Poesia E Musica Per Un Grande Artista Minore! Sam Baker – Say Grace

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Sam Baker – Say Grace – Self Released 2013

Sam Baker da Austin, Texas, è un cantautore molto personale, dotato di una voce aspra, quasi “dylaniana”, che parla più che cantare, l’ultimo discendente di una stirpe di songwriters che si riconosce in autori come Guy Clark, John Prine e il grande Townes Van Zandt. Say Grace arriva dopo l’eccelso debutto di Mercy (2004), seguito dagli altrettanto validi Pretty World (2007) e Cotton (2009) a chiudere una trilogia incentrata sui temi della misericordia e della rinascita in forma spirituale (dopo che Sam si ritrovò coinvolto in un attentato che costò la vita ad alcune persone).

La pienezza di suono di questo lavoro (più corposo e variegato rispetto ai precedenti), va attribuita in larga parte alla bravura e qualità dei musicisti presenti, gente come Gurf Morlix e Anthony Da Costa alle chitarre, Rick Richards alla batteria, il polistrumentista Lloyd Maines e Joel Guzman alla fisarmonica, oltre alle due “donzelle” Carrie Elkin e Raina Rose alle armonie vocali, distribuite in quattordici tracce dolenti e intense, cantate con la consueta passione da Sam Baker.

Le canzoni sono tutte di valore, a cominciare dall’iniziale Say Grace, brano delicato accompagnato dai riff chitarristici di Antonio Da Costa, per proseguire con la malinconica The Tattooed Woman, la tenue Road Crew e la splendida Migrants (dedicata alla morte degli immigrati messicani), arricchita dalla fisa di Joel Guzman. Il cuore del disco è circoscritto nella nuda bellezza delle varie White Heat, Ditch, Interlude, Isn’t Love Great, mentre nella teatrale Feast (ispirata da un verso del poeta Yeats) si trovano cenni del miglior Tom Waits. Una voce angelica introduce Sweet Hour Of Prayer, un brano strumentale (da una melodia medievale francese) con il pianoforte in primo piano, a cui fanno seguito due ballads intimiste, Panhandle Winter e Button By Button, con i ricami “rootsy” del violino di Maines, per poi chiudere con la breve ma sempre intensa Go In Peace.

Say Grace è un lavoro bello, profondo, toccante, con pochi strumenti, una voce che racconta storie,  racconti personali, una raccolta di sensazioni ed emozioni, in quanto Baker è uno “storyteller” nato, che sa unire gioia e malinconia, passione e dolore, un disco triste e solitario, perfetto per le prossime giornate autunnali.

L’invito è quindi di avvicinarvi a Sam Baker, un poeta e musicista (e pittore) che chiede a pieno diritto di entrare nel “gotha” del cantautorato Usa, con questo Say Grace: una fortuna (purtroppo) solo per i pochi che lo hanno scoperto e subito amato, visto la difficile reperibilità dei suoi dischi!

Tino Montanari

Caspita Se Picchiano! Two Tons Of Steel – Unraveled

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Two Tons Of Steel – Unraveled – Smith Entertainment CD 2013

Avere uno come Lloyd Maines, cioè il miglior produttore texano, pronto a cancellare qualsiasi impegno pur di produrre un tuo disco non è roba da tutti. E’ ciò che succede ai Two Tons Of Steel, band proveniente da San Antonio, ormai tra le veterane del panorama musicale (sono in giro da diciotto anni), che ha avuto l’onore di avere Maines dietro la consolle in molti dei suoi lavori. Cosa che accade puntualmente anche in questo Unraveled (che esce a quattro anni di distanza da Not That Lucky), nuovo ed elettrizzante capitolo della carriera del quartetto guidato da Kevin Geil (con Brian Duarte, Paul Ward e Jake Marchese).

Non sono molto prolifici, incidono ogni tre-quattro anni, ma state sicuri che raramente sbagliano un colpo: il loro è un hard-rockin’ country vigoroso ed energico, con decisi elementi punk nel dna, un sound diretto e chitarristico che ha portato Maines a definirli una delle migliori band texane in circolazione. Un complimento mica da ridere, vista la moltitudine dei gruppi operanti nel Lone Star State, ma Maines non è certo l’ultimo arrivato, e quando parla lo fa a ragion veduta: Unraveled ci offre la consueta miscela di country-rock ad alto tasso adrenalinico suonato a tutto ritmo; dopo quasi vent’anni Geil e soci si intendono alla perfezione, e la maestria di Maines nel rendere pulito e calibrato il sound è la ciliegina sulla torta. 

Dal vivo, poi, sono una vera bomba.Per la verità l’inizio è un po’ così così: Really Want You è un brano tosto, tra country e punk, decisamente energico ma con poche frecce al sua arco dal punto di vista melodico. Molto meglio Crazy Heart (un brano scritto da Augie Meyers), sempre suonata in modo duro ma con maggior feeling: alla canzone viene tolto l’elemento tex-mex tipico del suo autore e viene aggiunta una robusta dose di cowpunk, ed il tutto funziona. Ease My Mind ha ancora un ritmo alto, ma l’accompagnamento elettroacustico stempera un po’ i toni, dimostrando che i TTOS non sono solo forza ma anche sostanza e cervello; Busted è un celebre brano di Harlan Howard, ma portato al successo da Johnny Cash, un pezzo che qui riceve il tipico trattamento rock’n’country ad opera dei nostri, con ottimi esiti. L’inizio stentato è ormai un ricordo.

Mama è un honky-tonk elettrico e roccato, This Life Of Mine è invece una bellissima cowboy song, decisamente trascinante (ed un po’ sboccata), che dimostra che i TTOS sanno anche scrivere ottime canzoni. No Beer è un divertente hardcore country, nel quale il protagonista, accanito bevitore texano, va all’Oktoberfest a Monaco di Baviera pieno di aspettative e non riesce neanche a farsi una birra; Hell Cat è dura e diretta, senza fronzoli, mentre Pool Cue rievoca in maniera spinta lo spirito di Waylon Jennings.     

L’album termina con la roccata One More Time, in cui i Two Tons adottano quasi uno stile alla John Fogerty, e con Can’t Stop Us Now, un punkabilly dal ritmo indiavolato, degna conclusione di un disco che fa ben pochi prigionieri.

Garantisce Lloyd Maines.

Marco Verdi

Rockin’ In Texas…Sotto La Luna. Reckless Kelly – Long Night Moon

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Reckless Kelly – Long Night Moon – No Big Deal Records 2013

Long Night Moon (se non ho sbagliato i conti) è l’ottavo album in studio dei Reckless Kelly, il gruppo dei fratelli Braun approdato a Austin in cerca di fortuna musicale da una piccola cittadina dell’Oregon (Bend), e in pista ormai dal lontano ’98, con l’esordio di Millican (che annoverava tra i suoi estimatori Mary Cutrufello). I Reckless Kelly sono depositari del più classico suono che viene etichettato come “americana” (*NDB. Anche se Dan Stuart non approverebbe) che hanno maturato attraverso altri due dischi, accolti molto bene dalla critica, come Acoustic: Live at Stubb’s (99) e The Day (2000), per poi approdare alla Sugar Hill Records con gli ottimi Under The Table and Above The Sun (2003) e Wicked Twisted Road (2005). Dopo il live Reckless Kelly Was Here (2006), nuovo cambio di etichetta, questa volta con la Yep Roc Records, con due album, l’interlocutorio Bulletproof (2008) e il tributo al misconosciuto Pinto Bennett (barbuto cowboy dell’Idaho) con Somewhere In Time (2010), chiudendo il cerchio con il precedente lavoro in studio Good Luck & True Love (2011) che celebrava quindici anni “on the road” e la distribuzione con la loro No Big Deal Records , come in questo Long Night Moon.

Nella musica dei Reckless Kelly traspare, come detto, l’anima dell’americana sound, con la voce solista del cantante chitarrista  Willy Braun che si integra alla perfezione con il sound del gruppo, e il fratello Cody lo supporta al meglio con violino, mandolino e armonica; il resto dei componenti si è ormai stabilizzato con il bravo polistrumentista David Abeyta, Jay Nazz alla batteria e percussioni, Joe Miller al basso, e per questo lavoro musicisti di rilievo come l’immenso Lloyd Maines alla pedal-steel, Bukka Allen al piano e organo, Jeff Plankenhorn al dobro, il tutto registrato nei noti studi di Austin, Cedar Creek Recordings.

La “serenata texana” inizia con la title track Long Night Moon, una maestosa ballata lussureggiante, con un bel lavoro di Maines alla pedal-steel, cui seguono Real Cool Hand e Irish Goodbye, brani dal classico suono Reckless, mentre Every Step Of The Way sono quattro minuti di sventagliate di chitarre e armonica.  Con Be My Friend (In Real Life) si affronta il tema sociale e politico, un piccolo inno all’amicizia, con un’armonia fluida e lineare, The Girl I Knew è un mid-tempo dotato di un ritornello che cattura immediatamente, mentre I Can’t Stand It è più elettrica e corposa (classica ballata country rock), mentre The Last Goodbye (il singolo estratto dall’album) è una country ballad dal suono scorrevole e armonioso. Si riparte con Didn’t Mean To Break Your Heart (una delle più belle del CD) dove gli strumenti accompagnano una voce perfetta, che danza intorno ad armonica e violino, seguita da The Only Home I’ve Ever Know dal delizioso andamento cajun, per poi chiudere il “madrigale” con una splendida, malinconica e lenta Idaho (dedicata allo Stato da dove provengono i fratelli Braun), con l’armonica che vibra, mentre la voce, commossa, racconta la sua storia.

Sono passati due anni dall’ultimo lavoro in studio, ed il quintetto ritorna (per chi scrive) con il disco più completo e maturo della loro carriera, non hanno certo perso la carica e l’entusiasmo dei ragazzi di campagna, in quanto i Reckless Kelly fanno del sano e vibrante roots rock, con chitarre e violino come strumenti guida, e la musica dirompente e equilibrata, si gusta dal primo ascolto. Per chi già li conosce, possono piacere o meno i dischi dei Reckless Kelly, i fratelli Braun suonano sempre la stessa canzone, ma nel corso degli anni hanno imparato a suonarla bene come pochi altri, e per quanto mi riguarda, forse non entreranno mai nella galleria degli “indimenticabili”, ma vi assicuro, è un vero piacere ascoltare e recensire Long Night Moon.

Tino Montanari   

Un Vero Costruttore…Di Musica! Kevin Deal – There Goes The Neighborood

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Kevin Deal – There Goes The Neighborhood – Blindfellow Records

Ottavo album, a ben quattro (* sarebbero tre) di distanza dal precedente Seven, per il texano Kevin Deal, uno che abbiamo sempre seguito con piacere fin dal suo esordio nel 2000 con Honky Tonk’n’Churches. Deal è un texano di quelli giusti, in tredici anni non si è mai piegato alle leggi del marketing, ha sempre fatto la sua musica nei tempi che ha voluto: un rockin’country decisamente diretto e godibile, ma nello stesso tempo di spessore e ben lontano da certa paccottiglia che viene prodotta a Nashville. Particolare da non sottovalutare (e che si collega al titolo del post): Kevin ha ancora meno problemi a fare una musica che vende poco, solo per il piacere di farla, dato che la sua principale fonte di guadagno è l’azienda Deal Masonry, fondata dal padre e della quale è titolare, una ditta edile che si occupa della costruzione di ville e chiese in pietra (e quindi il titolo del suo primo CD non era casuale), un’attività a quanto pare molto ben avviata.

There Goes The Neighborhood, la sua nuova fatica, prosegue il discorso avviato con i precedenti lavori, stavolta però con una maggiore attenzione verso la musica bluegrass e gospel: non è però un disco a tema, la base di partenza è sì la musica d’altri tempi, ma filtrata ed elaborata secondo i canoni di Kevin, ed il risultato è uno dei lavori più riusciti del nostro. Intanto sono tutti brani originali (tranne uno), è poi il trattamento di Deal e della sua band (Bob Penhall, Miles Penhall, Jim Bownds e Rick Hood) è tipicamente texano, quella miscela di country e rock piena di ritmo e feeling, nobilitata oltremodo dalla produzione (e partecipazione come membro aggiunto della band) del grande Lloyd Maines, che come tutti sapete è il miglior produttore del Lone Star State ed in dischi come questo ci sguazza.

La title track apre l’album, un bluegrass tune che più classico non si può, vivace e godibile, con banjo e dobro protagonisti e la voce di Kevin perfettamente in parte. Cosmic Accident è invece un puro honky-tonk texano, con un bel motivo di fondo ed un train sonoro diretto ed evocativo al tempo stesso. La mossa e godibile I Need Revival è country d’altri tempi, ancora con elementi bluegrass e Kevin calato alla perfezione nel suo elemento; l’annerita Big Prayer è invece un gospel-blues a forti tinte swamp, una canzone che non t’aspetti. Le sorprese continuano con un’intrigante versione del superclassico gospel Amazing Grace, arrangiata però come una rock ballad alla Joe Ely, con il passo tipico del grande texano di Amarillo ed uno splendido assolo di armonica: una versione spiazzante, ma di grande bellezza.

Gideon riprende il discorso country-grass, con il Texas che esce ad ogni nota: gran bella canzone, suonata e cantata alla grande (e la presenza di Maines si sente, eccome); Finish Well è una cowboy ballad coi controfiocchi, dove non mancano echi di Robert Earl Keen (sempre in Texas siamo), mentre la ritmata When Your Name Is Called è puro country di una volta, ricorda quasi certe sonorità dei primi anni settanta della Nitty Gritty Dirt Band. La bucolica A Long Time Ago anticipa l’intensa (più di sei minuti) Just Another Poet, un racconto western che potrebbe essere uscito dalla penna di Guy Clark (NDB. In uscita fra una decina di giorni con il nuovo album, My Favorite Picture Of You). Chiudono un ottimo album la bella King Jesus, un country-rock molto piacevole, ancora con Ely tra le note, e la lunga This Old Cross Around My Neck, elettrica, sfiorata dal blues, con un suggestivo crescendo che ce la fa gustare per tutti i suoi sette minuti abbondanti. Bravo Kevin, ancora un bel disco.

Marco Verdi

*NDB Anche questo, come i Field Report recensito ieri, in effetti è uscito all’incirca un annetto fa, luglio 2012, comunque rimane bello!

Questi Vanno Tenuti D’Occhio: Warren Hood Band!

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The Warren Hood Band -The Warren Hood Band – Red Parlor CD

Ecco un gruppo veramente bravo.

In realtà un trio, la Warren Hood Band proviene da Austin, Texas, ed è formata appunto da Warren Hood (violino, chitarra, mandolino e voce solista), Willie Pipkin (chitarra solista) ed Emily Gimble (piano ed organo, veramente brava, e d’altronde è la nipote del leggendario Johnny Gimble, violinista dei Texas Playboys di Bob Wills).

Anche Warren è nella musica da parecchi anni: suona il violino da quando ne ha nove, e, prima di formare un suo gruppo, ha collaborato con fior di artisti, come Emmylou Harris, Lyle Lovett, Little Feat, Elvis Costello e Gillian Welch, pure lui figlio d’arte, il babbo era Champ Hood, collaboratore a lungo di Lyle Lovett (anche nella Large Band) e Toni Price, nonché nella Uncle Walt’s Band  con Walter Haytt, tra i tanti, scomparso prematuramente nel 2001.

Esperienze importanti, direi decisive per maturare un background musicale di tutto rispetto, che viene rivelato in questo album di debutto, intitolato semplicemente The Warren Hood Band, che vede, tra i vari musicisti di supporto, il grande Lloyd Maines, e per produrre il quale si è scomodato addirittura Charlie Sexton, uno che negli ultimi anni ha spesso suonato la lead guitar on the road per Bob Dylan (nuovamente dal 2009, in sostituzione di Danny Freeman) oltre che essere un bravissimo musicista di suo.

Non male per un disco di debutto.

E Warren (già con i Waybacks) che scrive nove delle undici canzoni dell’album, dimostra di avere non poco talento: possiamo dire di trovarci di fronte ad un texano atipico, in quanto non fa semplicemente del country-rock diretto ed elettrico come molti suoi colleghi, ma fonde nel suono elementi sudisti, country, folk, pop, soul, cantautorali e bluegrass, riuscendo a non risultare caotico, ma bensì fornendoci una manciata di brani davvero intriganti. I suoi compagni, Pipkin e la Gimble, sono molto bravi ad accompagnarlo (soprattutto lei), e quindi il disco che ne risulta non può che essere uno dei debutti più positivi degli ultimi tempi.

Apre Alright, che è anche il primo singolo e forse la più texana del lotto, un rock’n’roll frizzante, tra roots e country ma con un tocco di pop, ed una bella slide ad occuparsi delle parti soliste.

You’ve Got It Easy continua con il mix tra rock e pop, strumenti al posto giusto, melodia solare ed una bella personalità (ottimo anche il lavoro di Sexton alla consolle, ma questo non lo scopriamo oggi). Pear Blossom Highway, con la Gimble voce solista (il primo di tre brani con lei come lead vocalist), è una ballata d’altri tempi, sfiorata dal country e nobilitata da ottimi assoli di violino (Hood) e steel (Maines); la mossa Where Have You Gone ha un gradevole sapore white soul, come se fosse stata scritta da Dan Penn.

La corale The More I See You è puro country, semplice e vivace, con violino e piano protagonisti ed una melodia decisamente buona; Songbird è praticamente un brano folk, sempre sostenuto da un motivo di prim’ordine, mentre Take Me By The Hand è più rarefatta e forse meno immediata, ma musicalmente molto interessante, sembra quasi che nell’arrangiamento ci abbia messo le mani Van Morrison. Motor City Man, sostenuta dal piano, ha per contro un motivo molto diretto, Last One To Know è quasi una bluegrass tune, suonata in maniera volutamente sghemba.

L’album si chiude con la lenta e soulful This River, quasi una ballata alla Delaney & Bonnie, e con What Everybody Wants, saltellante e gioiosa, sempre con la Gimble sugli scudi.

Warren Hood ed i suoi compagni possiedono un sicuro talento: speriamo non lo disperdano strada facendo.

Bel disco.

Marco Verdi

Un Altro Galletto Nel “Pollaio” Del Rock! Martin Zellar And The Hardways – Roosters Crow

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Martin Zellar & The Hardways – Roosters Crow – Owen Lee Recordings Self Released 2012

Cosa accomuna Martin Zellar ex leader dei Gear Daddies (formazione di Minneapolis) con Will T. Massey, Michael McDermott (è uscito da poco un nuovo lavoro), Willie Nile, Joe Grushecky, il primo Matthew Ryan e le “meteore” Billy Falcon , Doc Lawrence e Larry Crane (il fidato chitarrista di Mellencamp)? Sono tutti “rockers” riconducibili a quello stile, figlio di Springsteen e cugino di Earle e Mellencamp, fatto di ballate elettriche stradaiole, di racconti di vita semplice e quotidiana che in buona parte abbiamo imparato ed amare grazie al “Boss”. Metà rocker e metà songwriter, il buon Martin Zellar è uno di quelli che nella seconda metà degli anni ’90, con un esordio importante Born Under (95), il seguente omonimo Martin Zellar (96) e direi anche The Many Moods of Martin Zellar (98), ha alimentato la speranza di una nuova ondata di giovani di belle speranze (quelli che ho elencato), dal sound elettrico e dal cuore romantico. A dieci anni dall’ultimo lavoro in studio Scattered (2002), Martin Zellar si rimette in gioco con i suoi fidati Hardways (che sono Dominic Ciola al basso e Scott Wenum alla batteria), con questo lavoro Roosters Crow (uscito da qualche mese), sotto l’esperta produzione di Pat Manske e con l’apporto di validi musicisti texani come Lloyd Maines al dobro e pedal-steel, Bukka Allen all’organo, Michael Ramos al piano, e le redivive Kelly Willis e Terri Hendrix alle parti vocali, il rocker di Minneapolis si è rimesso di nuovo sulla strada giusta.

Si parte subito alla grande con Took The Poison , una splendida ballata notturna, tra le più belle ascoltate quest’anno, con una melodia toccante valorizzata dal controcanto della Willis, seguita da Wore Me Down, tipico brano in mid-tempo accelerato con uso di dobro e mandolino. Si ritorna alla ballata con Running On Pure Fear, cantata ancora con la brava Kelly Willis, brano dall’andatura sognante, che si sviluppa in un crescendo quasi rabbioso, mentre Give & Take ha un ritmo più campagnolo dove entrano in gioco la fisarmonica, il mandolino e il dobro, un brano dal quale molti nomi di punta del “nuovo country”, dandogli un ascolto, potrebbero trarre qualche spunto e giovamento. Roosters Crow inizia con la batteria tambureggiante di Wenum e il basso di Nick Ciola, che dettano il tempo di una canzone tipicamente “blue collar”, che purtroppo, secondo chi vi scrive, da un po’ di tempo Joe Grushecky non sa più scrivere.

Si cambia ritmo con l’anonima I’m That Problem, mentre Some Girls è un’altra bella rock-song cantata al meglio da Martin, dove musicalmente si fa notare una bella slide, bissata da Where Did The Words Go? che si sviluppa su un tessuto sonoro guidato da pianoforte e cello. La canzone successiva, Seven Shades Of Blue, mette in risalto la bravura di Maines al dobro, mentre The Skies Are Always Gray è il cambio di rotta che non ti aspetti: chitarre in spolvero, organo in tiro con Bukka Allen sugli scudi, per un brano che solo un americano “vero” può fare, con tanto feeling, mentre la conclusiva It Works For Me è un brano country-rock, dominato dalla sezione ritmica, al quale la voce aggressiva (anche se non straordinaria) di Zellar conferisce caratteristiche urbane.

Dopo 25 anni di carriera Martin Zellar e i suoi Hardways dimostrano di essere degli “outsiders” di lusso in un panorama musicale alquanto stagnante ultimamente, dove in definitiva questo lavoro Roosters Crow (bellissima la copertina), è senza una sbavatura, suonato e cantato splendidamente, consigliato a chi ama il Boss e i derivati, per il sottoscritto la conferma che dopo anni di anonimato, Zellar, fortunatamente, ha visto di nuovo la luce.

Tino Montanari