Il Leone Di Detroit Torna A Ruggire (Con Un Paio Di Stecche). Bob Seger – I Knew You When

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Bob Seger – I Knew You When (Deluxe Edition) – Capitol/Universal

Soltanto tre anni separano il nuovo album di Bob Seger dal precedente Ride Out, e questa è già una buona notizia per chi lo ha seguito con passione durante la sua lunga e gloriosa carriera, caratterizzata dagli esaltanti live shows (purtroppo solo in terra americana) in cui ha dato il meglio di sé, come testimoniano gli splendidi Nine Tonight del 1981 e, soprattutto, Live Bullet del ’76, considerato da molti uno dei più importanti live album della storia del rock a stelle e strisce. Da parecchio tempo ha diradato le sue uscite in studio, soltanto tre negli ultimi ventidue anni, fino a far temere un definitivo ritiro dalle scene. Che non se la passi benissimo fisicamente è comprovato dal fatto che abbia dovuto posticipare parecchie date dell’attuale Runaway Train Tour a causa di problemi alle vertebre, ma almeno la sua voce non ha perso un grammo della ruvida irruenza che l’ha sempre caratterizzata, come possiamo verificare in quest’ ultimo I Knew You When. Già nel pezzo d’apertura, Gracile, Bob ci fa intendere che non ha nessuna voglia di gettare la spugna dandoci dentro senza risparmiarsi in un rock blues dalla ritmica granitica che ricorda certi suoi anthems degli anni settanta. Ottima la scelta delle due covers presenti nell’album: Busload Of Faith,  tratta da New York, lo splendido affresco che Lou Reed  dedicò alla sua città nel 1989,e Democracy, ironica e visionaria traccia del talento poetico di Leonard Cohen, presente su The Future, del’92. Seger rivisita entrambe con passione e bravura, irrobustendo la prima con sezione fiati e cori femminili, oltre a due fulminanti assoli di chitarra (il primo del mago della slide Rick Vito), e la seconda con una ritmica più incisiva, da marcia militare, e un bel violino sullo sfondo a sostituire l’armonica dell’originale.

The Highway ha un bel passo, tipico di tante composizioni del rocker di Detroit perfette per l’ascolto in macchina. Un buon pezzo, nonostante la presenza di una tastiera un po’ invadente che ne appesantisce la melodia. Non possiamo procedere senza prima citare colui a cui Seger ha dedicato quest’intero lavoro, Glenn Frey, il leader degli Eagles deceduto nel gennaio 2016. Tra i due perdurava da mezzo secolo una profonda e sincera amicizia e Bob ha voluto celebrarla con due toccanti canzoni. La prima, dal titolo emblematico, Glenn Song, una delle tre bonus tracks della deluxe edition, è un malinconico ricordo dei tempi andati cantato con voce rotta dall’emozione. La seconda dà il titolo all’album ed è una di quelle stupende ballate che sono da sempre il vero marchio di fabbrica del rocker di Detroit. Melodia impeccabile, scandita dal pianoforte (presumo suonato dal grande Bill Payne) e ritornello che ti entra sottopelle per non uscirne più. Della stessa categoria, non sono niente male Something More con un bel solo centrale condiviso tra sax e chitarra elettrica, Marie, dall’incedere solenne e drammatico che rimanda allo stile del già citato Cohen, e I’ll Remember You, un lentaccio assassino con pregevoli cori femminili che avrebbe fatto la sua bella figura su qualunque disco delle aquile californiane.

Purtroppo troviamo anche un paio di episodi meno riusciti, che non intaccano il giudizio comunque positivo sull’album. The Sea Inside, dalla ritmica pesante e dalle chitarre roboanti che si mescolano ad una tastiera che sembra citare Kashmir dei Led Zeppelin, è un tentativo di fare hard rock in modo insipido ed anacronistico. Peggio ancora Runaway Train, che pare un pezzo rubato agli ZZ Top del  periodo più scarso, con batteria elettronica, coretti scontati e melodia anonima, malgrado il buon intervento del sax nel finale. Di ben altra levatura sono, per fortuna, le prime due tracce aggiunte nella deluxe edition: Forward Into The Past è un solido rock cantato a voce spiegata dal protagonista ben supportato come di consueto dalle coriste, con chitarre elettriche e piano che si alternano sapientemente. Ancora meglio si rivela Blue Ridge, che ti cattura subito con un’ accattivante struttura melodica scandita dal costante rullare della batteria e da un intrigante uso delle tastiere. Un brano che certamente farà la sua bella figura se inserito nelle scalette dei futuri concerti.

Diamo dunque il nostro bentornato a Bob Seger, nella speranza di poterlo ammirare un giorno anche dalle nostre parti. Intanto, godiamoci questo I Knew You When che ha in sé il giusto calore per contrastare le fredde giornate invernali che ci attendono.

Marco Frosi

Doppio Omaggio Ad Uno Dei Più Grandi Songwriters! Parte 1: Una Serata A New York (Con Lou Reed). Kris Kristofferson & Lou Reed – The Bottom Line Archive: In Their Own Words With Vin Scelsa

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Kris Kristofferson & Lou Reed – The Bottom Line Archive: In Their Own Words With Vin Scelsa – BFD/RED 2CD

Non è mai fuori luogo parlare di Kris Kristofferson, uno dei maggiori cantautori di sempre, e quindi vorrei farlo approfittando di due uscite recenti che lo riguardano: oggi è la volta di un doppio dal vivo molto particolare, mentre in un post separato tratterò del bellissimo concerto-tributo a lui dedicato tenutosi lo scorso anno a Nashville. Come probabilmente saprete, il Bottom Line è stato uno dei più leggendari teatri da concerto degli Stati Uniti: aperto nel 1974 nel cuore del Greenwich Village a New York e (purtroppo) chiuso trent’anni dopo, ha visto suonare al suo interno la crema della musica mondiale; da qualche anno è iniziata la pubblicazione di concerti presi dagli archivi della storica location, con album che hanno riguardato, tra gli altri, Willie Nile, Jack Bruce, Pete Seeger con Roger McGuinn, Ralph Stanley e Doc Watson. L’ultima uscita è un doppio CD molto interessante, che riguarda una serata che vede protagonisti due maestri assoluti come, appunto, Kris Kristofferson ed il grande Lou Reed, registrata nel Febbraio del 1994. Lo show fa parte della serie di spettacoli che occasionalmente si tenevano al Bottom Line ed intitolati In Their Own Words, durante i quali gli ospiti suonavano alcuni dei loro classici e rispondevano alle domande di Vin Scelsa, famosissimo conduttore radiofonico americano.

E questo episodio che riguarda Kris & Lou è, come ho già detto, decisamente interessante: i due ospiti sono in ottima forma, ed accettano di buon grado di rispondere alle domande di Scelsa, spesso anche con pungente ironia (cosa che non manca di divertire il pubblico) ma comunque con grande disponibilità, cosa normale per Kristofferson ma niente affatto scontata per Reed, che è sempre stato un vero tormento per giornalisti ed intervistatori in genere (ed anche in quella serata ogni tanto risponde in maniera laconica e di tanto in tanto tira fuori le unghie, come quando alla domanda “Qual è il tuo incubo peggiore?” replica “Dover rispondere a domande come questa”). Le domande di Scelsa vertono su argomenti di vario tipo (a seconda del destinatario: il songwriting, i Velvet Underground e Warhol, il mondo di Nashville negli anni sessanta, l’infanzia, New York, ecc.) ed i dialoghi sono piacevoli e mai pesanti all’ascolto. Ma la parte del leone la fa naturalmente la musica: entrambi gli artisti erano di casa al Bottom Line, in quanto Kris ci ha suonato in tutto 42 volte in carriera e Lou 54 (registrandoci anche il famoso live Take No Prisoners), e nella serata alternano performance di classici e qualche brano minore in versione stripped-down, con Kristofferson alla chitarra acustica e Reed all’elettrica (non ci sono duetti, ma tutti e due suonano anche nelle canzoni dell’altro) e con la partecipazione straordinaria alle armonie vocali di Victoria Williams, con la sua tipica voce un po’ da cartone animato, e la più sofisticata Suzanne Vega.

Lou Reed alterna brani famosi a qualche chicca (e stranamente non suona nulla da Magic And Loss, il suo ultimo album all’epoca), iniziando da Betrayed, una bellissima canzone tratta da Legendary Hearts (disco dal quale viene eseguita anche l’intensa title track), suonata e cantata in maniera toccante. Poi ci sono due pezzi dallo splendido New York, la coinvolgente Romeo Had Juliet e la potente Strawman (Scelsa aveva richiesto Dirty Boulevard, ma Lou preferisce assecondare il desiderio di Kristofferson), la rara Why Can’t I Be Good, tratta dalla colonna sonora di Faraway, So Close di Wim Wenders (una tipica rock ballad delle sue) e la superclassica Sweet Jane, durante la quale Kris tenta di infilare un assolo di armonica ma Lou lo stoppa subito al grido di “No harmonica, Kris!”, suscitando le risate del pubblico ed anche dello stesso cantautore texano. Ed ecco proprio Kristofferson, che non manca di suonare quelli che sono forse i suoi tre evergreen assoluti, Sunday Morning Coming Down (in medley con la splendida The Pilgrim), Help Me Make It Through The Night e la strepitosa Me And Bobby McGee; ci sono però anche classici minori ma di altissimo profilo come Shipwrecked, Sam’s Song (dedicata a Sam Peckinpah), To Beat The Devil e Burden Of Freedom. Nel finale, Scelsa chiede ai due di eseguire una cover a testa di un brano che amano: Kris sceglie Bird On A Wire di Leonard Cohen (la cui prima frase dice di volere come epitaffio sulla sua tomba) e Reed stupisce tutti con una stupenda versione “alla Lou” di Tracks Of My Tears di Smokey Robinson. Un (doppio) dischetto forse non indispensabile, ma di sicuro estremamente scorrevole e piacevole.

Marco Verdi

*NDB Video o video/audio del concerto tenuto insieme non ce ne sono, per cui ho inserito due concerti del 1994: Lou Reed in solitaria per il 1° maggio a Roma e Kris Kristofferson al Farm Aid. Il CD doppio ve lo comprate!

Sventagliate Elettriche Come Ai Bei Tempi! The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?

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The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here? – Anti CD

Quando nel 2012 Steve Wynn aveva riformato per una serie di concerti i Dream Syndicate, gruppo cardine insieme ai Green On Red del cosiddetto movimento Paisley Underground (nato a Los Angeles negli anni ottanta), mi sarei aspettato che prima o poi la band si sarebbe ritrovata in studio per dare un seguito al loro ultimo lavoro, Ghost Stories (1988). Quello che non avevo immaginato è che i quattro (oltre a Steve l’unico altro membro fondatore è il batterista Dennis Duck, mentre il bassista Mark Walton era entrato nel 1986 e Jason Viktor è il chitarrista dei Miracle 3 di Wynn) avessero ancora nelle corde un disco del livello di questo How Did I Find Myself Here? L’album infatti, più che il seguito di Ghost Stories, si ricollega direttamente al leggendario Medicine Show, splendido secondo lavoro dei nostri che aveva seguito l’altrettanto fulminante esordio di The Days Of Wine And Roses: How Did I Find Myself Here? è infatti un disco di una potenza ed energia straordinarie, con la tipica miscela di rock e psichedelia del gruppo portata a livelli molto alti, otto canzoni coi fiocchi suonate alla grande, come se trent’anni non fossero passati.

Stupisce anche la lucidità di Wynn come songwriter, dato che, dopo i promettenti inizi da solista (gli ottimi Kerosene Man e Dazzling Display e lo splendido Fluorescent), negli anni a seguire si era un po’ perso, alternando dischi di discreta fattura ad altri meno brillanti, ma senza più centrare l’album da copertina. Qui invece funziona tutto a dovere (complice anche il contributo determinante alle tastiere di Chris Cacavas, ex Green On Red) ed il disco si rivela tra i migliori album di rock chitarristico da me ascoltati ultimamente: potrei fare un paragone con il sorprendente reunion album dei Sonics di due anni fa (This Is The Sonics http://discoclub.myblog.it/2015/12/23/recuperi-sorprese-fine-anno-1-aiuto-il-lettore-va-fuoco-the-sonics-this-is-the-sonics/ ), non per il genere di musica ma per il fatto che spesso per fare del grande rock è preferibile avere una carta d’identità un po’ ingiallita. Il CD inizia in maniera strepitosa con la potente Filter Me Through You, brano chitarristico e cadenzato dal drumming possente ma anche con un motivo orecchiabile, il tutto nella più perfetta tradizione del quartetto californiano, un vero muro del suono che ci riporta indietro di trent’anni. Glide se possibile è ancora più elettrica e pressante, in contrasto con la voce declamatoria di Wynn, qui messa quasi in secondo piano rispetto alla veemenza chitarristica, mentre Out Of My Head aumenta ancora il ritmo e sfocia quasi nel punk, anche se di gran classe (so che punk e classe nella stessa frase fanno a pugni, ma fidatevi), con qualche traccia anche del Lou Reed più aggressivo: energia allo stato puro, senza dimenticarsi però della sostanza delle canzoni.

Sentite pure la saltellante 80 West, qui siamo forse oltre la forza di Medicine Show, come se gli anni che sono passati avessero accentuato al massimo la furia elettrica dei nostri; Like Mary molla un po’ la presa, spunta anche una chitarra acustica, e Wynn si prende il centro della scena con il suo tipico stile da rocker notturno, ricordandoci anche che quando vuole è un cantautore coi fiocchi. The Circle coniuga ancora alla perfezione potenza (tanta) e fruibilità, un attacco frontale di notevole impatto, mentre la title track è il pezzo centrale del disco: inizio sghembo, con gli strumenti che vanno ognuno per i fatti suoi e dove non è estranea una buona dose di psichedelia, poi Viktor ricuce tutto insieme, Wynn inizia a cantare ed il brano scorre fluido per undici minuti ad alto tasso elettrico. Kendra’s Dream, che chiude il CD, è a sorpresa cantata da Kendra Smith, bassista degli esordi dei Syndicate e poi con gli Opal, un pezzo ipnotico, obliquo, con le chitarre al limite della distorsione e la voce particolare e vissuta in puro stile Marianne Faithfull  della Smith a creare un mix straniante ma di indubbio fascino.

Meno male che c’è in ancora in giro qualche band in grado di fare del rock come Dio comanda, ed i Dream Syndicate fanno senz’altro parte di questo, ahimè, sempre più ristretto gruppo.

Marco Verdi

Un Brillante Ritorno A Sorpresa, Inatteso E Gradito. Peter Perrett – How The West Was Won

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Peter Perrett – How The West Was Won – Domino Records

Qualche mese fa, nella rubrica delle anticipazioni, verso fine maggio, avevo annunciato l’uscita di questo album di Peter Perrett How The West Was Won, poi regolarmente uscito al 30 giugno. Come ogni tanto capita, per svariati motivi, la recensione promessa non si è colpevolmente materializzata sulle pagine virtuali del Blog. Ma oggi rimediamo perché il disco merita veramente: ci sarà un motivo se è stato il disco del mese per Mojo e Uncut, ha avuto 5 stellette dalla rivista Record Collector, e in generale ottime recensioni anche sulle riviste e sui siti italiani dedicati alla musica rock (con l’eccezione, stranamente, del Buscadero, la rivista dove scrive anche il sottoscritto, in cui il disco è stato recensito sì in modo positivo, ma un po’ troppo tiepido). Non siamo di fronte, forse, ad un capolavoro assoluto, ma sicuramente ad un album di alto artigianato rock, da parte di un personaggio che secondo molti, anche per la vita che ha vissuto, è già un miracolo se oggi sia ancora vivo, senza essere stato spazzato via dai suoi eccessi di junkie (grazie a quella santa donna della moglie Zena che è sempre rimasta al suo fianco), quasi obbligato dal bisogno di interpretare per forza la figura dell’outsider e del ribelle del R&R che prevede, purtroppo, l’iconografia di certo rock “alternativo” (ma anche mainstream).

Di solito, se riescono a sopravvivere agli eccessi, questi artisti quando raggiungono una età matura si meravigliano di quello che hanno fatto nel loro passato, ma nel momento in cui succede è quasi un fatto compulsivo, se poi non è neppure accompagnato dal successo diventa ancora più frustrante. Peter Perrett è stato il leader degli Only Ones, una band che sul finire degli anni ’70 ha realizzato un trittico di album, The Only Ones, Even Serpent Shine Baby’s Got A Gun, usciti in piena era punk e New Wave, ma che erano tre perfetti esempi di rock classico, una fusione di Lou Reeddel glam rock britannico più “nobile”, quello dei Mott The The Hoople o del Bowie Ziggy, del rock newyorkese dei Television, di certe cose dei Replacements o dei Soft Boys, il tutto con la voce particolare, a tratti androgina, di Perrett, la chitarra sfavillante di John Perry e il drumming brillante di Mike Kellie, già con gli Spooky Tooth agli inizi anni ’70. Tra i tanti ottimi brani realizzati, uno in particolare, Another Girl, Another Planet, rimane il loro piccolo capolavoro e il motivo per cui si riunirono brevemente negli anni 2000 quando venne utilizzato per uno spot pubblicitario. E prima c’era stato un disco di Peter Perett + The One, non male, che però è passato come una meteora, apparso e scomparso.

Detto che vale la pena di investigare su quei dischi, il motivo principale di questo Post è comunque How The West Was Won, un album che riprende le traiettorie sonore proprio di quei dischi, mediate attraverso la maturità del suo autore, e l’aiuto anche delle giovani generazioni, rappresentate dai figli di Peter Jamie Perrett e Peter Perrett Jr., rispettivamente alla chitarra e al basso, già componenti degli Strangefruit, che il babbo cita tra i suoi gruppi preferiti (strano!), e dal batterista Jake Woodward, con l’aiuto di Jon Carin alle tastiere (dalla touring band di Roger Waters, David GilmourPink Floyd assortiti, oltre a Kate Bush), nonché di Jenny Maxwell alla viola elettrica e al violino. Produce il tutto Chris Kimsey, non il primo che passa per strada, ma uno che ha lavorato con Rolling Stones, Yes, Marillion, Peter Frampton e mille altri. Il risultato è un disco molto bello, che predilige la ballata rock, spesso umbratile e malinconica, con frequenti impennate chitarristiche, ma con un gusto per la melodia e per l’uso del riff, entrambi innati nella musica di Peter Perrett. Tutti i punti di riferimento indicati per gli Only Ones ovviamente valgono anche per questo disco: come è chiaro subito sin dall’iniziale title track, una metafora sulla conquista dell’Ovest e sulla società attuale, molto incentrata anche sul fondoschiena di Kim Kardashian che in fondo, al di fuori delle metafore, dice il nostro. è solo un “culo”, ma anche sulle vicende personali di Perrett, che musicalmente, in un caldo midtempo rock, “cita” quasi alla lettera il riff di Sweet Jane di Lou Reed, molto presente anche nel suo stile vocale, pigro e indolente, ma con un’aria sorniona, che ricorda il grande Lou, mentre il figlio Jamie si destreggia tra slide e solista con un tocco quasi leggiadro che nel finale diventa urgente.

An Epic Story è altrettanto bella e aggiunge un leggero uso di coloritura delle tastiere alle chitarre sempre onnipresenti, il brano ha dei momenti dove il ritmo accelera di improvviso, Perrett canta con maggiore brio e vivacità questa canzone che racconta anche della sua storia con la moglie Zena. Hard To Say No è una di quelle che ricordano di più lo stile bowiano degli Only Ones, con un coretto ricorrente e una andatura da valzer rock, anche se non è tra le più memorabili. Troika è una piacevole ballata pop quasi alla Spector, con piccole percussioni che rimandano alle canzoni adolescenziali del grande Phil e un crescendo delizioso che la caratterizza, grazie anche alla solita chitarra del figlio Jamie; Living In My Head è il pezzo più lungo dell’album, quasi sette minuti di una straziata, tormentata, intensa costruzione rock, dove ripetuti, torrenziali e distorti strali chitarristici si alternano a momenti più sospesi e sognanti, sempre ben delineati dall’attenta produzione di Kimsey che in questo disco frena i suoi istinti più eccessivi, una sorta di Velvet meets Television per gli anni 2000, come anche nella successiva C Voyeurgeur, che tratta degli anni bui della dipendenza dall’eroina (e quindi ricorda per certi versi la canzone dei Velvet), altro tributo all’amore e alla pazienza della moglie Zena, in una ballata molto più tenera e meno estrema della sua ispirazione, con una dolce vena di speranza che la percorre, anche grazie a una bella melodia.

Ma prima c’è spazio pure per un esempio quasi di jingle-jangle, tra Byrds e Soft Boys, con leggere spire psych, come l’incantevole Man Of Extremes, o per una bella canzone dai contorni pop come Sweet Endeavour, dove Lou Reed, Bowie e il classico rock morbido britannico dei primi anni ’70 si incontrano con sonorità più americane sulle onde della solita chitarra del Perrett figlio, qui anche in modalità slide. Mancano all’appello una Something In My Brain che ricorda ancora una volta Lou Reed, vero punto di riferimento e nume tutelare di tutto il disco, quello di metà anni ’70 di Coney Island Baby, miscelato con certe intonazioni anche alla Ian Hunter e la solita chitarra ficcante e pungente che ricorda di nuovo certe derive psichedeliche e jam alla Television, e per finire, last but not least,Take Me Home, uno dei brani più melodrammatici dove Perrett annuncia che “I wish I could die in a hail of bullets sometimes…” su un brano che invece musicalmente ci riporta alle belle ballate rock avvolgenti che avevano caratterizzato la prima parte del disco, ancora con la magica solista di Jamie Perrett a sottolineare il cantato disincantato, ma vibrante del padre Peter Perrett che con questo How The West Was Won ha realizzato uno dei più brillanti “comeback” di questo 2017.

Bruno Conti

14 Passi Nel Rock’n’Roll Stradaiolo di New York Con Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem

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Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem – Luna Park Records

Garland Jeffreys, a parere di chi scrive, è uno di quei musicisti di cui non si può fare a meno, infatti è un cliente abituale di questo blog, ne abbiamo parlato per il concerto a Pavia nel 2013, ma anche in altre occasioni, nelle uscite di The King Of In Between (11)  http://discoclub.myblog.it/2013/07/17/piccoli-ri-passi-della-storia-del-rock-garland-jeffreys-in-c/, Truth Serum (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/05/70-anni-e-non-sentirli-un-grande-garland-jeffreys-truth-seru/ , e la ristampa del live Paradise Theater, Boston October ’79, fatte con la consueta solerzia dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2016/03/10/quasi-piu-bello-del-vecchio-live-ufficiale-garland-jeffreys-paradise-theater-boston-october-79/ .In una lunga carriera tutt’altro che lineare (tra cambi di etichetta e lunghe pause ), questo signore, tra un decennio e l’altro, ha consegnato ad ogni tappa almeno un grande disco: Ghost Writer (77), Escape Artist (81), Don’t Call Me Buckwheat (91), e Truth Serum (13) senza dimenticare Live Hot Point (08) con Elliott Murphy e Chris Spedding, piccoli e grandi capolavori nati dalle sue radici che affondano nelle “backstreets” di Brooklyn.

Questo nuovo lavoro 14 Steps To Harlem. prodotto da Garland con il nostro “amico” James Maddock (se ne parlato anche recentemente per il Live At Daryl’s House http://discoclub.myblog.it/2017/03/25/un-rocker-inglese-di-casa-a-new-york-james-maddock-live-at-daryls-house/ ), vede l’apporto di musicisti di riguardo, tra i quali Tom Curiano alla batteria, Brian Stanley al basso, Charly Roth e Mark Bosch alle chitarre, Brian Mitchell e Ben Stivers alle tastiere, con la partecipazione al violino di Laurie Anderson, il fido “compagno di merende” Alan Freedman alla chitarra elettrica, e la figlia Savannah in un duetto e al pianoforte, per dodici brani che danno vita ad un nuovo breve viaggio sui sentieri del migliore rock’n’roll. Vediamo allora cosa ci riserva questo nuovo 14 Steps To Harlem: che parte con il ritmo incalzante di una grintosa When You Call My Name, per poi passare subito allo “shuffle” di Schoolyard Blues, seguito dalla title track 14 Steps To Harlem, una magnifica ballata “soul” che vede la partecipazione ai cori di James Maddock e Cindy Mizelle (cantante e corista di Springsteen), e al pop raffinato di una amorevole Venus (dedicata alla moglie). In ogni disco di Garland che si rispetti non può mancare il “reggae”, e quindi eccoci accontentati con il ritmo di una ballabilissima Reggae On Broadway, poi bilanciata con la splendida ballata Times Goes Away, cantata in duetto con la figlia Savannah, anche al pianoforte e James Maddock alla lap-steel guitar, per poi passare ancora ai ritmi “latini”, tra fisarmonica e mandolino, di una danzereccia Spanish Harlem, e alle delicate e soffuse note di una più che sofferente I’m A Dreamer.

I 14 passi proseguono con due cover, prima Waiting For The Man, un sentito omaggio ai Velvet Underground dell’amico Lou Reed, interpretata da Garland in maniera simile a livello vocale, e una intrigante versione “slow” di Help dei Beatles, dove giganteggia la fisarmonica di Brian Mitchell, e per chiudere il rap moderno di una Colored Boy Said, ma soprattutto la “perla” dell’album, la pianistica e struggente ballata Luna Park Love Theme, impreziosita dal violino magico della moglie di Lou Reed, Laurie Anderson, un brano che avrebbe fatto la sua “sporca” figura anche su Don’t Call Me Buckwheat o sul mitico Ghost Writer (per il sottoscritto i suoi dischi migliori).

Questo arzillo 74enne ( che ho visto personalmente, qualche anno fa, come ricordato saltellare sul palco in Piazza Della Vittoria a Pavia), ancora oggi rimane un artista raffinato, eclettico e istrionico, dalla voce calda e amichevole, stimato dai colleghi (nomi come Bruce Springsteen, Dr.John, David  Bromberg, Joe Ely, John Cale, Willie Nile, Alejandro Escovedo, James Taylor, Phoebe Snow,  e molti altri ancora), ma poco apprezzato (purtroppo) dal pubblico di massa, anche se il suo status di artista di culto gli ha permesso, nonostante tutto, nell’arco di una carriera quarantennale, di disseminare dozzine di splendide canzoni (anche piccoli capolavori), senza mai lasciarsi travolgere dai tempi e dal “cliché” del rock’n’roll business, e per un tipo che fin dagli anni ’70 faceva scorrere nei solchi dei suoi dischi un misto di generi come rock, pop, reggae, ska, black music, soul e anche dance, testimonia, nel bene e nel male che l’artista Garland Jeffreys è ancora vivo, e rimane un musicista essenziale per New York City, e per tutti gli amanti della buona musica.!

Tino Montanari

Un Disco Dal Vivo Bello, Forse Prevedibile, Dell’Iguana! Iggy Pop – Post Pop Depression: Live At The Royal Albert Hall

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Post Pop Depression, ultimo album dell’Iguana Iggy Pop uscito pochi mesi fa http://discoclub.myblog.it/2016/04/29/le-pop-songs-che-ci-piacciono-iggy-pop-post-pop-depression/ , è stato uno dei più venduti della sua discografia, oltre ad essere un ritorno alla forma dei bei tempi per l’ex Stooges ed uno dei suoi lavori più riusciti: era quindi inevitabile che venisse data alle stampe anche la sua controparte dal vivo, e nella fattispecie è stata scelta la data del 13 Maggio scorso alla mitica Royal Albert Hall di Londra, per questo DVD (o BluRay), disponibile anche con doppio CD accluso, intitolato senza troppa fantasia Post Pop Depression: Live At The Royal Albert Hall. Quasi un instant live quindi, ma inciso davvero in maniera spettacolare e con un padrone di casa in forma smagliante (a dispetto dell’età, ma Iggy dal punto di vista fisico è un altro Mick Jagger), per un concerto di tostissimo e vigoroso rock’n’roll, suonato con la stessa superband del disco in studio (Joshua Homme e Dean Fertita dei Queens Of The Stone Age, “aumentati” in tour anche dalla presenza dell’altro chitarrista della medesima band, Troy Van Leeuwen, e dal batterista degli Arctic Monkeys, Matt Helders): il fatto di aver optato per Londra, poi, non è casuale, in quanto il nostro è sempre stato più popolare nel Regno Unito che in patria.

La scelta delle ventidue canzoni della setlist è molto particolare, in quanto non spazia lungo tutta la carriera dell’Iguana, ma presenta otto brani su nove (manca Vulture) da Post Pop Depression, cosa ampiamente logica, ma poi, se si esclude la rockeggiante Repo Man, tratta dalla colonna sonora del film omonimo del 1984, gli altri tredici brani sono estratti da solo due dischi del passato, The Idiot e Lust For Life, cioè i due album più famosi del nostro: la scelta è anche una sorta di tributo all’amico David Bowie, che aveva prodotto entrambi i lavori e di fatto rilanciato la carriera di Iggy strappandolo dalle mani della droga, anche perché ben dodici canzoni su tredici erano state scritte in collaborazione con il Duca Bianco. Il concerto inizia subito con Lust For Life, uno dei brani più noti di Pop, in una versione potentissima, incalzante e profondamente elettrica (che sarà un po’ il mood del resto della serata), con la voce baritonale del nostro ancora capace di ruggire come quarant’anni fa. Tra i brani tratti dal disco di studio uscito da poco spiccano la sinuosa American Valhalla, molto caratterizzata dal suono del basso, la guizzante Sunday, decisamente orecchiabile (almeno per gli standard di Iggy), il funk-rock Gardenia, uno dei più fruibili dell’ultimo CD e, nel finale, i due pezzi più belli di Post Pop Depression, cioè Chocolate Drops, deliziosa e raffinata rock ballad con Iggy rigoroso nel canto, e la splendida Paraguay, una canzone straordinaria, tra le più belle della sua carriera.

Per quanto riguarda i pezzi originalmente prodotti da Bowie segnalerei una scatenata e frenetica Sixteen, puro rock’n’roll al fulmicotone, la trascinante Some Weird Sin, un concentrato di energia, la pulsante Funtime, dal motivo chiaramente influenzato dall’ex Ziggy Stardust, la plumbea Mass Production, molto Lou Reed, la cadenzata Nightclubbing, nella quale Iggy gigioneggia come piace a lui e Homme rilascia due assoli stratosferici, la sempre grande The Passenger, con uno dei più bei riff della storia, buttata con nonchalance in mezzo al concerto quando chiunque al suo posto l’avrebbe suonata nei bis. Infine, le note Tonight e China Girl, entrambe più conosciute nella versione di Bowie (specie la seconda, che però qui offre un finale chitarristico strepitoso), e Success, che conclude la serata, un pop-rock decisamente orecchiabile in origine, e che qui mantiene la sua fruibilità accentuando però l’elemento rock.

Un gran bel concerto, che conferma il momento felice di Iggy Pop ed il cui acquisto, se vi è piaciuto Post Pop Depression, diventa praticamente indispensabile.

Marco Verdi

Per Ricordare Uno dei Grandissimi: Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte III

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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Box Set 17CD

Parte 2

The Bells (1979): critica e fans si sono sempre divisi su questo disco, chi lo considera un mezzo capolavoro, chi un mezzo passo falso. La verità come spesso accade sta nel mezzo: The Bells è un lavoro complesso, talvolta ostico, un po’ discontinuo ma con qualche zampata d’autore. Lou per la prima volta collabora con altri artisti alla stesura dei brani (tra cui Nils Lofgren e Don Cherry), e scopre il sintetizzatore, usato in maniera piuttosto massiccia. Il disco si apre con la frenetica Stupid Man e prosegue con la curiosa e direi parodistica, conoscendo Lou, Disco Mystic, dalla ritmica dance ed un “testo” che ripete all’infinito le due parole del titolo. I Want To Boogie With You sconta l’influenza musicale di Dion, uno degli eroi di gioventù per Reed, Looking For Love è un rock’n’roll urbano dominato dal sax di Fogel, mentre City Lights, dedicata a Charlie Chaplin, è un affascinante talkin’, incentrato sulla voce del nostro, qui più calda e confidenziale del solito. Come finale, la delirante title track, un brano pieno di dissonanze e sonorità complesse, quasi tra free jazz e rock d’avanguardia, più di nove minuti poco digeribili.

Growing  Up In Public (1980): un disco poco noto di Lou, a me personalmente non dispiace, le composizioni sono di livello medio-alto, e dal punto di vista del suono troviamo brani rock abbastanza standard, lineari e fruibili, niente di ostico, con arrangiamenti costruiti intorno a chitarra e piano, come la vibrante My Old Man o la potente, ma orecchiabile, Keep Away, l’incalzante Standing On Cerimony (una piccola grande canzone), la quasi solare The Power Of Positive Drinking, con il tempo vagamente reggae-caraibico, la roboante Smiles, con lo splendido piano di Michael Fonfara, suonato alla maniera di Roy Bittan.

The Blue Mask (1982): l’ultimo grande disco di Lou prima di New York (che però è nel box della Sire), con il nostro che elimina i synth e si presenta a capo di una formazione ridotta all’osso (quattro elementi, con al basso il suo futuro collaboratore fisso Fernando Saunders). Un album ispirato e con canzoni non sempre facili, come My House, ballata complessa ma di rara intensità, o la raffinata Women, o la scintillante rock ballad Underneath The Bottle, o ancora l’adrenalinica Waves Of Fear, per non parlare della splendida The Day John Kennedy Died, una delle migliori composizioni del nostro, uno slow che regala momenti di pura poesia. Finale con la grandiosa Heavenly Arms, nella quale Lou canta bene come non aveva mai fatto prima.

Legendary Hearts (1983): un buon disco “minore” di Lou, che alterna belle canzoni ad altre più ripetitive: tra gli highlights troviamo l’accattivante title track, una delle sue migliori rock ballad del periodo, lo slow chitarristico The Last Shot, la mossa e godibile Pow Wow, che forse sarebbe stata un singolo migliore di Don’t Talk To Me About Work, la bella Betrayed, una tersa ballata dal retrogusto addirittura country, e l’orecchiabile Bottoming Out, con un ritornello di quelli che restano in testa.

New Sensations (1984): un album simile al precedente, ma più fresco e con una media di canzoni superiore (ed un suono magnifico, nonostante il ritorno dei sintetizzatori), che ha più successo degli ultimi dischi grazie anche all’ottima I Love You Suzanne, un singolo decisamente accattivante, ma anche Endlessly Jealous, ancora dal ritmo sostenuto, non è da meno, e ci presenta un Reed insolitamente attento ai suoni radio friendly (My Red Joystick è quasi danzereccia). Turn To Me sarebbe bella su qualsiasi album del nostro, con il suo splendido lavoro chitarristico ed il coro tendente al gospel, ed anche la title track è un brano che unisce fruibilità a buona scrittura. Per finire con le ottime My Friend George, High In The City e Down At The Arcade, tre rock songs di presa istantanea.

Mistrial (1985): non all’altezza delle migliori prove di Lou, e tra l’altro con un marcato sound anni ottanta, Mistrial è comunque un discreto disco di rock chitarristico (la title track e Mama’s Got A Lover sono indicative in questo senso), che entra in classifica grazie all’ottimo successo del singolo No Money Down (accompagnato da un divertente videoclip). L’album comunque contiene almeno altri tre pezzi sopra la media: la trascinante Video Violence, la funkeggiante The Original Wrapper, e la splendida Tell It To Your Heart, tra le ballate più belle scritte da Lou Reed.

In definitiva, un box che vale un sacrificio economico, dato che contiene una marea di grande musica da parte di un artista molto spesso dimenticato quando si parla di capostipiti del genere, e vi darà la possibilità di riscoprire dischi e canzoni che magari non ricordavate (o che non conoscevate). E poi c’è la qualità sonora, un vero spettacolo nello spettacolo.

Marco Verdi

Per Ricordare Uno dei Grandissimi :Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte II

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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Box Set 17CD

Parte 2

Berlin (1973): quando tutti si aspettano un bis di Transformer, Lou arriva con Berlin, un concept duro, drammatico e difficile, con testi che parlano di violenza, droga e morte, un disco all’epoca ferocemente criticato. Prodotto da Bob Ezrin, e con sessionmen come Jack Bruce, Stevie Winwood e la fantastica coppia di chitarristi Steve Hunter e Dick Wagner, Berlin è stato col tempo rivalutato, ed oggi è considerato uno dei capolavori reediani, a partire dalla gelida title track (molto diversa da quella su Lou Reed), passando per la potente Lady Day, alla struggente Men Of Good Fortune, alle due diverse Caroline Says (la seconda è una meraviglia), fino ai due capolavori assoluti: How Do You Think It Feels, rock ballad sontuosa con splendido assolo di Wagner, e l’angosciosa ma emozionante The Kids. Grande disco, anche se ostico.

Rock’n’Roll Animal (1974): se non ci fosse stato il Live At Fillmore East degli Allman Brothers Band, questo sarebbe il mio disco dal vivo preferito degli anni settanta, e quindi probabilmente di sempre. Registrato a New York, Rock’n’Roll Animal vede un Lou Reed in forma assolutamente strepitosa, accompagnato da una band da sogno (ancora Hunter e Wagner alle chitarre, Prakash John al basso, Pentti Glan alla batteria e Ray Colcord al piano), per un’esplosione elettrica che raramente è stata immortalata altre volte su disco. Solo cinque canzoni (di cui quattro dei Velvet), ma nella loro versione definitiva: la Sweet Jane più bella di sempre (imperdibile il boato del pubblico quando riconosce il famoso riff alla fine della lunga intro strumentale), una Heroin mai così agghiacciante, una devastante White Light/White Heat in versione boogie, una Lady Day che cancella persino quella di Berlin, ed il finale ad altissimo tasso elettrico con Rock’n’Roll. Qui cinque stelle sono pure poche.

Sally Can’t Dance (1974): uno dei dischi più immediati del nostro (è stato anche l’unico ad entrare nella Top Ten), che si apre e chiude con due straordinarie ballate, Ride Sally Ride e Billy, e presenta brani come l’ottimo rock’n’roll Animal Language, la raffinata e suadente Baby Face, la controversa, ma musicalmente ineccepibile, Kill Your Sons e la potente title track, con grande uso di fiati, quasi un brano southern. Un lavoro più che buono, anche se inevitabilmente inferiore sia a Transformer che a Berlin.

Metal Machine Music (1975): il più sonoro vaffanculo di un artista verso la sua casa discografica (che si limitava a chiedere un disco come da contratto), ma anche un atto poco rispettoso verso i fans, Metal Machine Music è un esperimento di noise music lungo più di un’ora (in origine era un doppio LP), ottenuto mediante il feedback della chitarra ed altre diavolerie tecnologiche. Un disco inascoltabile, si fa fatica ad arrivare a due minuti, figuriamoci i 64 totali, anche se c’è da dire che Lou pagherà in prima persona questa specie di scherzo. Non date retta ai critici snob che negli ultimi anni hanno tentato di rivalutarlo: Metal Machine Music era e rimane una solenne e rumorosa ciofeca.

Coney Island Baby (1976): dopo il disastro del disco precedente, la RCA ordina a Lou di tornare in studio e registrare un disco rock, e lui, unico caso in carriera, obbedisce (forse aveva capito che non poteva tirare oltremodo la corda): il risultato è Coney Island Baby, uno dei suoi migliori album in assoluto. Un disco solido, asciutto (anche nelle ballate), diretto e vigoroso, che ci fa ritrovare un Lou Reed tirato a lucido, con canzoni come la splendida Crazy Feeling, orecchiabile come poche altre volte, la soave Charley’s Girl, quasi un rifacimento di Walk On The Wild Side, la fluida She’s My Best Friend, dallo strepitoso finale chitarristico, e due classici assoluti come Kicks, con il suo progressivo crescendo, e la stupenda title track, una sontuosa ballata, tra le più belle mai messe su disco da Lou. Nella mia top three di dischi reediani (in studio) dopo Transformer e New York.

Rock And Roll Heart (1976): un album poco considerato (anche a posteriori), in quanto ha la sfortuna di essere “schiacciato” in mezzo a due pezzi da novanta come Coney Island Baby ed il successivo Street Hassle, e che fallirà addirittura l’ingresso nella Top 50 (Lou sta in parte ancora pagando l’affronto di Metal Machine Music). Il disco in certi momenti è persino leggero e fruibile (alla maniera del nostro, ovviamente), con brani corti e diretti come l’allegra I Believe In Love, o il rock’n’roll di Banging On My Drum, pura adrenalina, o ancora You Wear It So Well e Ladies Pay, due ottime ballate pianistiche, dai toni epici la prima (e con Garland Jeffries ai controcanti), più distesa e rilassata la seconda. Per non dire della deliziosa title track, in cui Lou canta in maniera rigorosa; il resto è piuttosto nella norma, facendo di Rock And Roll Heart un disco di facile ascolto ma alla lunga privo di brani che facciano la differenza.

Street Hassle (1978): altro grande disco, duro (nei testi), poetico, crudo, urbano, che concede poco all’ascoltatore occasionale. La parte del leone la fa sicuramente la lunga title track, una mini-suite in tre movimenti, una delle migliori prove di songwriting del nostro, pur se di difficile assimilazione (e con un cameo vocale non accreditato di Bruce Springsteen, che stava registrando Darkness On The Edge Of Town nello studio accanto). Altri highlights dell’album, che è stato registrato parzialmente dal vivo in Germania (pur con solo brani nuovi), sono la scintillante Gimme Some Good Times, che riprende volutamente il riff di Sweet Jane, il boogie sbilenco I Wanna Be Black, la folgorante (e quasi disturbante) Shooting Star. E gli perdoniamo l’insulsa Wait.

Live: Take No Prisoners (1978): l’unico doppio CD del box, questo live composto da dieci pezzi registrati al mitico Bottom Line di New York è spesso stato criticato per le lunghe parti parlate anche in mezzo alle canzoni, da parte di un Lou Reed insolitamente loquace ed estroverso, ma da qui a definirlo cabarettistico (ho sentito anche questa) ce ne vuole. Certo, non sarà Rock’n’Roll Animal, ma quando il gruppo suona il suo dovere lo fa alla grande, con eccellenti versioni di Sweet Jane, Satellite Of Love, Pale Blue Eyes (peccato il synth), una I’m Waiting For The Man riarrangiata blues, Coney Island Baby, ed anche una buona Street Hassle ed una I Wanna Be Black nettamente meglio dell’originale, con un grande Marty Vogel al sax. Dall’altro lato, a corroborare le critiche, una Walk On The Wild Side tirata per le lunghe e che non arriva mai al dunque.

Fine parte 2

Marco Verdi

Pare Che Finalmente Al 7 Ottobre Esca! Lou Reed – The RCA And Arista Albums Collection limited edition 17CD box set

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Lou Reed – The Rca And Arista Albums Collection – Sony Legacy 17 CD – 17-10-2016

Annunciato più volte, ormai da un oltre anno, e più volte rimandato, al 7 ottobre uscirà il cofanetto retrospettivo degli album di Lou Reed pubblicati nel periodo 1972-1986, durante il suo contratto, prima con la Rca poi con la Arista. I dischi sono stati tutti rimasterizzati, sotto la stessa supervisione di Lou Reed, l’ultimo progetto portato a termine prima della sua morte avvenuta il 27 ottobre del 2013 (sono già passati tre anni). Non ci saranno né dischi bonus e neppure tracce aggiunte nei vari album. Questa è la lista dei CD:

1. Lou Reed (April 1972)
2. Transformer (November 1972)
3. Berlin (July 1973)
4. Rock n Roll Animal (live February 1974)
5. Sally Can’t Dance (August 1974)
6. Metal Machine Music (July 1975)
7. Coney Island Baby (December 1975)
8. Rock and Roll Heart (October 1976)
9. Street Hassle (February 1978)
10. Lou Reed Live Take No Prisoners (2 CDs November 1978)
11. The Bells (April 1979)
12. Growing Up in Public (April 1980)
13. The Blue Mask (February 1982)
14. Legendary Hearts (March 1983)
15. New Sensations (April 1984)
16. Mistrial (June 1986)

E questa è la lista completa dei brani contenuti negli album:

[CD1]
1. I Can’t Stand It
2. Going Down
3. Walk and Talk It
4. Lisa Says
5. Berlin
6. I Love You
7. Wild Child
8. Love Makes You Feel
9. Ride Into the Sun
10. Ocean

[CD2]
1. Vicious
2. Andy’s Chest
3. Perfect Day
4. Hangin’ ‘Round
5. Walk On the Wild Side
6. Make Up
7. Satellite of Love
8. Wagon Wheel
9. New York Telephone Conversation
10. I’m So Free
11. Goodnight Ladies

[CD3]
1. Berlin
2. Lady Day
3. Men of Good Fortune
4. Caroline Says I
5. How Do You Think It Feels
6. Oh Jim
7. Caroline Says II
8. The Kids
9. The Bed
10. Sad Song

[CD4]
1. Intro / Sweet Jane
2. Heroin
3. White Light / White Heat
4. Lady Day
5. Rock ‘N’ Roll

[CD5]
1. Ride Sally Ride
2. Animal Language
3. Baby Face
4. N.Y. Stars
5. Kill Your Sons
6. Ennui
7. Sally Can’t Dance
8. Billy

[CD6]
1. Metal Machine Music, Pt. 1
2. Metal Machine Music, Pt. 2
3. Metal Machine Music, Pt. 3
4. Metal Machine Music, Pt. 4

[CD7]
1. Crazy Feeling
2. Charley’s Girl
3. She’s My Best Friend
4. Kicks
5. A Gift
6. Ooohhh Baby
7. Nobody’s Business
8. Coney Island Baby

[CD8]
1. I Believe In Love
2. Banging On My Drum
3. Follow the Leader
4. You Wear It So Well
5. Ladies Pay
6. Rock and Roll Heart
7. Chooser and the Chosen One
8. Senselessly Cruel
9. Claim to Fame
10. Vicious Circle
11. A Sheltered Life
12. Temporary Thing

[CD9]
1. Gimmie Some Good Times
2. Dirt
3. Street Hassle
4. I Wanna Be Black
5. Real Good Time Together
6. Shooting Star
7. Leave Me Alone
8. Wait

[CD10]
1. Sweet Jane
2. I Wanna Be Black
3. Satellite of Love
4. Pale Blue Eyes
5. Berlin
6. I’m Waiting for the Man

[CD11]
1. Coney Island Baby
2. Street Hassle
3. Walk On the Wild Side
4. Leave Me Alone

[CD12]
1. Stupid Man
2. Disco Mystic
3. I Want to Boogie with You
4. With You
5. Looking for Love
6. City Lights
7. All Through the Night
8. Families
9. The Bells

[CD13]
1. How Do You Speak to an Angel
2. My Old Man
3. Keep Away
4. Growing Up In Public
5. Standing On Ceremony
6. So Alone
7. Love Is Here to Stay
8. The Power of Positive Drinking
9. Smiles
10. Think It Over
11. Teach the Gifted Children

[CD14]
1. My House
2. Women
3. Underneath the Bottle
4. The Gun
5. The Blue Mask
6. Average Guy
7. The Heroine
8. Waves of Fear
9. The Day John Kennedy Died
10. Heavenly Arms

[CD15]
1. Legendary Hearts
2. Don’t Talk to Me About Work
3. Make Up Mind
4. Martial Law
5. The Last Shot
6. Turn Out the Light
7. Pow Wow
8. Betrayed
9. Bottoming Out
10. Home of the Brave
11. Rooftop Garden

[CD16]
1. I Love You, Suzanne
2. Endlessly Jealous
3. My Red Joystick
4. Turn to Me
5. New Sensations
6. Doin’ the Things That We Want To
7. What Becomes a Legend Most
8. Fly Into the Sun
9. My Friend George
10. High In the City
11. The Great Defender (Down at the Arcade)

[CD17]
1. Mistrial
2. No Money Down
3. Outside
4. Don’t Hurt a Woman
5. Video Violence
6. Spit It Out
7. The Original Wrapper
8. Mama’s Got a Lover
9. I Remember You
10. Tell It to Your Heart

Il cofanetto contiene tutti i 16 album pubblicati nel periodo, con Live Take No Prisoners che è un doppio, per un totale di 17 CD. Avrà un costo, molto indicativo, intorno ai 130-150 euro, quindi medio prezzo e non budget (come ad esempio Sire Years: Complete Albums Box e altri progetti che ultimamente stanno uscendo a prezzi decisamente bassi, vedasi il recente box dedicato a Joe Cocker). Il tutto è stato rimasterizzato, come si diceva, ex novo, sotto la produzione di Hal Willner, Rob Santos e lo stesso Lou Reed. Nella confezione, oltre ai vari usuali memorabilia che vedete nell’immagine sopra, c’è anche un libro di 80 pagine, con foto, saggi e una presentazione del vecchio amico di Lou, Hal Willner.

Bruno Conti

Queste Sono Le “Pop Songs” Che Ci Piacciono! Iggy Pop – Post Pop Depression

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Iggy Pop – Post Pop Depression – Caroline/Universal CD

In America uno come Iggy Pop viene definito “larger than life”: cantante e attore, personaggio di grande carisma (la sua immagine di rocker che si esibisce sempre a torso nudo è ormai un’icona), è sempre stato considerato da certa critica quasi un artista di secondo piano, una fusione con meno talento tra David Bowie e Lou Reed (i due modelli a lui più vicini, e anche suoi grandi amici, per quanto si potesse essere grandi amici di Reed), complice anche una carriera altalenante e, specie negli anni settanta, condizionata dall’uso massiccio di sostanze non proprio consigliabili. Ci si dimentica spesso che Pop (vero nome James Newell Osterberg) agli inizi è stato un innovatore, in quanto il suo primo gruppo professionale, gli Stooges, è unanimemente riconosciuto come il vero precursore, con quasi dieci anni di anticipo, del punk (e con fans insospettabili, come per esempio Madonna): in particolare dischi come Fun House e Raw Power ancora oggi sono dei veri e propri pugni nello stomaco, due album di rock talmente diretto e viscerale da far sembrare anche la più cruda garage band come un gruppo acqua e sapone. Nella seconda metà dei settanta Iggy ha poi esordito come solista collaborando proprio con Bowie durante il suo periodo berlinese, e pubblicando quelli che ancora oggi sono i suoi due album più popolari, The Idiot e soprattutto il famoso Lust For Life, che conteneva classici come la title track e la splendida The Passenger (uno dei brani più belli della decade): due dischi che però non ebbero un grande successo (il nostro non è mai stato un million seller, ed è sempre andato meglio nel Regno Unito che in patria, rimanendo comunque in uno status di cult artist) e ciò ha sicuramente contribuito a farlo precipitare ancora di più nelle braccia della droga, oltre a pubblicare altri lavori di ancor minore riscontro.

Negli anni ottanta una leggera risalita, specie con l’album Blah! Blah! Blah! (che conteneva il singolo Real Wild Child, ad oggi il suo miglior successo in classifica), nel quale Iggy si cimentava con un pop (minuscolo) tipico dell’epoca, e poi l’entrata nei novanta con tre dei suoi lavori migliori (Instinct e soprattutto Brick By Brick ed American Ceasar), nei quali tornava a proporre un rock molto aggressivo e punkeggiante, con punte quasi hard. Anche in seguito Iggy non ha mai smesso di fare dischi, fino ai giorni nostri (inclusa una reunion con gli Stooges per vari concerti e due discreti album, The Weirdness ed il recente Ready To Die), ma sembrava un po’ uscito dai radar del pubblico e della critica. Ma un vecchio leone ha sempre in serbo una zampata, ed ecco che il nostro Iguana (da cui il diminutivo Iggy) fa uscire quello che, a sentire lui, potrebbe essere il suo ultimo lavoro, e se è così devo dire che si tratta di un commiato davvero notevole. Post Pop Depression vede infatti il nostro tirato a lucido, alle prese con nove brani duri, viscerali, diretti ed anche amari: di sicuro l’età che avanza e la perdita di alcuni amici (fra cui appunto Reed e Bowie) non hanno contribuito certo a conferire ottimismo ad un artista che è sempre stato un po’ dark, ma qui ci troviamo di fronte ad una scrittura solidissima e ad una serie di canzoni moderne ma classiche nello stesso tempo.

Iggy si fa aiutare da una sorta di supergruppo, con i nomi e le facce dei componenti messi in evidenza fin dalla copertina, come se fosse una vera band: innanzitutto il vulcanico Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age e dei tristemente famosi Eagles Of Death Metal (ma anche membro del supertrio Them Crooked Vultures con l’ex Nirvana Dave Grohl e l’ex Led Zeppelin John Paul Jones), che oltre a suonare chitarre, basso, tastiere e quant’altro ha scritto le canzoni insieme ad Iggy e si occupa della produzione,  il polistrumentista Dean Fertita, compagno di Homme nei QOTSA, e Matt Helders, batterista degli Arctic Monkeys (con qualche musicista aggiunto, perlopiù ad archi e fiati). Post Pop Depression è quindi un disco ispirato e profondo, ma al tempo stesso duro (nei contenuti) e pessimistico, ed è stato sorprendentemente premiato dal pubblico, che ne ha fatto nientemeno che l’album di Iggy Pop di maggior successo di sempre, facendolo entrare nella Top 20 in America e addirittura nella Top 5 in Inghilterra (c’è però da dire che oggi, rispetto ad una volta, si entra in classifica con molte meno vendite).

L’album si apre con Break Into Your Heart, potente rock song con la voce carismatica e declamatoria (giusto una via di mezzo tra Reed e Bowie) in evidenza, un tappeto sonoro decisamente elettrico, drumming secco e preciso ed un gradito intermezzo pianistico: un ottimo modo per entrare nel disco, un pezzo anche abbastanza fruibile. Gardenia è il primo singolo estratto, ed è un bel pop-rock alla maniera del nostro (quindi non convenzionale), c’è un synth, ma è usato con intelligenza, il ritmo è molto incentrato sul basso, un quasi funk-rock che potrei definire bowiano (ma il Bowie più raffinato, tipo quello di Black Tie, White Noise), un brano per nulla ostico, anzi molto piacevole; American Valhalla ha uno strano inizio che ricorda China Girl, poi però la canzone prende una direzione completamente diversa, diventando ancora un pezzo a metà tra pop e rock urbano, un po’ sghembo (il basso è distorto) ma di indubbio fascino, ed un ritornello piuttosto lineare dove la voce baritonale del nostro la fa da padrona.

In The Lobby è un rock dominato da sonorità moderne (pur se decisamente chitarristico), nel quale Iggy gigioneggia alla grande, non il più orecchiabile dei brani presenti ma con un suo preciso filo conduttore, ed alla fine non mi dispiace neanche questo; bellissimo per contro Sunday, un rock’n’roll diretto e potente, dal ritmo sostenuto e melodia immediata, punteggiato dai riff in pieno stile funky da parte di Homme, ed impreziosito da un coretto femminile ed un inatteso ma suggestivo finale orchestrale: è da brani come questo che si capisce l’ottimo stato di forma di Iggy, peccato se davvero questo sarà il suo addio alle armi. La breve Vulture inizia acustica e con la voce di Pop che assume un tono aggressivo, ed il brano stesso ha un’atmosfera minacciosa grazie al contrasto tra i rintocchi ossessivi di una campana ed un riff distorto dal sapore orientaleggiante, mentre German Days è molto più diretta, un altro pezzo rock puro e semplice, con le chitarre usate in maniera classica ed Iggy che sprizza personalità da tutti i pori. Mancano solo due brani, ma sono tra i migliori del CD: Chocolate Drops è una squisita ballata classica, senza stranezze, con ritmo sempre presente, un motivo immediato e gran lavoro di chitarra, mentre ancora meglio è Paraguay (la più lunga del disco), che inizia corale ed a cappella, poi entra solo Iggy con una bella chitarrina elettrica, arriva la sezione ritmica ed il pezzo, grazie anche ad una melodia epica e vibrante, è splendido, forse il più bello dell’album (ed il cambio di tempo a metà canzone è geniale) e ci fa ritrovare di botto l’artista di The Passenger.

Gran bel disco, per cui spero davvero che Iggy Pop ci ripensi e non si fermi, magari incidendo meno, regalandoci ancora canzoni come quelle di Post Pop Depression.

Marco Verdi