Un Poeta Dalle Melodie Intense, Prosegue Il Suo Cammino. Sam Baker – Land Of Doubt

sam baker land of doubt

Sam Baker – Land Of Doubt – Blue Limestone Records

Ci eravamo già occupati di Sam Baker alcuni anni fa in occasione dell’uscita di Say Grace (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/31/poesia-e-musica-per-un-grande-artista-minore-sam-baker-say-g/ , tralasciando i precedenti lavori Mercy (04), Pretty World (07), e Cotton (09), semplicemente perché ai tempi questo Blog non era ancora attivo, ma prontamente cerchiamo di rimediare parlando di questo suo nuovo quinto album in studio Land Of Doubt. Come al solito il buon Sam si avvale di un gruppo di eccellenti musicisti, guidati dal produttore Neilson Hubbard componente degli Orphan Brigade (già visto anche dalle parti di Matthew Ryan e della brava Garrison Starr *NDB E’ appena uscito un suo nuovo EP il 16 giugno, What If There Is No Destination, al solito di non facile reperibilità), l’eccellente chitarrista Will Kimbrough (Steve Earle, Todd Snider, Rodney Crowell, Mark Knopfler, tra i più noti dei suoi “clienti”), il trombettista Don Mitchell , e una intrigante sezione d’archi composta da David Henry e Eamon McLoughlin, per una decina di brani di pura poesia, intercalati da brevi ma intensi interludi musicali.

A Sam Baker bastano pochi tocchi di chitarra, come nell’iniziale Summer Wind, per cogliere subito il senso e la nostalgia di una musica malinconica, mentre nella seguente Same Kind Of Blue, si sente lo zampino di Hubbard, con un arrangiamento che richiama per certi versi il bellissimo Soundtrack To A Ghost Story degli Orphan Brigade, con la tromba di Don Mitchell in evidenza, per poi passare alle note pianistiche e romantiche di una intima Margaret, declamare con il cuore e la chitarra in mano una struggente Love Is Patient, che nello splendido finale si apre ad archi e violini, e alla nuda bellezza di una meravigliosa “elegia” che si riscontra nelle scarne note di Leave.

Dopo tante melodie intense si prosegue con la meravigliosa e coinvolgente The Feast Of Saint Valentine, dove in un crescendo di archi e violini, Sam Baker si ricorda di essere un cantautore “texano” (alla Townes Van Zandt), il che poi ci porta nelle braccia di un brano scritto a quattro mani con la grande Mary Gauthier Moses In The Reeds, dal bel ritmo cadenzato e intrigante; non manca il racconto del lamento di una “partenza”, nelle belle parole di Say The Right Words, impreziosita da una tromba jazz anni ’50, il sottile lavoro di una chitarra acustica che segue un bellissimo “riff” di pianoforte, nella tenue dolcezza di Peace Out, e giungere al termine della narrazione, con i suoni ruvidi e spettrali, ma efficaci, della conclusiva title track Land Of Doubt, con un finale memorabile che vede ancora coinvolta la tromba eccellente di Don Mitchell.

Con il suo stile particolare, una sorta di “cantar parlando” e le sue canzoni affascinanti e letterarie, Sam Baker non è un tipo molto conosciuto dai più, ed è un vero peccato in quanto nelle sue composizioni non ci sono una sillaba o una parola sprecata, un vero “storyteller” nato che, come già detto precedentemente, narra di storie e racconti personali con emozioni che sanno unire gioia e malinconia, passione e dolore, del resto non c’è bisogno di molto altro: un poeta, una chitarra e poco altro, un pugno di canzoni, che nelle mani e nel cuore di Sam Baker (come solo i grandi sanno fare), diventano memorabili. Nel mezzo di tanti dischi “insignificanti” che continuano ad uscire, Land Of Doubt  è un fiore che dopo ripetuti ascolti sicuramente rimarrà nel tempo, e perciò merita di essere cercato e colto, l’unico problema purtroppo,e sarebbe strano il contrario, è sapere come reperirlo, ma se fate un giro in rete, a fatica qualcosa si trova. Ne vale la pena, credetemi!

Tino Montanari

Due “Tipi” Diversi Che Dispensano Talento E Romantiche Emozioni! Ben Glover – The Emigrant/Ed Harcourt – Furnaces

*NDB. Dopo una assenza di qualche mese torna a collaborare con il Blog Tino Montanari, che riparte con una doppia recensione.

ben glover the emigrant

Ben Glover – The Emigrant – Appaloosa Records/I.R.D.

Ed Harcourt – Furnaces – Caroline/Universal

I più attenti lettori di questo “blog” ricorderanno sicuramente che di questo giovanotto, Ben Glover, abbiamo parlato bene in occasione dell’uscita di Atlantic http://discoclub.myblog.it/2014/11/15/vita-musicale-divisa-belfast-nashville-ben-glover-atlantic/ , ne abbiamo riparlato. ancora meglio, per il progetto Orphan Brigade, con lo splendido Soundtrack To A Ghost Story http://discoclub.myblog.it/2016/01/12/recuperi-inizio-anno-6-delle-sorprese-fine-2015-orphan-brigade-soundtrack-to-ghost-story/ , e ora puntualmente mi accingo a parlare positivamente anche di questo nuovo lavoro The Emigrant (il suo sesto album da solista e dal tema più che mai attuale), composto da dieci brani: suddivisi tra pezzi folk tradizionali, e canzoni composte per l’occasione insieme ad autori come la grande Mary Gauthier, Gretchen Peters, e Tony Kerr.

Con la co-produzione del collega e polistrumentista Neilson Hubbard al basso, percussioni e piano (membro anche lui degli Orphan Brigade), Ben Glover riunisce negli studi Mr.Lemons di Nashville ottimi musicisti fidati, tra i quali Eamon McLoughlin alle chitarre, Dan Mitchell e John McCullough al pianoforte, Skip Cleavinger al violino, Colm McClean alle chitarre acustiche, Conor McCreanor al basso, rispettando musicalmente (come negli album precedenti) le proprie radici irlandesi, impiantate da parecchio tempo nella città di Nashville, dove vive e lavora ormai da sette anni.

L’apertura di questo moderno “concept-album” è rappresentata da un brano folk tradizionale come The Parting Glass (Il Bicchiere Della Staffa), dove un seducente violino accompagna la voce calda e rabbiosa di Ben, a cui fanno seguito la ballata scritta a quattro mani con Tony Kerr A Song Of Home, la pianistica e sofferta tittle-track The Emigrant che vede co-autrice la brava Gretchen Peters per poi tornare ancora ad un famoso brano tradizionale la bellissima Moonshiner (cantata in passato anche da Dylan, ma vi consiglio di ascoltare la versione dei Say Zuzu  dall’album Bull) https://www.youtube.com/watch?v=vaAW1XgROZs , e omaggiare Ralph McTell con una efficace cover di From Clare To Here. Il viaggio riparte letteralmente “con il cuore in mano” di una melodia tipicamente irlandese scritta con Mary Gauthier Heart In My Hand, dove imperversa lo struggente violino di Skip Cleavinger, proseguire con un altro brano di area celtica The Auld Triangle firmato da Brendan Behan, la breve Dreamers, Strangers, Pilgrims, rispolverare un brano del famoso cantautore australiano di origini scozzesi Eric Bogle And The Band Played Waltzing Matilda (una canzone struggente da Pub Irlandese, rivisitata anche dai Pogues, June Tabor, Dubliners, Christy Moore, Joan Baez e moltissimi altri), e andare a chiudere con una visione poetica della sua terra con il tradizionale The Green Glens Of Antrim. Commovente!

ed harcourt furnaces

Ed Harcourt (per chi scrive), è sicuramente uno dei migliori cantautori della scena inglese apparsi negli ultimi anni, fin dall’esordio con Here Be Monster (01). Questo Furnaces è l’ottavo album di Harcourt (compreso l’ottimo mini CD Time Of Dust (14), a distanza di tre anni dall’album solo piano e voce Back Into The Woods (13) http://discoclub.myblog.it/2013/03/29/piano-songs-confidenziali-ed-harcourt-back-into-the-woods/ , con dodici tracce sonore mai cosi ricche e pulsanti, e il merito è sicuramente nella produzione del “mago del suono” Mark Ellis (meglio conosciuto con lo pseudonimo di Flood), una “personcina” che nella sua carriera ha collaborato con artisti di vaglia come i Depeche Mode, Nick Cave, U2, e anche il nostro Lucio Battisti per l’album Images, come fonico.

Diciamo subito che tutte le canzoni sono concepite come se a suonarle fosse una band, con Ed che ha suonato di tutto, dal suo amato pianoforte, al basso, batteria, synth e chitarre acustiche, aiutato da valenti musicisti (e amici) quali Stella Mozgawa delle Warpaint, il percussionista Michael Blair (del giro di Tom Waits), il bassista Tom Herbert, e la cantante Hannah Lou Clark alle armonie vocali, a certificare un lavoro vario e importante.

Fin dall’introduzione che sembra un brano uscito dai solchi di Michah P.Hinson, si capisce cosa si va ad ascoltare, e la successiva e maestosa The World Is On Fire ne è la conferma, seguita da Loup Garou dalla ritmica insistita, la title track Furnaces, ariosa con grande uso di archi, passando per il blues moderno e elettronico di Occupational Hazard, e la intrigante, scarna e sensuale Nothing But A Bad Trip.

Il “nuovo corso” del cantautore britannico, riparte con l’indolente e meravigliosa ballata You Give Me More Than Love, con la tambureggiante Dionysus, la sincopata There Is A Light Below, per poi passare alle atmosfere care ai migliori Arcade Fire con Last Of Your Kind, andando a chiudere con una Immoral dall’arrangiamento cinematografico, e i titoli di coda di una carezzevole Antarctica.

Ho l’impressione che questo lavoro di cantautorato “indie”, sia una svolta per la carriera di questo bravissimo instancabile polistrumentista (recentemente ha collaborato con Marianne Faithfull per lo splendido Live No Exit http://discoclub.myblog.it/2016/10/06/unaltra-splendida-quasi-settantenne-marianne-faithfull-exit/ e Sophie Ellis-Bextor, qui approvo meno), depositario di un “songwriting” elaborato ma affascinante e coinvolgente, e Furnaces lo testimonia con una musicalità varia e curata in ogni sfumatura, che forse necessita di ascolti ripetuti, ma il risultato credetemi è coinvolgente ed emozionante e merita una doverosa e meritoria attenzione. Camaleontico!

Tino Montanari

Degna Figlia Di Tanto Padre! Amy Helm – Didn’t It Rain

amy helm didn't it rain

Amy Helm – Didn’t It Rain – Entertainment One

Amy Helm (come è stato ricordato moltissime volte, ma ripetiamolo) è la figlia di Levon Helm e Libby Titus, due artisti e cantanti: uno, tra i più grandi prodotti dalla scena musicale americana, batterista e cantante con The Band, poi solista per lunghi anni, l’altra, meno nota, ha pubblicato un paio di dischi interessanti, entrambi omonimi, usciti nel ’68 e ’77, ma è famosa anche per essere stata, dopo la fine della storia con Helm, la compagna per qualche anno di Mac Rebennack Dr. John ed in seguito di Donald Fagen, che ha sposato nel 1993, dopo una breve convivenza. Quindi la musica ha sempre avuto una parte rilevante nella vita di Amy, nata nel 1970, negli anni migliori della carriera di Levon, ma poi cresciuta a contatto con alcuni musicisti tra i più geniali della storia del rock. Senza andarne a ricordare le carriere si direbbe che la loro influenza, soprattutto quella di Levon Helm, con cui Amy ha a lungo collaborato, soprattutto negli ultimi anni di vita del babbo, sia stata fondamentale nello sviluppo di un proprio percorso musicale: prima con le Ollabelle, grande piccola band, autrice di quattro piccoli gioellini sonori nella prima decade degli anni ’00, http://discoclub.myblog.it/2011/09/01/forse-non-imprescindibile-ma-sicuramente-molto-bello-ollabel/, poi, ma anche contemporaneamente, nelle varie formazioni del padre, Levon Helm Band, Dirt Farmer Band, Midnight Ramble Band, oltre ad una quantità di collaborazioni impressionanti con i migliori musicisti del settore roots, le più recenti con The Word, Larry Campbell e Teresa Williams, ma in precedenza anche con Rosanne Cash, David Bromberg, Blackie And The Rodeo Kings e mille altri, fino a risalire a Kamakiriad, il disco di Donald Fagen del 1993, la prima partecipazione importante, anche se il suo CV vanta puree la presenza, all’età di 10 anni, nel disco per bambini In Harmony dei Sesame Street, dove però erano coinvolti, oltre alla mamma Libby, Carly Simon James Taylor, Linda Ronstadt, Bette Midler, i Doobie Brothers.

Come la stessa Helm ha ricordato in una intervista, negli anni ’80 (un periodo in cui la musica di suo padre era stata quasi dimenticata) la giovane Amy ascoltava Lisa Lisa Cult Jam, Cameo e i Run D.M.C., anche se il padre le aveva già fatto conoscere la musica di Ray Charles e Muddy Waters, fino alla seconda metà degli anni ottanta non aveva mai sentito per intero un disco della Band finché la madre non le diede una cassetta di Music From Big Pink, che, nei continui ascolti sul bus che la portava al college di New York dove studiava, le cambiò la vita. Saltando di palo in frasca, dopo la morte di Levon, avvenuta nel 2012, la Helm è diventata anche la curatrice, con la collaborazione di Larry Campbell, degli studi di The Barn, sulle Catskill Mountains, il mitico luogo dove si svolgevano (e tuttora si svolgono) le leggendarie Midnight Rambles, l’ultima avvenuta nella primavera di quest’anno, pochi giorni dopo la scomparsa del cane di Levon, chiamato “Muddy”, in onore di voi sapete chi. Ma negli anni dal 2010, quando uscì l’ultimo disco delle Ollabelle, Amy Helm ha anche iniziato la registrazione del suo primo disco come solista, nei primi tempi ancora con la presenza di Levon Helm (alla batteria in tre pezzi dell’album) che gentilmente le concedeva grauitamente l’uso dei propri studi, e poi con l’aiuto del suo nuovo gruppo, gli Handsome Strangers, con i quali ha re-inciso parte dei brani contenuti in Didn’t It Rain, per ultilizzare la notevole bravura di questi musicisti (dal vivo sono bravissimi, come potete constatare nei vari video inseriti nel Post). Naturalmente i musicisti di talento si sprecano in questo CD, da Byron Isaacs, polistrumentista e produttore del disco, nonché compagno di avventura già negli Ollabelle, a Bill Payne e John Medeski alle tastiere, Larry Campbell, Chris Masterson e Jim Weider alle chitarre, Daniel Littleton, anche lui chitarrista di gran classe, e David Berger alla batteria, che sono gli Handsome Strangers, oltre alle armonie vocali di Allison Moorer, Elizabeth Mitchell e Teresa Williams, per non citare che alcuni dei tantissimi musicisti che hanno contribuito alla riuscita di questo album.

Che, diciamolo subito, è molto bello; a livello qualitativo siamo dalle parti delle ultime prove di Rosanne Cash o Lucinda Williams, forse un filo inferiore, ma di poco. Dodici brani, firmati per buona parte dalla stessa Amy Helm, in collaborazione con Isaacs e, in un paio, Littleton, più quattro cover, magari non celeberrime, ma di grande fascino, di cui tra un attimo. Diciamo che si è presa i suoi tempi per arrivare a questo esordio solista, pubblicato a 44 anni, tra la famiglia, la morte del padre, i suoi impegni vari, ma nei cinque anni durante i quali Didn’t It Rain ha avuto la sua genesi ha lavorato con impegno per creare un disco che rimarrà nei cuori degli ascoltatori per il giusto tempo. L’apertura è affidata alla title-track, un gospel traditional sui diritti civili che era nel repertorio sia di Mahalia Jackson quanto di Mavis Staples (con cui la Helm ha diviso recentemente i palchi, in un tour che vedeva anche la presenza di Patty Griffin, che detto per inciso pubblicherà il suo nuovo album a fine settembre), un brano intenso, riarrangiato per suonare come un funky alla Meters, comunque con quel sapore di Louisiana che ogni tanto pervadeva anche l’opera del babbo, lei canta con voce limpida e pimpante, i musicisti ci mettono la giusta anima gospel soul e la partenza è subito scintillante, con il call and response con le vocalist ospiti, le chitarre taglienti e il groove di basso e batteria a sottolineare il tessuto sonoro del brano. Rescue Me è una bellissima ballata mid-tempo, una classica canzone da cantautrice, un potenziale singolo, con una melodia memorabilizzabile e un arrangiamento di gran classe, con tastiere, soprattutto il piano, e chitarre che girano leggiadre intorno alle voce della Helm.

Good News è un vecchio pezzo di Sam Cooke che ha perso l’Ain’t That del titolo originale, ma non lo spirito nero del brano, anche se in questa versione viene accentuata la componente blues che si allaccia allo spirito gospel dell’originale, con chitarre acustiche e slide, qualche percussione e la voce di Amy protagonista assoluta del brano. Deep Water è un delicato pezzo folk corale, di stampo prevalentemente acustico, con le solite ottime armonie vocali che rimandano al sound tipico Ollabelle, mentre Spend Our Last Dime, con il count off della voce spezzata di Levon Helm e il suo tocco inconfondibile alla batteria, è un bellissimo valzerone semi-country, scritto da Martha Scanlan, una bravissima cantautrice di cui vi consiglio di recuperare i pochi album che ha fatto, atmosfera vicina alle ultime prove rootsy di Rosanne Cash, altra figlia d’arte https://www.youtube.com/watch?v=SOLjBToKPmo . Chitarra con riverbero, batteria dal suono secco, basso che pompa, un organo avvolgente, penso opera di John Medeski (ma potrebbe anche essere Bill Payne) puro sound Memphis epoca Muscle Shoals per una deliziosa The Sky’s Falling https://www.youtube.com/watch?v=yEaQ-Qk6kcY . Bellissima anche Gentling Me, una canzone che porta la firma di Mary Gauthier e Beth Nielsen Chapman, dolce e sognante, una boccata di freschezza gentile, come evoca il titolo, nuovamente atmosfere folk per un brano che è puro piacere sonoro.

Roll Away ha una costruzione sonora più raffinata, blue-eyed soul di quello “serio”, con tastiere, chitarre e ritmica che permettono alla voce della Helm quasi di galleggiare su un costrutto sonoro jazz&soul degno delle grandi cantautrici degli anni ’70; per non parlare di un’altra ballata sontuosa come Sing To Me https://www.youtube.com/watch?v=yguKCcaQHYU  o di Roll The Stone, dove il banjo di Isaacs si sposa con l’organo alla Garth Hudson di John Medeski, piano e chitarra quasi telepatici con la sezione ritmica, per un altro tuffo nel deep soul gospel che tanto caro era a Levon Helm, curato fino nei minimi particolari sonori anche grazie al tocco gospel della batteria dei cantanti ospiti. E non è finita, Heat Lightning, ancora con Levon alla batteria, viaggia a tempo di rockabilly, con chitarre twangy e atmosfere country alla Band dietro l’angolo, mentre per la conclusiva Wild Girl, il chitarrista Daniel Littleton alza il riverbero della sua elettrica al massimo per creare un doveroso contrappunto ad una sofferta prestazione vocale in solitaria della brava Amy Helm, giusta conclusione per un album che conferma la classe di questa outsider di gran lusso, che forse non arriverà mai ai livelli del padre, ma quantomeno ci prova!

Bruno Conti

Una “Voce” E Una Leggenda Della Musica Soul ! Bettye LaVette – Worthy

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Bettye LaVette – Worthy – Cherry Red Records – Deluxe Edition CD + DVD

Chi non conosce Aretha Franklin, Etta James, Ann Peebles, Mavis Staples (le prime che mi vengono in mente)? Troppo facile. Ma chi conosce invece Bettye Lavette?. Con oltre mezzo secolo di carriera alle spalle, su Betty Haskins (vero nome all’anagrafe) si potrebbero scrivere molte pagine per descrivere questa meravigliosa cantante soul, un’artista decisamente affascinante e importante nella cultura soul, che solo nell’ultimo decennio è tornata in auge (purtroppo era rimasta in sordina per troppo tempo), dedicandosi da qualche anno in qua a rileggere le canzoni altrui. Bettye, purtroppo, ha un percorso artistico travagliato tra i primi anni ’60 e i primi ’80, cambiando varie etichette, con incisioni per Atlantic, Calla, Karen, Silver Fox, Epic e Motown, comunque riuscendo ugualmente a lasciare i segni della sua classe con brani come Let Me Down Easy, Your Turn To Cry, Souvenirs e  He Made A Woman Out Of Me, creandosi nel tempo un seguito di fans da cantante di “culto”.

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Poi, dopo il bellissimo live Let Me Down Easy (00), in contemporanea all’ottimo Souvenirs (un album del ’73 che viene ristampato con l’aggiunta di altre incisioni ritrovate nel frattempo), viene riportata alla sua migliore dimensione qualitativa, prima con A Woman Like Me (03), e al passo coi tempi, da I’ve Got My Own Hell To Raise (05) prodotto dal grande Joe Henry, con una decina di cover tutte di autrici femminili (Sinead O’Connor, Lucinda Williams, Sharon Robinson, Aimee Mann, Rosanne Cash, Joan Armatrading, Dolly Parton, Fiona Apple), con arrangiamenti particolarmente originali e una “voce” sempre in splendida forma. Dopo il ritrovato successo Bettye incide The Scene Of The Crime (07) con una band come i Drive-By Truckers alle spalle, con brani soul potenti e blues elettrici, a cui farà seguito un viaggio sonoro attraverso brani che hanno fatto la storia del rock inglese Interpretations: The British Rock Songbook (10), con canzoni di Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Pink Floyd, Who, Elton John (solo per citarne alcuni), celebrando infine i 50 anni di carriera musicale con la pubblicazione di Thankful ‘N’ Thoughful (12), una selezione di brani contemporanei, scritti da Bob Dylan, Tom Waits, Neil Young, Patty Griffin, (e la versione di Dirty Old Town dei Pogues, che da sola, vale il disco).

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Questo ultimo lavoro Worthy ripropone, dopo dieci anni, l’accoppiata vincente con Joe Henry (un vero Re Mida della produzione), perfettamente coadiuvato dal magnifico gruppo di musicisti che accompagnano da tempo il cantautore del North Carolina, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Chris Bruce al basso, Patrick Warren alle tastiere e il chitarrista Doyle Bramball II, con il contributo al sax (baritono e tenore) di Ben Chapoteau e di Levon Henry (il figlio di Joe), con un repertorio che va a pescare fra i brani meno noti, tra gli altri, nuovamente, di Dylan, Beatles e Rolling Stones.

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Si parte con il piano che accompagna un irriconoscibile brano di Dylan, Unbelievable (pescato da Under The Red Sky), per passare ai ritmi Motown di una When I Was A Young Girl, ad un classico di Mickey Newbury come Bless Us All rifatto in chiave blues, omaggiare il produttore rivisitando la sua Stop (dall’album Scar) con una bella sezione fiati in evidenza, ed a una inaspettata cover di un brano degli Over The Rhine Undamned, suonata e cantata come fosse per i clienti di un Bar di Casablanca. Le sorprese proseguono con una poco conosciuta Complicated del duo Jagger/Richards (per chi non lo ricordasse era in Between The Buttons), una sofferta ballata di Randall Bramblett Where A Life Goes, per poi passare ad una spettacolare versione di un brano dal titolo chilometrico, Just Between You And Me And The Wall, You’re A Fool, meritoriamente ripescata dal repertorio di un grande gruppo come gli Amazing Rhythm Aces , mentre con Wait dell’accoppiata Lennon/McCartney,  Bettye riesce a trasformare una canzone dei Beatles (da Rubber Soul), in una chaive soul, cosa che non a molti è riuscita con successo. La chiusura di un lavoro magnifico è affidata alla classica soul-ballad Step Away, della semisconosciuta e brava Christine Santelli http://www.christinesantelli.com/, e alla title track Worthy presa dal repertorio più recente della Mary Gauthier, (scritta in collaborazione con un’altra brava cantautrice come Beth Nielsen Chapman).

La carriera di Bettye LaVette (per chi scrive) è una serie di piccoli eventi, il tempo per fermarsi ad ascoltare una delle più belle voci della “black music” si trova sempre, e in questo Worthy una manciata di cover (a volte anche apparentemente lontane dal suo genere), vengono riportate a nuova vita da questa quasi settantenne, che ci mette anima e corpo, sangue e passione, al punto che viene il sospetto che i vari autori che hanno scritto il materiale, abbiano scritto quelle canzoni “solo” per lei. Betty Haskins LaVette ha quindi trovato negli ultimi dieci anni, tutto il riconoscimento che le era mancato da giovane “soulsinger”, e Worthy non fa altro che testimoniare il grande valore di questa straordinaria artista, sperando che contribuisca ulteriormente a darle la notorietà internazionale che merita. Toccante !

NDT: Il DVD contiene un’ora e mezza di “performances” live, registrate a Londra al The Jazz Cafè il 15 Luglio del 2014, dove questa “arzilla” signora ripercorre il suo classico repertorio. Da vedere e sentire, questi i brani contenuti nel video:

The Word
Everything Is Broken
Your Time To Cry 
https://www.youtube.com/watch?v=GElWMUWj2_w
They Call It Love
Joy
Heart Of Gold
Don’t Let Me Be Misunderstood
Either Way We Lose
Blackbird
My Man – He’s A Loving Man
Like A Rock
Heaven (The Closest I’ll Get)
Sleep To Dream
I Do Not Want What I Haven’t Go

Tino Montanari

Ex Peccatore Convertito Al Grande Gospel Soul! Mike Farris – Shine For All The People

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Mike Farris – Shine For All The People – Compass Records

Mike Farris, nella prima parte della sua carriera (e vita), è stata l’epitome perfetta del motto “Sesso, droga e rock&roll” (e anche un po’ di alcol). Proveniente da una famiglia dove i genitori hanno divorziato quando Mike aveva 11 anni, Farris ha iniziato a fare uso di droghe e alcol sin da giovanissimo, già prima dei 21 anni ha rischiato di morire per una overdose. Della quota sesso non vi è contezza, ma si dà per presunta, e del R&R vi garantisco io e la sua carriera con gli Screamin’ Cheetah Wheelies, grande band di southern-boogie-rock  https://www.youtube.com/watch?v=5bomaGmvY4M da Nashville,Tennessee, autrice di una manciata di album a cavallo tra gli anni ’90 e gli inizi dei Noughties, un paio su Capricorn, degni eredi di quella sequenza di gruppi che dagli Allman e Lynyrd Skynyrd arriva fino ai Black Crowes https://www.youtube.com/watch?v=EFvGJdB21Lw : ma oggi non parliamo di loro, però se vi capita tra le mani qualche disco degli SCW non lasciatevelo sfuggire.

https://www.youtube.com/watch?v=4GfzrbmJe_8 .

 

Farris era già un gran cantante rock, ma dopo la conversione alla musica gospel-soul-errebì, le sue doti vocali si sono vieppiù affinate inserendolo in quella ristretta cerchia di vocalist che sono bianchi di pelle ma “neri” nell’anima (inteso nel miglior modo possibile) https://www.youtube.com/watch?v=AQGnCnUpNE8 . Un modo di cantare e una voce che hanno sollecitato paragoni con i grandi della musica soul, da Al Green a Wilson Pickett, ma aggiungerei io, anche Sam Cooke e a tratti, tra i “neri bianchi”, Stevie Winwood, quindi di rimando anche Ray Charles. I due CD che vedete effigiati qui sopra sono forse i più significativi della sua discografia (ma anche il primo del 2002 e l’EP con ospiti del 2010 sono da avere): senza dimenticare che molti suoi colleghi ne hanno cantato le preci in modo inequivoco, da Buddy Miller a Marty Stuart, Rodney Crowell e Patty Griffin, tutti si sono dichiarati entusiasti di lui, oltre a gran parte della critica musicale americana, e “last but non least”, Mary Gauthier ha detto di lui “Out of the arms of defeat Mike Farris has done a victory lap…He takes people who are hurting, who are broken, who think they are alone and through just the sound of his voice he lets them know that they’re not…that’s magic.”, parole che non hanno bisogno di traduzione e rendono alla perfezione lo spirito della musica di questo grande artista. Farris, per ricambiare, ha inserito in questo Shine For All The People una versione stellare di Mercy Now, brano della stessa Gauthier che è già bellissimo di suo, ma in questa veste, attraverso un crescendo glorioso, è una perla senza prezzo in un album che è comunque di qualità assai elevata https://www.youtube.com/watch?v=Qt8wiGInALs .

 

Il nostro amico è un cantante gospel, un soul singer, uno shouter, un grande interprete ma anche valido autore, con una musica che fonde il meglio del soul della Stax, il gospel e lo spiritual più ruspanti degli Staple Singers, unendolo a elementi di blues e di rock, della musica di New Orleans e del funky più genuino di Sly & Family Stone, il tutto accompagnato da una pattuglia di ottimi musicisti, con organo Hammond B3, fiati, massicce dosi di cori femminili, chitarre e ritmiche spesso in frenetica eccitazione che fanno sì che sia impossibile non apprezzare questa musica, di per sè nulla di nuovo o innovativo, ma nello stesso tempo senza limiti temporali nella sua ineluttabile piacevolezza https://www.youtube.com/watch?v=sTUD8TX2__I . Sono dieci brani, uno più bello dell’altro (quasi tutti già da tempo nel repertorio live di Farris), partendo dalla cover di un vecchio brano blues di Blind Willie McTell, River Jordan che diventa una sarabanda di colori, con i fiati che evocano un intreccio tra la musica cubana e quella di St. Louis, una delle culle del jazz, cantata da Farris con una voce che a chi scrive, in questo brano, ricorda moltissimo un incrocio tra Al Green e il primo Stevie Winwood, quello dello Spencer Davis Group per intenderci, innamorato del soul e di Ray Charles, tra chitarre elettriche risonanti, massicce dosi di fiati, coriste e coristi non infoiati (perché non si addice al genere) ma infervorati a cantare le lodi del signore, poi parte un assolo di tromba da sballo, seguito da un clarinetto discreto e da un organo insinuante e si gode ancora di più. Jonah And The Whale è un altro vecchio classico blues di JB Lenoir https://www.youtube.com/watch?v=s-NskUFg-2Y , ma qui sulle ali di fantastico call and response tra Farris e le McCrary Sisters sembra una traccia perduta di qualche vecchio vinile di Aretha Franklin, tutto ritmo e dondolio di strumenti.

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Lo shout di Sparrow parte come uno dei vecchi 45 giri di Wilson Pickett ma poi diventa progressivamente uno spiritual, un gospel, un brano di dixieland, tra fiati e “pianini”e le solite coriste incredibili. Sulle note solitarie di un organo, Paul Brown, quello di Al Green https://www.youtube.com/watch?v=BN-F86Ha9iY, e di una chitarra, parte poi quella meraviglia che si chiama Mercy Now, con Farris che sembra il primo Sam Cooke (periodo Soul Stirrers) https://www.youtube.com/watch?v=7vEB93i0K3s  ma anche il Marvin Gaye più riflessivo e meno carnale, mentre entrano di volta in volta, archi e fiati, le voci di supporto, e il ritmo della canzone prende un crescendo inarrestabile, diventando una delizia senza tempo della buona musica https://www.youtube.com/watch?v=kPOC-RC3j3Q (ve ne ho messo tre diverse versioni in video) . Difficile fare meglio, però anche il resto delle canzoni non delude le nostre attese. Real Fine Day, scritta da Farris, non ha nulla da invidiare agli altri brani, più uptempo e vicino al soul, con tocchi eccellenti della chitarra di Kenny Vaughn, schioccare di dita a tenere il tempo, la solita patina gospel che si dipana in tutti i brani, la voce è sempre eccellente e trascinante. Così pure in The Lord Will Make A Way Somehow, con un piano saltellante che supporta il solito organo e dà al brano una atmosfera sonora che sta a cavallo tra Winwood, Ray Charles e lo Stevie Wonder migliore dei primi 70’s, con intermezzo ritmico-vocale-percussionistico e Farris che si lancia in qualche ardito falsetto, incitato dal suo eccellente ensemble di strumentisti e cantanti che lo attizza alla grande https://www.youtube.com/watch?v=pVwed2n1Pmg .

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Ottimo anche l’altro originale firmato da Farris, Power Of Love (che non è quella di Huey Lewis, nè quella di Celine Dion, che peraltro avevano un The davanti) https://www.youtube.com/watch?v=sCezQBmbkwo : questo brano non ha articoli determinativi, ma un attacco blues chitarra-organo, una andatura alla Creedence swampy in trasferta a New Orleans, poi arricchita dalla solita orgia (casta) di fiati e voci di supporto, una sorta di Heard It Through The Grapevine miscelata con Susie Q, e il mélange funziona, specie quando il brano ha qualche entratura alla Sam & Dave, specie quando Mike lascia andare la voce. Something Keep On Telling Me del reverendo C.J. Johnson nasce come spiritual/gospel. ma subisce pure lui il trattamento soul à la Farris, tutto gioia, ritmo, fiati e voci che si inseguono gioiosamente, in questo caso anche la brava Brigitte Demeyer (di cui potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2014/09/13/sulla-strada-americana-del-soulful-rock-dautore-brigitte-demeyer-savannah-road/) a supportare Farris. Pochi momenti malinconici nel disco,per cui anche How It Feels To Be Free, ha quell’aria errebi di stampo Stax/Hi Records, ritmata e trascinante, non puoi astenerti dal muovere il piedino e dondolarti al ritmo della musica. Un altro pezzo forte del disco (ma ce ne sono di deboli?) è la conclusiva This Little Light, intro solo contrabbasso-percussioni, nuovamente quella voce alla Winwood, poi entrano gli altri, piano, ritmica, organo, voci e la festa ricomincia, tutti insieme, “Let it shine” ad libitum fino a stordirvi, con piano, organo e chitarra elettrica a menare le danze e gran finale in crescendo. Amen!

Bruno Conti

Ultimi Ripassi Per L’Estate: Dal Texas La “Sorella Musicale” Di Lucinda Williams! Robyn Ludwick – Little Rain

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Robyn Ludwick – Little Rain – Late Show Records

Nell’ambito del circuito “Americana” c’è una cantautrice texana che da circa una decina d’anni, anno più anno meno, cerca di mettersi in evidenza con alterna fortuna: si chiama Robyn Ludwick, è nata a Bandera un paesino vicino a San Antonio,Texas ( in una regione famosa per i suoi tanti cantautori e musicisti), ma che per chi non lo sapesse è anche la sorella minore di Bruce e Charlie Robison (due tra gli artisti più apprezzati del Lone Star State) e di conseguenza cognata rispettivamente di Kelly Willis e di Emily Erwin delle Dixie Chicks, per chiudere il cerchio è pure maritata con il bassista e musicista John Ludwick. Dopo gli anni trascorsi a Bandera, Robyn si trasferì ad Austin dove lavorava al famoso Continental Club (laureandosi anche nel frattempo in ingegneria), e lì conobbe il futuro marito, appunto il bassista John Ludwick, mettemdo su famiglia, però dopo la nascita del primo figlio rinasce in lei la voglia di fare musica. Così nel 2005 esce il suo primo album For So Long, prodotto da David Barnes dei Bad Livers, balzato subito al primo posto nelle classifiche radiofoniche di Austin, e dopo molti concerti in giro per l’America (e anche in Europa) pubblica il secondo lavoro Too Much Desire (08), con la presenza di artisti come Eliza Gilkyson e Rich Brotherton, eccellente multistrumentista (ora anche produttore), ottenendo buoni consensi di critica https://www.youtube.com/watch?v=7RovEd6pbqs .

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Dopo questi due album all’insegna della canzone d’autore, con il terzo, Out Of These Blues (11),  prodotto dal grande Gurf Morlix ( uno che ha lavorato negli anni con artisti del calibro di Lucinda Williams, Robert Earl Keen, Slaid Cleaves, Mary Gauthier e Ray Wylie Hubbard) e che vede la presenza anche di Ian McLagan (mai dimenticato tastierista del Faces), Trish Murphy, e Gene Elders, la Ludwick alza ancora l’asticella delle ambizioni con un nuovo lavoro che spazia tra rock, blues, canzone d’autore https://www.youtube.com/watch?v=Ao6y8oO20DQ  e, cosa non secondaria, riporta un’intrigante “cover” che riprende l’impaginazione grafica e i caratteri del capolavoro di Jackson Browne Late For The Sky.

A produrre questo nuovo Little Rain è ancora il buon Gurf Morlix, come sempre  impegnato a suonare un’incredibile quantità di strumenti (chitarre, mandolino, banjo, dobro e pedal steel), con l’aiuto di Rick Richard alla batteria, del marito di Robyn John Ludwick al basso, oltre naturalmente alla stessa Robyn alle chitarre acustiche, per un disco crudo e diretto con un limpido suono folk-rock.

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La partenza di questa “sorella di estrazione musicale” di Lucinda è con Longbow, Ok abbastanza similare ai brani migliori della Williams https://www.youtube.com/watch?v=KSaN7jtIra8 , a cui fa seguito il blues sofferto di Honky Tonk Feelin’  https://www.youtube.com/watch?v=SwJeBhGJIl8 , la ballata rock Little Weakness e il triste incedere malinconico di Heartache https://www.youtube.com/watch?v=Eh35XNI7lQo . Si cambia ritmo con la leggera Somethin’ Good, la splendida She’ll Get The Roses, una ballata intimista con la chitarra elettrica di Morlix che singhiozza come quella del marito John https://www.youtube.com/watch?v=VN0xW2v-t_o , una accorata e dolente Mama, mentre Breaks My Mind ci accompagna nei territori del soul con alcune sfumature “bluesy”. Lafayette e Over Me  rimandano ancora alle ballatone tanto care alla “sorella virtuale”, concludendo con le atmosfere soul di Stalker dove la voce calda e sofferta di Robyn rivaleggia in bravura con la grande Mary Gauthier.

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Nelle undici canzoni di Little Rain quello della Williams è il nome che in termini di influenza e suggestioni sembra ricorrere più spesso (ma si potrebbero aggiungere i nomi di Patty Griffin, Caroline Herring, Mary Gauthier, Rosanne Cash), anche se si farebbe torto al talento della Ludwick, una bella signora che nelle sue canzoni racconta storie di vite vissute e di solitudine, di amori consacrati e di fallimenti, il tutto spesso pervaso da un profondo senso di tristezza, cantato con il lirismo e con la voce partecipe di Robyn che arrivano direttamente al cuore. Robyn “Robison” in Ludwick è una di quelle artiste che meriterebbe ben altri palcoscenici https://www.youtube.com/watch?v=5gh9nnllBVA , e non solo di restare nel “limbo” del sottobosco musicale americano (quello dei veri appassionati), anche se a questo punto non importa che abbia per forza qualcosa di originale da dire, quanto che lo dica in modo interessante come nei due ultimi splendidi lavori. Come succede ultimamente in questi tempi di etichette indipendenti il CD è di difficile reperibilità, ma se non lo trovate vi consiglio di utilizzare la versione in “download”, non ne rimarrete delusi.

NDT: Quel piccolo genio di Gurf Morlix, sembra che da anni si dedichi alla ricerca di una nuova Lucinda Williams, e stavolta (con queste due produzioni consecutive) può darsi che l’abbia trovata (almeno per il vostro umile recensore)!

Tino Montanari

Ripassi Per Le Vacanze. Sempre La “Solita” Mary Gauthier – Trouble And Love

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Mary Gauthier – Trouble And Love – In The Black Records/Proper/Ird

L’ultimo disco di studio di Mary Gauthier era stato uno dei più belli e più intensi del 2010, http://discoclub.myblog.it/2010/05/05/uno-dei-dischi-dell-anno-mary-gauthier-the-foundling/, seguito a sua volta da un eccellente album dal vivo, http://discoclub.myblog.it/2012/11/05/poco-glamour-e-tanta-sostanza-per-una-grande-cantautrice-mar/, come potete (ri)leggere qui sopra, se vi aggrada, incensati dal sottoscritto su questo Blog, che ha sempre avuto una particolare predilezione per questa bravissima cantautrice, sin dai tempi dello splendido Drag Queens In Limousines. Ammirazione condivisa anche da molti suoi colleghi, in primis Bob Dylan, che nella sua Theme Time Radio Hour ha voluto trasmettere il brano I Drink insieme ai classici della canzone americana folk, blues e country. Un altro fan è Tom Waits, ma la stessa Mary ricambia chiamando gente come Dylan, Neil Young, Leonard Cohen, Patti Smith, “truth tellers”, i narratori della verità! Come un’altra collega che viaggia più o meno su queste coordinate sonore, Lucinda Williams, ha una voce facilmente riconoscibile, particolare, laconica, sofferta, malinconica, direi quasi sofferente e le vicende della sua vita ne giustificano l’impostazione. Con la sua storia di “trovatella” la Gauthier in The Foundling ha esorcizzato i suoi dolori più profondi ed ora con questo Trouble And Love, oltre ai guai, sempre presenti, esamina anche gli amori, nelle sue canzoni. Non possiamo dire che sia un album ottimista, ma laggiù, in fondo al tunnel, si intravede un po’ di gioia e speranza.

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Come dicevo nel titolo, i contenuti dei suoi dischi, per chi non la ama, potrebbero risultare un po’ ripetitivi e non di facile accesso, ma, insistendo, si viene ripagati con una bella serie di canzoni. Anche le otto che compongono questo disco raccontano la “solita” storia, forse senza la disperazione assoluta che faceva di The Foundling un disco così bello, ma con alcune punte di eccellenza che la confermano come una delle voci più autorevoli del panorama femminile americano. Registrato in quel di Nashville, negli studi di Ricky Skaggs, il disco si avvale di una piccola pattuglia di musicisti ben assortiti, tra cui spiccano Viktor Krauss e Lynn Williams, come sezione ritmica, oltre ad una serie di vocalist di spicco tra cui Ashley Cleveland, le McCrary Sisters, Beth Nielsen Chapman e Darrell Scott, che divide con Guthrie Trapp il reparto chitarristico. A completare la formazione Jimmy Wallace alle tastiere, più un ospite di prestigio, di cui vi dirò fra un attimo.

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Tutti gli otto brani sono firmati con un altro autore o autrice, a partire dall’iniziale When A Woman Goes Cold, scritta con Gretchen Peters, una ballata (ma lo sono tutte, la forma musicale è quella) elettrica dalla struttura blues, non dissimile da quelle di Lucinda Williams, chitarristica, con Scott e Trapp che si dividono i compiti, ben sostenuti dall’organo di Wallace, il suono è vivo e pimpante, registrato in presa diretta, con tutti i musicisti presenti in studio, in circolo intorno a Mary Gauthier che dirige con autorità le operazioni, bella partenza https://www.youtube.com/watch?v=ZbE_NyyRDQs . False From Truth, firmata con Beth Nielsen Chapman, che è anche la seconda voce della canzone, è una ulteriore ballata, di stampo più soffuso, con piano e contrabbasso, anche suonato con l’archetto e la chitarra in fingerpicking che sottolineano le pene d’amore del(la) protagonista “”You woke up inside a cage/I woke up consumed with rage/A million miles from our first kiss/How does love turn into this?…There are two of you and one don’t feel/I don’t know which one is real….”, molto bella https://www.youtube.com/watch?v=FtPvJQw07_8 . Ancora più bella Trouble And Love, il co-autore è Scott Nolan, la voce di supporto mi sembra quella di Ashley Cleveland, ma è il brano che rifulge di suo, sostenuto da una bellissima chitarra “riverberata” che crea un effetto di profondità e ampi spazi, con piano e organo in grande evidenza, una meraviglia di canzone https://www.youtube.com/watch?v=5_vzGnX60eY . Più sparso e contenuto è l’accompagnamento di Oh Soul, ambientata sul sito della tomba di Robert Johnson, e che prende la forma di un country-gospel, con la seconda voce e la chitarra acustica di Darrell Scott, a sottolineare la bellezza di questa composizione, firmata anche da Ben Glover, sullo sfondo si percepiscono anche le voci delle sorelle, McCrary per un altro brano dall’atmosfera magica e  delicata https://www.youtube.com/watch?v=ioRWWfd_Q4w .

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Worthy, firmata di nuovo con Beth Nielsen Chapman, è ancora più triste e malinconica, con la Gauthier che si chiede ripetutamente se è “degna” (un tema ricorrente non ancora sviscerato a fondo neppure in The Foundling, le incertezze evidentemente rimangono), sulle note di una deliziosa slide acustica suonata da Scott e con il piano che sottolinea le evoluzioni vocali soffuse ma decise di Mary e Beth. Walking Each Other Flame, di nuovo con l’aiuto di Gretchen Peters, sembra il brano dalla struttura più country, ma sempre dal lato “giusto” di Nashville, un’altra ballatona, forse un filo più ottimista delle altre, ma giusto un poco, in ogni caso sempre molto bella e coinvolgente, con tutti gli strumenti bilanciati alla perfezione dalla stessa Mary Gauthier, che ha prodotto l’album, con l’aiuto di Patrick Granado. Ancora migliore la terza e ultima collaborazione con la Peters, How To Live Alone, cantata con passione e partecipazione assoluta dalla Gauthier, la canzone si avvale anche di un emozionante intervento chitarristico da parte del grande Duane Eddy che nobilita ulteriormente le qualità sopraffine di questo fantastico brano. Conclude, su una nota di speranza, Another Train, nuovamente firmata con Ben Glover, e con in bella evidenza la chitarra di Guthrie Trapp https://www.youtube.com/watch?v=iGL1HG1qq7c , bravissimo in tutto il disco, ma tutto il gruppo di musicisti e cantanti è perfetto nel sottolineare lo spirito di questi brani che ancora una volta esplicano la ricerca spirituale della musica di Mary Gauthier, spesso malinconica e triste, seppur pervasa da una nuova vena di serenita che non spezza del tutto la sofferenza, ma la allevia in modo sostanziale. E poi, diciamocelo, sono otto belle canzoni, tutte nello stesso disco e non è poco di questi tempi!

mary gauthier live grand ole opry

Il disco è uscito il nove giugno, quindi questo è il primo dei “ripassi” di questa estate, e con i dischi di Rosanne Cash e Carlene Carter, fa un bel terzetto per le scelte dei migliori di fine anno.

Bruno Conti

Prossimamente Su Questo Blog: Tom Petty, Eric Clapton, Young Dubliners, Jenny Lewis, John Hiatt, Mary Gauthier, Allman Brothers & More To Come

tom petty hypnotic eye

Oggi, una sorta di prossimamente, quello che leggerete nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, non si chiude per ferie (così mi obbligo a scrivere delle ultime uscite, finito il compito per il Buscadero, la rivista dove scrivo abitualmente, e che vi invito a leggere), un misto delle prossime novità, ad esempio Tom Petty Hypnotic Eye, che vedete qui sopra e il nuovo della Jenny Lewis The Voyager

jenny lewis the voyager

Eric Clapton & Friends e il box degli Allman Brothers, The 1971 Fillmore Recordings, tutti in uscita, martedì prossimo 29 luglio

eric clapton & friends call me the breeze

allman brothers band fillmore east recordings box 6 cd

E ancora il nuovo degli Young Dubliners Nine, e Pitiful Blues di Malcolm Holcombe di cui vi parlerà Tino

young dubliners nine

malcolm holcombe pitful blues

E a seguire, in una sorta di rubrica ad hoc, “Ripassi per le vacanze”, qualche titolo uscito di recente, ma non solo, che per vari motivi era scappato, tipo il nuovo John Hiatt Terms Of My Surrender e Mary Gauthier Trouble & Love

john hiatt terms of my surrender

mary gauthier trouble

E altri titoli, l’ultimo dei Phish Fuego, i moe No Guts No Glory, i due nuovi titoli di Guy Forsyth, quello di Elvin Bishop su Alligator Can’t Even Do Wrong Right, alcuni titoli di gruppi e solisti italiani emergenti, sconosciuti ai più ma validi, tipo I Viaggi di Jules e Carlo Ozzella & Barbablues. Oltre a molti altri titoli che stazionano da tempo in (dis)ordinate pile di fianco al PC, o in file più ordinati all’interno dello stesso. Per non dire di alcuni titoli, tipo il nuovo Joe Bonamassa Different Shades Of Blue (esatto, un altro!), di cui non vi posso parlare, perché uscirà solo il 23 settembre: che è bello, posso anticiparlo o lo strepitoso doppio dal vivo dei Blackberry Smoke Leave A Scar.

joe bonamassa different shades blackberry smoke leave a scar

Di molti altri titoli, noti e meno noti, avete letto puntualmente, rimanete “sintonizzati” con il Blog e, nei limiti del possibile, sarete informati sulle cose più valide ed interessanti in uscita, ad insindacabile giudizio del titolare del Blog e dei suoi collaboratori. Nel caso qualcosa di interessante sfugga potete segnalarlo nei commenti e magari, ove possibile e tempo permettendo, si cercherà di parlare anche di quello.

E’ tutto, a domani.

Bruno Conti

“Neo-Acoustic-Folk” Dal Canada! Duhks – Beyond The Blue

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Duhks – Beyond The Blue – Compass Records

Tornano a bussare dalle nostre parti i magnifici Duhks, e confermano le buonissime impressioni ottenute in passato con i precedenti Your Daughters & Your Sons (03), l’omonimo The Duhks (sottotitolato anche The Duhks Are Coming) (05), Migrations (06), e Fast Paced World (08). I Duhks sono un combo bluegrass-folk rock proveniente per lo più da Winnipeg, Manitoba (Canada),anche se alcuni membri vengono da Victoria, nella British Columbia. La band è stata fondata nel 2002 dal suonatore di banjo Leonard Podolak (dopo aver sciolto il suo gruppo precedente Scruj MacDuhk, da qui il nuovo nome), dalla brava Jessee Havey, voce solista, da Tania Elizabeth al violino e seconda voce (ultimamente spesso in tour con Mary Gauthier), e dal chitarrista di area celtica Jordan McConnell, ottenendo subito un contratto con la mitica Sugar Hill Records https://www.youtube.com/watch?v=KOjr2LXjtZ0 .

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Pur attingendo principalmente dalla musica acustica di stampo tradizionale, il gruppo produce un esuberante “folk-country-bluegrass” dove i vari stili si fondono con disinvoltura, richiamando ad ogni uscita l’attenzione di appassionati ed addetti ai lavori. E’ quindi un piacere vederli tornare, dopo una pausa di sei anni e vari cambi di formazione, con una nuova line-up del gruppo: oltre allo storico fondatore Leonard Podolak, assistiamo al ritorno della cantante Jessee Havey, con l’aggiunta dei nuovi membri, la violinista Rosie Newton, il batterista e percussionista Kevin Garcia, il suonatore di bouzouki e chitarrista Colin Savoie-Levac, e, come ospiti, gli ex colleghi e amici di sempre Tania Elizabeth e Jordan McConnell, il tutto sotto la produzione di Mike Merenda e Ruth Unger dei Mammals.

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L’album si apre con la title track Beyond The Blue, una splendida cover di un brano di Beth Nielsen Chapman (già ospite su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2010/04/04/beth-nielsen-chapman-back-to-love/ ) e Gary Nicholson (autore e produttore) con in evidenza il martellante banjo di Leonard (non per nulla in inglese, si chiama clawhammer banjo) https://www.youtube.com/watch?v=KrSBhU3Y53E , a cui fanno seguito un’aggressiva Banjo Roustabout , e il dolce valzer acustico Suffer No Fools, cantato in duetto da Jessee e Tania, mentre Burn mostra il lato più robusto ed elettrico del sound della band. I fiati aprono e accompagnano poi la voce di Tania nell’incedere di These Dreams, preludio ad una delle canzoni più dolci e romantiche sentite quest’anno, Black Mountain Lullaby firmata dalla sempre più brava Caroline Herring (una sottovalutata folksinger di Austin, Texas, spesso citata nel Blog) https://www.youtube.com/watch?v=W2MWqLkoTDo , passando per il brano strumentale Tonderhoning, con le chitarre e il banjo in spolvero, e per il suono “cajun” di Lazy John https://www.youtube.com/watch?v=Iyv5tnTEB0c .

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Con Je Pense à Toi, delicata ballata cantata in “francofono” si viaggia verso le atmosfere tipiche del Quèbec unite all’Africa di Amadou Et Miriam, gli autori della canzone https://www.youtube.com/watch?v=YSgPQzUij_A , mentre il secondo strumentale You Go East, I’ll Go West ribadisce questo abbraccio con la “world music”, dai paesi dell’Est https://www.youtube.com/watch?v=aaJDdGuJhVY , andando poi a chiudere in territorio “gospel” con Just One Step Away https://www.youtube.com/watch?v=qXg8JSEUnp8 , e, in coda, una ripresa  strumentale di Je Pense A’ Toi, sulle note ariose di fisarmonica e violino.

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Innovativi e spericolati nelle loro escursioni acustiche, i Duhks sono tra gli alfieri della nuova frontiera “neo-acoustic-folk” (uno sviluppo del suono acustico), e per quel che mi riguarda ci sono similitudini con i cugini australiani dei Waifs (anche se poi i percorsi si sono differenziati) e se in questo Beyond The Blue, rispetto ai capitoli precedenti, le cose non sembrano poi essere cambiate molto, si tratta pur sempre di un disco magnificamente suonato, dai suoni brillanti e con arrangiamenti ricchi di sfumature, dodici canzoni, circa cinquanta minuti, con i brani originali che si alternano alle cover e ai brani tradizionali, il tutto contrassegnato comunque da una geniale varietà di temi. Per il sottoscritto, se vorrete seguire il suggerimento, si tratta di soldi spesi bene.

Tino Montanari

Una Veterana Del Folk-Rock, Non Solo Sogni Ma Anche Realtà! Catie Curtis – Flying Dream

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Catie Curtis – Flying Dream – Catie Curtis Records

Questa veterana della scena folk di Boston è in giro già da vari anni (venticinque per la precisione), e nonostante una bella voce, un’ottima scrittura e il plauso della stampa locale e americana, dalle nostre parti, purtroppo, non è mai riuscita veramente ad imporsi come merita. Catie ha iniziato la sua carriera sul finire degli anni ’80 con Dandelion (89), per poi proseguire con From Years To Yours (91), sino a farsi notare definitivamente con Truth From Lies (95) e con l’omonimo Catie Curtis (97), prima di approdare allo Rykodisc Records con, forse, il suo lavoro più riuscito Crash Course In Roses (99).

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Dopo due dischi interlocutori My Shirt Looks Good On You (01) e Acoustic Valentine (03), incide un album intimo e profondo come Dreaming In Romance Languages (04), per poi passare alla Compass Records dove negli anni seguenti pubblica Long Night Moon (06), Sweet Life (08), Hello, Stranger (09), Stretch Limousine On Fire (11) http://discoclub.myblog.it/2011/11/08/un-disco-autunnale-per-una-grande-cantautrice-americana-cati/ , tutti lavori gradevoli e interessanti, prima di uscire in piena autonomia con questo Flying Dream, prodotto dalla collega e co-autrice Kristen Hall (grande cantante in proprio, poi fondatrice dei Sugarland, dai quali fu fatta fuori in modo, diciamo, non elegante). Per le sessioni di registrazione (al Woolly Mammoth Sound Studio di Boston), Catie Curtis è stata aiutata dai più noti musicisti dell’area, a partire dal polistrumentista Duke Levine (già collaboratore di Suzanne Vega e Mary Chapin Carpenter) alle chitarre, mandolino e banjo, Jamie Edwards organo, pianoforte e tastiere (anche con Sarah McLachlan, Aimee Mann, Ron Sexsmith e molti altri), Richard Gates al basso, Jim Gwin batteria e la stessa Hall ai cori, il tutto ha prodotto un lavoro interessante ma, per chi scrive, leggermente inferiore ai precedenti.

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Flying Dream è totalmente composto da canzoni che esplorano le molte sfumature dell’amore, a partire dalla title-track dall’incedere sognante https://www.youtube.com/watch?v=Q-jZZiBrBkc , ballate delicate dal sapore malinconico come Four Walls, Maybe Tomorrow e If  I’m Right, brani dalle belle armonie vocali tipo The Queen e Live Laugh Love, una filastrocca country con il banjo in evidenza. When You Find Love è un colpo al cuore, una stupenda ballata acustica che (purtroppo, o forse no, dipende dai gusti) nel ritornello ricorda It Must Have Been Love dei Roxette, mentre Orion è un motivo dal ritmo gioioso, passando per il brano meno riuscito del disco, una versione quasi imbarazzante di This Girl’s In Love With you di Burt Bacharach, rivisitata con un arrangiamento lievemente “dub”(la migliore probabilmente rimane quella di Herb Alpert & Tijuana Brass), chiudendo in bellezza con la toccante The Voyager https://www.youtube.com/watch?v=CwD3f731iZU .

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Catie Curtis appartiene a quel gruppo di cantautrici indipendenti di cui la scena di Boston è sempre stata molto generosa, a partire dalla grande Mary Gauthier, passando per Patty Larkin, Dar Williams e altre di spessore come Eliza Gylkison e Carrie Newcomer per citarne solo alcune, e anche se questo lavoro, come detto, è un po’ sottotono, Catie è una folksinger brava e credibile, dotata di una voce limpida e intensa, scrive testi toccanti e non banali, creando un perfetto equilibrio tra voce e musica.

Tino Montanari