Diverso Dal Precedente, Ma Sempre Musica di “Classe”! Marc Broussard – Easy To Love

marc broussard easy to love

Marc Broussard – Easy To Love – Artist Tone Records

Circa un anno fa (facendo la tara per il tempo che c’è voluto per recuperarlo, vista la non facile reperibilità) era uscito Sos Save Our Soul II, un disco splendido dove Marc Broussard rivisitava, con classe sopraffina e voce vellutata, alcuni classici della soul music, con arrangiamenti di grande fascino e un sound volutamente vintage http://discoclub.myblog.it/2017/02/02/peccato-sia-difficile-da-trovare-marc-broussard-s-o-s-2-save-our-soul-soul-on-a-mission/ . E quel disco, nell’ambito “bianchi che cantano musica nera”, qundi non semplicemente “blue-eyed soul”, era risultato uno dei migliori dell’anno, insieme a quello di Jimmy Barnes. Ora esce un nuovo album dell’artista di Carencro (la sua citta nativa della Louisiana, che dava il titolo al primo album per una major, del 2004): per l’occasione Broussard si riunisce con il musicista, polistrumentista e produttore Jim McGorman, che aveva collaborato a quel disco d’esordio. In Easy To Love suonano anche alcuni dei musicisti che avevano dato a Save Our Soul II quel sound caldo ed avvolgente, ossia Joe Stark, chitarre e basso, Ben Alleman, tastiere e Chad Gilmore, batteria, nomi non altisonanti ma molto funzionali alla musica del nostro amico: ed in effetti le canzoni dove appaiono questi tre hanno un calore, una presenza e una intimità invidiabili, che manca, o è forse meno evidente, nei pezzi dove McGorman suona quasi tutti gli strumenti, con l’aiuto di altri turnisti, che si sono alternati nelle registrazioni, effettuate in parte in California e in parte in Louisiana.

Saranno forse dei tecnicismi, ma secondo me i nomi contano, eccome, e per questo, ove possibile, preferisco sempre segnalarli: un altro fattore importante sono le canzoni, nel CD dello scorso anno Do Right Woman, Twistin’ The Night Away, These Arms Of Mine, I Was Made To Love Her, Cry To Me, In The Midnight Hour e così via, suonate e cantate divinamente. In questo caso il repertorio è originale, brani a firma Broussard, che ovviamente non possono reggere il paragone con i classici del passato, ma il disco ha comunque una sua dignità grazie alla caratura del protagonista. Siamo di fronte, questa volta sì, ad un disco di blue-eyed soul, nella migliore accezione del termine, con elementi aggiunti di stile cantautorale classico e molta soul music, ma forse di quella del periodo “tardo”, più Philly Sound o Motown, che Stax o Hi Records, comunque il tutto si ascolta con estrema piacevolezza e Broussard ha sempre una bellissima voce. Prendiamo Leave A Light On, una bellissima ballata (con un refrain che mi ha ricordato vagamente Candle In The Wind e altri brani di Elton John), un brano da cantautore californiano puro, dolce ed avvolgente, suonato benissimo, anche dai musicisti non citati, con piano, pedal steel e chitarre acustiche che caratterizzano il sound della canzone, fosse tutto così il disco, anche se non è soul, sarebbe comunque un gran bel sentire. Niente male pure Baton Rouge, un brano tra rock, blues e soul, come nei suoi primi dischi, dedicato alla sua regione d’origine, delicato e cantato con passione da Broussard, che si conferma vocalist di assoluto pregio.

Please Please Please è un’altra delicata canzone, non priva di una certa urgenza, anche se poi il suono si fa meno vintage, e vira a tratti verso certe leziosità e derive radiofoniche, senza mai scadere più di tanto, insomma una radio che ci potrebbe anche piacere. Rosé All Day, un inno all’edonismo, ha qualche elemento sonoro in levare, quasi al limite del reggae, ma siamo comunque ancora in un blue-eyed soul di buona fattura, e il falsetto di Marc, che appare anche altrove, è uno strumento non secondario; per Easy To Love, la title-track, suonata con i musicisti citati all’inizio, il nostro amico sfodera un timbro quasi alla Sam Cooke, da godere appieno, con coretti gospel che ne circondano la prestazione vocale magnifica. Memory Of You ha un sound “moderno”, forse un filo troppo “nu soul”, ma la voce non si discute,  con Stand By You che rimane sempre in questi territori leggermente più affettati che prendono ispirazione dal vecchio Philly Sound, vellutato e morbido. Anybody Out There potrebbe far pensare al Marvin Gaye “ecologico” incrociato a Stevie Wonder, insomma, per dirla tutta, c’è di peggio in giro; anche Wounded Hearts ha sempre queste atmosfere sospese e di sostanza, grazie al terzetto dei musicisti più volte citati; molto bella anche la dolce ed elettroacustica Don’t Be Afraid To Call Me dove Broussard indulge ancora con classe nel suo lato più da cantautore classico. E anche I Miss You è un’altra piccola perla intima e delicata, con la voce che raggiunge vette di partecipazione notevole; Send Me A Sign lavora ancor più di sottrazione, solo piano e quella voce splendida, “trucco” ripetuto per la bellissima Gavin’s Song, mentre in mezzo c’è una versione da brividi di Mercy Mercy Me di Marvin Gaye, solo voce e chitarra acustica, che conferma la classe cristallina di questo cantante purtroppo sconosciuto ai più, ma di una bravura imbarazzante (per gli altri)! Buona ricerca, anche questo CD non è di facile reperibilità.

Bruno Conti

Una Voce Meravigliosa Interpreta “Cover” D’Autore. Susan Marshall – 639 Madison

susan marshall 639 madison

Susan Marshall – 639 Madison – Madjack Records

Come già detto in occasione dell’uscita del precedente Decorations Of Red, (uscito sul finire del 2015), il debutto dei Mother Station con Brand New Bag, disco del 1994, fu per certi versi un’opera quasi unica (purtroppo) ed eccezionale, un disco di torrenziale rock-blues al femminile dove primeggiava la voce di Susan Marshall, importante non solo per timbriche e modulazioni, ma anche per una straordinaria duttilità interpretativa, tutti pregi che si riscontrano di nuovo in questo ennesimo album di “cover” 639 Madison, che conclude una “triade” iniziata con Little Red (09).

Il titolo dell’album prende il nome dall’indirizzo dove si trovavano i celeberrimi Sam Phillips Recording Studios di Memphis, nei quali anche questo lavoro è stato registrato, sotto la produzione, come per i precedenti dischi, di Jeff Powell, e che vede la Marshall, piano e tastiere, avvalersi di “turnisti” del luogo, i fidati David Cousar alle chitarre, Mark Edgar Stuart al basso, e Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, per dieci brani, di cui nove sono canzoni d’autore (Phil Spector, Steve Wonder, John Fogerty, Kris Kristofferson, Elvis Presley, Marvin Gaye e altri), mentre un brano inedito è stato scritto appositamente dal figlio di Sam Phillips, Jerry: il tutto è distribuito, come al solito, dalla casa discografica Madjack Records, sempre di Memphis, città dove risiede anche la brava Susan.

Data la bellezza del lavoro (ovviamente a parere di chi scrive), mi sembrava giusto sviluppare una disamina dei brani “track by track”:

Baby, I Love You – Si inizia con un brano di Phil Spector portato al successo dalle The Ronettes con un famoso singolo del lontano 1963,  pezzo che qui viene riproposto da Susan in una versione “funky-rock.

Overjoyed – Meritoriamente viene ripescato questo brano del grande Steve Wonder (lo trovate su Square Circle, un album non trai suoi migliori del 1986), che a dispetto di una versione più classica incisa dalla brava Mary J.Blige, viene riletto per l’occasione in una intrigante chiave “bossa nova”.

Have You Ever Seen The Rain – Questo famosissimo brano di John Fogerty e dei suoi Creedence Clearwater Revival, viene rivoltato come un calzino da Susan Marshall, una canzone dove oltre la bravura dell’interprete si deve rimarcare pure la pulizia del suono di un arrangiamento meraviglioso da parte dei musicisti che suonano nel CD.

Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) –  Marvin Gaye viene giustamente omaggiato con questo classico (tratto dal pluridecorato What’s Going On), in una sussurrata versione “soul-blues”.

When She’s Around – Questo è l’unico brano originale del lavoro, scritto da Jerry Phillips, una dolce ballata che rimanda al periodo Stax Records (buon sangue non mente), interpretata in modo commovente dalla Marshall.

Hound Dog – Dimenticatevi le versioni di Elvis o di Little Richard, qui sentite suoni caraibici che trasformano profondamente  uno dei classici immortali del re del “rock’n’roll”.

Stay – Questa confesso che me la sono persa, una bella canzone di tale Mikky Ekko portata al successo da Rihanna (?!?), e in questa occasione arrangiata con maggior garbo e interpretata con la classe tipica della nostra amica.

Help Me Make It Through The Night – Questa canzone di Kris Kristofferson (ha vinto il premio come canzone dell’anno nel 1970), può vantare illustri interpreti a partire da Willie Nelson, Brenda Lee, Dolly Parton, Elvis Presley e tantissimi altri, e anche in questa commovente rilettura le viene garantito il giusto merito.

Blue Skies – Questo brano proviene del lontano 1926, è stato scritto da Irving Berlin per il Musical teatrale Betsy, e nel tempo è stato reinterpretato da moltissimi artisti tra i quali Frank Sinatra e Doris Day, e la Marshall ne fa una splendida versione un po’ in stile “Cabaret”, diventando un pezzo da cantare in qualsiasi buon Bistrot.

Use Somebody – A dimostrazione che volendo anche le band di “rock alternativo” sanno scrivere grandi canzoni, da Only By The Night dei Kings Of Leon, viene ripescata una Use Somebody di straordinario fascino musicale, dove ancora una volta Susan si dimostra una delle migliori vocalist ” sconosciute” in circolazione.

Come certamente avrete capito sono molto di parte, però è pur sempre un progetto coraggioso e rischioso fare un album di “cover” (di qualsiasi genere), ma devo dire che ancora una volta la sfida mi pare vinta, come è successo in altre occasioni, in quanto ascoltando queste canzoni d’autore l’emozione che trasmette la voce di questa bravissima cantante di Memphis è dirompente, e Susan Marshall conferma ancora una volta che le buone canzoni sono sempre delle buone canzoni, soprattutto se ben interpretate, e in questo 639 Madison ce ne sono in abbondanza.

Tino Montanari

*NDB I video inseriti nel Post ovviamente non corrispondono ai contenuti del disco, ma servono per dare comunque una idea della splendida voce di questa bravissima cantante.

Michael Kiwanuka Con Love & Hate Supera Brillantemente La Prova Del “Difficile” Secondo Album!

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Michael Kiwanuka – Love & Hate – Polydor/Universal

Gli inglesi, anzi, i critici musicali inglesi, hanno inventato questa leggenda del “difficult second album”: addirittura un DJ della BBC, Chris Moyles, ha inciso un CD parodistico con questo titolo (perché comunque il british humor poi prende il sopravvento). Perché, a ben vedere, il punto da cui prende forma questa credenza non è sbagliato. Si dice che un artista o un gruppo ha avuto tutta la vita per preparare il primo album, mentre il secondo deve essere realizzato in pochi mesi: ma si tratta probabilmente una convinzione legata ai tempi d’oro della musica pop e rock, quando venivano realizzati dischi con cadenza annuale o addirittura più di uno all’uno, e non era comunque la regola assoluta. Un sistema per superare questa impasse potrebbe essere proprio quello utilizzato da Michael Kiwanuka, che per realizzare il seguito dell’eccellente Home Again, uscito nel 2012, ci ha messo ben quattro anni, prendendosi tutto il tempo che gli serviva. Certo, il rischio è che, in questi tempi frenetici e moderni, uno nel frattempo si sia dimenticato di te e della tua musica. Ma a giudicare dal successo che ha avuto questo Love & Hate, al primo posto delle classifiche in Gran Bretagna e nelle Top 10 di quasi tutti i paesi europei, almeno a livello commerciale la prova è stata brillantemente superata, e anche il giudizio critico delle varie riviste e siti specializzati è stato quasi unanime a livelli molto elevati, oltre la media delle quattro stellette o dell’8 in pagella.

Siamo quindi di fronte ad un capolavoro assoluto? Non esageriamo, però l’album è molto bello, va sentito con attenzione e ripetutamente, come ho fatto io, per cui arrivo un po’ in ritardo rispetto alla data di uscita, ma meglio così che fare come diverse riviste e siti che lo avevano giù recensito dal mese di maggio, quando sembrava che la data di pubblicazione dovesse essere in quei giorni (e molti, purtroppo, non trovandolo in giro, se ne saranno dimenticati), mentre in effetti l’album è uscito solo da un paio di settimane scarse. Rispetto al precedente, che verteva soprattutto su una serie di ballate morbide e melliflue, influenzate tanto dal soul quanto dal “nuovo” folk britannico (non per nulla era nato dall’incontro con il giro dell’etichetta Communion, quella a cui facevano capo i Mumford And Sons), in questo nuovo album vengono a galla o sono più evidenti anche le altre influenze di Kiwanuka: Otis Redding, Jimi Hendrix, Bill Withers, Bob Dylan, la Band, Joni Mitchell, Richie Havens, lui cita anche i Wham, ma per fortuna non li sento nella sua musica, sarebbero da aggiungere anche Marvin Gaye e perfino i Pink Floyd, e, nel primo album, quello splendido stilista della musica nera jazz-folk-soul che fu Terry Callier. Prendete il lunghissimo, e splendido, brano di apertura, Cold Little Heart, in cui la prima metà dei dieci minuti abbondanti in cui si snoda la canzone, sono dedicati ad una improvvisazione strumentale che si colloca a cavallo tra il soul sinfonico e maestoso di gente come Gaye o Withers, ma anche le splendide atmosfere del primo Isaac Hayes, miscelate con i Pink Floyd del periodo Dark Side/Wish You Were, con le sinuose spire del pezzo che si appoggiano sulla chitarra solista in modalità slide dello stesso Kiwanuka che ricorda il Gilmour dell’epoca, ma anche  sui crescendi orchestrali degli archi, delle percussioni e delle tastiere, oltre gli interventi vocali delle voci di supporto, creati dai produttori Danger Mouse Inflo (?!?), oltre allo storico collaboratore Paul Butler; una sorta di jam tra leggera psichedelia, soul orchestrale e rock sognante e visionario, di grande impatto sonoro ed emozionale. Poi verso i cinque minuti entra la voce del cantante londinese (di origini ugandesi), roca e vissuta il giusto, degna erede dei cantanti citati poc’anzi, per creare questa sorta di soul per gli anni 2000, che però, per fortuna, non è il “nu soul”, pasticciato e rappato, di alcune controparti dall’altra parte dell’Oceano,ma è più spirituale e raffinato, pur mantenendo la giusta dosa di carnalità, tipica del genere.

Il brano seguente, il primo singolo, uscito questa primavera, è l’incalzante e intrisa anche di commenti sociali sul mondo di oggi (ma anche di ieri), Black Man In A White World, che gira intorno al battito delle mani e al classico e ripetuto call & response vocale tipico del gospel, per poi inserire il soul raffinato e brillante del miglior Marvin Gaye, per uno dei rari brani mossi in un album che predilige la forma ballata, spesso maestosa, ma a tratti forse ripetitiva (e qui giovano gli ascolti ripetuti evocati prima per “digerire” meglio i contenuti del disco): Falling è di nuovo una elegante ballata, dove la solista di Kiwanuka sottolinea la complessa strumentazione utilizzata per circondare la voce evocativa del nostro. Place I Belong ha quei tocchi di funky-rock alla Curtis Mayfield (non lo avevamo citato?), tra inserti di wah-wah appena accennato e quelle atmosfere primi anni ’70, vagamente blaxploitation, sempre mid-tempo ma più mosso e ricchissimo nell’uso di una strumentazione quasi “lussuriosa”. La title-track è un’altra piccola perla di soul sinfonico, oltre sette minuti intrisi di una leggera vena psichedelica, sempre con voci, archi e percussioni in evidenza, ma anche chitarre acustiche e piano, con la voce di Kiwanuka che galleggia sul sofisticato accompagnamento strumentale, fino all’ingresso della solita lancinante e quasi acida solista del nostro che vivacizza la parte conclusiva del brano. One More Night ha qualche retrogusto caraibico, ma anche sprazzi soul genuini, grazie all’uso di un organo vintage, una ritmica più evidente e l’assenza degli archi, anche se forse è uno dei brani più “normali” https://www.youtube.com/watch?v=8fpSbCekzxU , mentre I’ll Never Love è di nuovo una ballata, più  malinconica e tersa, con una bella intensità e una grande interpretazione vocale di Michael, con il Moog, il Clavinet e il piano di Paul Butler  a sottolineare le similitudini con il primo album, più intimo e raccolto. Molto bella pure Rule The World https://www.youtube.com/watch?v=VTPCbmXX4Qw , giocata nella prima parte solo sul suono di una chitarra elettrica arpeggiata e sugli archi, fino all’ingresso del coro femminile e della sezione ritmica, per un brano che parte folk e diventa raffinato soul d’autore e non manca nel finale l’intervento della solista di Kiwanuka: canzone co-firmata, come altre sei presenti nell’album da Brian Burton, a.k.a. Modest Mouse.

Mancano gli ultimi due brani, Father’s Child giocata a tratti sul leggero falsetto del cantante, ma che nei suoi sette minuti riprende i temi sonori del Marvin Gaye dei primi anni ’70, arricchiti dai soliti pieni orchestrali, da raffinati particolari delle chitarre elettriche e del piano, da echi e voci di supporto che fanno da sfondo alla voce, in questa sorta di soul del nuovo millennio, che tanto ricorda però quello appena passato. Conclude il tutto, vedi titolo, The Final Frame, un bellissimo blues lento elettrico https://www.youtube.com/watch?v=u0YN1V1aKJI , intriso comunque però di “malinconie” soul, una ballata dove la chitarra di Kiwanuka ripercorre per certi versi, e fatte le dovute proporzioni, la strada di certi brani del grande B.B. King, anche se l’approccio e più morbido e mellifluo, più vicino a talune hard ballads di Gary Moore e senza dimenticare la lezione di Hendrix, cionondimeno si apprezza per la sua semplicità e la sua eleganza e chiude degnamente un disco che sulla distanza si conferma un passo in avanti rispetto al precedente Home Again. Ora lo aspettiamo alla difficile terza prova, perché, come diceva qualcuno, gli esami non finiscono mai!

Bruno Conti

Dite La Verità, Eravate Un Po’ Preoccupati ! Jerry Garcia & Merl Saunders – Garcia Live Vol. 6: Lion’s Share

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Jerry Garcia & Merl Saunders – Garcia Live Vol. 6: Lion’s Share, July 5th 1973 – ATO Records 3CD

Dite la verità, eravate preoccupati che da un po’ di tempo non ci si occupava dei Grateful Dead? Eccovi serviti: è infatti uscito da qualche settimana il sesto volume della serie Garcia Live, dedicato ai migliori concerti dell’ex leader del leggendario gruppo di San Francisco, Jerry Garcia, una collana di pubblicazioni che ha sostituito la precedente, denominata Pure Jerry (ma anche i Dead stanno per pubblicare l’ennesimo Dave’s Picks). Questa volta ci si è rivolti ad un concerto del 1973, annata molto attiva per il nostro, insieme al tastierista Merl Saunders, una serata tenutasi al Lion’s Share  (un piccolo club di San Anselmo, nella Bay Area) poco tempo prima dei mitici concerti che avrebbero poi dato vita al famoso Live At Keystone. La formazione è la stessa, con Jerry e Merl accompagnati dal fido John Kahn al basso e Bill Vitt alla batteria, ai quali nella seconda parte dell’esibizione si aggiungerà (ma, come vedremo, potevano anche farne a meno) un trombettista indicato sul libretto come “Mystery Guest”, ma che dovrebbe essere Martin Fierro, dato che poi si occuperà del medesimo strumento nei Legion Of Mary, futura backing band del Garcia solista. Il triplo CD, che presenta un suono decisamente spettacolare (come se fosse stato inciso la settimana scorsa) vede i due leader (ma Jerry lo è di più) spaziare come di consueto dal rock al blues all’errebi, fino al jazz ed alla jam pura, con brani al solito lunghi e dilatati, perlopiù cover di pezzi famosi ma anche oscuri, dato che Garcia senza i Dead amava sperimentare ed occuparsi ben raramente di canzoni scritte da lui.

La performance è scintillante, addirittura fantasmagorica nelle parti strumentali, con Jerry in forma assolutamente strepitosa e Saunders non da meno quando piazza le mani sui tasti dell’organo, lunghi brani suonati in maniera calda e liquida, che hanno l’unico tallone d’Achille nelle parti vocali; Garcia infatti, si sa, non è mai stato un grandissimo cantante, ma a seconda delle serate riusciva anche a cavarsela egregiamente: qui invece fa parecchia fatica, le stonature sono sempre in agguato, e Jerry questo lo capisce e cerca di non forzare più di tanto, con il risultato che le parti cantate abbassano di parecchio la tensione che si viene a creare quando il gruppo si limita a suonare. Altro tasto dolente, la presenza nella seconda metà del concerto di Fierro (o chi per esso), che con la sua tromba invadente e spesso fuori posto,  a mio parere, c’entra poco con il suono generale del quartetto, finisce per rischiare di rovinare delle parti strumentali che, con un cantante più in forma, avrebbero reso questo sesto volume uno dei più belli della serie. Ma anche così direi che l’acquisto può essere pienamente giustificato, in quanto di cantato complessivo non c’è poi molto, e lo stato di forma “chitarristico” di Garcia da solo può valere la spesa.

Il primo CD si apre con la nota After Midnight di J.J. Cale, più lenta di come la faceva Clapton e più nello stile del suo autore, e già si capisce che la serata è di quelle giuste, con Jerry che rilascia subito un assolo dei suoi, ben assecondato dall’organo “caldo” di Saunders, relegando quasi le strofe cantate ad un intermezzo obbligato. Someday Baby è un blues di Sam Hopkins (che Bob Dylan ha pubblicato su Modern Times cambiando solo qualche parola e firmandolo come suo), anch’esso rallentato, quasi spogliato delle sue caratteristiche originarie, ma con un’altra performance super del barbuto chitarrista, che riesce a far sua la canzone al 100%; She’s Got Charisma è un pezzo originale di Saunders, l’inizio è quasi bluesato, ma ben presto si trasforma in una sontuosa jam strumentale dove Jerry e Merl si affrontano ad armi pari, con momenti di psichedelia pura, diciotto minuti di godimento, che confluiscono in una That’s Alright Mama che di minuti ne dura tredici, in cui il noto successo scritto da Arthur Crudup (ma reso immortale da Elvis Presley) è solo un pretesto per le formidabili evoluzioni di Jerry. Il secondo dischetto si apre ancora con un brano di Merl, The System, un pezzo che non è certo un capolavoro (e Saunders come cantante non se la cava molto meglio di Jerry), ma l’abilità dei nostri nel trasformare in oro anche canzoni minori è impressionante, altri diciotto minuti di sballo strumentale. Il primo set di chiude con una concisa rilettura (“solo” sei minuti) di The Night They Drove Old Dixie Down di The Band, una delle grandi canzoni della nostra musica che nelle mani di Garcia e soci non può che scintillare luminosa, anche se Levon Helm la cantava cento volte meglio.

Dopo un break i nostri tornano sul palco insieme a Fierro (che si tratterrà fino alla fine), un’aggiunta che nelle intenzioni avrebbe dovuto dare più colore al suono, anche se a mio parere non ce n’era bisogno: I Second That Emotion (Smokey Robinson) è in versione decisamente calda e piena di ritmo, un suono corposo e denso e solita grande chitarra, mentre il classico di Rodgers & Hart My Funny Valentine è una scusa per altri venti minuti di suoni in totale libertà, al limite del free jazz, ma poi Jerry prende il sopravvento e stende tutti come al solito, anche se l’invadenza della tromba dopo un po’ diventa palese, mentre le cose vanno meglio con la più sintetica (ma sono pur sempre nove minuti) Finders Keepers, un classico nei concerti di Jerry e Merl (è dei Chairman Of The Board), con Jerry che sfodera un’altra prestazione da manuale in un brano che, se “de-trombizzato”, sarebbe stata ancora migliore. Il terzo CD inizia con l’ottima Money Honey di Jesse Stone, purtroppo inficiata dalla prova vocale insufficiente di Jerry, anche se la parte strumentale è come al solito sublime; Like A Road è una ballata delle meno note tra quelle scritte da Dan Penn (nello specifico insieme a Don Nix), un brano molto soulful e vibrante, anche per merito dell’organo, suonato con grande classe e pathos e cantato anche abbastanza bene (e la tromba qui tace). Poi, altri 27 minuti di jam che partono con un’improvvisazione chiamata Merl’s Tune, in cui si alternano momenti fantastici ad altri più cerebrali, e dove purtroppo Fierro fa il bello ed il cattivo tempo, per finire con la sempre splendida How Sweet It Is (To Be Loved By You) di Marvin Gaye, che Jerry ha spesso usato per chiudere i suoi concerti.

Un live dunque strumentalmente ineccepibile, con diversi momenti di pura poesia sonora, ma anche qualche difettuccio qua e là, che per fortuna però non compromette il giudizio finale che rimane assolutamente positivo.

Marco Verdi

Meno Bello Del Precedente, Ma Sempre Una Gran Voce! Matt Andersen – Honest Man

matt andersen honest man

Matt Andersen – High Romance – True North 

Di solito non mi cito, ma per questa volta farò una eccezione, di cui sarà chiara la ragione proseguendo nella lettura della recensione. Ecco ciò che dissi in occasione dell’uscita del precedente album Weightless… “ Se dovessi definire lo stile di questo ottimo musicista canadese mi riferirei a gente come John Hiatt, il primo Joe Cocker, il Clapton influenzato da Delaney & Bonnie, la Band. Tutta musica buona.” (qui potete leggere la recensione completa http://discoclub.myblog.it/2014/04/12/musica-peso-fate-caso-al-titolo-del-cd-matt-andersen-weightless/( E sottoscrivo tutto: solo che per l’occasione del nuovo album Honest Man, Matt Andersen si è affidato come produttore a Commissioner Gordon (all’anagrafe Gordon Williams), un veterano con un CV che vanta tra i suoi clienti la prima Amy Winehouse e l’ultima Joss Stone (forse non i migliori periodi per entrambe), ma anche nomi come Wyclef Jean, KRS-One, 50 Cent e Will Smith, oltre all’album di esordio di Lauryn Hill. Voi giustamente vi chiederete, e questo signore che ci azzecca con Matt Andersen? In teoria poco. Infatti, quando tutto contento mi accingevo all’ascolto di questo High Romance, dopo qualche brano mi sono chiesto, ma perché su una base di blues, soul, R&B, rock, c’è questa aggiunta “fastidiosa” e continua di drum programming?

Me lo sono chiesto soprattutto dopo il quarto brano, I’m Giving In, una splendida ballata, solo voce e piano, dove in un crescendo intenso ed emozionale Andersen poteva dare libero sfogo a tutta la sua potenza vocale, in un brano che si ricollegava integralmente alle emozioni del disco precedente. A quel punto sono andato a leggere le note del CD e di fianco a Gordon Williams ho trovato la scritta, drum programming, percussion, vocals, seguito però anche da una lista lunghissima di musicisti, perché nel disco suonano almeno tre chitarristi, di cui uno alla steel guitar, tre diversi batteristi, a seconda dei brani, tastieristi a profusione, oltre ad una cospicua sezione fiati e a molti vocalist di supporto. E allora perché quei suoni sintetici, come direbbero a Napoli, posti in coppa a tutto questo ben di Dio? Non lo so e non lo capisco completamente. Ciò nonostante l’album mi pare comunque buono, sorvolando su quei fastidiosi, per fortuna solo a tratti, inserimenti, le canzoni, tutte firmate da Matt Andersen con diversi partner, sono interessanti e nel finale del disco, gli ultimi tre brani, oltre a quello citato e a qualche altro momento in corso d’opera, ci fanno assistere alla rivincita del suono naturale su quello sintetico, con Last Surrender, una perla di puro deep southern soul da leccarsi le orecchie per la goduria https://www.youtube.com/watch?v=k7O7VcbZTRI , con qualche reminiscenza dei brani di Otis Redding o Percy Sledge, un travolgente rock come Who Are You Listening To? degno del miglior Clapton anni ’70, con influenze Delaney & Bonnie e ancora una ballata à la Joe Cocker o alla Hiatt, come la conclusiva, splendida One Good Song, con addirittura inserti di soul celtico van morrisoniano, grazie all’uso geniale di un whistle suonato da Darren McMullen, che nel disco suona anche banjo e bouzouki.

Molto bella anche Quiet Company, altro splendido brano,  in questo caso di atmosfera country, che scivola sulle note della pedal steel di Michael Flanders, con una serenità e una dolcezza invidiabili. Quindi almeno cinque brani di notevole caratura nell’album ci sono. Per il resto ci si può accontentare: per fare un parallelo, preferisco il Marvin Gaye del periodo Motown, ma un disco come Midnight Love, quello con Sexual Healing per intenderci, tutto drum machines ed elettronica, non mi dispiace per nulla. Diciamo che in questo High Romance rimaniamo in questi territori, anzi forse meno accentuati, però mi ero abituato alla produzione brillante di Steve Berlin per il precedente Weightless, dove c’erano anche tanto rock e blues, quindi adeguarsi ai suoni morbidi e suadenti, molto soul oriented, delle iniziali Break Away e The Gift, richiede un attimo di adattamento, ma la voce, sempre di grande fascino, di Matt Andersen indubbiamente aiuta  Non male anche il R&B della mossa Honest Man, prima di tuffarci nelle profonde emozioni della citata I’m Giving In. McMullen, oltre al brano ricordato, è impegnato a banjo e bouzouki in Let’s get back, altra ottima canzone, dove organo e un solo di trombone accentuano quella componente soul sudista. Infatti scorrendo le note si legge che alcuni brani sono stati registrati a Nashville, TN, altri a New York e in Canada, e uno persino in Giamaica, credo, dai ritmi reggae-soul, una comunque piacevole All The Way, che mi ricorda ancora il Marvin Gaye citato poc’anzi. In definitiva, nonostante gli inserti “moderni”, sarei comunque tentato di assegnare una mezza stelletta supplementare, quindi 3 e 1/2, o un sette, se preferite, a questo High Romance, perché alla distanza il disco regge bene.

Bruno Conti   

Segnali Di Vita Dal Passato. Lee Michaels – Heighty Hi The Best Of Lee Michaels

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Lee Michaels – Heighty Hi The Best Of Lee Michaels – Manifesto Records 

Il caso di Lee Michaels è diverso da quelli di molti artisti che periodicamente vengono “scoperti”, grazie alle ristampe di dischi di culto che magari ai tempi non avevano neppure avuto una circolazione adeguata o erano stati pubblicati a livello underground, o più spesso ancora si erano persi nei meandri dell’epoca d’oro del rock. Per questo signore la storia è diversa: nato a Los Angeles nel 1945, la sua carriera musicale inizia a metà anni ’60 quando si sposta poco più a nord, in quel di San Francisco e forma la sua prima band, i Sentinals, con Johny Barbata (futuro batterista di Turtles, Jefferson Airplane e Starship, nonché di CSN&Y), ma anche Joel Scott Hill poi con i Canned Heat, e Bob Mosley dei Moby Grape, a seguire arrivano i Family Tree con Bob Segarini, e nel 1967 firma un contratto come solista con la A&M. Ha fatto anche il sessionman come organista con Hendrix ed aveva come manager Matthew Katz, lo stesso di Jefferson Airplane, It’s A Beautiful Day e Moby Grape, quindi la possibilità di esibirsi in locali come l’Avalon Ballroom e il Fillmore West a fianco dei migliori musicisti californiani dell’epoca.

Il primo album, Carnival Of Life, uscirà per la A&M nel 1968, come pure i sei successivi, fino al doppio dal vivo del 1973, saranno per la stessa etichetta, entrando spesso nei Top 100 delle classifiche americane e producendo anche un singolo di successo come Do You Know What I Mean, giunto al 6° posto delle classifiche nel 1971 e un altro brano nei Top 40 come la cover di Can I Get A Witness di Marvin Gaye. Entrambi i brani si trovano in questa antologia della Manifesto che attraverso le sue venti canzoni ripercorre il periodo migliore di Michaels (che produrrà ancora tre album per la Columbia, salvo poi sparire completamente, aprendo un ristorante di successo a Marina Del Rey e un paio di timidi ritorni nel mondo della musica, tra il 1996 e il 2008, passati sotto silenzio). Anche a livello ristampe Lee Michaels non è stato trattato particolarmente bene: tre antologie pubblicate da Rhino e Shout, oltre ad una della One Way, che aveva ristampato anche i suoi singoli album, non in modo particolarmente brillante a livello sonoro e di contenuti, spariti in fretta https://www.youtube.com/watch?v=oCjgmM4ZUNs .

lee michaels complete a&m

Ora la Manifesto records oltre alla antologia di cui ci occupiamo ha pubblicato anche un sontuoso ( e costoso) box da 7 CD, The Complete A&M Album Collection, che raccoglie tutti gli album fino al 1973. Dicevo all’inizio che il caso di Michaels è diverso da quelli di altre ristampe, in quanto l’artista ai tempi vendeva parecchio, i suoi dischi avevano ottime critiche ed erano indubitabilmente piuttosto buoni tutti. Uno stile che oscillava tra il rock classico dei tempi e una vena che potremmo definire “Blue-eyed soul”, non diversa da quella di artisti come il Todd Rundgren del primo periodo, con la sua miscela di tastiere, piano e organo erano gli strumenti di Michaels, venati di rock anni ’70 (a tratti ricordando anche i primi Vanilla Fudge), pop melodico ma di ottima qualità, accenni psych e garage, e soprattutto molto soul bianco influenzato dalla Motown. I brani non sono in ordine cronologico, quindi si passa da uno stile all’altro dei diversi album, ma si apprezza comunque la qualità della musica: il rock-gospel, quasi alla Stephen Stills di Love The One You’re With, di Heighty Hi, con le sole tastiere e una batteria a tenere il tempo, oltre a dei coretti “neri”, il pop-rock gioioso di Do You Know What I Mean, con la bella voce di Michaels in evidenza, lo psych-rock di If I Lose You, con rare apparizioni di fiati e chitarre (si era agli inizi nel 1968) a fianco delle tastiere barocche di Lee.

La quasi classicheggiante The War (con echi dei Vanilla Fudge citati e continui florilegi di organo), la rara Goodbye, goodbye, una b-side d’epoca che evidenzia le influenze Motown. Hello, decisamente più rock e grintosa, Carnival Of Life, ricercata e acida, Uummm My Lady, una bella ballata pianistica, Keeps The Circle Turning, di nuovo quel gospel-rock che all’epoca funzionava, Thumbs, più complessa negli arrangiamenti, con chitarre acustiche ed elettriche a variare lo spettro sonoro, Can I Get A Witness, è il rock and soul che ci si potrebbe aspettare, mentre Hold On To Freedom  https://www.youtube.com/watch?v=PzgPhEclDh4 segnala la svolta più rock del disco del 1972 Space And First Takes,e Murder In My Heart (For The Judge) è una bella cover del pezzo dei Moby Grape, West Coast acida al punto giusto https://www.youtube.com/watch?v=059KzboKC_A . Sounding The Sleeping è rock con inserti classicheggianti, e Michaels non si fa mancare neppure una deviazione nel blues alla Al Kooper con Stormy Monday https://www.youtube.com/watch?v=rqWgSn45hIY  o nelle dolcezze di What Now America e No Part Of It, e di nuovo nello psych-rock della conclusiva Love https://www.youtube.com/watch?v=9FUk58acCT8 . Insomma non un genio ma un brillante musicista americano ingiustamente dimenticato dal tempo!

Bruno Conti

Novità Di Settembre Parte III. Marvin Gaye, Richard Hawley, Joe Ely, Mercury Rev, Dave Rawlings Machine

marvin gaye volume one

Ancora un paio di titoli in uscita l’11 settembre e poi passiamo a quelli del 18 settembre. Questo è un cofanetto molto interessante, già uscito mesi fa in versione vinile, contiene i primi sette album di Marvin Gaye, che verranno ristampati, sempre in LP, anche singolarmente. Si intitola Marvin Gaye Volume One 1961-1965 (e quindi fa presumere che si saranno dei seguiti con gli album successivi)  e conterrà i primi dischi usciti per la Tamla Motown:

THE SOULFUL MOODS OF MARVIN GAYE” (1961)
THAT STUBBORN KIND OF FELLOW” (1963)
“WHEN I’M ALONE I CRY” (1964)
“HELLO BROADWAY” (1964)
“TOGETHER” With MARY WELLS (1964)
“HOW SWEET IT IS TO BE LOVED BY YOU” (1965)
“A TRIBUTE TO THE GREAT NAT KING COLE” (1965)

Ovviamente distribuzione Universal e prezzo super speciale, dovrebbe costare una trentina di euro, poco più o poco meno.

richard hawley hollow meadows

Anche Richard Hawley, che ha militato per un breve periodo nei Pulp, pubblica il suo nuovo album, Hollow Meadows, decimo della serie contando anche un paio di mini e un live. L’etichetta è sempre la Parlophone distr. Warner, è stato registrato allo Yellow Arch Studio di Sheffield nella primavera del 2015 e contiene undici brani.Tra gli ospiti Martin Simpson, che suona slide e banjo in Long Time Down, Nancy Kerr, violino e viola in The World Looks Down, I Still Want You e Nothing Like A Friend, un brano ispirato dalla grande folksinger Norma Waterson, Heart of Oak e la partecipazione del vecchio amico Jarvis Cocker in Nothing Like A Friend.

Questo signore è veramente bravo e l’album promette bene.

joe ely panhandle rambler

Un altro signore che non ha bisogno di presentazioni è Joe Ely che pubblicherà il 18 settembre il suo nuovo album Panhandle Rambler su etichetta Rack’em Records. Ci sono poche informazioni sull’album al momento, vado sulla fiducia, anche se David Grissom che è tornato come chitarrista nell’ultimo tour americano non sarà nell’album, i solisti annunciati sono Lloyd Maines, Robbie Gjersoe e Jeff Plankenhorn , più Teye, Glenn Fukunaga al basso, Joel Guzman alla fisarmonica e sempre tra i musicisti anche Davis McLarty, Pat Manske, Warren Hood, questi i titoli delle canzoni:

01. Wounded Creek
02. Magdalene
03. Coyotes Are Howlin’
04. Where the Nights Are Cold
05. Early in the Morning
06. Southern Eyes
07. Four Ol’ Brokes
08. Wondering Where
09. Burden of Your Load
10. Here’s to the Weary
11. Cold Black Hammer
12. You Saved Me

Dave Marsh, che è uno di cui mi fido ha detto che l’album è un classico, e a giudicare dal brano d’apertura dovrebbe averci preso

mercury rev the light in you

Nuovo album anche per i Mercury Rev, titolo The Light In You, etichetta Bella Union, data di uscita sempre il 18 settembre. Non c’è più David Fridmann dietro alla console e quindi la band si autoproduce. Sono passati sette anni dal precedente disco, ma a giudicare da un paio di anticipazioni dal disco che ascoltate sotto, non sembrano avere perso il “tocco”-

dave rawlings machine nashville oboslete

Attribuito a Dave Rawlings Machine, questo nuovo Nashvile Obsolete, come si desume dalla copertina, vede anche la presenza di Gillian Welch, nonché di Paul Kowert (Punch Brothers) al basso, e Willie Watson,  ex Old Crow Medicine Show, alla voce e chitarra. Ospiti Brittany Haas (fiddle) e Jordan Tice (mandolino). Sono “solo” sette canzoni, ma niente paura non è un mini album. almeno a giudicare dalla durata dei brani:

1. The Weekend 5:29
2. Short Haired Woman Blues 6:43
3. The Trip 10:55
4. Bodysnatchers 5:56
5. The Last Pharaoh 3:37
6. Candy 4:10
7. Pilgrim (You Can’t Go Home) 7:57

Etichetta come al solito Acony Records e questa è una anticipazione live di un brano che sarà sul CD.

Questo è quanto ho fatto in tempo a preparare per oggi, il seguito nei prossimi giorni.

Bruno Conti

Sempre A Proposito Di Parenti! Murali Coryell – Restless Mind

muraly coryell restless mind

Murali Coryell – Restless Mind – Shake-It-Sugar Records

Larry Coryell è universalmente considerato uno dei più grandi chitarristi partoriti dal cosiddetto filone americano del jazz-rock, “gemello” di quanto faceva dall’altra parte dell’oceano, più o meno nello stesso periodo, John Mc Laughlin, con cui Larry (e Billy Cobham, Miroslav Vitous e Chick Corea) avrebbe collaborato nell’eccellente Spaces del 1970. Ma lasciamo stare il babbo e la sua copiosissima discografica e occupiamoci di uno dei figli, Murali Coryell, che ha invece abbracciato uno stile che sta a cavallo tra blues, soul, rock e R&B e giusto qualche piccola spruzzatina jazz: punti di riferimento citati BB King, ma anche Santana e Hendrix, a differenza del fratello Julian, anche lui chitarrista, ma più vicino allo stile del padre, col quale peraltro hanno entrambi collaborato nel disco del 2000 The Coryells.

the coryells larry coryell spaces

Il nostro amico non è un novellino ( anche se diciamo subito che non ha la classe e il carisma del padre), infatti  la sua discografia conta già poco meno di una decina di titoli. in circa venti anni di carriera, oltre ad un DVD dal vivo Adventures Live https://www.youtube.com/watch?v=KNcZs2qFM-E che è stato candidato ai Blues Music Awards del 2014 nella categoria Video, premio poi vinto dai Royal Southern Brotherhood con il loro Songs From The Road. Naturalmente anche il nostro amico ha dovuto imboccare la strada del prodotto autogestito, ormai quasi un obbligo per i musicisti indipendenti in questi tempi duri per l’industria discografica (purtroppo non solo per quella), quindi il disco non risulta di facilissima reperibilità, pure se in teoria è uscito da qualche mese. Non pensate ad una prova da super virtuoso dello strumento, per quanto Murali Coryell abbia un’ottima tecnica alla solista, ma avendo dalla sua una ottima voce (caratteristica non sempre presente tra i chitarristi, anzi raramente) privilegia la forma canzone, con brani che, come detto, spaziano tra rock, soul, blues e, quando vengono utilizzati i fiati, in un paio di brani, anche del sano, vecchio, R&B. Il disco cresce lentamente a livello qualitativo, i primi tre brani non sono memorabili, per quanto buoni, il funky-rock energico e grintoso di Waiting and Wasting Away, con la Fender del nostro che in ogni caso disegna linee soliste interessanti, ancora funky, più marcato, con qualche deriva jazzata, in Kiss Me First e lo stile più sognante e bluesy della raffinata title-track si lasciano apprezzare per la voce rauca e vissuta di Murali https://www.youtube.com/watch?v=RNcbKZnrgf8 , ben coadiuvato dalla sezione ritmica di Chris Alcaraz al basso e Ernie Durawa alla batteria, oltre ad un lavoro intrigante della solista che comincia a fare intravedere le sue qualità.

murali-coryell 1 murali coryell live

I’m so happy eleva la qualità, un brano all’apparenza semplice e perfino orecchiabile,  dove Coryell comincia a scaldare l’attrezzo con un bel solo fluido e di notevole tecnica. Sex Maniac, con l’utilizzo massiccio del wah-wah ha più di una influenza hendrixiana, mentre in Crime Of  Opportunity si lavora anche molto di tocco, senza raggiungere peraltro vette memorabili. Quando entrano i fiati in I Can’t Give You Up si va subito in trasferta in quel di Memphis e dintorni o comunque verso lidi deep soul e R&B, chitarrina choppata e sax e tromba che viaggiano all’unisono, la voce si fa più calda e suadente (una sorta di Huey Lewis più bluesato) e tutto funziona alla perfezione, come pure molto gradevole è la successiva Tag Along, altro ottimo esempio di blue-eyed soul (con assolo di entrambi gli addetti ai fiati ), per uno stile che mi pare si attagli alla perfezione al nostro figlio d’arte. I Need Someone To Love è un solido blues che giustifica la sua passione per il grande BB King, Lonely Eyes è una sorta di pop song con elementi latineggianti e country. Il rock si fa più grintoso e chitarristico nella tirata Everyday Is A Struggle, e qui la solista viaggia che è un piacere; la conclusione è affidata all’unica cover dell’album, una bella versione del sensuale classico di Marvin Gaye, Let’s Get It On, piacevole ma non memorabile, al di là del solito bel assolo della solista, giudizio che si può applicare a tutto l’album. Non indispensabile, ma ben suonato, per chi ama i chitarristi.

Bruno Conti   

Anteprima Johnny Lang – Fight For My Soul. Mah…!

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Jonny Lang – Fight For My Soul – Mascot/Provogue EU 03-09-2013 Concord Usa 17-09-2013

“Qualche eccesso di negritudine gratuita qui e là ma nell’insieme un bel disco dal vivo.” Così concludevo la mia recensione del Live At The Ryman, registrato nel 2009 e pubblicato nel 2010 dalla Concord/Universal (che rimane la sua etichetta negli States). un-giovane-di-talento-jonny-lang-live-at-the-ryman.html Potrei iniziare così questa recensione del nuovo Fight For My Soul, che sto scrivendo mentre impazza l’estate, ma il disco uscirà ai primi di settembre: così mi capita di leggere nel 99 % dei siti che se ne stanno occupando in questi giorni: “Sono passati sette anni dall’uscita del precedente album di studio Turn Around ma l’attesa è finalmente finita…eccetera eccetera” (in inglese naturalmente). Seguono una serie di ovvietà micidiali, non avendo ascoltato il disco bisogna affidarsi ai comunicati stampa! Qualcuno più avveduto si è informato presso lo stesso artista ed ha scoperto che la lunga attesa è dovuta anche al fatto che nel frattempo Jonny Lang ha provveduto ad allargare la famiglia con quattro figli, dicasi quattro, ma già dal 2010 l’album era in gestazione.

Lo stesso artista dichiara (e poteva essere diversamente?), tradotto in soldoni, che questo è il suo disco più bello di sempre, che è stato fantastico collaborare con Tommy Sims, che ha prodotto il nuovo album, che il disco sfugge a catalogazioni in questo o quel genere (ahia!) ma che i suoi complessi arrangiamenti, bellissime armonie vocali (ri-ahia!) e “l’espressivo” lavoro di chitarra lo rendono unico. Traduciamo: non è un disco di Blues, non è un disco di rock, non è, nonostante il titolo, un disco di soul, forse di “nu soul”, e ve lo dice uno che lo ha sentito bene, purtroppo. Ma chi è Tommy Sims? Nel suo CV troviamo che ha scritto Change The World con Clapton, brano che appare nella colonna sonora di Phenomenon con armonie vocali di Babyface, prima ancora era stato il bassista nella Other Band, quella che accompagnò Springsteen nel disgraziato tour del 1992-3 (sì, anche in MTV Plugged) ed in decine e centinaia di altre collaborazioni tra cui ci saranno sicuramente dei dischi che ho e mi piacciono. Anche a Jonny Lang il proprio disco sarà piaciuto, ma a “noi” non troppo! Per quanto mi sia sforzato di sentirlo più volte, mi risulta ogni volta difficile arrivare sino alla fine.

Ma sarò sicuramente io che mi sbaglio, gli appassionati di neo-soul (o nu soul) sicuramente troveranno motivi di apprezzare il disco, con le sue atmosfere anche complesse, che si rifanno al sound classico anni ’70 di Stevie Wonder e Marvin Gaye, e di recenti epigoni come Maxwell, D’Angelo, Erykah Badu e Lauryn Hill, o delle cose migliori di Alicia Keys, tutta gente assolutamente non disprezzabile. Anche Clapton ha cercato di fare degli album funky, ricchi di componenti di musica nera, anche nei musicisti, ma i risultati sono stati più spesso che no delle “ciofeghe”! L’unica cosa che si salvava erano gli assolo di chitarra e anche in questo Fight For My Soul sono forse l’unico elemento che mi sento di salvare. Il problema (se così lo vogliamo definire) è che non ce ne sono poi neanche molti, lui canta piuttosto bene, ha una bella voce e non la scopriamo in questo disco, ma gli arrangiamenti sintetici da “bland rock”, dove il Blues è un lontano ricordo, prevalgono, sembra uno di quei dischi poco riusciti che ultimamente faceva Robert Cray, tipo l’orribile This Time, fino alla rinascita con il recente Nothin’ But Love, spesso basta un buon produttore, ma Lang è ricaduto nei difetti che avevano afflitto la sua produzione dopo il 2000, suoni commerciali a scapito dei contenuti, prodotti ben confezionati ma che non sono appetibili né per gli amanti del rock, né del soul (quello buono), né tantomeno del blues(rock), come scontentare tutti in un colpo solo.

Come sempre il parere è strettamente personale ma mi risulta difficile salvare molti brani: forse l’iniziale Blew Up, dove quantomeno l’energia ha qualcosa delle vecchie collaborazioni tra Wonder e Jeff Beck, funky ma ben rifinita, anche se i coretti e il falsetto alla Prince non si reggono, la chitarra cerca di salvare il salvabile, ma è un fuoco di paglia. Che altro? La ritmata We Are The Same, che ricorda Stevie Wonder, ma quello non esaltante degli ultimi anni, interessanti cambi di tempo, coperti da arrangiamenti ridondanti ed esagerati e la “solita” chitarra che più di tanto, in mezzo a cotale modernità, non può fare. Forse anche la lunga ballata conclusiva I’ll Always Be, un tantino melodrammatica e sommersa dagli archi, redenta ancora una volta da un assolo pungente e reiterato nel finale. Nell’ambito della musica da classifica sarà anche un capolavoro ma io da Jonny Lang mi aspetto altro, per rimanere nell’ambito di vecchi ex ministri, visto che ne ho citato uno per la recensione del precedente live, come direbbe La Russa/Fiorello “è veramente brutto”! Speriamo per la prossima volta! Esce a settembre.

Bruno Conti

“Neri Dentro”! Jesse Dee – On My Mind/In My Heart

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Jesse Dee – On My Mind/In My Heart – Alligator

Questa recensione potrebbe appartenere a due rubriche (se esistessero): “E intanto la Alligator non sbaglia un colpo” e “Neri Dentro”. Per l’etichetta di Chicago si tratta dell’ennesimo disco centrato, in una sequenza di pubblicazioni che negli ultimi anni non hanno mai mancato l’obiettivo di divertire ed emozionare. Il divertire è uno degli scopi massimi di questo CD di Jesse Dee (il suo secondo, anche se in alcune discografie gliene attribuiscono un terzo, ma è di un omonimo canadese), soulman bianco di Boston, la patria della J.Geils Band e Peter Wolf, volendo rimanere nel genere “musica nera rivisitata”. Come il suo grande amico e sodale, con cui spesso divide il palcoscenico dal vivo, e che sta dall’altra parte dell’Oceano, ovvero James Hunter, Jesse Dee è un grande appassionato e cultore del soul, ma quello vero, Al Green, Otis Redding, Etta James, soprattutto Sam Cooke, ma anche il primo Marvin Gaye, i Temptations e lo stile più leggero e pop della prima Motown e mille altri che non citiamo ma si possono immaginare.

Già il precedente Bittersweet Batch pubblicato dalla Munich Records aveva lasciato intravedere il suo talento, che ora viene confermato da On My Mind/In My Heart, non parliamo di capolavori ma di dischi piacevolissimi da gustare, centellinare, mentre ascolti questo giovane che in un mondo musicale falso e plastificato è in grado di (ri)proporre una musica fresca e frizzante come quella dei suoi predecessori, senza la stessa classe, ovviamente indirizzata ai cultori del genere, ma che può essere apprezzata da tutti senza riserve, ti consoli delle brutture di molto cosidetto “nu soul” attuale. I brani sono tutti “originali” (almeno nel nome e nel contenuto, magari le melodie un po’ meno), firmati dallo stesso Jesse Dee, che si avvale di un gruppo di musicisti, probabilmente non molto conosciuti al di fuori della’area dello stato del Massachussetts (dove è stato registrato l’album), ma assolutamente validi e pertinenti allo stile che perseguono.

Undici brani che si muovono nei meandri del soul e del R&B con leggerezza estrema: dall’apertura ricca di fiati della title-track che tra organo e chitarrine ritmiche ficcanti permette al bravo Jesse di mettere in evidenza la sua voce vellutata e senza tempo, una partenza blue-eyed soul, magari non è un testifier alla Redding o alla Pickett, ma si capisce subito che è uno bravo, come conferma il ritmo alla Marvin Gaye primo periodo della funky No matter where I Am propulsa da un basso molto marcato o le belle melodie della dolce Fussin’ and Fightin’ dove aleggia lo spettro di Sam Cooke, ma anche il miglior Robert Cray in salsa soul potrebbe essere un riferimento. I Won’t forget about you ha quella andatura alla Temptations di The Way You Do The Things I Do, divertente e spensierata, sempre con i fiati in libertà. Ottima anche Tell Me (Before It’s Too late) già nel suo repertorio live da qualche anno, con retrogusto gospel e qualche prova di falsetto sempre gradita.

E che dire del coinvolgente duetto con Rachael Price (una bravissima giovane cantante dell’area di Boston, ma nativa del Tennessee, solista nei Lake Street Dive,  gruppo che vi consiglio), ha la spensieratezza dei duetti dell’epoca d’oro del soul e tutti e due i cantanti hanno quel quid inspiegabile nella voce che distingue i cavalli di razza dai ronzini. Anche in The Only Remedy sfoggia un falsetto in alternativa alla sua voce naturale arricchita da quel tocco di raucedine che fa soul dal primo ascolto, mentre la dolce ballata What’s A Boy Like Me To Do? ci riporta al Cooke più mellifluo e anche melismatico e vi assicuro che è un bel sentire, potrebbe ricordare anche i brani più melò della scomparsa Amy Winehouse. Sweet Tooth con la sua energia sixties potrebbe far parte del repertorio più scatenato del suo omologo James Hunter. Boundary Line è un sontuoso gospel soul alla Al Green, passione e grinta convogliati in una voce in grado di emozionare. E per finire una Stay Strong di nuovo sbarazzina come i singoli più spensierati di quel Sam Cooke che è un po’ il punto di riferimento irrinunciabile della musica di Jesse Dee, bianco fuori ma nero dentro. E la ricerca continua.

Bruno Conti