Come Si Può Dargli Torto? Mike Zito – Make Blues Not War

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Mike Zito  – Make Blues Not War – Ruf Records

Mike Zito nel corso del suo tragitto musicale, partito da St. Louis una ventina di anni fa, ha incrociato i suoi percorsi con Anders Osborne, Reese Wynans, Sonny Landreth, Delbert McClinton, tutta gente che ha suonato nei suoi dischi, è andato a vivere in Texas, come testimoniato da uno dei suoi dischi migliori (Gone To Texas), è passato anche da New Orleans per condividere il suo percorso con Cyril Neville, e insieme a Devon Allman, hanno virato verso derive sudiste nei Royal Southern Btotherhood, ma dopo due dischi in studio e uno dal vivo, la band  che è rimasta a Neville, ha inserito nuovi elementi. Nel frattempo ha pubblicato due eccellenti album con i Wheel, quello citato e un superbo Songs From The Road, registrato dal vivo, dove il sound aveva anche elementi soul, R&B, country e inevitabilmente southern rock di matrice texana, il tutto proposto con una voce forte e potente, eclettica, tra le migliori nel panorama della musica del Sud degli States. Ed ecco che ora l’irrequieto Zito decide che è meglio Make Blues Not War, e su questo’assunto non si può dire nulla.

Se poi per portarlo a termine ti rivolgi a uno come Tom Hambridge che è stato definito “The White Willie Dixon”, grazie ai suoi lavori con Buddy Guy, Joe Louis Walker, George Thorogood, James Cotton, ecc.,  è quasi inevitabile che il risultato, oltre ad essere ottimo, e lo è, sarà un disco di blues, al di là del titolo profetico. Hambridge, come al solito nei suoi studi di Nashville, ha realizzato un disco che oscilla tra le varie forme di blues: rock-blues tirato e potente, a tratti quasi con derive hard-rock, classico Chicago blues elettrico e un suono southern rock retaggio del passato di Zito. Lo stesso Tom Hambridge è il batterista nle disco, questa volta optando per un approccio di potenza devastante, Tommy MacDonald è il bassista, Rob McNelley è la seconda chitarra solista, in più Kevin McKendree aggiunge le sue tastiere ove occorra, cioè quasi sempre, e ci sono anche un paio di ospiti di prestigio, che andiamo subito a vedere. Le canzoni portano quasi tutte la firma dello stesso Hambridge, cinque insieme a Mike, altre con diversi co-autori e confermano la validità della sua penna, che gli è valsa l’appellativo meritato ricordato poc’anzi. Si parte sparatissimi con una granitica Highway Mama, dove all’accoppiata di chitarre McNelley/Zito (che in tutto il disco è formidabile, soprattutto il buon Mike, che si conferma uno dei solisti più validi in circolazione), si aggiunge anche Walter Trout per un vero festival della sei corde, Zito per l’occasione alla slide, tra riff infuocati, R&R cattivissimo, difficile oggi trovare del blues-rock fatto così bene.

Wasted Time è un gagliardo shuffle ad alta gradazione, pimpante e coinvolgente, con Zito indemoniato alla solista, e la sua band fantastica che lo segue come un sol uomo. Redbird, il brano più lungo del disco, introduce elementi di classico rock-blues anni ’70, tra Free, Zeppelin e piccoli tocchi di rock progressivo, ma non mancano le influenze di Hendrix e SRV per l’uso marcato del wah-wah e per un finale quasi psych, mentre Crazy Legs è una delle canzoni co-firmate da Zito, un boogie-blues vorticoso che ricorda le cose migliori degli ZZ Top o di Thorogood, con la sezione ritmica veramente inarrestabile e il nostro amico che inchioda un assolo micidiale. Make Blues Not War, che nel testo cita Robert Johnson e Muddy Waters è uno slow blues classico, con l’altro ospite Jason Ricci, veemente all’armonica, ad affiancare un ispirato Mike Zito, di nuovo alla slide, difficile fare meglio. On The Road si avvale di un inconsueto clavinet suonato da McKendree, per un robusto funky-blues, dove brillano, al solito, la voce vissuta e la solista fluida del nostro.

Bad News Is Coming è un omaggio all’arte di uno degli ultimi grandi del blues moderno, quel Luther Allison che ci ha lasciato nel 1997, un blues lento intenso e lancinante, con McKendree all’organo e una atmosfera che può ricordare quella di brani simili di Zeppelin e ZZ Top, con la chitarra che viaggia sul filo del rasoio, con un assolo veramente torrenziale; One More Train è il secondo brano che vede la presenza dell’armonica del bravissimo Jason Ricci, uno dei migliori “soffiatori” delle ultime generazioni, con Zito di nuovo alla slide e McKendree al piano, per un pezzo che ricorda il sound degli Stones dell’epoca di Mick Taylor, con Girl Back Home, ancora incentrata sull’intenso lavoro del bottleneck di Mike. Chip Off The Block ci introduce ai talenti di una futura stella della chitarra, o così si spera, tale Zach Zito, figlio d’arte, per un pezzo che cita sia nel testo come nel contenuto il Texas Blues di Stevie Ray Vaughan, il ragazzo sembra promettente. Ma il babbo è una “belva”, come conferma in un ennesimo lancinante slow come Road Dog o nel frenetico boogie R&R di un “vecchio classico” come Route 90, dove Zito e McKelley si scambiano riff a velocità supersonica, per un finale splendido, come d’altronde tutto il disco.

Bruno Conti

Da Solo O In Compagnia Sempre Un Gran Chitarrista! Albert Castiglia – Big Dog

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Albert Castiglia – Big Dog – Ruf Records                                                                      

Ci eravamo lasciati con Albert Castiglia sulle note collaborative dell’ottimo Blues Caravan 2014, un CD+DVD dal vivo registrato insieme ai colleghi di etichetta Christina Sjolberg e Laurence Jones, dove il vero protagonista era il chitarrista della Florida (anche se nato a New York), con il suo solismo tirato e scoppiettante, ed una varietà di temi musicali veramente impressionante http://discoclub.myblog.it/2015/03/11/lunione-fa-la-forza-laurence-joneschristina-skjolbergalbert-castiglia-blues-caravan-2014-live/ . Castiglia non è più una giovane promessa, ha 46 anni, è sulla scena dagli anni ’90, quando ad inizio carriera per vari anni è stato il chitarrista della band di Junior Wells, dove ha imparato il mestiere, suonando in seguito anche con la cantante di Atlanta Sandra Hall e dividendo i palchi con Pinetop Perkins e John Primer. Ma il suo stile è decisamente più aggressivo, orientato verso un blues-rock elettrico e vigoroso che raggiunge la maturazione definitiva in questo suo ottavo album solista (se non ho fatto male i conti), dove il musicista di origini italo-cubane trova il giusto compagno di avventura in Mike Zito, che oltre a produrre questo secondo album per la Ruf di Castiglia, suona anche la chitarra in tutto il disco, firma un brano e porta una ventata di Louisiana sound (dove è stato registrato il tutto) al gusto complessivo dell’album. Si parte subito alla grande con una Let The Big Dog Eat,  dalle chitarre aggressive e fiammeggianti, la voce di Castiglia, sostenuta da Zito, maschia e vigorosa, una ritmica potente che pompa riff come piovesse, l’organo di Lewis Stephens lavora di fino sullo sfondo e il risultato è eccellente.

Don’t Let Them Fool Ya è un southern rock blues firmato da Zito, con chitarre fluide e scorrevoli che rilanciano di continuo il suono della canzone dai due canali dello stereo con una “cattiveria ammirevole”, mentre Get Your Ass In The Van, il primo contributo a firma Castiglia, rientra nella categoria slidin’ blues, quella di Elmore James o Hound Dog Taylor per intenderci, con il bottleneck del nostro che scivola con libidine sul manico della sua chitarra. Drowning At The Bottom è un pezzo di Luther Allison, un classico slow blues di quelli “duri e puri” con le corde della chitarra tese allo spasimo dal buon Albert che rilasciano fiumi di note, e lui che canta anche con un piglio intenso ed autorevole e pure Let’s Make Love In The Morning non scherza, un brano più vicino alle atmosfere dei dischi di Mike Zito, una bella ballata sudista, dove le chitarre acustiche e l’organo affiancano le sinuose linee della solista di Castiglia e un feeling soul à la New Orleans si insinua tra le pieghe della canzone. What I Like About Miami è un eccellente brano di Charlie Pickett (non so se lo ricordate? Un bravo musicista rock della Florida a cui la Bloodshot aveva dedicato una antologia qualche anno fa): tra Stones e classico sound country/roots, aggiunge un tocco Americana al disco, con il suo pigro e ciondolante divenire.

Easy Distance ci riporta al funky-blues pungente tipico di Castiglia, con il basso di Scot Sutherland che crea un groove pulsante su cui la solista del leader è libera di improvvisare linee rapide e sicure. Where Did I Go Wrong è l’omaggio al vecchio maestro Junior Wells (era sull’album You’re Tuff Enough, pubblicato nel 1969, l’anno in cui nasceva Castiglia), un blues lento in puro stile Chicago, con l’armonica dell’ospite Johnny Sansone e il piano di Stephens che aggiungono autenticità e stamina al pezzo; Sansone rimane pure nella successiva Where The Devil Makes His Deals, dove i ritmi si fanno più intensi e duri, con le due soliste di nuovo impegnate a scambiarsi sciabolate e la batteria di Rob Lee che scandisce il ritmo con grande vigore. What The Hell Was I Thinking, con un pianino quasi rock’n’roll, aggiunge un tocco alla Fats Domino, prima che le chitarra riprenda il controllo delle operazioni, con la conclusiva Somehow, firmata a due mani da Albert Castiglia con Cyril Neville, una bella ballata soul, profonda e dal testo di impegno sociale, dedicata alla situazione critica e alle difficoltà dei senzatetto nell’America di oggi (ma anche di ieri): anche qui, come nel resto del disco, si respira quell’aria del Sud degli Stati Uniti, delle foreste tra le paludi della Louisiana evocate fin dalla foto di copertina, anche senza poi essere l’unico tema musicale del disco, veramente bello nel suo insieme, articolato e dai mille spunti sonori, e che conferma il talento di questo signore. Senti che roba! Nella versione di Boz Scaggs c’era Duane Allman alla chitarra (forse il suo assolo più bello https://www.youtube.com/watch?v=oTFvAvsHC_Y).

Vista la stagione, direi caldamente consigliato!

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Anteprima Walter Trout – Alive In Amsterdam

walter trout alive in amsterdam

Walter Trout – Alive In Amsterdam – 2 CD Mascot/Provogue 17-06-2016

Il titolo dell’album si riferisce al concerto tenuto da Walter Trout nella capitale olandese il 28 novembre del 2015, al termine del suo comeback tour, dopo la lunga malattia che lo aveva portato a un passo dalla morte, il trapianto di fegato, il ritorno con l’album Battle Scars http://discoclub.myblog.it/2015/10/03/storia-lieto-fine-walter-trout-battle-scars/ . Ma si può interpretare anche come “Sopravvissuto in Amsterdam”: il vecchio leone del blues elettrico di nuovo in pista, come dice la presentazione della moglie Marie, sempre presente al suo fianco, “From Los Angeles, California, Walter Trout”, e poi ci gustiamo un paio di ore di musica energica e brillante, nell’ambiente in cui il chitarrista americano è più a suo agio, quello dei concerti dal vivo. Stranamente, per un ottimo performer come lui (che, come detto in altre occasioni, magari non sarà al livello dei grandissimi, la triade Beck/Page/Clapton, Hendrix e molti altri che hanno fatto la storia della chitarra elettrica, ma è comunque un solista più che rispettabile), non ha registrato molti album dal vivo, ne ricordo un paio, uno del 1992 e uno del 2000, più alcuni distribuiti tramite il suo sito, quindi ben venga questo Alive In Amsterdam, per gli amanti del rock-blues.

Dopo l’ovazione a prescindere, solo per esistere, tributata ad un commosso Trout, si parte con l’introduzione affidata al suo motto, Play The Guitar e poi subito con un classico come Help Me, dove, come di consueto, Walter divide gli spazi con il suo organista storico quel Sammy Avila che suona con lui da una quindicina di anni, prima di scatenarsi nel primo di una lunga serie di assolo che punteggiano tutto il doppio CD. I’m Back, brano con messaggio, così lo presenta Trout, viene dall’eccellente album in tributo a Luther Allison, quel Luther’s Blues che è uno dei migliori dell’artista californiano, con la chitarra che viaggia spedita, fluida e sicura sul solido tappeto ritmico costruito dalla sua eccellente band, sempre con Avila a spalleggiarlo alla grande https://www.youtube.com/watch?v=Cx6f_Dsdu7E . Say Goodbye To The Blues viene da uno dei primi album, Prisoner Of A Dream del 1990, ed è un fantastico slow blues, oltre dieci minuti di pura magia chitarristica con Walter che rivolta la sua solista manco fosse un calzino, dedicando il brano a quello che considera il più grande bluesman di tutti i tempi, B.B. King, ricordando anche che gli olandesi l’hanno votata tra le più grandi canzoni blues, anzi la più grande di sempre, per cinque anni di fila, e al di là delle esagerazioni (me ne verrebbero in mente un centinaio più belle) ascoltandola ci sta! Almost Gone è il primo di una serie di brani tratti da Battle Scars, quelli che raccontano la sua travagliata vicenda umana degli ultimi anni, sette pezzi in sequenza, praticamente tutta la prima parte dell’ultimo album di studio: a seguire Omaha, la località nel cui ospedale ha passato la lunga attesa di un donatore per il suo fegato malandato, un brano cupo e malinconico, illuminato solo dalle sferzate della sua chitarra, la poderosa Tomorrow Seems So Far Away, memore della sua lunga militanza nei Bluesbreakers di John Mayall, la tiratissima Playin’ Hideaway, una delle canzoni che più crescono nella versione live e l’atmosferica ballata Haunted By The Night.

Si avvia alla conclusione la sequenza di brani dall’album e si apre il secondo CD con  l’ottimistica Fly Away, un brillante pezzo rock con un bel giro di chitarra e qualche influenza southern rock, per poi lasciare spazio ad un’altra bella ballata dall’accattivante melodia, come l’eccellente Please Take Home, con un lirico assolo della chitarra di Walter nella parte finale. E’ di nuovo B.B. King time per una gagliarda Rock Me Baby in una bella jam session con il figlio Jon alla seconda chitarra, e a giudicare dai risultati l’eredità musicale della famiglia pare assicurata. Sempre rimanendo in famiglia, Marie’s Mood, dedicata alla moglie, era uno dei brani migliori tratto dal vecchio album omonimo del 1998, e da sempre è uno dei suoi cavalli di battaglia dal vivo, un classico lentone strumentale di quelli senza tempo, con organo e chitarra in bella evidenza, mentre Serves Me Right se gli aggiungi To Suffer, è un altro dei super classici del blues, il pezzo reso celebre da John Lee Hooker e molto amato anche da Van Morrison, qui riceve un trattamento extra lusso, in una lunga, e ricca di improvvisazione, versione da parte di Walter Trout e della sua band, che poi ci lasciano con la conclusiva The Love That We Once Knew, un altro brano che viene dalla “preistoria” della sua musica, quel Prisoner Of A Drean che rimane forse il suo lavoro migliore in assoluto, e la canzone si suona (e si canta) con grande trasporto da parte del pubblico presente.

Grande concerto dal vivo, esce il 17 giugno, ma fatevi un appunto, perché varrà la pena averlo.

Bruno Conti

E Di Bluesmen Tedeschi Non Vogliamo Parlarne? Kai Strauss – I Go By Feel

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Kai Strauss – I Go By Feel – Continental Blue Heaven/Ird 

Potrei fare la battuta e anticiparvi che il nuovo disco di Susan Tedeschi, con marito Derek Trucks al seguito, uscirà a fine gennaio (intitolato Let Me Get By, sarà il primo per la nuova etichetta Fantasy, tra l’altro sembra pure bello, dai primi ascolti) ma qui parliamo di tedeschi in senso di “germanici”, e dopo bluesmen danesi, belgi, austriaci, il mese prossimo anche francesi, parliamo di un musicista tedesco. Una piacevole ed inattesa scoperta questa di Kai Strauss, chitarrista e cantante tedesco, incide per una etichetta olandese ed è al suo secondo album, ma per chi, come nel mio caso, si avvicina per la prima volta alla sua musica, è sembrato di ascoltare un eccellente album di blues elettrico proveniente dal catalogo di una Alligator o una Delmark, non dissimile dalle recenti prove di Jarekus Singleton http://discoclub.myblog.it/2014/05/10/dei-futuri-del-blues-elettrico-jarekus-singleton-refuse-to-lose/  o Selwyn Birchwood http://discoclub.myblog.it/2014/06/14/piccoli-alligatori-pettinature-afro-selwyn-birchwood-dont-call-ambulance/ , intriso di un feeling che rimanda ai dischi classici di gente come Luther Allison, Jimmy Dawkins o tra i più recenti Jimmy Burns   o Michael Burks, anche se ovviamente Strauss essendo un bianco va a pescare anche tra le sue influenze nel repertorio di Mike Bloomfield o dei primi Bluesbreakers di Mayall, per non dire dei Fleetwood Mac di Blues Jam At Chess https://www.youtube.com/watch?v=3iEeCgDHY-Y .

 

O almeno queste sono le impressioni che ho avuto ascoltando questo I Go By Feel: naturalmente, come è logico, non parliamo di musica innovativa o particolarmente originale, ma in questo tipo di dischi conta molto il “sentimento”, il feel del momento, e mi sembra che Kai Strauss lo possegga. Una buona voce, un bel tocco di chitarra, la capacità di circondarsi dei musicisti giusti, sia nella propria band, come in una mirata scelta degli ospiti: nel disco precedente c’erano Sugar Ray Norcia, Darrell Nulisch, Doug Jay, Sax Gordon e Boyd Small, mentre nel nuovo album, oltre a Gordon ai fiati in alcune tracce, troviamo gli ottimi chitarristi Tony Vega, efficacissimo alla slide nel tirato shuffle Drinkin’ Woman che sembra uscire dal citato disco dei Fleetwood Mac di Peter Green, Mike Wheeler (non a caso un artista del roster della Delmark), anche voce solista in una torrida ripresa del classico Gotta Wake Up di Fenton Robinson, che grazie anche alla presenza dei fiati, sembra quasi un brano del Bloomfield fine anni ’60 e poi secondo solista in Back And Forth, un eccellente strumentale che evoca sempre quell’epoca gloriosa del blues bianco elettrico.

E per completare la trilogia della presenze Wheeler suona pure in Money Is The Name Of The Game, uno slow blues di quelli “duri e puri”, entrambi gli ultimi brani citati caratterizzati pure dalla presenza della doppia tastiera che conferisce ulteriore profondità al suono. Come ospite aggiunto troviamo ancora Tommie Harris, vecchio batterista della band di Luther Allison, in questo caso presente come voce solista in una notevole ripresa del classico Luther’s Blues, come pure in Soul Fixin’ Man. In un pezzo come Knockin’ At Your Door, grazie ad un sound più “contemporaneo” (ma non troppo) sembra di ascoltare il Clapton anni ’70, mentre Ain’t Gonna Ramble No More, grazie all’armonica di Thomas Feldmann rievoca ancora i fasti della Butterfield Blues Band di Bloomfield, con Strauss che fa del suo meglio per ricordarlo con un timbro pulito e stilisticamente perfetto, che si apprezza anche in I Take My Time, prima di lasciare il microfono al texano Tony Vega che duetta di gusto con Strauss in una pimpante I’m Leaving You. In conclusione del disco, come bonus, c’è una traccia dal vivo, con il sonoro leggermente lo-fi ma più che accettabile, una versione intensa e lunghissima, oltre i dieci minuti, di Early In the Morning di Sonny Boy Williamson, con l’armonicista e cantante olandese Pieter “Big Pete” v/d Pluijim che guida la band, dove Kai Strauss, questa volta alla slide, si conferma solista di ottimo valore.

Bruni Conti  

Veterani, Cittadini Onorari Di New Orleans. Fo’Reel – Heavy Weather

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Fo’Reel – Heavy Water – Self-released

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I Fo’Reel sono un gruppo nuovo, almeno per me, ma i “nomi” (almeno uno in particolare, Johnny Neel) non sono quelli di novellini: il leader e chitarrista, Mark Domizio, viene da Philadelphia, ma da molti anni vive ed opera in quel di New Orleans, il succitato Johnny Neel, grande tastierista (più volte anche con gli italiani W.i.n.d.) è una sorta di membro aggiunto del giro Allman Brothers, ma nel corso degli anni ha suonato con moltissimi bluesmen e rockers di pregio, il cantante C.P. Love ha una voce da cantante nero di quelle importanti (forse perché nero lo e davvero), ed è nativo dei dintorni di New Orleans, l’altro black in formazione è il bassista David Barard, ma nel disco suona un altro David, Hyde, poderoso bassista che ha suonato, tra gli altri, con Tommy Malone, Bobby Charles, Clarence Gatemouth Brown, come lui artisti della Louisiana. Quindi, per capire il genere dei Fo’Reel, pensate a blues, soul, R&B, rock, funky e frullateli insieme (o teneteli divisi, comunque si sentono tutti) e a gruppi come i Subdudes, o ancor di più i Radiators, magari con una quota rock little featiana meno presente, con il piedino che non può fare a meno di muoversi a tempo con il groove ed il sound del gruppo.

c.p.love mark domizio

Dicevo all’inizio che il nome mi è nuovo, forse anche perché questo Heavy Weather è in effetti il loro primo album (già in giro da qualche mese, ma con la solita difficile reperibilità che ultimamente molti dischi di buona qualità purtroppo hanno), ma la musica sicuramente non lo è, variazioni su generi musicali consolidati ma eseguite con classe e grande gusto. Il tono dell’album lo stabilisce subito il primo brano, una cover di Breaking Up Somebody’s Home, un classico del blues funky, che forse si farebbe prima a dire chi non lo ha fatto, perché nel corso degli anni si sono cimentati con questa canzone, tra i tanti, Albert & BB King, Etta James, Ann Peebles, ma anche Bob Seger, Bette Midler e, recentemente, anche Kenny Wayne Shepherd con Warren Haynes, nell’ultimo disco Goin’ Home; e la versione dei Fo’reel è veramente da manuale, un bel funky blues fiatistico (forse avevo dimenticato di dire che nella formazione c’è anche un ottima sezione fiati, guidata dal sassofonista Jon Smith), con la voce superba da soulman di C.P. Love che guida la band, contrappuntata dai pungenti soli della chitarra di Domizio, l’organo di Neel che scivola sullo sfondo e in primo piano con grande libidine e il groove perfetto della sezione ritmica. Ancora più funky-rock la title-track, con il walking bass di Hyde che ancòra il sound, e con i fiati all’unisono che pennellano impressioni della Louisiana e Domizio e Neel impeccabili ai rispettivi strumenti. Ma la band ha puree un secondo vocalist ed autore (che si alterna con Love), Rick Lawson, altro veterano della scena blues, soul & R&B, che viene da poco lontano, dalle sponde del Mississippi, la sua Leave Your Love Alone è una deliziosa variazione più swingante e jazzata (l’organo di Neel è veramente da manuale) della musica della band, mentre nella potente Blues (semplicemente) si viaggia verso un suono alla BB King, un po’ alla Thrill Is Gone, con chitarra limpida e tagliente e Neel che aggiunge un piano elettrico al solito organo, ma il risultato è tutto da sentire.

david barard johnny neel

Gate è un eccellente strumentale, probabilmente in onore di Clarence “Gatemouth” Brown, uno dei grandi della musica della Crescent City, con il classico dualismo chitarra-organo punteggiato dai fiati, mentre in What Can I Do un sognante brano dalla atmosfera latina quasi santaneggiante, ma con la chitarra di Domizio in modalità slide ad evitare paragoni con Carlos, torna la voce forse più espressiva di Love (comunque Lawson non è male) https://www.youtube.com/watch?v=MtYYvo9AckA  e Neel si divide sempre con profitto tra piano elettrico e Hammond. What’s Going On In My Home è uno di due successivi brani entrambi a firma Luther Allison, molto funky, con wah-wah in fase ritmica e notevole performance vocale di Love che si ripete nell’intensa blues ballad Just As I Am dove le tastiere di Neel sono sempre protagoniste https://www.youtube.com/watch?v=FNgwcJ1t1Po . A seguire altri due brani dell’accoppiata Domizio/Lawson, una Shake N Bake, dove si sfiora quasi il funky alla James Brown, arricchito dalla solista di Domizio e con organo e fiati sempre sugli scudi, notevole l’assolo di Smith https://www.youtube.com/watch?v=_JRt8bxB-8M , mentre Outside Love è blues allo stato puro, con slide in bella evidenza e gli altri strumenti ben delineati https://www.youtube.com/watch?v=DzjleYUYCVA . Curioso che chitarre, voci, fiati e basso siano stati registrati a New Orleans, mentre tastiere e batteria in quel da Nashville, dall’ascolto del disco dove tutto ha un feeling molto live non si direbbe. Per concludere manca un ulteriore vivace e trascinante strumentale come Tater, dove i fiati tirano la volata e gli altri solisti non sono da meno. Per parafrasare il nome del gruppo “Veerameente” bravi!

Bruno Conti

Quelle Brave (E Anche Belle) Non Bastano Mai! Sena Ehrardt – Live My Life

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Sena Ehrardt – Live My Life – Blind Pig

Sena Ehrardt fa parte delle nuove generazioni del blues, quelle che hanno probabilmente assorbito le loro influenze tramite la famiglia, non per nulla nei due dischi precedenti il chitarrista della band e co-autore di parecchi brani era il babbo Edward, gran chitarrista https://www.youtube.com/watch?v=2FZV7lFdE90 . Lo stesso che nella sua infanzia ed adolescenza l’aveva portata a vedere i concerti di musicisti come BB King, Koko Taylor, i Fabulous Thunderbirds, tutti di passaggio nella sua nativa Minneapolis. Anche se poi, secondo le sue stesse parole, a scatenare la decisione di diventare una musicista è stato un concerto di Luther Allison (uno che dal vivo è sempre stato considerato una sorta di controparte nera di Springsteen, per l’incredibile intensità e durata dei suoi concerti). Ma a cementare questa decisione sono apparsi anche personaggi come Susan Tedeschi o Jonny Lang. Diciamo che sin dall’esordio nel 2011, con Leave The Light On, Sena si è rivelata vocalist di pregio e buona autrice, anche se non suona nessuno strumento, è in possesso di una voce agile e coinvolgente, diciamo della categoria delle Beth Hart o Dana Fuchs, pur non avendo quella potenza vocale. La sua casa discografica le ha affiancato, prima Jim Gaines, per il secondo album All In, ed ora David Z, per questo Live My Life. Come ho scritto molte volte si tratta di due produttori, al di là della fama e dei musicisti con cui hanno lavorato, soprattutto il secondo, che non mi hanno mai fatto impazzire per il tipo di suono che realizzano nei loro dischi.

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Anche in questo caso David Z, in parecchi brani, impone questa patina radiofonica, ma per una volta, in lunghi tratti, il suo lavoro non mi dispiace https://www.youtube.com/watch?v=uyxJhwm63Rg . Affiancata da un gruppo dove spicca il suo collaboratore, chitarrista, fidanzato e spalla musicale, non necessariamente nell’ordine, Cole Allen, la Ehrardt ci propone un disco di rock, blues, pop e soul, con una netta preponderanza del primo, ma con abbondanti razioni anche degli altri tre e qualche occasionale caduta di stile. Il suono all’inizio è vivo, pimpante ed elettrico, come dimostra subito Stakes Have Gone Up, firmata dal tastierista Bruce McCabe, un buon esempio di contemporary blues (che non è una parolaccia), con un sound che può ricordare certe cose di Robert Cray o del primo Jonny Lang, ma anche delle sue citate controparti femminili Tedeschi, Fuchs e Hart, bella voce, la chitarra di Allen subito tagliente, ritmica sul pezzo, tastiere non invadenti, tutto ben miscelato.Things You Shouldn’t Need To Know è anche meglio, ancora più bluesata, scritta in coppia dalla Ehrardt (un nome che è uno scioglilingua) e da Allen, con un sostanzioso contributo dalla slide di Smokin’ Joe Kubek che inchioda un assolo fumante https://www.youtube.com/watch?v=Z5XdkR2p7f4 . Slow Down è proprio il vecchio classico di Larry Williams, un brano che è stato cantato anche dai Beatles, una via di mezzo tra R&R e blues, qui modernizzato su tempi rock’n’soul, sia pure leggermente snaturato e reso quasi irriconoscibile, con risultati finali comunque non malvagi, grazie a Cole Allen, che è chitarrista di pregio e sostanza e alla buona vocalità di Sena https://www.youtube.com/watch?v=-exNr2mapm0 .

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Help Me Through The Day è un vecchio brano di Leon Russell, una ballata di buon spessore dove David Z comincia ad inserire qualche tastierina non ancora troppo fastidiosa, ma la solita chitarra porta a casa il risultato. Fin qui tutto bene, ma Live My Life vira verso un funky rock più commerciale e di maniera, molto radiofonico, sembra un brano anni ’80 di Pat Benatar, fin nell’assolo di Allen che replica quelli di Neil Giraldo; anche Chilled To The Bone è un rock-poppettino teleguidato da David Z (però nella versione unplugged https://www.youtube.com/watch?v=eF_FFXCjdss, ormai il blues è un lontano ricordo e puree Too Late To Ask cantata a due voci con Cole Allen, rimane da quelle parti, ricordando molto le ultime cose di Jonny Lang, non proprio le più esaltanti. Everybody Is You è funky allo stato puro, molto seventies, anche se non memorabile, assolo escluso, ma quando tutto sembra prendere questa brutta china sbuca dal nulla una cover di If Trouble Was Money di Albert Collins che è un grande slow blues, dove sia la Ehrardt che Cole Allen, e anche Bruce McCabe alle tastiere, dimostrano tutto il loro valore, discreto il rocker Did You Ever Love Me At All, un altro duetto dei due piccioncini e non male anche la conclusiva Come Closer, con qualche elemento country. La stoffa e la voce ci sono, la ragazza ha anche dalla sua una notevole avvenenza, bionda, occhi azzurri, ma musicalmente non sempre tutto è di mio gradimento,  però come sempre trattasi di parere personale.

Bruno Conti

Sempre Blues, Ma Di Quello Tosto! The Bob Lanza Blues Band – ‘Til The Pain Is Gone

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The Bob Lanza Blues Band – ‘Til The Pain Is Gone – Self Released

Bastano sei o sette secondi dal’inizio del primo brano, Maudie, per capire che Bob Lanza tiene fede al suo motto su come suonare il Blues: “dal profondo del cuore, con ferocia, come se la tua vita dipendesse da questo!”. Bravo, sottoscrivo! In un mondo dove ogni mese escono decine di dischi di blues, per emergere, oltre alla tecnica, contano la passione e il feeling, e in questo CD ce ne sono a tonnellate di entrambe.

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Lanza non è uno di quei musicisti che si risparmia, che viaggia in punta di fioretto (o di chitarra, se preferite), il suo stile e il suo approccio alla musica sono quasi sempre entusiasmanti, il suono è vigoroso e rigoroso al tempo stesso, si usa dire “blues with a feeling” e Lanza, con l’aiuto della propria band confeziona un album dove la materia è rivista in modo viscerale, un blues elettrico ad altra gradazione, dove i protagonisti sono la chitarra e la voce del nostro, ma anche gli altri solisti, l’armonicista David “Snakeman” Runyan e il tastierista Ed “Doc” Wall, hanno un ampio spazio (musicisti coi soprannomi, già sono bravi a prescindere) https://www.youtube.com/watch?v=78Xw5nXUP4I .

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Però poche balle, quello che conta è Bob Lanza, un chitarrista di quelli completi, come si desume proprio da Maudie, una cover di Mike Bloomfield, dove l’intensità dell’approccio chitarristico ricorda moltissimo quella dello scomparso musicista di Chicago, Illinois, un misto di furia e classe, note lunghe e rabbiose, precise, un “piccolo aiuto” dal figlio Jake, che si alterna nei soli di questo piccolo gioiellino che apre le danze dell’album, “Doc” Wall a piano e organo sottolinea con maestria e la famiglia Lanza illustra cosa voglia dire suonare il Blues, anche se vieni dal New Jersey, che non è uno dei “reami” delle 12 battute, ma tant’è! Lo slow blues I’ll Take care of you è anche meglio, David “Snakeman” Runyan con la sua armonica è perfetto nel supporto solistico, Wall ci delizia sempre con le sue tastiere e con questi assist, Lanza, anche ottimo vocalist, ci spiega ancora una volta cosa vuol dire suonare il Blues, sentimento e doti tecniche, fraseggio e tono esemplari, la solista che “punge”, il tutto unito in un sound senza tempo, sentito mille volte, per un rito che si rinnova sempre, ma che se gli interpreti sono di qualità, e qui ci siamo, non è mai stanco e risaputo, come succede viceversa in molti dischi di presunti novelli geni della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=78Xw5nXUP4I .

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Questo è “solo” blues, poco rock (ma un qualche “estratto” c’è), se gente come Earl, Robillard, il citato Bloomfield, ma anche il Clapton più canonico, possono essere usati come pietre di paragone, non si può non risalire anche a “maestri” come Jimmy Dawkins, Luther Allison, Buddy Guy, tutta gente che ha sempre instillato una certa ferocia nel proprio approccio alla chitarra, la chiusura di ‘Til The Pain Is Gone quando Lanza quasi si trasfigura nel lungo assolo finale è un ottimo esempio di questo assunto. Lo strumentale Snakebyte offre ampio spazio all’armonica di Runyan ed è più classico, vicino agli stilemi del blues urbano, anche se il fluido divenire della chitarra è sempre un piacere da ascoltare. Il momento topico del disco è nella lunga Outskirts Of Town, ancorato dalla ritmica metronomica e precisa del batterista Noel Sagerman e del bassista Reverend Sandy Joren (ti pareva che non avesse anche lui un soprannome!), Bob Lanza rilascia un assolo di quelli da manuale del perfetto bluesman, un fiume di note, un crescendo irresistibile, da applauso a scena aperta, con l’ottimo Lee Delray, altro chitarrista di vaglia a dividersi il proscenio, alla seconda solista.

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I’m ready è proprio il brano di Willie Dixon, Southside Chicago Blues con armonica e chitarra alternate, in Every Night And Every Day fanno capolino anche dei fiati, per questo standard del repertorio di Magic Sam, più sanguigno e “cattivo” del precedente, con Runyan e Wall che tirano la volata al “solito” assolo di Lanza, che esplora ancora una volta il manico della sua chitarra con un vigore inusitato https://www.youtube.com/watch?v=s_cmfVUBhp4 . Build Me A Woman è uno shuffle texano più risaputo ma sempre gradevole, ma Sugar Sweet ci riporta immantinente in quel di Chicago con il florilegio pianistico di Wall a titillare i suoi pard nell’unico brano dove la chitarra “riposa”. Lonesome vede Lanza all’acustica per un intermezzo di pace in tanta elettricità, replicato anche nella successiva Our Life, una sorta di “boogie acustico”, solo voce, armonica e chitarra. Un trio di brani, che per quanto piacevoli spezzano il ritmo del resto dell’album e la conclusiva Mojo, cantata dal batterista Sagerman non riesce a recuperare completamente il drive della prima parte del disco, che il vecchio Muddy avrebbe sicuramente approvato. Un bel disco, con una parte finale più “selvaggia” sarebbe stato quasi perfetto, ciò nondimeno merita, anche se è uscito da qualche mese e non si trova con facilità!

Bruno Conti   

Chi E’ Costui? Non Un Carneade Qualsiasi! Paul Filipowicz – Saints And Sinners

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Paul Filipowicz – Saints And Sinners – Big Jake Records ***

In questo caso un bel “Ma chi è costui?” mi scappa proprio! Soprattutto nella scena americana del Blues e dintorni ci sono decine, centinaia, forse migliaia di musicisti che onestamente tirano la carretta con la loro musica e non più del 10%, a voler essere ottimisti, riesce a varcare, a livello di fama, i confini degli Stati Uniti. Localmente ci sono personaggi conosciuti nella regione dove operano quando non nella contea o nell’area metropolitana e, diciamocelo, francamente, di molti di questi bluesmen non è che sia imprescindibile avere contezza. Prendiamo questo Paul Filipowicz che ho appena finito di distruggere a livello virtuale, la sua area di azione è nella zona di Madison, la capitale del Wisconsin (anche se è nativo di Chicago, e questo gli fa guadagnare punti), che non pare avere regalato alla musica nomi che rimarranno imperituri nella storia: ricordo solo Ben Sidran e Clyde Stubblefield (il famoso “funky drummer” di James Brown, una bella foto dei due insieme c’è comunque), figuriamoci gli altri.

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In effetti in città operavano anche Butch Vig e i suoi Garbage che avevano pure un famoso studio di registrazione in loco, ma ha chiuso nel 2010. E quindi? Niente! Era solo per dire che questo ex giovanotto (è del 1950, 64 anni fra poco), pur non provenendo da zone geografiche dove il Blues vive e prospera, è un buon musicista, ottimo chitarrista, ben addentro al classico Chicago sound, ma con abbondanti spruzzate di rock, e se vince premi a raffica in ambito locale un motivo ci sarà. Con sei album alle spalle, più questo nuovo Saints And Sinners (ma non era di Johnny Winter?), il precedente Chickenwire, un Live del 2007, il migliore; il buon Paul ha iniziato la sua carriera discografica abbastanza tardi, nel 1996, ma era in pista e sui palchi già dagli anni ’70 http://www.youtube.com/watch?v=It2YDncd3-s .

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E tra l’altro, astutamente, alcuni brani, tre, che aveva inciso nel 1982, ma non erano mai stati pubblicati, vedono la luce come bonus del suo nuovo CD. Ma , questo è “repertorio” classico, una domanda sorge spontanea: è bravo? Sì, direi più della media di molti dischetti che ultimamente mi capita di recensire e mi sembrano indirizzati verso un pubblico di già convertiti alle 12 battute classiche, anche piuttosto stancamente. Nel caso di Filipowicz mi pare che ci sia qualcosa in più: la chitarra inizia a “imperversare” dall’apertura con l’ottimo strumentale Hound Dog Shuffle, dove la solista ha una grinta rock che si associa agli axemen più tosti, un sound che il suo vecchio datore di lavoro Luther Allison avrebbe sicuramente apprezzato, ma anche gente come Stevie Ray Vaughan o Buchanan e il Clapton più attizzato. Impressione confermata dall’ottima Bluesman, con la sezione ritmica che pompa di gusto, Jimmy Voegell a piano e organo supporta benissimo la chitarra che continua a fare sfracelli, peccato che il brano venga sfumato brutalmente. Devo dire che Paul Filipowicz, pur non essendo un cantante formidabile, a livello di foga e di grinta ci mette del suo, come conferma il tiratissimo slow blues Your True Lovin’ che potrebbe ricordare gente come il Bugs Henderson del periodo migliore o lo stesso SRV citato prima, Texas blues rock della più bell’acqua, veramente notevole. Hootin’ & Hollerin’ ha qualcosa del bayou rock dei Creedence, alla Suzie Q, ma anche degli Humble Pie dei tempi che furono, la chitarra viaggia alla grande nei quasi 6 minuti del brano e il pianino di Harris Lemberg, l’altro tastierista che si alterna con Voegell, fa il suo dovere pienamente http://www.youtube.com/watch?v=H9B_udZaH04 .

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Good Rockin’ ha uno spirito R&R mutuato dal Johnny Winter di And Live o dall’Alvin Lee delle esibizioni live; “Fat Richards Blues” è uno slow dedicato a Richard Drake, il sassofonista che suonava con lui ad inizio carriera (appare nei brani registrati nell’82) ed è uno strumentale degno del miglior Roy Buchanan, mentre Where The Blues Come From è un’altra “schioppettata” di pura energia chitarristica. Everyday, Everynight ci riporta al blues più sanguigno e genuino, meno di tre minuti ma vissuti intensamente e Hey Bossman, che conclude l’album ufficiale, è un boogie in tutto degno delle migliori cose di ZZ Top o Thorogood, micidiale. In conclusione le bonus del 1982, registrazione un po’ “primitiva”, sempre parecchia grinta ma senza la classe acquisita negli anni: una cover di un classico del funky come Back Door Santa di Clarence Carter http://www.youtube.com/watch?v=zaS3OeTdQ58  e una di How Many More Years di Chester Burnett a.k.a. Howlin’ Wolf, che se non ha la virulenza di quella dei Led Zeppelin, cionondimeno mostra un talento della chitarra già in fase di formazione. Non so dove sia stato “costui” per tutti questi anni, ma ora è veramente bravo, un “Carneade” assolutamente consigliato: il CD è in giro da un annetto, non si trova con facilità ma vale la pena di cercarlo!                

Bruno Conti

Tra Bluesmen Ci Si Intende! Walter Trout & His Band – Luther’s Blues A Tribute To Luther Allison

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Walter Trout And His Band – Luther’s Blues – Mascot/Provogue

Il “Walterone” da Ocean City, New Jersey, ma residente in California da illo tempore (da non confondere con quello della Littizzetto e dal nostro Walter “ma anche ” e mi chiedo se più di un californiano perplesso si starà chiedendo di cosa cacchio sto parlando), quel Walter Trout colpisce ancora.

Il nuovo album si chiama Luther’s Blues e come il titolo lascia intendere si tratta di un omaggio a Luther Allison, uno degli ultimi grandi chitarristi prodotti dal blues elettrico della seconda e terza generazione, forse appena sotto i tre King, Buddy Guy  e anche Otis Rush, ma con Jimmy Dawkins, Albert Collins, Magic Sam (forse nella prima fascia) e pochi altri di cui al momento non mi sovvengo, tra coloro che più hanno segnato l’ascesa della chitarra solista nel blues classico. Allison è stato uno dei chitarristi più “taglienti” e vigorosi della scena di Chicago, ma deve la sua fama soprattutto alle lunghe tournée europee e ai suoi concerti che rivaleggiavano con quelli di Springsteen per durata, spesso tra le tre e le quattro ore, vere e proprie maratone in cui regalava al pubblico un torrente di Blues come pochi altri performers hanno saputo fare. Ma Luther era anche un notevole autore di brani, spesso in coppia con il suo organista James Solberg e questo CD riprende alcuni dei migliori brani del suo repertorio nella rilettura di Walter Trout. Altro musicista, e chitarrista soprattutto, che ha fatto della potenza e della energia, unite ad una tecnica invidiabile, una delle armi più “letali” dell’attuale scena blues. Il sottoscritto si è occupato parecchie volte del nostro amico un-grande-chitarrista-in-tutti-i-sensi-walter-trout-common-g.html, che peraltro non delude mai, i suoi lavori sono una delle poche certezze per gli appassionati del rock-blues più ruspante e genuino, il capolavoro forse non è nelle sue corde ma i suoi dischi sono sempre solidi e ricchi di soddisfazione per chi ama il genere.

Anche questo Luther’s Blues non tradisce la fama dell’ex Bluesbreakers e Canned Heat (sicuramente non le migliori versioni di entrambe le band) e attraverso undici cover e un brano scritto appositamente da Trout per l’occasione è un genuino omaggio all’arte di un personaggio che forse, al di fuori dei canali specializzati, non ha goduto della fama e dell’apprezzamento che avrebbe meritato. E così scorrono brani come I’m Back, tirata allo spasimo, slow blues di grandissima intensità come la potente Cherry Red Wine, carrettate di note come la poderosa Move From The Hood, di nuovo lenti torrenziali come la lirica Bad Love. E ancora tirate versioni della hendrixiana, almeno nella versione di Trout, Big City, con l’organo di Sammy Avila in bella evidenza (ma in tutto l’organo le tastiere svolgono un ottimo lavoro di supporto).

Non mancano le atmosfere funky e cadenzate dell’ottima Chicago ma è nei brani lenti che il disco regala i momenti migliori, come nella malinconica Just As I Am, con Trout che si conferma ancora una volta anche buon vocalist. Forse lo spirito di Luther Allison rivive di più in brani come Low Down And Dirty dove il figlio Bernard regala al genitore una bella performance alla seconda voce e alla slide per un duetto che rinverdisce i tempi d’oro del babbo. Il sottoscritto comunque predilige quei lentoni blues in punta di chitarra dove la tecnica di Walter Trout ha modo di esplicarsi al meglio, come nella bellissima Pain In The Streets, ma anche in quelli più torrenziali come la rocciosa All The King’s Horses. Notevoli anche la lunga Freedom che ha delle derive quasi psichedeliche e il manifesto di una carriera, l’unico brano firmato dallo stesso Trout, When Luther Played The Blues, in sette minuti la storia di una vita per la musica, un ulteriore grande slow blues. Semplice e diretto, un bel disco, tra i migliori nel suo genere.

Bruno Conti

Nuovi Incroci Di Famiglie Blues. Allison Burnside – Express

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Allison Burnside – Express – Jazzhaus Records

Per la serie “Figli di…”, nelle varie combinazioni possibili, l’accoppiata nera tra Bernard Allison e Cedric Burnside ci mancava, ma ora arriva questa Express a colmare la lacuna. Bernard, neanche a dirlo, è il figlio del grande Luther, e con l’ultimo Live At the Jazzhaus, recensito dal sottoscritto, aveva dato segnali di risveglio, dopo un paio di dischi non memorabili di-padre-in-figlio-sempre-blues-ma-bernard-allison-live-at-t.html, Cedric, batteria, chitarra e voce, è il figlio del figlio (ovvero il nipote, ma serviva per il giochino dell’introduzione) di R.L. Burnside,  e oltre al proprio Cedric Burnside Project, ha collaborato con Lightnin’ Malcolm, con i vari fratelli Dickinson, con lo zio Garry e con componenti della famiglia Kimbrough, un casino di intrecci, e nel 2012 ha vinto anche il  premio come miglior batterista Blues ai premi che si tengono in quel di Memphis, Tennessee, ma nel disco ha voluto suonare anche la chitarra. Nelle note del CD, oltre a Dio e parenti vari, i due ringraziano Trenton Ayers, chitarra, Erick Ballard, batteria e Vic Jackson, basso, che hanno condiviso con loro le sessions di registrazione che si sono tenute lo scorso anno in quel di Minneapolis.

Accanto ad una serie di brani originali firmati dalla coppia, spicca un terzetto di cover di sicura presa: Nutbush City Limits, il classico di Ike & Tina Turner, viene riletto come un grintoso blues-rock, molto chitarristico (come gran parte del disco, peraltro), con le due voci che si alternano e si miscelano con successo, Hidden Charms, un brano di Willie Dixon di fine anni ’50, nel repertorio di Howlin’ Wolf, ma che fu anche il titolo del suo ultimo grande album, vincitore di un Grammy nel 1989 e che seguiva di poco le sue vittorie legali con i Led Zeppelin per le accuse di plagio ai suoi brani, ma questa è un’altra storia. Tornando a Hidden Charms, il brano, viene qui rivisitato in uno scoppiettante stile cajun rock, con tanto di fisarmonica, completamente differente dal sound del resto dell’album ma non per questo meno valido e molto trascinante e divertente. L’ultima cover è quella di Going Down, il celebre brano di Don Nix, che, per i misteri del Blues, anche gli Stones, che l’hanno eseguita nei recenti concerti a Newark e Londra con Jeff Beck e John Mayer & Gary Clark Jr.,  hanno presentato come un brano di Freddie King, che per l’amor di Dio l’ha incisa, ma lasciando, per l’ennesima volta, nel dimenticatoio Nix, che l’ha scritta, creando quel riff inconfondibile, che se dovessi scegliere, quasi tutti ricordano nella versione tiratissima di Beck, per la precisione. Bella la versione, in ogni caso, di Allison e Burnside, con doppia chitarra solista e tanta grinta.

Il resto è del sano blues elettrico, non particolarmente innovativo, ma neppure troppo routinario, in una fascia qualitativa medio alta, per bluesofili incalliti, ma che amano anche delle contaminazioni con il rock, senza per questo scadere in caciare esagerate. Dalla classica Backtrack, che si avvicina più allo stile di Allison senior, Chicago blues ad alta densità chitarristica quindi, che allo stile juke-joint sudista della famiglia Burnside. Il riff reiterato, ipnotico, con inserti di chitarra acustica di Do You Know What I Think, è più vicino all’altra scuola mentre Why Did I Do It, con un suono ispirato da Stones, ZZ Top e altri praticanti di uno stile più vicino al rock ma farcito di blues, soddisferà i palati di chi ama North Mississippi Allstars e Black Crowes, ma anche l’Hendrix dei Band of Gyspsys, sempre con quella bella alternanza delle due voci soliste che caratterizza tutto l’album. Anche Southshore Drive ha la giusta grinta rockistica, mentre Fire It Up, è molto più funky e con degli accenti vagamente rappati non particolarmente memorabili. Di Mississippi Blues basterebbe il titolo per capire che è una pausa acustica nel mood prevalentemente tirato di questo Express. Stanky Issues è un breve strumentale che ci permette di apprezzare la tecnica solista dei protagonisti di questo CD mentre That Thang è uno dei quei brani superfunky, francamente inutili, che ogni tanto scappano all’Allison junior, Bernard.

Bruno Conti