Un Appuntamento Quasi “Inevitabile”! Johnny Winter – Live Bootleg Series Vol. 13

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Johnny Winter  – Live Bootleg Series vol. 13 – Friday Music

Prosegue la pubblicazione degli archivi Live di Johnny Winter, siamo ormai arrivati al capitolo n° 13. Come al solito il curatore ufficiale della serie Paul Nelson, incaricato da un fantomatico “Johnny Winter Music Archive” autorizzato dagli eredi del texano (??), non ci dice assolutamente nulla sulla provenienza del materiale, anno, località, musicisti impiegati: come di consueto si intuisce che dovrebbe esserci Jon Paris al basso e all’armonica (quindi siamo tra il 1979 e il 1989, anni in cui Paris ha militato nella band di Johnny) e si presume che il batterista potrebbe essere Bobby Torello (fino al 1983) o Tom Compton (negli anni a seguire, più probabile), quindi l’arco temporale si restringe Questa volta la qualità sonora è meno discontinua del solito: merito forse di Joe Reagoso che ha curato il mastering? Può essere.

Sta di fatto che il suono in questo volume è piuttosto buono, la musica ovviamente non si discute: a partire da una fulminante versione di Mean Town Blues, uno dei classici assoluti di Johnny, sin dai tempi di The Progressive Blues Experiment del 1968, poi a Woodstock e in Johnny Winter And Live, e da lì all’eternità, con la slide che viaggia a velocità supersoniche per quasi dieci minuti, con la solita classe e ferocia dell’albino texano, ottimo anche Paris al basso, per un perfetto esempio di power trio all’ennesima potenza. E niente male neppure la successiva Mojo Boogie, un brano di JB Lenoir che era su 3rd Degree, il disco per la Alligator del 1986, con Paris anche all’armonica e Winter nuovamente fantastico alla slide. In Last Night, uno slow blues scritto da Little Walter, la qualità del suono peggiora giusto un filo, rimanendo comunque molto buona, ma il brano, ripreso anche in Roots, il disco del 2011 registrato con vari ospiti (nel caso John Popper all’armonica) è comunque un fulgido esempio del Winter più rigoroso nella sua fedeltà alle 12 battute, riviste sempre attraverso la sua ottica unica e con la consueta grinta travolgente, all’armonica, penso sempre Paris.

Walking By Myself, il pezzo di Jimmy Rodgers, di nuovo con i duetti tra l’armonica di Paris e la solista di Winter, rientra più nella media delle esibizioni del nostro, buona ma per lui quasi normale, si fa per dire, perché la chitarra è sempre fantastica, anche se il suono è più pasticciato. E Mad Dog, un brano che era su Guitar Slinger del 1984, è indubbiamente tra i brani meno noti nell’immenso songbook del musicista texano, quindi una gradita aggiunta, ma niente per cui stracciarsi le vesti, mentre Don’t Take Advantage Of Me, il brano di Lonnie Brooks, è proposta in una versione hendrixiana, con il pedale wah-wah  spesso pigiato a manetta, per un omaggio al mancino di Seattle e alle sue sonorità, ma pure con citazioni dei Cream e di altri pilastri del rock-blues in trio. In conclusione anche un omaggio agli amati Rolling Stones, con una breve ma intensa versione di Gimme Shelter, solo strumentale, abbastanza irriconoscibile e, peccato, lunga meno di tre minuti, per quanto sempre ricca di fascino. Se avete già gli altri dodici, anche questo non può mancare alla vostra collezione, tenendo conto che è uno dei migliori della serie, che ultimamente è diventata “limitata” e piuttosto costosa.

Bruno Conti

Lo Hanno Fatto Per Davvero…E Alla Grande! Rolling Stones – Blue And Lonesome

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome – Polydor/Universal CD

Quando diversi mesi fa si era sparsa la voce non confermata di un possibile album a carattere blues da parte dei Rolling Stones, quindi molto prima dell’annuncio ufficiale avvenuto lo scorso 6 Ottobre, le reazioni erano state perlopiù scettiche, in quanto sembrava strano a tutti che un gruppo attento al marketing come loro, che non muove un passo che non sia studiato nei minimi dettagli (e che ama molto poco il rischio, basti vedere le scalette dei loro concerti, specie in grandi arene o stadi, da anni decisamente sovrapponibili data dopo data, in pratica un gigantesco greatest hits ambulante), potesse pubblicare un album così di nicchia come un disco di cover di classici del blues, soprattutto considerando il fatto che il loro ultimo lavoro di inediti di studio, A Bigger Bang, risaliva a ben undici anni fa. Pochi sapevano però che quel disco i nostri lo avevano già inciso, in tre giornate del Dicembre del 2015, e che conteneva effettivamente dodici riletture di brani a tema blues, e neppure tra i più famosi: ora che ho finalmente tra le mani Blue And Lonesome, uno degli album più attesi del 2016, posso affermare quindi che non solo le indiscrezioni erano vere, ma che siamo alle prese con un grandissimo disco, grezzo, diretto e ruspante come è giusto che sia un lavoro di questo tipo. Gli Stones hanno preso in esame canzoni che usavano suonare più di cinquant’anni fa, quando si esibivano nei piccoli club di Londra e non erano nemmeno famosi, una sorta di piccolo Bignami del più classico Chicago blues, ma suonato con la classe, l’esperienza ed il feeling di più di mezzo secolo di strada percorsa insieme.

Musica vera, potente, spontanea, suonata con grande forza e passione da un gruppo che non si è adagiato sugli allori di una carriera unica al mondo, ma che ha voluto rimettersi in gioco (un’ultima volta?) con un disco che è tutto meno che commerciale: tutti e quattro hanno registrato in presa diretta, e d’altronde tre giorni per fare un disco erano pochi anche negli anni sessanta, sotto la supervisione del produttore Don Was, che però non è dovuto intervenire più di tanto per determinare il risultato finale. Sapevamo che sia Keith Richards che Ron Wood sono cresciuti a pane e blues (mentre il background di Charlie Watts è più jazz), ma il dubbio era al massimo sulla resa da parte di Mick Jagger, dato che quando il cantante si è in passato espresso come solista, ha, quasi sempre, pubblicato solenni porcate: ebbene, il grande protagonista del CD è proprio Mick, che canta con una grinta ed una passione, unite alla sua voce eccellente e alla sua capacità di essere istrione delle quali non si dubitava di certo, che quasi sembra uno che per tutto questo tempo non abbia fatto altro che esibirsi in qualche fumoso juke joint di Chicago, a cui aggiungiamo un’abilità come armonicista che non gli ricordavo a questo livello. Come co-protagonisti nel disco troviamo nomi già ultranoti come il bassista Darryl Jones (che di recente ha espresso il legittimo desiderio di venire riconosciuto a tutti gli effetti un membro del gruppo, ma gli altri quattro non credo vogliano rinunciare ad una parte di guadagni per darla a lui), il grande Chuck Leavell al piano ed organo, con l’aggiunta dell’ottimo Matt Clifford sempre alle tastiere, del leggendario batterista Jim Keltner in un brano e, in due pezzi, l’inimitabile chitarra di Eric Clapton (che era nello studio attiguo a dare gli ultimi ritocchi al suo album I Still Do, uscito la scorsa primavera).

Come ho accennato, non ci sono classici blues straconosciuti (Robert Johnson non è presente nemmeno una volta tra gli autori), ma quasi sempre brani più oscuri, che per i nostri rappresentavano le radici, i primi passi, con Little Walter a spiccare come artista più omaggiato, subito seguito da Howlin’ Wolf ed altri; il CD (la cui copertina è l’unica cosa sulla quale ci si poteva spremere un po’ di più, sembra più un’antologia di brani blues che un disco nuovo) esce in due versioni: quella normale ed una deluxe in formato cofanetto che purtroppo costa circa trenta euro in più (tanti soldi!), pur non presentando canzoni aggiuntive, ma con uno splendido libretto ricco di foto tratte dalle sessions e con immagini dei bluesmen originali che hanno scritto i vari brani, oltre ad un ottimo saggio ad opera di Richard Havers, scrittore a sfondo musicale esperto di Stones. L’album inizia con Just Your Fool (Little Walter): subito gran ritmo e Mick che ci dà dentro di brutto all’armonica, suono spettacolare e grandissimo feeling (una costante del disco), un jumpin’ blues fatto alla maniera di una vera rock’n’roll band; una rullata potente ci introduce a Commit A Crime (Howlin’ Wolf), volutamente sporca e ruvida, con Keith e Ron che lavorano di brutto sullo sfondo e Mick che incalza da par suo, un pezzo teso e diretto come una lama, mentre la title track, ancora di Little Walter, è un blues lento, sudato, sexy e minaccioso come nella miglior tradizione delle Pietre, con il solito grande Jagger (un vero mattatore), un pezzo in cui avrei visto bene come ospite Stevie Ray Vaughan se fosse stato ancora tra noi. All Of Your Love (Magic Sam) mantiene l’atmosfera limacciosa e notturna, con ottimo lavoro di Jones e soprattutto di Leavell, grande classe: quello che emerge da questi primi quattro brani non è un mero esercizio calligrafico da parte di rockstar ricche e famose, ma musica suonata con grinta e passione come se avessero ancora la fame dei primi anni sessanta.

I Gotta Go (di nuovo Walter) è caratterizzata dal solito gran lavoro di armonica e dal ritmo spedito, con la splendida voce di Jagger a dominare un brano che nelle mani sbagliate poteva anche suonare scolastico; Everybody Knows About My Good Thing (Little Johnny Taylor) è il primo dei due pezzi con Clapton e, con tutto il rispetto per Richards e Wood, qui siamo su un altro pianeta: Eric avrà anche problemi alla schiena che lo hanno costretto a diradare l’attività, ma quando prende in mano la sua Fender per suonare il blues dà ancora dei punti a chiunque. La saltellante Ride ‘Em On Down, di Eddie Taylor, è puro e trascinante Chicago blues http://discoclub.myblog.it/2016/09/27/altro-tassello-nellinfinita-storia-delle-12-battute-eddie-taylor-session-diary-of-chicago-bluesman-1953-1957/ , con la sua puzza di fumo e whisky (e ca…spita se suonano!), Hate To See You Go, l’ultima delle quattro canzoni di Little Walter, è tutta costruita intorno ad un pressante riff di chitarra doppiato prima dall’armonica e poi dalla voce, un brano secco, tirato e potente, mentre Hoo Doo Blues (Lightnin’ Slim) assume ancora contorni minacciosi e viziosi, con strepitosi intrecci di armonica e chitarre, il tutto guidato dal drumming tonante ma preciso di Watts. Little Rain (Jimmy Reed) è lenta, quasi pigra, con Mick che si destreggia alla grande in questo blues sincopato dai toni afterhours; il CD si chiude con due brani scritti da Willie Dixon, uno per Howlin’ Wolf e l’altro per Otis Rush: la veloce e roccata Just Like I Treat You, ancora con Leavell in gran spolvero, e la fluida e vibrante I Can’t Quit You Baby (la più nota tra quelle presenti), ancora con Eric Clapton splendido Stone aggiunto.

Probabilmente il disco blues dell’anno, ed uno dei migliori di sempre degli Stones (capolavori esclusi): saranno anche la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi, ma Blue And Lonesome dimostra che, se avessero voluto, potevano dire la loro anche come blues band.

Marco Verdi

Ci Hanno Preso Gusto…E Pure Noi! The Rides – Pierced Arrow

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The Rides – Pierced Arrow – Provogue CD

Quando tre anni fa è uscito Can’t Get Enough, il CD di debutto del supergruppo The Rides (formato da Stephen Stills con Kenny Wayne Shepherd ed il grandissimo pianista/organista Barry Goldberg, uno dei sessionmen più richiesti della storia e, tra le altre cose, membro fondatore degli Electric Flag), sinceramente pensavo che si trattasse di uno sforzo isolato, ma, vuoi per l’ottimo successo di vendite ottenuto, vuoi perché era davvero un grande disco (per quel che può valere, era anche nella mia Top Ten annuale), i tre ci riprovano ora con Pierced Arrow, contravvenendo tra l’altro alle normali abitudini di Stills, abituato ad incidere con cadenze molto più blande. Can’t Get Enough era davvero bello, un disco potente di rock-blues come si faceva una volta, con una serie di canzoni originali di ottimo livello a qualche cover scelta con cura, dove i due chitarristi della band (due generazioni a confronto) si intendevano a meraviglia, e Goldberg ricamava in sottofondo con la consueta maestria. Ebbene, dopo un paio di ascolti di Pierced Arrow, posso affermare senza dubbi che ci troviamo di fronte ad un album che, se non è addirittura superiore al precedente, è almeno sullo stesso livello: canzoni superbe, un paio di cover (nella versione “normale”, quattro in quella deluxe) di cui una assolutamente galattica, assoli chitarristici come se piovesse e feeling a palate. Forse qui c’è più rock ed un po’ meno blues, ma alla fine è il risultato quello che conta, e devo dire che qualche anno fa non avrei mai pensato di ritrovarmi ancora di fronte ad uno Stills così in forma (nel 2005 lo avevo visto con Crosby & Nash al Beacon Theatre di New York, ed era in uno stato pietoso, completamente senza voce e più grosso di Crosby), mentre Shepherd è forse meno esposto di uno come Bonamassa, che fa un disco a settimana, ma di certo a talento siamo lì.

La sezione ritmica è la stessa del primo disco, con Kevin McCormick al basso (già con John Mayall, Jackson Browne, CSN e Crosby solista) e Chris Layton alla batteria, ex Double Trouble di Stevie Ray Vaughan ed attuale drummer di Shepherd; in più, abbiamo le armonie vocali che danno un tocco quasi gospel ad opera di Raven Johnson e Stephanie Spruill, e come ospite speciale all’armonica in un paio di pezzi Kim Wilson, leader dei Fabulous Thunderbirds. La produzione è nelle mani dei Rides stessi insieme a McCormick. Grande inizio con Kick Out Of It, un brano di puro rock alla Stills (e la voce di Stephen è in buono stato), gran ritmo, chitarre poderose ed il piano di Goldberg che si fa sentire, e poi iniziano i duelli a suon di assoli, insomma un godimento assoluto. Riva Diva è puro rock’n’roll, travolgente come pochi, con Kenny voce solista (non è Stills, ma se la cava egregiamente), grande performance di Goldberg e solite chitarre fiammeggianti; Virtual World l’avevo già sentita dal vivo con CSN lo scorso autunno a Milano, l’atmosfera è più soffusa, ma il ritmo è sempre presente, e con una chitarra ed un mood quasi alla Neil Young, gran bella canzone e classe da vendere. By My Side (canta Kenny), ancora energica, è un gospel-rock di grande potenza emotiva, con elementi swamp nel suono, un motivo che entra sottopelle ed un crescendo notevole, splendida canzone; Mr. Policeman è ancora molto spedita, anche se dal punto di vista compositivo inferiore alle precedenti, ma comunque un ottimo showcase per la chitarra di Stills, mentre I’ve Got To Use My Imagination è proprio il successo di Gladys Knight (ma l’autore è Goldberg, insieme all’ex marito di Carole King, Gerry Goffin), e la versione dei Rides è un soul-blues molto ricco dal punto di vista sonoro, con un bel botta e risposta voce-coro nel ritornello ed assoli superbi dei due leader e di Barry all’organo: una delle cover dell’anno, da sentire fino alla nausea.

La cadenzata Game On è la più blues finora, con Kim Wilson che “armonicizza” da par suo, un altro pezzo decisamente vigoroso ma grondante feeling, e poi le chitarre sono una goduria nella goduria; I Need Your Lovin’ è ancora rock’n’roll, con la solita superba prestazione da parte di tutti (specialmente Goldberg, un fenomeno…ma vogliamo parlare delle chitarre?) e la quasi impossibilità per il sottoscritto di stare fermo. There Was A Place è uno slow-blues di gran classe, e sebbene Stills non abbia più la voce di un tempo sopperisce con il resto: un brano caldo e vibrante, molto anni settanta; la versione regolare del CD si chiude con My Babe, noto successo di Little Walter (scritta da sua maestà Willie Dixon), rilasciata dai nostri con buona aderenza all’originale, gran lavoro di Barry e performance nel complesso molto sciolta e rilassata. L’edizione deluxe aggiunge tre brani, a partire da Same Old Dog, un rock-blues potente e tonico, un pretesto per far cantare le chitarre dato che come canzone è più canonica; chiudono due cover, Born In Chicago, scritta da Nick Gravenites e presente sul disco d’esordio della Paul Butterfield Blues Band, spedita e fluida, con Wilson nei panni di Butterfield ed il binomio Stills-Shepherd che tenta di emulare Mike Bloomfield Elvin Bishop (mentre Goldberg non ha paura di Mark Naftalin), e la nota Take Out Some Insurance di Jimmy Reed (ma incisa anche dai primi Beatles con Tony Sheridan), un bluesaccio sporco e sudato, che Stephen canta con voce un po’ impastata ma suona, eccome se suona.

Che altro dire? Che molto probabilmente anche per il 2016 nei dieci migliori dischi di fine anno i posti a disposizione sono solo più nove…

Marco Verdi

“Sconosciuti”, Ma Validi! Gordon Bonham Blues Band – Live/Notes From The Underground

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Gordon Bonham Blues Band – Live/Notes From The Underground –Way Gone Records

Mi scuserete se ancora una volta apro questa recensione sulle solite considerazioni relative all’immane numero di formazioni blues (e dintorni) che popolano la scena musicale americana e la scelta difficile, e spesso casuale, per cui di alcune si parla e di altre no. La risposta è semplice, oltre alle evidenti questioni di tempo (la giornata ha solo 24 ore, fatta la tara sul periodo notturno), spesso la scelta deriva da una “commissione” per recensire un CD, ma anche dalla curiosità per qualcosa che si è letto e comunque moltissimi artisti, anche meritevoli, rimangono degli sconosciuti per chi scrive. Nell’occasione tocca a Gordon Bonham con la sua Blues Band essere “scoperto”: ovviamente appartiene alla categoria dei meritevoli (ce ne sono anche moltissimi che, al di là del rispetto che meritano per la passione che li anima, possono rimanere tranquillamente nell’anonimato): con tre album alle spalle, il primo acustico del 1997, e poi due elettrici con il gruppo, usciti rispettivamente nel 1998 https://www.youtube.com/watch?v=Acvd5J9_2_I  e nel 2012 https://www.youtube.com/watch?v=9LK4gNRfL9A , ha improvvisamente alzato la sua frequenza di pubblicazioni con questo disco dal vivo, Notes From The Undeground, registrato live nei sotterranei (da lì il titolo) dei Midwest Audio Studios a Bloomington, Indiana, patria del nostro amico Mellencamp, e poi mandato in onda da una piccola emittente radiofonica locale. Questo giustifica il minimo contributo del pubblico, in quanto si percepisce, a giudicare dagli applausi, la presenza di un piccolissimo contingente di presenti, che comunque non fanno mancare il loro appoggio a questa performance del settembre 2012, che mette in luce un gruppo che si districa con abilità nelle varie sfumature del blues, non saranno cinquanta (come quelle del grigio), ma si spazia dal classico Chicago blues, a shuffles texani, swing della West Coast e derive boogie, rock’n’roll e blues-rock, con molto rispetto per i nomi intramontabili delle 12 battute, misti al repertorio originale della band.

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Che si basa sull’asse dei due leader del combo: Gordon Bonham (ovviamente nessuna parentela con il grande Bonzo), titolare del nome, chitarrista e cantante e Tom Harold, virtuoso armonicista e pure lui voce solista. Naturalmente siamo di fronte ad un prodotto per appassionati che pone il solito quesito, perché questo e non un altro? Non lo so, direi a caso! Tutti questi signori hanno un CV che enumera collaborazioni con grandi del passato: nel caso di Bonham, numerose frequentazioni con Pinteop Perkins, una decina di anni passati con il mandolinista blues Yank Rachell, il fatto di essere stato band leader con Bo Diddley e altre partecipazioni a tour e dischi di bluesmen vari, tutto fa curriculum, ma poi la qualità si giudica dai risultati https://www.youtube.com/watch?v=djZmxTX1Fqo . E il suono che esce da questo CD sembra fresco e pimpante, del buon blues elettrico che potrebbe ricordare i primi Fabulous Thunderbirds, band di cui hanno aperto i concerti in varie occasioni: e così ecco scorrere il classico shuffle a firma Bonham di Local Honey, con armonica e chitarra che si dividono gli spazi solisti, un hit minore tra blues e R&B di fine anni ’50 come Just A Little Bit, dal repertorio del carneade Roscoe Gordon, un pezzo comunque divertente e piacevole, The Hustle Is On un blues swingato, cantato da Harold, poi veramente gagliardo all’armonica, che era tra i cavalli di battaglia di T-Bone Walker, ma la facevano anche i T-Birds. Last Night è uno slow Chicago blues di quelli tosti di Walter Jacobs, e dopo una bella introduzione voce e chitarra, Bonham cede il proscenio brevemente a Tom Harold, che si conferma vero virtuoso dell’armonica, e poi nuovamente Gordon per un lungo assolo ricco di feeling che strappa l’applauso ai pochi presenti.

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Sempre dal repertorio di Little Walter (ma anche della Butterfield Blues Band) una ritmata Ain’t No Need To Go No Further, dove la guida passa nuovamente a Harold, che ci delizia con la sua mouth harp, e a completare la trilogia dedicata a Jacobs una frenetica It Ain’t Right. A sorpresa un omaggio a Bob Dylan con una bella versione di Down In the Flood, che ne esalta gli aspetti blues, poi il pallino torna a Bonham che ci offre una elegante esibizione all’acustica slide in Lookin’ For My Baby e nella consueta alternanza dei due solisti è la volta di Harold che esegue una sua composizione That’s My Baby, molto jump blues, con Special Recipe Blues che ritorna alle sonorità vicine ai Fabulous Thunderbirds, tra R&R e blues assai speziato. La conclusione è affidata ad un classico di Magic Sam, una solida e ritmata You Belong To Me che conferma il buon valore di questa Gordon Bonham Blues Band.

Bruno Conti

Ne’ Moderno, Ne’ Antico, Solo Blues Sopraffino! Howell Devine – Modern Sounds Of Ancient Juju

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Howell Devine – Modern Sounds Of Ancient Juju – Arhoolie/Ird

Terzo album per questa inconsueta band americana, che prende il nome dai due componenti principali della formazione, Joshua Howell, cantante, chitarrista ed armonicista, e Pete Devine, batterista e percussionista, proponendoci la loro particolare visione del blues, che sembra provenire, grazie a qualche primitiva macchina del tempo, dalle origini di questa musica, intorno agli anni ’20 o ’30, in un qualche juke joint lungo le rive o il Delta del Mississippi, però attenzione stiamo parlando di una band contemporanea, composta da tre musicisti dei giorni nostri, bianchi per di più. Il loro secondo album (e primo per la Aarhoolie, che non metteva sotto contratto un musicista nuovo da una infinità di tempo) aveva un titolo perfetto per definire il tipo di musica, Jumps, Boogies & Wobbles https://www.youtube.com/watch?v=BPXI4ejS7jc , ma anche questo nuovo non scherza, Modern Sounds Of Ancient Juju  (e anche le copertine sono suggestive)! Joshua Howell, il leader, si divide tra chitarra, slide, armonica e canta con un voce spesso laconica e rilassata, ma allo stesso tempo precisa ed espressiva, Pete Devine, utilizza un kit di batteria molto ridotto, ma che gli permette di mostrare comunque una tecnica raffinatissima, sentite cosa non riesce a combinare nella sua composizione, Woogie Man, uno strumentale fantastico dove lui e il nuovo contrabbassista Joe Kyle jr, fanno i numeri ai rispettivi strumenti, mentre Howell lavora di fino all’armonica.

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Quindi musica semplice e primordiale, se vogliamo, come possiamo riscontrare ad esempio nella bellissima cover di I Can’t Be Satisfied di Mastro Muddy Waters, posta in apertura dell’album, forse poco elettrica nella strumentazione, ma elettrizzante nei risultati, con la slide di Howell che guizza e serpeggia alla grande https://www.youtube.com/watch?v=HPArJOgtGCs , se vogliamo fare un paragone forse può ricordare l’R.L. Burnside dei dischi anni novanta per la Fat Possum, meno selvaggio e più misurato, ma ricco di  feeling. Ci sono un paio di brani a firma Frank Stokes, uno dei bluesmen delle origini, It Won’t Be Long Now, dove Devine passa al washboard (come in parecchi brani dell’album) e il suono si fa ancora più minimale, qui si viaggia su sonorità alla Mississippi Fred McDowell o tipo i primissimi Hot Tuna, quelli acustici. Anche la cover di She Brought Life Back To The Dead, scritta da Sonny Boy Williamson II, ha questo suono scarno e primigenio, con un tipo di approccio vocale che potrebbe ricordare i pionieri bianchi del primissimo british blues, Cyril Davies, Alexis Korner e pure il John Mayall degli esordi, grazie all’uso continuo dell’armonica (un altro armonicista che non ha bisogno di presentazioni, Charlie Musselwhite, firma le brevi note di copertina, mentre anche Maria Muldaur ha espresso la sua ammirazione per questa band).

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Si prosegue con un brano originale di Joshua Howell, Let You Go, che comunque suona esattamente come le cover, con la chitarra acustica che sostituisce l’armonica https://www.youtube.com/watch?v=39IML7JMrZA . Quando passa all’elettrica, per l’altra cover di Stokes, Sweet To Mama, il suono rimane laconico ed essenziale ma sempre di grande efficacia, con il piedino che si muove a tempo con il ritmo, detto di Woogie Man, anche House In Field, firmato dall’accoppiata Howell/Devine, potrebbe venire dal repertorio di qualche oscuro bluesman degli anni ’20, mentre Shake ‘Em Down è proprio quella di Bukka White, e qui il sound si fa più elettrico, parte il boogie  https://www.youtube.com/watch?v=8uN6wdBaTmo , sembra quasi di ascoltare i primi Canned Heat o Hound Dog Taylor, con l’amplificazione ridotta al minimo, ma Howell e soci lavorano di fino, la chitarra slide viaggia alla grande e la band dimostra tutto il proprio valore con una grinta notevole. It’s Too Late Brother è un vecchio brano anni ’50, scritto dal batterista della Chess Al Duncan per il suo datore di lavoro Little Walter, ed è un altro tour de force per Howell, altrettanto bravo all’armonica quanto alla chitarra, Rollin’ In Her Arms è un altro brano originale del buon Joshua che dice di essersi ispirato a Howlin’ Wolf, un altro secco blues di grande impatto https://www.youtube.com/watch?v=uPzSNjjNt5s . Chiude la spettacolare Railroad Stomp, registrata dal vivo in un club di Richmond, California, la terra da dove proviene questo trio di musicisti, una classica “train tune” di quelle vorticose https://www.youtube.com/watch?v=15S_ElxpPz4 , con armonica, batteria e contrabbasso che partono per un viaggio nella stratosfera del country-blues. In una parola, bravissimi!

Bruno Conti    

“Hummel, E Sai Cosa Ti Aspetta”! Mark Hummel – The Hustle Is Really On

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Mark Hummel – The Hustle Is Really On – Electro-Fi

Dopo l’ultimo album di studio, Retro-active, pubblicato nel 2010, sempre per l’etichetta canadese Electro-Fi, Mark Hummel ha passato gli ultimi anni, discograficamente parlando, dedicandosi a Little Walter: prima pubblicando nel 2011 un CD, Blue Lonesome, sottotitolo Tribute To Little Walter, che riportava materiale registrato tra il 1984 e la prima decade degli anni 2000 (escamotage già utilizzato per l’appena citato Retro-active che conteneva pure quello materiale registrato in un lungo lasso di tempo) e poi partecipando al Remembering Little Walter della Blind Pig, in compagnia di molti colleghi armonicisti, uno dei migliori dischi di Blues dello scorso anno, giustamente candidato al Grammy per il miglior disco nella categoria ( e di cui avete letto ottime cose su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/05/18/e-dopo-i-chitarristi-una-pioggia-di-armonicisti-remembering/ ), poi vinto da Get Up, il disco di Ben Harper con Charlie Musselwhite (che era presente pure nel tributo).

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Ma Hummel non è comunque rimasto fermo, nel 2012 ha formato una Touring band, la Golden State-Lone Star Revue, con Anson Funderburgh e Little Charlie Baty alle chitarre, più RW Grigsby al basso e Wes Starr alla batteria, e con l’aggiunta di Doug James ai sax, ci ha registrato metà di questo disco, ai Joyride Sudios di Chicago nell’agosto del 2013. L’altra metà è stata registrata a luglio, in California, con un’altra band, dove il bassista rimane Grigsby, ma il chitarrista è Kid Andersen, Sid Morris al piano e June Core alla batteria. Il risultato è molto buono, il primo album di materiale “nuovo”, non ripreso dagli archivi, di Hummel da molti anni a questa parte e un bel disco regalato agli appassionati del blues di qualità https://www.youtube.com/watch?v=YEZJTrdm2Ng .

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Quattordici brani, quasi un’ora di musica, non mancano due brani con la firma quasi immancabile di Walter Jacobs, tra cui il super classico Crazy Legs, in versione Deluxe e una ottima Tonight With A Fool, con la solista di Kid Andersen a spalleggiare alla grande la voce e l’armonica di Mark, mentre in Crazy Legs c’è il solo Baty (che opera nell’altra metà dei Nightcats, dove non c’è più Baty, con Rick Estrin). La doppia chitarra regna sovrana (a fianco dell’armonica) nelle tirate Blues Stop Knockin’ molto vicina allo spirito dei Fabulous Thunderbirds https://www.youtube.com/watch?v=Q78YXiEbR2I , nella cadenzata I’m Gonna Ruin You Chicago Blues alla Muddy Waters https://www.youtube.com/watch?v=z0yRlrRjG0A , nella cover Boogie-blues molto swingante di The Hustle Is On https://www.youtube.com/watch?v=Df09IX2lD6c . Nei brani registrati in California con Kid Andersen si va decisamente sul Blues, come nella “classica” What Is That She Got, un brano del grande Muddy Waters, dove la slide e l’armonica regnano sovrane, con il piano di Morris a sottolineare il cantato molto scandito di Hummel. Bobby’s Blues evidenzia il sax di Doug James, che però dovrebbe suonare solo nelle canzoni registrate a Chicago, misteri delle note dei CD, comunque altro brano ricco di sostanza.

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Poderosa anche Sittin’ At The Bar, altro esempio di vibrante blues urbano anni ’50, con l’ottima solista di Andersen a guidare la danze. Più jazzata Give Me Time To Explain, ancora dalle sessions registrate a Chicago e che viene dal repertorio di Percy Mayfield, non male anche la ritmata You Got Me, dove Hummel lascia andare la sua armonica a pieni polmoni, delle due cover di Little Walter si è detto, rimane una divertente Lovey Dovey, Lovely One, dagli spunti anche R&B con Funderburgh e Little Charlie quasi telepatici nel loro interagire con l’ottima sezione ritmica. E poi ancora il classico slow blues, immancabile in ogni buon disco che si rispetti, Drivin’ Me Mad, che con i suoi sei minuti e mezzo concede qualcosa ai virtuosismi https://www.youtube.com/watch?v=3dxsz9cbPNc  Conclude la scatenata sarabanda per voce, sax, chitarra e armonica di Gee I Wish. Per parafrasare una vecchia pubblicità “Hummel, e sai cosa ti aspetta!”:

Bruno Conti

Quasi Gemelli Nel Blues, Brandon Santini e Jeff Jensen.

brandon santini this timejeff jensen road worn

Brandon Santini – This Time Another Year – Swing Suit Records

Jeff Jensen – Road Worn And Ragged – Swing Suit Records

Quasi una coppia di gemelli del blues, ok “gemelli diversi”, vengono da stati di origine differenti, uno, Brandon Santini, suona l’armonica, l’altro Jeff Jensen, la chitarra, però entrambi hanno scelto come città di elezione musicale, Memphis, dove hanno registrato i rispettivi dischi nei celebrati Ardent Studios, zona Beale Street, una delle mecche della musica delle radici americane, e, cosa più curiosa ed interessante, suonano ciascuno nel disco dell’altro, ma non solo, Jensen produce il proprio e co-produce, con Santini, il disco del “socio”, e usano esattamente gli stessi musicisti per i due album, anche se sono usciti poi in tempi diversi, già da alcuni mesi, ma la reperibilità del materiale di questa Swing Suit Records diciamo che non è tra le più agevoli. La sezione ritmica è composta da Bill Ruffino al basso e James Cunningham alla batteria, Chris Stephenson si occupa dell’organo e, quando serve, in alcuni brani, stesso ospite al piano, Victor Wainwright (che per quanto ne sappia non fa parte della “dinastia”).

brandon santini

Brandon Santini viene presentato come il nuovo crack dell’armonica, il migliore delle ultime generazioni, anche se io non sottovaluterei Greg Izor (http://discoclub.myblog.it/tag/greg-izor/) , ed in effetti in questo nuovo This Time Another Year, il suono dell’armonica è molto pimpante, classico e moderno al tempo stesso, anche per merito della produzione di Jensen, molto attenta ai particolari e curata negli arrangiamenti. Il fatto di avere una bella voce sicuramente non guasta, il tutto, unito ad un buon talento compositivo (solo un paio di cover, più un riadattamento di un classico, curiosamente, o forse no, come per Jensen, c’è un brano a firma Willie Dixon). La band ha un bel tiro, come testimonia la traccia di apertura, una Got Good Lovin’ che ricorda tanto il suono del british blues, dagli Yardbirds ai Nine Below Zero, quanto gruppi americani come Fabulous Thunderbirds o certe formazioni di West Coast e Texas Blues, con il basso che pompa di gusto, tutti che swingano ed armonica e chitarra che si dividono con misura gli spazi solisti anche se, ovviamente, la mouth harp fa la parte del leone. Nella cadenzata title-track ci si avvicina al classico Chicago Electric Blues, ma miscelato al suono di Memphis, Tennessee, come ricorda lo stesso Santini nel testo autobiografico del brano (dove si fa aiutare da un altro che di armoniche, e di blues, se ne intende, come Charlie Musselwhite), molto intenso, qualche reminiscenza di Help Me, con Jensen e Santini che sono quasi telepatici nei loro interscambi http://www.youtube.com/watch?v=npS_bamUzqI .

santini jensen

Sempre molto classica la corale What You Doing To Me, dal suono che si avvicina anche a New Orleans, con Wainwright che si prodiga al piano e alle armonie vocali http://www.youtube.com/watch?v=qdfIDe8ybIM ed eccellente uno slow blues come Late In the Evening, dove si percepisce il fantasma di Little Walter http://www.youtube.com/watch?v=CTaB-PHJ5Ck  e degli altri grandi della Chess, ma anche di Sonny Boy Williamson, cui viene reso omaggio pure in un brano firmato appunto con Willie Dixon, una Bye Bye Bird dove il suono si fa più acustico e raccolto. Dig Me A Grave, con l’organo di Stephenson e la chitarra di Jensen molto presenti, ha delle sonorità decisamente più moderne, e lui canta veramente bene http://www.youtube.com/watch?v=IddTP-qJMTc . Things You Putting Down è una di quelle dove si gusta di più l’armonica, mentre nella jazzata Been So Blue Jensen cesella gli accordi sulla sua solista. Coin Operated Woman, scritta ancora da Wainwright, vira di nuovo verso Chicago mentre lo showcase per Santini è una Help Me With The Blues, adattamento di un brano di Walter Horton, dove il piano di Wainwright viaggia come un treno, senza dimenticare la latineggiante Raise Your Window anche questa riadattata da un brano di Sonny Boy Williamson e Elmore James, e a chiudere Fish Is Bitin’, un tuffo tra cajun e folk bues.

jeff jensen

Il disco di Jeff Jensen, Road Worn And Ragged, forse è leggermente inferiore a livello qualitativo globale http://www.youtube.com/watch?v=DDlInpJ4YZM , forse, ma la partenza con un rock blues fulminante come Brunette Woman è da applausi a scena aperta, cantata in modo splendido e suonata anche meglio, con l’armonica di Santini subito in grande spolvero ed un assolo di chitarra di Jensen da sballo, grande apertura http://www.youtube.com/watch?v=CTqAg5_B5zQ . Notevole anche la cover di Heart Attack and Vine di Tom Waits, rivista come se fosse un brano di Howlin’ Wolf, quasi alla Spoonful, con la chitarra lancinante e l’organo di Stephenson in bella evidenza http://www.youtube.com/watch?v=FxNIe0Rw8so . Divertente e frenetico il rockabilly boogie dello strumentale Pepper e raffinato il blues after-hours della jazzata Gee Baby Ain’t I Good To You. Niente male anche le altre due cover, una Little Red Rooster a firma Willie Dixon, in una versione decisamente a velocità accelerata, con il consueto eccellente interscambio con l’armonica scintillante di Santini e Crosseyed Cat, un brano non conosciutissimo di Muddy Waters, che è puro Chicago sound. Raggedy Ann, il brano scritto con Wainwright, è una sorta di blues swingato con ampio spazio per il piano dell’ospite http://www.youtube.com/watch?v=_SXU3ECYy7E  e River Runs Dry è una notevole ballata, quasi da cantautore tradizionale, molta “atmosfera” e poco blues, ma non per questo meno bella, anzi. E si chiude, su una nota brillante, con il funky-soul, proprio da Memphis sound, della ritmatissima Thankful, con un altro assolo da “chitarra fumante” di Jensen, che conclude degnamente questo CD molto eclettico. Bravi entrambi, attenti a quei due!

Bruno Conti 

Il Nome Li “Tradisce” Ma Il Blues E’ Genuino! Egidio Juke Ingala & The Jacknives – Tired Of Beggin’

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Egidio Juke Ingala & The Jacknnives – Tired Of Beggin’ – Vintage Roots Rec.

Spesso gli “scribacchini” della carta stampata e non, tra cui includo anche il sottoscritto, si devono fare largo tra centinaia, anzi migliaia di album, che ogni anno continuano a inondare un mercato discografico sempre più asfittico. E ancora più spesso la scelta di cosa parlare e di cosa no, aldilà dei gusti personali, è ristretta anche dalla non facile reperibilità dei prodotti, sempre più auto gestiti dagli artisti stessi. Un CD di produzione indipendente italiana è più difficile da rintracciare di equivalenti prodotti inglesi ed americani (non sempre) e quindi, avendo tra le mani, questo nuovo “disco” di un gruppo italiano (tradito solo dal nome di battesimo del leader), mi accingo a rendervi edotti del tutto.

Intanto Egidio Juke Ingala è attivo discograficamente da un paio di decadi, ma in questa configurazione con i Jacknives si tratta di una prima. Armonicista e cantante, con trio al seguito, qui parliamo di Blues, anzi, come orgogliosamente proclamano sui loro manifesti “Old School Blues With a Swingin’ Feel”. Quindi cover e brani originali, sette per categoria, che sembrano uscire da vecchi vinili degli anni ’50, e soprattutto dal repertorio di etichette super specializzate come la Excello, la Specialty e la Chess Records, ma non i brani più noti, sarebbe troppo facile, quelli proprio oscuri che solo un grande appassionato può scovare. Naturalmente questo restringe e di molto la cerchia dei possibili fruitori ma non la qualità dell’album. Anche l’abbigliamento sfoggiato nelle foto di copertina, rigorosamente in bianco e nero, e la strumentazione, dove la presenza di un basso elettrico è una concessione alla “modernità” dilagante, sono sintomatiche dell’approccio rigoroso alla materia trattata.

Direi che per il leader della band, Egidio Ingala, tutto parte dallo studio di una trinità di armonicisti, Big Walter Horton, Little Walter e George Harmonica Smith (vi chiederete come faccio a saperlo? Semplice, l’ho letto nella piccola cartella stampa allegata al CD, come diceva Mourinho, non sono mica pirla) e poi da lì, con la passione e pedalando in giro per gli States e l’Europa, tra Festival vari,  ti costituisci una tua reputazione, incidi dischi, cerchi di farli conoscere e quindi un “aiutino” nella diffusione del verbo è sempre gradito, immagino. L’Electric Chicago Blues e lo swing della West Coast, che non è quella acida e country degli anni a venire, almeno per loro, sono gli ingredienti principali di questo Tired Of Beggin’, sia nei brani originali come nelle cover. Il sound è quello tipico di altri neo-tradizionalisti americani, direi che per fare un paragone conosciuto a molti, sono dei Fabulous Thunderbirds meno moderni, ma è per semplificare al massimo e spero sia un complimento.

Proprio l’iniziale Winehead Baby viene da quelle coordinate, con quella sua atmosfera vagamente indolente da New Orleans  inizio anni ’50, quando Dave Bartholomew con il suo amico Fats Domino inserivano elementi R&B e R&R nel blues, ma l’assenza del piano e la presenza preponderante di armonica e chitarra fanno sì che il brano abbia un suono decisamente più bluesato. I’m Tired of Beggin’ con il suo cantato leggermente distorto e i ritmi più mossi, viene dalla produzione di Ike Turner, che aveva “inventato” il R&& da poco con Rocket 88 e qui c’è spazio per la chitarra rockabilly di Marco Gisfredi, l’altro solista della band insieme a Ingala. Hey Little Lee, con un cantato leggermente “sporcato” da un leggero eco viene dalla produzione di James Moore, per gli amici (del blues) Slim Harpo. Cool It è uno strumentale swingato scritto da Gisfredi che si ritaglia uno spazio jazzy per la sua chitarra ma ne lascia ampiamente anche all’armonica.

In Last Words Ingala rende il favore, a tempo di shuffle mentre Come Back Baby ha la struttura da pezzo da big jump band ma viene adattato per quartetto. Fallen Teardrops è il classico slow blues d’ordinanza, un altro strumentale scritto da Ingala in tributo a Mastro George Smith, con il solito spazio anche per la chitarra dopo il lungo assolo dell’armonica cromatica. Don’t say a word è più grintosa e cattiva ed è seguita da un brano firmato dal bassista Massimo Pitardi e quindi con un ritmo più funky, qui direi che siamo “addirittura” negli anni ’60! Anche I’m Leaving You è più elettrica, un Howlin’ Wolf minore, qui mi si sembrano i Dr. Feelgood o i Nine Below Zero o se vi sembrano troppo “moderni”, i primissimi Yardbirds o Stones. Per non fare la lista della spesa delle canzoni l’album è validocomunque nella sua interezza e si conclude con Back Track., un omaggio a Walter Jacobs, altro amato componente della trinità dell’armonica. Verrebbe da dire, per Special(is)ty del Blues. Bravi!

La “ricerca” prosegue.

Bruno Conti

E Dopo I Chitarristi Una “Pioggia” Di Armonicisti – Remembering Little Walter

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Various Artists – Remembering Little Walter – Blind Pig Records 

Il dibattito su chi sia stato il più grande armonicista nella storia del Blues è ancora aperto, ma quasi tutti convengono che Marion Walter Jacobs, per la storia Little Walter, sia il candidato più accreditato. E’ sempre difficile fare graduatorie, ma se Jimi Hendrix vince, giustamente, tutte quelle in cui si parla di chitarra elettrica, Little Walter, uno dei primi ad elettrificare il suo strumento nella Chicago del dopoguerra e ad avere quel suono quasi da sassofono, una sorta di Charlie Parker del blues, per citare un altro che ha avuto una influenza incredibile sulla musica del ventesimo secolo, vince quella del più piccolo strumento a fiato (importante). Senza stare a farla troppo lunga, anche Walter (Little per non confonderlo con Big Walter Horton, venuto poco prima di lui e che molti considerano il più grande come tecnica pura allo strumento e ricordando anche i Sonny Boy Williamson, tra le influenze di Jacobs) si pone tra gli innovatori perché oltre a usare semplicemente l’amplificazione, come facevano altri, l’aveva fatta diventare uno strumento in sé, come era stato per Jimi con la chitarra, lavorare a volumi altissimi (per l’epoca) concedeva possibilità che altri non avevano saputo sfruttare.

Nato a Marksville, Lousiana Little Walter era già a Chicago nel primissimo dopoguerra, 1945, e nel 1948 entrava a far parte della band di Muddy Waters. Dopo poco più di venti anni vissuti pericolosamente, il 15 febbraio del 1968 moriva per le conseguenze di una rissa avvenuta la sera prima in un locale di Chicago (probabilmente l’ultima di una serie che si sommò ad altre avvenute in precedenza): non aveva ancora compiuto 38 anni. Jacobs, oltre ad essere stato “l’armonicista” per eccellenza, era anche un ottimo cantante ed autore e ha realizzato, oltre alle innumerevoli collaborazioni, anche una serie di album e canzoni a nome proprio. Per l’occasione di questo tributo, Remembering Little Walter, Mark Hummel ha radunato un gruppo di armonicisti che sono alcuni tra i migliori ancora in attività (direi che mancano James Cotton e Kim Wilson, così a occhio, tra i top players), ma non essendo un raduno degli alpini e suonando tutti i musicisti nella stessa occasione e non in una serie di registrazioni in diverse date, possiamo ritenerci più che soddisfatti per gli artisti presenti.

In quella serata del dicembre 2012 all’Anthology di San Diego, in aggiunta al citato Hummel ci sono Charlie Musselwhite, Billy Boy Arnold, Sugar Ray Norcia, James Harman e (Little) Charlie Baty, che oltre ad essere uno dei chitarristi della serata si cimenta anche all’armonica, Nathan James dei Rhythm Scratchers (che non conosco benissimo, ma prima era con Harman)) è l’altra chitarra (quella con la forma à la Bo Diddley), Jun Core il batterista,viene dalla band di Musselwhite e il bassista, RW Grigsby suona nei Blues Survivors di Hummel. Un gruppo compatto e solido e poi naturalmente, armonicisti come piovesse, 5+1 per la precisione. Prevalgono i bianchi,ma non è una critica, una semplice constatazione, sette bianchi, due neri e uno “abbronzato”, come ha detto qualcuno di nostra conoscenza, il risultato è più che soddisfacente, direi ottimo. Scorrono molti dei cavalli di battaglia di Jacobs: si parte con una I Got To Go dove il primo dei solisti a prendere il centro della scena è Mark Hummel, e via con i primi assolo, che peraltro sono il motivo di questa serata e quindi aspettiamone tanti. Poi è il turno di Charlie Musselwhite, con la lunga ed intensa Just A feeling, una delle migliori del concerto. Billy Boy Arnold, con una travolgente You’re So Fine, dimostra di essere ancora in grande forma, sia vocale che allo strumento e anche James Harman non scherza, con una vibrante It’s Loo Late Brother, uno dei pochi brani che non porta la firma di Little Walter.

Mean Old Frisco, uno dei preferiti di Eric Clapton, grande estimatore, che ricorda nelle note che “Little Walter è stato una molto, molto potente influenza sulla mia musica”, chiude il primo giro, nell’interpretazione di Sugar Ray Norcia. Si riparte con una ondeggiante e tipica One Of These Morning affidata a Charlie Musselwhite, che a dispetto dei quasi 70 anni è sempre in gran forma (ma non dimentichiamo che il decano della serata, Billy Boy Arnold va per i 78, e non si direbbe). A seguire una riflessiva e delicata Blue Light “pennellata” da un ottimo Hummel, con la sua armonica che riverbera dalle casse dell’impianto in questo favoloso brano strumentale e da Crazy Mixed Up World, uno dei due brani firmati da Willie Dixon, con James Harman che guida con brio il manipolo di musicisti. Up The Line di Sugar Ray Norcia è una di quelle con i tempi più “strani” ma sempre compatibile con il classico electric Chicago Blues della serata. Ancora un grande Arnold con Can’t Hold Out Much Longer che ricordo su 461 Ocean Boulevard di Clapton e poi, tutti insieme appassionatamente, per una corale My Babe, l’altro brano di Dixon, che era la canzone più famosa di Little Walter, sei assolo, dicasi sei, in sequenza, per un gran finale di un ottimo disco, super consigliato agli aficionados dell’armonica ma, in generale, per tutti gli amanti del Blues classico.

Bruno Conti