Il Ritorno Di Uno Dei Tanti Outsiders Americani, Di Quelli Veramente Bravi. Jason Eady – Jason Eady

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Jason Eady – Jason Eady – Old Guitar/Thirty Tigers CD

Qualche mese fa stavo riordinando la mia collezione di CD, e quando mi è capitato tra le mani Daylight And Dark, una delle sorprese più piacevoli del 2014, mi sono chiesto che fine avesse fatto il suo autore, il bravo cantautore del Mississippi Jason Eady. La risposta è arrivata di recente, allorquando è uscito il nuovo album di Jason (il precedente non era l’esordio, ce n’erano già quattro usciti prima, ma vi sfido a trovarli nuovi ed a prezzi umani), che il nostro ha deciso di intitolare semplicemente con il suo nome. E la semplicità è proprio la sua caratteristica principale, in quanto le sue canzoni sono costruite con pochi accordi, suonate con un numero limitato di strumenti, e quasi sempre acustici: ma la sua è una musica vera, autentica, un tipo di country che è distante anni luce da quello finto che passa nelle radio di settore, e per questo Jason non sarà mai un million seller, ma di sicuro i suoi album troveranno sempre spazio nelle collezioni di chi ama la musica pura. Jason Eady è forse ancora migliore di Daylight And Dark, e più maturo, e le canzoni sembrano scritte ed eseguite con piglio maggiormente sicuro: la produzione è ancora nelle mani di Kevin Welch, cantautore dell’Oklahoma ben noto su queste pagine, mentre tra i musicisti coinvolti troviamo il grande Lloyd Maines, che suona un gran numero di strumenti a corda, la bravissima violinista Tammy Rogers (membro degli SteelDrivers ma anche presente in molti album di Buddy e Julie Miller) e, come voce di supporto in un brano, nientemeno che Vince Gill (oltre alla moglie di Eady stesso, Courtney Patton, alle armonie vocali).

Jason, che ha anche una bella voce, ci delizia quindi per i 35 minuti scarsi del disco, con una serie di canzoni scritte ed eseguite in modo classico, puro country d’autore per chi vuole suoni veri, personali, non appariscenti ma di grande impatto emotivo: le sue influenze sono nobili (Willie Nelson, Merle Haggard, Joe Ely, Guy Clark), ma in definitiva non somiglia a nessuno di questi. Il CD si apre con Barabbas, una ballata molto intensa e decisamente ispirata, dalla musicalità profonda, con steel e dobro ad accarezzare la melodia e la voce espressiva di Jason a fare il resto. Drive è più ritmata, anche se gli strumenti restano acustici, al punto da farla sembrare un canto folk d’altri tempi, merito anche di un motivo dal sapore tradizionale; splendida Black Jesus, dotata di una melodia diretta e vincente, una country song pura come l’acqua e suonata in maniera deliziosa, mentre No Genie In This Bottle, una drinkin’ song con due strumenti in croce ma dal feeling notevole, è nobilitata dalla seconda voce di Gill e da un’atmosfera degna di John Prine.

Molto bella anche Why I Left Atlanta (ma di brani di livello basso non ce ne sono), altra country balad accattivante che ricorda certe sonorità “americane” dell’Elton John dei primi anni settanta, Rain è ancora un pezzo di stampo tradizionale, con banjo e violino protagonisti, ed un motivo folkeggiante che fa la differenza, Where I’ve Been è uno squisito brano delicato e gentile, decisamente toccante, che non fa che confermare la bravura di Eady nello scrivere canzoni semplici ma intense. Waiting To Shine, vivace, ritmata e godibile, precede Not Too Loud, languida e tersa ballata di grande spessore, e la conclusiva 40 Years, struggente e poetica, accompagnata solo da chitarra e violino ma dal pathos indiscutibile. Pensavo si fosse perso Jason Eady, ed invece eccolo di nuovo tra noi, e più in forma che mai.

Marco Verdi

Due Notevoli Ristampe…Nel Segno Del Texas! Steve Earle – Guitar Town/Terry Allen – Lubbock (On Everything)

steve earle guitar town deluxe

Steve Earle – Guitar Town/30th Anniversary Edition – MCA/Universal 2CD

Terry Allen – Lubbock (On Everything) – Paradise Of Bachelors 2CD

Parliamo di due ristampe, ma non ristampe qualsiasi, in quanto nella fattispecie si tratta di due dischi a loro modo fondamentali, l’uno perché ha dato il via ad una carriera luminosa (e l’album in sé è considerato tra i più importanti nell’ambito della rinascita del country nella seconda metà degli anni ottanta), ed il secondo perché è semplicemente un capolavoro, il miglior lavoro di uno degli artisti di culto per eccellenza: entrambi i dischi, poi, hanno il Texas come elemento in comune.

Steve Earle, a dire il vero, è sempre stato un texano atipico, in quanto ha vissuto per anni a Nashville e da parecchio si è spostato a New York, ma la sua musica, almeno nei primi anni, risentiva non poco dell’influenza del Lone Star State. Penso che un disco come Guitar Town non abbia bisogno di presentazioni: considerato giustamente come uno degli album cardine del movimento new country breed (solitamente associato a Guitars, Cadillacs di Dwight Yoakam, uscito lo stesso anno), contiene una bella serie di classici di Steve, brani che hanno resistito nel tempo e che ancora oggi suonano freschi ed attuali, in più con una qualità di incisione decisamente professionale (è stato uno dei primi album country ad essere inciso in digitale), che questa nuova edizione ha ulteriormente migliorato. Non dimentichiamo che Steve aveva avuto molto tempo per preparare queste canzoni, dato che aveva iniziato a frequentare l’ambiente giovanissimo già negli anni settanta (era nel giro di Guy Clark e Townes Van Zandt), ma non era mai riuscito a pubblicare alcunché prima del 1986, complice anche una fama di ribelle e di persona dal carattere poco accomodante (con già tre matrimoni falliti alle spalle, mentre oggi siamo arrivati a sette), che da lì a qualche anno lo condurrà anche dietro le sbarre. Earle nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal rock, al folk, alla mountain music, al blues, ma Guitar Town, così come Exit 0 uscito l’anno dopo, era ancora un disco country, anche se molto elettrico e con poche concessioni al suono di Nashville, merito anche dei Dukes, band che accompagnerà Steve praticamente durante tutta la carriera, pur con vari cambi di formazione (questa prima versione vede gente del calibro di Richard Benentt, in seguito collaboratore fisso di Mark Knopfler, Bucky Baxter, poi per anni in tour con Bob Dylan, Harry Stinson ed Emory Gordy Jr., che produce anche il disco).

Guitar Town andrà al numero uno in classifica, ma Steve a questo non importerà, dato che da lì a due anni darà alle stampe il suo capolavoro, Copperhead Road, pieno di sonorità rock non molto nashvilliane, con grande scorno dalla MCA che pensava di fare di lui una superstar. E’ sempre un grande piacere riascoltare comunque grandi canzoni (e futuri classici del genere) come la title track, Good Ol’ Boy (Gettin’ Tough) e Someday, scintillanti country-rock come Goodbye’s All We’ve Got Left e Fearless Heart, o country puro come la tersa Hillbilly Highway, chiaramente influenzata da Hank Williams, ma anche esempi dello Steve balladeer, con le lucide ed intense My Old Friend The Blues e Little Rock’n’Roller (ma Think It Over e Down The Raod non sono certo dei riempitivi): tutti brani che se conoscete un minimo il nostro non vi saranno certo ignoti. Il secondo CD di questa edizione per il trentennale ci propone un concerto inedito, registrato a Chicago a Ferragosto dello stesso anno, inciso benissimo, e con Steve e Dukes  in gran forma che suonano tutte le canzoni di Guitar Town, in veste molto più rock che su disco (che qua e là qualche arrangiamento più “cromato” ce l’aveva), oltre a sette pezzi in anteprima da Exit 0 (su dieci totali), tra cui segnalerei la springsteeniana Sweet Little 66, il country’n’roll The Week Of Living Dangerously e la trascinante San Antonio Girl, uno splendido tex-mex in puro stile Sir Douglas Quintet, ed in più la sua signature song The Devil’s Right Hand, due anni prima di Copperhead Road ed in versione molto più country (ma l’aveva già incisa Waylon Jennings, che Steve ringrazia prima di suonarla) ed una solida rilettura elettrica di State Trooper, proprio quella del Boss.

terry allen lubbock

Terry Allen è invece sempre stato legato a doppio filo al natio Texas, dal momento che le sue canzoni ne hanno sempre parlato in lungo e in largo, e questa può essere una delle ragioni per le quali all’interno dei confini texani è una vera e propria leggenda, ma al di fuori non ha mai sfondato. Però Terry se ne è sempre fregato, ha sempre fatto musica quando aveva la voglia e l’ispirazione (appena nove dischi in quarantun anni parlano chiaro), e non ha mai cambiato il suo stile diretto, ironico e pungente, a volte persino “perfido”, al punto che l’ho sempre visto, dato che è anche un ottimo pianista, come una sorta di Randy Newman texano, ma con una vena sarcastica spesso ancora più accentuata, quasi a livello di Warren Zevon (che quando voleva sapeva essere cattivo come pochi). Anche apprezzato pittore, Allen è considerato in maniera un po’ riduttiva un artista country, ma in realtà è un songwriter fatto e finito, capace di scrivere canzoni geniali e di usare il country come veicolo espressivo. Il suo esordio, Juarez (già un ottimo disco) è datato 1975, ma è con il doppio Lubbock (On Everything), uscito quattro anni dopo, che il nostro firma il suo capolavoro, un disco pieno di grandi canzoni, che non ha una sola nota fuori posto, suonato e cantato alla grande e che negli anni è sempre stato considerato un album di grande ispirazione da parte dei suoi colleghi, e ancora oggi è giudicato uno dei progenitori del movimento alternative country. Negli anni Lubbock ha beneficiato di diverse ristampe in CD, ma tutte, volendolo far stare su un solo dischetto, presentavano diverse parti accorciate, canzoni in ordine diverso e talvolta persino eliminate (High Horse Momma), così da snaturare l’opera originale. Oggi finalmente esce per la Paradise Of Bachelors (*NDB etichetta specializzata in artisti oscuri, ma spesso interessanti: Hiss Golden Messenger, Itasca, Nathan Bowles, Steve Gunn, ma anche Michael Chapman) questa bellissima ristampa in doppio CD digipak, ricco libretto pieno di note e commenti (anche di Allen stesso), un suono parecchio rinvigorito e, cosa più importante, per la prima volta dal vinile originale le canzoni conservano la loro lunghezza e sono messe nell’ordine corretto. Ed il disco si conferma splendido, con Terry accompagnato da una band da sogno (con Lloyd Maines come direttore musicale, polistrumentista e produttore, più Ponty Bone alla fisarmonica, Kenny Maines e Curtis McBride a basso e batteria, Richard Bowden al violino, oltre a Joe Ely all’armonica ed al suo chitarrista dell’epoca Jesse Taylor).

Con una serie di canzoni splendide, a partire dalla più famosa, la straordinaria New Dehli Freight Train che era già stata pubblicata due anni prima dai Little Feat nell’album Time Loves A Hero, qui in una versione potente e più country di quella del gruppo di Lowell George, ma pur sempre un grandissimo brano. Il pianoforte è centrale in tutte le canzoni, fin dall’apertura di Amarillo Highway, una country song strepitosa, cantata con forza e suonata in modo magnifico, con un ritornello memorabile, subito seguita dalla languida High Plains Jamboree, tutta incentrata su piano e steel, dallo scintillante honky-tonk The Great Joe Bob e dalla straordinaria The Wolfman Of Del Rio, solo voce, piano e chitarra, ma con un motivo splendido ed un feeling enorme. E ho nominato solo le prime quattro, ce ne sono ancora diciassette, ma il livello resta sempre altissimo, a tal punto che la parola capolavoro non è sprecata: mi limito a citare la squisita The Girl Who Danced Oklahoma, puro country come oggi non si fa quasi più, l’irresistibile Truckload Of Art (ma dove le trovava canzoni così?), le imperdibili Oui (A French Song) e Rendezvous USA, con testi da sbellicarsi e musica sublime, la bossa nova anni sessanta Cocktails For Three, la già citata High Horse Momma, un gustoso pastiche in puro stile dixieland, le caustiche FFA e Flatland Farmer, unite in medley e con uno strepitoso finale chitarristico, la geniale The Pink And Black Song, tra rock’n’roll e doo-wop, e la deliziosa The Thirty Years War Waltz, tra le più belle del disco e con Terry formidabile al piano.

Se non avete Lubbock (On Everything) è assolutamente arrivato il momento di correre ai ripari, se viceversa possedete anche una delle precedenti ristampe non è strettamente necessario l’acquisto di quest’ultima edizione, ma almeno andate a risentirvelo.

Marco Verdi

Due Texani, Due Chitarre E Belle Canzoni! Randy Rogers & Wade Bowen – Watch This

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Randy Rogers & Wade Bowen – Watch This – Lil’ Buddy Toons CD

Randy Rogers e Dave Bowen, countrymen texani dal pelo duro, ci hanno preso gusto e, dopo l’ottimo album in duo Hold My Beer dello scorso anno, sono andati in tour: un tour che ha avuto un buon successo, con sale da concerto e dance halls (texane e non) stipate all’inverosimile, e Watch This, registrato a Dallas e San Marcos, è la testimonianza di quelle serate. A dire il vero anche Hold My Beer inizialmente doveva essere un live, ma poi i due, provando i brani nello studio di Lloyd Maines, si sono divertiti a tal punto che, canzone dopo canzone, hanno costruito un disco che è stato votato tra i migliori album di country made in Texas dello scorso anno; se in quel disco Rogers e Bowen avevano una band alle spalle, la tournée che ne è seguita li vedeva sul palco in perfetta solitudine, solo due voci e due chitarre, e Watch This, a parte un intervento all’armonica da parte di Kyle Wieters in West Texas Rain, li vede esibirsi in questa configurazione.

Ebbene, se qualcuno può (legittimamente) pensare che 19 canzoni per quasi un’ora e venti di musica completamente acustica possano alla lunga stancare, voglio rassicurare chi legge che non è affatto così: i due sono showmen consumati, conoscono il loro pubblico alla perfezione e sanno che cosa dargli, hanno un affiatamento perfetto e, last but not least, possiedono entrambi un songbook di tutto rispetto. I 19 brani sono divisi a metà tra canzoni di uno e dell’altro, nove a testa (più un breve ed esilarante divertissement, Whataburger, durante il quale i due si divertono ad improvvisare dei condimenti per un hamburger): non ci sono cover, e neppure un brano tratto da Hold My Beer, ma solo alcuni episodi salienti tratti dalle due rispettive carriere. E, come già accennato, il duo funziona: la musica è Texas country al 100%, tipiche ballate arse dal sole nella miglior tradizione del Lone Star State, ed i due amici sono anche intrattenitori provetti, scherzano, si prendono in giro, intervengono uno nel brano dell’altro, si interrompono a vicenda (come nella finale Saturday Night di Bowen, dove Rogers ad un certo punto si ferma per ben due volte per raccontare due divertenti aneddoti inerenti alla canzone che stanno suonando, per poi ricominciare ad armonizzare come se niente fosse).

Ma, cazzeggio a parte, Watch This è soprattutto musica, eseguita sì just for fun (ed i due si divertono davvero), ma quando suonano e cantano lo fanno in maniera decisamente seria e professionale, anche se lo spirito rimane conviviale: canzoni che più texane non si può (Kiss Me In The Dark, Who I Am, Interstate, Fuzzy, l’opening track Tonight’s Not The Night), brani tra il serio e l’ironico (la trascinante Songs About Trucks di Bowen), oppure ballate nella più pura tradizione di autori come Townes Van Zandt e Guy Clark (West Texas Rain, bellissima); ma il disco va preso nel suo insieme, non c’è una sola canzone da buttare o che non valga la pena ascoltare e, credetemi, al quarto o quinto brano non vi accorgerete neppure più dell’assenza di una band. Due amici, due chitarre, un pubblico caldo e preparato, belle canzoni, humour e tanto feeling: questo (e anche di più) è Watch This.

Marco Verdi

Si Era Solo Preso Una Breve Pausa! Dub Miller – The Midnight Ambassador

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Dub Miller – The Midnight Ambassador – Smith Entertainment CD

Alzi la mano chi si ricorda di Dub Miller? Texano, esordì nel 2001 con l’ottimo American Troubadour, subito bissato l’anno successivo con l’altrettanto valido Post Country, entrando nel novero dei nomi più brillanti di quel movimento nato a cavallo tra Oklahoma e Texas e chiamato Red Dirt. Poi silenzio assoluto fino ad oggi (solo un live nel 2015, ma con registrazioni del 2002), un lunghissimo periodo durante il quale il nostro ha tentato prima di laurearsi in giurisprudenza (ma abbandonando di fatto i corsi al secondo anno) e poi di intraprendere la carriera di promoter ed organizzatore di concerti, anche qui con poco successo. Dub deve poi aver capito che il meglio è in grado di darlo soprattutto come cantautore, dato che ha finalmente deciso di tornare a fare musica, e pubblicando il suo primo album di brani originali in 14 anni, intitolandolo The Midnight Ambassador: quasi tre lustri lontano dalle scene è un periodo che sarebbe lunghissimo anche per una star affermata, figuriamoci per uno che non aveva neppure raggiunto lo status di artista di culto. Roba da stroncare sul nascere una carriera, specie in tempi come quelli odierni dove tutto viaggia velocissimo e non c’è il tempo di aspettare chi rimane indietro: ma Miller non si è spaventato, ha inciso le sue canzoni con calma e nel modo in cui voleva lui, e le ha pubblicate solo quando se lo sentiva, ed il risultato finale è decisamente riuscito, in quanto The Midnight Ambassador è un signor disco di puro songwriting country texano, una collezione di canzoni (undici) che ci restituisce un musicista che nonostante l’assenza dalle scene non ha perso lo smalto, come se questo nuovo lavoro fosse stato registrato un anno dopo Post Country.

Dub alterna brani country-rock diretti e fruibili a ballate profonde, ed è proprio in queste ultime che eccelle, in quanto è uno che sa scrivere, ha feeling, senso della musica, ed in più la vita non è che  gli abbia dato grandi soddisfazioni: i suoi colleghi però non si sono dimenticati di lui, dato che nell’album suonano personaggi come Cody Braun (uno dei due fratelli leader dei Reckless Kelly), il grande Lloyd Maines (il più grande produttore texano, che però qua si “limita” a suonare la steel guitar), il noto songwriter e musicista di Nashville Scott Davis, mentre il produttore è Adam Odor, uno che in carriera ha collaborato con Ben Harper, Jason Boland e Cody Canada. Il disco è stato registrato in parte in Texas, a Wimberley, ed in parte agli Abbey Road Studios di Londra. L’album non parte col botto, ma in maniera molto intensa con Things I Love About You, una sinuosa e toccante ballata, impreziosita dall’interpretazione ricca di pathos da parte di Dub e dagli ottimi interventi di steel (Maines) e violino (Braun). La mossa Broken Crown mi ricorda parecchio (anche il timbro vocale è simile) un brano alla Tom Russell, quel misto tra rock, western e Messico tipico del cowboy di Los Angeles: la splendida melodia ed il ritmo sostenuto rendono la canzone ancor più coinvolgente; The Day Jesus Left Odessa (bel titolo) è uno slow dal motivo decisamente emozionante, che ci mostra che il nostro è un autore forse non prolifico ma decisamente dotato di talento: uno dei pezzi più belli che ho ascoltato ultimamente (e non solo country). Mandi Jean ha curiosamente un refrain springsteeniano, anche se l’accompagnamento non ha nulla a che vedere col Boss (però con quel titolo!).

Charlie Goodnight, che inizia per voce, chitarra e violino (ma poi entra anche il resto della band, anche se in punta di piedi), ci conferma che il nostro si trova particolarmente a suo agio con le ballate: brano fluido e disteso, anch’esso tra i più riusciti; Comfortably Blue è invece un country-folk diretto e saltellante, che si apprezza fin dalle prime note: il bello di questo disco, oltre alle canzoni, sono gli arrangiamenti puliti ed essenziali, come se Dub avesse capito che a volte il meglio lo si ottiene per sottrazione. La cadenzata The Last Church Bell è caratterizzata da un gustoso botta e risposta voce-coro, mentre Taking Our Sunshine Away è il pezzo più elettrico del disco, un rockabilly texano al 100%, seguito senza soluzione di continuità da Big Chief Tablet, uno scintillante country-rock e dotato ancora di gran ritmo. Il CD termina con Ain’t No Cowboy, una western song dal tono epico, cantata con il giusto grado di drammaticità e suonata con grande perizia, e con la title track, un finale dai colori crepuscolari, ancora dominato da violino e steel.

Quattordici anni di assenza è un periodo lunghissimo, ma sembra che Dub Miller sia tornato più bravo di prima: speriamo soltanto che stavolta rimanga.

Marco Verdi

Il Ritorno Di Uno Dei Grandi Texani! Joe Ely – Panhandle Rambler

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Joe Ely – Panhandle Rambler – Rack’em CD

In realtà non se ne era andato da nessuna parte, ma comunque negli ultimi vent’anni la carriera di Joe Ely, texano doc, ha subito un deciso rallentamento, con una media di almeno quattro anni tra un disco e l’altro (e difatti il suo precedente lavoro, l’ottimo Satisfied At Last, è del 2011). Ma Joe, a parte gli inizi, quando pubblicava un LP all’anno, è sempre stato così, i dischi li ha sempre pensati e meditati, e fatti uscire quando davvero pensava ne valesse la pena, con il risultato di farlo entrare nel ristretto club di musicisti che non hanno (quasi) mai sbagliato un disco (solo un paio di tentennamenti: Hi-Res del 1984, che aveva buone canzoni ma pativa la scelta di Joe di dare al suono una veste moderna ed elettronica, e Happy Songs From The Rattlesnake Gulch del 2007, al quale invece mancavano proprio le canzoni): questo però non gli ha certo aperto le porte della celebrità e del successo, nonostante io (e non solo io) lo consideri uno dei grandi (ma ha sempre avuto anche la stima incondizionata di grandi colleghi, Bob Dylan e Bruce Springsteen su tutti).

E’ stato lasciato a piedi ben due volte da una major (tra l’altro la stessa, la MCA), ma lui se ne è giustamente fregato e, dopo aver girato alcune etichette indipendenti anche di buon nome (Hightone, Rounder), ha deciso dal 2007 di distribuire da solo i propri dischi. Panhandle Rambler (il Panhandle, letteralmente “manico della padella”, è la zona a nord del Texas, quella quadrata per intenderci, nella quale sorgono sia Lubbock, città della quale Joe è originario, che Amarillo, dove è nato) è quindi il suo nuovissimo lavoro: dodici canzoni di puro e classico Joe Ely, nel quale il nostro rivisita un po’ tutti gli stili esplorati durante una carriera ormai quarantennale, passando con disinvoltura dal rock al country, dalla ballata dal sapore messicano al folk, con il sigillo della sua splendida voce, per nulla scalfita dal passare degli anni. Tra i musicisti che lo accompagnano in questa nuova avventura troviamo quasi tutti i nomi presenti anche in album del passato, da Gary Nicholson a Lloyd Maines a Joel Guzman, passando per Glen Fukunaga ed il formidabile chitarrista flamenco olandese Teije Wijnterp (l’ho visto anni fa dal vivo nella band di Joe e credetemi ne vale la pena), in aggiunta ad altri di ottimo valore, sotto la produzione di Ely stesso.

Panhandle Rambler è un buon disco, che ci fa ritrovare un musicista ispirato e ancora voglioso di fare musica anche se non è un capolavoro, ma il classico album da tre stelle e mezza: Joe è andato sul sicuro, si è preso pochi rischi e ha preferito dare ai suoi fans esattamente quello che si aspettano da lui, con qualche guizzo ma anche un paio di episodi minori; inoltre, credo che se si rivolgesse ad un produttore esterno in grado di dare più profondità e sfaccettature al suono (Maines sarebbe perfetto) tutto l’insieme ne guadagnerebbe, così com’è in alcuni punti il sound appare un po’ monolitico (e comunque avercene di dischi così, sia chiaro).

L’album inizia con Wounded Creek: avvio lento, con Teje che arpeggia da par suo, odore di border e la voce limpida e chiara di Joe che avvolge il tutto, un brano comunque simile a molti altri scritti dal nostro in passato. Magdalene è una resa toccante e piena di pathos di una ballad scritta da Guy Clark, gli strumenti sono pochi ma i brividi lungo la schiena non mancano, specie quando entra la fisa di Guzman; Coyotes Are Howlin’, introdotta da un basso pulsante e dalla chitarra flamenco è il tipico brano epico del nostro, una di quelle cavalcate nella prateria alle quali Joe ci ha abituato nel corso degli anni, ma che è sempre un piacere ascoltare. Ogni disco di Ely che si rispetti deve avere almeno una canzone dell’amico Butch Hancock, e qui troviamo When The Nights Are Cold, un’intensa ballata guidata dall’accordion, passo strascicato e struttura classica, cantata da Joe con la consueta espressività; la saltellante Early In The Mornin’ è un gustoso country-folk elettroacustico, con un motivo centrale che si fischietta dopo due ascolti.

La spedita Southern Eyes è un rockabilly texano che uno come Joe è in grado di scrivere mentre dorme, non particolarmente originale (e dura almeno due minuti di troppo), Four Ol’ Brokes ha il classico sapore del western di confine, anche se stenta a decollare, mentre Wonderin’ Where è una rock ballad limpida ed ariosa, una di quelle per cui Joe è noto, ed è una delle più riuscite del CD. Ancora meglio Burden Of Your Load, un intrigante uptempo dalla melodia che si insinua sottopelle ed una performance spettacolare di Guzman, mentre Here’s To The Weary è un godibilissimo western swing fatto alla maniera di Joe, e cioè con un arrangiamento quasi rock. Chiudono il CD la sinuosa Cold Black Hammer e la potente You Saved Me, una rock song elettrica e vibrante che ci fa ritrovare il musicista di dischi come Love And Danger.

Non sarà il suo disco migliore ma, come già detto, questo è il Joe Ely del 2015, prendere o lasciare: e noi, volentieri, prendiamo.

Marco Verdi

Ripassi Per Le Vacanze 2: Un Disco Ambizioso Che Seduce ! Danny Schmidt – Owls

danny schmidt owls

Danny Schmidt – Owls – Live Once Records

Danny Schmidt (per chi ancora non lo conoscesse), potrebbe richiamare, a prima vista, l’ennesimo songwriter arrivato dal nulla, ma nel caso in questione la sua storia è un pochino diversa. A Schmidt, una vita “on the road” e parecchi mestieri alle spalle, sul più bello viene diagnosticata una grave malattia che lo sorprende privo di una assicurazione sanitaria (succede nella democratica America), e quindi il buon Danny (con le spalle al muro) si interroga su quale sia il metodo più veloce e concreto per fare qualche soldo e salvarsi la vita, ed è così che decide di rispolverare la chitarra e realizzare i primi album autoprodotti, Live At The Prism Coffeehouse (99), Enjoying The Fall (01), Make Right The Time (03), Parables & Primes (05), che vende a fans ed amici, quanto basta per pagarsi le spese mediche, sbarcare il lunario e capire che il “cantautore” è il lavoro che deve fare da grande. Con il successivo Little Grey Ship (07) calamita l’attenzione degli addetti ai lavori (e della Red House Records), che lo mette sotto contratto per l’ottimo Instead The Forest Rose To Sing (09) e Man Of Many Moons (11), a cui fa seguito la collaborazione con la compagna della sua vita, Carrie Elkin, in For Keeps (14), e qui la favola a lieto fine sarebbe finita se non vi dovessi parlare anche di questo Owls.

Da tempo ormai la scuola di Austin è sinonimo di garanzia, un fulcro dinamico di musica, ed è qui che negli studi Fire Station in San Marcos, Texas, sotto la produzione di David Goodrich (Chris Smither, Peter Mulvey, Jeffrey Foucault), anche a chitarre e piano, Danny ha radunato una valida schiera di eccellenti musicisti, a partire dal grande Lyod Maines alla steel guitar (la sua impronta si nota in tutto il percorso dell’album), Mike Meadows alla batteria e percussioni, Andrew Pressman al basso, Keith Gary al pianoforte, e naturalmente non poteva mancare la moglie Carrie alle armonie vocali, con il contributo di Daniel Thomas Phipps e Ali Holder, il risultato sono undici ballate intense e suonate in modo coinvolgente.

Le “gufate” partono con la romantica, lenta e triste Girl With Lantern Eyes, su un tessuto di chitarra spagnola, e proseguono con la bella e robusta The Guns & The Crazy Ones (siamo dalle parti del migliore Ray LaMontagne), il folk-blues ritmico di Soon The Earth Shall Swallow, per poi passare alle mai dimenticate atmosfere “harvestiane” di Faith Will Always Rise, e il folk inquieto e scarno di una Bad Year For Cane. Si cambia ritmo con Looks Like God, una ballata meravigliosa dove la band suona tutta all’unisono, mentre la seguente e sognante Cries Of Shadows viene valorizzata dal controcanto della Elkin https://www.youtube.com/watch?v=ObChGHcDDjk , con la coppia che si ripropone nelle dolcezze folk di All The More To Wonder e Cry On The Flowers, mentre si va a chiudere alla grande con Paper Cranes, brano con accenti “psichedelici” che rimandano al folk inglese https://www.youtube.com/watch?v=JaaGQcD5v1A , e il vigoroso sostegno di una band elettrica in una “dylaniana” Wings Of No Restraint, una spettacolare cavalcata tra folk e tradizione.

Nel corso degli ultimi anni, Danny Schmidt ha guadagnato una forte connotazione di cantautore di “culto” per la profonda liricità della sua scrittura, abbinata a delle melodie di una bellezza intensa che attirano immediatamente l’ascoltatore, e questo nuovo lavoro Owls, credetemi, è cantato e suonato con il cuore. Niente male per un artista che abbiamo rischiato di perdere o non di conoscere mai!

Tino Montanari

Un Grande Vecchio Texano Doc! Ray Wylie Hubbard – The Ruffian’s Misfortune

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Ray Wylie Hubbard – The Ruffian’s Misfortune – Bordello Records

Questo signore ormai viaggia anche lui verso i settanta, e dopo quasi quarant’anni di carriera (e, con questo, 16 album alle spalle) http://discoclub.myblog.it/2012/04/23/l-ultimo-fuorilegge-ray-wylye-hubbard-the-grifter-s-hymnal/ , è ancora oggi considerato come una delle figure di maggior riferimento del movimento country progressivo texano, quello che ha fatto conoscere Austin sulle cartine geografiche musicali (anche per merito della epica Up Against The Wall, Redneck Mother, resa famosa da Jerry Jeff Walker). Chi segue fedelmente la produzione discografica di questo grande “outlaw texano”, sa che non deve aspettarsi una copiosa uscita di album, ne tantomeno dischi realizzati per “majors” altisonanti, e fin dalla bellissima foto del retro del digipak che lo ritrae in un primo piano quanto meno impietoso, con le rughe che gli segnano il volto e la barba bianca incolta, Ray Wylie Hubbard mostra tutta la sua “onestà”. Una schiera di musicisti, più o meno famosi, fa bella mostra di sé nei solchi virtuali delle dieci tracce del CD in questione: oltre a Ray Wylie alle chitarre e armonica, troviamo il figlio Lucas Hubbard alle chitarre acustiche e elettriche, Gabe Rhodes al mandolino e percussioni, Rick Richards batteria e percussioni, il co-produttore George Reiff al basso, la bella e brava Eleanor Whitmore al violino, con l’apporto vocale delle quasi immancabili McCrary Sisters, che rendono estremamente piacevoli le canzoni del nuovo album.

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La prima cosa che noterete quando inserirete The Ruffian’s Misfortune nel lettore CD è la voce di catrame e intrisa da mille bourbon di Hubbard, a partire dall’iniziale All Loose Things, un blues dalla potente sezione ritmica, come nella seguente Hey Mama My Time Ain’t Long (scritta con il giovane Jonathan Tyler https://www.youtube.com/watch?v=5Iu5A9GmpxA) con le chitarre che entrano sotto la pelle, mentre Too Young Ripe, Too Young Rotten è una superba serenata texana (da cantare sotto un cielo di stelle) https://www.youtube.com/watch?v=ooEDBsok1qQ , impreziosita dal violino della Whitmore, per poi passare alla ritmata e sanguigna Chick Singer Badass Rockin’, con tanto di armonica a chiudere il brano, e al roots-blues di Bad On Fords https://www.youtube.com/watch?v=UN-kqQRfp98 . Il disco continua alla grande, senza tentennamenti, con un sontuoso arrangiamento che accompagna una Mr.Musselwhite’s Blues (penso un doveroso omaggio al grande Charlie), imbevuta di armonica e telecaster https://www.youtube.com/watch?v=b3BYlL-yHjs , un vero gioiello, proseguendo con il ritmo sincopato di una Down By The River che non è quella di Neil Young, una Jesse Mae  crepuscolare che sembra  suonata sui monti Appalachi, i coretti “soul” di Barefoot In Heaven, andando a chiudere con una meravigliosa ballata Stone Blind Horses, cantata e suonata à la Mark Knopfler, con un malizioso ritornello che ricorda la mitica Wild Horses degli Stones https://www.youtube.com/watch?v=dTz68xgocjA .

Ray Wylie Hubbard è uno di quei rari talenti musicali che non si possono classificare in un solo genere, avendo cavalcato negli anni tra il ’70 e l’inizio anni ’90 il periodo country targato Lloyd Maines, poi il roots-rock nel decennio successivo con Gurf Morlix (il meglio dei produttori di settore dell’epoca), e il blues dell’ultimo periodo da Eternal & Lowdown (01) fino a questo ultimo The Ruffian’s Misfortune, valorizzato come i precedenti, da una musica che striscia come un serpente attraverso l’erba. Domanda delle cento pistole: cosa ci vuole per fare un bel disco come questo? Lo spirito giusto, il coraggio di suonare il proprio blues, dei bravi musicisti, il tempo che serve e dell’ottimo Bourbon.

Tino Montanari

Vecchio Ma “Nuovo”, E’ Rifiorito Un Piccolo Capolavoro – Richard Buckner – Bloomed

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Richard Buckner – Bloomed – Merge Records – Deluxe Edition – Remastered – 2 CD – 25-03-2014

Nell’ambito delle celebrazioni del 25° anniversario della Merge Records (l’etichetta “indie” della North Carolina) dopo le ristampe Deluxe di Nixon dei Lambchop e Living Indoor dei Superchunk, viene immesso sul mercato (a vent’anni dalla prima edizione) Bloomed di Richard Buckner (a dire il vero l’album era già stato ristampato nel ’99 dalla Rykodisc Recordscon l’aggiunta di cinque pezzi). Questa nuova versione, oltre al disco originale rimasterizzato, contiene un CD bonus di undici tracce con sessioni radiofoniche, registrazioni dal vivo e canzoni dell’epoca, alcune poi usate nei lavori successivi.

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Cantautore introspettivo, Buckner ( che viene da San Francisco) interpreta in maniera molto personale un “background” artistico difficilmente classificabile, con canzoni dalle quali trapela un senso di malinconico intimismo, evidenziato oltre che in Bloomed (94), anche nei successivi splendidi  Devotion + Doubt (97), con l’accompagnamento dei Giant Sand e della chitarra di Marc Ribot e Since (98), senza tralasciare l’ambizioso concept-album The Hill (00), progetto dedicato alla famosa Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters.

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Bloomed, registrato nell’estate del ’94 (e prodotto da quel mago di Lloyd Maines), vedeva in veste di “sessionmen” lo stesso Maines alla pedal steel, lap steel e dobro, il grandissimo Butch Hancock all’armonica, Ponty Bone alla fisarmonica, Joe Carr al mandolino, Steve Meador alle percussioni e Lanny Field al violino, un disco dove Buckner dimostrava già di avere la vena del cantautore di classe, scrivendo canzoni intense dal passo rallentato, accompagnate da pochi strumenti, in quanto sin dall’inizio sposava una componente prevalentemente acustica. Capita che, riascoltando a distanza di anni (e qui sono tanti!) dischi che colpevolmente si sono dimenticati, si apprezzino di più le forti sonorità country dell’iniziale Blue And Wonder http://www.youtube.com/watch?v=NIToWtcSLfM , la ballata dai toni notturni Rainsquall, una perfetta folk song come 22, e ancora la linea melodica del mandolino in Mud http://www.youtube.com/watch?v=yp_OR7eu3uI , l’incedere della fisarmonica di Ponty Bone nella malinconica Six Years, mentre con This Is Where http://www.youtube.com/watch?v=ulBVus0nFoo e Gauzy Dress In The Sun, con la steel di Maines in evidenza, si viaggia dalle parti del country d’autore, andando a chiudere con la ritmata e lineare Daisychain, Il folk di Desire http://www.youtube.com/watch?v=28IugZ2GvT8 , il country di Up North, la dolce Surprise, A.Z. con il violino di Lanny Field e la lap steel di Maines a disegnare la melodia e la conclusiva Cradle Of The Angel, intima e avvolgente.

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Il bonus CD vede Richard Buckner nelle vesti del menestrello folk, con le ballate acustiche The Last Ride e Settled Down, mentre The Worst Way, sostenuta solo dalla voce e chitarra di Richard, è seguita da una delle più belle canzoni del disco due, Emma, un accorato lamento d’amore http://www.youtube.com/watch?v=iKHCo_K89Fw  che viene poi addolcito dalla vibrante Hutchinson. Le rimanenti tracce del disco sono versioni di brani già sentiti, molti dal vivo, eseguiti tra il 1995 e il 1997, riprese in forma più acustica e scarna (dove si valorizza anche la bravura chitarristica di Buckner), molto bella una cover di Still Lookin’ For You di Townes Van Zandt http://www.youtube.com/watch?v=w3cHDotqbw8 , registrata dal vivo al World Café nel 1997!

Dotato di una voce splendida, dalla timbrica profonda e intensa, Richard Buckner scrive canzoni impregnate di poesia e sentimento, una musica interiore da ascoltare, brano dopo brano (come in questa pregevole ristampa), canzoni che hanno il potere di catturare l’ascoltatore: un artista di “culto”, sicuramente lontano dal grande pubblico, ma ben dentro al cuore di ogni appassionato di “vera” musica.

Tino Montanari

NDT: Visto che li hanno in catalogo, spero che la Merge ristampi (magari con inediti) anche gli American Music Club di Mark Eitzel. E’ chiedere troppo?

Il Nome Del Gruppo Fa Schifo…Ma Cacchio Se Suonano! – Girls, Guns And Glory – Good Luck

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Girls, Guns & Glory – Good Luck – Lonesome Day CD

Una piacevolissima sorpresa, ecco cos’è stato per me questo disco. E dire che quando ho visto il nome del gruppo, Girls, Guns & Glory, ho alzato le sopracciglia: raramente infatti ho visto un nome più idiota per una band, ed anche rischioso dal punto di vista commerciale, in quanto poco memorizzabile. Poi ho visto che il produttore era Eric “Roscoe” Ambel, già leader dei magnifici Del Lords e dietro la consolle con gente come Steve Earle, Joan Jett, i Bottle Rockets e Jimbo Mathus, e le sopracciglia hanno cominciato a scendere, per tornare nella loro posizione normale quando ho inserito il CD nel lettore (e qui però ho iniziato a sgranare gli occhi e drizzare le orecchie) http://www.youtube.com/watch?v=kblmVVRz8B4 .

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I GGG (mi viene meglio chiamarli così) sono un quartetto proveniente da Boston (Ward Hayden è il leader, principale autore, cantante solista e chitarrista ritmico, Chris Hersch il chitarrista solista, Paul Dilley il bassista e Josh Kiggans il batterista), e fanno un misto di Americana, country e rock’n’roll, ma suonato e cantato con una forza, una grinta ed un feeling da far paura. Non sono dei novellini, stanno insieme da quasi dieci anni e hanno già quattro dischi alle spalle, ed in più si sbattono non poco nel suonare dal vivo, arrivando a volte vicino anche alle duecento date all’anno (della serie Springsteen ci fa una pippa).

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Good Luck è appunto il loro quinto disco, ed è una piccola bomba: musica vera, sana, diretta e senza fronzoli, sia nei pezzi più elettrici, durante i quali si fa fatica a stare fermi, sia negli episodi più cantautorali, che in certi momenti arrivano a ricordare anche il miglior Jackson Browne. E poi la presenza di Ambel è una garanzia: come Lloyd Maines, anche il buon Eric non si scomoda se non ne vale la pena. Good Luck dura appena trentacinque minuti, ma di una tale intensità che mi fa venire voglia di scoprire anche gli album precedenti.

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Si parte subito alla grande con All The Way Up To Heaven, uno splendido country-rock elettroacustico, solare e diretto, una melodia di sicuro impatto ed un arrangiamento classico, molto anni settanta http://www.youtube.com/watch?v=2Mkd34YVSHQ . Be Your Man, più elettrica e con i fiati che donano colore, è un trascinante rock’n’roll a tutta birra, un pezzo che rimanda direttamente ai Blasters (ma anche all’ex gruppo del produttore), mentre One Of These Days è una ballata piena di anima, con un suggestivo arpeggio di chitarra elettrica sullo sfondo ed un motivo decisamente browniano (nel senso di Jackson).

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Shake Like Jello è ancora un rock’n’roll dal tiro irresistibile: i GGG ci sanno fare eccome, e passano con estrema disinvoltura da un genere all’altro senza perdere il bandolo. La bella Centralia, PA, sorta di country crepuscolare, è favorita da un’altra melodia superba, Hayden canta con il cuore in mano (la sua espressività vocale è un altro punto a favore del CD) ed il resto del gruppo ricama da par suo sullo sfondo. C’mon Honey è rockabilly suonato con un’energia da punk band, e dimostra ancora come i GGG sappiano dosare in egual misura muscoli e carezze; la mossa Built For Speed è invece uno scintillante swamp-rock alla Fogerty (sostituite alla voce di Hayden quella dell’ex leader dei Creedence e sarete d’accordo con me), Rockin’ Chair Money è un delizioso pastiche cantautorale, sfiorato da una languida steel.

Spiace quasi che il CD sia pressoché giunto al termine: il tempo di apprezzare ancora la tosta UUU, una rock song vigorosa che non fa prigionieri, e It’s Your Choice, altro ottimo esempio di songwriting di classe, un brano che sa essere toccante senza la minima sdolcinatezza.

Un consiglio: non fatevi sfuggire questo disco.

Marco Verdi

Poesia E Musica Per Un Grande Artista Minore! Sam Baker – Say Grace

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Sam Baker – Say Grace – Self Released 2013

Sam Baker da Austin, Texas, è un cantautore molto personale, dotato di una voce aspra, quasi “dylaniana”, che parla più che cantare, l’ultimo discendente di una stirpe di songwriters che si riconosce in autori come Guy Clark, John Prine e il grande Townes Van Zandt. Say Grace arriva dopo l’eccelso debutto di Mercy (2004), seguito dagli altrettanto validi Pretty World (2007) e Cotton (2009) a chiudere una trilogia incentrata sui temi della misericordia e della rinascita in forma spirituale (dopo che Sam si ritrovò coinvolto in un attentato che costò la vita ad alcune persone).

La pienezza di suono di questo lavoro (più corposo e variegato rispetto ai precedenti), va attribuita in larga parte alla bravura e qualità dei musicisti presenti, gente come Gurf Morlix e Anthony Da Costa alle chitarre, Rick Richards alla batteria, il polistrumentista Lloyd Maines e Joel Guzman alla fisarmonica, oltre alle due “donzelle” Carrie Elkin e Raina Rose alle armonie vocali, distribuite in quattordici tracce dolenti e intense, cantate con la consueta passione da Sam Baker.

Le canzoni sono tutte di valore, a cominciare dall’iniziale Say Grace, brano delicato accompagnato dai riff chitarristici di Antonio Da Costa, per proseguire con la malinconica The Tattooed Woman, la tenue Road Crew e la splendida Migrants (dedicata alla morte degli immigrati messicani), arricchita dalla fisa di Joel Guzman. Il cuore del disco è circoscritto nella nuda bellezza delle varie White Heat, Ditch, Interlude, Isn’t Love Great, mentre nella teatrale Feast (ispirata da un verso del poeta Yeats) si trovano cenni del miglior Tom Waits. Una voce angelica introduce Sweet Hour Of Prayer, un brano strumentale (da una melodia medievale francese) con il pianoforte in primo piano, a cui fanno seguito due ballads intimiste, Panhandle Winter e Button By Button, con i ricami “rootsy” del violino di Maines, per poi chiudere con la breve ma sempre intensa Go In Peace.

Say Grace è un lavoro bello, profondo, toccante, con pochi strumenti, una voce che racconta storie,  racconti personali, una raccolta di sensazioni ed emozioni, in quanto Baker è uno “storyteller” nato, che sa unire gioia e malinconia, passione e dolore, un disco triste e solitario, perfetto per le prossime giornate autunnali.

L’invito è quindi di avvicinarvi a Sam Baker, un poeta e musicista (e pittore) che chiede a pieno diritto di entrare nel “gotha” del cantautorato Usa, con questo Say Grace: una fortuna (purtroppo) solo per i pochi che lo hanno scoperto e subito amato, visto la difficile reperibilità dei suoi dischi!

Tino Montanari