Clonate “Il Soldato” Ryan ! Matthew Ryan – Hustle Up Starlings

matthew ryan hustle up starlings

Matthew Ryan – Hustle Up Starlings – Self Released

A distanza di vent’anni dal folgorante esordio con May Day, e a quasi tre dall’ultimo lavoro in studio Boxers http://discoclub.myblog.it/2014/10/16/carriera-ai-margini-certi-pugili-matthew-ryan-boxers/ , torna (un po’ a sorpresa) uno dei miei cantautori americani preferiti (di cui ho ampiamente scritto su queste pagine):  il buon Matthew Ryan, con questo ultimo lavoro Hustle Up Starlings, che, diciamolo subito è di difficile reperibilità e si può acquistare solo sul suo sito a cifre abbastanza alte. Quello che balza subito all’occhio, ma soprattutto all’orecchio, è che ci voleva uno come  Brian Fallon, frontman dei Gaslight Anthem e del side-project Horrible Crowes (recuperate assolutamente Else), musicista e anche produttore di questo disco, per far riscoprire a Matthew le sonorità dei primi album, con la sezione ritmica in primo piano, alcune ballate elettriche urbane di sicura presa, accompagnate da una voce roca, bella e profonda, con l’apporto dello stesso Fallon alle chitarre acustiche ed elettriche, Brian Bequette al basso e piano, Brad Pemberton alla batteria e percussioni, David Henry al violino e cello, e dal chitarrista Doug Lancio (John Hiatt e Jim Lauderdale), che ha curato anche il mixaggio: nuove canzoni distribuite in una quarantina di minuti di musica solida, in cui si avverte l’intesa che si è instaurata tra questi bravi e valenti musicisti.

Alcune tracce di Hustle Up Starlings sono così belle quasi da starci male, come l’iniziale (I Just Died) Like An Aviator, una ballata rock con una sezione ritmica pulsante, a cui fanno seguito un’altra ballata urbana di sicura presa come Battle Born, per poi passare all’avvolgente title track Hustle Up Starlings, lenta e rilassata, guidata dalla voce roca e personale di Matthew, e una “rokkata” Close Your Eyes, con una cascata di feedback. La malinconia e il sentimento tornano con un’altra ballata per pianoforte e voce come la crepuscolare Maybe I’ll Disappear, mentre la seguente It’s A Delicate Waltz è forse il brano più simile all’esordio solista di Fallon con gli Horrible Crowes (canzoni che purtroppo non riesce più ad incidere con i Gaslight Anthem); poi Ryan riesce a fotografare il momento migliore del disco con la meravigliosa Run Rabbit Run, una canzone che vale l’intera carriera di tanti mestieranti che ci sono in giro), altra ballata urbana tesa come una lama, una tra le più intense ascoltate in questo scorcio d’anno. Ci si avvia purtroppo alla fine con il ritornello ossessionante del singolo Bastard, (quel bastardo ha rovinato la mia auto), ma ci si commuove ancora con l’acustica e devastante melodia di All I Wanted, accompagnata dalle note del violino di David Henry, e la triste storia del brano di chiusura Summer Never Ends, raccontata con il piglio sicuro del grande “storyteller”.

Per un artista la cui carriera ha avuto inizio 20 anni fa, il percorso artistico di Matthew Ryan si è svolto in maniera non proprio lineare, vicenda che lo accomuna a tanti colleghi della canzone rock americana, categoria beautiful losers, in un mercato discografico che mal sopporta i cani sciolti (e Ryan è uno di questi),  lui ha talento da vendere, malgrado goda di una stima assai inferiore ai risultati e alle vendite dei suoi dischi, un tipo che si preoccupa solo di scrivere grandi canzoni. E in Hustle Up Starlings ce ne sono talmente tante, che spero sia la volta buona per convincere anche gli scettici, un ritorno a casa atteso e convincente,  grazie a Brian Fallon  in cui il suono riacquista elettricità, e le ballate continuano ad essere, come da copione, tremendamente malinconiche: un lavoro che per Ryan rappresenta forse uno spiraglio di luce, tornando a suonare con una band come “Dio comanda”,  e sperimentando anche arrangiamenti più moderni e attuali, il tutto al servizio della sua inguaribile vena di “loser”. Per il sottoscritto fin d’ora uno dei dischi dell’anno, e quindi per l’ennesima volta per nessun motivo al mondo rinuncerei ad ascoltare Matthew Ryan e la sua musica. Altamente consigliato (anche se, ripeto, soprattutto nella versione fisica, è molto costoso e di difficile reperibilità)!

Tino Montanari

Una Carriera Ai Bordi Del Ring, Come Certi “Pugili”! Matthew Ryan – Boxers

matthew ryan boxers

Matthew Ryan – Boxers – Dowload Matthew Ryan. Com – Blue Rose Records 04-11-2014

Sostenere una carriera lunga quasi due decenni (rimanendo uno quasi sconosciuto sul mercato) e quindici album (gli ultimi due I Recall Standing As Though Nothing Could Fall (11) e In The Dusk Of Eveything (12) recensiti dal sottoscritto su queste pagini virtuali http://discoclub.myblog.it/2012/10/29/un-cane-sciolto-ma-ricco-di-talento-matthew-ryan-in-the-dusk/ ), questa è la storia di Matthew Ryan, un talento compositivo che merita attenzione e rispetto, uno dei pochi musicisti capace di assemblare il rock alternativo con il classico stile dei più noti cantautori americani. Lo scorso inverno il buon Ryan raduna presso gli Applehead Studios di Woodstock in New York un manipolo di validi musicisti, capeggiati dal produttore e polistrumentista Kevin Salem, autore di buone prove sul finire degli anni ’90 (come Soma City (95), Brian Fallon dei Gaslight Anthem alla chitarra, il collaboratore di lunga data Brian Bequette al basso, Joe Magistro (Black Crowes e Rich Robinson) alla batteria e percussioni, e come ospite la cantante-violinista Tracy Bonham, con il risultato di più di cinquanta minuti di musica solida, con ballate elettriche tese come una lama e canzoni dolci e malinconiche, con le chitarre che suonano come se fosse un disco di Neil Young, e come sempre, la voce bella e profonda, triste ed intonata, di Matthew a dettare ritmi e melodia, per questo Boxers che rimanda al folgorante esordio di Mayday (97), quindi da avere assolutamente sul vostro scaffale.

Apre il disco un trio di canzoni che non lascia respiro, a partire dalla title track Boxers (dove si sente l’impronta di Fallon), la tambureggiante God’s Not Here Tonight e la chitarristica e potente The First Heartbreak, intervallate dall’incedere accattivante di Suffer No More e dalla cocciuta batteria di Heaven’s Hill. Con We Are Libertines arriva la prima grande ballata, guidata da una voce molto personale, seguita da una Then She Threw Me Like A Hand Grenade, accompagnata e introdotta dal violino della Bonham, mentre Until Kingdom Come è una triste storia raccontata con il piglio del grande “storyteller”, passando per i “feedback” e il ritmo della batteria di una tosta This One’s For You Frankie , il vortice elettrico di An Anthem For The Broken e l’oscura If You’re Not Happy, un sussurro nella notte, suonata in punta di piedi con chitarra elettrica e piano, senza sezione ritmica.

Chiudono il disco due bonus tracks, una versione demo in chiave folk di Then She Threw Me Like A Hand Grenade (che nel ritornello ricorda vagamente One degli U2) e una dolcissima The Queen Of My Arms uscita dalle “sessions” del disco, sempre con il violino della Bonham a dettare la melodia.Tipico prodotto della “working class americana” (il nostro amico è della Pennsylvania), Matthew Ryan ha le sue radici (inizialmente) nella musica di Springsteen, Earle, Mellencamp e Hiatt, e anche in questo lavoro il basso, le chitarre acustiche e elettriche, e batteria, sono l’ossatura di Boxers, con le varianti di un pianoforte o di un violino, che danno più vigore al racconto di canzoni per riflettere, canzoni per continuare a sperare.

Abbandonate definitivamente certe ambizioni sonore, Ryan è tornato alla sostanza della musica, alla “polpa” delle canzoni, anche se (per chi scrive) rimane sempre condannato ad una perenne condizione di “beautiful loser”, e i suoi dischi forse rimarranno sempre proprietà per pochi intimi, ma è bello sapere che da qualche parte ci sono ancora autori come Matthew Ryan.

NDT: Per chi fosse interessato, il CD dovrebbe uscire in formato fisico per la Blue Rose ai primi di Novembre!

Tino Montanari

Un “Cane Sciolto”, Ma Ricco Di Talento! Matthew Ryan – In The Dusk Of Everything

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Matthew Ryan – In The Dusk Of Everything – Self Released 2012

Confesso che ogni uscita di un nuovo lavoro di Matthew Ryan mi intriga particolarmente, ma nello stesso tempo mi obbliga ad essere più concentrato nello sviluppo dell’ascolto. Il percorso artistico di Ryan si è svolto in modo complesso e lo accosta a tanti, più o meno stimati colleghi della canzone rock americana, osteggiati da un mercato che segue schemi ben precisi e mal sopporta i “cani sciolti”, e Matthew è uno di questi, perché ha talento da vendere, malgrado goda di una stima inferiore ai risultati ottenuti attraverso i suoi dischi. Questo, In The Dusk Of Everything, co-prodotto da David Ricketts (come il folgorante esordio di Mayday (97), completa una trilogia iniziata con lo splendido Dear Lover (2010) nelle due versioni elettrica e acustica ( da preferire la versione acustica) e il seguente I Recall Standing As Though Nothing Could Fall (2011), recensito a suo tempo su questo blog, e purtroppo entrambi venduti solamente sul suo sito.

Un uomo solo e la sua chitarra: questo sembra essere il concetto che guida il nuovo corso poetico di Matthew Ryan, uno dei pochi in grado di rivoltare una canzone con un paio di accordi e una voce che trasuda malinconia e passione in ogni nota, come in questo “concept album”, dove si trovano brani minimalisti con pochi accordi di chitarra quali And So It Goes e I Hate Everyone , ballate un po’ più elettriche come And It’s Such a Drag e Amy, I’m Letting Go con un’armonica lancinante, il fraseggio sussurrato di The Events at Dusk e It Always Rains When You Miss Her, le quasi recitative She’s a Sparrow e Stupid World, la dolce e ammaliante Let’s Waye Goodbye dove, inaspettato, fa capolino un pianoforte, per chiudere con l’ultima traccia, tratta dal film omonimo Broken Side of Time.

In The Dusk Of Everything non è certamente un disco di facile ascolto, ma se lo lasciate girare sul vostro lettore più volte, scoprirete (non tutte) delle grandi canzoni scarne, sofferte, spoglie, come le foglie dell’autunno che abbiamo alle porte. Per questo mi viene da consigliare questo lavoro (anche se preferisco il primo periodo), in quanto “il nostro” non fa clamore, non segue le mode e si preoccupa solo di scrivere belle canzoni e perché Matthew Ryan è un talento cosi grande, da non meritare l’oscurità in cui si è andato ad infilare.

Tino Montanari 

Ritorna In Sordina Un Altro “Cliente” Abituale! Matthew Ryan – I Recall Standing As Though Nothing Could Fall

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Matthew Ryan – I Recall Standing As Though Nothing Could Fall – Self Released

Matthew Ryan è indubbiamente uno dei personaggi più interessanti ed una delle voci più belle e intense del panorama cantautorale americano. Matthew nato a Chester, Pennsylvania nel 1971, causa divorzio della famiglia si trasferisce a Delaware dove a 17 anni forma la sua band, seguendo il sogno nel cassetto di tanti ragazzini americani. A 21 anni pensa di formare a Nashville un’altra band i Caustics, cominciando a girare ed a fare concerti sera dopo sera, ma Ryan non era completamente soddisfatto, sciolse il gruppo e si mise da solo, iniziando a scrivere moltissimo sfornando canzoni in una forma più personale e intima, e questo modo di vedere la musica lo porta al folgorante esordio di May Day del ‘97. Due anni dopo licenzia un altro ottimo lavoro come East Autumn Grin, cui fanno seguito, tra gli altri, nel corso degli anni Concussion (2001), Regret Over the Wires (2003), Happiness (2004), From a late night high rise (2007), Matthew Ryan vs. The Silver State (2008), Dear Lover (2010) nelle due versioni elettrica e acustica  sembrano-uguali-matthew-ryan-dear-lover.html, e alla soglia dei 40 anni  si ripresenta con questo CD venduto (per il momento) solamente sul suo sito, sia nella versione singola composta da 13 brani, che in quella deluxe con 6 canzoni in più. Purtroppo, quella che gira nel mio lettore è, sfortunatamente, quella normale.

Il nostro amico inizia a registrare nel suo “Home Studio” di Nashville nel Giugno del 2010, e con una folta schiera di collaboratori, tra i quali Olly Knights dei Turin Brakes, Katie Herzig, Patrick O’Hearn, Stanton Adcock, Marc Byrd e Andrew Thompson, e una nostra conoscenza, la bella e brava Amanda Shires al violino (un-altra-giovane-bella-e-talentuosa-songwriter-dagli-states.html) finisce il lavoro nell’aprile del 2011, sotto la produzione del duo Greg Richling e Neilson Hubbard (già con lui negli Strays Don’t Sleep) e che recentemente ha prodotto anche gli Apache Relay e Amy Speace! (staffette-indiane-apache-relay-american-nomad.html).

Apre l’evocativa The Sea con basso, chitarra acustica ed elettrica e una batteria elettronica che usa abitualmente negli ultimi lavori. Si prosegue con Summer in the south una ballata tesa e intimista, per arrivare a Hey Kid rock grintoso che ricorda la bellezza del primo lavoro. Una chitarra acustica introduce I Don’t Want a third world war cantata con voce rauca e sofferta. The spinning room e Harmonium Song sono due brani dalle atmosfere sospese con Tom Waits nel cuore.

Si cambia decisamente ritmo con sciabolate chitarristiche alla Neil Young in All of that Means nothing now, un parlato introduce I still believe in you in duetto con Olly Knights e il violino di Amanda Shires, seguito da uno dei brani meno riusciti del CD My Darker Side. Here comes the snow è un sussurro nella notte, suonata in punta di piedi con chitarra acustica e armonica, una cocciuta batteria elettronica accompagna I want peace un altro brano con dei suoni “techno” salvato nel finale dal violino di Amanda. Song for a friend è uno dei brani più malinconici con pianoforte e violino a rivelare il lato più intimista dell’autore. All hail the kings of trash è una porta aperta sul passato con rasoiate di rock’n’roll che alzano la temperatura, e mi fa venire in mente il clima di American Babylon di Joe Grushecky.

Giunti alla fine l’impressione che suscita I recall standing as though nothing could fall, è quella di un lavoro che gira intorno alle diverse anime di Ryan, e che in alcuni casi (vedi intermezzi elettronici) ci  lascia spiazzati, mentre le canzoni dal tocco pianistico che lasciano trasparire dolcezza mista a solitudine, con la voce di Matthew che riporta le cose alla giusta sostanza, bilanciano alla perfezione una produzione che ha saputo ammodernare le sue musiche senza stravolgerle. Comunque una bella conferma, e di questi tempi non è poco. Alla prossima !

Tino Montanari   

P.S. Ultim’ora!

Il secondo dischetto si dimostra ancora più interessante (per la serie pochi ma buoni), con una This is the hill che mi ricorda molto una Streets of Philadelphia di Springsteeniana memoria, cui segue una ballata acustica All the wild horses intervallata da una armonica sofferta. Il livello del lavorosi alza con I will kill for you, bellissimo brano cantato con voce straziante dal buon Ryan,seguita dalla versione demo di All of that means nothing now. Una stupenda “acoustic writer’s tape” di Hey Kid, con il violino lancinante della Shires in evidenza, e la “title track” dal titolo lunghissimo che vi risparmio, chiudono un disco che ascolterò a lungo!

Buona Anche La Seconda! Gregory Alan Isakov – This Empty Northern Hemisphere

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Gregory Alan Isakov – This Empty Northern HemisphereSuburban Home (Self-released)(2009)

Come i più attenti avranno il caso di notare il titolo si riferisce sia alla seconda partecipazione di un “ospite esterno” al Blog in qualità di autore, sia al fatto che il cantautore in oggetto sia di origini Sudafricane come un’altra “scoperta” del Blog di qualche mese fa (sia pure di passaggio) ovvero Diane Birch. Come vedete la ricerca di “beautiful losers” minori prosegue e quindi a voi il piacere della lettura.

“Non sempre è facile accostarsi ai nomi “minori”, specialmente nell’ambito del cantautorato americano. La tentazione ed il desiderio insieme, è quello di voler scoprire il nuovo “genio”, la nuova speranza e sottoporlo al pubblico degli appassionati per farne oggetto di culto, oltretutto la difficile reperibilità degli autori di volta in volta scoperti, aumenta la curiosità ed il gioco di complicità che ne scaturisce. Fatta dunque questa onesta precisazione, vorrei consigliare l’ascolto di tale Gregory Alan Isakov, Sudafricano di nascita (Johannesburg) e residente in quel di Philadelphia, con tutte le influenze musicali dell’area di appartenenza.

Dopo tre misconosciuti dischi licenziati dal 2003 al 2007, quali Rust Colored Stones, Songs for October e That Sea, the Gambler, questo This Empty Northern Hemisphere, è uno di quei classici casi che senza far gridare al miracolo, una volta acquistato, può diventare un’opera d’autore e di culto. Intendo dire che  i brani di questo lavoro, sono tutti validi, supportato da strumentisti di vaglia, il nostro amico si esprime attraverso un ben bilanciato sound elettro-acustico, e interpreta canzoni di impatto immediato come Virginia May e That Moon Song, con voce profonda intensa ed intrigante, brani che trasmettono una toccante carica poetica.

Big Black Car e If I Go I’m Goin sono composizioni impetuose che mi ricordano il miglior Matthew Ryan.

Il finale è affidato alla cover di One Of Us Cannot Be Wrong, di “mastro” Cohen (con una Brandi Carlile ospite anche in altri brani, splendida alla seconda voce), canzone che Isakov riveste in modo struggente. Un peccato che artisti di tale valore non abbiano il riconoscimento dovuto, anche se è questo il sottile ed egoistico desiderio degli appassionati, e verrebbe da scommettere su questo Gregory Alan Isakov che ha tutte le carte in regola per diventare cantautore di “culto”, e proprio per questo dalla limitata risonanza. Da scoprire ed amare!”

Tino Montanari

Un piccolo post scriptum. Se avete dei nomi e dei vostri scritti da proporre su personaggi nuovi ed emergenti o semplicemente argomenti interessanti come vedete la collaborazione è sempre gradita e stimolante. In questo caso, per un gioco di rimandi, mi ha ricordato che “devo assolutamente parlare” del Live At Benaroya Hall di Brandi Carlile che è veramente molto bello e continuo a rimandare.

Bruno Conti

Sembrano Uguali! Matthew Ryan – Dear Lover

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Matthew Ryan – Dear Lover & Dear Lover (the Acoustic Version) – Plastic Violin/Dear Future Collective

Tra i cosiddetti cantautori “minori” sicuramente Matthew Ryan è uno dei “Maggiori”!. E dopo questa perla potrei concludere qui, ma svisceriamo il tema.

La partenza fu di quelle brucianti con il primo bellissimo May Day che nel 1997 lo fece conoscere agli appassionati del cantautorato (l’ho detto ancora, ebbene sì, poi un giorno vi spiego), ma di quello di qualità sopraffina con echi di Springsteen, dei primi Waterboys, di Tom Waits, per la voce roca e sussurrata ma con una sua scrittura già ben definita e un sound molto personale, Guilty era un brano rock di eccellente qualità ma tutto quel disco brillava di luce propria, se lo trovate non fatevelo scappare, ieri…

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Naturalmente visto il successo (di critica ma non di pubblico) è stato subito scaricato dalla major di turno, A&M/Universal, iniziando a peregrinare disco dopo disco da una etichetta indipendente all’altra (alcuni pubblicati anche a livello autogestito) ma sempre mantenendo una qualità notevole nei contenuti, dischi come Concussion (che contiene un duetto con Lucinda Williams), Happiness (che contiene una cover di Springsteen, Something in The Night e un brano scritto con David Ricketts, quello di David and David), Regret Over The Wires (con Doug Lancio, l’ottimo chitarrista che suona anche nell’ultimo di John Hiatt) e From A Late Night High-Rise, sono solo alcuni esempi della sua cospicua discografia e dischi che si elevano abbondantemente sopra la media delle produzioni passate e presenti di chicchessia!

Gli ultimi anni sono stati un po’ travagliati, diventa sempre più difficile e faticoso trovare i suoi dischi per chi non si fida troppo degli acquisti in rete (come il sottoscritto, se non in casi indispensabili): questo nuovo disco che vedete nella sua duplice veste, prima elettrico (o meglio quasi “elettronico”, e questo mi ha fatto tentennare nella mia decisione di parlarne) uscito negli ultimi mesi del 2009 e poi in versione acustica, uscita questa estate conferma quanto di positivo si è sempre detto su di lui, ma dispiace che per questioni di budget non possa più pubblicare quei gagliardi dischi che hanno contrassegnato la sua carriera ma debba limitarsi a questa situazione più intimista ancorché sempre valida.

La prima versione del disco con Matthew Ryan che oltre delle chitarre si è occupato anche dei synth e della programmazione (che brutte parole per un cantautore, anche se poi i risultati, non solo nel suo caso, non devono necessariamente essere negativi), del basso e della fisarmonica, come nella iniziale City Life e nella conclusiva The End Of A Ghost Story (mai titolo più profetico), passando per la collaborazione con la coppia Rod Picott (voce) e Amanda Shires (violino) nell’ottima PS (Protest Song) che unisce sonorità moderne con il consueto spirito Springsteeniano. Ma Spark con DJ Preach ce la poteva risparmiare, tanto in discoteca non lo mettono e poi il pezzo è veramente brutto. The World Is… anticipa la dimensione acustica ed intimista della versione acustica di Dear Lover che ci presenta un Matthew Ryan scarno e minimale molto vicino allo stile dello Springsteen di Nebraska o The Ghost of Tom Joad.

Comunque entrambi i dischi hanno i loro pregi e sono complementari fra loro, si integrano alla perfezione, io preferisco la versione acustica ma anche quella elettrica risentita oggi ha un suo perché e non mi dispiace per nulla, oltre a tutto la seconda versione ha anche un brano nuovo Beauty Has A Name come bonus.

Per chi lo conosce e lo ama una ulteriore prova della sua bravura per tutti gli altri l’occasione di essere introdotti ad un “talento vero” tra i migliori in circolazione.

Bruno Conti