Correva L’Anno 1967! Tim Buckley Splendido Inedito – Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions

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Tim Buckley – Lady, Give Me Your Key: The Unissued Solo Acoustic Sessions – Future Days Recordings/Light In The Attic

Nel corso dei lunghi anni intercorsi dalla scomparsa di Tim Buckley, avvenuta nel lontano 1975 a soli 28 anni (ebbene sì, per un pelo non è rientrato nel “club dei 27”), è uscito molto materiale d’archivio inedito, quasi sempre registrazioni dal vivo, a parte lo splendido The Dreams Belongs To Me. Rare And Unreleased 1968-1973, la versione doppia Deluxe del primo album omonimo dove c’era un intero CD di registrazioni inedite e anche Works in Progress un disco della Rhino, con versioni alternative di brani poi apparsi su Happy Sad, pubblicato nel 1999, e quindi a questo punto, dopo così tanti anni, forse più nessuno si aspettava un altro album di pezzi di studio, tra cui molte canzoni inedite in assoluto, il tutto inciso nel 1967, durante il lavoro di preparazione per il suo secondo album Goodbye And Hello. Anche se in tutti questi anni, giustamente, la leggenda di Tim Buckley non ha mai cessato di intrigare ed interessare sia i vecchi fans come le nuove generazioni: non male per un cantante il cui album di maggior successo, Happy Sad, arrivò solo fino all’81° posto delle classifiche di vendita americane.

Oddio, se proprio vogliamo, purtroppo, per molti dei più giovani Tim è solo il babbo di Jeff Buckley, quello che lo ha abbandonato quando era ancora in fasce, e con la cui figura il figlio, solo negli ultimi anni della sua travagliata esistenza, stava venendo per certi versi a confrontarsi ed accettarla. Ma, almeno secondo chi scrive, Tim Buckley è stato uno dei più grandi ed innovativi cantautori della storia del rock, in possesso di una voce incredibile (superiore a quella, pur eccellente di Jeff), definito l’uomo dalla voce d’angelo, in grado di spaziare dalle note più basse a falsetti incredibili, oltre a creare spericolate esplorazioni vocali ancora oggi spesso insuperate. Questo è quanto avevo scritto brevemente su di lui nell’estate del 2010, in un articolo cumulativo dove andavo alla ricerca di alcuni personaggi (e album) poco conosciuti della nostra musica http://discoclub.myblog.it/2010/07/23/qualche-consiglio-musicale-per-le-vacanze-kevin-welch-eric-a/. Forse la  sua storia non è del tutto nota, ma riassumento, molto succintamente: Buckley si avvicina alla musica nel 1965, quando era ancora alla High School ed iniziava a frequentare Mary Guibert, che sarebbe stata per un brevissimo periodo sua moglie, e poi la mamma di Jeff, nel 1966 viene notato da Jimmy Clark Black, che era il batterista delle Mothers Of Invention di Zappa, che lo presenta al loro manager Herb Cohen, il quale a sua volta lo mette in contatto con Jac Holzman, il boss della Elektra, che lo stesso anno lo manda in studio con Paul Rothchild, il produttore dei Doors, e con l’aiuto di alcuni musicisti sopraffini come Lee Underwood alla chitarra (che disse di lui “Buckley fu per il canto ciò che Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e John Coltrane per il sassofono”), Jim Fielder al basso, Billy Mundi alla batteria, e il grande Van Dyke Parks alle tastiere (all’epoca impegnato con i Beach Boys), realizza un piccolo capolavoro folk-rock, l’omonimo Tim Buckley, con l’aiuto dell’amico e paroliere Larry Beckett. All’epoca Tim aveva solo 19 anni.

L’anno successivo, dopo l’ottimo successo di critica, ma volendo anche di pubblico, i dischi comunque all’epoca vendevano nell’ambito delle centinaia di migliaia di copie, Tim Buckley inizia la preparazione per il suo secondo album di studio Goodbye And Hello, incidendo una serie di demo solo voce e chitarra (ma questo lo scopriamo solo oggi) che non vedranno la luce fino alla pubblicazione di questo Lady, Give Me Your Key. Registrazione molto buona, a parte quelli, tre, su un acetato che era in possesso di Larry Beckett e che peraltro, a parte il fruscio del vinile, si sentono comunque bene: 13 brani in tutto, mai pubblicati prima in questa versione, sei dei quali appariranno poi con una strumentazione più complessa appunto su Goodbye And Hello  e sette canzoni inedite (due delle quali erano sbucate, in diversa versione, nelle varie compilations live e in studio uscite negli anni ’80 e ’90). Ed è un piacere ascoltare di nuovo la voce di un Tim Buckley, allora ventenne, nel pieno del suo sviluppo musicale, sviluppo che poi negli anni a venire avrebbe preso strade molto complesse, con dischi come Bllue Afternoon, Lorca Starsailor, per poi approdare, nel finale di carriera, prima della prematura scomparsa, al  funky-rock carnale e chitarristico di un disco come Greetings From L.A., che ho rivalutato nel corso degli anni https://www.youtube.com/watch?v=glbyJIaWOWw , e a dischi minori come Sefronia Look At The Fool, che però avevano alcune canzoni splendide, penso a Dolphins di Fred Neil su Sefronia.

La confezione è un elegante digipack, nel libretto interviste al paroliere Larry Beckett e a Jerry Yester dei Lovin’ Spoonful, che raccontano la genesi di questi nastri e parlano dell’uomo Tim Buckley al di là del mito. I primi quattro brani sono tra gli inediti del CD. solo voce e chitarra acustica come detto, ma la voce e il carisma già si percepiscono anche in questa dimensione folk: Sixface, subito scintillante, con quella voce inconfondibile e inconsueta che passa da un falsetto quasi estremo al suo tenore abituale, ci presenta un cantautore che già spingeva la sua ricerca vocale lontano da quella che era l’abituale approccio dei cantanti dell’epoca, accompagnamento di chitarra minimale ma grande intensità. Contact,  mossa e con continui cambi di tempo, ma con una melodia più accentuata, Lady, Give Me Your Key con Tim che scherza con il tecnico in studio prima di partire con il brano, un pezzo più complesso, dalla melodia tipica avvolgente dei suoi brani del periodo folk, con un testo leggermente mistico, ma sempre nell’ambito delle love songs anche ardite, mentre Once Upon A Time, come Contact, è un bozzetto, dal tempo incalzante, la chitarra quasi percossa, alla Richie Havens e la voce che spinge a lungo le note nel suo stile caratteristico, prima di esplodere nei suoi acuti quasi impossibili. Once I Was, lenta e solenne, è in una versione più lunga di quella che poi apparirà su Goodbye And Hello, la voce solenne ed intensa, magnifica per il modo in cui comunica con l’ascoltatore, rapito come il cantante.

I Never Asked To Be Your Mountain era uno dei centrepiece del disco del 1967, e  anche in questa versione, pur in una dimensione acustica, indica quella che sarà la futura svolta più complessa e all’avanguardia della musica di Buckley, con questa voce stentorea e decisa che ti colpisce per l’impeto e la veemenza che si percepiscono anche in un “semplice” demo. Anche Pleasant Street sarà presente in Goodbye And Hello, altra versione splendida dall’atmosfera sospesa che si anima improvvisamente a tratti, in questo stile acido e visionario, tipico del grande cantautore di Washington, DC, uno dei maestri dell’improvvisazione vocale nella musica folk e rock. Knight-Errant uno dei brani scritti con Larry Beckett, con il leggero fruscio dell’acetato dell’epoca che aggiunge solo ulteriore fascino a questo miracoloso ritrovamento di materiale inedito, è un’altra canzone che esplora il lato favolistico e mistico dell’opera di Tim, mentre la successiva Marigold, sempre dall’acetato di proprietà dello stesso Beckett, è un altro degli inediti assoluti, una sorta di folk-blues à la Buckley,meno esplosivo e più raccolto, ma sempre godibile nella sua “semplicità”, come pure una versione, cantata in un delicato semi-falsetto, della dolce Carnival Song. 

Mentre la successiva antimilitarista No Man Can Find The War, che apriva Goodbye And Hello, scritta con Beckett e che viene dal nastro di studio, non ha perso un briciolo della sua grinta e potenza, a quasi 50 anni dalla registrazione originale, magnifica. Alla fine del disco gli ultimi due inediti: I Can’t Leave You Lovin’ Me, incalzante e che nell’arrangiamento funky-rock di Greetings From L.A avrebbe fatto sfracelli. La conclusiva She’s Back Again è un’altra delle sue tipiche folk ballads degli inizi, urgente ed incalzante, come se Tim Buckley già presagisse che il tempo gli sarebbe sfuggito dalle mani in un non lontano futuro e quindi il presente era da vivere con intensità. Questo album non si trova facilmente, costa abbastanza caro, ma per gli amanti di Tim Buckley è indispensabile, e forse anche per gli altri.

Bruno Conti