Forse La Migliore Band Southern Dell’Ultima Decade, Veramente Bravi! Otis – Eyes Of The Sun

otis eyes of the sun

 Otis – Eyes Of The Sun – Purple Pyramid Records/Cleopatra

Ultimamente i “miei amici” della Cleopatra sembrano avere messo a segno qualche buon colpo: tra recuperi di vecchi gruppi metal imbolsiti, tributi un po’ raffazzonati, ristampe improbabili di dischi non memorabili di artisti del passato, nel loro catalogo spunta anche qualche gioiellino, tipo l’ultimo di Stills e della Collins (anche se l’etichetta è la Wildflower), quello dal vivo di Tom Killner, buon chitarrista inglese, e poco altro di interesse, almeno per il sottoscritto. Ma devo ammettere che questo nuovo album degli Otis (il loro secondo) è veramente buono: band “sudista” vecchio stampo, vengono dal Kentucky, il loro primo album Tough Times Tribute To John Brim, era un omaggio ad un oscuro bluesman, loro corregionale, noto per avere scritto Ice Cream Man, brano “coverizzato” da varie band hard, tra cui i Van Halen. Del gruppo è stato detto, sintetizzo: “Se c’è mai stata una nuova band che può ricoprire il gradino più alto nell’ambito Jam Blues Rock e il vuoto lasciato da gruppi come gli Allman Brothers, questi sono gli Otis!” Lusinghiero: ma chi lo ha detto? Paul  Nelson, vecchio pard di Johnny Winter, e curatore di tutte le recenti ristampe del texano. Come dite, è il produttore esecutivo di questo Eyes Of The Sun, e appare alla chitarra anche in un brano? Quindi il conflitto di interessi non lo abbiamo inventato noi.

Comunque il disco rimane molto buono e le parole sono veritiere: i quattro robusti giovanotti, a giudicare dalle foto almeno, che compongono la band sono veramente bravi, Boone Froggett, voce e chitarra solista, Steve Jewell, il secondo solista e John Seeley, basso e Andrew Gilpin, batteria, sono un quartetto solido e dalla buona tecnica, che pescano sia dalla tradizione blues, come dal southern degli Allman e anche dei Wet Willie, che aveva maggiori connotati anche errebì. Lo stile è energico e robusto, ma i nostri suonano veramente bene, mi sembrano persino superiori a Blackberry Smoke e Whiskey Myers, i paragoni con gli Allman Brothers non sono sparati a vuoto, l’iniziale Change, con le due soliste che lavorano di fino, una in modalità slide e l’altra normale, ha il piglio e il drive dei vecchi ABB, Froggett non avrà la voce di Gregg Allman o di Van Zant, ma è più che adeguata, il tocco delle due coriste Sandra Dye e Bianca Byrd, aggiunge altri profumi di profondo Sud al sound e il lavoro delle due chitarre è veramente lodevole.

Anche quando il suono si fa più “duretto”, alla Lynyrd Skynyrd per intenderci, ma quelli Doc, come nella successiva Blind Hawg, l’interplay tra le due chitarre è sempre godibilissimo, la ritmica picchia ma con costrutto, anche quello degli ZZ Top potrebbe essere un nome di riferimento, con Billy Gibbons che ha espresso i suoi riconoscimenti per il gruppo “ottime parti cantate, toni di chitarra deliziosi, nell’insieme un ascolto piacevolissimo”, sottoscrivo. Spesso le due chitarre lavorano anche all’unisono, ma il dualismo slide-solista è quello vincente: ribadito nella title track Eyes Of The Sun, che addirittura di slide ne presenta due, e alza la quota blues(rock) dell’insieme, sentito forse mille volte e “revivalista” quanto volete, ma quando è fatto così bene è veramente un piacere, southern rock della miglior grana. Ottima anche Home, tagliente e saltellante, con la slide sempre “piccante”, e poi quando entra anche l’organo Hammond dell’ospite Eddie Stone, il suono si fa ancora più “pieno” e corposo, anche con rimandi ai prima citati Whiskey Myers e Blackberry Smoke, ma comunque con le chitarre che ruggiscono sempre in modo inarrestabile nelle due lunghe Shake e Turn To Stone, la seconda una bella ballatona rock di quelle classiche sudiste, in crescendo, con Froggett che canta anche con impeto e classe.

Washed My Hands è nuovamente dura e tirata, a tutto riff, come degli ZZ Top con doppia chitarra solsita, mentre in Lovin’ Hand arriva anche Paul Nelson alla terza solista e qui due parole urgono, “Lynyrd Skynyrd”, e non si prendono ostaggi. Ma gli Otis sono capaci anche di un approccio più raffinato, con chitarre acustiche, un mandolino (Danny Williams), sonorità quasi orientali, per uno strumentale Relief In C dai profumi indiani, e non sono quelli dei pellirossa. Per le ultime due canzoni torna ancora l’organo di Stone e si prova anche la strada della hard ballad cadenzata, quasi alla Neil Young, con una eccellente Chasing The Sun dove le ennesime ed estese jam chitarristiche delle due soliste sono tutte da gustare. In chiusura con Let Your Love Shine Down sembra quasi di ascoltare la migliore Marshall Tucker Band, anche con piccoli elementi country e soul inseriti nel calderone sonoro, e sempre con quella slide insinuante che scalda i cuori, e occhio al finale. Veramente bravi!

Bruno Conti

Due Bei Dischi…Peccato Che Uno Sia Un’Antologia E L’Altro Una (mezza) Fregatura! Grateful Dead – Long Strange Trip/The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert

gtaeful dead long strange trip

Grateful Dead – Long Strange Trip – Grateful Dead/Rhino 2CD – Amazon 3CD

The Marshall Tucker Band – Hall Of Fame Concert – Ramblin’ CD

Questo è un post particolare, nel senso che tratta di due uscite composte da materiale eccellente, ma nello stesso tempo ben lontane dall’essere considerate indispensabili, e nel secondo caso siamo quasi nel campo della truffa. Ma andiamo con ordine.

Ho ancora nelle orecchie il fantastico live Cornell 5/8/77 che è già di nuovo ora di parlare di Grateful Dead, ed il motivo è l’uscita del colossale film-documentario (quattro ore di durata) per la regia di Amir Bar-Lev intitolato Long Strange Trip, un’opera che ripercorre cinquant’anni di carriera del gruppo californiano e che non ho visto, ma sarà indubbiamente importante e ben fatta. Chiaramente è uscita anche la colonna sonora del film, in una versione doppia ed anche in un triplo CD esclusivo, quest’ultimo in vendita solo sul sito di Amazon (che è quello di cui mi accingo a parlare). Il problema, se di problema si può parlare, è che Long Strange Trip in parole povere è un’antologia, che va bene per i “completisti” ma rischia di scontentare la maggior parte degli acquirenti, in quanto si potevano benissimo riempire i tre dischetti solo di materiale inedito, tanto più che l’80% del contenuto è dal vivo. I brani in studio infatti sono soltanto 6 su 27, e, tranne che per Touch Of Grey che è tratta da In The Dark del 1987, provengono tutti da Workingman’s Dead ed American Beauty, ovvero i due studio album più famosi, e più belli, dei Dead. Il resto, come ho già detto è dal vivo, e la cosa comunque interessante è che i pezzi non sono presi soltanto dai live records usciti quando il gruppo era attivo (come Live/Dead, Europe ’72 e Reckoning, cioè i tre dischi interessati da questo triplo), ma provengono in maniera eterogenea anche da album d’archivio usciti dopo la morte di Jerry Garcia, includendo anche qualche rarità, come il Dick’s Picks Volume 31 (Eyes Of The World) o il mega-cofanetto di 73 CD  Europe ’72: The Complete Recordings (una Playing In The Band registrata a Brema), che non so quanti di voi possiedano.

Stranamente nessun pezzo è preso dall’altro superbox 30 Trips Around The Sun, mentre a mio parere è stato un errore grave mettere ben cinque brani dal concerto di Cornell, che è sì spettacolare ma anche appena uscito! Non sarebbero i Dead se non ci fosse anche qualche inedito, cosa che ha convinto anche il sottoscritto all’acquisto: sette in totale tra cui una stupenda Dark Star di 25 minuti incisa nel 1970 al Fillmore East, due ottime China Cat Sunflower e I Know You Rider registrate nel raro concerto del 1971 al Chateau d’Hérouville in Francia (unica data europea di quell’anno), ed uno scintillante medley del 1989 tra Dear Mr. Fantasy dei Traffic (con il tastierista Brent Mydland alla voce solista) e la parte finale del classico dei Beatles Hey Jude (mentre gli ultimi due inediti, una Stella Blue del 1981 ed una Days Between del 1994, non sono imperdibili). Potete farci un pensierino, dentro c’è comunque tantissima grande musica, a meno che i Grateful Dead non vi escano dalle orecchie (nel qual caso avreste la mia comprensione).

marshall tucker band hall of fame

Devo invece mettervi in guardia dall’ultima uscita targata Marshall Tucker Band, Hall Of Fame Concert, non perché sia un CD brutto o inciso male, anzi, il contenuto è grandissimo (si tratta della registrazione del concerto del 1995 che il gruppo tenne a Spartanburg, cioè a casa loro, per celebrare l’ingresso nella South Carolina Hall Of Fame, una serata spettacolare e con ospiti del calibro di Charlie Daniels, Butch Trucks e Jaimoe degli Allman, Hughie Thomasson degli Outlaws ed in procinto di entrare nei Lynyrd Skynyd, e Jimmy Hall dei Wet Willie), ma perché questo disco era già uscito con le stesse identiche canzoni nello stesso identico ordine e con il titolo di Live! From Spartanburg, South Carolina, e non vent’anni fa ma nel 2013: cosa ancor più grave, la casa discografica, la Ramblin’ Records, è la stessa per tutti e due i dischi, e questo comportamento è degno di una Cleopatra qualsiasi, non di una etichetta seria. E’ chiaro che se non avete il CD del 2013 potete (anzi, dovete) accaparrarvi questo Hall Of Fame Concert, in quanto la band orfana dei fratelli Caldwell, e guidata da Doug Gray e George McCorkle, è in forma smagliante, ed offre al pubblico strepitose versioni dei suoi classici, cominciando con la sempre stupenda Heard It In A Love Song e finendo con la classica jam con tutti gli ospiti sul palco di Can’t You See e con in mezzo imperdibili versioni di, tra le altre, Long Hard Ride (con Daniels scatenato al violino), Searchin’ For A Rainbow e Ramblin’, ma in caso contrario statene alla larga, a meno che non vogliate avere lo stesso disco con due copertine diverse.

Marco Verdi

Un Gradito Ritorno Alle Loro Atmosfere Più Consone. Zac Brown Band – Welcome Home

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Zac Brown Band – Welcome Home – Southern Ground/Elektra CD

L’ultimo album della Zac Brown Band, Jekyll + Hyde (2015), pur avendo venduto molto, ha rappresentato una grande delusione per parecchi fans della prima ora del gruppo, in quanto, accanto alla consueta miscela di rock, country e musica del Sud, trovavano spazio anche i generi più disparati come pop, hard rock (con la presenza anche di Chris Cornell, a proposito R.I.P. Chris, non eri la mia “cup of tea”, ma la tua scomparsa non mi ha lasciato indifferente), reggae ed addirittura musica dance elettronica: un pasticcio stilistico che aveva fatto temere ai più che, in nome della fama e delle vendite, avessimo perso per strada un altro musicista di talento. Zac deve però essersi ravveduto, in quanto questo suo nuovo disco, dal rassicurante titolo di Welcome Home (ed anche la copertina fa pensare al meglio) è un vero e proprio ritorno alle sonorità grazie alle quali il nostro si è creato un nome, un country-rock dal sapore sudista, con accenni di soul e gospel, e che ci aveva portato dischi molto belli come The Foundation, You Get What You Give ed il live Pass The Jar, oltre alla raccolta di successi http://discoclub.myblog.it/2014/12/14/country-zac-brown-band-greatest-hits-so-far/

Intanto alla produzione troviamo l’uomo del momento, cioè Dave Cobb, uno che sta facendo passare come un fannullone anche Joe Bonamassa, che riporta Brown e soci nel giusto alveo, con sonorità magari un filo più “rotonde” e radio friendly, ma senza l’uso di computer, sintetizzatori, drum machines e diavolerie varie, e dando un sapore leggermente più country del solito, anche se stiamo parlando di un country robusto e suonato con il piglio da rock band da Zac e compagni, gli inseparabili Coy Bowles, Clay Cook, Daniel De Los Reyes, Matt Mangano, Jimmy De Martini, Chris Fryar e John Driskell Hopkins, che creano un vero e proprio muro del suono perfetto per le canzoni del leader, che in questo disco tornano ad essere ai livelli dei dischi citati sopra, e superiori quindi anche a quelle del discreto, ma non imprescindibile, Uncaged. Già l’iniziale Roots promette bene: introdotta da uno splendido pianoforte, vede poi l’entrata prepotente della sezione ritmica subito seguita dalla voce di Zac che intona un motivo molto interessante, con un crescendo elettrico e potente che trasforma il brano in una luccicante e tonica rock ballad. Real Thing è un’ottima rock song corale e dalla strumentazione molto ricca ma non ridondante (Cobb sa il fatto suo), con uno spirito soul che aleggia qua e là, spirito che si fa più concreto nella fluida Long Haul, altra canzone piena di suoni “giusti”, cantata benissimo e con una melodia decisamente vincente, un’altra conferma del fatto che la vera Zac Brown Band è tornata tra noi.

La tenue Two Places At One Time è più country, quasi bucolica, un brano vibrante che cresce ascolto dopo ascolto fino a diventare uno dei migliori, Family Table è sudista al 100%, sembra un incrocio tra la Charile Daniels Band e la Marshall Tucker Band più country, un pezzo terso e godibile, mentre My Old Man è un delicato e toccante bozzetto acustico che Zac ha dedicato a suo padre. Start Over è diversa, almeno per lo stile dei nostri, in quanto è una vera e propria Mexican song con un tocco anni sessanta, un brano molto carino che però ricorda più i Mavericks che la ZBB; la bella Your Majesty è caratterizzata da un’altra melodia diretta e vincente, un potenziale singolo, mentre Trying To Drive, ancora molto southern e suonata alla grande (e con la seconda voce femminile di Aslyn Mitchell, che è anche co-autrice del pezzo), va messa anch’essa tra le più riuscite, ed è perfetta per essere rifatta dal vivo (ed infatti era già presente su Pass The Jar, ma la versione in studio mancava all’appello). Il CD si conclude con l’unica cover, All The Best, uno splendido brano di John Prine (era sul bellissimo The Missing Years del 1991, uno dei migliori album del baffuto cantautore), riletto in maniera rispettosa ma personale allo stesso tempo, con l’aiuto della doppia voce di Kacey Musgraves.

Un bel disco, che ci fa ritrovare un gruppo che, personalmente, avevo dato in grave crisi creativa, se non proprio per perso.

Marco Verdi

“Finalmente” Un Nuovo Gruppo Di Southern Rock! Preacher Stone – Remedy

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Preacher Stone  – Remedy – NoNo Bad Dog Productions

Nella terza (o quarta) ondata dei gruppi southern rock, chiamiamola quella 2.0, i migliori, secondo chi scrive, sono sicuramente Blackberry Smoke e Whiskey Myers, ma poi c’è tutta una foltissima pattuglia di band, nate per lo più negli anni 2000, che affollano il sottobosco della scena musicale americana, e delle quali ci siamo spesso occupati su questo pagine, e di cui, per brevità, non citerò i nomi, ma gli appassionati più accaniti le conoscono, e per gli altri spero abbiamo seguito i consigli del sottoscritto. Oggi parliamo dei Preacher Stone, band del North Carolina (patria tra i tantissimi, degli Avett Brothers, di Ryan Adams, Doc Watson, Nina Simone, Charlie Daniels, per restare nell’ambito sudista, ma anche luogo di nascita di John Coltrane e Thelonius Monk, quindi uno stato “importante” a livello musicale), e dalla Carolina del Sud viene pure la Marshall Tucker Band, un altro dei gruppi più importanti nel genere: nel loro sito si autodefiniscono “new hard southern rock” e questo Remedy (come un famoso brano dei Black Crowes con cui non c’entra comunque) è il loro quarto album. Purtroppo, come i precedenti, e basta leggere il nome della loro etichetta per capirlo, il disco non è facilmente reperibile, ma visto che la musica è comunque di buona fattura, ne parliamo lo stesso, anche se ormai il CD è stato pubblicato da alcuni mesi, ma la musica, come è noto, non ha scadenza (o non dovrebbe).

Nella formazione ci sono sei elementi, Ronnie Riddle, voce solista, armonica e mandolino, e Marty Hill, chitarra solista, slide e dobro, sono i due leader e compositori principali (non ci sono cover nel CD), a completare la line-up troviamo Ben Robinson alla seconda chitarra, Johnny Webb alle tastiere, e la sezione ritmica composta da Jim Bolt e Josh Wyatt. Hill è anche il produttore del disco, che è stato registrato in quel di Asheville, città del NC da dove vengono anche Warren Haynes e la recente scoperta Rayna Gellert, ma loro sono di Charlotte: il disco contiene undici brani in tutto, che si aprono sul classico suono di una poderosa Blue Collar Son, puro Lynyrd Snynyrd sound con la voce potente di Riddle (ma è parente di quello della Marshall Tucker Band?), le chitarre arrotate e l’organo immancabile nel southern rock di qualità. Formula che viene ripetuta anche nella successiva Lazarus, con la slide di Hill in bella evidenza, a fianco delle tastiere di Webb e della seconda chitarra di Robinson, co-autore del brano. Più che hard southern rock mi sembra quello “classico” e migliore, con gli strumenti e la voce mai sopra le righe, un bel tiro, ma il suono è raffinato, per il genere ovviamente; come conferma una ottima ballata elettroacustica come The Sign, dove le melodie avvolgenti del brano vengono innervate dall’eccellente lavoro delle chitarre elettriche. Lo dico o non lo dico? Niente di nuovo, ma se l’aderire a schemi già rodati e conosciuti fino all’eccesso in ambito sudista viene fatto con passione e bella scrittura si apprezza sempre; anche il boogie-rock di Living The Dream lo abbiamo sentito mille volte sui dischi dei Lynyrd o degli ZZ Top, e pure in quelli recenti dei Whiskey Myers o dei Blackberry Smoke, ma non per questo ci piace di meno.

La band in questo album conferma a tratti anche una propensione per le buone melodie, un brano come Grace ha nel DNA pure elementi country e gospel, grazie alla presenza di voci femminili di supporto, ma il piatto forte sono sempre gli assoli di chitarra, lirici e ficcanti. La title track, dopo una partenza attendista e “lavorata” si getta di nuovo sui ritmi gagliardi del southern più ruspante, con eccellente finale delle twin guitars, un classico del genere; e pure Country Comes To Town, firmata collettivamente da tutto il gruppo, non tradisce lo spirito R&R classico, forse manca quel piccolo quid che fa il fuoriclasse, ma i sei ci mettono molto impegno e regalano buone sensazioni. She Loves è un bel mid-tempo d’atmosfera, con un piacevole interplay tra le chitarre soliste e le tastiere, organo e piano elettrico, sempre presenti, mentre la voce di Riddle è una garanzia. Silence Is Golden, nonostante la presenza di un mandolino è una delle più dure, ma sempre in un ambito che ricorda gruppi come la Charlie Daniels Band o gli Outlaws, e il ritmo non scema neppure nella successiva Lucky, a tutto wah-wah, con i Lynyrd Skynyrd modello da seguire con fede. Rimane la conclusiva Levi’s Song, altra ballata evocativa, forse un filo scontata. ma che conferma la qualità di questo sestetto , tutto cappelli, barbe e capelli, ma anche all’occorrenza dal cuore tenero. Gli appassionati del genere, se già non frequentano, possono aggiungere un nuovo nome alla lista: ce ne sono mille, facciamo mille e uno!

Bruno Conti

Un’Altra Band Sudista? Ebbene Sì! C.C. Rocktrain – Fast Way of Living

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C.C. Rocktrain – Fast Way of Living – C.C. Rocktrain                    

Nell’immenso mercato discografico Americano, anche quello più o meno indipendente, c’è sempre stato, e c’è tuttora, tutto un sottobosco di band genuine che fanno rock, spesso con spiccate tendenze sudiste, ma anche più semplicemente con il vecchio classico hard-rock nel cuore: alcune di quelle “nuove” sudiste tipo Whiskey Myers, Blackberry Smoke e molte altre che non citiamo per brevità, si uniscono a quelle classiche, dai Lynyrd Skynyrd ai Blackfoot agli Outlaws, nel farsi portabandiera di quel movimento southern rock che, con alti e bassi, è una costante della scena musicale americana dagli anni ’70. Poi c’è tutto un filone di band diciamo più “durette”, mi vengono mente quelle del roster della Grooveyard Records (sempre per non fare nomi Black Mountain Prophet, Blindside Blues Band, i Janeys, babbo e figlio, l’hendrixiano Randy Hansen), ma anche quelle a guida femminile come Blues Pills o No Sinner, che introducono nel loro stile, a fianco degli elementi sudisti, anche tratti blues, oltre all’immancabile hard rock targato 70’s, senza dimenticare gente come Rival Sons, Supersonic Blues Machine, Apocalypse Blues Revue, o quelli più raffinati tipo SIMO, Marcus King Band, The Record Company.

Alcune band sono più caciarone di altre, ma il tratto distintivo di quasi tutti è “chitarre, chitarre e poi ancora chitarre” che potrebbe essere il loro motto. I C.C. Rocktrain arrivano dalla Carolina del Nord, e quindi fanno del southern rock per definizione di provenienza, però sono più vicini al sound degli ultimi Lynyrd Skynyrd, dei Blackfoot o dei Molly Hatchet, quindi abbastanza hard e tirati, anche se in questo Fast Way Of Living, il loro esordio, già in circolazione da un paio di anni, sono in grado comunque di proporre un sound a tratti più rilassato e ricercato, vicino a quello di gruppi come la Marshall Tucker Band o gli Outlaws. Quando è stato pubblicato il disco in formazione c’erano il chitarrista Tommy “T” Tessneer e il bassista Charlie Gossett, sostituiti nel frattempo rispettivamente da Jeff Gates e Billy Hedgepeth. Rimangono i due leader, il fondatore della band nel 2011, voce e chitarra solista, nonché autore dei brani Rob “Feet” Crawford , oltre al batterista, entrato in formazione nel 2013, il roccioso Bruce “Thunderfoot” Camp (spesso i nomignoli sono più esplicativi di mille descrizioni tecniche).

Tra le influenze che il gruppo cita, oltre ai canonici Blackfoot, Molly Hatchet e Lynyrd Skynyrd, il “lato oscuro della forza” southern, ci sono anche Eric Clapton (per chi scrive non pervenuto), Judas Priest (!), Bad Company e ZZ Top. Detto che non siamo di fronte a un dischetto imprescindibile, gli appassionati dei vari generi ricordati, soprattutto southern e ’hard guitar rock. si potranno comunque sparare tre quarti d’ora di vecchio sano rock. A partire dalla poderosa sfuriata boogie-rock dell’iniziale These Guitar Strings, con l’ottima voce di Crawford in evidenza, oltre a chitarre e batteria che picchiano di gusto, subito seguita dalla più raffinata Just Wanting You, una tipica southern song in classico stile Marshall Tucker, con chitarre in punta di dita e una bella melodia in evidenza. Movin’ On Man è decisamente più dura, incisione ruspante e basica, hard-rock a forte densità appunto rock, scuola Molly Hatchet e Blackfoot, mentre No Big Deal non si discosta molto dal copione, quindi vai di chitarre!

E anche Fast Way Of Living, con un timido organo sullo sfondo, fa parte della scuola sudista degli ZZ Top più cattivi, della serie un assolo tira l’altro. Senza tregua poi arriva Bad Love, molto hard-rock seventies, mentre Rock And Roll Satisfaction, nonostante il titolo, è più lenta e cadenzata, con un pianino alla Lynyrd Skynyrd dei primi tempi e il vecchio Sud che risorge ancora una volta, con una chitarra lirica ed ispirata. I brani sono quasi tutti intorno ai 4 minuti, con l’eccezione del brano appeno citato e di Crazy Over You, l’unica oltre i sei minuti, altro esempio dei C.C Rocktrain più raffinati, un mid-tempo molto bluesato, degno di nuovo della migliore Marshall Tucker Band, con una bella coda strumentale. Prima e dopo troviamo di nuovo il boogie-rock fischiettante (alla Molly Hatchet) della gagliarda Whiskey In The Pail e i quasi sei minuti in crescendo dell’ottima Don’t Want You Around, molto alla Skynryd ma anche Outlaws, con i classici intrecci chitarristici tesi al solito gran finale che in un brano come questo non può mancare.

Bruno Conti

Ancora Southern Rock, E Di Quello Ottimo! Holman Autry Band – Electric Church

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Holman Autry Band  – Electric Church – Holman Autry Band Self Released

Una domanda che era un po’ di tempo che non mi/vi ponevo: ma chi sono costoro? Biografia ufficiale della band: la Holman Autry Band viene dall’area della Georgia intorno a Athens, Danielsville per la precisione, sono un quartetto e venendo da “laggiù” era quasi inevitabile che facessero, a grandi linee, del southern rock. Sono al quarto album, questo Electric Church, e volete sapere una cosa? Sono veramente bravi, siamo proprio nell’ambito delle musica sudista Doc, di prima scelta. Con riferimenti al sound classico, quello di Lynryrd Skynyrd, Allman Brothers, loro aggiungono anche Gov’t Mule, un pizzico di Hank, e quindi country, ma anche i Metallica, qui in effetti è appena un “pizzichino”, probabilmente nel primo brano, una dura e tirata Friday Night Rundown, dove in effetti le chitarre ruggiscono, la batteria pesta duro, il cantato è maschio e potente, ma se dovessi indicare qualcuno come riferimento, penserei più ai primi Lynyrd Skynyrd, o al southern hard di gruppi come Blackfoot, Molly Hatchet e Point Blank. 

La formula della doppia chitarra solista funziona alla grande, la voce è poderosa e di notevole impatto, anche se non ho ancora inquadrato chi sia effettivamente la voce solista, visto che cantano in tre su quattro, Brodye Brooks, il chitarrista solista, Josh Walker, quello ritmico, ma anche solista se serve e il bassista Casey King. A completare la formazione il batterista Myers, o così riporta il libretto, però sul loro sito ha anche un nome di battesimo, Brandon. Pure la successiva Pennies And Patience ha un sound duro e vibrante, con le elettriche spesso in modalità wah-wah e la ritmica rocciosa, ma senza eccessi, con un suono limpido, curato dal produttore esecutivo John Keane, quello per intenderci che a inizio carriera era l’ingegnere del suono dei R.E.M., poi ha lavorato moltissimo con i Widespread Panic, ma anche Cracker, Bottle Rockets, Jimmy Herring, le Indigo Girls e una miriade di altri artisti di quelli “giusti”, insomma un ottimo CV. Se serve si mette anche in azione alla steel guitar, come nella notevole The Fall, una hard ballad elettroacustica a cavallo tra country e southern di eccellente fattura, belle armonie vocali. Ottima anche Things I’d Miss, costruita intorno ad un giro di basso, che poi sfocia nel groove in crescendo di un southern boogie dove si respirano profumi anni ’70, tra Charlie Daniels e Marshall Tucker Band, con le chitarre che si rincorrono gioiosamente secondo i migliori stilemi del genere, e con Brooks che è effettivamente un notevole solista; effetto ancora più accentuato nella splendida title-track, dove Natalie McClure aggiunge l’organo e una slide incisiva si erge a protagonista dell’arrangiamento avvolgente del brano, di nuovo senza nulla da invidiare alle migliori band dell’epoca d’oro del rock sudista, come evidenziato in una brillante coda strumentale dove sembra di ascoltare Derek Trucks o Warren Haynes, se non Duane Allman o Toy Caldwell.

Molto bella anche una Home To You a tutto riff e ritmo, con elementi anche dei Doobie Brothers più gioiosi (insomma da tutto questo profluvio di nomi avrete capito che sono veramente bravi), con le due chitarre che si rincorrono con libidine dai canali dello stereo. Non manca anche un bel brano come Good Woman, Good God, dove emergono elementi funky/R&B sempre inseriti in un tessuto rock-blues. Ma pure nella seconda parte quando si passa ad un suono in parte più intimo e raccolto, con maggiori tocchi country, sempre fluido e raffinato, come in Last Rites che sembra pescata da un brano del miglior songbook della Marshall Tucker Band, splendido il lavoro delle chitarre, o la dolce Sunset On The Water, che senza essere zuccherosa rimanda a gruppi come i Reckless Kelly o gli Avett Brothers, nei loro momenti più romantici. Scusate i continui rimandi ma ci si capisce meglio, poi non vuole essere inteso in senso letterale ed assoluto, e non è neppure mera imitazione, diciamo più la continuazione di una tradizione che si “rinnova” con nuove forze. Eccellente anche The Grass Can Wait, ancora più marcatamente country, ma sempre con un finissimo lavoro della solista che raccorda un suono d’insieme veramente di gran classe. Infine ancora più “morbida” October Flame, dove si riscontrano persino elementi quasi pop, una melodia semplice ed orecchiabile, ma coniugata con gusto e misura, il tutto proposto in modo sempre vario e diversificato in tutto l’album, più rude e maschio nella prima parte, più raccolto e raffinato nella seconda. Comunque confermo, veramente bravi!

Bruno Conti

Questi Suonavano, Eccome Se Suonavano! Outlaws – Live: Los Angeles 1976

outlaw live los angeles 1976

Outlaws – Live: Los Angeles 1976 – Purple Pyramid – Cleopatra CD

Gli Outlaws, storica band southern rock originaria di Tampa (ed ancora in attività), non ha mai goduto della popolarità e della considerazione di illustri colleghi contemporanei quali Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd o Marshall Tucker Band: obiettivamente erano un gradino (nel caso degli Allman, anche due) più in basso dei gruppi che ho citato, e negli anni si sono un po’ persi con dischi, per usare un eufemismo, non imperdibili, ma a metà dei seventies erano indubbiamente una band coi fiocchi. Questo live non fa parte della discografia ufficiale del gruppo, ma non è neppure uno di quei CD tratti da trasmissioni radiofoniche (in poche parole: bootlegs) che hanno invaso il mercato in tempi recenti: si tratta invece di una nuova pubblicazione patrocinata dalla Cleopatra, label indipendente di Los Angeles che non sempre è sinonimo di qualità (ma nella maggior parte dei casi sì), e che dei Fuorilegge aveva già pubblicato l’eccellente quadruplo Anthology: Live & Rare 1973/1981.

Come il titolo di questo nuovo live lascia intuire, stiamo parlando di un concerto (registrato ai mitici Record Plant Studios) risalente al miglior periodo della band, quello seguito alla pubblicazione dei primi due dischi della loro carriera, Outlaws e Lady In Waiting. Gli Outlaws sono una delle band che negli anni ha cambiato il maggior numero di membri, ma qui abbiamo la formazione migliore, quella con tre chitarre soliste (Hughie Thomasson, Henry Paul e Billy Jones) e la sezione ritmica (Frank O’Keefe al basso e Monte Yoho alla batteria), un combo che dal vivo, se era in serata, era capace di mettere a ferro e fuoco l’ambiente. Come dimostra questo Los Angeles 1976 (nove brani, un’ora scarsa di musica), un concentrato di rock chitarristico puro e semplice, con marcati elementi country, feeling a pacchi ed una band in forma smagliante, che in quel periodo era abbastanza vicina anche agli Skynyrd (non per niente Thomasson in seguito si unirà proprio allo storico gruppo dell’Alabama): come ciliegina, il CD è inciso professionalmente, con un suono ben bilanciato e compatto.Il breve strumentale Waterhole viene utilizzato come warm up, un bluegrass elettrico dal gran ritmo, nel quale i nostri iniziano ad arrotare le chitarre (e il banjo); con Stick Around For Rock & Roll inizia il concerto vero e proprio, una rock song dall’alto potenziale elettrico, che si sviluppa fluida per ben nove minuti: Thomasson non è un grande vocalist, ma caspita se suona, e anche gli altri non si tirano certo indietro, assoli a profusione, una goduria insomma. La potente Song In The Breeze ha stranamente qualcosa che mi ricorda i Dire Straits (che nel 1976 dovevano ancora esordire), Henry Paul canta meglio di Thomasson (nel libretto interno Hughie è accreditato come unico cantante, ma è un errore, non il primo in casa Cleopatra), ed i fraseggi chitarristici sono, in una parola, formidabili; Lover Boy è sostenuta da una solida melodia, basso e batteria vanno come uno stantuffo e le chitarre…beh, che ve lo dico a fare

Freeborn Man è un classico bluegrass di Jimmy Martin, al quale i nostri conferiscono un vestito elettrico, trasformandolo del tutto: bello il cambio di tempo a metà canzone, con uno splendido assolo dal sapore blues. Cry No More è puro rock’n’roll sudista, che per certi versi avvicina i Fuorilegge al suono della Marshall Tucker Band: gran ritmo, mood trascinante ed i nostri che smanettano che è un piacere; Knoxville Girl è un divertente bluegrass-rock dal ritmo forsennato, nel quale i cinque scaldano i muscoli per concludere con una sontuosa versione della loro signature song Green Grass & High Tides (la loro Freebird), presentata qui in una resa monstre di un quarto d’ora: inizio lento, melodia di stampo epico, poi il ritmo sale gradualmente fino al momento in cui le tre chitarre impazzite iniziano a volteggiare da tutte le parti. Non so se si può parlare di versione definitiva di questo brano, certo è che in quel periodo i ragazzi non avevano paura di nessuno, e questa esecuzione lo dimostra. Chiude il disco la tersa ed orecchiabile There Goes Another Love Song, non male anche se dopo il brano precedente qualsiasi canzone sarebbe stata in secondo piano. Un bel live, che pone l’accento su una band forse non fondamentale ma che per un certo periodo ha saputo dire la sua.

Marco Verdi

Ancora Più Che Gagliardo Dal Vivo! Charlie Daniels Band – Live At Billy Bob’s Texas

charlie daniels band live at billy bob's texas

Charlie Daniels Band – Live At Billy Bob’s Texas – Smith Music Group 

Credo che, jam band, Allman e Grateful Dead esclusi, Charlie Daniels e la sua band siano uno dei gruppi che abbia realizzato il maggior numero di album dal vivo nella storia del rock (e del country): solo le Volunteer Jam costituiscono un bel gruzzolo (40° Anniversario quest’anno), ma poi tra CD e DVD ne sono usciti veramente tanti, per esempio questo http://discoclub.myblog.it/2012/04/17/vecchi-sudisti-charlie-daniels-band-live-at-rockpalast/, e compreso uno in Iraq (!?!) https://www.youtube.com/watch?v=skPd-8dmkfQ , nel 2007, senza contare anche un paio di broadcasts anni ’70-’80 usciti nel 2015. Eppure mancava un concerto registrato al famoso locale di Forth Worth, il Billy Bob’s Texas, in questa famosa serie che raccoglie soprattutto artisti country e Red Dirt ma ogni tanto si concede anche al (southern) rock. Se ne sentiva la mancanza? Forse no, ma il concerto è molto piacevole e coinvolgente, quindi se siete dei fans di Charlie Daniels è da aggiungere alla vostra collezione, se siete dei novizi potrebbe essere un buon inizio per fare la conoscenza dell’artista di Wilmington, North Carolina, che dall’alto delle sue 78 primavere (anzi 79 nel frattempo) è una delle icone nel suo genere. Senza fare per la ennesima volta la sua storia, diciamo che il buon Charlie ha iniziato come sessionman nella seconda metà anni ’’60 (ma il suo primo singolo è del 1961), tra i tanti, come bassista per Dylan nel periodo 1969-70, poi, tornato ai suoi strumenti, chitarra e violino, ha iniziato la sua carriera solista, partecipando però come ospite anche a cinque album della Marshall Tucker Band, e volendo sintetizzare al massimo si può dire che è il più country degli artisti southern rock, ma anche, viceversa, uno dei più rock tra quelli country.

Quindi espletate le formalità, la seconda domanda che interessa a chi legge è ovviamente, si tratta di un buon album? Direi che la risposta è più che affermativa, 14 brani, circa 80 minuti, eventualmente disponibile anche in versione DVD, accompagnato dalla sua band, dove fa un certo effetto non leggere dopo tanti anni il nome del tastierista “Taz” DiGregorio, scomparso in un incidente nel 2011, quindi già assente nell’ottimo Off The Grid, il disco dove reinterpretava Dylan ( http://discoclub.myblog.it/2014/04/04/cover-cover-charlie-daniels-band-off-the-grid-doin-it-dylan/), comunque Shannon Wickline, il suo sostituto è più che adeguato, e la formazione a tre chitarre è ancora in grado di sfornare del southern rock da antologia in alcuni momenti del concerto. Si parte subito a velocità forsennata con Southern Boy, Charlie Daniels è in gran forma vocale (avete mai fatto caso alle similitudini vocali con Joe Ely?), gli assolo si susseguono copiosi e la band tira, come testimonia la successiva Drinkin’ My Baby Goodbye, country music Doc, poi è il turno del primo omaggio a Dylan, una intensa versione di Tangled Up In Blue, leggermente accelerata e “countryzzata”, con violino e slide in evidenza, e ancora, via via, ottime versioni di The Legend Of Wooley Swamp, southern rock tiratissimo, El Toreador, uno dei classici, l’ironica, ma non troppo (What The World Needs Is) A Few More Rednecks, e ancora, In America, seguita da una versione monstre, oltre quindici minuti, dello strumentale Black Ice, un turbinio di soli, compreso uno lunghissimo di batteria di cui forse non si sentiva la mancanza, ma ci può stare.

Altro classico, Long Haired Country Boy, una country ballad molto bluesata con uso di slide, ed ecco l’altra cover dylaniana, I’ll Be Your Baby Tonight, sotto forma di valzerone country con armonica aggiunta, in onore dell’autore. Folsom Prison Blues di Johnny Cash è entrata di recente nel repertorio della band, bella versione, semiacustica e molto raffinata, ed eccellente anche il gospel tradizionale di How Great Thou Art, molto alla Willie Nelson, a parte il vocione, solo chitarra acustica e un organo da funzione religiosa, prima del finale con tutta la band. Potevano mancare The South’s Gonna Do It (Again) e The Devil Went Down To Georgia? Domanda pleonastica, certo che no! E infatti ci sono, in versioni pimpanti e scintillanti, come del resto tutto l’album che si rivela uno dei migliori Live della sua carriera!

Bruno Conti

Meglio “Solo” Che Accompagnato, O Anche Non Un Vero Texano Ma… Mike Zito And The Wheel – Songs From The Road

mike zito songs from the road cd dvd

Mike Zito And The Wheel – Songs From The Road – CD+DVD Ruf Records

Questa volta telecamere e tecnici della Ruf (o chi per loro), sono in trasferta in Texas, al Dosey Doe In The Woodlands, nei sobborghi di Houston. A differenza di altri titoli recensiti della serie, parliamo del DVD (visto che i contenuti sono più interessanti, e diversi, nel supporto video). La confezione si vende sempre insieme, il CD ha undici brani, il DVD tredici: però il DVD ha sei brani non presenti nel disco audio (più un lungo contenuto extra), che a sua volta ha tre canzoni non inserite nel DVD. Non facevano prima a farli uguali, dato che sono uniti? Sì, ma SSQCD (sono strane queste case discografiche, ci devono essere dei pensatori non indifferenti alle spalle di queste mosse)! Quello che conta è che il contenuto è tra i migliori in assoluto di questa serie Songs From The Road. Mike Zito, oltre ad essere uno dei Royal Southern Brotherhood, ha anche una avviata carriera solista, con i suoi The Wheel, e l’ultimo album, Gone To Texas , ma anche i precedenti non sono male, è stato segnalato da chi scrive tra le cose migliori in ambito rock-blues-roots-soul-southern, c’è un po’ di tutto nella sua musica e io ve lo ricordo http://discoclub.myblog.it/2013/06/15/girovagando-per-il-sud-degli-states-mike-zito-gone-to-texas/ .

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Anzi, vi dirò di più, lo preferisco in questa versione rispetto ai RSB. Ma torniamo sul palco, Zito è accolto come uno di casa (anche se in effetti è un texano oriundo di St. Louis, Missouri) sull’accogliente palco del piccolo locale caratteristico Dosey Doe, il pubblico è caldo e affettuoso e Mike li ripaga con una grande prestazione: Don’t Break A Leg, posta in apertura, sembra un incrocio tra James Brown e l’Average White Band, un funky-rock che, grazie anche alla presenza di Jimmy Carpenter al sax, scalda i presenti. Greyhound è subito un grande brano di stampo southern, ma con un riff stonesiano, venature soul e con Mike Zito bollente alla slide. I Never Kwew A Hurricane, scritta con il “socio” Cyril Neville, è un’ottima ballata deep soul che mette in evidenza la bella voce roca del nostro, nonché l’ottimo lavoro del sax di Carpenter, che è il solista del brano, e ottima spalla di Zito in tutto il concerto. Hell On Me è il primo Texas rock-blues, con chitarra, organo (Lewis Stephens, a occhio un veterano di mille battaglie) e sax a spalleggiare Mike, che inizia a pigiare sul pedale del wah-wah con mucho gusto. Notevole anche Pearl River, nuovamente firmata con Neville, uno slow blues di grande intensità, con Zito ispirato sia nella parte vocale come in quella solistica, con un assolo da sentire, per tecnica e feeling.

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Dirty Blonde è sempre Texas blues, ma innervato anche da una dose di R&R, grazie alla presenza del sax e con Stephens che ci regala un bel intervento quasi barrelhouse al piano, prima di lasciare spazio alla solita chitarra malandrina. One Step At A Time è una bellissima canzone scritta da Anders Osborne, con Zito che passa all’acustica e trasforma questa ballata mid-tempo con accenti quasi segeriani (nel senso di Bob). Ottimo anche Subtraction Blues, un funky-blues-rock alla Little Feat, con Stephens e Zito che fanno i Payne e i Lowell George (o Barrére, fate voi) della situazione, mentre Judgment Day, scritta con Gary Nicholson, è il momento Stevie Ray Vaughan della serata, un ennesimo Texas Blues, ma di quelli veramente “cattivi”, sempre sostenuto dall’ottimo lavoro di raccordo del sax, la solista ci regala un assolo, diviso in due parti, teso e lancinante, rilanciato da un finale che termina in un’orgia di wah-wah. Gone To Texas è la canzone più bella di Mike Zito, praticamente la storia della sua vita verso la redenzione, un southern rock d’autore, cantato a voce spiegata, melodia ben delineata e la parte strumentale che ricorda la Marshall Tucker Band per quella interazione sax/chitarra (eh, Toy Caldwell, bei tempi).

Let Your Light Shine On Me, solo voce e chitarra acustica, è l’occasione per un simpatico siparietto, con la piccola figlia di Zito che sale sul palco ad “aiutare” il babbo, che poi, per il finale del concerto, passa a una bellissima Gibson Flying V azzurra, quella a freccia per intenderci, infila il bottleneck e anche un blues di quelli duri e puri, Natural Born Lover, torrenziale e travolgente, con la slide che vola scatenata sul manico della chitarra. L’ultimo brano, Texas Flyer, è un altro funky blues molto coinvolgente, con tutto il gruppo in spolvero. Negli extra del DVD, c’è una sezione chiamata Storyteller Videos (sulla falsariga della trasmissione di VH1) dove Zito racconta la genesi di tre suoi brani e li esegue in acustico: Tornando al CD, troviamo ancora una bella cover di Little Red Corvette di Prince, quasi springsteeniana, una “libidinosa” Rainbow Bridge, che ricorda ancora il miglior Seger e C’mon Baby, altra lunga ballatona struggente. Gli americani dicono “Value For Money”, non posso che ribadire, gran bella musica. La recensione è finita, ma me lo sparo un’altra volta e confermo, meglio “solo” (ossia senza RSO), che “male” accompagnato!

Bruno Conti   

Altro Grande Doppio Album Southern Dal Vivo (Ma Anche Triplo)! Blackberry Smoke – Leave A Scar Live North Carolina

blackberry smoke leave a scar cd dvd

Blackberry Smoke – Leave A Scar Live North Carolina – 2CD o DVD 3 Legged Records – 2 CD+DVD Earache Records

Alla luce del recente, ottimo, Early Morning Shakes pensavo che la punta di diamante del nuovo southern rock statunitense fossero i Whiskey Myers http://discoclub.myblog.it/2014/02/18/vero-southern-rock-whiskey-myers-early-morning-shakes/ . E invece devo ricredermi, con questo doppio CD dal vivo i Blackberry Smoke si aggiudicano lo scettro di nuovi re del rock sudista https://www.youtube.com/watch?v=UaGoEPx1yyc . Gli ingredienti ci sono tutti, capelli lunghe, barbe, cappelli (per quanto nel live il batterista Brit Turner esibisca una vistosa bandana), ma soprattutto tante belle canzoni, tredici delle quali (tutte praticamente) provengono dal loro ultimo album di studio del 2012, The Whippoorwill, disco pubblicato anche in Inghilterra dalla Earache con due tracce in più (ed in effetti, a metà agosto, la stessa etichetta ha edito la versione europea di questo Live, con il CD ed il DVD in una unica confezione https://www.youtube.com/watch?v=ZKCKERcqbF0 , il cosiddetto Combo, altrimenti reperibile solo sul loro sito a 40 dollari). Ultimo dettaglio tecnico: per i misteri della tecnologia, il DVD, che come tipo di supporto può contenere più materiale rispetto al CD, riporta solo 18 brani contro i 22 del doppio album, per cui se trovate il combo meglio.

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Tornando ai Blackberry Smoke, un altro lato distintivo della formazione è quello di provenire da Atlanta, Georgia, una delle capitali della buona musica, nel Sud degli USA. Rodato da circa 250 date all’anno il gruppo arriva all’appuntamento con il classico doppio dal vivo nel migliore dei modi: questo Leave A Scar Live In North Carolina non ha nulla da invidiare ai grandi dischi live doppi che, chi più chi meno, hanno fatto la storia del genere, Live At Fillmore East degli Allman Brothers, Where We All Belong della Marshall Tucker Band (va bene, c’era anche materiale di studio https://www.youtube.com/watch?v=a4Fr5US7Iqs !), One More From The Road dei Lynyrd Skynyrd, il doppio degli Outlaws e quello dei Molly Hatchet, aggiungiamo qualche capitolo delle varie Volunteer Jam di Charlie Daniels, per illustrare anche un lato più country rock che appartiene pure ai Blackberry Smoke, in virtù delle collaborazioni passate con Zac Brown, Jamey Johnson e George Jones, controbilanciato dal rock stonesiano alla Black Crowes o Georgia Satellites, che ogni tanto affiora nei loro brani.

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Un altro dei punti di forza del gruppo è Charlie Starr, cantante carismatico, ottimo autore, seconda chitarra solista, in possesso di una voce che ti può accarezzare nelle ballate o nei pezzi country, dove assume, di volta in volta, tonalità alla Steve Earle, Russell Smith o Bob Seger, o travolgerti con la sua grinta e potenza, nei pezzi più duri e tirati. La formazione si completa con il fratello di Brit, Richard Turner al basso, l’eccellente tastierista Brandon Still, uno dei migliori sentiti nel genere dai tempi del southern classico, concludendo con il chitarrista Paul Jackson, solista sia di quantità, ottimo il lavoro ritmico, sia a livello virtuosistico, una via di mezzo tra Rossington e Collins. A conferma che il repertorio del gruppo è solido e ricco di ottimi brani (pur avendo da attingere per il momento solo da tre dischi di studio, più due EP), non ci sono cover, con una eccezione, che poi vediamo: il concerto si apre con una variazione sul tema classico del patto con il diavolo, questa volta è Shakin’ Hand With The Holy Ghost, ed è subito grande rock, Black Crowes meets Lynyrd, la voce potente e antemica di Starr in primo piano, e tutta la band che rocca e rolla, piano e organo, le due chitarre stonesiane https://www.youtube.com/watch?v=4PWv0qyrxic  e sudiste, wah-wah innestato per Jackson, una sola canzone e ci hanno già ammaliato, potenza e classe subito in evidenza, senza soluzione di continuità si passa a Sanctified, altro esempio di rock ad alta componente di ottani. Testify viene dal primo album, Bad Luck Ain’t No Crime, altro brano molto cantabile, riff rocciosi e ritornello che entra subito in circolo, intermezzo di piano e poi le chitarre iniziano a scambiarsi fendenti con Still che saltella anche all’organo.

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Good One Comin’ On è il primo rockin’ country della serata, qui Starr ricorda moltissimo Russell Smith dei grandissimi Amazing Rhythm Aces, e anche il resto della band non scherza, con la prima slide che fa la sua apparizione. Come Good One apriva l’ottimo Little Piece Of Dixie, così Six Ways To Sunday apriva The Whippoorwill, e qui scatta il boogie, entrano le sonorità alla Lynyrd Skynyrd https://www.youtube.com/watch?v=GFOBID5OXaM , compreso il classico fischio, adatte anche per essere cantate tutti in compagnia, con la birra che scorre a fiumi. Primo intermezzo elettro-acustico con il puro outlaw country della godibilissima Ain’t Got The Blues, deliziosa, come pure Lucky Seven dove le chitarre riprendono a ruggire, ma sempre in un ambito country. Pretty Little Lie è un’altra bella ballatona con uso di slide, che si inserisce in questa porzione più rilassata del concerto che finisce quando parte il riff alla Humble Pie o Black Crowes, fate voi, di Restless, chitarre nuovamente “cattive”, ritmica che inizia a picchiare, la voce sale, si chiama rock, ragazzi miei, e anche Up In Smoke non è male, la band è partita e non li ferma nessuno, riff a destra e a manca, chitarre in overdrive, questi non scherzano. Crimson Moon, il pezzo scritto con Zac Brown, è uno “strano” incrocio tra chitarre alla Zeppelin e lirico southern https://www.youtube.com/watch?v=DW-jKoV_kAI , mentre The Whippoorwill è semplicemente una grande canzone, atmosfere tra i Pink Floyd più bucolici e la West Coast classica, inserite sul tipico sound sudista della band, con grandi risultati anche nella bellissima parte centrale strumentale, con le twin guitars di Starr e Jackson in azione https://www.youtube.com/watch?v=oWCGyBf9bRY . Son Of The Bourbon, viene da uno degli EP ed è country puro e non adulterato  .

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Fine del primo CD, il secondo è anche meglio, forse da 4 stellette: in Everybody’s Knows She’s Mine, grazie anche all’ondeggiante pianino alla Payne di Still, sembra di ascoltare i Little Feat, seguito da una bellissima One Horse Town, che potrebbe essere un brano del miglior Steve Earle cantato da Russell Smith. Ancora dall’EP Honky Tonk Bootlegs una stupenda e malinconica country song come Lesson in A Bottle, e poi Ain’t Much Left Of Me, un grandissimo pezzo rock che non ha nulla da invidiare ai migliori Black Crowes o alle grandi band rock sudiste del passato, un crescendo pazzesco con il gruppo che si scatena in un turbinio di chitarre e tastiere, con la voce di Starr che tiene insieme il tutto https://www.youtube.com/watch?v=_kr9rejHcE4 . Ci si avvicina al gran finale e scatta il rock’n’roll con una rocciosa Leave A Scar, ritmi vorticosi ed energia pura, tra scariche devastanti di chitarre elettriche, poi elevate all’ennesima potenza nella rutilante Sleeping Dogs, un insieme di picchi e vallate di puro rock che sfociano in una parte centrale dove sembra di ascoltare i Grateful Dead inseriti in un contesto southern e poi, dal nulla, arriva l’omaggio ai maestri Allman Brothers, con una lunga citazione di Midnight Rider, prima di rilanciare ancora una volta con un finale a tempo di boogie. E non è  finita, ci sono ancora, (ma non nel DVD) un’altra fusione tra Led Zeppelin e sapori sudisti in Payback’s A Bitch, e Up The Road, una nuova meravigliosa ballata southern che ricorda certe cose epiche della Band, con la chiusura del secondo CD affidata a Shake Your Magnolia, un altro dei loro cavalli di battaglia che mette il suggello su questo album, uno dei migliori Live dell’ultima decade, keep on rockin’!

Bruno Conti