Alle Radici Della Lousiana. Zachary Richard – Le Fou

zachary richard le fou.jpg

 

 

 

 

 

 

Zachary Richard – Le Fou – Avalanche Productions 2012

Anche quest’anno (come lo scorso), per chi scrive il Natale è arrivato in anticipo. Infatti di questi tempi avevo recensito su queste pagine virtuali, in formato DVD (Some Day), lo splendido concerto di Zachary Richard, registrato nell’ambito del Festival International del Jazz di Montreal, e oggi quando il postino ha suonato alla mia porta e mi ha recapitato questo ultimo lavoro (il 20° se non ho sbagliato il conto), sono tornato bambino, quando aprivo con ansia i pacchi regalo. Nello stesso tempo quando si ama incondizionatamente un “outsider” storico come Zachary, mi chiedo sempre se mi farebbe davvero piacere vederlo svettare nelle classifiche e diventare un fenomeno di massa, o rimanere un artista di “culto” per pochi eletti. La sua musica, inizialmente, era una perfetta fusione di cajun tradizionale, zydeco, rock e blues di New Orleans, e assieme ai Beausoleil e pochi altri, ha contribuito a divulgare le tradizione della sua terra in tutto il mondo. Una quindicina d’anni fa, Richard ha abbandonato il suono cajun rock, aperto e coinvolgente, che aveva caratterizzato buona parte della sua produzione, per una scrittura più interiore e cantautorale,  sempre in sintonia con la musica della sua amata Louisiana, abbracciando la lingua francese e andando a vivere con la famiglia in Canada nel Quebec.

Con questo Le Fou, (titolo ispirato dal nome francese di un uccello coinvolto nel disastro causato dalla esplosione sulla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico nel 2010) Zachary Richard si dimostra più che mai impegnato in tematiche sociali e ambientaliste, con canzoni che parlano dei temi della resistenza alla furia della natura (Laisse le Vent Souffler), della “separazione” (La Chanson Des Migrateurs) e di storie d’identità e di natura (Original Ou Caribou), oltre a quelle che certificano l’orgoglio e la voglia di lottare per la propria terra.

L’album è prodotto da Nicolas Petrowski e dallo stesso Zachary Richard, e si avvale di ottimi musicisti locali, tra i quali Eric Sauviat alle chitarre e dobro, Nicholas Fiszman al basso, Justin Allard alla batteria, Felix LeBlanc al violino, le brave coriste Yolanda Robinson e Erica Falls e l’amico di sempre Sonny Landreth come ospite, e particolare importante (come si nota dai titoli dei brani), è tutto cantato in francese, nella lingua della nonna materna e sua attuale.

Si apre con la bella e orgogliosa Laisse Le Vent Souffler in perfetto stile cajun e la chitarra di Sonny Landreth è subito protagonista, brano bissato da una Sweet Sweet dotata di un ritornello orecchiabile con il violino in evidenza. Al terzo brano siamo già al capolavoro del disco, con Le Fou  (la follia del genere umano nel distruggere l’ambiente naturale), splendida ballata dalla melodia intensa ed in crescendo, che ci riporta al miglior Richard, con la voce distesa e ben impostata. Da sola potrebbe già valere la spesa del disco. Clif’s Zydeco come dice il titolo, è uno zydeco della terra natia dedicato al re del genere, Clifton Chenier, con la fisarmonica di Zac e la chitarra di Sonny a dettare il ritmo, seguito da un arpeggiata La Chanson Des Migrateurs, una ballata acustica piena di suggestioni. Si cambia decisamente ritmo con Lolly Lo, brano dal ritornello accattivante, con un organo malandrino e il coro sugli scudi, mentre La Musique Des Anges  è una ballata elettrica di un certo respiro, con una melodia forte ed evocativa.

Il disco prosegue a questi livelli con La Ballade De Jean Saint Malo, giocata sulle percussioni di Elage Diouf, un giro di chitarre ritmiche ed un crescendo finale “liberatorio” delle coriste, seguito da Crevasse Crevasse un cajun-bluesche vede lo stesso Zac all’armonica, prima di scatenarsi in un brano Bee De La Manche, dove fisarmonica, violino e percussioni la fanno da padroni. C’est Si Bon (non la famosa canzone francese resa celebre anche da Armstrong, ma un brano suo). è introdotta da pochi arpeggi di chitarra e dalla voce dell’autore, poi si apre lentamente, lasciando spazio ad una dolce melodia, resa al meglio dal mandolino di Eric Sauviat e dal violino di Ray Légère, mentre la seguente Orignal Ou Caribou è un brano molto roots, in cui non mancano le influenze folk dell’artista. Il CD si chiude in bellezza con Les Ailes Des Hirondelles, una canzone struggente, con il dobro ad accompagnare la voce sofferta di Zac (una delle composizioni migliori di questo figlio legittimo della Louisiana che in altra forma già appariva su Migration).

Zachary Richard è ormai oltre i sessanta, nel 2010 è stato colpito da un ictus (che lo ha costretto a sospendere per un lungo periodo l’attività), ma questo signore ha alle spalle una carriera solida, anche se talvolta avara di soddisfazioni, non ha mai venduto molto, comunque i suoi dischi hanno segnato una parte della storia  della musica, con canzoni che hanno saputo dare sempre un’emozione, e, aggiungo, sono in piena sintonia con il mio “collega” di blog Marco Verdi, che di questi tempi  per sentire della buona musica si devono indirizzare le orecchie verso “stagionati” artisti. (Gallina vecchia fa buon brodo!)

Tino Montanari

NDT: Vi ho risparmiato alcuni cenni biografici e la discografia, che potete recuperare andando a rileggere la recensione dello scorso anno del DVD Some Day che trovate qui l-acadien-errante-zachary-richard-some-day-live-at-the-mont.html . Buona lettura.!

Saluti Dalla Louisiana! Eric Bibb – Deeper In The Well

eric bibb deeper in the well.jpg

 

 

 

 

 

 

Eric Bibb – Deeper In The Well – Dixiefrog/IRD

Eric Bibb è uno dei più rispettati musicisti della scena musicale acustica Blues americana, figlio di Leon Bibb e nipote di John Lewis del Modern Jazz Quartet, Eric è una sorta di cittadino del mondo visto che vive in Finlandia e una delle nazioni dove è più popolare, e dove si trova una delle sue tante case discografiche, è la Francia. Ma è anche prolifico, molto prolifico, questo Deeper In the well è il quarto album che esce in meno di anno: d’altronde gli “scappava” di fare un album con alcuni musicisti della Louisiana conosciuti in occasione della trasmissione della BBC Celtic Connections  e, detto fatto, è stato organizzato un viaggio per andare a registrare questo album in quel di Pont Breaux, Louisiana al Cypress House Studio di Dirk Powell con alcuni musicisti locali e qualche ospite di prestigio. Visto che in ogni caso, New Orleans e la Louisiana in generale sono comunque una delle culle dove è nato il Blues, il genere del disco è quello solito dei dischi di Bibb con alcuni brani dove le influenze cajun e zydeco sono più evidenti.

Come al solito il contenuto è un misto di cover, traditionals e brani originali di Bibb la cui provenienza è assolutamente indistinguibile: dall’iniziale Bayou Belle firmata dal nostro amico, un blues intriso di gospel con l’armonica di Grant Dermody, il contrabbasso di Dirk Powell (ma suona una infinità di strumenti, tra cui fisarmonica, banjo e violino), il violino di Cedric Watson e le percussioni di Danny De Villier, nonché il triangolo cajun di Christine Balfa ( proveniente da una delle famiglie più importanti della musica della Louisiana) a dare una mano alla acustica di Bibb e a supportare la sua voce ricca di mille sfumature si passa al puro cajun di Dig A Litte Deeper In the Well che Eric dice di avere conosciuto in una registrazione live della coppia Doc & Merle Watson ma qui ritrova lo spirito “regionale” del brano. C’è il super Deep Blues di No Further, solo armonica, contrabbasso e chitarra acustica a sostenere la voce molto espressiva di Bibb.

Sinner Man è un brano tradizionale che consente ancora una volta di apprezzare questa musica “senza tempo”, sospesa tra il passato delle radici e le tecnologie moderne che ci permettono di godere ogni più piccola evoluzione di armonica, chitarra acustica, violino e contrabbasso e la voce, profonda e risonante. Boll Weewil arrangiata dal duo Powell e Dermody è un altro traditional austero e scarno che proviene dalle radici del blues mentre In My Time con il dobro dell’ospite Jerry Douglas in grande evidenza svolta per un country blues rigoroso ma allo stesso tempo piacevole all’ascolto. Tutto quello che abbiamo ascoltato finora profuma di Taj Mahal e infatti la successiva Every Wind In The River porta la firma e le coordinate musicali del grande colored americano, uno dei più grandi musicisti in circolazione come dimostra la sua partecipazione al recente Chimes Of Freedom e la sua versione di Dylan è una delle più brillanti del lotto. Eric Bibb con l’aiuto degli ospiti Michael Jerome Browne al fretless banio e mandolino e Michel Pepin alle chitarre elettriche “baritone e ambient” (giuro!), si candida autorevolmente alla successione di Mahal, in un lontano futuro. Sittin’ In A Hotel Room è una di quelle meravigliose ballate acustiche che il nostro amico ogni tanto ci regala, solo una chitarra sullo sfondo, la armonica e il violino del duo Dermody e Watson e il triangolo della Balfa a incorniciare la sua splendida voce. Senza stare a tediarvi ulteriormente con altri titoli ( ma è importante anche questo) vi segnalo almeno ancora l’ottima Money In Your Pocket più ricca negli arrangiamenti e una particolare versione dolcissima di The Times They Are a Changin’ con un banjo insinuante in evidenza e tutto il gruppo di musicisti al servizio della voce di Eric Bibb che in questo brano raggiunge vette interpretative di grandissimo spessore e intensità (questa era da mettere nel tributo a Dylan)!

Che dire, ne farà pure troppi di dischi, ma è proprio bravo. Approvato.

Bruno Conti