Il Disco “Conclusivo” Del Gruppo Pop Californiano Per Antonomasia! Fleetwood Mac – Tango In The Night

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Fleetwood Mac – Tango In The Night – Warner CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD/DVD/LP

Il titolo del post è in realtà provocatorio, in quanto non stiamo parlando dell’ultimo disco in assoluto dei Fleetwood Mac, ma dell’episodio conclusivo della formazione più celebrata e per certi versi migliore del gruppo (anche se ci sarebbe il primo periodo “inglese” con Peter Green, ma era in partica un’altra band), cioè quella formata dai britannici Mick Fleetwood, John McVie e Christine Perfect McVie e dagli americani Lindsay Buckingham e Stevie Nicks (dal loro reunion album Say You Will del 2003 mancava infatti la McVie). A meno di un anno di distanza dalla riedizione di Mirage http://discoclub.myblog.it/2016/10/04/piacevole-riscoperta-fleetwood-mac-mirage/ , la Warner pubblica in versione cofanetto (ma anche in doppio e singolo CD) quello che è stato il loro album più di successo dopo l’irraggiungibile Rumours, cioè Tango In The Night del 1987, anche se manca sempre, ed è incomprensibile, l’omonimo Fleetwood Mac del 1975. Tango In The Night è sempre stato un album molto discusso: da un lato molto amato dai fans e di grande successo (quindici milioni di copie vendute nel mondo), dall’altro è sempre stato, forse anche giustamente, criticato per il suo suono eccessivamente radiofonico e per il massiccio utilizzo di sintetizzatori che gli conferirono un suono decisamente anni ottanta. La cosa era stata però studiata a tavolino, in quanto il precedente Mirage era stato un parziale insuccesso, e le carriere soliste di Buckingham e Nicks non erano esattamente al top (Stevie era in forte ribasso dopo lo splendido esordio di Bella Donna http://discoclub.myblog.it/2016/12/08/ritorna-degli-album-classici-anni-80-versione-deluxe-stevie-nicks-bella-donna/ , mentre Lindsay non era mai decollato, ed i suoi Law And Order e Go Insane avevano venduto pochissimo).

Non c’era nemmeno nell’aria una particolare voglia dei Mac di fare un nuovo disco, ma un po’ per il bisogno di rilanciarsi un po’ per le pressioni della casa discografica, i cinque misero da parte i rispettivi problemi e si ritrovarono per cercare di tirare fuori qualcosa, pare utilizzando in gran parte canzoni che Lindsay aveva scritto pensando al suo prossimo solo album. L’atmosfera era però piuttosto tesa, e non aiutò il fatto che molte parti del disco vennero incise a casa di Buckingham (che produsse il lavoro insieme a Richard Dashut), con la sua fidanzata dell’epoca che girava per le stanze e la Nicks che si rifiutava di incidere le sue parti nella camera da letto dei due, comprensibilmente imbarazzata dal fatto che nel letto con Lindsay una volta ci stava lei. Il contributo di Stevie fu quindi molto limitato (solo due settimane complessive), ma nonostante tutto i cinque riuscirono a dare alle stampe un lavoro abbastanza unitario e che deliziò la Warner per la sua eccezionale commercialità, anche se scontentò un po’ i vecchi fans (ma ne fece acquisire di nuovi). Risentito oggi il disco non è neanche male: certo il suono in certi momenti suona un po’ datato, altre volte i synth esagerano, e ci sono almeno un paio di riempitivi, ma non mancano i momenti interessanti ed anche due-tre zampate di gran classe, pur non essendo certo in presenza del loro album migliore (ma la nuova rimasterizzazione ha fatto miracoli, ed il suono, già quasi perfetto allora, ha oggi una pulizia incredibile).

Il disco (che ha sempre avuto una copertina davvero magnifica) è caratterizzato da quattro singoli di grande successo, a partire da Big Love, incalzante rock song di Buckingham (nella quale in verità Lindsay si auto-ricicla un pochino), passando per due pezzi della McVie (Everywhere e Little Lies), che si dimostra l’anima pop più leggera del gruppo, due brani orecchiabili ma di limitato spessore ed eccessivamente commerciali, per finire con il migliore tra di essi, cioè Seven Wonders della Nicks, uno dei suoi brani migliori del periodo, una ballata pop-rock cantata con la solita voce carismatica e dal ritornello di grande immediatezza, alla quale mi sento di perdonare i sintetizzatori. Per il resto, Buckingham si carica come al solito sulle spalle gran parte del lavoro, a partire da Caroline, un pop-rock caratterizzato da ritmiche quasi tribali ed un arrangiamento perfetto, decisamente piacevole, per seguire con l’affascinante title track, canzone tipica del nostro (sullo stile di classici come I’m So Afraid), con soluzioni melodiche dirette ma non banali, raffinate parti di chitarra, refrain potente e grande assolo finale, probabilmente il pezzo migliore del disco; il contributo di Lindsay si completa con la solare e danzereccia Family Man, quinto singolo estratto, e la mossa You And I, Part II, forse più adatta ad un cocktail party che ad un album rock. Anche Christine è molto attiva: oltre ai due singoli citati poc’anzi abbiamo la tenue e piacevole Mystified, che a parte l’arrangiamento troppo “rotondo” è una bella canzone, e la roccata ed elettrica (e per lei atipica) Isn’t It Midnight, buona anche se forse la più “ottantiana” in assoluto nei suoni.

La Nicks come già detto è ai minimi storici, ma quel poco che presenta è valido: oltre a Seven Wonders troviamo la fluida e pimpante Welcome To The Room…Sara e la toccante ballata When I See You Again, cantata come al solito benissimo dalla bionda rockeuse. Interessante come al solito il secondo CD, che offre b-sides, versioni alternate e qualche inedito: i quattro lati B sono l’orecchiabile Down Endless Street, vivace pop song di Lindsay che poteva anche aspirare a finire sull’album (anche se soffre degli stessi difetti sonori), lo strumentale Book Of Miracles, il classico riempitivo, la bizzarra ma non disprezzabile Ricky, quasi un divertissement, e la prima parte di You And I, qui per la prima volta unita alla seconda. Le alternate takes sono cinque, tra cui una Seven Wonders già bella e meno strumentata di quella pubblicata, e Tango In The Night che sembra quasi un’altra canzone ma mantiene intatto il suo fascino (e l’assolo formidabile non manca neanche qua); quattro sono gli inediti, e mentre Special Kind Of Love e Where We Belong sono canzoni di poco conto, Juliet è un rock’n’roll improvvisato con Stevie alla voce che avrebbe meritato di più  https://www.youtube.com/watch?v=2HWJwWJ7UDA (ed infatti finirà sul disco solista della Nicks del 1989, The Other Side Of The Mirror, probabilmente il suo migliore dopo Bella Donna), e la discreta Ooh My Love, cantata ancora da Stevie. Il terzo CD, che contiene una marea di remix di brani dell’album, ve lo risparmio, mentre il DVD si limita ai cinque videoclip dei singoli ed alla versione audio 24/96 del disco. Non c’è nulla dal successivo tour in quanto subito dopo l’uscita dell’album Lindsay lascia il gruppo, e viene sostituito da ben due chitarristi, Rick Vito e Billy Burnette, due onesti mestieranti che non valgono un’unghia di Buckingham (ed infatti l’unico album di questa lineup, Behind The Mask del 1990, non lascerà traccia): motivo in più per riscoprire Tango In The Night che, pur con tutti i suoi difetti, testimonia la fine di un’epoca irripetibile da parte di uno dei gruppi più amati di sempre.

Marco Verdi

Un Cofanetto Che Si Può Tranquillamente Evitare, Esce Il 31 Marzo! Fleetwood Mac – Tango In The Night Super DeLuxe

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Il prossimo 10 marzo uscirà l’ennesima ristampa Deluxe di un album dei Fleetwood Mac: dopo Rumours, Tusk e Mirage tocca a Tango In The Night, che però, al di là dell’enorme successo commerciale che ebbe quando fu pubblicato nel 1987, vendendo oltre 15 milioni di copie nel mondo, a mio parere, non merita questa ristampa potenziata e Deluxe. Forse sarebbe stato meglio indirizzarsi sul primo, omonimo album del 1975 (di quelli con la formazione Buckingham-Nicks ovviamente), ma così è stato deciso e quindi vediamo cosa conterrà la ristampa. Intanto, per completare l’informazione, l’album, a differenza del suo predecessore Mirage, non andò al primo posto delle classifiche USA, fermandosi solo al settimo posto, fu un album tipicamente dal suono anni ’80, molto ridondante, con arrangiamenti “esagerati”, uso di molte tastiere e percussioni sintetiche, e fu funestato dall’uscita di molti singoli che contenevano remix dance, dub e quant’altro, decisamente inascoltabili, almeno per me. Purtroppo tutti recuperati nel terzo CD della edizione Deluxe.

E quindi vediamo cosa contiene il cofanetto. Il primo CD è l’album originale, 12 brani in tutto, qualcuno anche discreto, ma globalmente non un disco memorabile, per usare un eufemismo. Ci sono anche tre canzoni firmate insieme, per la prima volta, da Lindsey Buckingham e Christine McVie (e proprio in questi giorni è stato annunciato che probabilmente a maggio uscirà un nuovo disco della strana coppia), e solo tre di Stevie Nicks. Il secondo CD, il più interessante, contiene B-sides, alternate takes, demos, versioni strumentali e anche dei brani inediti, quasi tutto materiale mai pubblicato prima. E i primi due album escono anche come doppio CD, forse il formato ideale, se volete (ri)comprarvi Tango In The Night. Il terzo CD, quello orrido, riporta una sfilza di materiale ottimo per le piste da ballo, meno per i nostri impianti. Poi c’è un DVD, solo con 5 video dell’epoca relativi ai brani del disco, il resto dello spazio è occupato dalla versione ad Alta Risoluzione dell’album originale. E il quinto disco è proprio il vinile originale. Non si poteva mettere un bel concerto in sostituzione, magari questo?

Disc: 1
1. Big Love (Remastered)
2. Seven Wonders (Remastered)
3. Everywhere (Remastered)
4. Caroline (Remastered)
5. Tango in the Night (Remastered)
6. Mystified (Remastered)
7. Little Lies (Remastered)
8. Family Man (Remastered)
9. Welcome To The Room… Sara (Remastered)
10. Isn’t It Midnight (Remastered)
11. When I See You Again (Remastered)
12. You And I, Pt. II (Remastered)

Disc Two: B-Sides, Outtakes, Sessions
1.    “Down Endless Street”
2.    “Special Kind Of Love” (Demo)*
3.    “Seven Wonders” (Early Version)*
4.    “Tango In The Night” (Demo)*
5.    “Mystified” (Alternate Version)*
6.    “Book Of Miracles” (Instrumental)
7.    “Where We Belong” (Demo)*
8.    “Ricky”
9.    “Juliet” (Run-Through)*
10.  “Isn’t It Midnight” (Alternate Mix)*
11.  “Ooh My Love” (Demo)*
12.  “Mystified” (Instrumental Demo)*
13.  “You And I, Part I & II” (Full Version)*

Disc Three: The 12″ Mixes (super deluxe only)
1. “Big Love” (Extended Remix)
2. “Big Love” (House On The Hill Dub)
3. “Big Love” (Piano Dub)
4. “Big Love” (Remix/Edit)
5. “Seven Wonders” (Extended Version)
6. “Seven Wonders” (Dub)
7. “Little Lies” (Extended Version)
8. “Little Lies” (Dub)
9. “Family Man” (Extended Vocal Remix)
10. “Family Man” (I’m A Jazz Man Dub)
11. “Family Man” (Extended Guitar Version)
12. “Family Party” (Bonus Beats)
13. “Everywhere” (12″ Version)
14. “Everywhere” (Dub)

Disc Four: The Videos (DVD) *super deluxe only
1. “Big Love”
2. “Seven Wonders”
3. “Little Lies”
4. “Family Man”
5. “Everywhere”
Plus a High-Resolution Stereo Mix of the Original Album

Tango In The Night (Vinyl)

Side One
1. “Big Love”
2. “Seven Wonders”
3. “Everywhere”
4. “Caroline”
5. “Tango In The Night”
6. “Mystified”

Side Two
1. “Little Lies”
2. “Family Man”
3. “Welcome To The Room… Sara”
4. “Isn’t It Midnight”
5. “When I See You Again”
6. “You And I, Part II”

Da quello che ho visto, stranamente, il box non avrà un prezzo proibitivo, indicativamente tra i 60 e i 70 euro, quindi se volete farvi del male non vi costerà neppure moltissimo. Quindi, ripeto, data prevista di uscita il 10 marzo, etichetta Warner/Rhino.

Alla prossima.

Bruno Conti

Una Piacevole Riscoperta! Fleetwood Mac – Mirage

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Fleetwood Mac – Mirage – Warner CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD + DVD + LP

Quando, all’incirca una ventina di anni fa, l’industria discografica ha cominciato un’opera massiccia di riedizione di vecchi dischi in versione espansa (le cosiddette “deluxe editions”), inizialmente le pubblicazioni riguardavano solo gli album degni di entrare nella categoria “imperdibili”: oggi non è più così, si celebra e si ripubblica un po’ di tutto, ed ogni anniversario è buono per creare una ristampa ad hoc. Il caso in esame oggi, Mirage, album del 1982 dei Fleetwood Mac, è esemplare: da sempre questo è stato il disco meno considerato del periodo d’oro della formazione a cinque Fleetwood – McVie (John) – McVie (Christine) – Buckingham – Nicks del gruppo anglo-californiano, che aveva il torto di arrivare dopo il pluripremiato Rumours, uno dei dischi più venduti di tutti i tempi, e l’ambizioso Tusk, sottovalutato all’epoca (ma vendette comunque la rispettabile cifra di quattro milioni di copie) e giustamente guardato oggi come un grande disco di pop-rock d’autore. Perfino Tango In The Night del 1987, nonostante (o forse proprio per questo) fosse pieno di sonorità tipiche del periodo ed infarcito di sintetizzatori e canzoncine pop innocue, vendette uno sproposito, ed è oggi il disco più famoso della band dopo Rumours. In tutto ciò, quindi, Mirage venne visto all’epoca come l’anello debole della catena (The Chain, una delle canzoni più famose dei Mac), mentre era semplicemente, nelle intenzioni dei nostri, un tentativo di staccarsi dalle complesse architetture pop di Tusk e di tornare ad un formato più immediato sullo stile di Rumours, che però aveva dalla sua il fatto di contenere una serie tale di successi da farlo quasi sembrare un greatest hits.

Risentito oggi, Mirage suona come un riuscito album di puro Mac-sound, con una bella serie di canzoni orecchiabili ma mai banali, in perfetto equilibrio tra pop e rock ed una produzione scintillante (ad opera di Lindsey Buckingham con il fido Richard Dashut), un album che in poche parole avrebbe meritato maggior fortuna. Questa ristampa esce in vari formati come è successo con Rumours e Tusk (ma allora perché non anche con il loro “esordio” Fleetwood Mac, forse il loro miglior album dopo il bestseller del 1977?), ed è paradossalmente la più interessante fino ad oggi, in quanto contiene un intero CD di outtakes mai sentite prima d’ora (negli altri due casi molte erano già uscite in precedenti ristampe) e, nella versione a cofanetto, oltre all’album in LP e ad un DVD audio con il disco in surround sound, un terzo CD con parte di un concerto del 1982 al Los Angeles Forum. Come ho già detto, Mirage è un disco da riscoprire: la hit più famosa del disco è Gypsy, una delle migliori composizioni di Stevie Nicks, un pop-rock di gran classe, con un testo autobiografico e la voce carismatica della bionda cantante a dominare su tutto. Il CD si apre con Love In Store della McVie, una perfetta pop song in cui i nostri erano maestri, fresca, ritmata, orecchiabile ma non banale, con un delizioso refrain ed ottimi cori; Can’t Go Back è una tipica canzone alla Buckingham, con chitarre dappertutto, soluzioni ritmiche particolari ed  un’altra melodia accattivante.

Molto buona anche That’s Alright che vede la Nicks alle prese con un brano saltellante e vagamente country, con uno squisito ritornello corale (in quel periodo Stevie era in gran forma, l’anno prima aveva pubblicato Bella Donna, ancora oggi il suo miglior disco da solista). Book Of Love, di Lindsay, è un moderno rock-soul, davvero godibile e con il solito eccellente gioco di voci, di Gypsy ho già detto, Only Over You è un tantino troppo levigata e “poppettara” (Christine ogni tanto si faceva prendere la mano), mentre Empire State è un altro contributo di Buckingham, mai banale nemmeno in brani minori come questo; Straight Back è una buona canzone, anche se forse qui Stevie ricicla un po’ sé stessa, Hold Me è ottima, un vivace pop-rock pianistico che ci presenta la miglior McVie (è l’altro hit single del disco), Eyes Of The World è un folk-rock fresco e spedito, mentre la conclusiva Wish You Were Here, di certo la sua prova migliore del disco, con un bellissimo finale dominato da piano e chitarra. Ho volutamente lasciato per ultima quella che reputo il capolavoro di Mirage, cioè la splendida Oh Diane, un delizioso pezzo dal sapore anni sessanta, con un motivo irresistibile ed arrangiamento perfetto, una zampata da vero fuoriclasse da parte di Lindsay.

Il secondo dischetto comprende ben venti brani, di cui solo due già noti (una versione acustica di Cool Water, un vecchio pezzo di Bob Nolan inciso, tra gli altri, da Hank Williams, Johnny Cash e Joni Mitchell, che era sul lato B di Gypsy, ed una variante extended della stessa Gypsy all’epoca usata per il videoclip ufficiale), mentre il resto sono prime versioni e takes alternate di tutti i dodici brani del disco, oltre a veri e propri inediti. Tra le alternate takes segnalerei una Love In Store alla quale mancano le rifiniture (ma era già un’ottima canzone), lo squisito strumentale chitarristico Suma’s Walk (che con l’aggiunta delle parole diventerà Can’t Go Back), una eccellente That’s Alright elettroacustica, ancora più country e persino migliore di quella pubblicata, una Gypsy meno lavorata e più spontanea, una Empire State decisamente più rock ed una Wish You Were Here con un finale completamente diverso (e curiosamente simile allo stile della ELO). Gli inediti: If You Were My Love è uno slow pianistico della Nicks (pare scritto pensando a Tom Petty), un pezzo fluido con un deciso crescendo (ripreso di recente dalla cantante nel suo 24 Carats Gold); ancora lei, ed ancora meglio con Smile At You, una rock ballad potente e cantata alla grande, un brano che avrebbe a mio parere dovuto finire sul Mirage originale, e che Stevie ha giustamente voluto riprendere in Say You Will del 2003, ad oggi ultimo album di studio dei Mac. La sinuosa e melodica Goodbye Angel di Buckingham è un gustoso brano nello stesso mood di Oh Diane. Teen Beat è elettrica e roccata e con una lunga coda strumentale, mentre Blue Monday è un’interessante jam improvvisata in studio attorno al noto successo di Fats Domino, che purtroppo si interrompe dopo meno di due minuti.

Il CD dal vivo, che comprende tredici brani, è come al solito molto interessante, in quanto ci fa sentire un gruppo in ottima forma, guidato come al solito da un Buckingham in stato di grazia (Lindsay è uno dei chitarristi più creativi e più sottovalutati in circolazione): oltre a tre tra i migliori pezzi di Mirage (Gypsy, Love In Store e Eyes Of The World) il live propone una selezione di alcuni degli hit del gruppo, tra cui le ottime The Chain e You Make Loving Fun, le coinvolgenti Rhiannon e Tusk, la straordinaria Go Your Own Way, uno dei brani migliori degli anni settanta, il finale in tono minore con la delicata Songbird e la formidabile I’m So Afraid, da sempre punto centrale dei loro concerti e pretesto per le trascinanti evoluzioni chitarristiche di Lindsay. Un’ottima ristampa quindi, che riesce a far diventare quasi indispensabile anche un disco “minore” come Mirage: la prossima riguarderà Tango In The Night, e voglio proprio vedere cosa si inventeranno.

Marco Verdi

Chi Ha Detto Che, Volendo, In Texas Il Pop Non Si Suona Bene? Robert Ellis – Robert Ellis

robert ellis robert ellis

Robert Ellis – Robert Ellis -New West CD

Robert Ellis, texano di Houston, è un cantautore molto particolare. Intanto nella sua musica non ci sono molte tracce della sua terra d’origine, non fa tipico Texas country-rock: qua e là nel web la sua musica viene definita come un misto di country, pop e jazz, ma è un’etichetta che lascia il tempo che trova. Ellis è prima di tutto un cantautore puro, che parte dalla melodia per poi costruire man mano delle architetture sonore non banali attorno alle sue canzoni: il country non è estraneo al suo background, ma la sua musica è soprattutto pop, comunque un pop ben fatto ed ottimamente arrangiato, con brani di immediata fruibilità pur non essendo molto commerciali e, ripeto, degli arrangiamenti che a volte rimandano all’epoca d’oro della nostra musica, anche se non vedo influenze così chiare nel sound. Certo, Robert deve aver ascoltato a lungo i Beatles nella sua vita, ma anche i Beach Boys ed i primi Bee Gees, oltre a certe cose di Joe Jackson. Il jazz non l’ho trovato nelle undici canzoni di questo Robert Ellis (che, nonostante il titolo, non è il suo primo album, ne ha già altri tre alle spalle, l’ultimo dei quali, The Lights From The Chemical Plant, è del 2014), se non nella raffinatezza di fondo, e nella classe e gentilezza con le quali il nostro porge le sue canzoni https://www.youtube.com/watch?v=snJ_lTsMKlM .

Il disco è prodotto da Ellis stesso, e tra i musicisti spicca senz’altro la chitarra di Kelly Doyle, sempre puntuale senza essere mai invadente, la steel di Will Van Horn e la sezione ritmica di Geoffrey Muller (basso) e Michael Lisenbe (batteria), mentre Robert si occupa delle chitarre ritmiche e del pianoforte. Robert Ellis è un disco che inizialmente avevo approcciato con qualche riserva, ma, man mano che proseguivo nell’ascolto, mi ha convinto appieno, dimostrando che si può venire dal Texas e fare buona musica anche in maniera diversa. L’iniziale Perfect Strangers è tutto meno che country, bensì un pop decisamente raffinato, una canzone dalla melodia complessa ma orecchiabile, un ritmo che entra sottopelle ed un bel pianoforte: qui vedo qualche similitudine con lo stile di Jackson https://www.youtube.com/watch?v=NF69qkvxy7g . How I Love You è ancora più sofisticata, con un ritornello quasi epico ed un crescendo ritmico notevole, anche se Robert si mantiene piuttosto distaccato; California sembra un classico brano intimista dei Fleetwood Mac (a proposito di pop di classe), anche se sembra sempre sul punto di decollare ma poi resta sulle sue, mentre la soffusa Amanda Jane è cantautorato purissimo, raffinata, arrangiata molto bene e decisamente gradevole.

Drivin’ cambia un po’ le carte in tavola, in quanto è l’unico pezzo davvero country della raccolta, introdotto da un bel gioco di chitarre, ha un’atmosfera d’altri tempi ed è cantato con la solita misura https://www.youtube.com/watch?v=yN3p9VnvdCg ; suggestiva anche The High Road, una ballata dal sapore western, compreso un epico arrangiamento orchestrale quasi fosse uscita da un film degli anni cinquanta: è da canzoni come questa che si vede che il nostro ha numeri e creatività. Elephant, tutta basata sull’uso di una chitarra (doppiata da sé stessa) e da una percussione, è bizzarra ma godibile, e ricorda ancora certi esperimenti solisti di Lindsay Buckingham, mentre You’re Not The One, che vede anche la partecipazione di un quartetto d’archi, è pop al cubo, ma non posso dire che non sia interessante, anzi forse è dotata di uno dei motivi più immediati di tutto il CD. Screw è uno strumentale un po’ troppo cerebrale, e se ne poteva fare anche a meno, ma Couples Skate è semplicemente splendida, una pop song scintillante e trascinante, che ricorda i migliori Bee Gees (cioè quelli di dischi come Odessa), arrangiamento geniale ed ottima melodia, di sicuro il brano migliore del disco; chiude la pianistica e ritmata It’s Not Ok: Robert Ellis è la prova vivente che se sei del Texas, puoi fare anche del semplice pop ed i risultati sono comunque degni di nota.

Marco Verdi

“Pop Californiano” Ai Massimi Livelli! Fleetwood Mac – Tusk

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Fleetwood Mac – Tusk – Warner CD – Deluxe 3CD – Super Deluxe 5CD/DVD/2LP

Nel 1979 i Fleetwood Mac si trovavano nella difficile situazione di dover dare un seguito a Rumours, uno dei dischi più venduti di tutti i tempi (ad oggi siamo a più di quaranta milioni di copie), uno di quei capolavori di arte, commercio ed equilibrio che di solito riescono una volta nella vita, quasi un greatest hits se stiamo a guardare l’elenco delle canzoni presenti. Un caso in cui le tensioni personali (sia Lindsey Buckingham e Stevie Nicks che Christine e John McVie stavano divorziando, e pure Mick Fleetwood si stava separando dalla moglie) sono da sprone a tirar fuori il meglio da tutti quanti. I Mac due anni dopo misero sul mercato addirittura un doppio album, Tusk, che però in un primo momento deluse sia critica che fans, pur vendendo la più che rispettabile cifra di quattro milioni di copie nel primo anno: la gente però si aspettava un Rumours II, e accolse con diffidenza le nuove canzoni, tra le quali mancava una hit della potenza di Go Your Own Way, Dreams o Don’t Stop, giudicando troppe le venti canzoni dell’album e troppo poco immediate ed un tantino pretenziose. I critici lo definirono “un elefante in una stanza” (definizione oggi ironicamente ripresa e messa come titolo nelle note di questa ristampa), e molte copie giacquero invendute nei negozi. Il tempo (ed i ripetuti ascolti) però è stato generoso con Tusk, ed oggi si può tranquillamente ammettere che il doppio album è il lavoro della maturità per il quintetto anglo/californiano, una vetta artistica non di certo inferiore al suo predecessore, che aveva certo il vantaggio di essere più immediato.

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Qui Buckingham si prende in maniera decisa la leadership del gruppo (molti insinuano che Tusk sia in realtà il suo primo album da solista), e costruisce una serie di gioiellini tra pop, folk e rock che definiscono il suo stile da qui agli anni a venire, con le sue sonorità stratificate e sovrincisioni vocali e chitarristiche che diventeranno il suo marchio di fabbrica; la Nicks regala le sue tipiche ballate ariose ed anche la McVie, solitamente quella che mi piace meno, è in forma smagliante (forse anche più di Stevie). Questa ristampa, che giunge a due anni da quella analoga dedicata a Rumours, propone nel primo CD (prendo in esame la versione più ricca, ma esiste anche un buon estratto in tre dischetti, oltre alla classica versione singola) il disco del 1979 rimasterizzato, ed è un grande piacere riascoltare i gioiellini di architettura pop presenti al suo interno, dall’iniziale slow Over & Over, ma con un bel crescendo, al trascinante boogie Think About Me (entrambe opera di Christine), alla famosa Sara, alla splendida Storms, uno dei pezzi migliori della Nicks, ai coinvolgenti episodi che vedono Lindsey protagonista (That’s All For Everyone, Not That Funny, la trascinante I Know I’m Not Wrong, la countreggiante That’s Enough For Me  fino alla celebre title track, ancora oggi uno degli highlights delle esibizioni dal vivo del gruppo). Il secondo dischetto, oltre a riproporre le bonus tracks presenti sulla ristampa del 2004 (tra cui una Walk A Thin Line meglio dell’originale), aggiunge una versione alternata della bella Save Me A Place, cinque takes tutte ugualmente godibili di I Know I’m Not Wrong e quattro di Tusk, nessuna delle quali però avvicina quella nota.

Il terzo CD, intitolato The Alternate Tusk si basa su un’idea interessante, cioè dare una visione diversa del disco, proponendo venti outtakes (di cui ben 17 inedite) nella stessa sequenza dell’album originale: il tutto non perde un’oncia della sua bellezza, ed in alcuni punti gli arrangiamenti meno rifiniti e più diretti riescono quasi a migliorare il brano (penso a Think About Me, o ad una Storms acustica ancora più bella e toccante, con la Nicks in forma vocale strepitosa), anche se la chicca assoluta è una Brown Eyes, languida ballata ad opera di Christine, che vede Lindsay duellare chitarristicamente nientemeno che con l’ex leader della versione “british” della band, cioè il grande Peter Green (che era passato a salutare gli ex compagni https://www.youtube.com/watch?v=0yq-Fw7C26Y ), un finale di brano tutto da godere, dato che nell’originale la presenza di Green non era accreditata e la coda del pezzo era stata sfumata. Il quarto e quinto dischetto sono la ciliegina sulla torta: un doppio live registrato tra il 1979 ed il 1980 in varie locations americane, con un gruppo in splendida forma, forse al top assoluto di sempre (non dimentichiamo che Fleetwood e McVie erano/sono una sezione ritmica che non ha paura di nessuno e Buckingham un chitarrista formidabile, sistematicamente e colpevolmente ignorato dalle classifiche dei migliori axemen che piacciono tanto alle riviste specializzate), ed il doppio dischetto è superiore anche al doppio Live ufficiale pubblicato all’epoca, con versioni brillanti di alcuni highlights di Tusk, ma anche ottime riproposizioni dai due dischi precedenti (l’introduttiva e trascinante Say You Love Me, la classica Rhiannon, la scintillante I’m So Afraid, già da allora perfetto showcase per le evoluzioni chitarristiche di Lindsey, la superba Go Your Own Way, una delle migliori rock songs degli anni settanta) ed una sorprendente Oh Well, sentito omaggio del gruppo a Green ed agli esordi come pionieri del british blues.

Completano il box il disco originale sia in doppio LP che in DVD audio. Da Tusk in poi i Fleetwood Mac iniziarono a perdersi un po’: solo due dischi negli anni ottanta (il sottovalutato Mirage ed il commerciale, ma di grande successo, Tango In The Night), usando poi il gruppo (Buckingham e Nicks, e di recente anche la McVie) come una casa con le porte girevoli dalla quale entrare ed uscire a loro discrezione. Ma, almeno all’epoca di Tusk, c’erano poche band al loro livello.

Marco Verdi

Un Fleetwood Mac “Minore” Se Ne E’ Andato! Bob Welch 1946-2012

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E’ morto suicida ieri 7 giugno, a Antioch nel Tennessee, Bob Welch, il cantante e chitarrista californiano che avrebbe compiuto 66 anni il 31 luglio. E’ stato trovato morto dalla moglie, con una ampia ferita da arma da fuoco sul petto.

Forse non è stato uno dei musicisti fondamentali del rock americano, ma è stato quello che ha guidato la transizione dei Fleetwod Mac da una band (importantissima) del British Blues Revival, ovvero il gruppo di Peter Green, a uno dei gruppi più influenti della scena americana, chiamiamola rock-melodica-weastcostiana degli anni ’70, la formazione con Lindsey Buckingham e Stevie Nicks per intenderci. Lui è stato il tramite,il passaggio, con Christine Perfect (poi McVie), insieme alla quale aveva cantato il brano Sentimental Lady, una delle canzoni più belle di Bare Trees, il secondo di una serie di 5 album registrati con i “Mac” tra il 1971 e il 1974, tutti piuttosto belli e che anticipavano il sound che li avrebbe resi celebri nella seconda metà della decade.

Diciamo che poi la sua carriera solista non è mai decollata, ma proprio con Christine McVie, Mick Fleetwood e Lindsey Buckingham aveva reinciso il suo brano più celebre (e forse più bello) per l’album del 1977, French Kiss, il suo disco di maggior successo, oltre un milione di copie vendute, un buon album ancorché non straordinario!

R.I.P.

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte I. Southside Johnny, Chris Rea, Martin Simpson, Richmond Fontaine, Kd Lang, Lindsey Buckingham, Slaid Cleaves, Horrible Crowes, Eccetera

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Ripartiamo con le uscite della prima settimana di settembre, giorno 6 per la precisione. Ricordato che martedì escono Jeff Bridges e Ry Cooder per il mercato europeo (e italiano) nonché il nuovo Eric Sardinas già recensito in illo tempore e il secondo tributo a Buddy Holly di cui vi ho riferito ieri. Vi ricordo altresì che considerando che spesso non ho poi il tempo (nonostante tutta la buona volontà) di ritornarci con recensioni più apporfondite spesso approfitto di questo spazio delle anticipazioni per delle mini-recensioni.

Per esempio quel Southside Johnny & The Asbury Jukes arriva assolutamente a sorpresa. Si tratta di un CD doppio dal vivo che esce per la Secret Records (!?!) a prezzo speciale, registrato in quel di Newcastle, Opera House il 26 novembre 2002 e riporta anche una presentazione brano per brano dei contenuti ad opera dello stesso Southside Johnny. Occhio perché era già uscito nel 2009 con il titolo From Southside to Tyneside e in DVD come Live At The Opera House. Se non lo avete vale la pena.

Questi i brani:

  1. Take It Inside
  2. Baby Don’t Lie
  3. All Night Long
  4. Long Distance
  5. Gin Soaked Boy
  6. Without Love
  7. No Easy Way Down
  8. Coming Back
  9. All I Needed Was You
  10. Living With The Blues
  11. Help Me
  12. Cadillac Jack’s Number One Son
  13. This Time Baby’s Gone For Good
  14. Some Thing’s Just Don’t Change
  15. I Won’t Sing
  16. Pipeline
  17. Sleepwalk
  18. I Don’t Want To Go Home
  19. I Don’t Want To Go Home – Reprise
  20. Passion Street
  21. This Time Is For Real
  22. Hearts Of Stone

Martin Simpson è uno dei cantautori (e chitarristi) più talentuosi della scena folk britannica, e non solo. Questo nuovo Purpose + Grace prosegue nella sua rinascita artistica ed è forse il suo album più bello e compiuto di sempre. C’è solo un brano originale firmato da Simpson più uno strumentale, ma covers di Brothers Under The Bridge di Springsteen con Richard Thompson all’elettrica, Little Liza Jane con BJ Cole alla pedal steel, Brother Can You Spare A Dime cantata da Dick Gaughan, Strange Affair di Richard Thompson con la voce di June Tabor, compensano abbondantemente. Senza dimenticare la title-track, un brano scritto da Yip Harburg, lo stesso di Somewhere Over The Rainbow. Etichetta Topic Records. 

Nuovo album per i Richmond Fontaine, The High Country. Il gruppo di Willy Vlautin, uno dei migliori della scena indipendente americana questa volta si è spinto fino a realizzare quello che loro hanno definito una song-novel. Un vero e proprio romanzo breve che racconta, attraverso 17 brani, la travagliata storia d’amore tra un meccanico e una cassiera, ambientata in una piccola cittadina dell’Oregon. Se mantiene fede alle premesse potrebbe essere un ennesimo grande disco di questo misconosciuto gruppo. Bravissimi e da conoscere, se non avete già provveduto. Esce per la El Cortez Records.

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Anche questa volta non manca “a volte ritornano”: Chris Rea su Rhino Records pubblica questo nuovo Santo Spirito Blues che continua nel suo riscoperto spirito Blues. C’è la versione singola con 13 brani nuovi e quella quintupla con altri due CD e due DVD. Questi ultimi sono un documentario sul duro mondo delle corride e uno sulla città di Firenze entrambi con la colonna sonora di Rea. Costa poco più di un doppio, quindi vedete voi.

Lindsey Buckingham in questo Seeds We Sow che esce per la Eagle Records, suona tutti gli strumenti, canta, mixa e produce. Il suo sesto album da solista ritorna alle sonorità del periodo Tusk (più o meno).

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La BGO pubblica questo doppio CD con i primi tre album di Jessi Colter, I’m Jessi Colter, Jessi e Diamond in The Rough, tutti e tre gli album pubblicati negli anni ’70 e molto belli per la moglie di Waylon Jennings. Outlaw Country di gran classe. Attenzione perchè l’australiana Raven ha messo in circolazione un doppio Cd piuttosto caro dove ci sono solo il primo e il terzo disco.

La Left Media inglese continua nella sua serie di pubblicazione di dischi dal vivo (semi) ufficiali, dopo Springsteen e Jackson Browne adesso è la volta di K.D. Lang con questo Summertime In The Windy City The Lost Transmission che è appunto un broadcast radiofonico dai Soundstage Studios di Chicago nel 1993. 15 brani più 5 bonus registrate tra il 1987 e il 1992 nei vari Tonight Show, SNL, Letterman e Arsenio Hall Show. Per i fans (e le fans soprattutto direi, in questo caso)!

All’inizio dell’anno è scomparso silenziosamente Gerry Rafferty (anch’io mi sono dimenticato di segnalarlo), ora la EMI gli dedica giustamente una doppia Collector’s Edition di City to City il suo album più celebre quello con Baker Street. Una curiosità: nel secondo CD, quello con i demo originali inediti c’è una versione di “quel brano” che sostituisce il famoso assolo di sax di Raphael Ravenscroft con un assolo di wah-wah.

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Gli Horrible Crowes sono il side project di Brian Fallon dei Gaslight Anthem in coppia con Ian Perkins. Meno roots ed atmosferico, li hanno paragonati a Tom Waits e Afghan Whigs. A me questo Elsie sembra decisamente bello ed in alcuni brani affiora una spirito Springsteeniano come in Behold The Hurricane e Go tell everybody. Etichetta SideOne Dummy Records.

Stephin Merritt sarebbe Mr. Magnetic Fields e questo Obscurities, come da titolo, è una raccolta di rarità sia come solista che con il gruppo (che poi è sempre lui). Domino Records.

Questo doppio dei 16 Horsepower su Glitterhouse più o meno è la stessa cosa, rarità e b-sides nel secondo CD e nel primo i brani preferiti dai fans scelti in rete. Da lì il titolo, Yours Truly.

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Per gli appassionati di folk inglese questa è un’altra bella sorpresa. Si chiama Cecil Sharp Project 2011 e prende lo spunto dal grande musicologo inglese. Una confezione CD e DVD che riporta i risultati dell’incontro di otto musicisti britannici, prima in un cottage inglese e poi in una serie di concerti tra cui uno alla Cecil Sharp House a Londra (mai stati? E’ da vedere se capitate a Londra).Si tratta di Steve Knightley, Jackie Oates, Andy Cutting, Caroline Herring, Jim Moray, Patsy Reid, Leonard Podolak and Kathryn Roberts. Alcuni li conosco e sono molto bravi altri mi sono ignoti ma il progetto sembra intrigante. Temo una non facile reperibilità, etichetta Shrewsbury Folk Fest.

Altro doppio, questa volta solo CD, sempre dal vivo, per Slaid Cleaves uno dei migliori cantautori folk-country dei giorni nostri, una sorta di Townes Van Zandt senza le stesse tendenze autodistruttive. Si chiama Sorrow And Smoke: Live at The Horsehoe Lounge ed esce per la Music Road Records.

Secondo John Mayall è stato il miglior chitarrista che ha militato nei suoi Bluesbreakers (ma si sa che Mayall è un po’ anzianotto, meglio di Clapton, Peter Green e Mick Taylor? Shurely sham misstake come direbbe un inglese ubriaco). Comunque Buddy Whittington è un signor chitarrista e questo Six String Svengali, il suo secondo disco da solista pubblicato dalla Manhaton Records è un ottimo esempio di Texas Blues-rock. Tra l’altro Whittington dopo aver suonato con Clapton al concerto per i 70 anni di Mayall aveva dichiarato che Eric era il suo “eroe” da sempre.

That’s All Folks. A proposito di Blues, visto che entriamo in periodo Busca e quindi nei prossimi giorni sarò alla prese con alcune interessanti uscite nel genere, non le ho inserite nelle Anticipazioni.

Come il nuovo, fantastico, Tom Russell, Mesabi cui dedicherò uno spazio apposito. Comunque esce anche lui martedì 6 settembre per la Shout Factory in Usa e il 12 per la Proper in UK. Recensione in mezzo a quelle date. In ogno caso la cover di A Hard Rain’s A Gonna di Dylan con Lucinda Williams e Calexico è uno dei brani dell’anno!

Bruno Conti