Tra Streghe E Blues Non Si Invecchia Mai. Savoy Brown – Witchy Feelin’

savoy brown witchy feelin'

Savoy Brown – Witchy Feelin’ – Ruf Records         

Quest’anno a dicembre anche Kim Simmonds taglia il traguardo delle 70 candeline, ma già nel 2015 ha festeggiato i 50 anni di carriera, con il suo gruppo, nato nei dintorni di Londra come Savoy Brown Blues Band, nel lontano 1965, quando anche i Bluesbreakers di John Mayall iniziano a muovere i primi passi in quello che sarebbe stato definito da lì a poco British Blues, e avrebbe vantato anche gruppi come i Fleetwood Mac, i Chicken Shack, i Ten Years After, e poi i power trios come i Cream o i Taste, gli stessi Free, che erano un terzetto con cantante, più moltissime altre valide formazioni. Anche se Kim Simmonds forse vorrebbe farci credere diversamente (e forse in questo caso ha ragione), i migliori anni della sua band sono stati quelli che arrivano fino al 1970-1971, anche se il gruppo fu uno dei primi ad avere successo pure in America (a parte alcune delle megaband citate prima), dove poi, sul finire degli anni ’70 Simmonds si è trasferito a vivere. Non vi sto a fare ancora una volta la storia del gruppo, ma diciamo  che dopo una quasi innumerevole sequenza di dischi bolsi, i Savoy Brown hanno ripreso a fare buoni dischi dal 2011, quando sono stati messi sotto contratto dalla Ruf http://discoclub.myblog.it/2015/10/05/anche-questanno-50-kim-simmonds-and-savoy-brown-the-devil-to-pay/ . Spesso con titoli macabri che rievocano i temi classici del blues, il diavolo con i suoi segugi, le streghe, ma anche i feticci voodoo evocati nei titoli di ben tre brani di questo album, come fu nel passato, qualcuno ricorda Hellbound Train?

Con Simmonds sono rimasti i soliti Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria, il nome del gruppo è tornato in primo piano, dopo due dischi come Kim Simmonds e Savoy Brown, il nostro insiste nel voler cantare, e devo dire che a quasi 70 anni conferma i suoi progressi come vocalist, dicendo che le sue fonti di ispirazione sono JJ Cale, Tony Joe White e Mark Knopfler (meno male che non si ispira a Robert Plant, Rod Stewart o Paul Rodgers, perché lì la vedrei dura), e c’è anche un brano Guitar Slinger, dedicato a Roy Buchanan,  che Simmonds racconta di avere visto nel lontano1969 in un piccolo country bar e che gli è rimasto nella mente fin da allora per la sua straordinaria bravura. Non a caso è uno dei brani più interessanti, brillante e con la solista in evidenza, ma tutto l’album funziona, riprendendo il classico sound degli anni migliori, il suono triangolare del blues-rock più ruspante di cui i Savoy Brown furono (e sono tuttora) tra i migliori praticanti. L’iniziale Why Did You Hoodoo Me in effetti ha più di qualche contatto con i classici swamp di Tony Joe White, con in più la chitarra svolazzante ed ispiratissima di Simmonds e una ritmica stantuffante veramente poderosa; Livin’ On The Bayou rimane dalle parti di New Orleans e dintorni, un misto tra il miglior JJ Cale e i Creedence, con la solista nuovamente in grande spolvero, lirica e pungente. I Can’t Stop The Blues ancora con un riff tangente, conferma la buona vena della band per un blues ad alta densità rock, ma non manca un classico lento d’atmosfera come la vibrante title track Witchy Feelin’, sospesa e minacciosa.

Vintage Man su una persona che non cambia mentre diventa più vecchia (non so perché mi dice qualcosa), è il primo brano dove Simmonds si esibisce alla slide, e qui la voce mi ha ricordato il suo vecchio rivale Stan Webb dei Chicken Shack. Poi il bottleneck è assoluto protagonista nel Mississippi Blues della malinconica e splendida Standing On A Doorway dove Kim regala momenti di grande classe, con Memphis Blues, ancora a tutta slide, che ci trasporta idealmente a qualche centinaio di chilometri di distanza per un’altra eccellente razione delle 12 battute più classiche. Can’t Find Paradise è uno dei pezzi più rock e grintosi, vicini al suono “americano” degli anni ’70 con la solista sempre in primo piano, e in questo caso qualche aggancio con Knopfler ma anche con Clapton si percepisce, non sarà più un giovanotto, ma suona, caspita se suona! Thunder, Lighting And Rain è un altro brano portentoso, quasi otto minuti a tutto wah-wah, con Kim Simmonds che si (ri)scopre novello Jimi Hendrix, con cui aveva fatto delle jam nella Londra psichedelica degli anni ’60, qui riproposte in uno stile degno anche del miglior Buchanan. Per chiudere un album eccellente, il migliore dei Savoy Brown dell’ultimo trentennio (e oltre), manca ancora un raffinato strumentale notturno e jazzy come Close To Midnight, dove Simmonds lavora di fino sulla sua Gibson. Saranno “diversamente giovani” ma ci sanno fare.

Bruno Conti

Un Disco Quasi Perfetto Per Un Artista Geniale. Dan Auerbach – Waiting On A Song

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Dan Auerbach – Waiting On A Song – Easy Eye Sound/Warner CD

Secondo album da solista, a ben otto anni di distanza dal precedente Keep It Hid, per Dan Auerbach, musicista di Akron, Ohio, noto per essere la metà “creativa” dei Black Keys. Auerbach è un tipo vulcanico, uno che non ama stare fermo: alla corposa discografia del duo formato da lui insieme a Patrick Carney dobbiamo infatti aggiungere i progetti collaterali dei Blakroc e, più recentemente, degli Arcs; non solo, ma Dan, un po’ come Joe Henry, ha da diversi anni affiancato alla carriera di musicista quella di produttore, e con nomi presenti nel suo personale carnet non proprio di poco conto, quali Dr. John, Pretenders, Grace Potter & The Nocturnals, Valerie June, Ray LaMontagne, Nikki Lane e Cage The Elephant. Se contiamo che negli ultimi anni ha anche girato il mondo sia con i Black Keys che con gli Arcs, stupisce che abbia trovato il tempo di mettere a punto un nuovo disco solista. Non solo ce l’ha fatta, ma Waiting On A Song è un lavoro splendido, un disco quasi perfetto, forse la cosa migliore mai fatta dal nostro: Dan aveva in testa un progetto ambizioso, cioè quello di collaborare con alcune delle migliori penne di Nashville (città nella quale risiede da qualche anno ed in cui ha aperto uno studio di registrazione ed una etichetta personale, la Easy Eye Sound) ed incidere un disco collaborando con musicisti da sogno.

Ed Auerbach ha preso le cose estremamente sul serio, scrivendo circa duecento canzoni, una cifra enorme dalla quale sarà stata durissimo “estrarre” i dieci pezzi pubblicati sul nuovo disco: in ben sette canzoni Dan ha addirittura incrociato la sua penna con quella del grande John Prine (anche se poi ne ha scelta una sola), uno che non è che sia solito scrivere per conto terzi, in altre con Pat McLaughlin, da anni collaboratore fisso proprio di Prine. Poi ha chiamato David Ferguson, cioè l’ingegnere del suono dei dischi incisi da Johnny Cash con Rick Rubin, per far sì che venisse riunita una superband; detto fatto: in Waiting On A Song troviamo i nomi di gente che a Nashville è un piccolo mito, come il chitarrista Russ Pahl, il dobroista Jerry Douglas, il bassista Dave Roe e soprattutto il pianista Bobby Wood ed il drummer Gene Chrisman, due musicisti entrambi sull’ottantina che erano di casa sui dischi di George Jones e Tammy Wynette. Se aggiungiamo due ospiti come il leggendario Duane Eddy in diversi brani e Mark Knopfler nel singolo trainante, possiamo affermare che Dan è senz’altro in ottima compagnia. Ma da soli tutti questi nomi non basterebbero se non ci fossero anche le canzoni, ed in questo album ce ne sono di stupende: la collaborazione con Prine e compagnia bella deve aver fatto bene a Dan, in quanto nei 32 minuti del disco non c’è un solo momento che non sia meno che ottimo, oltretutto con un suono davvero spettacolare: troviamo infatti in Waiting On A Song tutto il microcosmo di Auerbach, tra pop d’autore, country, soul, rock’n’roll, ballate anni sessanta e perfino funky, una miscela abbastanza diversa da quella del pur riuscito Keep It Hid (che manteneva più di un contatto con il suono dei Keys).

Un album bellissimo, che coniuga grandi canzoni, creatività a mille, un sound straordinario e melodie fruibili, un disco che una volta ascoltato nella sua interezza viene voglia di rimettere subito dall’inizio. E proprio l’inizio, la title track (che è anche il pezzo scritto con Prine) è una delle cose migliori, una pop song anni sessanta davvero splendida, un brano cristallino e scintillante, uno dei più belli, evocativi ed orecchiabili da me ascoltati ultimamente, con la ciliegina della chitarra twang di Eddy ed un feeling “spectoriano” che pervade la canzone. Malibu Man è uno squisito soul d’altri tempi, ritmato, potente e raffinato al tempo stesso, con sonorità degne del disco di due anni fa di Anderson East, mentre Livin’ In Sin è un irresistibile rockabilly alla Buddy Holly (con il vecchio Duane nel suo ambiente naturale), che dimostra la versatilità del nostro, che grazie all’ottimo stato di forma riesce a dare il meglio in ogni versione di sé stesso. Shine On Me è già un tormentone radiofonico, un pop’n’roll immediato e decisamente gradevole, con Knopfler che accompagna da par suo, un pezzo che nelle mani di Jeff Lynne sarebbe diventato una autenticoa “Wilbury tune”: il classico singolo perfetto. La maestosa King Of A One Horse Town è un pop alla Paul McCartney anni settanta, con tanto di orchestrazione e bellissimo ritornello, altro pezzo di gran classe e dalla scrittura sopraffina, Never In My Wildest Dreams è un saltellante brano delicatamente country, godibile dal primo all’ultimo accordo, anch’esso con un marcato feeling seventies, e nella stessa decade (in questo CD più in là col tempo non si va) restiamo anche per la tonica Cherrybomb, un gustoso errebi-funky degno della colonna sonora di Shaft, con un intervento di Eddy che non suona affatto fuori contesto. Stand By My Girl è ancora un rock’n’soul di ottimo livello, solito suono grandioso ed un leggero feeling alla George Harrison, ed in territori soul rimaniamo anche con la dirompente Undertow, orchestrata e di grande impatto, intrisa fino al midollo di  Philly Sound, mentre la chiusura del CD è affidata a Show Me, un vintage pop puro e diretto.

Un disco sorprendente, non perché considerassi Dan Auerbach poco capace, ma sinceramente non lo pensavo a questi livelli di eccellenza: fin da ora, almeno per me, tra i dischi dell’anno.

Marco Verdi

Degna Figlia Di Tanto Padre, Parte Seconda! Saluti Da Pieta Brown – Postcards

pieta brown postcards

 Pieta Brown  – Postcards  – Lustre Records

Titolo già usato in passato per il Post dedicato a Amy Helm, ma sempre valido anche per questo disco.

La musica evidentemente per Pieta Brown  è stato sempre un affare di famiglia (non dimentichiamo che è la figlia del grande Greg Brown, uno dei  migliori cantautori americani e tra i miei preferiti assoluti, che non pubblica nulla dal 2012, ma nel frattempo ci pensa la nuova moglie Iris DeMent), tanto da sposarsi pure Bo Ramsey, per anni sodale proprio di Greg, grande chitarrista e produttore in proprio, che come dote si è portato pure i figli, grandi musicisti nel gruppo The Pines. Come se non bastasse, Pieta in questo nuovo album, Postcards (che arriva a tre anni dal precedente Paradise Outlaw ed è stato concepito, come ha confessato lei stessa, in giro per stanze d’albergo sparse per gli States) si è anche circondata di grandi musicisti, incontrati nel suo peregrinare per spettacoli e dischi altrui: e così nel disco troviamo gente “importante” come i Calexico, Mike Lewis, Mason Jennings, Mark Knopfler, Carrie Rodriguez, Chad Cromwell, David Lindley, Eric Heywood & Caitlin Canty, e, quasi inevitabilmente, i Pines. Ognuno presente in un brano del nuovo album, dove il ruolo principale della costruzione sonora è affidato a Bo Ramsey e alla stessa Pieta, che hanno registrato le parti basilari di voce e chitarra nel piccolo studio-garage di casa e poi, come piccole cartoline sonore, le hanno spedite ai vari artisti perché aggiungessero le loro parti.

Un approccio quindi diverso dal precedente Paradise Outlaw, che pure era un signor album, e prevedeva la presenza di alcuni ospiti, Justin Vernon, Amos Lee e il babbo Greg Brown (che ultimamente si ritaglia queste partecipazioni, oltre alla figlia e alla moglie, anche Jeff Bridges, The Pines e qualche tempo fa Anais Mitchell), più uno sforzo d’assieme, concepito negli studi di Bon Iver, mentre questo album è stato assemblato mettendo insieme le diverse parti, ma ascoltandolo non si direbbe perché l’album sembra veramente molto unitario, con alcune punte di eccellenza. La Brown, scrivendo i brani, aveva già pensato ai musicisti con i quali le sarebbe piaciuto collaborare, e li ha costruiti pensando alle loro caratteristiche: ed ecco quindi nell’iniziale In The Light, cantata con voce suadente da Pieta, il sound raffinato e “desertico” dei Calexico, che hanno aggiunto prima batteria e vibrafono, e poi in un secondo tempo, da un’altra località, basso e armonie vocali, il risultato è splendido, una ballata sospesa e sognante, quasi una ninna nanna futuristica. Non mancano i Bon Iver, questa volta nella persona di Mike Lewis, che in Rosine, una canzone nata da un sogno su Bill Monroe (?!?), ha aggiunto le sue parti fiatistiche, leggere e sobrie, ma molto efficaci, quasi folk-prog; brano seguito dalla collaborazione con David Mansfield, che ha inserito magici tocchi di mandolino e chitarra Weissenborn alla splendida Once Again, dove si sente pure il tocco di Ramsey, per una folk tune di grande sensibilità e dolcezza. Niente male, per usare un  eufemismo, anche How Soon, dove il bravissimo cantautore Mason Jennings, ha sommato le sue parti di batteria, basso e tastiere, oltre ad eccellenti armonie vocali, per un brano che, in un leggero crescendo, ha un suono quasi da gruppo folk-rock.

E una piccola meraviglia è anche la canzone Street Tracker, dove si ascolta la magica chitarra di Mark Knopfler (registrata in quel di Londra): i due si erano conosciuti in un tour del musicista inglese e l’alchimia funziona sempre alla perfezione, un suono intimo e raccolto che vale più di mille pezzi rock. In Stopped My World Carrie Rodriguez ha incorporato il suo guizzante violino e le armonie vocali, per un delizioso brano country-folk, dove si ascolta anche il clawhammer banjo della stessa Pieta Brown. Nella successiva Station Blues, Chad Cromwell aggiunge la batteria che ricrea il rombo di in treno in avvicinamento, sulle evocative note di una bottleneck, forse la stessa Brown, che ci fa tuffare nelle 12 battute più classiche. Di nuovo le slide protagoniste nella successiva Take Home, e chi meglio di uno dei maestri dello strumento come David Lindley poteva svolgere questo compito (ma mi pare che pure Ramsey non scherzi), e il risultato è una ballata splendida che evoca paesaggi infiniti e un viaggio verso casa, ho già detto splendida? On Your Way prevede la presenza di Eric Heywood, impegnato alla pedal steel e all’e-bow, come pure della bravissima Caitlin Canty, una delle voci emergenti più interessanti della scena country-Americana di Nashville, altro brano prezioso e di una dolcezza infinita. A chiudere il tutto arriva il brano con il resto della famiglia Ramsey, ovvero i “figliastri” The Pines, presenti in una scintillante, benché sempre raccolta All The Roads, che chiude in gloria quello che è veramente un piccolo gioiellino di album confezionato da una “artigiana” di rara bravura come si dimostra Pieta Brown in questo suo invio di Postcards veramente gradite!

Bruno Conti

Secondo Ottimo Album Postumo Del 2016. Jeff Healey – Holding On/A Heal My Soul Companion

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Jeff Healey – Holding On A Heal My Soul Companion – Mascot/Provogue

Secondo album postumo pubblicato nel 2016 per Jeff Healey: Holding On, che come sottotitolo riporta A Heal My Soul Companion, parrebbe essere l’ultimo atto della serie di ristampe preparate dalla famiglia del musicista canadese, per festeggiare quello che avrebbe dovuto essere il 50° Anniversario dalla sua nascita. Uso il condizionale perché non è mai detto, ma sembra che i cassetti degli archivi siano stati svuotati e i cinque brani in studio, sempre registrati nel periodo ’96-’98, come per l’ottimo Heal My Soul, di cui vi avevo riferito questa primavera http://discoclub.myblog.it/2016/03/22/anteprima-ecco-il-nuovo-jeff-healey-heal-my-soul/ , siano gli ultimi inediti rimasti a disposizione per essere completati e poi pubblicati in questa nuova uscita. Che però viene arricchita da un concerto registrato a Oslo, in Norvegia nel 1999. Non vi tedio per l’ennesima volta con la biografia dei Healey, ma basta ricordare che è stato uno degli ultimi grandi chitarristi proposti da quella scena che sta a cavallo tra il blues più genuino e il rock vibrante e grintoso, ma dalle soluzioni tecniche e sonore che sono appannaggio dei veri talenti.

Come confermano i contenuti di questo Holding On: cinque brani in studio, con i soliti Joe Rockman al basso e Tom Stephen alla batteria, in perfetto stile power trio, e dieci Live dal concerto norvegese, che però, come riferito nella precedente recensione e per la serie “stiamo raschiando il fondo del barile”, era già stato allegato nella versione speciale di Heal My Soul, in vendita solo sul sito di Healey, alla modica cifra di 215 dollari canadesi. Quindi se possiamo risparmiare, mi sembra una ottima mossa. Il primo brano è una potente Love Takes Time, con la chitarra di Jeff sia in modalità normale che wah-wah a tutta manetta, la voce forte e sicura e un bel drive che ricorda certe cose dei migliori Cream, un brano che rivaleggia con il meglio della produzione del nostro amico, e anche la qualità sonora è eccellente; ottima anche Every Other Guy, meno esplosiva, ma con la solista sempre in bella evidenza e pure Dancing With The Monsters, con un riff alla Doobie Brothers, si ascolta con estremo piacere grazie all’incisivo lavoro dell chitarra prima slide e poi wah-wah di nuovo, da tutte le parti, o se preferite “all over the place” in un inglese più adatto a descrivere lo spirito del brano, ottimo il lavoro della batteria. Ancora solido rock-blues per una All That I Believe, che però manifesta la sua provenienza da un probabile demo più primitivo e non è memorabile, mentre CNI Blues è solo un bozzetto strumentale di poco più un minuto per chitarra elettrica. A questo punto parte il concerto, siamo nel 1999, l’anno del Live At Montreux: registrazione più ruspante, un soundboard non troppo lavorato, ma che si lascia gustare, partenza con My Little Girl, in una buona versione, con Pat Rush presente alla seconda chitarra ( e nel resto del concerto anche alla slide).

Altro discorso per una fenomenale versione di Dust My Broom, tutta slide e fuoco, e anche se la registrazione è un po’ primitiva, il carisma di Healey, che strapazza la chitarra da par suo, inizia a venire a galla; e pure la versione di How Blue Can You Get di BB King brilla per la passione e la tecnica infusa da Jeff nel pezzo, con la chitarra accarezzata con libidinosa gioia in una celebrazione del blues più sopraffino. La cover del pezzo di Mark Knopfler I Think I Love You Too Much, in chiave funky e con un giro rotondo di basso a sostenerlo, è onesta ma non memorabile; divertente  e raro il medley (tratto dal disco di cover) tra Stuck In The Middle With You e Tequila, con citazioni degli Stones e divertenti siparietti, rock for fun come deve essere. A seguire una Macon Georgia Blues, che sarebbe uscita solo nel 2000 su Get Me Some, l’ultimo album di studio del canadese, prima della lunga pausa per dedicarsi al jazz, e il ritorno che ha coinciso più o meno con la sua morte: una delle sue belle ballate tipiche, malinconiche e raccolte, di grande pathos. Suono che migliora per una fiammeggiante versione hendrixiana di I Can’t Get My Hands On You, di nuovo con il wah-wah a pieno regime e con Pat Rush a duettare con lui. Non manca una splendida versione di Yer Blues dei Beatles, fedele all’originale, ma con un assolo di slide che ti taglia a fettine. Holding On era un altro pezzo che sarebbe uscito nel 2000, un bel pezzo boogie-rock nella migliore tradizione di Jeff Healey, seguito dalla “solita” versione fantastica di See The Light, la sua signature song, qui in una versione particolarmente brillante e compatta, con la doppia solista in evidenza, e  che chiude in gloria un’altra grande serata di uno degli ultimi grandi perfomers del blues-rock contemporaneo.

Bruno Conti

Nonostante I Continui Riferimenti Al Suono Di “Quella Band”, Un Bel Disco! John Illsley – Long Shadows

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John Illsley – Long Shadows – Creek Records CD

Confesso che per me John Illsley è stato per anni “solo” il bassista dei Dire Straits (hai detto niente, uno degli acts più popolari di sempre), tra l’altro l’unico membro del gruppo, a parte il leader Mark Knopfler, ad essere presente su ogni disco ed in ogni tour della celebrata band inglese. Un paio di dischi solisti negli anni ottanta, passati perlopiù inosservati, e due album agli inizi del nuovo secolo insieme al cantautore irlandese Greg Pearle. Poi nel 2010 mi sono imbattuto quasi per caso in Streets Of Heaven (forse incuriosito da una recensione positiva letta da qualche parte), primo vero lavoro da solista di John dai tempi di Glass (1988), e ne sono rimasto talmente folgorato da metterlo addirittura nella mia top ten dell’anno. Un disco bellissimo, suonato alla grande e con una serie di canzoni superlative, che avevano un unico difetto (ma che per me difetto non era): suonavano in tutto e per tutto come brani inediti del gruppo grazie al quale Illsley era diventato famoso, le stesse atmosfere laidback, una chitarra dal timbro decisamente “knopfleriano”, ed anche la voce sussurrata di John che ricordava molto quella del suo ex boss; per dirne una,  l’opening track Toe The Line da sola era meglio di tutto il materiale incluso in On Every Street, l’ultimo deludente album di studio dei Dire Straits. Nel 2014 Illsley ha pubblicato il discreto Testing The Water, nettamente inferiore al precedente, nonostante la presenza di Knopfler in qualche brano, e lo scorso anno è uscito il godibile Live In London, un album dal vivo ben fatto che però scontava l’effetto cover band quando John intonava i pezzi degli Straits, canzoni che non gli appartengono se non perché ci ha suonato.

E’ quindi con interesse che mi sono avvicinato al nuovo Long Shadows, e devo dire che ne sono rimasto soddisfatto: il CD, otto canzoni per 35 minuti di musica, è molto meglio di Testing The Water ed appena un gradino sotto a Streets Of Heaven, e presenta una serie di ottime canzoni (tutte di John) al solito ottimamente suonate e cantate con buon piglio dal nostro, che come voce non è eccezionale ma molto meglio di tanti altri sidemen che si mettono a fare i solisti (chi ha detto Bill Wyman?), con un timbro che ricorda abbastanza quello di Knopfler ma ha anche dei punti in comune con Leonard Cohen, anche se il canadese ha una tonalità più profonda. Certo, il disco presenta sempre il solito “difetto”, cioè di suonare più Dire Straits di quanto non facciano gli album solisti di Knopfler, ma, ripeto, se le canzoni ci sono per me non è assolutamente un problema. Gran parte del merito (o della responsabilità, a seconda dei punti di vista) del suono va al polistrumentista nonché produttore Guy Fletcher, membro degli Straits dal 1984 e compagno di lungo corso del Knopfler solista, uno quindi che in questi suoni ci sguazza; nel disco troviamo anche fior di musicisti (oltre a John che suona la chitarra acustica oltre naturalmente al basso e Fletcher alle tastiere), come l’ex Pretenders e Paul McCartney band Robbie McIntosh alla solista, Phil Palmer ancora alla sei corde (uno che ha suonato davvero con tutti, da Bob Dylan, Eric Clapton, Roger Daltrey, fino ai nostri Lucio Battisti, Pino Daniele e…Paola E Chiara!), Steve Smith al piano e Paul Beavis alla batteria, ed una serie di backing vocalists utili a sostenere la voce non certo potente del leader.

Il CD a dire il vero comincia in maniera particolare, con uno strumentale intitolato Morning, per piano, chitarra acustica arpeggiata e quartetto d’archi, un inizio imprevisto ma poi se vogliamo neanche tanto strano se pensiamo a brani come Private Investigations (l’uso della chitarra lo ricorda vagamente); con In The Darkness si entra nel vivo, un suggestivo uptempo molto raffinato anche se derivativo (indovinate da che cosa), la voce knopfleriana di John intona una melodia decisamente orecchiabile, sostenuta a dovere dal big sound creato dal gruppo, compreso un assolo chitarristico denso di riverberi. L’inizio di Comes Around Again è puro Straits sound, dall’accompagnamento vellutato alla chitarrina evocativa, ma poi la canzone prende una direzione quasi da western song, ancora caratterizzata da una melodia fluida ed un ottimo ritornello corale, mentre There’s Something About You è una ballata soffusa e di gran classe, con una strumentazione rarefatta che ha quasi dei punti in comune con il suono di Daniel Lanois, mentre la melodia è più dalle parti di Cohen: decisamente il brano meno dipendente dall’ex gruppo di Illsley. Ship Of Fools (i Grateful Dead non c’entrano, la canzone è originale come tutte le altre) è ancora una raffinatissima ballad (la classe non manca al nostro) che sconfina addirittura nello stile del Knopfler solista, soprattutto per il sapore leggermente folk (e qui vedo lo zampino di Fletcher), ma il motivo ed il refrain sono di primissima qualità, come anche la coda strumentale; Lay Me Down sembra quasi una outtake da Brothers In Arms, un delizioso e vivace motivo con un tocco country, di quelli che fanno muovere da subito il piedino. L’album si chiude in crescendo con la splendida Long Shadow, una rock song trascinante e dal ritmo acceso, bella slide ed altro chorus diretto e fruibile, e con Close To The Edge, brano d’atmosfera suonato alla perfezione e con la chitarra che ricorda indovinate chi, ma il brano sta in piedi sulle sue gambe, ed anzi si propone come uno dei più riusciti.

Se, come me, avete sempre considerato John Illsley soltanto un ottimo bassista, accaparratevi Long Shadows (ma anche Streets Of Heaven) e forse comincerete a cambiare opinione. E poco importa se penserete di avere fra le mani un disco dei Dire Straits cantato da un altro.

Marco Verdi

Sempre La Solita Zuppa? Sì, Ma E’ Un Ottimo E Saporito Gumbo! Tony Joe White – Rain Crow

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Tony Joe White – Rain Crow – Yep Roc CD

Credo che Tony Joe White, musicista di lungo corso originario della Louisiana, nella sua carriera abbia guadagnato di più con le versioni dei suoi brani fatte da altri che con i suoi dischi. In particolare citerei Polk Salad Annie, uno dei maggiori successi dell’ultimo periodo di Elvis Presley (ed anche nella versione di White unico suo brano da top ten), ma anche Rainy Night In Georgia, hit del soulman Brook Benton  (incisa, tra gli altri, anche da Ray Charles, Otis Rush, Boz Scaggs e Johnny Rivers) e, nel 1989, Steamy Windows nella versione di Tina Turner. Comunque White da solista non ha mai conosciuto il successo vero, nonostante una discografia che parte dal 1969 e che ha conosciuto qualche battuta d’arresto solo negli anni ottanta, pur avendo inventato un sottogenere, lo swamp rock, ed avendo influenzato diversi colleghi, tra cui sicuramente Mark Knopfler e J.J. Cale (che a sua volta ha ispirato l’ex leader dei Dire Straits). Però White ha sempre fatto la sua musica, fregandosene delle mode, e pertanto è sempre stato fuori dal giro che conta, pur essendo portato in palmo di mano da musicisti e critici: il classico artista di culto, ed anche un musicista “rassicurante” per i suoi fans, in quanto da lui si sa sempre cosa aspettarsi (mentre i detrattori potrebbero asserire che fa dischi tutti uguali).

La sua musica infatti è una miscela molto annerita di rock e blues, influenzata dai bayou della Louisiana e con un suono della chitarra molto particolare, un laidback decisamente paludoso, ed un cantato che va di conseguenza: Tony Joe non è mai stato un grande vocalist, ma il suo timbro cupo è perfetto per il suo tipo di sound. Un sound che è poi lo stesso reso popolare dai Creedence Clearwater Revival, anche se John Fogerty non è un vero born on the bayou, essendo originario della California. Neppure in anni recenti White ha mai mollato il colpo, ma anzi ha realizzato alcuni dei suoi dischi più belli, come The Heroines del 2004, pieno di duetti al femminile con Emmylou Harris, Shelby Lynne, Lucinda Williams e Jessi Colter, ed Uncovered del 2006, con grandi ospiti come Knopfler, Cale, Eric Clapton e Waylon Jennings. A tre anni di distanza dal discreto Hoodoo, ora White pubblica Rain Crow, un CD con nove canzoni nuove di zecca (due delle quali scritte con la moglie Leann White ed una con l’attore/musicista Billy Bob Thornton) che posso tranquillamente collocare tra i suoi più riusciti, almeno in anni recenti. Certo, non c’è nulla di nuovo, Tony fa esattamente il tipo di musica che ci si può aspettare da lui, ma è in ottima forma, le canzoni sono valide, i musicisti pure (a parte Tony sono solo in tre: Steve Forrest al basso e Bryan Owings alla batteria forniscono una sezione ritmica coi fiocchi, e Tyson Rogers colora il tutto con il suo organo hammond) e la produzione, a cura di Jody White (figlio di Tony) è molto diretta e con gli strumenti ben separati tra loro.

E poi, naturalmente, c’è White con la sua tipica chitarra swamp. Hoochie Woman apre il CD con un ritmo sostenuto, un basso molto pronunciato, e subito Tony con i suoi tipici fraseggi e la sua voce profonda, e l’organo sullo sfondo a riempire gli spazi. The Bad Wind è più scura, l’atmosfera è quasi minacciosa, la chitarra si staglia sopra una ritmica volutamente soffusa, ed il brano assume toni cupi e foschi, un classico blues delle paludi. Con la title track rimaniamo in territori swamp (ma con Tony sono quasi cinquant’anni che siamo in quei territori), brano cadenzato ed annerito, con il nostro che canta, parla, soffia nell’armonica e rilascia brevi assoli “fogertyiani” (oppure è John che li fa “tonyjoewhitiani”?). The Opening Of The Box è uno swamp-blues pressante, Tony usa anche il pedale wah-wah, ma la sua vocalità “pigra” ci riporta sulla terra: come canzone forse non è niente di che, ma il modo sporco con cui è suonata le fa guadagnare punti. Right Back In The Fire ha un ritmo intrigante ed una linea melodica insolita per il nostro, che canta anche in maniera rigorosa, con deliziosi spunti chitarristici ed un ottimo organo alle spalle: se la sente Knopfler gli piace di sicuro https://www.youtube.com/watch?v=ptR-UDs5O6Y . Se a The Middle Of Nowhere sostituiamo la voce di Fogerty a quella di White avremo un brano Creedence al 100% https://www.youtube.com/watch?v=zoOh_VTMD6U , anche se qui l’indice di “fangosità” è decisamente più alto; Conjure Child è quasi attendista, ma il suono cupo si insinua piano piano, grazie anche alla voce quasi narrante di Tony, ed alla fine il brano coinvolge appieno. Il CD si chiude con la fluida e scorrevole Where Do They Go (non ho detto solare, queste sono tutte canzoni da luna piena, ecco, Full Moon Songs potrebbe essere un bel titolo per un suo futuro album, devo fare in modo di segnalarglielo) e con Tell Me A Swamp Story, un titolo che dice tutto https://www.youtube.com/watch?v=QbXJTpNMj8U . Un altro bel disco per Tony Joe White: se vi piace il genere, non resterete delusi.

Marco Verdi

Se Sono Bravi Li Troviamo Sempre! D.L. Duncan – D.L. Duncan

d.l. duncan

D.L. Duncan – D.L. Duncan – 15 South Records

Dave Duncan, per l’occasione D.L. Duncan, è uno dei tanti “piccoli segreti” che costellano la scena musicale americana, con una carriera lunga più di 35 anni (o così riportano le sue biografie), anche se discograficamente è attivo solo dagli anni duemila, con un paio di album a nome proprio e uno come Duncan Street, in coppia con l’armonicista Stan Street, uno stile che partendo dal blues incorpora anche alcuni elementi country (in fondo vive e opera a Nashville) e di Americana music, oltre a sapori soul e R&B, presi da Lafayette, Louisiana, l’altra città in cui è stato registrato questo album. Duncan si è sempre circondato di musicisti di pregio, e se nei dischi precedenti apparivano Jack Pearson, del giro Allman, Reese Wynans e Jonell Mosser, oltre a Kevin McKendree e il suo datore di lavoro Delbert McClinton, in questo nuovo lavoro, in aggiunta agli ultimi due citati, appaiono anche Sonny Landreth, David Hood. Lynn Williams e le McCrary Sisters, oltre ad una pattuglia di agguerriti musicisti locali; produce lo stesso D.L. Duncan, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Tony Daigle, più volte vincitore di Grammy Awards, recente produttore anche dell’ultimo disco di Landreth.

Il suono è quello classico che ci piace, molto blues e country (poco tradizionale) molto got soul, ma anche rock chitarristico e non mancano neppure vivaci ballate tra New Orleans e il Randy Newman più elettrico, il tutto condito dalla voce laconica ma efficace di Duncan, che è pure ottimo chitarrista. Si passa dal ciondolante e divertente groove dell’iniziale I Ain’t The Sharpest Marble, con il piano di McKendree e l’armonica di McClinton a dare man forte alla solista efficace e variegata di Duncan, al poderoso e tirato rock-blues di Dickerson Road, dove la chitarra del nostro si colloca tra il Santana più bluesy e Mark Knopfler dei primi Dire Straits, con continui lancinanti rilanci e un efficace lavoro di raccordo di McKendree, oltre a Hood che pompa di gusto sul suo basso. You Just Never Know è puro Chicago blues elettrico, di nuovo con McClinton all’armonica e McKendree che passa al piano, oltre alle McCrary Sisters che aggiungono la giusta dose di negritudine, il resto del lavoro lo fa una slide tagliente. Che torna, presumo nella mani di Landreth, per una vigorosa Your Own Best Friend, dove tutta la band conferma ancora una volta il suo valore, Duncan e le McCrary cantano con grande impegno, la ritmica e le tastiere lavorano di fino e il pezzo si ascolta tutto di un fiato https://www.youtube.com/watch?v=P_NDU1bA68M . I Know A Good Thing, scritta con Curtis Salgado (il resto dell’album è quasi tutto firmato dallo stesso Duncan) è un altro minaccioso blues d’atmosfera, costruito intorno a un giro di basso di David Hood che ti arriva fino alle budella, sempre con ottimo lavoro alla bottleneck del nostro amico, che pure lui non scherza come slideman.

Sending Me Angels è una bellissima ballata country-blues, scritta da Frankie Miller (altro grandissimo pallino di chi vi scrive) e cantata in passato anche da McClinton, eccellente il lavoro al dobro di Duncan e di McKendree all’organo con le McCrary che aggiungono una quota gospel con le loro deliziose armonie vocali, una sorta di Romeo & Juliet in quel di Nashville https://www.youtube.com/watch?v=xE3LGA7jyNY . Orange Beach Blues, una specie di autobiografia in musica, è comunque grande musica sudista, profumo di blues, di Texas e Louisiana, quella anche delle canzoni di Randy Newman a cui Duncan assomiglia moltissimo nel cantato di questo brano, che poi è un quadretto sonoro che rasenta la perfezione, e con un finale chitarristico di grande fascino. St. Valentine’s Day Blues è la slow ballad avvolgente e malinconica alla B.B. King che non può mancare in un disco come questo, sempre con la chitarra di Duncan in grande evidenza. Sweet Magnolia Love sembra un pezzo di Ry Cooder da Bop Till You Drop o quelli con la coppia di compari Bobby King e Terry Evans, qui sostituiti dalle voci delle bravissime sorelle McCrary, e la chitarra viaggia sempre che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=QEkp3aAcGOc . E a chiudere il tutto All I Have To Offer You Is Love, una bella ballata di stampo knopfleriano scritta da Craig Wiseman, noto autore di brani country in quel di Nashville, di nuovo eccellente il lavoro di Duncan, qui ancora a dobro e mandolino e con il prezioso contributo di David Pinkston alla pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=wnx9YqRyATI . Sarà pure piccolo, ma rimane un gioiellino di disco, non facile da recuperare ma la vale la pena cercarlo!

Bruno Conti    

Con Tutta La Buona Volontà Non Riesco A Stroncarlo! Rod Stewart – Another Country

rod stewart another country

Rod Stewart – Another Country – Capitol CD

Piccola premessa: a me Rod Stewart è sempre stato simpatico. Mi è sempre piaciuto il suo spirito un po’ guascone, la sua espressione da furbetto, le sue passioni mai nascoste, oltre che per la musica, per calcio, donne e whisky (non necessariamente in questo ordine). Ma, per quanto possa essere ben disposto nei suoi confronti, il critico che è in me deve vedere le cose da un lato oggettivo, ed ammettere che musicalmente il buon Rod non azzecca un disco da quasi quaranta anni. Stewart ha indubbiamente avuto un inizio di carriera sfolgorante, prima con i due mitici primi dischi del Jeff Beck Group (Truth e Beck-Ola), nei quali era la voce solista, poi con una serie di album solisti che variavano dal buono all’ottimo, ed in cui riusciva ancora a coniugare vendite eccellenti e bella musica (Every Picture Tells A Story, Smiler e gli “americani” Atlantic Crossing e A Night On The Town i miei preferiti), fino alla strepitosa carriera parallela con i grandi Faces, una delle rock’n’roll band più influenti del periodo (chiedere ai Black Crowes per informazioni). L’ultimo suo disco decente è stato Foot Loose And Fancy Free, ma già dal seguente Blondes Have More Fun Rod ha cominciato ad annacquare la sua musica con ritmi disco (la famigerata Da Ya Think I’m Sexy?, ma non solo) e con un pop da classifica che sicuramente gli ha regalato molte soddisfazioni finanziarie ma che gli ha anche alienato gli estimatori della prima ora. Da quel momento, qualche discreta canzone sparsa qua e là, ma quasi mai bei dischi tutti interi (Vagabond Heart del 1991 non era malaccio, come le canzoni nuove del semi-antologico Lead Vocalist del 1993, mentre l’Unplugged dello stesso anno era uno dei migliori della serie patrocinata da MTV, ma era pur sempre un live), fino a quando, nel corrente millennio, il biondo scozzese si è messo in testa di riproporre i grandi classici della canzone americana con l’interminabile serie The Great American Songbook, con esiti che definire soporiferi è voler essere generosi.

Nel 2013, il nostro ha infine deciso di riprendere a scrivere canzoni (ha sempre funzionato meglio come interprete, specie negli ultimi anni), e l’album che ne è risultato, Time, non era nemmeno da buttare, non certo un capolavoro, ma ci faceva risentire barlumi del vecchio Rod, pur non essendo certo privo di difetti: il successo ottenuto (primo numero uno in Inghilterra dal 1976) lo ha convinto a continuare sulla stessa strada, ed il frutto delle sue fatiche è il nuovo Another Country. L’album prosegue sulla falsariga del suo predecessore: Rod scrive (quasi) tutti i brani di suo pugno, in collaborazione con Kevin Savigar (i due sono anche i produttori) e, oltre alla consueta miscela di pop e ballate che lo hanno reso ricco e famoso, abbiamo molti riferimenti alle sue radici celtiche, quindi più di un aggancio al folk e persino qualcosa di country (e, ahimè, di reggae), con un risultato finale che, anche se non lo farà rientrare certo tra i dischi preferiti di chi frequenta abitualmente questo blog, non lo classifica nemmeno come ciofeca. Diciamo che dodici brani nell’edizione normale e diciassette in quella deluxe sono forse un po’ troppi, si poteva fare tranquillamente un disco con le dieci canzoni più riuscite ed avremmo probabilmente avuto il miglior disco di Rod dagli anni settanta. Oltre a Savigar, soprattutto alle tastiere, nel disco suonano una lunghissima serie di sessionmen che non sto ad elencare per non tediarvi (tanto non ne conosco mezzo), a parte Joanna Jacoby al violino, Don Kirkpatrick e Mike Severs alle chitarre, Emerson Swinford al banjo e ukulele e la sezione ritmica composta da Conrad Korsh e Iggy Grimshaw (rispettivamente basso e batteria).

Love Is, che è anche il primo singolo, apre il disco quasi alla maniera di Mark Knopfler, con un malinconico violino a ricamare un’aria molto irish, poi entrano chitarra acustica, banjo e la voce di Rod che intona una melodia molto gradevole, con un bel crescendo ritmico alle spalle: non male come inizio. Anche Please mantiene il disco su livelli buoni, un brano decisamente più elettrico e dal ritmo sostenuto, ma con un arrangiamento rock solido e senza sbavature, mentre Walking In The Sunshine, sempre molto mossa, ci riporta il Rod più commerciale, con una canzone orecchiabile e solare (normale, visto il titolo), ma comunque non da buttare. Love And Be Loved è il tanto temuto (da me) reggae, ed il nostro in queste vesti ha la stessa credibilità di un politico italiano che prometta le riforme, mentre We Can Win ha ancora quel sapore irlandese che la rende piacevole, anche se la confezione è un po’ ridondante (ma questo è Stewart, prendere o lasciare). La title track mi piace, ha una melodia perfetta per il singalong (Rod è ruffiano come pochi al mondo), e con una mano più leggera poteva essere un signor brano; Way Back Home è uno slow un po’ troppo sdolcinato, e qui sorvolerei volentieri, così come Can We Stay Home Tonight?, che non sarebbe male come ballad, ma suona come un disco di Eric Clapton degli anni ottanta, quando si faceva produrre da Phil Collins. Batman, Superman, Spiderman, a parte il titolo idiota (allora perché non anche Ironman e i Fantastici Quattro?), prosegue con il mood sonnolento, dopo un buon inizio il CD si sta sedendo (anzi, coricando); The Drinking Song ha finalmente un po’ di brio, ed un arrangiamento più in linea con i miei gusti (alla Maggie May, per intenderci), una slide sbarazzina ed un bel refrain, uno dei pezzi miglior https://www.youtube.com/watch?v=7rV3ZAzlle4 i.

Hold The Line (scritta e prodotta da tali RedOne e TinyIsland) vorrebbe essere un pezzo country-folk, e tutto sommato Rod se la cava, pur senza fare sfracelli, mentre A Friend For Life (cover di un brano di Steve Harley), torna ad aumentare il tasso zuccherino, e ne avrei fatto anche a meno. Every Rock’n’Roll Song To Me, che inaugura la versione deluxe, non mantiene del tutto quello che promette il titolo, ma ha un tiro discreto e poi Rod ha classe da vendere; One Night With You è un errebi radiofonico tipico del nostro, si fa ascoltare ma non lascia traccia. In A Broken Dream merita un discorso a parte: è infatti la versione extended di un pezzo del 1968 della semisconosciuta band australiana Phyton Lee Jackson, il cui cantante David Bentley non si sentiva in grado di cantare questo brano e chiamò un allora sconosciuto Rod Stewart a fare le sue veci (non accreditandolo poi sul singolo); Rod si prende qua la sua rivincita (ne registrò un’altra versione nel 1992, con David Gilmour e John Paul Jones https://www.youtube.com/watch?v=-S9kuSLtupM ), ed il brano si staglia potente ed epico, con un tappeto sonoro tipico dell’epoca, un organo in grande spolvero ed uno stile che a me ricorda un po’ gli Animals di quegli anni: una canzone strepitosa, ma non vale in quanto è di quasi cinquanta anni fa. L’album si chiude, stavolta sul serio, con la solare Great Day, discreta, e con Last Train Home, trascurabile.

Se qualcuno sperava nel ritorno del Rod Stewart degli esordi rimarrà deluso, ma comunque Another Country non è neppure una schifezza totale: non vi sto dicendo di correre a comprarlo, ma se a Natale ve lo regalano prima di riciclarlo al vicino di casa dategli un ascolto.

Marco Verdi

E’ Una Delle “Girls With Guitars”, Ma Suona Il Basso! Heather Crosse – Groovin’ At The Crosse Roads

heather crosse - groovin' at the crosse roads

Heather Crosse – Groovin’ At The Crosse Roads – Ruf Records/Ird 

Heather Crosse è al suo secondo album del 2015, il primo è uno sforzo di gruppo, come componente delle Girls With Guitars – Blues Caravan 2015, con l’italiana Eliana Cargnelutti e la compatriota Sadie Johnson, che sono le due vere “ragazze con le chitarre”, per Heather dovremmo dire “girl with bass”, in quanto siamo di fronte ad una bassista, e pure di quelle brave, oltre che ottima cantante dalla voce duttile e molto adattabile a generi diversi. Nel disco in trio il sound è decisamente più rock, oltre ai pezzi firmate dalle tre ragazze ci sono cover di Tush degli ZZ Top https://www.youtube.com/watch?v=gENAaIDwlkI , brani di Dave Mason (la celeberrima Feelin’ Alright) e Joan Jett, mentre nel primo album solista di Heather Crosse (sempre prodotto da Jim Gaines, che come sapete chi scrive non ama alla follia, ma in questo caso ha fatto un ottimo lavoro) si vira decisamente sul blues, ma sempre tenendo conto di una forte componente soul e R&B. La nostra amica è nata in Louisiana, ma ormai da qualche anno vive a Clarksdale, Mississippi, una delle culle del blues, dove da otto anni con la sua band Heavy Suga’ & the SweeTones accompagna artisti come Bob Margolin, Guitar Shorty, Jody Williams e James “Super Chikan” Johnson, quando passano in città.

Questo Groovin’ At The Crosse Roads, undici brani, 40 minuti di musica, è un bel biglietto da visita per la musicista americana: accompagnata dalla sua band abituale, Lee Williams alla batteria, Mark Yacovone (conoscevo Seth Yacovone, ma quello è un chitarrista) alle tastiere e  Dan Smith alle chitarre, gente di valore che ha suonato con BB King, Kenny Brown, Maria Muldaur, Anson Funderburgh, Smokin’ Joe Kubek e altri, con un repertorio che comprende cinque brani composti da Heather e sei cover di brani non celeberrimi ma che illustrano anche il suo passato di appassionata, oltre che di blues anche di musica Motown (forse da lì la decisione di diventare una bassista) oltre che di soul music e R&B, con pezzi scelti per esempio dal repertorio di Etta James, una gagliarda Damn Your Eyes, un bel esempio di buona musica soul sudista, con basso e batteria essenziali ma di gran classe, ma anche un raffinato lavoro di chitarra solista, piano e organo Hammond che evidenziano le componenti blues, mentre Heather dà tutto quello che ha nel reparto vocale (ovviamente la James e le grandi cantanti soul hanno ben altro spessore ma la ragazza si difende con onore). Ogni tanto si sfiora il plagio, Steppin’ Up Strong, firmato dalla Crosse ha un giro di accordi che ricorda molto quello di People Get Ready, ma si sa le note sono sette e comunque l’arrangiamento, con una chitarra limpida e sgargiante che ricorda il miglior Mark Knopfler degli inizi, oltre all’organo sudista e ai coretti deliziosi, fanno sì che il tutto si ascolti con gran piacere e poi lei canta veramente bene, mi ricorda un poco la texana Toni Price (che non fa dischi da tempo, ho controllato oggi, siamo sempre fermi al 2010, in attesa dell’originale un buon surrogato) con la giusta grinta e un cantato essenziale ma di spessore.

Rockin’ Chair è stato un successo del soul morbido di metà anni ’70 per Gwen McRae, un brano solare e leggero dal ritmo irresistibile, veramente adorabile con le sue chitarrine choppate, coretti pre-disco e organo hammond d’ordinanza, e pure Hurryin’ Up To Relax ha questa aria laid-back che ti predispone al buon umore, piano elettrico e organo perfetti e poi sempre con quella chitarrina che si insinua sotto pelle. Ma anche quando Heather Crosse vira sul blues i risultati sono assolutamente all’altezza: My Man Called Me era un vecchio pezzo del repertorio di Big Mama Thornton e anche se quei livelli sono lontani, lo spirito del blues non manca in questa versione molto swingata. E pure quando si cimenta con pezzi propri, come nell’ottima Walkin’ In Their Shoes si sente che la Crosse ha il blues nel sangue e Yacovone alle tastiere e Smith alle chitarre, anche slide, sono musicisti di indubbio valore https://www.youtube.com/watch?v=xiOzkZeLmDw . Non manca anche l’autoironia come nella divertente e ritmata Why Does A Woman Need A Bass Guitar, dove dimostra pure la propria abilità allo strumento. Nella parte blues da ricordare ancora una decisa Clarksdale Shuffle che tiene fede al titolo, una Bad Boy Kiss virata funky, un altro shuffle deciso come Call On Me e You Don’t Move No More altro pezzo dal songbook della Thornton, dove la Masse estrae il meglio dalla sua ugola con risultati decisamente confortanti.

Bruno Conti

Anche Per Loro Quest’Anno Sono 50! Kim Simmonds And Savoy Brown – The Devil To Pay

kim simmonds & savoy brown

Kim Simmonds And Savoy Brown – The Devil To Pay 

Da qualche anno a questa a parte, più o meno in coincidenza con l’inizio della seconda decade degli anni 2000, Kim Simmonds ed i suoi Savoy Brown (ma sempre lui è) sembrano avere recuperato una certa consistenza qualitativa a livello discografico, ripulendo una immagine di band leggendaria che si era deteriorata dopo intere decadi di dischi stanchi, triti e ritriti, ripetitivi, poco appetibili anche per i fans più accaniti del vecchio British blues. Dal vivo, sia con dischi nuovi come con pubblicazioni di materiale inedito d’archivio Simmonds e soci avevano mantenuto una loro dignità (come confermato anche dall’ottimo Songs From The Road, uscito un paio di anni or sono http://discoclub.myblog.it/2013/05/08/era-l-ora-savoy-brown-songs-from-the-road/ e dal recentissimo Still Live After 50 Years, un doppio CD registrato a New York venduto solo ai concerti e sul loro sito), ma anche in studio, dopo la firma con la Ruf, hanno sfornato alcuni album di buona fattura, non parliamo di capolavori, ma Voodoo Man del 2011, Goin’ To The Delta, disco registrato in trio dello scorso anno e ora questo The Devil To Pay, sempre con formazione a tre, segnalano una ritrovata vena compositiva di Simmonds, anzi, dirò di più, in passato il biondo Kim non aveva mai scritto così tanti brani, se consideriamo che gli ultimi CD contengono esclusivamente materiale a propria firma, cosa mai successa.

Forse l’idea di divenire anche il cantante fisso della formazione si poteva evitare, perché, per quanto mi sembri di notare un certo miglioramento nelle sue performance vocali degli ultimi anni, il nostro amico non è mai stato un gran cantante e messo a confronto con gente come Chris Youlden, Lonesome Dave Peverett o Dave Walker e Paul Raymond che cantavano in Street Corner Talking,  il disco a cui Simmonds dice di essersi ispirato per il tipo di approccio usato nel nuovo album, registrato in pochi giorni in uno studio di New York nell’aprile di quest’anno, dopo un accurato lavoro di preparazione ed arrangiamento delle canzoni che avrebbero fatto parte del progetto nel suo studio personale casalingo. Le canzoni, come nel caso del precedente Goin’ To The Delta, sono tutte nuove, ma è innegabile che se uno ci si mette di impegno in ognuna si trovano echi, ritmi, riff, idee che vengono dalla storia del blues e del rock (come ha fatto un critico per il succitato disco precedente, un brandello di Chicago Blues, Hound Dog Taylor e Muddy Waters, un riff di chitarra di Son Seals o Buddy Guy, un attacco di Ted Nugent o degli ZZ Top, un ritmo alla Bo Diddley o una “scivolata” di bottleneck).

E la voce, ripeto, pur migliorata, si può paragonare ad un Mark Knopfler con la raucedine, in effetti quando non alza il tono tutto bene, quando si sforza di essere più vigoroso non ci siamo. Però poche righe fa avevo detto che il disco è piuttosto buono e lo confermo. Le parti chitarristiche sono decisamente valide, con punte di eccellenza qui e là, la sezione ritmica di Pat DeSalvo al basso e Garnett Grimm alla batteria è tra le migliori con cui ha suonato negli anni e i pezzi, sia pure sentiti mille volte, suonano comunque freschi, arrangiati con cura ed eseguiti con grande passione. Dallo slow blues appassionato e dall’atmosfera melanconica di Ain’t Got Nobody, con la vecchia Epiphone di Simmonds che traccia traiettorie calde e ricche di feeling, al classico Chicago Blues ritmato e travolgente di Bad Weather Brewing che ricorda proprio il sound classico dei migliori Savoy Brown, rigoroso ma con il vigore del rock nel suo DNA https://www.youtube.com/watch?v=RznhCkZ-VWY , passando per la tirata Grew Up In The Blues, dove la voce mostra i suoi limiti ma la chitarra vola fluida o nello shuffle When Love Goes Wrong, sempre pimpante, il vecchio Kim, 68 anni quest’anno e 50 di carriera alle spalle, ancora una volta dimostra perché è sempre stato considerato uno dei grandi del blues britannico. Ogni tanto si cimenta anche all’armonica, come nella cadenzata Oh Rosa, o in ritmi diddleyani come nella title-track https://www.youtube.com/watch?v=3Xrfkwn4T6o , ci delizia nello strumentale Snakin’ che ricorda quelli dei vecchi maestri dello strumento https://www.youtube.com/watch?v=lYRl-2YoQSU , ed eccelle di nuovo in un lento lancinante come Got An Awful Feelin’, senza dimenticare una cavalcata slide con la sua Gibson 335 nella vorticosa I’ve Been Drinking https://www.youtube.com/watch?v=__ma8TfMvpA . Quindi, con i limiti ricordati, tutto sommato un eccellente disco blues per uno dei maestri del genere.

Bruno Conti