annunciato come un ritrovamento importantissimo e di grande valore storico.

A voler essere pignoli il primo CD non è inedito per niente, in quanto il materiale uscì già nel lontano 1971 per la Epic con il titolo di Yardbirds Live, e fu poi ristampato nel 1976 dalla Columbia Special Products, ma in entrambi i casi furono ritirati dal commercio dietro minacce legali da parte di Page, scontento della qualità del prodotto e del fatto che, nel primo caso, la Epic aveva sovrainciso le urla ed applausi del pubblico ed altri rumori ambientali (prendendoli, pare, dalla registrazione di una corrida!), creando di fatto una mezza contraffazione. Il secondo dischetto è invece senza dubbio costituito da materiale mai sentito, neppure su Little Games e nel cofanetto Glimpses 1963-1968, anche se bisognerà verificare pure qui la qualità finale.

Questa comunque la tracklist:

Live at Anderson Theater
“Train Kept A Rollin’”
“Mr, You’re A Better Man Than I”
“Heart Full of Soul”
“Dazed And Confused”
“My Baby”
“Over Under Sideways Down”
“Drinking Muddy Water”
“Shapes of Things”
“White Summer”
“I’m A Man (contains Moanin’ And Sobbin’)”

Studio Sketches
“Avron Knows”
“Spanish Blood”
“Knowing That I’m Losing You (Tangerine)”
“Taking A Hold On Me”
“Drinking Muddy Water (Version Two)”
“My Baby”
“Avron’s Eyes”
“Spanish Blood (Instr.)

Da notare la presenza sul primo CD di due brani, Dazed And Confused e White Summer, che entreranno a far parte in seguito del repertotio dei Led Zeppelin (che Page in un primo momento battezzerà proprio The New Yardbirds), come anche Knowing That I’m Losing You nel secondo CD, che diventerà Tangerine sul terzo album del Dirigibile.

Speriamo che il fatto di avere proprio Jimmy Page dietro al progetto sia garanzia di qualità, anche se le parole “importanza storica” inserite nell’annuncio non mi fanno stare tranquillissimo: da parte nostra vigileremo attenti, come sempre.

Marco Verdi

Non Si Smentisce Mai, Per Fortuna, “Finalmente” E’ Uscito Anche Questo ! Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening.

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening – Mascot/Provogue 2 CD/2 DVD /Blu-Ray 

*NDB Finalmente è uscito, proprio lo scorso venerdì 23 giugno, ho aggiornato il Post aggiungendo anche l’ultimo video pubblicato The Valley Runs Low. Magari ve ne eravate dimenticati o vi era sfuggito, ma il disco merita davvero: buona lettura di nuovo.

Il nostro vecchio “Beppe” Bonamassa” (ormai siamo in confidenza, il dizionario inglese traduce così Joe) è abbastanza noto che una ne pensa e cento ne fa. In attesa di tornare in pista con i riformati Black Country Communion, il nostro amico ci regala la registrazione di uno dei due concerti “acustici” che si sono tenuti il 21 e 22 gennaio del 2016 alla Carnegie Hall di New York. Forse qualcuno dirà che la carta del concerto acustico l’aveva già provata, con il peraltro splendido An Acoustic Evening At The Vienna Opera House del 2013, ma non essendo Joe Bonamassa Paganini, per una volta può anche ripetersi, tenendo conto che le platee americane non avevano potuto gustare quella sciccheria. Che sia prolifico è un fatto ormai noto e risaputo, ma, come detto in altre occasioni, il chitarrista di New York riesce comunque a creare sempre interesse intorno a questi eventi, presentandoli sotto spunti e forme sempre diverse: una volta è il concerto alla Royal Albert Hall con Clapton, un’altra la serata al Beacon Theatre di New York, oppure ancora la serata acustica a Vienna, e poi l’anno dopo l’accoppiata ad Amsterdam con Beth Hart, i quattro concerti londinesi consecutivi in locali di diverse dimensioni e con repertorio diversificato, il concerto nello splendido anfiteatro naturale di Red Rocks, per una serata di blues dedicata a Howlin’ Wolf e Muddy Waters, e poi quella al Greek Theatre incentrata sui tre King, Albert, B.B. e Freddie http://discoclub.myblog.it/2016/10/03/finche-fa-dischi-cosi-belli-puo-farne-quanti-ne-vuole-joe-bonamassa-live-at-the-greek-theater/ , e non li abbiamo citati neppure tutti, però c’è sempre un’idea diversa alla base dei progetti (e manca ancora all’appello il tour dedicato al British Blues, Clapton, Beck, Page e soci).

Questa volta la scintilla è l’idea di proporre una sorta di East Meets West in veste acustica, ma essendo Bonamassa al timone il tutto viene realizzato in modo faraonico, con nove musicisti sul palco: la sua band, tre coriste abbigliate all’indiana, ma si riconosce Mahalia Barnes alla guida delle vocalist, la cellista acustica ed elettrica di origine cinese Tina Guo (impegnata anche al erhu) e il percussionista egiziano Hossan Ramzy (che era quello utilizzato da Page & Plant per l’album No Quarter e nel Unledded Tour). Nella band di Bonamassa a fianco dei soliti Reese Wynans (piano), e Anton Fig batteria), troviamo anche Eric Bazilian, l’eccellente multistrumentista degli Hooters, alle prese con mandolino, hurdy-gurdy, sax, chitarra acustica e voce di supporto. E il risultato è notevole: un suono raffinato e corposo al contempo, arrangiamenti ricchissimi e complessi di canzoni del repertorio di Bonamassa, e anche alcuni brani mai eseguiti in precedenza, il tutto eseguito in modo abbastanza diverso rispetto al suono più folk o “classico” del precedente concerto viennese, l’anima è acustica, ma la presenza della batteria garantisce comunque anche una grinta rock, mista a sviluppi quasi etnici (toglierei il quasi), senza dimenticare il blues sempre amato dal nostro. Come potete rilevare all’inizio del Post il concerto esce in vari formati, questa volta divisi, e visto che sto scrivendo la recensione in netto anticipo sull’uscita prevista per il 23 giugno, quanto leggete è basato sulla versione audio in doppio CD, ma il doppio DVD avrà anche una parte di contenuti extra con ulteriori 45 minuti di dietro le quinte. Diciamo che il live viennese era Bonamassa solo circondato da vari strumenti e con musicisti ospiti, mentre questo nuovo lavoro è più il frutto di una band all’opera con un solista straordinario.

Il concerto si apre con This Train, tratta da Blues Of Desperation, che alla data di registrazione del concerto non era ancora uscito, introduzione pianistica di Wynans, poi arriva l’acustica di Joe e a seguire tutta la band, in un vortice blues elettroacustico di sicura efficacia, con l’effetto “ferroviario” che caratterizza il tempo del brano, e la Guo che inizia a tessere le sue melodie al cello, mentre la Barnes e soci scalpitano sullo sfondo, Drive mantiene questo tema del viaggio, una ballata quieta e sognante, con il mandolino di Bazilian, di nuovo il piano e il cello e l’erhu della Guo a cullare la voce di Bonamassa, poi il ritmo cresce, entrano le percussioni e le altre voci, finché non parte uno splendido assolo dell’acustica.

Prosegue la presentazione dei brani dell’album, è la volta di una The Valley Runs Low che viaggia verso lidi quasi celtici, un’altra delicata ballata resa al meglio, anche con retrogusti gospel e country; Dust Bowl viene dal disco omonimo del 2011, con un flauto sullo sfondo )o forse è l’erhu) e un’atmosfera sospesa e misteriosa, su cui si inserisce il lavoro della chitarra. Driving Towards The Daylight è la title track dell’album del 2012, quasi una via di mezzo tra i Led Zeppelin o i Jethro Tull più pastorali, molto bella in ogni caso, sempre corale nello sviluppo sonoro; Black Lung Heartache ancora da Dust Bowl, vede inizialmente Bonamassa impegnato alla slide per un blues quasi in solitaria, che poi nella seconda parte vira verso sonorità decisamente più “esotiche”, con la Guo ancora in bella evidenza. Da Black Rock viene estratta Blue And Evil uno dei pezzi che meglio illustra questo East Meets West del concerto, tra blues, folk e musica etnica, e un finale di nuovo alla Zeppelin.

Livin’ Is Easy sempre dall’ultimo album all’epoca, con Bazilian al sax, si sposta verso un blues vecchio stile, polveroso e ciondolante, con Get Back My Tomorrow, tratta da Different Shades Of Blue, uno dei brani più ritmati e vicini al rock, anche se l’uso del banjo e della  strumentazione acustica ne attutiscono l’impatto, comunque è l’occasione per un bel duetto vocale tra Joe Bonamassa e Mahalia Barnes. Mountain Time apre il CD 2 ed è uno dei brani più vecchi, targato 2002, una canzone affascinante che fa molto Led Zeppelin III, ma si distingue per l’uso del piano di Wynans. Poi a sorpresa arriva una versione del blues di Alfred Reed How Can A Poor Man Stand Such Times and Live, che rivaleggia nella sua diversità con quelle di Ry Cooder Bruce Springsteen, come la giri questa canzone è comunque sempre splendida e la Barnes ci mette di nuovo del suo; molto bella è pure una lunghissima versione di Songs Of Yesterday, uno dei brani migliori dei Black Country Communion, che non soffre nella transizione da pezzo rock durissimo a raffinata ballata elettroacustica con la Guo fine protagonista al cello e con i continui cambi di tempo e le accelerazioni e le pause, nuovamente molto reminiscenti dei migliori Led Zeppelin, tra mandolini, chitarre acustiche e percussioni impazzite, e che finale. Woke Up Dreaming era uno splendido blues elettrico su Blues DeLuxe, qui diventa un travolgente duetto tra l’acustica di Joe e la Guo al suo strumento. Hummingbird, con uno splendido Reese Wynans al piano è un omaggio al bellissimo brano di Leon Russell, in una versione magnifica, con gran finale blues della chitarra di Bonamassa, mentre la sorprendente cover di The Rose, il brano di Bette Midler dalla colonna sonora di quel film, è anche un indiretto omaggio a Janis Joplin, una splendida ballata cantata con impeto e passione da Joe, Mahalia Barnes e Bazilian. Mi cito da solo: “Finché Fa Dischi Così Belli, Può Farne Quanti Ne Vuole”!

Bruno Conti

Nella Saga Delle Bande Southern Rock Fratello E Sorella Mancavano Ancora All’Appello. Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep

thomas wynn and the believers wade waist deep

Thomas Wynn And The Believers – Wade Waist Deep – Mascot/Provogue Records

 Questi Thomas Wynn And The Believers sono un sestetto, vengono da Orlando, Florida, quindi in un certo senso doppiamo aspettarci radici sudiste nella loro musica: se poi aggiungiamo che il babbo del leader (e della sorella Olivia, altro importante elemento nella formazione) Tom Wynn, era stato il primo batterista dei Cowboy, storica formazione di southern-rock e county che incideva per la Capricorn, questo sospetto viene confermato. Ok, non è che il batterista fosse un elemento importante in quel gruppo, ma il fatto di essere stati cresciuti da un musicista che per anni aveva gravitato nel giro degli Allman Brothers e di tutti gruppi dell’etichetta di Macon, Georgia, ha avuto un influenza decisiva sugli anni formativi di questa nuova band. Che comunque ha avuto già diverse fasi, prima come Wynn Brothers Band, tra il 2005 ed il 2008, dove accanto a Thomas e al fratello Jordan, c’era pure il padre alla batteria. Finita la prima fase il gruppo si è sciolto, ma subito, nel 2009, e (ri)partita l’avventura come Thomas Wynn & The Believers, arriva la sorella Olivia, come seconda vocalist aggiunta, spesso cantante all’unisono nei brani della band, dove troviamo già anche l’armonicista Chris “Bell” Antemesaris, tuttora in formazione, e registrano un primo album, The Reason nel 2009, e poi Brothers And Sisters nel 2012, doppiamente esplicativo nel titolo, sia per le radici sudiste, sia per il fatto di essere veramente fratello e sorella.

In quell’album arriva anche la nuova sezione ritmica, Dave Wagner, basso e Ryan Miranda, batteria, mentre per completare l’attuale formazione arriva pure, nel 2014, il tastierista Bill Fey. Nel frattempo la band si è creata la reputazione di miglior band di Orlando e zone limitrofe, e vengono notati dalla Mascot che decide di metterli sotto contratto per registrare il loro esordio con l’etichetta, questo Wade Waist Deep. Tra le fonti di ispirazione e le influenze vengono citati anche i Black Crowes, la Band, i Creedence, i Pink Floyd, come al solito praticamente chiunque suoni: ma anche la musica soul, e il gospel, grazie all’educazione religiosa ricevuta in gioventù, oltre a parecchio sano hard rock seventies di buona fattura. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’orecchio, ripeto, è questo uso inconsueto delle voci dei due fratelli, spesso utilizzate all’unisono, con un effetto molto gradevole e anche spiazzante. In effetti a tratti sembra quasi di sentire due voci femminili, visto che  Thomas utilizza spesso i suoi registri più alti: prendete l’iniziale Man Out Of Time, un solido groove ritmico, su cui galleggiano le due voci, chitarre e tastiere grintose, un sound che potrebbe rimandare al prog anni ’70, ma anche ai primi album delle Heart, e quindi per proprietà transitiva ai Led Zeppelin; il produttore Vance Powell (White Stripes, Jack White, Chris Stapleton), accentua gli elementi hard, con la chitarra di Wynn che inizia a farsi sentire. Ma nel secondo brano, la title track Wade Waist Deep le radici sudiste prendono il sopravvento, piano elettrico e organo, tocchi di chitarre acustiche, un cantato pieno di soul del bravo Thomas, eccellenti armonie vocali, per una ballata che rimanda alla citata Band o ai Black Crowes più rootsy.

Anche Heartbreak Alley rimane su queste coordinate sonore, un suono elettroacustico, una bella melodia, un sound avvolgente con retrogusti gospel e country, il cantato intenso della coppia e un testo che gronda buoni sentimenti, mentre il sound della band rimane compatto e gagliardo; My Eyes Won’t Be Open svolta ancora di più verso il soul, un’altra bella ballata, che parte sulla voce dei due Wynn, che entrano lentamente sui rintocchi dell’elettrica e delle tastiere, e poi in un crescendo di notevole efficacia catturano l’attenzione dell’ascoltatore, sempre con la tonalità quasi unica del leader che spesso vira quasi su un falsetto appena accennato, mentre la band costruisce arrangiamenti di notevole qualità. Thin Love ricorda nell’andatura qualche elemento dei CCR, ma le voci sono più sognanti e meno travolgenti, con strati di chitarre e tastiere sempre molto vicine ad un sound assai raffinato. I Don’t Regret è un’altra notevole deep soul ballad dove si apprezza la voce espressiva di Wynn (e della sorella), ma anche la potenza d’insieme dei Believers, con un organo gospel e la chitarra che inizia a ruggire, ottimo rock got soul. You Can’t Hurt Me alza la quota rock-blues, doppie chitarre assatanate, ritmica incattivita e le voci che si impennano e, non ce lo eravamo dimenticato, Chris Bell che per la prima volta soffia con vigore nella sua armonica.

Mountain Fog parte acustica e sognante, tipo Led Zeppelin IV, Plant e Sandy Denny, poi alza l’asticella del sound verso derive decisamente più hard, ma di ottima fattura, con le elettriche che iniziano a farsi sentire. Altro momento blues-rock con la gagliarda Burn As One, di nuovo con l’armonica di Bell a dividersi il proscenio con la chitarra di Wynn, e qui più che i Black Crowes mi hanno ricordato band recenti come i Blues Pills. Di nuovo partenza pastorale per una Feel The Good che poi prende un groove incalzante e disvela una volta di più le radici gospel-soul-rock della band, con un travolgente call and response vocale tra i due fratelli, mentre Chris Bell è di nuovo presente all’armonica. Potente anche il rock “robusto” di We Could All Die Screaming dove la band mette in luce il lato più muscolare della propria musica, con le chitarre in overdrive. E pure la violentissima e chitarristica Turn In Into Gold, è un’altra scarica di adrenalinico rock-blues, oltre sette di minuti di poderoso rock che scalda gli animi e ci consegna una “nuova” ottima band da gustare: se vi piacciono SIMO, JJ Grey & Mofro, quel mondo insomma. Esce il 19 maggio.

Bruno Conti

Nuovamente “Blues Delle Colline”: Questa Volta Acustico! Reed Turchi – Tallahatchie

reed turchi tallahatchie

Reed Turchi – Tallahatchie – Appaloosa/Ird

Prosegue la saga di Reed Turchi, dopo gli album in studio e dal vivo con la sua band Turchi, il disco in duo Scrapyard (con Adriano Viterbini) e il disco solista elettrico, l’ottimo Speaking Tongues http://discoclub.myblog.it/2016/04/04/dal-boogie-blues-del-mississippi-agli-ardent-studios-memphis-reed-turchi-speaking-shadows/ , il musicista americano approda all’album acustico di blues, quindi un ritorno alle origini, al motivo per cui ha iniziato a fare musica, un disco di hill country blues, nudo e puro, solo voce, chitarra (spesso in modalità slide) e un repertorio pescato nella tradizione di alcuni grandi bluesmen classici. Per certi versi spinto a fare questo anche dalla dissoluzione della band che lo aveva accompagnato nell’ultimo tour e disco, i Caterwauls, e dalla morte della nonna, da sempre grande estimatrice della sua musica. Il CD prende il nome da quella zona dello stato del Mississippi dove si trovano le colline e scorre il fiume Tallahatchie, un luogo dove è nata la musica di R.L. Burnside, Otha Turner, Fred McDowell, ma anche la cittadina sul ponte della quale si svolgeva la storia immortalata nella famosa Ode To Billie Joe di Bobbie Gentry. La prima impressione all’ascolto ( e anche la seconda e la terza) è quella di sentire un disco di Robert Johnson, registrato in qualche stanza d’albergo negli anni ’30 dello scorso secolo, senza il fruscio delle registrazioni originali, ma con la presenza negli undici brani (quasi tutte cover rivisitate) dello stesso spirito minimale che pervadeva quella musica, crudo ed intenso. Pochi fronzoli e molta sostanza, un disco che non emoziona con la potenza di suono (che peraltro non eccitava il sottoscritto, chiamatemi un fan della seconda ora o di “riporto”) degli album elettrici, dalle sonorità volutamente distorte e cattive dei Turchi, ma con il fingerpicking o il lavoro al bottleeck di Reed Turchi qui impegnato a “minimalizzare” il suo blues.

Il disco è stato registrato a Murfreesboro nel Tennessee e contiene, come detto sopra, una serie di cover di celebri brani blues, anche se nel libretto interno sono attribuite a Reed Turchi. La traccia di apertura Let It Roll, è un pezzo, credo, di Reed, un brano che ruota attorno ad un semplice giro di chitarra, anche in modalità slide naturalmente, la voce sofferente e trattenuta,  quasi narcotica, pescata dalle radici del blues più “antico”, un leggero battito di piede a segnare il tempo e poco altro, musica che richiede attenzione e che potrebbe risultare ostica all’ascoltatore occasionale. Poor Black Mattie ha un drive più incalzante, un ritmo ondeggiante che ci riporta allo stile del suo inventore, quel Robert Lee Burnside che giustamente i musicisti di quella zona (dai North Mississippi AllStars allo stesso Reed), considerano uno dei loro maestri, uno stile ipnotico e ripetitivo, quasi ossessivo, che poco concede alla melodia; anche la successiva Like A Bird Without A Feather (che giustamente nel titolo, come usa nel blues, perde il Just iniziale dell’originale) è un altro brano di Burnside, contenuto nella colonna sonora di  Black Snake Moan, il film con Samuel L. Jackson,  e sempre per la proprietà transitiva ed incerta delle canzoni pescate dal repertorio del blues del Delta risultava essere scritta dall’attore, un secondo pezzo senza uso della slide, con poco cantato e il lavoro sottile ma efficace dell’acustica di Turchi. Per completare il primo trittico delle hill country songs di Burnside arriva anche Long Haired Doney, quasi atonale nel cantato del biondo (rosso?) Reed, che aggiunge qualche tratto percussivo all’intreccio ossessivo e ripetuto del riff della chitarra acustica, sempre per la teoria del less is more.

Una slide che parte subito per la tangente annuncia l’arrivo di Write A Few Lines, un brano dal repertorio di Mississippi Fred McDowell, una canzone dove sembra quasi di ascoltare i Led Zeppelin acustici del terzo album, per l’atmosfera sonora che rimanda ai Page/Plant più “rigorosi”, e anche loro spesso diventavano “autori” di brani altrui, la versione bianca di una musica che nasce dai neri, ma può essere suonata benissimo anche da dei signori più pallidi, come la storia ha ampiamente dimostrato. Ne sanno qualcosa quegli Stones che hanno fatto del pezzo successivo uno dei loro cavalli di battaglia, stiamo parlando di You Got To Move, altro capolavoro di McDowell, una delle canzoni che rappresenta la vera essenza di questa musica, e che Turchi nella sua versione rende ancor più spoglia dell’originale. Jumper On The Line, di nuovo di Burnside,  un ritmo più movimentato (si fa per dire), ritorna a quel hill country blues basilare e quasi sussurrato in modo religioso dal musicista di Asheville, mi sembra di sentire, con le dovute proporzioni, anche echi del lavoro fatto da John Hammond nei suoi dischi acustici, caratterizzati da un fervore quasi filologico. Ulteriori composizione di R.L. Burnside, l’ipnotica Skinny Woman , che reitera questo approccio rigoroso e minimale, quasi spoglio, della rilettura del lavoro del bluesman nero, un ascoltatore, col tempo trasformatosi in performer e pure John Henry, un brano tradizionale di dubbia attribuzione, una canzone contro la guerra che molti associano al repertorio di Lead Belly, mantiene questo approccio, di nuovo con un riff ipnotico e circolare, suonato alla slide, che poi si stempera nella conclusiva Mississippi Bollweevil, un brano degli “amici” North Mississippi Allstars, che pur spogliato dalla foga della versione elettrica, mantiene il suo approccio grintoso, grazie ancora all’uso del bottleneck insinuante di Turchi. Un disco sicuramente non “facile”, per quanto di ottima qualità e fattura.

Bruno Conti

Un Po’ Di Sano Classic Rock Al Femminile! Heart – Live At The Royal Albert Hall

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Heart – Live At The Royal Albert Hall (With The Royal Philarmonic Orchestra) – Eagle Rock CD – DVD – BluRay

Chi mi conosce sa che, tra i vari generi musicali, non disdegno il rock anni settanta di matrice classica, e fra i vari gruppi e solisti che formano questo tipo di panorama ho sempre avuto un occhio di riguardo per le sorelle Ann e Nancy Wilson (per Nancy, anche due occhi…), meglio conosciute come Heart. Nel corso della loro carriera, le due musiciste di Seattle hanno conosciuto il successo a fasi abbastanza alterne: il primo periodo (la seconda metà dei seventies), caratterizzato da una discreta popolarità e da sonorità decisamente influenzate dai Led Zeppelin, un inizio di anni ottanta piuttosto difficile, subito seguito da una incredibile metamorfosi dal 1985, sia nel look che nel sound, che ha fatto conoscere loro il successo planetario consacrandole vere e proprie star del panorama AOR, per poi ripiombare nuovamente nel corso degli anni novanta quasi nell’oblio generale. Verso la fine della prima decade del nuovo millennio le due Wilson hanno ricominciato ad incidere con una certa regolarità ed a buoni livelli, prima con Red Velvet Car (2010), molto legato a sonorità più roots del solito, seguito dal più duro Fanatic e, quest’anno, dal discreto Beautiful Broken, più vicino al loro classico suono.

Negli ultimi anni non sono mancati neppure gli album dal vivo, dall’ottimo Fanatic Live del 2014, al natalizio Home For The Holidays di un anno fa, fino a questo Live At The Royal Albert Hall, appena uscito sia in formato audio che video (ma con i tre classici supporti pubblicati separatamente), che senza dubbio è il più riuscito dei tre, in quanto prende in esame in egual misura tutte le fasi della carriera delle due sisters, ma anche perché è registrato insieme all’Orchestra Filarmonica di Londra (che non è mai sovrastante, ma sottolinea con molta misura i brani del disco) in uno dei templi mondiali della musica dal vivo, tra l’altro mai frequentato prima d’ora da Ann e Nancy. E la serata è di quelle giuste, con le due “ragazze” in ottima forma, sia la bionda Nancy, che non è mai stata una axewoman ma se la cava benissimo con la ritmica e soprattutto con l’acustica, sia soprattutto la mora Ann, che passano gli anni ma non passa mai la bellezza della sua voce, potente il giusto nei pezzi più rock e seducente e profonda nelle ballate; la band di supporto è formata da quattro elementi (Craig Bartok alla solista, Christopher Joyner alle tastiere, Daniel Rothchild al basso e Benjamin Smith alla batteria), mentre l’orchestra è arrangiata e condotta nientemeno che da Paul Buckmaster, una vera e propria leggenda per quanto riguarda gli archi trapiantati nel rock (avendo in passato collaborato soprattutto con Elton John, ma anche con David Bowie, Rolling Stones, Leonard Cohen, Grateful Dead, Dwight Yoakam, Harry Nilsson, Stevie Nicks e persino Miles Davis).

La serata, che si apre con la potente Magic Man, decisamente zeppeliniana (provate a fare il giochino immaginario di sostituire la voce di Ann con quella di Robert Plant) e con un buon break nel ritornello, dà chiaramente spazio all’ultimo lavoro del duo, Beautiful Broken, con cinque canzoni, tra le quali spiccano la maestosa Heaven (nella quale esordisce l’orchestra), anche questa con abbondanti tracce del Dirigibile, come peraltro anche la complessa I Jump, con i suoi palesi riferimenti a Kashmir, mentre Two è una delicata ballata pianistica, cantata benissimo da Nancy, che non avrà la potenza della sorellona ma se la cava egregiamente. Non mancano naturalmente le megahits degli anni ottanta, e se These Days non mi ha mai convinto più di tanto (troppo pop ed annacquata), What About Love, pur essendo decisamente ruffiana e costruita per le classifiche, ha un’ottima melodia (copiata pari pari qualche anno dopo dal duo pop-rock-AOR svedese dei Roxette per la loro Listen To Your Heart, mentre Alone è semplicemente straoordinaria, una delle migliori ballate degli eighties: da anni le Heart la ripropongono in una versione più lenta e spogliata dal big sound dell’originale, valorizzando ancor di più il motivo splendido e la voce strepitosa di Ann, ed anche questa sera i brividi non si contano.

Non mancano neppure i successi della prima ora, come la scintillante Dreamboat Annie, title track del loro primo album del 1975 (e con l’orchestra che commenta con grande gusto in sottofondo), la grandiosa Crazy On You, forse la loro migliore rock song di sempre, e l’incalzante e trascinante Barracuda, posta nei bis giusto prima del finale di Kick It Out (un rock’n’roll tosto e vibrante). E non dimenticherei l’omaggio proprio agli Zeppelin, con una magistrale No Quarter, che mantiene intatta l’atmosfera minacciosa ed inquietante dell’originale, una rilettura lunga e potente che anche i tre membri superstiti della storica band inglese apprezzeranno (in passato sia Plant che Page hanno avuto parole più che lusinghiere per le due sorelle Wilson). Come ho scritto nel titolo, un po’ di sano rock al femminile ogni tanto ci vuole, e le Heart sono sempre tra le migliori interpreti in tal senso.

Marco Verdi

 

Ci Riprovano, Per L’Ennesima Volta! Cactus – Black Dawn

cactus black dawn

Cactus – Black Dawn – Sunset Boulevard Records

Dieci anni fa i Cactus avevano effettuato una prima reunion, che vedeva l’uscita del loro quinto album di studio, intitolato appunto con grande fantasia V, lo stesso anno avevano girato gli Stati Uniti e l’Europa con alcune date dal vivo per rinverdire le glorie passate: in quel primo giro era ancora presente il bassista originale Tim Bogert, che poi ha annunciato il suo ritiro dalle scene nel 2011. Tra alti e bassi e cambi di formazione continui la band ha proseguito a suonare dal vivo, pubblicato due o tre Live tra il 2012 e il 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/10/10/giuro-che-lultimo-questanno-cactus-tko-tokyo-live-japan-2cddvd/ , e ora, con la formazione stabilizzata intorno ai membri originali Carmine Appice alla batteria, Jim McCarty alla chitarra e i nuovi Jimmy Kunes alla voce (ex Savoy Brown, ma solo per un anno nel 1986, senza peraltro incidere nulla con loro, fa solo curriculum per le recensioni), Andy Pratt all’armonica e Pete Bremy al basso (anche nella nuova versione dei Vanilla Fudge), pubblicano il loro sesto album di studio Black Dawn, per una etichetta Sunset Boulevard, che poi sarebbe il nostro “viale del tramonto”, spero non il loro.

Come hanno dimostrato nelle varie esibizioni live i Cactus propongono ancora il loro classico hard-rock-blues che ai tempi li aveva fatti definire “ i Led Zeppelin americani” e anche se è la solita minestra riscaldata si gusta ancora, soprattutto per gli appassionati del genere. Carmine Appice picchia sempre come un fabbro sulla batteria (ma con classe e ritmo) e gli altri lo seguono come un sol uomo, Kunes ha la classica voce dello shouter rock, McCarty è sempre un signor chitarrista, tutti elementi che convergono nell’iniziale poderosa title track, dove i vecchi Jim e Carmine ci danno dentro di gusto ai rispettivi strumenti, forse idee poche ma monolitiche. E pure Mama Bring It Home non aggiunge molti elementi di novità (ma qualcuno se li aspettava?), sono passati 46 anni ma nulla è cambiato; Dynamite vira verso un boogie molto pompato e duro con qualche tocco di slide di McCarty, Juggernaut è un hard slow blues sempre in ricordo dei vecchi tempi con Kunes che cerca di impersonare il suo miglior Plant (o Gillan, o Bon Scott, persino Steve Marriott, sostituire a piacere, gli originali sono comunque sempre meglio).

Andy Pratt all’armonica, che aveva taciuto fino ad ora, ha finalmente occasione di mettersi in luce in Headed For A Fall, un incalzante rock-blues, tra le cose migliori del disco, con sprazzi della vecchia classe grazie ad un indiavolato groove creato da Appice e soci; You Need Love è un titolo classico, da Muddy Waters agli Small Faces, passando per la Whole Lotta Love degli Zeppelin, questa è la variazione sul tema firmata Cactus, onesto e grintoso rock, ma nulla di più. The Last Goodbye è un altro slow blues di quelli duri e tirati con McCarty che dà il meglio di sé alla solista in questo brano strumentale e Walk A Mile addirittura aggiunge elementi elettro-acustici e leggermente psych alla tavolozza del CD, ma è un attimo poi all’interno del pezzo si riprende subito a picchiare in un brano gagliardo che ricorda molto i Led Zeppelin e anche i vecchi Cactus, e le grandi band hard-rock di inizio anni ’70. Qui in teoria finirebbe l’album, ma Carmine Appice ha scovato un paio di gemme inedite incise dalla formazione originale, quella con Rusty Day e Tim Bogert: quindi inizio anni ’70: una Another Way Or Another che già dal titolo rimanda al passato, uno strumentale di gran classe e C-70 Blues, un poderoso blues lento con un grande Rusty Day, e la carica dirompente di Bogert e Appice, una delle migliori sezioni ritmiche della storia del rock, brano dove dimostrano perché erano considerati la controparte americana dei Led Zeppelin. Indovinate quali sono i brani migliori del disco!

Bruno Conti