“Finalmente” Un Nuovo Gruppo Di Southern Rock! Preacher Stone – Remedy

preacher stone remedy

Preacher Stone  – Remedy – NoNo Bad Dog Productions

Nella terza (o quarta) ondata dei gruppi southern rock, chiamiamola quella 2.0, i migliori, secondo chi scrive, sono sicuramente Blackberry Smoke e Whiskey Myers, ma poi c’è tutta una foltissima pattuglia di band, nate per lo più negli anni 2000, che affollano il sottobosco della scena musicale americana, e delle quali ci siamo spesso occupati su questo pagine, e di cui, per brevità, non citerò i nomi, ma gli appassionati più accaniti le conoscono, e per gli altri spero abbiamo seguito i consigli del sottoscritto. Oggi parliamo dei Preacher Stone, band del North Carolina (patria tra i tantissimi, degli Avett Brothers, di Ryan Adams, Doc Watson, Nina Simone, Charlie Daniels, per restare nell’ambito sudista, ma anche luogo di nascita di John Coltrane e Thelonius Monk, quindi uno stato “importante” a livello musicale), e dalla Carolina del Sud viene pure la Marshall Tucker Band, un altro dei gruppi più importanti nel genere: nel loro sito si autodefiniscono “new hard southern rock” e questo Remedy (come un famoso brano dei Black Crowes con cui non c’entra comunque) è il loro quarto album. Purtroppo, come i precedenti, e basta leggere il nome della loro etichetta per capirlo, il disco non è facilmente reperibile, ma visto che la musica è comunque di buona fattura, ne parliamo lo stesso, anche se ormai il CD è stato pubblicato da alcuni mesi, ma la musica, come è noto, non ha scadenza (o non dovrebbe).

Nella formazione ci sono sei elementi, Ronnie Riddle, voce solista, armonica e mandolino, e Marty Hill, chitarra solista, slide e dobro, sono i due leader e compositori principali (non ci sono cover nel CD), a completare la line-up troviamo Ben Robinson alla seconda chitarra, Johnny Webb alle tastiere, e la sezione ritmica composta da Jim Bolt e Josh Wyatt. Hill è anche il produttore del disco, che è stato registrato in quel di Asheville, città del NC da dove vengono anche Warren Haynes e la recente scoperta Rayna Gellert, ma loro sono di Charlotte: il disco contiene undici brani in tutto, che si aprono sul classico suono di una poderosa Blue Collar Son, puro Lynyrd Snynyrd sound con la voce potente di Riddle (ma è parente di quello della Marshall Tucker Band?), le chitarre arrotate e l’organo immancabile nel southern rock di qualità. Formula che viene ripetuta anche nella successiva Lazarus, con la slide di Hill in bella evidenza, a fianco delle tastiere di Webb e della seconda chitarra di Robinson, co-autore del brano. Più che hard southern rock mi sembra quello “classico” e migliore, con gli strumenti e la voce mai sopra le righe, un bel tiro, ma il suono è raffinato, per il genere ovviamente; come conferma una ottima ballata elettroacustica come The Sign, dove le melodie avvolgenti del brano vengono innervate dall’eccellente lavoro delle chitarre elettriche. Lo dico o non lo dico? Niente di nuovo, ma se l’aderire a schemi già rodati e conosciuti fino all’eccesso in ambito sudista viene fatto con passione e bella scrittura si apprezza sempre; anche il boogie-rock di Living The Dream lo abbiamo sentito mille volte sui dischi dei Lynyrd o degli ZZ Top, e pure in quelli recenti dei Whiskey Myers o dei Blackberry Smoke, ma non per questo ci piace di meno.

La band in questo album conferma a tratti anche una propensione per le buone melodie, un brano come Grace ha nel DNA pure elementi country e gospel, grazie alla presenza di voci femminili di supporto, ma il piatto forte sono sempre gli assoli di chitarra, lirici e ficcanti. La title track, dopo una partenza attendista e “lavorata” si getta di nuovo sui ritmi gagliardi del southern più ruspante, con eccellente finale delle twin guitars, un classico del genere; e pure Country Comes To Town, firmata collettivamente da tutto il gruppo, non tradisce lo spirito R&R classico, forse manca quel piccolo quid che fa il fuoriclasse, ma i sei ci mettono molto impegno e regalano buone sensazioni. She Loves è un bel mid-tempo d’atmosfera, con un piacevole interplay tra le chitarre soliste e le tastiere, organo e piano elettrico, sempre presenti, mentre la voce di Riddle è una garanzia. Silence Is Golden, nonostante la presenza di un mandolino è una delle più dure, ma sempre in un ambito che ricorda gruppi come la Charlie Daniels Band o gli Outlaws, e il ritmo non scema neppure nella successiva Lucky, a tutto wah-wah, con i Lynyrd Skynyrd modello da seguire con fede. Rimane la conclusiva Levi’s Song, altra ballata evocativa, forse un filo scontata. ma che conferma la qualità di questo sestetto , tutto cappelli, barbe e capelli, ma anche all’occorrenza dal cuore tenero. Gli appassionati del genere, se già non frequentano, possono aggiungere un nuovo nome alla lista: ce ne sono mille, facciamo mille e uno!

Bruno Conti

Un’Altra Band Sudista? Ebbene Sì! C.C. Rocktrain – Fast Way of Living

c.c. rocktrain fast way of living

C.C. Rocktrain – Fast Way of Living – C.C. Rocktrain                    

Nell’immenso mercato discografico Americano, anche quello più o meno indipendente, c’è sempre stato, e c’è tuttora, tutto un sottobosco di band genuine che fanno rock, spesso con spiccate tendenze sudiste, ma anche più semplicemente con il vecchio classico hard-rock nel cuore: alcune di quelle “nuove” sudiste tipo Whiskey Myers, Blackberry Smoke e molte altre che non citiamo per brevità, si uniscono a quelle classiche, dai Lynyrd Skynyrd ai Blackfoot agli Outlaws, nel farsi portabandiera di quel movimento southern rock che, con alti e bassi, è una costante della scena musicale americana dagli anni ’70. Poi c’è tutto un filone di band diciamo più “durette”, mi vengono mente quelle del roster della Grooveyard Records (sempre per non fare nomi Black Mountain Prophet, Blindside Blues Band, i Janeys, babbo e figlio, l’hendrixiano Randy Hansen), ma anche quelle a guida femminile come Blues Pills o No Sinner, che introducono nel loro stile, a fianco degli elementi sudisti, anche tratti blues, oltre all’immancabile hard rock targato 70’s, senza dimenticare gente come Rival Sons, Supersonic Blues Machine, Apocalypse Blues Revue, o quelli più raffinati tipo SIMO, Marcus King Band, The Record Company.

Alcune band sono più caciarone di altre, ma il tratto distintivo di quasi tutti è “chitarre, chitarre e poi ancora chitarre” che potrebbe essere il loro motto. I C.C. Rocktrain arrivano dalla Carolina del Nord, e quindi fanno del southern rock per definizione di provenienza, però sono più vicini al sound degli ultimi Lynyrd Skynyrd, dei Blackfoot o dei Molly Hatchet, quindi abbastanza hard e tirati, anche se in questo Fast Way Of Living, il loro esordio, già in circolazione da un paio di anni, sono in grado comunque di proporre un sound a tratti più rilassato e ricercato, vicino a quello di gruppi come la Marshall Tucker Band o gli Outlaws. Quando è stato pubblicato il disco in formazione c’erano il chitarrista Tommy “T” Tessneer e il bassista Charlie Gossett, sostituiti nel frattempo rispettivamente da Jeff Gates e Billy Hedgepeth. Rimangono i due leader, il fondatore della band nel 2011, voce e chitarra solista, nonché autore dei brani Rob “Feet” Crawford , oltre al batterista, entrato in formazione nel 2013, il roccioso Bruce “Thunderfoot” Camp (spesso i nomignoli sono più esplicativi di mille descrizioni tecniche).

Tra le influenze che il gruppo cita, oltre ai canonici Blackfoot, Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd, il “lato oscuro della forza” southern, ci sono anche Eric Clapton (per chi scrive non pervenuto), Judas Priest (!), Bad Company e ZZ Top. Detto che non siamo di fronte a un dischetto imprescindibile, gli appassionati dei vari generi ricordati, soprattutto southern e ’hard guitar rock. si potranno comunque sparare tre quarti d’ora di vecchio sano rock. A partire dalla poderosa sfuriata boogie-rock dell’iniziale These Guitar Strings, con l’ottima voce di Crawford in evidenza, oltre a chitarre e batteria che picchiano di gusto, subito seguita dalla più raffinata Just Wanting You, una tipica southern song in classico stile Marshall Tucker, con chitarre in punta di dita e una bella melodia in evidenza. Movin’ On Man è decisamente più dura, incisione ruspante e basica, hard-rock a forte densità appunto rock, scuola Molly Hatchet e Blackfoot, mentre No Big Deal non si discosta molto dal copione, quindi vai di chitarre!

E anche Fast Way Of Living, con un timido organo sullo sfondo, fa parte della scuola sudista degli ZZ Top più cattivi, della serie un assolo tira l’altro. Senza tregua poi arriva Bad Love, molto hard-rock seventies, mentre Rock And Roll Satisfaction, nonostante il titolo, è più lenta e cadenzata, con un pianino alla Lynyrd Skynyrd dei primi tempi e il vecchio Sud che risorge ancora una volta, con una chitarra lirica ed ispirata. I brani sono quasi tutti intorno ai 4 minuti, con l’eccezione del brano appeno citato e di Crazy Over You, l’unica oltre i sei minuti, altro esempio dei C.C Rocktrain più raffinati, un mid-tempo molto bluesato, degno di nuovo della migliore Marshall Tucker Band, con una bella coda strumentale. Prima e dopo troviamo di nuovo il boogie-rock fischiettante (alla Molly Hatchet) della gagliarda Whiskey In The Pail e i quasi sei minuti in crescendo dell’ottima Don’t Want You Around, molto alla Skynryd ma anche Outlaws, con i classici intrecci chitarristici tesi al solito gran finale che in un brano come questo non può mancare.

Bruno Conti

Ancora Southern Rock, E Di Quello Ottimo! Holman Autry Band – Electric Church

holman-autry-band-electric-church

Holman Autry Band  – Electric Church – Holman Autry Band Self Released

Una domanda che era un po’ di tempo che non mi/vi ponevo: ma chi sono costoro? Biografia ufficiale della band: la Holman Autry Band viene dall’area della Georgia intorno a Athens, Danielsville per la precisione, sono un quartetto e venendo da “laggiù” era quasi inevitabile che facessero, a grandi linee, del southern rock. Sono al quarto album, questo Electric Church, e volete sapere una cosa? Sono veramente bravi, siamo proprio nell’ambito delle musica sudista Doc, di prima scelta. Con riferimenti al sound classico, quello di Lynryrd Skynyrd, Allman Brothers, loro aggiungono anche Gov’t Mule, un pizzico di Hank, e quindi country, ma anche i Metallica, qui in effetti è appena un “pizzichino”, probabilmente nel primo brano, una dura e tirata Friday Night Rundown, dove in effetti le chitarre ruggiscono, la batteria pesta duro, il cantato è maschio e potente, ma se dovessi indicare qualcuno come riferimento, penserei più ai primi Lynyrd Skynyrd, o al southern hard di gruppi come Blackfoot, Molly Hatchet e Point Blank. 

La formula della doppia chitarra solista funziona alla grande, la voce è poderosa e di notevole impatto, anche se non ho ancora inquadrato chi sia effettivamente la voce solista, visto che cantano in tre su quattro, Brodye Brooks, il chitarrista solista, Josh Walker, quello ritmico, ma anche solista se serve e il bassista Casey King. A completare la formazione il batterista Myers, o così riporta il libretto, però sul loro sito ha anche un nome di battesimo, Brandon. Pure la successiva Pennies And Patience ha un sound duro e vibrante, con le elettriche spesso in modalità wah-wah e la ritmica rocciosa, ma senza eccessi, con un suono limpido, curato dal produttore esecutivo John Keane, quello per intenderci che a inizio carriera era l’ingegnere del suono dei R.E.M., poi ha lavorato moltissimo con i Widespread Panic, ma anche Cracker, Bottle Rockets, Jimmy Herring, le Indigo Girls e una miriade di altri artisti di quelli “giusti”, insomma un ottimo CV. Se serve si mette anche in azione alla steel guitar, come nella notevole The Fall, una hard ballad elettroacustica a cavallo tra country e southern di eccellente fattura, belle armonie vocali. Ottima anche Things I’d Miss, costruita intorno ad un giro di basso, che poi sfocia nel groove in crescendo di un southern boogie dove si respirano profumi anni ’70, tra Charlie Daniels e Marshall Tucker Band, con le chitarre che si rincorrono gioiosamente secondo i migliori stilemi del genere, e con Brooks che è effettivamente un notevole solista; effetto ancora più accentuato nella splendida title-track, dove Natalie McClure aggiunge l’organo e una slide incisiva si erge a protagonista dell’arrangiamento avvolgente del brano, di nuovo senza nulla da invidiare alle migliori band dell’epoca d’oro del rock sudista, come evidenziato in una brillante coda strumentale dove sembra di ascoltare Derek Trucks o Warren Haynes, se non Duane Allman o Toy Caldwell.

Molto bella anche una Home To You a tutto riff e ritmo, con elementi anche dei Doobie Brothers più gioiosi (insomma da tutto questo profluvio di nomi avrete capito che sono veramente bravi), con le due chitarre che si rincorrono con libidine dai canali dello stereo. Non manca anche un bel brano come Good Woman, Good God, dove emergono elementi funky/R&B sempre inseriti in un tessuto rock-blues. Ma pure nella seconda parte quando si passa ad un suono in parte più intimo e raccolto, con maggiori tocchi country, sempre fluido e raffinato, come in Last Rites che sembra pescata da un brano del miglior songbook della Marshall Tucker Band, splendido il lavoro delle chitarre, o la dolce Sunset On The Water, che senza essere zuccherosa rimanda a gruppi come i Reckless Kelly o gli Avett Brothers, nei loro momenti più romantici. Scusate i continui rimandi ma ci si capisce meglio, poi non vuole essere inteso in senso letterale ed assoluto, e non è neppure mera imitazione, diciamo più la continuazione di una tradizione che si “rinnova” con nuove forze. Eccellente anche The Grass Can Wait, ancora più marcatamente country, ma sempre con un finissimo lavoro della solista che raccorda un suono d’insieme veramente di gran classe. Infine ancora più “morbida” October Flame, dove si riscontrano persino elementi quasi pop, una melodia semplice ed orecchiabile, ma coniugata con gusto e misura, il tutto proposto in modo sempre vario e diversificato in tutto l’album, più rude e maschio nella prima parte, più raccolto e raffinato nella seconda. Comunque confermo, veramente bravi!

Bruno Conti

Il Ritorno Dei Vecchi Sudisti 2: I Fratelloni Rocca(va)no Di Brutto! Van Zant – Red, White & Blue (Live)

van zant red white and blue live

Van Zant – Red, White & Blue (Live) – Loud And Proud CD

Era inevitabile che prima o poi le strade di Johnny e Donnie Van Zant (rispettivamente frontmen dei riformati Lynyrd Skynyrd dopo la morte del terzo fratello Ronnie e di mezza band nel famoso incidente aereo, e dei .38 Special) si sarebbero incrociate. Infatti i due, quando gli impegni delle rispettive band glielo hanno permesso, ne hanno sempre approfittato per trovarsi e registrare album in duo: la prima volta nel 1985 (quindi prima che gli Skynyrd si riformassero), poi con due altri lavori nel 1998 e 2001 ed infine, in maniera più convinta, nel 2005 e 2007 con Get Right With The Man e My Kind Of Country, due dischi nei quali i due recuperavano la musica country delle loro radici, ma, dato che non sono certo dei mollaccioni, le canzoni proposte dal duo erano toste, vigorose e strettamente imparentate con quel southern rock che li ha sempre visti protagonisti: i due album erano anche un omaggio diretto a Ronnie, che avrebbe sempre voluto fare un disco country. Questo Red, White & Blue (Live) documenta un concerto registrato a supporto del primo dei due dischi, nel gennaio del 2006 a Valdosta, Georgia, e non è uno dei soliti broadcast radiofonici semi-ufficiali, ma un vero e proprio live album proveniente dagli archivi privati dei due fratelli.

Ed il CD, quattordici canzoni, risulta una piacevolissima parentesi della loro storia: Johnny e Donnie sono sempre stati due animali da palcoscenico, e qui danno il meglio grazie ad una buona serie di canzoni, qualche classico delle rispettive band principali, ed un suono tosto e decisamente sudista, merito di una band che comprende ben tre chitarre (Eric Lundgren, Steve Cirkvencic e Matt Hauer), una sezione ritmica poderosa (Gary Hensley, basso, e Noah Hungerford, batteria), oltre a Bobby Capps alle tastiere e Mark Muller alla steel e violino. E Red, White & Blue è anche l’occasione per risentire la voce di Donnie, che ha dovuto in anni recenti abbandonare i .38 Special ed il mondo della musica in generale per problemi irreversibili ai nervi dell’orecchio. L’album Get Right With The Man fa la parte del leone, con ben nove brani presenti, tra cui Takin’ Up Space, che apre la serata in perfetto mood sudista, un brano roccato e potente ma nello stesso tempo immediatamente fruibile, con ottimi spunti chitarristici ed i due fratelli che si scambiano il microfono con disinvoltura; Ain’t Nobody Tell Me What To Do è una tipica ballatona sudista da cantare col pubblico, alla quale la steel e l’organo donano colore, mentre la robusta Sweet Mama è un rock’n’roll molto trascinante (e molto poco country in questa veste live), il classico brano che rifatto on stage fa saltare tutti.

La fluida Things I Miss The Most calma un po’ gli animi, ma si riparte subito con la vigorosa I Know My History, un southern rock puro con la steel che cerca di stemperare la tensione elettrica, e con la coinvolgente Help Somebody, una rock ballad corale che è anche il maggior successo del duo come singolo. In mezzo ai brani tratti dal disco del 2005 (tra le quali meritano un cenno anche le trascinanti Plain Jane e I’m Doin’ Alright, pura foga rocknrollistica in salsa southern) c’è lo spazio anche per Wild Eyed Southern Boys, un vecchio pezzo dei .38 Special qui eseguito per la prima volta con la collaborazione di Johnny. Dopo la patriottica, e un po’ annacquata, Red, White & Blue (tratta da un disco minore degli Skynyrd di Johnny, Vicious Cycle), gran finale scoppiettante con l’energica My Kinda Country, anteprima dal nuovo album dei due che sarebbe uscito un anno e mezzo dopo, e due classici degli Skynyrd periodo Ronnie, cioè Call Me The Breeze (di J.J. Cale ma da sempre un highlight degli show del gruppo, e qui è suonata in maniera davvero irresistibile) e l’immancabile Sweet Home Alabama, una grande canzone comunque la si faccia (e qui è fatta bene). Se amate i Lynyrd Skynyrd ed il southern rock in generale, e anche se non avete mai vibrato troppo per i .38 Special, questo live dei Van Zant può tranquillamente trovare posto nella vostra discoteca.

Marco Verdi

E Questi Da Dove Sono Sbucati Fuori? Una Buona Occasione Per Conoscerli! Sundy Best – It’s So Good Live

sundy best it's so good live

Sundy Best – It’s So Good Live – E-One 2CD

Confesso che non avevo mai sentito parlare dei Sundy Best, un duo proveniente dal Kentucky (formato da Nick Jamerson e Kris Bentley) già titolare di tre album pubblicati tra il 2012 ed il 2014. La coppia di musicisti è considerata come un country duo, anche se i loro orizzonti ed influenze sono più ampi: il country c’è, ma non è di stampo nashvilliano, anzi piuttosto in alcuni brani si sente la lezione degli Outlaws texani (Willie Nelson soprattutto), ma nel loro suono, un gradevole impasto di sonorità acustiche ed elettriche, si trovano tracce anche di rock californiano anni settanta, un po’ di folk ed anche, nei pezzi più elettrici, l’ombra di Tom Petty. I due ragazzi hanno anche dalla loro una buona scrittura, solida e classica e, anche se prediligono le ballate, sanno far cantare le chitarre quando serve: i loro dischi finora hanno avuto un moderato successo (il miglior risultato lo ha avuto il secondo album, Bring Up The Sun, che ha sfiorato l’ingresso nella Top Ten country), ma sono riusciti a crearsi uno zoccolo duro di fans che hanno già imparato a menadito le loro canzoni, come è evidente in questo nuovissimo live album, It’s So Good Live, registrato lo scorso Ottobre a Louisville (quindi giocando in casa) https://www.youtube.com/watch?v=etvd3ZLCBOQ .

Il disco è piacevole, ben fatto, cantato e suonato con buon feeling e senza grandi cali di tensione (grazie anche ad una band non molto numerosa ma solida e sicura), anche se forse un live doppio della durata di due ore dopo soli tre album è un tantino troppo, forse anche un singolo di una settantina di minuti avrebbe raggiunto lo scopo (ci sono comunque cinque brani inediti). Il concerto inizia con Count On Me, che parte con un lungo fraseggio chitarristico, poi il ritmo cresce, entra la voce ed il brano si dipana fluido e scorrevole, mentre Shotgun Lady e decisamente più elettrica e mostra anche elementi southern. Ancora meglio Lotta Love (Neil Young non c’entra), un quasi rockabilly con un motivo corale e diretto, giusto a metà tra country e rock (ed il pubblico inizia a farsi sentire); Smoking Gun è invece una bella ballata elettroacustica, molto classica nell’arrangiamento e con una costruzione melodica efficace https://www.youtube.com/watch?v=Ns-b6G_kWfw , mentre It’s So Good ha punti in contatto con un certo pop-rock californiano che aveva nei Fleetwood Mac i suoi esponenti più autorevoli. Ma nel primo dischetto ci sono altri pezzi degni di nota, come la coinvolgente Southern Boy, dal refrain scintillante, l’evocativo strumentale NOYA, dove brilla la chitarra di Jamerson, la tosta e roccata Jimmy Crider, l’ottima Rock’n’Roll Baby, con l’influenza pettyana ben presente, ed il rockin’ country Drunk Right, che infiamma i presenti.

Il secondo CD si apre con l’unica cover dell’album: Mary Jane’s Last Dance è una delle grandi canzoni proprio di Tom Petty, e la versione dei Sundy Best è più acustica e leggermente più veloce nel ritmo, chiaramente non ci sono gli Heartbreakers (e si sente); meglio quando i due si cimentano con materiale loro, come l’intensa ballad Uneven Trade, oppure Lily, che il pubblico mostra di conoscere a memoria. Anche qui non è il caso di citarle tutte, il concerto prosegue in maniera fluida e senza grosse sbavature, con punte di merito come l’ottima Hindman, uno slow di stampo classico, dalla melodia vibrante, o la quasi texana Piece Of Work, o ancora la spedita Swarpin’, che inizia quasi come un brano dei Grateful Dead e poi diventa un roots-rock dal sapore sudista. La roccata Until I Met You ha ancora lo spirito di Petty nel suono, e risulta una delle più riuscite, mentre Four Door ha una melodia profondamente evocativa ed emozionante, sul genere ballatone classiche dei Lynyrd Skynyrd; il concerto termina con il valzerone acustico Thunder, la bella I Wanna Go Home, con gran lavoro di pianoforte, e la meno significativa This Country. Per chi non conoscesse ancora i Sundy Best questo doppio CD può essere un ottimo showcase, anche se, ripeto, andava benissimo anche singolo.

Marco Verdi

Miliardario, Filantropo E Pure Bravo Come Musicista! JD & The Straight Shot – Ballyhoo!

jd and the straight shot ballyhoo

JD & The Straight Shot – Ballyhoo! – JD & The Straight Shot CD

Nel mondo della musica può capitare di imbattersi in artisti che hanno anche uno spiccato senso degli affari e non hanno bisogno di manager per gestirli: il caso più eclatante è forse quello di Gene Simmons, bassista e membro fondatore dei Kiss e da sempre responsabile in prima persona della gestione della loro immagine, capace di trasformare una rock’n’roll band in una vera miniera d’oro (e facendo molti più soldi con il merchandising che con le vendite dei dischi). Più rari sono i casi di musicisti che si guadagnano da vivere facendo altro: per esempio Kevin Deal, oltre ad un’ottima ma poco remunerativa carriera come artista di country e Americana, porta avanti l’attività di famiglia che consiste in un’impresa di costruzioni in pietra specializzata nella realizzazione di chiese. Ma un musicista, e pure bravo, che fosse un magnate delle telecomunicazioni non l’avevo ancora visto: è questo il caso di James Dolan, un newyorkese di sessanta anni (quindi non esattamente di primissimo pelo) che è a capo dell’emittente via cavo Cablevision Systems Corporation (la quinta per importanza negli Stati Uniti), oltre ad essere presidente della nota squadra di basket dei New York Knicks, per non parlare del fatto che è anche chairman del Madison Square Garden! Un businessman con le palle quindi (che è anche impegnato in varie iniziative benefiche, il famoso concerto 12-12-12 per le vittime dell’uragano Sandy lo ha organizzato lui) ma anche un genuino appassionato di musica che nel 2005 ha formato una vera e propria band di roots-rock e Americana, JD & The Straight Shot (nascondendo quindi il suo nome dietro le iniziali, è pure umile l’amico… qualche difetto no?), con la quale ha pubblicato cinque album (compreso l’ultimo di cui parlerò tra poco) ed un EP, e trovando pure il tempo di girare gli States esibendosi come opener di gente come Allman Brothers Band, Eagles, Bruce Springsteen e ZZ Top: anche noi in Italia abbiamo un magnate delle telecomunicazioni e presidente di una nota squadra (di calcio), il cui amore per la musica si limita però alle serenate con Apicella e le tournée non le fa cantando ma sparandole grosse da un palco e in TV (in quello comunque nel nostro paese è in ottima compagnia).

Ebbene, oltre ad essere un uomo ricco e di successo, Dolan è pure musicalmente dotato, e lo dimostra ampiamente con l’ultima fatica della sua band, intitolata Ballyhoo!, per la quale si è pure preso lo sfizio di registrare completamente con strumenti acustici (cosa annunciata fin dalla copertina), a differenza dei dischi precedenti che erano elettrici: la cosa però ha una sua logica, in quanto James ha detto che lui ed i ragazzi (Marc Copely, chitarre, Byron House, basso, la bravissima Erin Slaver, voce e violino ed Aidan Dolan, figlio di James, anch’egli alle chitarre) sono soliti provare le canzoni senza la spina attaccata e solo in seguito danno loro un arrangiamento rock, mentre con Ballyhoo! si sono semplicemente fermati al primo step. A monte di tutto, devo dire che sono stupito dalla qualità del disco: Dolan intanto è un musicista capace, ottimo songwriter (ma collaborano anche gli altri) e cantante in possesso di una bella voce profonda e vissuta, e le canzoni sono intrise fino al collo della più pura tradizione americana, con rimandi al suono delle ballate folk dei tempi della Grande Depressione (caratteristica accentuata dal fatto che il disco è acustico), mescolando il tutto con uno stile degno di una esperta southern band; un gruppo che sa il fatto suo dunque, che riesce a stare in piedi con le sue gambe e va ben aldilà del capriccio di un miliardario che si vuole divertire: la produzione di Chuck Ainlay, uno che ha prodotto tutti gli album solisti di Mark Knopfler (tranne l’ultimo, Tracker) oltre a Miranda Lambert e Jewel, è la classica ciliegina su una torta già molto gustosa. Blues, rock acustico, old-time music, folk ed un pizzico di country: incredibile per uno che nella vita fa tutt’altro.

Il CD inizia subito benissimo con Empty, un blues rurale con tanto di slide acustica, la voce sudista del leader ed un motivo che sembra la versione unplugged di un classico pezzo dei Lynyrd Skynyrd (con in più l’ottimo violino della Slaver, vera e propria arma “segreata” del disco). Better Find A Church è quasi un brano a cappella, nel senso che le voci (James ed Erin) sono accompagnate prima solo dal basso, poi entrano due chitarre ma restano piuttosto nelle retrovie, e la ritmica è fatta dallo schioccare delle dita e dal battito di mani, con una melodia, tra modernità e tradizione, pura come l’acqua di montagna: splendida. Under That Hood è ancora un folk-blues molto intenso, un brano che risente della lezione di Mississippi John Hurt, con un gran gioco di voci ed una solidità impressionante per uno che, a conti fatti, è musicista per hobby. Bella anche Perdition, ancora con la struttura tipica delle band sudiste: la scelta di lavorare in acustico è comunque vincente, in quanto la purezza di queste canzoni viene preservata; Glide ha un arpeggio chitarristico tipico di una bluegrass band (e pure i cori), un pezzo dal sapore tradizionale al 100%, che mostra di che pasta sono fatti i ragazzi. Nature’s Way, guidata da un riff di violino, ha una melodia più legata ai giorni nostri, ma rimane comunque una signora canzone, Don’t Waste My Time è languida e resa malinconica ancora dal bell’uso del fiddle, mentre Dolan intona un motivo che sembra provenire da un’altra epoca: grande pathos, favorito anche dal crescendo sonoro nella seconda parte. La title track, cantata con voce molto bassa, è una ballata di spessore ed intensità, nonostante i due strumenti in croce (ma anche le voci fanno la loro figura), con uno splendido break strumentale molto Irish guidato come sempre dal violino; Hard To Find è invece una pura e semplice, ma solida, country ballad, che rimanda al suono anni settanta del movimento Outlaw.   L’album si chiude con la spedita Here He Comes, altro scintillante folk tune d’altri tempi, e con la spoglia ma struggente I’ll See You Again: un disco sorprendente, da parte di un personaggio che in America definirebbero larger than life, e di una band che sembra un manipolo di professionisti del folk revival https://www.youtube.com/watch?v=DdBydkyUZrM .

Marco Verdi

*NDB Senza dimenticare, a proposito di “ricchi dilettanti”, il caso di Paul Allen, co-fondatore delle Microsoft e pure lui multimiliardario, a cui il disco glielo aveva addirittura pubblicato la Sony Legacy, con la partecipazione di nomi illustri, come vi avevo raccontato in questo Post di tre anni fa http://discoclub.myblog.it/2013/09/05/dal-rock-alla-microsoft-e-ritorno-con-calma-paul-allen-and-t/

Una (Parziale) Rivincita Per L’Hank “Sbagliato”! Hank Williams Jr. – It’s About Time

hank williams jr. it's about time

Hank Williams Jr. – It’s About Time – Nash Icon/Universal CD

Nascere figli di Hank Williams e voler fare i musicisti non è facile, ma Hank Williams Jr., nel corso delle ormai quasi sei decadi di carriera, ci ha messo spesso e volentieri del suo per offrire il fianco alle critiche, complice una qualità media discografica altalenante (però comprensibile quando hai quasi sessanta album all’attivo, live ed antologie esclusi) e soprattutto testi che palesavano uno spirito patriottico un tantino qualunquista (per usare un eufemismo), una religiosità un po’ stucchevole ed una simpatia politica abbastanza evidente per il partito repubblicano (quasi un peccato mortale in ambito artistico per l’intellighenzia americana, mentre io penso che ognuno abbia il diritto di professare la propria ideologia in santa pace, tanto quello che conta è la musica). Ma Hank Jr. non è mai stato un beniamino della critica, anche perché musicalmente molto spesso si è lasciato andare a soluzioni non proprio raffinatissime, altre volte rivestendo le proprie canzoni con arrangiamenti discutibili, ma sovente, bisogna dirlo, i suoi dischi non sfiguravano affatto nell’ambito di un certo country-rock imparentato con la musica del Sud (sua area d’origine peraltro), e diverse volte il suo suono robusto non ha mancato di intrattenere a dovere gli ascoltatori, come è successo anche con il suo penultimo lavoro, il discreto Old School New Rules del 2012.

Ora Hank fa anche meglio, in quanto It’s About Time è, testi a parte, un signor disco di rockin’ country vigoroso ma non banale, con una dose più che sufficiente di feeling ed una serie di buone canzoni, suonate e cantate con il piglio giusto ed arrangiamenti asciutti e diretti (la produzione è di Julian Raymond, già collaboratore per molti anni di Glen Campbell): un bel disco dunque, direi anche un po’ a sorpresa dato che Williams Jr. non ha mai sfornato capolavori, né ha mai goduto di un gran credito (a differenza dei figli Holly, davvero brava, e Hank III, che però a fianco di ottimi dischi country ha pubblicato anche immani porcate quasi metal) ed è sempre stato guardato dall’alto in basso. L’album inizia subito col piede giusto, intanto perché Are You Ready For The Country di Neil Young è una grande canzone, e poi perché Hank ne fa una versione accelerata e decisamente più roccata (tra l’altro in duetto con Eric Church), un trattamento che dà nuova linfa ad un classico: chitarre e sezione ritmica dominano, ma c’è anche un tagliente violino a dire la sua (il grande Glen Duncan, e nel disco suona anche il leggendario steel guitarist Paul Franklin). La sciovinista Club U.S.A. è un rock’n’roll tiratissimo che non sfigurerebbe nel repertorio dei migliori Lynyrd Skynyrd, che in quanto a sciovinismo pure loro non scherzano, un pezzo davvero trascinante (e Hank, è giusto ricordarlo, ha anche una bella voce), God Fearin’ Man è ancora un southern country roccioso e potente, Hank non molla la presa e ci circonda di ritmo e chitarre a manetta (ed anche il refrain non è niente male), mentre Those Days Are Gone è più rilassata, un honky-tonk cadenzato dal suono comunque pieno e con la giusta dose di elettricità e “sudismo”.

https://www.youtube.com/watch?v=aoA-KwmUaAk

La divertente (nel testo) Dress Like An Icon ha anch’essa un bel tiro e non fa calare la tensione di un disco fino a questo momento sorprendente; God And Guns la conoscevamo già nella versione proprio degli Skynyrd (era anche il titolo di un loro album del 2009), e se il testo è una dichiarazione di intenti a favore di Donald Trump (o di chiunque vincerà le primarie repubblicane), musicalmente il brano è un southern rock teso ed affilato, con un trascinante finale a tutta potenza. Just Call Me Hank è invece una ballata scorrevole e molto più country, ma con un suono sempre deciso, la saltellante Mental Revenge (un classico di Mel Tillis, ne ricordo una bella versione anche dei Long Ryders) è scintillante e godibilissima; la title track è invece un country-rock dalla melodia contagiosa che conferma lo stato di ottima forma di un musicista spesso bistrattato.     L’album si chiude con il rutilante swing roccato di The Party’s On, la lunga Wrapped Up, Tangled Up In Jesus, puro gospel del Sud ( e ci sono le McCrary Sisters ai cori), dal ritmo sempre sostenuto e con un tocco swamp, e con la travolgente Born To Boogie (titolo che è tutto un programma), nella quale Hank divide il microfono con Brantley Gilbert, Justin Moore e Brad Paisley, il quale rilascia anche un assolo chitarristico dei suoi.

Bando agli snobismi: Hank Williams Jr. non sarà certo diventato all’improvviso un genio della musica, ma It’s About Time è un bel disco, e questo bisogna riconoscerglielo.

Marco Verdi

Piccoli Grandi Secreti Dalla Scena Musicale Americana, Anche In Veranda! Kate Campbell – The K.O.A. Tapes (Vol.1)

kate campbell k.o.a. tapes

Kate Campbell – The K.o.a. Tapes (Vol.1) – Large River Music

Avevo lasciato Kate Campbell con il delicato e pianistico 1000 Pound Machine (12) http://discoclub.myblog.it/2012/05/21/un-fiore-dal-sud-kate-campbell-1000-pound-machine/ , e me la ritrovo a distanza di quattro anni con questo nuovo lavoro, composto da un mix di canzoni sue rivisitate, e altre di autori importanti (amati in gioventù, e non solo, da Kate), proposte e suonate in modo intimo e scarno solo con strumenti a corda, e con l’accompagnamento di una vecchia tastiera Wurlitzer. Per questo suo dodicesimo album The K.o.a. (Kate On America) Tapes (Vol.1), la Campbell (registrando anche sul proprio iPhone 5) ha radunato sulla sua veranda e nel salotto di casa musicisti “stellari” di area folk e bluegrass quali Missy Raines al contrabbasso e armonie vocali, Laura Boosinger al banjo, Steve Smith al mandolino, Joey Miskulin alla fisarmonica, John Kirk al violino, Sally Van Meter al dobro, Ben Surrat al tamburello, e l’amico di vecchia data, il grande Spooner Oldham, alle tastiere (recuperate il magnifico For The Living Of These days (06), inciso con Oldham), con la produzione di David Henry che ha fatto il resto, assemblando il tutto, per una cinquantina scarsi di minuti deliziosamente senza pretese, ma con forti riferimenti al catalogo folk americano.

Mi sembra cosa giusta, elencare la  tracklist e gli autori dei brani:

1 –  Some Song (Elliott Smith)

2 –  America (Paul Simon)

3 –  Greensboro (Kate Campbell)

4 –  Lay Back (Kate Campbell The Darkness da Blues And Lamentations)

5 –  I Am A Pilgrim (Johnny Cash)

6 –  From Galway To Graceland (Richard Thompson)

7 –  Porcelain Blue (Kate Campbell da Rosaryville)

8 –  Me And Bobby McGee (Kris Kristofferson)

9 –  Hope’s Too Hard (Kate Campbell da Bird Songs)

10 – Jesus, Savior, Pilot Me (Traditional)

11 – Passing Through (Leonard Cohen)

12 – The Locust Years (Kate Campbell da Songs From The Levee)

13 – Strangeness Of The Day (Kate Campbell da Monuments)

14 – Seven Miles Home (Bobby Bare)

15 – Freebird (Ronnie Van Zant)

Tralasciando le sue canzoni rivisitate nell’occasione in questa forma “agreste”, il viaggio di Kate parte omaggiando autori come Elliott Smith con il bluegrass di Some Song, il Paul Simon di una pianistica e delicata America, passando poi ad un classico di Johnny Cash I Am A Pilgrim in una versione country-gospel, andando poi a pescare dal repertorio di Richard Thompson la tenue e dolce melodia di From Galway To Graceland, e il famosissimo brano Me And Bobby McGee di Kris Kristofferson, inno di una generazione. Dal sole della California, il viaggio prosegue verso New Orleans con il vecchio inno “spiritual” Jesus, Savior, Pilot Me, facendosi accompagnare dal bravissimo Spooner Oldham in una pianistica Passing Through, del mio autore preferito Leonard Cohen, e andando a chiudere il viaggio dei ricordi giovanili di Kate, con una delicata versione di un brano meraviglioso come Seven Miles Home di Bobby Bare, impreziosito dal commovente violino di John Kirk, e infine una sorprendente e intrigante versione di Freebird dei Lynyrd Skynyrd (in ricordo di un lontano ballo del liceo della protagonista).

The K.o.a. Tapes (Vol.1) è un disco splendido nella sua semplicità, realizzato con rigorosità e coerenza, un affascinante lungo e tortuoso cammino attraverso le radici americane, con Kate Campbell nella veste di meravigliosa compagna di viaggio, e sono certo che questo lavoro contribuirà a garantire a questa bravissima cantante del profondo Sud, un piccolo posto speciale nella storia della musica Americana. Attendiamo altri capitoli!

Tino Montanari  

 

Questi Suonavano, Eccome Se Suonavano! Outlaws – Live: Los Angeles 1976

outlaw live los angeles 1976

Outlaws – Live: Los Angeles 1976 – Purple Pyramid – Cleopatra CD

Gli Outlaws, storica band southern rock originaria di Tampa (ed ancora in attività), non ha mai goduto della popolarità e della considerazione di illustri colleghi contemporanei quali Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd o Marshall Tucker Band: obiettivamente erano un gradino (nel caso degli Allman, anche due) più in basso dei gruppi che ho citato, e negli anni si sono un po’ persi con dischi, per usare un eufemismo, non imperdibili, ma a metà dei seventies erano indubbiamente una band coi fiocchi. Questo live non fa parte della discografia ufficiale del gruppo, ma non è neppure uno di quei CD tratti da trasmissioni radiofoniche (in poche parole: bootlegs) che hanno invaso il mercato in tempi recenti: si tratta invece di una nuova pubblicazione patrocinata dalla Cleopatra, label indipendente di Los Angeles che non sempre è sinonimo di qualità (ma nella maggior parte dei casi sì), e che dei Fuorilegge aveva già pubblicato l’eccellente quadruplo Anthology: Live & Rare 1973/1981.

Come il titolo di questo nuovo live lascia intuire, stiamo parlando di un concerto (registrato ai mitici Record Plant Studios) risalente al miglior periodo della band, quello seguito alla pubblicazione dei primi due dischi della loro carriera, Outlaws e Lady In Waiting. Gli Outlaws sono una delle band che negli anni ha cambiato il maggior numero di membri, ma qui abbiamo la formazione migliore, quella con tre chitarre soliste (Hughie Thomasson, Henry Paul e Billy Jones) e la sezione ritmica (Frank O’Keefe al basso e Monte Yoho alla batteria), un combo che dal vivo, se era in serata, era capace di mettere a ferro e fuoco l’ambiente. Come dimostra questo Los Angeles 1976 (nove brani, un’ora scarsa di musica), un concentrato di rock chitarristico puro e semplice, con marcati elementi country, feeling a pacchi ed una band in forma smagliante, che in quel periodo era abbastanza vicina anche agli Skynyrd (non per niente Thomasson in seguito si unirà proprio allo storico gruppo dell’Alabama): come ciliegina, il CD è inciso professionalmente, con un suono ben bilanciato e compatto.Il breve strumentale Waterhole viene utilizzato come warm up, un bluegrass elettrico dal gran ritmo, nel quale i nostri iniziano ad arrotare le chitarre (e il banjo); con Stick Around For Rock & Roll inizia il concerto vero e proprio, una rock song dall’alto potenziale elettrico, che si sviluppa fluida per ben nove minuti: Thomasson non è un grande vocalist, ma caspita se suona, e anche gli altri non si tirano certo indietro, assoli a profusione, una goduria insomma. La potente Song In The Breeze ha stranamente qualcosa che mi ricorda i Dire Straits (che nel 1976 dovevano ancora esordire), Henry Paul canta meglio di Thomasson (nel libretto interno Hughie è accreditato come unico cantante, ma è un errore, non il primo in casa Cleopatra), ed i fraseggi chitarristici sono, in una parola, formidabili; Lover Boy è sostenuta da una solida melodia, basso e batteria vanno come uno stantuffo e le chitarre…beh, che ve lo dico a fare

Freeborn Man è un classico bluegrass di Jimmy Martin, al quale i nostri conferiscono un vestito elettrico, trasformandolo del tutto: bello il cambio di tempo a metà canzone, con uno splendido assolo dal sapore blues. Cry No More è puro rock’n’roll sudista, che per certi versi avvicina i Fuorilegge al suono della Marshall Tucker Band: gran ritmo, mood trascinante ed i nostri che smanettano che è un piacere; Knoxville Girl è un divertente bluegrass-rock dal ritmo forsennato, nel quale i cinque scaldano i muscoli per concludere con una sontuosa versione della loro signature song Green Grass & High Tides (la loro Freebird), presentata qui in una resa monstre di un quarto d’ora: inizio lento, melodia di stampo epico, poi il ritmo sale gradualmente fino al momento in cui le tre chitarre impazzite iniziano a volteggiare da tutte le parti. Non so se si può parlare di versione definitiva di questo brano, certo è che in quel periodo i ragazzi non avevano paura di nessuno, e questa esecuzione lo dimostra. Chiude il disco la tersa ed orecchiabile There Goes Another Love Song, non male anche se dopo il brano precedente qualsiasi canzone sarebbe stata in secondo piano. Un bel live, che pone l’accento su una band forse non fondamentale ma che per un certo periodo ha saputo dire la sua.

Marco Verdi

Anche Senza Fratelli Ed Amici E’ Sempre Grande Musica! Gregg Allman – Live: Back To Macon, GA

gregg allman live back to macon

Gregg Allman – Live: Back To Macon, GA – Rounder/Universal 2CD + DVD

Mandati definitivamente in pensione gli Allman Brothers Band (anche se nel mondo della musica non è mai detta l’ultima parola, basti vedere i Grateful Dead che, dopo i concerti d’addio, ci hanno preso gusto e hanno deciso di proseguire con l’aiuto di John Mayer) Gregg Allman ha oramai soltanto più la carriera solista della quale prendersi cura, anche se l’età avanzata e la salute non proprio di ferro lasciano più di un dubbio per il futuro (anche se ha già programmato concerti fino al 2016). Il suo ultimo disco di studio, Low Country Blues (del 2011) http://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/  era forse il suo lavoro migliore insieme all’esordio solista Laid Back, un solido disco di rock-blues nel quale il vecchio Gregg dimostrava di non aver perso un’oncia né dell’antico magic touch né della sua proverbiale maestria (oltre a mostrare una grinta invidiabile per un quasi settantenne). Ora il nostro pubblica questo doppio Back To Macon, GA, registrato nella cittadina dove tutto ebbe inizio (ma anche dove finirono in maniera tragica le vite prima del fratello Duane e poi di Berry Oakley) il 14 Gennaio dello scorso anno nella suggestiva cornice della Grand Opera House, un teatro di appena mille posti costruito nel lontano 1884.

Nel corso del concerto Gregg ripercorre un po’ tutta la carriera, inserendo naturalmente anche parecchi brani della band che gli ha dato la popolarità (ma evitando fortunatamente Two the Hard Way, il disco inciso nei settanta con l’allora fidanzata Cher), fornendo una performance solida e vibrante, lontana dell’essere solamente un pretesto per autocelebrarsi come hanno fatto di recente, peraltro molto bene, i Lynyrd Skynyrd con One More For The Fans (nel quale compare pure Allman stesso con la splendida Tuesday’s Gone), anche perché un progetto analogo dedicato a Gregg era già uscito lo scorso anno, il bellissimo All My Friends. In Back To Macon vediamo quindi Gregg accompagnato solo dalla sua road band (oltre al figlio Devon ospite alla chitarra e l’ex Allman Brothers Marc Quinones alle percussioni, abbiamo Scott Sharrard alle chitarre, Ron Johnson al basso, Ben Stivers alle tastiere, Steve Potts alla batteria, Jay Collins al sassofono, Art Edmaiston e Dennis Marion alla tromba, mentre Gregg si divide tra piano, organo e chitarra), senza neppure mezzo ospite (Warren Haynes in almeno una canzone potevo anche aspettarmelo, Dickey Betts no dato che non si parlano da anni), ma il risultato finale è forse ancora più compatto ed unitario, in quanto c’è solo Gregg con le sue canzoni, senza gli alti e bassi tipici dei tributi.

Inutile dire che nei  sedici brani del doppio CD (nel DVD, o BluRay, ce ne sono due in più, Stormy Monday e Floating Bridge) c’è di che godere, grazie ad una serie formidabile di pezzi che, anche se in molti casi si conoscono a menadito, fa sempre un immenso piacere riascoltare, anche se in versioni più sintetiche e meno dilatate di quelle proposte dagli Allman Brothers. Circa un’ora e mezza (nel CD) di grandissima musica, durante la quale Gregg, che è ancora in possesso di una formidabile voce, ci delizia con una serie di performance elettriche e ad alto tasso emozionale, ben seguito da un ensemble di musicisti che non ha paura di nessuno.

Il primo CD si apre, forse non a caso, nello stesso modo del mitico Live At Fillmore East, cioè con il classico di Blind Willie McTell Statesboro Blues, potente come sempre, con Sharrard che cerca di non far rimpiangere Duane (compito assai arduo), Gregg che canta subito alla grande e piano e fiati che girano a mille. Poi il nostro alterna classici degli Allman ad episodi del suo passato solista (qui presenti in misura maggiore): tra i primi troviamo una grintosa Ain’t Wastin’ Time No More, con un grande assolo chitarristico, e soprattutto la strumentale Hot’Lanta, infuocata come nelle migliori serate degli ABB, mentre tra i secondi la fluida I’m No Angel, tipica southern ballad, calda e profonda (e che voce), il blues lento e notturno con accenni jazzati Queen Of Hearts, eseguito con classe sopraffina, lo scattante blues di Muddy Waters I Can’t Be Satisfied, unico estratto da Low Country Blues a parte Floating Bridge sul DVD, la cover di These Days di Jackson Browne (era su Laid Back), che ci fa apprezzare il Gregg Allman balladeer, lo scintillante slow Brightest Smile In Town, introducendo il quale Gregg ricorda con orgoglio che è stato inciso anche da Ray Charles, per terminare con una squisita cover di I’ve Found A Love di Wilson Pickett, piena di anima, con Gregg che canta come se non ci fosse domani e la band che suona da Dio.

Nel secondo dischetto si ribaltano le gerarchie, in quanto del repertorio solista di Gregg sono presenti soltanto la solida Before The Bullets Fly e l’inedita Love Like Kerosene, un veloce rock-blues scritto da Sharrard, buono ma non trascendentale. Poi è tutto ABB, a partire da quella che è erroneamente considerata la canzone più popolare del Gregg Allman solista, cioè Midnight Rider: la versione famosa è infatti quella su Laid Back, ma Gregg l’aveva già “provata” qualche anno prima con i Brothers su Idlewild South; a seguire abbiamo una tostissima Don’t Keep Me Wonderin’, la leggendaria Melissa, una ballata che non ha bisogno di presentazioni ma va solo ascoltata in religioso silenzio, la mitica Whipping Post, che qua non è forse nella sua versione definitiva (è molto più corta di come la facevano gli ABB) ma è sempre un gran bel sentire, ed il classico di Sonny Boy Williamson One Way Out (che chiude il concerto), un pezzo che Gregg secondo me riuscirebbe anche a suonare bendato e con una mano sola.

Un bellissimo live album, che chiude, forse, il cerchio di una splendida carriera, con il rimpianto di non aver mai visto passare dalle nostre parti un musicista di questo calibro.

Marco Verdi