Doppio Omaggio Ad Uno Dei Più Grandi Songwriters! Parte 2: Il Concerto-Tributo. Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson

life and songs of kris kristofferson

Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson – Blackbird CD – 2CD/DVD

Ecco la seconda parte del mio personale omaggio al grande Kris Kristofferson, dopo il post dedicato alla serata al Bottom Line del 1994 con Lou Reed: quello di cui parlo oggi è un vero e proprio tributo, un concerto tenutosi alla Bridgestone Arena di Nashville nel Marzo del 2016, durante il quale una nutrita serie di artisti perlopiù country ha omaggiato la figura del cantautore texano (ed i suoi 80 anni) attraverso alcune tra le sue più belle canzoni, un omaggio ad alto livello sia per la qualità dei brani (ovviamente), che per le varie performance. E’ dunque da poco uscito un resoconto della serata, The Life And Songs Of Kris Kristofferson, sia su singolo CD che su doppio dischetto con DVD aggiunto: la mia recensione si basa sul supporto singolo, che propone 14 dei 21 brani totali (lo show completo è sul doppio): mi piacerebbe poter dire che è stata una mia scelta, ma in realtà sono rimasto in un certo senso “fregato” dal fatto che non fosse chiarissimo che la parte senza il DVD fosse su un solo CD e con il concerto incompleto: per fortuna che le performance che fanno la differenza ci sono tutte, anche se tra le assenze ci sono l’apertura della serata a cura di Buddy Miller, l’apparizione di Jessi Colter ed il duetto tra Emmylou Harris e Rodney Crowell.

Tracklist
[CD1]
1. Please Don’t Tell Me How The Story Ends – Buddy Miller
2. Kristofferson – Jessi Alexander, Jon Randall & Larry Gatlin
3. Here Comes That Rainbow Again – Martina McBride
4. The Taker – Ryan Bingham
5. The Captive – Jessi Colter
6. Nobody Wins – Lee Ann Womack
7. Jesus Was A Capricorn (Owed To John Prine) – Jack Ingram
8. Worth Fighting For – Jennifer Nettles
9. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again) – Rosanne Cash
10. Chase The Feeling – Emmylou Harris & Rodney Crowell
11. The Pilgrim, Chapter 33 – Emmylou Harris & Kris Kristofferson

[CD2]
1. From The Bottle To The Bottom – Dierks Bentley & The Travelin’ McCourys
2. Help Me Make It Through The Night – Lady Antebellum
3. Under The Gun – Darius Rucker
4. For The Good Times – Jamey Johnson & Alison Krauss
5. Casey’s Last Ride – Alison Krauss
6. If You Don’t Like Hank Williams – Hank Williams Jr.
7. To Beat The Devil – Eric Church
8. Me And Bobby McGee – Reba McEntire
9. Sunday Mornin’ Comin’ Down – Willie Nelson & Kris Kristofferson
10. Encore: Why Me – Kris Kristofferson & Full Ensemble

Ma anche questa versione “monca” ha il suo perché, dato che i vari interpreti sono tutti in forma e rispettosi della figura di Kris, e poi le canzoni sono già strepitose di loro, e quindi non ci vuole molto di più per fare un gran bel disco. La house band è quella che ultimamente viene usata spesso per questo genere di tributi: il già citato Buddy Miller alla chitarra (doppiato da Audley Freed), Fred Eltringham alla batteria, Matt Rollings al piano e fisarmonica, Mickey Raphael all’armonica, Greg Leisz alla steel e mandolino e Don Was al basso e direzione musicale, oltre alle McCrary Sisters ai cori. Una band da sogno che si fa sentire subito con una solida Here Comes That Rainbow Again, cantata in maniera emozionante dalla brava Martina McBride e suonata alla grande (con Rollings in grande evidenza), e poi la canzone è splendida. Ryan Bingham non lo scopriamo certo oggi, e la sua The Taker è giusto a metà tra country e rock, in puro stile outlaw: voce roca, ritmo spedito e chitarre in palla; Jennifer Nettles non è forse famosissima, ma ha una gran voce, molto soulful e quasi nera (mentre lei è in realtà biondissima), e Worth Fighting For le si adatta alla perfezione, con le tre McCrary che “controcantano” alla loro maniera, con un leggero tocco gospel. Loving Her Was Easier è tra le canzoni più belle del songbook di Kris, e sono contento che l’abbia presa Rosanne Cash, sempre più brava ogni anno che passa: versione toccante, fluida, in una parola bellissima (e poi mi piace questa cosa che gli americani non cambiano le parole delle canzoni dal maschile al femminile e viceversa a seconda se a cantarla è un uomo o una donna).

Kristofferson sale sul palco una prima volta insieme ad Emmylou Harris, un duetto favoloso con la splendida The Pilgrim: Chapter 33, una delle mie preferite in assoluto (pare ispirata dalla figura di Bob Dylan), con Kris che sprizza carisma appena apre bocca, mentre Dierks Bentley ha la sfortuna di arrivare dopo il padrone di casa, ma se la cava molto bene con una vibrante From The Bottle To The Bottom, che i Travelin’ McCourys colorano di bluegrass. Quando ho visto che la mitica Help Me Make It Through The Night era stata affidata ai Lady Antebellum, tragico gruppo di pop travestito da country, ho avuto un brivido di paura, ma per la serata i tre fanno le persone serie e ripropongono il classico brano in maniera languida e romantica, anche se avrei comunque preferito una interpretazione più energica da parte di chiunque altro, mentre l’ex frontman degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker (da tempo reinventatosi come artista country), rilascia una tonica e roccata Under The Gun, che Kris aveva scritto con Guy Clark, prima di cedere il palco alla strana coppia Alison Krauss/Jamey Johnson, gentilezza e rudezza in un colpo solo, che però si intendono alla grande con la suadente For The Good Times, riproposta con classe e più nei territori della bionda Alison che in quelli del barbuto Jamey.

Hank Williams Jr. è un altro che quando vuole sa il fatto suo, e stasera è nel suo ambiente naturale con la ruvida e coinvolgente If You Don’t Like Hank Williams, da anni nel suo repertorio; Eric Church è ormai un prezzemolo in questo genere di tributi, ma la sua To Beat The Devil è ben fatta e non priva di feeling. Per Reba McEntire vale il discorso fatto per gli Antebellum, io non l’avrei invitata (troppo annacquata di solito la sua proposta musicale), ma lei non è certo una stupida e ha dalla sua una certa esperienza: la leggendaria Me And Bobby McGee, forse la canzone simbolo di Kris, ne esce dunque alla grandissima, probabilmente una delle migliori dello show, con un arrangiamento addirittura rock’n’roll (e Reba ha comunque una gran voce). E’ l’ora del gran finale, con Kris che ritorna stavolta insieme a Willie Nelson, un duetto tra due leggende sulle note della mitica Sunday Morning Coming Down (peccato non abbiano fatto anche Highwayman, magari con Hank Jr. e Johnson al posto di Johnny Cash e Waylon Jennings), e poi tutti insieme sul palco con la magnifica Why Me, con il “festeggiato” che ha una presenza vocale ancora notevole nonostante l’età.

Un tributo da avere quindi (magari nella versione con DVD), ed ennesimo gran bel disco dal vivo di questo ricco 2016.

Marco Verdi

Il Puma E Le “Pantere”. John Mellencamp – Sad Clowns & Hillbillies

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John Mellencamp featuring Carlene Carter – Sad Clowns & Hillbillies – Republic Records/Universal

Finita l’era di T-Bone Burnett come produttore (e già nel precedente Plain Spoken http://discoclub.myblog.it/2014/09/21/il-supplemento-della-domenica-c-o-che-bello-john-mellencamp-plain-spoken/ era indicato solo come produttore esecutivo) John Mellencamp accentua ulteriormente questo ritorno del sound verso atmosfere vicine a quelle del suo periodo Roots-Americana, iniziato con l’album Lonesome Jubilee e poi proseguito con Big Daddy, i dischi in cui la presenza del violino di Lisa Germano e della fisarmonica di John Cascella era tra gli elementi principali della musica del nostro, come pure le due voci femminili di supporto, quelle di Pat Peterson Crystal Taliefero. A questo si riferisce il titolo del Post: nel nuovo album Sad Clowns & Hillbillies, le “pantere”, ovvero soprattutto Carlene Carter, ma anche Martina McBride, Lily & Madeleine, e in maniera consistente pure la violinista Miriam Sturm, mi pare siano fondamentali nella costruzione del suono, a fronte comunque del capo “purma” Mellencamp e dei suoi degni accoliti nella band, dove spiccano, al solito, più in funzione di ricordo anche le chitarre di Mike Wanchic Andy York, oltre alle tastiere e, soprattutto fisarmonica e armonica di Troye Kinnett, che segnala, per certi versi, questo ritorno allo stile “rurale” dei suoi album di metà anni ’80. Non guasta sicuramente il fatto che le canzoni siano molto belle, benché non tutte nuove: due provengono da Ghost Brothers Of The Darkland (il “musical” firmato con Stephen King), una è una collaborazione postuma con Woody Guthrie, e due sono cover, un brano di Mickey Newbury, una di un oscuro folksinger degli anni ’70 (o così lo ricorda John, ma in effetti sarebbe un chitarrista e cantante jazz, tuttora in attività), tale Jerry Hahn, che Mellencamp vide aprire all’epoca un concerto di Zappa, e di cui esegue da parecchio tempo dal vivo questo brano, Early Bird Cafe, senza averlo mai inciso, sino ad oggi. C’è anche un brano di inizio anni ’90, Grandview, scritto dal cugino di John, Bobby Clark.

Oltre naturalmente ai brani firmati da Carlene Carter, uno da sola e uno con Mellencamp, e che è quasi protagonista alla pari del disco, tanto da meritarsi sulla copertina un featuring, che ne certifica la fattiva collaborazione, anche se lei in alcune interviste ha poi precisato che non si tratta di un disco di duetti nel senso stretto del genere, per quanto i due appaiano, insieme o da soli, in parecchie canzoni, tra cui Mobile Blue, la canzone di Newbury che apre l’album. Il brano in origine appariva su Frisco Mabel Joy, il bellissimo album di Mickey Newbury del 1971 (inserito nel cofanetto quadruplo di ristampe in CD An American Trilogy, che sarebbe da avere, un piccolo capolavoro): la versione di Mellencamp, cantata con la voce attuale, sempre più roca e vissuta ma non priva della proverbiale grinta, del vecchio “Coguaro”, è una ballata folk-rock che parte sulle note di una chitarra acustica e del violino, ma entrano subito l’organo e la sezione ritmica e poi la splendida voce di Carlene Carter, un mandolino e le chitarre elettriche per un brano bellissimo, dal suono pieno e corposo. Battle Of Angels è un brano di quelli tipici di John, tra rock e tradizione popolare, raccolto ma espansivo al tempo stesso, con ricami delle chitarre e del violino, belle armonie vocali, penso anche di Lily & Madeleine, che faranno parte del tour americano, in partenza a giugno (con Emmylou Harris ad aprire i concerti). Il primo pezzo rock, deciso e tirato, è la potente Grandview, forse già “sentita”, ma è il sound specifico e peculiare del miglior Mellencamp elettrico, e la voce di Martina McBride nella parte centrale aggiunge ulteriore fascino ad un pezzo che cresce ascolto dopo ascolto. Indigo Sunset è firmata in coppia con Carlene Carter (la “figliastra” di Johnny Cash, brutto termine ma la parentela è quella), che canta, alternandosi con Mellencamp, con la sua voce melodiosa e suadente, una delle più belle in circolazione (che ricordavo giusto recentemente in paragone con la newcomer Dori Freeman http://discoclub.myblog.it/2017/04/20/meglio-tardi-che-mai-quando-meritano-dori-freeman-dori-freeman/ ): eccellente, come in tutto il disco, il lavoro del violino di Miriam Sturm, per un’altra ballata di sopraffina qualità.

What Kind Of Man Am I è una delle due canzoni che apparivano su Ghost Brothers Of The Darkland, un’altra delle collaborazioni con Carlene Carter, un brano che inizia solo con la voce di John, una chitarra acustica e piccoli tocchi di piano, poi prende vita lentamente con il resto della band che entra nel vivo della melodia, soprattutto l’immancabile violino, anche se il sound rimane acustico fino a metà del brano, quando entrano il resto della band e la voce di Carlene a dare ulteriore vigore ad un pezzo che mi pare molto più bello di quanto appariva nel disco originale, anche grazie alle armonie vocali di Lily e Madeleine nel finale. Uno struggente violino introduce All Night Talk Radio, uno dei brani che più mi ricorda il mood sonoro di un disco come Lonesome Jubilee, dove roots music e rock andavano splendidamente a braccetto, e gli intrecci tra la voce ruvida di Mellencamp e quella femminile è sempre di sicuro effetto, mentre un’armonica (o è la fisa?) lavora sullo sfondo, insieme all’organo. Sugar Hill Mountain era stata scritta per la colonna sonora di Ithaca, film uscito nel 2015 dove lavorava la compagna dell’epoca di Mellencamp, ovvero Meg Ryan, che ne era anche la regista, una storia ambientata nell’America degli anni ’40, di cui John aveva scritto tutto lo score, oltre a due canzoni, quella in oggetto già cantata anche nella soundtrack da Carlene Carter, che qui la canta di nuovo, un brano molto influenzato dal country paesano e quasi old time, con una strumentazione ricca ma non invadente, con Mellencamp che fa da seconda voce per l’occasione, deliziosa. You Are Blind viene nuovamente da Ghost Brothers, e illustra il lato più dylaniano della musica del nostro (sarà il break di armonica?), una sorta di valzerone rock molto coinvolgente, sempre con la voce della Carter “secondo violino”, oltre a quello vero della Sturm. Damascus Road è il brano firmato dalla sola Carlene Carter, un pezzo di chiara impronta blues, elettrico e vibrante, quasi dark, con le continue rullate di batteria che ne evidenziano un aspetto quasi marziale, mentre l’armonica di Kinnett e il violino si dividono gli spazi solisti, e gli intrecci vocali della Carter e di Mellencamp sono sempre affascinanti.

Ci avviamo alla conclusione: Early Bird Cafe è la canzone dal disco omonimo del Jerry Hahn Brotherood, pubblicato nel 1970, la traccia porta la firma di Lane Tietgen, che era il “vero” folksinger, autore di ben sette brani tratti da quel LP, tra cui questa, che diventa per l’occasione un classico brano à la Mellencamp, anche se l’intro con mandolino (poi reiterato) ricorda moltissimo una Losing My Religion più elettrica, comunque bella e non mancano le “solite” armonie della Carter. Sad Clowns è un brano quasi western swing, molto country vecchio stile comunque, strascicato e delizioso, con il nostro che, non so perché (o forse sì) mi ricorda moltissimo come timbro vocale il Dylan crooner degli ultimi dischi, canta meglio, per quanto… My Soul’s Got Wings è la “collaborazione” tra Woody Guthrie John Mellencamp, lo spirito folk è quello del primo, ma l’abbrivio quasi rock della canzone forse potrebbe ricordare certi duetti di Johnny Cash con June Carter, la mamma di Carlene, che giustamente rievoca nel brano anche un certo afflato gospel che si respirava nei duetti della coppia, e che viene evidenziata in questa versione. La conclusiva Easy Target che a livello di testi potrebbe essere una sorta di diario, uno “State of The Union 2017” firmato da Mellencamp, che musicalmente, e a livello vocale, in questo pezzo mi ricorda moltissimo il Tom Waits balladeer, quello più struggente ed appassionato. Degna conclusione per un album che si candida autorevolmente fin d’ora tra i migliori dischi dell’anno. Esce venerdì 28 aprile.

Bruno Conti

Il Ritorno Dell “Aquila” Texana! Don Henley – Cass County

don henley cass county

Don Henley – Cass County – Capitol CD – Deluxe Edition

Don Henley, batterista, cantante e co-leader, insieme a Glenn Frey, degli Eagles, cioè una delle band più popolari del pianeta, da solista non è mai stato molto prolifico: solo cinque dischi (compreso l’ultimo) in 35 anni, cioè da quando le Aquile si sono separate (prima della reunion del 1994), e ben quindici anni lo separano dal precedente Inside Job. Di Cass County (titolo che deriva dal luogo da cui proviene Don, in Texas) si vociferava ormai da un paio d’anni, ed ora è finalmente disponibile in due versioni, normale con dodici brani e deluxe con sedici (che è quella di cui vado a parlarvi), e se Inside Job era un buon disco di rock californiano, qui indubbiamente siamo su un livello superiore.

 

La caratteristica principale di Cass County è di essere un disco di musica country, ma non country-rock alla maniera delle Aquile, proprio country classico: una serie di ballate perlopiù lente, dove dominano chitarre, piano e steel (oltre alla voce sempre bellissima di Henley), suonate, come si suole dire, in punta di dita, da un manipolo di veri e propri fuoriclasse, tra cui l’ex Heartbreaker Stan Lynch (che produce il disco e scrive con Don la maggior parte delle canzoni), Glenn Worf, Gregg Bissonette, l’ottimo chitarrista Steuart Smith (che nella live band degli Eagles ha preso il posto di Don Felder), Jerry Douglas, Greg Morrow e Dan Dugmore, mentre Don non suona nessuno strumento, neppure la batteria, occupandosi soltanto di cantare, riuscendoci piuttosto bene. Neppure gli Eagles avevano mai fatto un disco tutto di country, eppure Don non solo se la cava come il più consumato dei country singers, ma porta a termine un lavoro che si pone tra i più riusciti del genere in tutto il 2015: oltre alle canzoni una segnalazione la merita il suono, davvero scintillante, e, come ulteriore ciliegina, una quantità di ospiti d’onore veramente impressionante (che nominerò man mano), artisti che danno lustro ad un disco che però avrebbe retto benissimo anche senza di loro.

L’album parte con una cover di Tift Merritt, scelta sorprendente se consideriamo la statura di Henley rispetto alla pur brava musicista texana: Bramble Rose è una dolce country ballad, lenta e meditata, dall’ottimo impatto emotivo e nobilitata dalle voci (cantano una strofa a testa) di Miranda Lambert e soprattutto di sua maestà Mick Jagger (anche all’armonica), che con tutto il rispetto per Henley quando apre bocca fa salire la temperatura. The Cost Of Leaving vede la partecipazione di un’altra leggenda, cioè Merle Haggard, ma il brano, uno slow intenso e toccante, si regge sulle sue gambe, anche se Hag aggiunge carisma; No, Thank You, con la voce e la chitarra di Vince Gill, è invece un gustosissimo rockin’ country, elettrico e decisamente coinvolgente. Waiting Tables (con Jamey Johnson e Lee Ann Womack), è un perfetto country-rock di stampo californiano, un pezzo solare che più degli altri starebbe bene in un disco delle Aquile https://www.youtube.com/watch?v=9jNA5pLMjEs , mentre Take A Picture Of This è una ballata ad ampio respiro, con un deciso sapore sixties ed una melodia ben costruita. Too  Far Gone (scritta da Billy Sherrill e portata al successo da Lucille Starr), che vede ancora Johnson alle armonie, stavolta con Alison Krauss, è un puro honky-tonk d’altri tempi, con il piano in evidenza ed uno stile figlio di George Jones; That Old Flame (in duetto con Martina McBride) ha un ritmo pulsante ed un ottimo crescendo, un pezzo meno country e più rock, anche se torniamo subito in zona ballad con una cover bucolica e cristallina del classico di Jesse Winchester, The Brand New Tennessee Waltz, con Don che canta come sa e regala emozioni a palate.

Siamo appena a metà CD, ma il resto prosegue sullo stesso livello: Words Can Break Your Heart ospita Trisha Yearwood, ed il brano è una rock ballad solida e vibrante, subito seguita da When I Stop Dreaming, un classico dei Louvin Brothers, nel quale il nostro divide il microfono con Dolly Parton, e la canzone, un country che più classico non si può, è uno dei più riusciti del lavoro. L’intensa Praying For Rain è un chiaro esempio di songwriting maturo che trascende i generi, Too Much Pride è ancora honky-tonk deluxe, mentre She Sang Hymns Out Of Tune, una hit di Harry Nilsson scritta da Jesse Lee Kincaid, è uno scintillante valzerone texano che Don canta con l’ausilio di due terzi delle Dixie Chicks, cioè le sorelle Martie Maguire ed Emily Robison, dette anche Court Yard Hounds https://www.youtube.com/watch?v=4QHkhiWEUyg . Non avevamo ancora incontrato Lucinda Williams, ed ecco che la troviamo armonizzare con la sua caratteristica voce nella fluida Train In The Distance; l’album termina con la gentile A Younger Man, suonata e cantata con la consueta classe, e con Where I Am Now, elettrica e potente, in assoluto la più rock del disco. (NDM: esiste una versione del CD in esclusiva per la catena Target con due brani ancora in più, che però non ho ascoltato: It Doesn’t Matter To The Sun (con Stevie Nicks) https://www.youtube.com/watch?v=jKe7AusIgo4  e Here Comes Those Tears Again).

Stabilito quindi che Cass County è il miglior disco da solista di Don Henley, può essere giudicato il migliore solo album di un Eagle in assoluto? Direi di sì, anche se a dire il vero non ci voleva molto.

Marco Verdi

Novità Di Settembre Parte IV – Hors-Série. Don Henley – Cass County

don henley cass county

Continuiamo con la disamina delle uscite del prossimo mese di settembre, questa è una hors-série, fuori serie, di quelle previste per l’ultima settimana, venerdì 25.

Domani concludiamo con gli altri titoli previsti per quel giorno.

Per eventuali ulteriori uscite o titoli sfuggiti (e so già che ce ne sono), saranno aggiunte in una appendice finale, insieme ad eventuali ristampe dell’ultima ora, mentre i soliti Live dei broadcast radiofonici, sempre assai numerosi, avranno dei loro Post ad hoc a parte.

Don Henley, texano di nascita, ma californiano di adozione, sta lavorando, da almeno quattro-cinque anni, su questo album di canzoni sullo stile dei brani classici country di Nashville, dove è stato in parte registrato, il resto viene da Dallas, Texas: canzoni che sono state scritte in undici casi su dodici dallo stesso Henley con Stan Lynch, meno Bramble Rose, quella del duetto di apertura con Miranda Lambert Mick Jagger, che suona anche l’armonica nel pezzo, traccia che è stata scritta dalla bravissima Tift Merritt per il suo omonimo, e bellissimo, disco di esordio del 2002 (E che l’ha presa con molta calma “if you could have only seen me dance when I had the crazy and incredible news that Bramble Rose was to appear on Don Henley’s new album with Miranda Lambert and Mick Jagger singing along”).

A fine settembre Cass County sarà una realtà, pubblicata “naturalmente” in versione normale e Deluxe dalla Capitol del gruppo Universal, con alcune cover previste nelle quattro bonus, tra cui The Brand New Tennessee Waltz di Jesse Winchester When I Stop Dreaming, il duetto con la Parton, vecchio brano di Charles e Ira Louvin, di cui esistono varie versioni, molto belle quella degli Everly Brothers e la mia preferita, quella di Emmylou Harris  che appariva su Luxury Liner ed è comunque anche nella versione standard dell’album.

Questi sono i titoli e gli ospiti previsti nei duetti:

Standard Edition:

1. Bramble Rose (featuring Mick Jagger & Miranda Lambert)
2. The Cost Of Living (featuring Merle Haggard)
3. Take A Picture Of This
4. Waiting Tables
5. No, Thank You
6. Praying For Rain
7. Words Can Break Your Heart
8. That Old Flame (featuring Martina McBride)
9. When I Stop Dreaming (featuring Dolly Parton)
10. A Younger Man
11. Train In The Distance
12. Where I Am Now

Deluxe Edition:

1. Bramble Rose (featuring Mick Jagger & Miranda Lambert)
2. The Cost Of Living (featuring Merle Haggard)
3. No, Thank You
4. Waiting Tables
5. Take A Picture Of This
6. Too Far Gone
7. That Old Flame (featuring Martina McBride)
8. The Brand New Tennessee Waltz
9. Words Can Break Your Heart
10. When I Stop Dreaming (featuring Dolly Parton)
11. Praying For Rain
12. Too Much Pride
13. She Sang Hymns Out Of Tune
14. Train In The Distance
15. A Younger Man
16. Where I Am Now

E almeno a giudicare dalle anticipazioni che circolano in rete sembra avere fatto centro, il sound è quello classico Henley/Eagles style, produzione dello stesso Henley con Stan Lynch, il vecchio batterista degli Heartbreakers, evidentemente tra spiriti affini ci si intende.

Tra gli ospiti, oltre a quelli che duettano con il buon Don nei brani citati, Jamey Johnson, Alison Krauss, Vince Gill, John Sebastian, ma anche Ashley Monroe, Trisha Yearwood Lucinda Williams, ma forse si farebbe prima a dire chi non ci sarà (si parlava anche di Sheryl Crow , non ho la lista definitiva), le informazioni recuperate non sono complete, manca ad esempio la lista dei musicisti che suonano nel disco, però questo è sicuramente l’ultimo brano apparso so YouTube pochi giorni fa.

Per oggi finiamo qui.

Bruno Conti

Novità Di Aprile Speciale Pasqua e Dintorni Parte I. Emmylou Harris, Linda Ronstadt, Martina McBride, Joan Osborne, Marc Ford, Jackson Taylor

linda ronstadt duets

Per Il periodo delle festività Pasquali recupero ed ampio, a oltranza, la rubrica delle novità discografiche, quindi nei prossimi giorni una serie di Post dedicati a tutte le uscite del mese di aprile che già non hanno avuto degli spazi specifici nella prima parte del mese (anticipazioni comprese): ovviamente quelle reputate più interessanti per il Blog, a prescindere dal genere.

Linda Ronstadt – Duets – Rhino, raccoglie 15 brani che sono usciti, nel corso degli anni, non tutti negli album della Ronstadt ma in quelli degli artisti che duettano con lei (alcuni), quindi praticamente già editi, ad eccezione di quello con Laurie Lewis, ma non facili da avere tutti insieme negli album della cantante di Tucson, Arizona (ebbene sì, non è californiana di origine, ma sicuramente di adozione) https://www.youtube.com/watch?v=Vukee5J5N8E . Probabilmente non vedremo più nuovi album di Linda, che nel 2011 ha annunciato il suo ritiro e nel 2013 ha rivelato di essere ammalata del morbo di Parkinson. Quindi godiamoci questa raccolta di materiale anche raro ed inedito (ma ne mancano molti, quelli con George Jones, Johnny Cash, Nitty Gritty Dirt Band, Little Feat, Wendy Waldman e anche l’ultimo inciso con i Chieftains nel 2010) che include i seguenti brani:

1.                  “Adieu False Heart” with Ann Savoy
2.                  “I Can’t Get Over You” with Ann Savoy
3.                  “Walk Away Renee” with Ann Savoy

Le prime tre erano su Adieu False Heart il disco registrato in coppia con la cantante cajun Ann Savoy nel 2006
4.                  “The New Partner Waltz” with Carl Jackson

questa era nel tributo Livin’, Lovin’, Losin’: Song of the Louvin Brothers.
5.                  “I Never Will Marry” with Dolly Parton

su Simple Dreams del 1977
6.                  “Pretty Bird” with Laurie Lewis*

l’unico inedito, registrato con la cantante gospel
7.                  “I Can’t Help It (If I’m Still in Love With You)” with Emmylou Harris

questa si trovava su Heart Like A Wheel del 1974 (quindi niente brani neppure dellla serie del Trio, con Dolly Parton e Emmylou Harris
8.                  “Hasten Down The Wind” with Don Henley

questo brano, una cover di Warren Zevon. era sull’album omonimo del 1976
9.                  “Prisoner In Disguise” with J.D. Souther

dall’album omonimo del 1975

10.               “I Think It’s Gonna Work Out Fine” with James Taylor

su Get Closer del 1982
11.               “Don’t Know Much” with Aaron Neville
12.               “All My Life” with Aaron Neville

i due con il cantante dei Neville Brothers erano su Cry Like a Rainstorm, Howl Like the Wind del 1989.
13.               “Somewhere Out There” with James Ingram

il duetto con James Ingram era nella colonna sonora di An American Tail
14.               “Sisters” with Bette Midler

e questo si trovava su Bette Midler Sings the Rosemary Clooney Songbook  del 2003
15.               “Moonlight In Vermont” with Frank Sinatra

per finire, da un altro Duets, quello di Frank Sinatra del 1993

Pochi giorni fa Linda Ronstadt è stata eletta nella Rock and Roll Hall Of Fame, dove non era presente, ma a parte per i grossi problemi di salute che le impediscono di cantare e di muoversi con facilità, la stessa Ronstadt ha detto che il premio non le interessava più di tanto perché, in fondo, lei non ha mai cantato Rock and Roll! (sarà l’effetto della malattia?).

emmylou harris wrecking ball deluxe

Emmylou Harris – Wrecking Ball – Nonesuch Deluxe Edition 2 CD + DVD

Per l’occasione non si festeggia ipocritamente nessun anniversario dell’uscita del disco originale, pubblicato nel settembre del 1995 e registrato a New Orleans lo stesso anno, con la produzione di Daniel Lanois (vogliamo fare il 18° Anniversario?) https://www.youtube.com/watch?v=c-eYwBz4wkI . Forse il suo disco migliore di sempre (ma tra quelli degli anni ’70 usciti per la Warner, i cosiddetti album “country”, ce ne sono parecchi molto belli), subisce il trattamento Deluxe con i seguenti contenuti:

CD 1:  Wrecking Ball

  1. Where Will I Be
  2. Goodbye
  3. All My Tears
  4. Wrecking Ball
  5. Goin’ Back to Harlan
  6. Deeper Well
  7. Every Grain of Sand
  8. Sweet Old World
  9. May This Be Love
  10. Orphan Girl
  11. Blackhawk
  12. Waltz Across Texas Tonight

CD 2: Deeper Well: The Wrecking Ball Outtakes

  1. Still Water (Daniel Lanois)
  2. Where Will I Be
  3. All My Tears
  4. How Will I Ever Be Simple Again (Richard Thompson)
  5. Deeper Well
  6. The Stranger Song (Leonard Cohen)
  7. Sweet Old World
  8. Gold (Emmylou Harris)
  9. Blackhawk
  10. May This Be Love
  11. Goin’ Back to Harlan
  12. Where Will I Be

DVD: Building the Wrecking Ball: A Documentary About the Making of Wrecking Ball

martina mcbride everlasting

Martina McBride – Everlasting – Vinyl Records LLC

Una cantante di country che fa un disco di pezzi soul non è una cosa inconsueta, ma neppure tanto comune, in ogni caso meritoria. Anche la McBride non è più sotto contratto per una major a Nashville e ha fondato la propria etichetta (bello il nome!) e quindi magari i partner per i due duetti li poteva scegliere meglio (Gavin McGraw per Bring It On Home To Me, passi, il giovane non è poi malaccio, ma Kelly Clarkson per In The Basement? L’originale era un duetto tra Etta James e Sugar Pie DeSanto!) Che poi non è un disco solo di soul: Do Right Woman, Do Right Man Aretha Franklin, Suspicious Minds Elvis Presley, If You Don’t Know Me By Now Harold Melvin & The Blue Notes, Little Bit Of Rain Fred Neil, Come See About Me Supremes, What Becomes Of The Brokenhearted Jimmy Ruffin, I’ve Been Loving You Too Long Otis Redding, Wild Night Van Morrison, My Babe Willie Dixon/Little Walter, To Know Him Is To Love Him Phil Spector/Teddy Bears, più le due citate. Complimenti e auguri: lei ha una bella voce, una delle migliori in circolazione a Nashville e il disco è prodotto da Don Was, potrebbe essere una bella sorpresa (niente a che vedere con Michael Bolton). Sentito, molto piacevole. C’è anche una versione Deluxe con 14 brani https://www.youtube.com/watch?v=_MLobcBCGb0

joan osborne love and hate

Joan Osborne – Love And Hate – Membran/Entertainment One

Anche Joan Osborne aveva fatto un disco di covers, l’ultimo del 2012, Bring It On Home, quasi omonimo di quello della McBride, ma si trattava del brano di Willie Dixon non quello di Sam Cooke. Per il nuovo si parlava, negli annunci della stessa Joan di un disco influenzato da Astral Weeks di Van Morrison Pink Moon di Nick Drake (perdinci e anche perbacco!). Qualcosa è rimasto ma il disco, dodici brani nuovi firmati dalla Osborne, è abbastanza vario, con arrangiamenti anche orchestrali in alcuni brani e più rock in altri, ad un ascolto veloce mi pare buono, anche jazzato a momenti. I tempi del successo di One Of Us possono anche essere lontani ma la nostra amica ha una bella voce e scrive delle canzoni interessanti https://www.youtube.com/watch?v=FTi3Y1sYam8 .

marc ford holy ghost

Marc Ford – Holy Ghost – Naim Edge/V2

Il suo nome, per molti, rimane inevitabilmente legato ai Black Crowes, di cui è stato il chitarrista dal 1992 al 1996, ma prima aveva suonato nei Burning Tree, autori di uno strepitoso album omonimo di rock-blues nel 1990. Ha suonato anche nella band di Ben Harper, con Marc Olson, nel live dei Gov’t Mule del 1999, quello con gli “amici”. E ha fatto quattro album da solista negli anni 2000, cinque con questo, il CD più da cantautore, molto riflessìvo e tranquillo, la chitarra ogni tanto parte ma meno del solito, comunque l’album, sentito velocemente, mi pare buono https://www.youtube.com/watch?v=QYsvXV6fHwA .

jackson taylor live at billy bob's texas

Jackson Taylor & The Sinners – Live At Billy Bob’s Texas CD+DVD Smith Music Group

Prosegue la benemerita serie di concerti (in CD+DVD) registrata nel famoso locale di Forth Worth, ormai dal lontano 1999, ne dovrebbero essere usciti almeno una quarantina. Questo con Jackson Taylor risale al luglio del 2013 ed è uno dei più pimpanti che mi è capitato di sentire: accompagnato dai suoi Sinners propone 16 brani, tra cui alcune covers, con il suo stile che mescola country texano, southern rock e musica cantautorale. Il nostro amico è veramente bravo, chi lo conosce già apprezzerà sicuramente anche questo live, per gli altri potrebbe essere una buona occasione per sentire uno dei nomi “nuovi” (cinque album in studio e questo dal vivo) provenienti dalla stato della stella solitaria https://www.youtube.com/watch?v=N3H2renQ2H8.

Andiamo a 6 titoli per Post, ci sono parecchi titoli da smaltire, per cui prevedo che andremo avanti per qualche giorno, magari inframmezzando con qualche recensione di album specifici.

Alla prossima.

Bruno Conti

Un “Oscuro” Storyteller Americano Da Scoprire! Mark Lucas – Uncle Bones

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Mark Lucas – Uncle Bones – Skillet Dog Records

Nativo del Kentucky (da non confondere con l’omonimo australiano), tra Sud e Midwest, confinante con Missouri e Tennessee, uno non penserebbe che la musica di questo signore, dall’età indefinita ma apparentemente sulla quarantina, possa essere influenzata dalla musica degli Appalachi, dalle string bands e da bluegrass e country, oltre ad un pizzico di blues, anche se Nashville è a due passi, ma questo è quello che si ricava dall’ascolto di Uncle Bones, secondo capitolo (dopo Dust) della saga musicale di uno “storyteller” che risponde al nome di Mark Lucas. Non sono tra coloro che vorrebbero tenere stretti per sé nomi nuovi che, di volta in volta, si affacciano sulla scena americana, anzi più si sparge la buona novella meglio è, se ne vale la pena naturalmente, senza tanti diritti di primogenitura o jus primae noctis, tipo questo l’ho scoperto io prima di te! E nel caso di Lucas vale la pena.

Paragonato a Ray Wylie Hubbard o a Malcolm Holcombe per il tipo di voce vissuta, ma forse più vicino a Guy Clark o al primo Lyle Lovett (con cui condivide un suonatore di dobro e pedal steel sopraffino come Tom “Bleu” Mortensen), Mark Lucas sembra uno di quei tipici “raccontatori di storie” che ogni tanto appaiono come dal nulla nel panorama musicale americano. E oltre allo stile musicale, in questo Uncle Bones, sono molto importanti i testi (che purtroppo non sono inclusi nella confezione del CD ma si trovano integralmente sul suo sito brothermarkmusic.com): anzi direi fondamentali. Dall’iniziale Uncle Bones una sorta di storia di Orfeo ed Euridice rivisitata nella campagna americana, con “Dicey” che muore per il morso di un serpente e viene cercata fino agli inferi dal suo “Orphie”, disposto a suonare laggiù con il suo violino per Uncle Bones in cambio del ritorno della sua amata, ma anche lui commette l’errore di guardarsi indietro e lì suonerà il suo fiddle per l’eternità (in questo caso la bravissima Jeneé Fleenor si limita a fare guizzare il suo violino per i 3:36 della canzone, ben coadiuvata dal dobro di Mortensen, che ha suonato anche con Mickey Newbury, un altro che di belle canzoni se ne intendeva), il banjo di Wanda Vick e la chitarra dello stesso Lucas aggiungono spessore “rurale” a questa bella favola.

La delicata e deliziosa Take Me Back, Water, cantata con dolcezza e partecipazione genuina dal bravo Mark, racconta la storia della ragazza che “piangeva perle”, su un tappeto di violino e dobro si dipana questa piccola delizia sonora. Dragon Reel con delle piccole percussioni aggiunte e il solito violino indiavolato della Fleenor (che abitualmente suona con Martina McBride) è un’altra storia peculiare a tempo di giga country-irish, quella di un assassino che “parlava” per enigmi, mentre Every Day I Have The Greens potrebbe essere uno di quei brani acustici ed ironici che ci deliziavano nei primi dischi di Lyle Lovett (ma anche Guy Clark, potrebbe essere un riferimento) e anche la voce è impostata in modo simile. Altro giro, altro racconto, Carrying Fire narra di un padre che porta le braci di un fuoco fino alla “fine del mondo”, questa volta sono il mandolino della Vick e il solito violino della Fleenor, unite al dobro di Mortensen, ad accompagnarci in questo viaggio epico, con il ritmo sottolineato dal contrabbasso di Matt McKenzie. Grits And Redeye Gravy con il basso elettrico di Lucas a segnare il tempo, se esiste questo formato musicale, è una sorta di boogie-bluegrass-country.

Hezekiah è il classico valzerone country, sempre uguale ma sempre diverso, se ben suonato, e come al solito violino, dobro e chitarra acustica dominano. Improvvisamente in Big Bad Love le sonorità diventano più elettriche, basso, una batteria sintetica, chitarre elettriche e un suono bluesato che ci porta dalle parti di Hubbard e Holcombe, un’altra faccia della musica di Lucas che introduce anche il suono di quella che potrebbe una chitarra con il wah-wah ma probabilmente è il violino elettrificato della Fleenor, proprio brava la ragazza. Per sottrazione, nella successiva The Price, l’ottimo Mark si presenta in solitaria solo voce e acustica, per un brano che potrebbe essere anche dello Springsteen più intimista, tanto è bella. Pick Up è un altro blues elettrico mid-tempo caratterizzato dalle svisate della pedal steel di Blue Mortensen e con un’altra storia surreale inventata dalla mente geniale di Lucas, una vedova che manda un messaggio al cellulare nella bara del marito infedele! Trouble è un country-blues,ancora con il violino che guida le danze, anche se in tono minore rispetto ad altri episodi del disco. Per dirla in due parole, anzi tre: uno bravo, consigliato!

Bruno Conti