Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

wilie nelson god's problem child

Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi

Finalmente La Degna Ristampa Di Un Disco Mitizzato! Delaney & Bonnie – Motel Shot

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Delaney & Bonnie – Motel Shot (Expanded) – Real Gone CD

Periodo felice questo per la riscoperta del catalogo di Delaney & Bonnie, duo formato dal cantautore e chitarrista Delaney Bramlett e dalla cantante, ed all’epoca moglie, Bonnie O’Farrell Bramlett, che a cavallo tra gli anni sessanta e settanta fu responsabile di alcuni tra i più bei dischi in circolazione all’epoca: a pochi mesi dalla ristampa dell’ottimo To Bonnie From Delaney, la benemerita Real Gone (e grazie al noto archivista Bill Inglot) ha appena rieditato uno dei dischi più belli e celebri della coppia, Motel Shot. E’ anche il più raro, in quanto per anni l’unica versione disponibile in CD era un’edizione giapponese difficile da trovare ed esageratamente costosa:(*NDB Anche se pure la nuova edizione non costa molto meno) questa ristampa, oltre a presentare le dodici canzoni originali opportunamente rimasterizzate, presenta anche otto outtakes mai sentite, diventando quindi praticamente imperdibile (però non capisco perché hanno dovuto cambiare la copertina: quella originale forse non era il massimo, ma questa odierna fa sembrare il CD un bootleg o un’antologia a basso costo).

delaney and bonnie motel shot

Motel Shot, quarto album di studio del duo, è anche il più particolare, in quanto è basato su una session piuttosto informale tenutasi nell’appartamento di Bruce Botnick (l’ingegnere del suono nei dischi dei Doors), con diverse canzoni improvvisate ed un suono al 95% acustico, e un alone gospel che pervade tutti i brani; l’album doveva uscire nel 1970 per la Elektra, ma per varie peripezie fu spostato in avanti di un anno e fu pubblicato dalla Atlantic, che però giudicò il materiale troppo informale, al limite dell’amatoriale, e pretese di mescolarlo con registrazioni più professionali da tenersi nei loro studi. L’album che poi uscì fu quindi una sorta di ibrido tra i brani incisi a casa di Botnick, principalmente cover, e le canzoni registrate in studio, scritte da Delaney: il risultato finale fu comunque eccellente, al punto che per molti Motel Shot è il miglior album inciso dai nostri (su questo non concordo, per me il più bello rimane il loro esordio, Home): un lavoro forse non perfetto dal punto di vista tecnico, ma altamente ricco di anima e feeling, con brani di derivazione gospel e la solita formula del duo che mischia alla grande rock, blues e soul.

Lo strumento protagonista dell’album è sicuramente lo splendido pianoforte di Leon Russell, centrale in ognuna delle canzoni, ma se guardiamo i nomi degli altri musicisti coinvolti c’è da godere solo a leggere: dai soliti noti Bobby Whitlock e Carl Radle, al grande Duane Allman alla slide in tre pezzi, passando per l’allora chitarrista dei Byrds, Clarence White, per finire con un’altra leggenda, Gram Parsons, alla chitarra e voce. Senza dimenticare Bobby Keys ed il suo sax, il violinista e banjoista John Hartford, Dave Mason alla chitarra, il super batterista Jim Keltner e Joe Cocker ai cori (manca invece, e stranamente, Eric Clapton). L’inizio è particolare, sembra quasi un rehersal, ma si nota che l’ensemble è in stato di grazia, con una rilettura straordinaria del traditional Where The Soul Never Dies, solo piano, tamburello e coro ma un’intensità da brividi, brano che confluisce direttamente nell’inno della Carter Family Will The Circle Be Unbroken e nella lenta (e classica) Rock Of Ages, quasi a voler formare una mini-suite gospel (ed anche la trascinante Talkin’ About Jesus, con la voce di Cocker chiaramente riconoscibile, avrà lo stesso trattamento). C’è spazio anche per un classico country come Faded Love di Bob Wills, alla quale i nostri cambiano completamente veste facendolo diventare un toccante lento soul, sempre con il piano di Russell a tessere la melodia.

La parte blues è formata da Come On In My Kitchen (Robert Johnson), proposta in una eccellente versione stripped-down  molto annerita (e con Duane alla slide acustica), e da Don’t Deceive Me (Chuck Willis), dal ritmo strascicato e performance vocale strepitosa da parte di Bonnie. Poi ci sono i quattro pezzi originali scritti da Delaney: Long Road Ahead, ancora dai sapori gospel, un chiaro brano dall’impronta sudista, guidato di nuovo dallo splendido pianoforte di Leon, la deliziosa Never Ending Song Of Love, una canzone saltellante di ispirazione quasi country, che è anche stato il più grande successo come singolo della coppia (ed è stata incisa in anni recenti anche da John Fogerty), la corale Sing My Way Home, fluida, distesa e dalla melodia influenzata dall’amico George Harrison (ancora Allman alla chitarra, stavolta elettrica) e la southern Lonesome And A Long Way From Home (già incisa da Clapton sul suo debutto solista). A completare il quadro, una spedita versione, ancora molto gospel, di Going Down The Road Feelin’ Bad, che proprio in quegli anni diventerà un classico nei concerti dei Grateful Dead.

Tra le otto bonus tracks, tutte provenienti dalle sessions originali in casa Botnick, ci sono tre versioni alternate di brani poi apparsi sul disco (Long Road Ahead, Come On In My Kitchen e Lonesome And A Long Way From Home, quest’ultima meglio di quella poi pubblicata, con una parte strumentale da urlo), una cover cristallina, guidata dalla chitarra acustica, di I’ve Told You For The Last Time, un brano poco conosciuto di Clapton, anch’esso proveniente dall’esordio di Manolenta, un rifacimento più informale della bella Gift Of Love (apparsa due anni prima su Accept No Substitute, secondo album della coppia), un blues acustico abbastanza improvvisato ma interessante, intitolato semplicemente Blues, ed un finale ancora a tutto gospel con What A Friend We Have In Jesus e la famosissima Farther Along. Una ristampa dunque imperdibile, che anche se non è il lavoro migliore di Delaney & Bonnie rimane comunque un grande disco, oltre che una fulgida testimonianza di un periodo irripetibile della nostra musica.

Marco Verdi

Ancora Il 2016 Maledetto! Questa Volta Se Ne E’ Andato Leon Russell!

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Ancora non si è spenta l’eco della scomparsa del grande Leonard Cohen, che purtroppo dobbiamo registrare un’altra grave perdita nel mondo del rock: si è infatti spento ieri, all’età di 74 anni, Claude Russell Bridges, meglio conosciuto come Leon Russell, musicista di lungo corso e giustamente considerato uno dei più grandi pianisti bianchi della musica rock, vero e proprio idolo per esempio di “colleghi” dello strumento quali Randy Newman ed Elton John, ma anche vera e propria figura di riferimento nell’ambito di un certo rock di matrice sudista e ricco di contaminazioni con soul e gospel.

Nativo dell’Oklahoma, Russell iniziò a muovere i primi passi come membro degli Starlighters (in cui militava anche un giovanissimo J.J. Cale) e poi come sessionman per conto terzi negli anni cinquanta, fino ad arrivare a Los Angeles nei sessanta e ad entrare a far parte di quell’enorme ensemble di musicisti di studio conosciuto come The Wrecking Crew, arrivando ad incidere anche con Phil Spector, i Byrds (suonava su Mr. Tambourine Man), i Beach Boys, perfino Frank Sinatra e molti altri. Il suo esordio discografico si ebbe nel 1968 con Inside The Asylum Choir, inciso insieme al musicista texano Marc Benno, ma in quegli stessi anni iniziò a frequentare il giro di Eric Clapton (suonando anche sul debutto solista omonimo di Manolenta e scrivendo con lui la classica Blues Power) e di Delaney & Bonnie, partecipando ai loro primi album ed accompagnandoli anche in tour. Fu poi il direttore musicale di quell’allegro e splendido carrozzone che fu Mad Dogs & Englishmen, forse la prova più convincente della carriera di Joe Cocker, e nel 1971 fu chiamato da George Harrison, suo grande estimatore, per suonare il piano nella house band del famoso Concert For Bangladesh (durante il quale ebbe anche un eccellente momento come solista, con un medley fra Young Blood dei Coasters e Jumpin’ Jack Flash degli Stones).

Nel 1969 aveva anche contribuito a fondare la Shelter Records, etichetta in seguito fallita, ma che negli anni pubblicò, oltre ai suoi lavori, anche album di J.J. Cale, Don Nix, Phoebe Snow, Freddie King, oltre a far esordire Tom Petty & The Heartbreakers. Ovviamente Leon in quegli anni (ed anche in seguito), portava avanti anche la sua carriera solistica, che però era piuttosto avara di soddisfazioni (le sue canzoni più note, Delta Lady e A Song For You, ebbero più successo in versioni di altri, la prima con Joe Cocker e la seconda con una moltitudine di artisti, dei quali il maggior successo lo ebbero i Carpenters, ma la incise anche una leggenda come Ray Charles), ed anche i suoi album, inappuntabili dal punto di vista musicale, non vendettero mai molto (con l’eccezione del bellissimo Carney del 1972, che salì fino al secondo posto, ed il seguente Leon Live, al nono), facendo di lui uno degli artisti di culto per antonomasia della storia del rock, ma sempre richiestissimo come musicista per conto terzi; nel 1979 il suo ultimo successo per decenni, con l’album One More For The Road condiviso con Willie Nelson.

Per tutti gli anni ottanta, novanta e la prima decade dei duemila Leon ha continuato ad incidere, pur diradando la sua produzione, finché nel 2010 il suo grande fan Elton John decise di tirarlo letteralmente fuori dalla naftalina incidendo con lui il bellissimo The Union (prodotto da T-Bone Burnett), album che ebbe un ottimo successo e contribuì a far conoscere la figura di Russell anche alle generazioni più giovani, e facendogli assaporare finalmente un meritatissimo istante di popolarità. Ancora un disco molto bello nel 2014, Life Journey, poi più nulla fino alla morte avvenuta ieri in seguito a complicazioni sopraggiunte dopo un intervento al cuore.

Leon Russell era il classico musicista che non ebbe mai neanche un decimo della fama che avrebbe meritato, ma credo che lui sia stato felice così, di aver suonato la musica che gli piaceva di più insieme ai migliori al mondo; io vorrei ricordarlo con un toccante brano contenuto in The Union, nel quale oltre a Leon ed Elton partecipa anche il “Bisonte” Neil Young.

Addio, Leon.

Piccola considerazione conclusiva: come nei thriller il cui finale “aperto” lascia presagire un seguito, l’inquietante domanda da porsi è “A chi toccherà adesso?”.

Marco Verdi

E Questa Invece E’ Brava: Se Lo Dice Anche Bonamassa Sarà Vero! Joanne Shaw Taylor – Wild

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Joanne Shaw Taylor  – Wild – Axehouse Music

La regola, ricordata in un famoso detto, dovrebbe essere, “chi si loda si imbroda” e una come Joanne Shaw Taylor che nel suo sito viene presentata come “the finest female blues rock singer and guitarist” (ma Susan Tedeschi e Bonnie Raitt, per citarne due, saranno contente?) potrebbe rientrare nella categoria delle “montate”, ma visto che invece non siamo molto lontani dalla verità, se aggiungiamo “one of” all’inizio della frase ci siamo, e poi la nostra amica, è giovane (30 anni nel 2016, ops mi è scappata l’età, non si dovrebbe), bionda, carina e pure brava. La sua crescita qualitativa è esponenziale, prima l’ottimo Live Songs From The Road http://discoclub.myblog.it/2013/12/16/bella-brava-bionda-suona-il-blues-joanne-shaw-taylor-songs-from-the-road/ , poi il trasferimento negli States (la Shaw Taylor è inglese, se non lo avevamo detto) per un primo album, The Dirty Truth http://discoclub.myblog.it/2014/11/23/porti-la-chitarra-bella-bionda-joanne-shaw-taylor-the-dirty-truth/ , registrato a Conce, Tennessee, con la produzione di Jim Gaines e l’aiuto di alcuni eccellenti musicisti locali; ora per il nuovo Wild, quinto disco di studio, trasferta di poche miglia ai Grand Victor Sound Studios di Nashville, dove opera abitualmente Kevin Shirley, il produttore di Joe Bonamassa, che ha espresso più volte il suo apprezzamento per Joanne, definendola una delle migliori cantanti, autrici e chitarriste del blues contemporaneo, utilizzandola anche come opening act nel suo recente tour dedicato alla British Blues Explosion e addirittura “prestandole” una parte della sua band per la registrazione del nuovo album.

Infatti nel disco appaiono il bassista Michael Rhodes, la sezione fiati di Paulie Cerra e Lee Thornburg, oltre alle tre splendide coriste Mahalia Barnes, Juanita Tippins e Jade MacRae, con l’aggiunta di Rob McNelley alla seconda chitarra, Steve Nathan alle tastiere e Greg Morrow alla batteria. Ma protagoniste assolute sono le canzoni dell’album, incanalate attraverso la voce roca e la Gibson della Shaw Taylor. Dying To Know è una bella partenza, tra boogie e classico british blues alla Rory Gallagher, ma pure vicina ovviamente al sound dell’ultimo Bonamassa, con la chitarra subito in azione, fluida ed aggressiv ; Ready To Roll, anche se le coriste ci mettono del loro nel call and response, è un rock-blues funky ed energico, ma più scontato nello svolgimento, anche se la chitarra fa sempre il suo dovere, e Get You Back, sempre con i dovuti distinguo, sembra comunque ispirarsi di nuovo alle atmosfere del Rory Gallagher più aggressivo, con le linee della solista sempre interessanti e le coriste scatenate https://www.youtube.com/watch?v=yRQbOd_1h1c . No Reason To Stay, con una atmosferica introduzione di piano, tastiere e chitarra, poi si sviluppa come un brano dei primi Dire Straits, incalzante e con un bel crescendo chitarristico  https://www.youtube.com/watch?v=bsVfuKSjdqg. Wild Is The Wind è il classico pezzo di Dimitri Tiomkin, la facevano anche Nina Simone e David Bowie, qui diventa una sorta di moderna soul ballad, cantata con passione dalla Shaw Taylor che sfodera anche un paio dei suoi migliori assoli del disco, lirici ed avvolgenti.

Wanna Be My Lover torna al rock-blues potente ed aggressivo che è una delle prerogative della bionda inglese, con tutta la band ben evidenziata dalla produzione nitida di Shirley. I’m In Chains vira verso un hard-rock made in the 70’s, con potenti riff alla Deep Purple, ma anche derive boogie sudiste, chitarre taglienti e le coriste che tornano più agguerrite che mai. I Wish I Could Wish You Back, titolo da scioglilingua amoroso, è una bella ballata, impreziosita dalla voce roca della Shaw Taylor, molto presa da questa canzone di rimpianti di amore, arrangiamento comunque di raffinata complessità. A sorpresa poi arriva My Heart’s Got A Mind Of Its Own, un brano tra swing con fiati, soul e il classico sound pianistico di Leon Russell, che è il co-autore del brano, una canzone dove Kevin Shirley applica le variazioni sonore utilizzate negli album di Bonamassa in coppia con Beth Hart, mentre in conclusione la Shaw Taylor si inventa un assolo alla BB King. Nothing To Lose torna al miglior blues-rock, potente e vigoroso, con notevoli fiammate chitarristiche.

In conclusione un classico di Gershwin con cui già in passato si sono confrontati colossi del rock, Summertime (penso alla versione di Janis Joplin a cui chiaramente si rifà questa della Shaw Taylor): niente male, con inserti pianistici ad impreziosirla ed una buona prestazione vocale della nostra amica, molto impegnata anche alla solista con una serie di assoli notevoli. Come è ormai diventata (pessima) usanza, visto quanto le fanno pagare, c’è anche una Deluxe edition singola, con due tracce aggiunte, Sleeping On A Bed Of Nails e Your Own Little Hell, due ulteriori buoni pezzi che confermano la qualità complessiva di questo Wild e il talento della bionda Joanne Shaw Taylor.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Il Momento Magico Continua! Elton John – Wonderful Crazy Night

elton john wonderful crazy night

Elton John – Wonderful Crazy Night – Mercury/Universal CD – Deluxe CD – Super Deluxe 2CD/LP

Il momento a cui mi riferisco nel titolo è quello che accompagna il cantante e pianista inglese fin dagli inizi del nuovo millennio, cioè quando con Songs From The West Coast (2001) si è rimesso di nuovo a fare bei dischi, suonati ed arrangiati come si deve, dopo almeno dieci-quindici anni di album altalenanti (alcuni proprio deludenti) e canzoni troppo commerciali, anche se in qualche caso il vecchio fuoriclasse veniva fuori (il problema non era compositivo, ma più che altro di costruzione sonora). Dopo quel disco Elton John ha pubblicato altri quattro album in studio, tutti abbondantemente sopra la sufficienza (solo Peachtree Road aveva qualche passaggio a vuoto, ma più per una ripetitività nelle canzoni che altro), con punte di eccellenza nel lavoro in duo con Leon Russell The Union http://discoclub.myblog.it/2010/10/24/duelin-pianos-elton-john-leon-russell-the-union/ , e soprattutto nel bellissimo The Diving Board di tre anni or sono, un disco ricco di sontuose ballate pianistiche che ci faceva ritrovare l’Elton degli anni settanta http://discoclub.myblog.it/2013/09/24/un-tuffo-negli-anni-settanta-elton-john-the-diving-board-570/ .

Ora (ma era annunciato da diversi mesi) ho tra le mani il nuovissimo CD di Reginald, intitolato Wonderful Crazy Night, che conferma il momento di forma ritrovata del nostro e si propone come il valido seguito di The Diving Board: alla produzione troviamo ancora T-Bone Burnett (per la terza volta consecutiva), ed Elton è accompagnato, oltre che dai fidi Davey Johnstone alla chitarra e Nigel Olsson alla batteria, da Matt Bissonette al basso, Kim Bullard alle tastiere ed organo, John Mahon ed il grande Ray Cooper (un altro habitué) alle percussioni, oltre ad una sezione fiati in un paio di pezzi e dallo stesso Burnett alla chitarra solista in Blue Wonderful. Ebbene sì, Wonderful Crazy Night è un altro grande disco, più immediato del suo predecessore, in quanto si torna ad atmosfere più rock, con maggior spazio riservato alle chitarre (che in The Diving Board erano quasi assenti), e che ci conferma che la forma compositiva di Elton non accenna a diminuire (tutti i brani sono scritti con l’ormai inseparabile partner Bernie Taupin); Burnett poi si (ri)afferma come produttore di vaglia, un sarto che cuce attorno alle canzoni sonorità perfette e destinate a fare di questo disco uno di quelli che ascolteremo a lungo durante tutto il 2016. Dieci canzoni, dodici nella costosa versione deluxe singola e quattordici nella solita e costosissima super deluxe (il consueto stillicidio insomma, c’è anche un’altra versione per la catena americana Target con due pezzi del disco in versione live).

L’album si apre con la title-track, un boogie pianistico gioioso e ritmato, con Elton subito in gran spolvero (sia vocalmente che con le dita, il suo assolo è breve ma da antologia), un avvio decisamente positivo. All’inizio In The Name Of You sembra un brano comune, ma poi arriva il ritornello ed il livello si alza sensibilmente: ritmica sempre sostenuta e strumentazione d’alta classe; Claw Hammer è più sinuosa e raffinata, si ode uno shaker in sottofondo e l’atmosfera è notturna (qui c’è lo zampino di Burnett), ma nel refrain il brano si apre e per pochi secondi fa filtrare un raggio di luce: bello l’assolo centrale di chitarra in puro stile jingle-jangle. Blue Wonderful è una magnifica rock ballad, una di quelle che Elton tira fuori quando è particolarmente ispirato, melodia splendida e toccante ed accompagnamento semplicemente perfetto: da sentire e risentire; molto bella anche I’ve Got 2 Wings, con un andamento vagamente country ed una fisa in sottofondo a darle un sapore roots, ma la melodia è tipica di Elton ed il refrain è uno dei migliori del CD.

A Good Heart è il primo vero slow dell’album, ma la strumentazione è ricca ed il risultato è ancora notevole, in primis per lo splendido motivo centrale (uno dei più belli del disco), che ci dimostra che Elton sta vivendo una seconda giovinezza dal punto di vista compositivo; Looking Up è in rotazione già da qualche mese, un uptempo vivace con il nostro scatenato al piano, il classico brano che cresce dopo diversi ascolti. Guilty Pleasure è un folk-rock trascinante e che fa battere le mani (o muovere il piede, vedete voi), una canzone atipica per Elton ma decisamente gustosa, mentre Tambourine riporta l’album su territori più consueti, con un lento elettroacustico servito nuovamente da un motivo di grande impatto, ed un assolo chitarristico che ricorda molto George Harrison. The Open Chord, altra ballata raffinata e strumentata con grande classe, chiude la versione “normale” del CD: la deluxe edition (che è quella in mio possesso) aggiunge la tenue Free And Easy, leggermente più risaputa delle precedenti, e l’elettrica e potente England And America, rockin’ Elton at his best (Children’s Song e No Monsters sono i due brani della versione super deluxe, ma non li ho ascoltati).

Elton John pare sia ormai tornato a fare grande musica in pianta stabile, e noi non possiamo che gioirne. Peccato che nessuno gli abbia detto che la copertina è veramente brutta.

Marco Verdi

Uno Dei Tanti “Piccoli Segreti” Musicali Americani, Può Sbagliarsi John Fogerty? Bob Malone – Mojo Deluxe

bob malone mojo deluxe

Bob Malone – Mojo Deluxe – Delta Moon 

Un altro dei tanti piccoli “segreti” della scena musicale indipendente americana: si chiama Bob Malone, è nato nel New Jersey, ha studiato al Berklee College Of Music e vive in California, suona le tastiere nella band di John Fogerty dal 2010, ha già otto album solisti al suo attivo, compreso questo Mojo Deluxe. Che altro? Ah, il disco è assolutamente delizioso, quegli album dove si mescolano Rhythm & Blues, soul, rock, uno stile da cantautore a tutto tondo, con tocchi “indolenti” alla Randy Newman, Dr. John o il miglior AJ Croce, uniti al gusto per le belle canzoni, un florilegio di tastiere, piano elettrico Wurlitzer e clavinet, piano a coda, organo Hammond, se serve la fisarmonica: in più è in possesso di una voce espressiva, duttile e vibrante, in grado di districarsi tanto in una morbida ballata, quanto in un rock tirato, o in un blues sporco e cattivo https://www.youtube.com/watch?v=GQUYRVsM2m8 . Non bastasse tutto questo si circonda di ottimi musicisti, a partire da Kenny Aronoff, batterista dal tocco poderoso e compagno di avventura nella band di Fogerty, presente solo nell’iniziale Certain Distance, un bel rock deciso a trazione blues con in evidenza la chitarra, anche slide, del produttore Bob De Marco, che è l’altro grande protagonista del disco e potrebbe essere il Lowell George della situazione, di fronte al Bill Payne impersonato da Malone (perché c’è anche questo aspetto Little Featiano nel suono, in piccolo e con i dovuti distinguo, ma c’è).

Oltre ad Aronoff  sullo sgabello del batterista troviamo l’ottimo Mike Baird, un veterano che ha suonato con tutti, (dai Beach Boys a Joe Cocker e persino nella colonna sonora di Saturday Night Fever e anche una veloce comparsata con Dylan in Silvio), Jeff Dean e Tim Lefebvre si dividono il compito al basso, Stan Behrens (War e Tom Freund) con la sua armonica aggiunge un tocco bluesy alle procedure e, di tanto in tanto, una sezione fiati e un nutrito gruppo di voci femminili aggiungono un supporto speziato al variegato suono del disco. Che è uno dei tanti pregi del disco: dal vivace e tirato rock-blues dell’iniziale Certain Distance, con Aronoff che picchia di gusto, armonica, chitarre e tastiere si dividono gli spazi solisti, la voce di Malone è grintosa e ben supportata dalle armonie vocali di Lavone Seetal e Karen Nash, per un notevole risultato d’insieme. Ambiente sonoro blues confermato nella successiva Toxic Love, più felpata e d’atmosfera, con piano elettrico, un dobro slide e l’armonica che creano sonorità molto New Orleans, sporcate dal rock. Anche le scelta delle cover è quasi “scientifica”: Hard Times di Ray Charles, oscilla sempre tra il classico ondeggiare del “genius” e ballate pianistiche à la Randy Newman, con De Marco che ci regala un breve e scintillante solo di chitarra e Malone che canta veramente alla grande. Anche I’m Not Fine, va di funky groove, con piani elettrici ovunque e il solito bel supporto vocale delle coriste, e De Marco e Malone che aggiungono tanti piccoli ricercati particolari sonori.

Paris è una bellissima ballata pianistica, malinconica e sognante, con il tocco della fisarmonica sullo sfondo, contrabbasso e archi a colorare il suono, elettrica con e-bow e percussioni ad ampliare lo spettro sonoro, e la voce vissuta di Malone a navigare sul tutto, un gioiellino. Eccellente anche Looking For The Blues, di nuovo New Orleans style con fiati scuola Dr.John, ma anche quei pezzi movimentati tra R&B e rock del vecchio Leon Russell o di Joe Cocker, e la slide, questa volta nelle mani di Marty Rifkin, è il tocco in più, oltre alle solite scatenate ragazze ai cori. E anche Rage And Cigarettes, con i suoi sette minuti il brano più lungo, ha sempre quel mélange di R&B, rock e blues, tutti meticciati insieme dalla vocalità quasi nera di Malone che al solito divide gli spazi strumentali con l’ottima chitarra di De Marco https://www.youtube.com/watch?v=iSOdsWsVwqo . Il “vero” blues è omaggiato in una rilettura notturna della classica She Moves Me, solo piano, armonica, contrabbasso e percussioni, per un Muddy Waters d’annata.

Don’t Threaten Me (With A Good Time) di nuovo con un funky clavinet e una sezione fiati pimpante, oltre alla solita chitarra tagliente e al pianino folleggiante di Malone, ricorda di nuovo quello stile in cui erano maestri i citati Leon Russell e Joe Cocker una quarantina di anni fa, rock blues and soul. Di nuovo tempo di ballate con Watching Over Me che potrebbe essere uno dei brani meravigliosi dell’Elton John “americano”, delizioso, quasi una outtake da Tumbleeweed Connection. Chinese Algebra, un boogie rock strumentale scatenato, potrebbero essere quasi i Little Feat in trasferta a New Orleans, con il vorticoso pianismo di Malone in primo piano e per concludere in bellezza un’altra ballatona ricca di pathos come Can’t Get There From Here, altra piccola meraviglia di equilibri sonori come tutto in questo sorprendente album. Grande voce, ottimi musicisti, belle canzoni, che volete di più?

Bruno Conti  

Correva L’Anno 1972, Ottima Annata! B.B. King – United Western Recorders Hollywood Los Angeles

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B.B. King – United Western Recorders Hollywood LA, October 1, 1972 – Hi Hat

Uno potrebbe pensare che in considerazione della recente scomparsa di B.B. King http://discoclub.myblog.it/2015/05/17/profeti-sventura-se-ne-andato-anche-b-b-king-1925-2015/  le pubblicazioni postume si sprechino (ma a luglio torna in circolazione il box Ladies And Gentlemen …Mr. B.B. King) e invece questo disco dal vivo, che per comodità chiameremo Live In Hollywood, era già uscito un mesetto prima della morte di King, inserito in quella ormai inesauribile messe di Broadcast radiofonici che sta invadendo il mercato discografico. Spesso e volentieri sia la qualità sonora che quella dei concerti è eccellente, l’unica avvertenza è quella di leggere bene le note, perché capita abbastanza di frequente che gli stessi concerti vengano pubblicati con diverse copertine e titoli, ma identico contenuto. Non è il caso di questo Live del grande Riley Blues Boy, forse l’unico vero Re del Blues (per quanto Freddie, Albert e tutti gli altri King della storia di questa musica meritino rispetto)! Lui e Lucille sono stati due vere icone della storia delle 12 battute, come procede a raccontarci lo stesso B.B King nella introduzione al brano conclusivo della serata, una Guess Who, che allora nel 1972 era una novità. Il grande musicista nero racconta di come per lui è sempre stato importante dimostrare al suo pubblico quando tenesse a loro, dal 1° gennaio al 31 dicembre, ininterrottamente e nel corso degli anni.

Non so se vi sia mai capitato di assistere ad un concerto dell’omone nero, ma il rapporto con il pubblico, cementato da anni di vita on the road, è sempre stato eccezionale, con questi spettacoli ricchi e sfarzosi, accompagnato dalla sua orchestra, con un M.C. (Master Of Ceremonies) impegnato a urlare a ogni piè sospinto per ricordare a tutti chi era “The King Of The Blues” in enfatici annunci rivaleggiati probabilmente solo da quelli dedicati a James Brown. Ribadendo l’importanza di B.B. King,  questo concerto dell’ottobre 1972 si inserisce sicuramente nella lista di quelli da avere. Ovviamente il Live At The Regal è il capostipite di tutti, ma pure il Live In Cook County Jail, uscito pochi mesi prima di questo concerto, un grande successo commerciale del chitarrista, dopo anni nelle classifiche di settore, King dominava anche in quelle generali: per inserirlo in un contesto temporale, il nostro avrebbe partecipato, nel 1974, al “Rumble in The Jungle” (quello di Ali-Frazier in Zaire), immortalato nel film Soul Power e nel DVD postumo BB King Live In Africa. Sempre a proposito di concerti, in quell’anno esce anche il leggendario doppio dal vivo con Bobby Bland, e tra i “must have” ricorderei anche il Live In Japan, uscito in CD solo nel 1999, ma relativo ad un concerto del 1971. In quegli anni BB, proponeva uno stile che gli americani, con termine infelice, definiscono crossover, una misto dei suoi blues lenti, incredibili, soffertissimi, musica soul con fiati, R&B più ritmato, un pizzico di gospel, il tutto condito dalla voce potente ed espressiva e dalle evoluzioni della sua chitarra Lucille, suoni lunghi, sinuosi, caldissimi, dalle timbriche uniche, che lo hanno fatto diventare uno dei 10 chitarristi più importanti All Time (nell’ultima lista di Billboard era ancora al n°6).

Tutti questi elementi sono presenti in questo concerto registrato in uno studio di Hollywood, di fronte ad un pubblico ad inviti, e trasmesso dall’emittente radiofonica KMET-FM con eccellente qualità sonora. Oddio, ogni tanto, per esempio nel primo brano, Everyday I Have The Blues, la chitarra ritmica è un po’ alta nel mix, a tratti la voce sparisce sommersa dagli altri strumenti e la batteria è in primissimo piano, ma sono brevi inconvenienti tecnici che non inficiano la qualità della serata che prevede molti classici del repertorio di King ma anche brani ripresi dagli album del periodo: l’appena citata Everyday Day I Have The Blues, in versione veloce, apre alla grande il concerto, con la chitarra che ti stende subito, How Blue Can You Get?, uno dei suoi slow intensi e raffinati, Just A Little Love, un peana all’amore, a tempo di funky-swing, I Got Some Outside Help I Don’t Need,  altro lento sontuoso, Ghetto Woman, un soul-blues della scuola di The Thrill Is Gone che poi arriverà a fine concerto, un medley di Nobody Loves Me But My Mother e Don’t Answer The Door, con i trilli di Lucille a titillare i presenti, Rock Me Baby, la quintessenza del Blues, bella versione, ma non memorabile; e poi ancora il R&R fiatistico di Ain’t That Just Like A Woman e Hummingbird, un brano di Leon Russell che era uno dei successi del momento di King, un solido R&B. Senza ricordarle tutte, a chiudere, la sua signature song, The Thrill Is Gone, un eccellente strumentale senza titolo, lento ed improvvisato e la citata Guess Who, che sarebbe diventata un successo da lì a poco, un grande brano, melodico e ricco di pathos, con la voce e la chitarra di Mr. B.B. King padrone assolute della scena. Questo è (stato) il Blues!

Bruno Conti

A Conclusione Di Un Anno Terribile A Livello Di Decessi Nell’Ambito Musicale Ieri E’ Morto Anche “L’Acciaio Di Sheffield” Joe Cocker 1944-2014

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A pochi giorni di distanza dalla scomparsa di Ian McLagan, compianto grande tastierista di Small Faces e Faces (colpevolmente non ricordato nel Blog, ma lo dico qui), ieri se ne è andato anche John Robert Cocker, per tutti Joe Cocker, uno dei 100 grandi vocalist della storia del rock per la rivista Rolling Stone. Aveva 70 anni, essendo nato a Sheffield il 20 maggio del 1944, mentre la morte è avvenuta a Crawford, Colorado, dopo una lunga battaglia contro un cancro ai polmoni che lo affliggeva da tempo. Vediamo di ripercorrerne  la carriera musicale.

Tutti lo ricordano per l’immortale apparizione al Festival di Woodstock del 1969, mentre cantava una cover meravigliosa di With A Little Help From My Friends, il celebre brano dei Beatles che gli ha dato imperitura fama, anche grazie alle spastiche mosse che accompagnavano quella esibibizione dal video. Ma la sua carriera era iniziata già nel 1964, con, non a caso, un’altra versione di un brano dei Beatles, I’ll Cry Instead, pubblicata dalla Decca, che poi a fine anno si sbarazzò del suo contratto (evidentemente era un vizio della etichetta inglese quello di sbagliare la scelta, come era successo per i quattro di Liverpool): comunque in quel brano alla chitarra, oltre a Big Jim Sullivan, c’era Jimmy Page, che avrebbe poi partecipato anche alle sessions del primo album, With A Little Help From My Friends, inciso agli Olympic e Trident Studios di Londra agli inizi del 1968, ma pubblicato solo nella primavera del 1968, sulla scia dell’enorme successo della title-track. In mezzo, tra il 1966 e il 1968, Joe Cocker fece parte della Grease Band, il gruppo che poi avrebbe segnato la parte iniziale della sua carriera, e di cui faceva parte, fin dall’inizio, il grande pianista e organista Chris Stainton.

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In questo primo disco si trovavano anche memorabili versioni di Feelin’ Alright, Bye Bye Blackbird, Marjorine, Just Like A Woman, Don’t Let Me Be Misunderstood I Shall Be Released, ma tutti i brani di quell’album erano notevoli, come i musicisti utilizzati, oltre a Page e Stainton, tra i tanti, Henry McCullough, Albert Lee, Tommy Eyre, Stevie Winwood, Bj Wilson dei Procol Harum, oltre ad alcune grandi vocalist come Merry Clayton, le sorelle Holloway, Madeline Bell, Rosetta Hightower, alla faccia di quelli che dicono che i nomi(e i musicisti) non sono importanti!

Nello stesso anno esce il secondo album omonimo, Joe Cocker, altro disco bellissimo, prodotto da Leon Russell, che contribuisce anche con due canzoni, una di Dylan, una di Cohen, e tre degli amati Beatles (una Let It Be, come b-side di un singolo). Nel disco suona la Grease Band, oltre a Russell, George Harrison, di cui viene ripresa Something, Sneaky Pete Kleinow e Clarence White, chitarristi aggiunti, oltre alle solite fantastiche voci femminili di supporto, arricchite da Bonnie Bramlett e Rita Coolidge.

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Opera che farà da preludio alla esplosione termonucleare che sarà l’anno successivo il disco dal vivo Mad Dog And Englishmen, uno dei primi casi di sesso, droga e rock’n’roll, registrato nel marzo del 1970 al Fillmore East di New York, e pubblicato nel corso degli anni in tantissime edizioni. Prima Lp doppio, poi CD singolo, CD Deluxe doppio, DVD e anche, come The Complete Fillmore East Concerts, in un box da 6 CD edito dalla Hip-o-select in tiratura limitata e molto costosa, che sarà il caso di riproporre, a un prezzo più contenuto, in questa infausta occasione, per una volta facendo opera meritoria.

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In mezzo, nell’agosto del 1969, il primo giorno del Festival di Woodstock, accompagnato dalla Grease Band, Cocker regalò una memorabile esibizione, dove tra le tante cose, “inventò” anche l’air guitar. Spettacolo replicato pochi mesi dopo anche alla Isola di Wight.

Questi vertici non verranno mai più raggiunti negli anni successivi, quindi il resto dell’articolo (che rischiava di diventare una succursale della Enciclopedia Treccani o di Wikipedia) sarà meno analitico.

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Nel 1972 in Europa come Something To Say e di nuovo come Joe Cocker, negli USA nel 1973, esce l’album qui sopra, che probabilmente è l’ultimo grande disco della sua carriera, anche se i due, forse tre, dischi successivi sono ancora fior di raccolte di canzoni e la voce, nonostante i problemi di droga e soprattutto alcol, è ancora quel ruggito tra rock e soul, con ampie porzioni di blues & R&B, con qualche caduta di stile, che ha sempre caratterizzato la sua musica.

I Can’t Stand A Little Rain del 1974, con la prima apparizione di You Are So Beautiful, che diventerà uno dei suoi standard.

Nel 1976 oltre a Stingray, ancora un buon disco, vengono pubblicati dalla vecchia casa discografica, per capitalizzare sul suo successo, due dischi, ormai irreperibili in CD, per quanto assai interessanti, Live In LA, inciso nel 1972 e Space Captain, inciso tra il 1970 e il 1972, entrambi con materiale dal vivo proveniente dai suoi anni d’oro.

L’ultimo album degli anni ’70, Luxury You Can Afford, non memorabile, però contiene la sua versione di A Whiter Shade Of Pale https://www.youtube.com/watch?v=d-SMj2Im6c0

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Nel 1982 Sheffield Steel, il disco registrato con musicisti caraibici e prodotto da Chris Blackwell, il boss della Island, rinnova i fasti del passato e lo stesso anno arriva anche il megasuccesso del duetto con Jennifer Warnes, Up Where We Belong, dalla colonna sonora di Ufficiale e Gentiluomo.

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Negli anni ’80 escono ancora questi quattro album, e a parte il successo megagalattico di You Can Leave Your Hat On, il brano di Randy Newman contenuto nella colonna sonora di 9 Settimane e 1/2, il suono diventa progressivamente “terribile”, almeno a parere di chi scrive. E anche le due decadi successive, a parte qualche CD o DVD dal vivo, dove la classe del performer risalta ancora, non sono particolarmente memorabili, tra un Pavarotti and Friends, una comparsata con Zucchero e altre amenità del genere. Questa volta il suo duetto nella colonna sonora di Bodyguard non è quello di successo (anche se le royalties devono averlo reso comunque felice), Woodstock ’94, 25 anni dopo, mah… Forse, come ha giustamente ricordato Billy Joel circa tre mesi fa, quando annunciò pubblicamente che Joe Cocker era ammalato gravemente, è un delitto che questo grande cantante non sia stato ancora inserito nella Rock And Roll Hall Of Fame dei grandi della musica.

Queste sono state tra le sue ultime apparizioni in concerto. Lo ricordiamo con grande affetto ed imperitura ammirazione (soprattutto per la prima parte di carriera).

R.I.P Joe Cocker!

Bruno Conti

 

 

 

 

Quelle Brave (E Anche Belle) Non Bastano Mai! Sena Ehrardt – Live My Life

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Sena Ehrardt – Live My Life – Blind Pig

Sena Ehrardt fa parte delle nuove generazioni del blues, quelle che hanno probabilmente assorbito le loro influenze tramite la famiglia, non per nulla nei due dischi precedenti il chitarrista della band e co-autore di parecchi brani era il babbo Edward, gran chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=2FZV7lFdE90 . Lo stesso che nella sua infanzia ed adolescenza l’aveva portata a vedere i concerti di musicisti come BB King, Koko Taylor, i Fabulous Thunderbirds, tutti di passaggio nella sua nativa Minneapolis. Anche se poi, secondo le sue stesse parole, a scatenare la decisione di diventare una musicista è stato un concerto di Luther Allison (uno che dal vivo è sempre stato considerato una sorta di controparte nera di Springsteen, per l’incredibile intensità e durata dei suoi concerti). Ma a cementare questa decisione sono apparsi anche personaggi come Susan Tedeschi o Jonny Lang. Diciamo che sin dall’esordio nel 2011, con Leave The Light On, Sena si è rivelata vocalist di pregio e buona autrice, anche se non suona nessuno strumento, è in possesso di una voce agile e coinvolgente, diciamo della categoria delle Beth Hart o Dana Fuchs, pur non avendo quella potenza vocale. La sua casa discografica le ha affiancato, prima Jim Gaines, per il secondo album All In, ed ora David Z, per questo Live My Life. Come ho scritto molte volte si tratta di due produttori, al di là della fama e dei musicisti con cui hanno lavorato, soprattutto il secondo, che non mi hanno mai fatto impazzire per il tipo di suono che realizzano nei loro dischi.

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Anche in questo caso David Z, in parecchi brani, impone questa patina radiofonica, ma per una volta, in lunghi tratti, il suo lavoro non mi dispiace https://www.youtube.com/watch?v=uyxJhwm63Rg . Affiancata da un gruppo dove spicca il suo collaboratore, chitarrista, fidanzato e spalla musicale, non necessariamente nell’ordine, Cole Allen, la Ehrardt ci propone un disco di rock, blues, pop e soul, con una netta preponderanza del primo, ma con abbondanti razioni anche degli altri tre e qualche occasionale caduta di stile. Il suono all’inizio è vivo, pimpante ed elettrico, come dimostra subito Stakes Have Gone Up, firmata dal tastierista Bruce McCabe, un buon esempio di contemporary blues (che non è una parolaccia), con un sound che può ricordare certe cose di Robert Cray o del primo Jonny Lang, ma anche delle sue citate controparti femminili Tedeschi, Fuchs e Hart, bella voce, la chitarra di Allen subito tagliente, ritmica sul pezzo, tastiere non invadenti, tutto ben miscelato.Things You Shouldn’t Need To Know è anche meglio, ancora più bluesata, scritta in coppia dalla Ehrardt (un nome che è uno scioglilingua) e da Allen, con un sostanzioso contributo dalla slide di Smokin’ Joe Kubek che inchioda un assolo fumante https://www.youtube.com/watch?v=Z5XdkR2p7f4 . Slow Down è proprio il vecchio classico di Larry Williams, un brano che è stato cantato anche dai Beatles, una via di mezzo tra R&R e blues, qui modernizzato su tempi rock’n’soul, sia pure leggermente snaturato e reso quasi irriconoscibile, con risultati finali comunque non malvagi, grazie a Cole Allen, che è chitarrista di pregio e sostanza e alla buona vocalità di Sena https://www.youtube.com/watch?v=-exNr2mapm0 .

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Help Me Through The Day è un vecchio brano di Leon Russell, una ballata di buon spessore dove David Z comincia ad inserire qualche tastierina non ancora troppo fastidiosa, ma la solita chitarra porta a casa il risultato. Fin qui tutto bene, ma Live My Life vira verso un funky rock più commerciale e di maniera, molto radiofonico, sembra un brano anni ’80 di Pat Benatar, fin nell’assolo di Allen che replica quelli di Neil Giraldo; anche Chilled To The Bone è un rock-poppettino teleguidato da David Z (però nella versione unplugged https://www.youtube.com/watch?v=eF_FFXCjdss, ormai il blues è un lontano ricordo e puree Too Late To Ask cantata a due voci con Cole Allen, rimane da quelle parti, ricordando molto le ultime cose di Jonny Lang, non proprio le più esaltanti. Everybody Is You è funky allo stato puro, molto seventies, anche se non memorabile, assolo escluso, ma quando tutto sembra prendere questa brutta china sbuca dal nulla una cover di If Trouble Was Money di Albert Collins che è un grande slow blues, dove sia la Ehrardt che Cole Allen, e anche Bruce McCabe alle tastiere, dimostrano tutto il loro valore, discreto il rocker Did You Ever Love Me At All, un altro duetto dei due piccioncini e non male anche la conclusiva Come Closer, con qualche elemento country. La stoffa e la voce ci sono, la ragazza ha anche dalla sua una notevole avvenenza, bionda, occhi azzurri, ma musicalmente non sempre tutto è di mio gradimento,  però come sempre trattasi di parere personale.

Bruno Conti

Novità Di Aprile Parte IIB. Leon Russell, Brian May and Kerry Ellis, Carrie Newcomer, John McLaughlin, Baseball Project, Hank Williams III, Jeff Black, Will Kimbrough, Cowboy

Dopo un paio di giorni di blackout per problemi tecnici di cui non so assolutamente indicarvi le ragioni (forse la maledizione di Montezuma o uno scherzo da 1° di aprile, per avere ripreso questa rubrica, più prosaicamente direi aggiornamenti vari, visto che ho trovato nuove funzioni nella parte dove scrivo, avvisare no?) ma che mi sembra abbiano risparmiato i lettori del Blog che riuscivano a leggerlo ugualmente, anche se io come Amministratore non riuscivo ad entrarvi per aggiornarlo, e me ne scuso, ma ovviamente non dipendeva da me, riprendiamo con la seconda parte delle uscite discografiche di questa prima settimana di Aprile.

leon russell life journey

Questo Life Journey è il nuovo album di Leon Russell,  il primo del canuto musicista americano dopo il clamoroso ritorno dell’album registrato in coppia con Elton John http://discoclub.myblog.it/2010/10/24/duelin-pianos-elton-john-leon-russell-the-union/, sono passati quasi 4 anni e, sempre, con la produzione esecutiva dell’amico Elton, Russell questa volta ci propone un disco dedicato alla musica che ha influenzato maggiormente la sua vita, dal blues delle origini di Robert Johnson con Come On In My Kitchen a standard della canzone americana, Fever, That Lucky Old Sun, Georgia On My Mind, I Got It Bad & That Ain’t Good, The Masquerade Is Over, Fool’s Paradise, fino a brani più recenti come I Really Miss You di Paul Anka e New York State Of Mind di Billy Joel, forse la più vicina allo spirito di Leon, che comunque contiene anche elementi di tutte lòe canzoni citate. Non mancano un paio di composizioni dello stesso Russell e la produzione, molto raffinata come è sua consuetudine, è affidata a Tommy LiPuma, lasciando alle spalle i dischi che avevano caratterizzato gli ultimi anni della carriera di Leon, infestati da orribili tastiere MIDI: qui troviamo la Clayton-Hamilton Jazz Orchestra, Robben Ford, Larry Goldings, Abe Laborel jr, alla batteria (quello di Paul McCartney), Greg Leisz, Hugh McCracken, Willie Weeks al basso, e molti altri sessionmen che rendono assai piacevole e gustoso il disco. Esce in questi giorni negli States e a seguire in Europa ed Italia, tramite Universal.

brian may & kerry ellis brian may & kerry ellis bluray

Per i fans irriducibili dei Queen e per la serie dei Live At Montreux esce questo The Candlelight Concerts, attribuito a Brian May e Kerry Ellis e registrato appunto al Festival di Montreux dello scorso anno https://www.youtube.com/watch?v=RxcbXIsd5RU . Pubblicato dalla Eagle Rock/Edel come CD + DVD (o Blu-ray) contiene parecchi brani della band inglese, Somebody To Love, We Will Rock You, Tie Your Mother Down, Crazy Little Thing Called Love e anche scelte particolari come I Who Have Nothing della coppia Leiber and Stoller (ma era la versione inglese di Uno Dei Tanti, scritta da Mogol e Donida per Joe Sentieri) The Way We Were di Barbara Streisand. Non so, vedete voi.

carrie newcomer a permeable life

Carrie Newcomer è una bravissima cantautrice americana, le cui coordinate sonore appartengono sicuramente al target di questo Blog (per quanto eclettico) ma non mi pare di averne mai parlato, almeno in maniera diffusa. Rimediamo col ricordarvi l’uscita di questo nuovo A Permeable Life, etichetta Available Light Music distribuito in Italia da IRD, che sembra uno dei suoi migliori, bellissima voce, calda e intensa https://www.youtube.com/watch?v=9P4zi8ljf8A , tra folk, rock e gospel, con la partecipazione di Lili & Madeleine e di una buona pattuglia di musicisti capitanati dal produttore Paul Mahern, che suona anche la batteria nel disco. Non si esclude recensione completa a breve.

jeff black folklore

Nuovo album per Jeff Black, tra i preferiti del Blog ( http://discoclub.myblog.it/2013/02/08/le-nuove-confessioni-di-un-grande-cantatautore-jeff-black-b/http://discoclub.myblog.it/2012/01/16/un-cantautore-dai-molti-fans-e-molti-sono-nel-disco-jeff-bla/ , si chiama Folklore https://www.youtube.com/watch?v=A58AYYgKXug , e come di consueto viene venduto solo tramite il suo sito, jeffblack.com, queste le informazioni, richiesto, appena arriva nelle nostre lande, recensione assicurata:

Artist: Jeff Black
Album: folklore
Release Date: 2014
Label: Lotos Nile Music
Jeff Black played 6 & 12 string guitars, banjo,
harmonica and sang the songs
Recorded January 4-5, 2014
Arcana Studios/The 333 Nashville, Tn USA
Executive Producers Kissy Black and Jeff Black
Produced and Engineered by Jeff Black
Mixed by Dave Sinko
Mastered by Eric Conn
and Don Cobb at Independent Mastering
Photographs by Lotos Nile Black
Design by Messo
Layout and additional design by Galina Petriu

john mclaughlin boston record live

Saltando di palo in frasca (come genere) esce anche il nuovo The Boston Record di John McLaughlin e dei 4th Dimension, etichetta come per il precedente Abstract Logix/Ird, è un disco dal vivo registrato dal vivo lo scorso anno, il 22 giugno, al Berklee Performance Center di Boston, Ma, c’è anche una ripresa di You Know You Know dal repertorio della vecchia Mahavishnu Orchestra, il quartetto è strepitoso e qui potete trovare tutte le informazioni http://discoclub.myblog.it/2012/10/25/forse-non-piu-un-innovatore-sicuramente-ancora-un-grande-mus/, scritte per il precedente disco di studio https://www.youtube.com/watch?v=PWz0X6mjPsQ . Se trovo il tempo, meriterebbe una recensione più approfondita.

baseball project 3rd

Come da titolo, 3rd, nuovo capitolo per questo Baseball Project, con argomenti che ruotano sempre attorno ad uno dei più popolari sport americani e i musicisti che sono sempre Steve Wynn e Scott McCaughey, con l’aiuto di Mike Mills, Peter Buck e Linda Pitmon (2 Rem + 1). L’etichetta è sempre la Yep Rock e se vi sono piaciuti i precedenti anche questo terzo album sarà soddisfacente per gli appassionati del buon rock (alternativo, ma non solo) americano https://www.youtube.com/watch?v=lN2VxFko41w . Come si usa dire, niente di nuovo, ma fatto molto bene, con la giusta quota di divertimento https://www.youtube.com/watch?v=MJxy3g717eo .

hank wiliams iii ramblin' manhank williams iii

Ad Hank Williams III si possono imputare vari difetti (la discontinuità qualitativa e il saltare da un genere all’altro, i primi che mi vengono in mente) ma non certo la scarsa prolificità (5 album nel 2011, 1 nel 2012, 2 lo scorso anno e ora questo Ramblin’ Man) https://www.youtube.com/watch?v=rfNvKANrGDkDalla foto difficilmente metterà la testa a posto, che è anche un pregio oltre ai difetti citati prima, dopo il progetto “metal” degli Assjack questa volta collabora, in due brani, con la band protogrunge punk dei Melvins, brano dedicati a Johnny Paycheck, a Peter LaFarge e agli ZZ Top. Tutto molto bello se non fosse la terza raccolta “mascherata” che la sua ex etichetta, la Curb, gli pubblica un po’ a tradimento. Materiale già uscito in passato, un totale di dieci brani che faticano ad arrivare ai 27 minuti. Che dire? Un bel mah puo andare? E una volta tanto non è colpa sua, comunque lui è uno bravo!

will kimbrough sideshow love

Altro cantautore di “culto”, Will Kimbrough, a 50 anni, con una ultraventennale carriera, una decina di album pubblicati, per molti è un illustre sconosciuto, ma se leggete attentamente le note di molti dei dischi che vi piacciono sarà facile che troviate il suo nome. Proviamo? Hard Working Americans (come autore), Willie Sugarcapps (è uno dei componenti del gruppo, la parte iniziale del nome), Kim Richey, Tributo Country alla musica di Paul McCartney, Jimmy Buffett, Kate Campbell, Gretchen Peters, Todd Snider, Amanda Shires, Bill Toms, Tom Russell…mi fermo, ma sono andato indietro solo di due o tre anni. Questo nuovo Sideshow Love esce per la Daphne Records, quindi non sarà di facile reperibilità, come quasi tutti i precedenti, ma è un gran bel dischetto https://www.youtube.com/watch?v=l1jkJrK9mlA , un suo cofanetto si chiamava Rootsy Approved e potrebbe identificare con chiarezza il suo genere, tra rock, country, blues, folk, musica cantautorale, un bel tocco di chitarra, anche se suona pure basso, mandolino, banjo, armonica, quello che serve. Uno bravo, insomma, se volete provare!

cowboy reach for the sky

Altro disco “storico” che non si trovava da secoli, questo Reach For The Sky è la ristampa del primo album, datato 1971, dei Cowboy, ossia Scott Boyer e Tommy Talton, uno dei “segreti” meglio custoditi della Capricorn Records, per cui incisero quattro album, ma anche presenti, un paio di anni dopo, nel debutto solista di Gregg Allman, Laid Back e in una miriade di dischi country, southern e rock, fin da allora https://www.youtube.com/watch?v=kxY769tvE1s . Se vi piace il southern più morbido, quello miscelato al country-rock di Nitty Gritty, Poco, Pure Prairie League, Eagles, Ozark Mountain, il lato più rilassato degli Allman Brothers, quelli a guida Dickey Betts, lo troverete in questa ristampa della Real Gone Music (ma il CD era già uscito nella breve seconda vita della Capricorn, nel 1998). Un piccolo gioiellino, prodotto da Johnny Sandlin e mixato da Tom Dowd. Provare per credere https://www.youtube.com/watch?v=PYopnNBQGPM !

Per la rubrica novità vi rimando alla settimana prossima (a questo punto forse, mai essere troppo categorici), in giornata dovrei inserire un altro Post di recupero.

Bruno Conti