Una Voce Meravigliosa Interpreta “Cover” D’Autore. Susan Marshall – 639 Madison

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Susan Marshall – 639 Madison – Madjack Records

Come già detto in occasione dell’uscita del precedente Decorations Of Red, (uscito sul finire del 2015), il debutto dei Mother Station con Brand New Bag, disco del 1994, fu per certi versi un’opera quasi unica (purtroppo) ed eccezionale, un disco di torrenziale rock-blues al femminile dove primeggiava la voce di Susan Marshall, importante non solo per timbriche e modulazioni, ma anche per una straordinaria duttilità interpretativa, tutti pregi che si riscontrano di nuovo in questo ennesimo album di “cover” 639 Madison, che conclude una “triade” iniziata con Little Red (09).

Il titolo dell’album prende il nome dall’indirizzo dove si trovavano i celeberrimi Sam Phillips Recording Studios di Memphis, nei quali anche questo lavoro è stato registrato, sotto la produzione, come per i precedenti dischi, di Jeff Powell, e che vede la Marshall, piano e tastiere, avvalersi di “turnisti” del luogo, i fidati David Cousar alle chitarre, Mark Edgar Stuart al basso, e Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, per dieci brani, di cui nove sono canzoni d’autore (Phil Spector, Steve Wonder, John Fogerty, Kris Kristofferson, Elvis Presley, Marvin Gaye e altri), mentre un brano inedito è stato scritto appositamente dal figlio di Sam Phillips, Jerry: il tutto è distribuito, come al solito, dalla casa discografica Madjack Records, sempre di Memphis, città dove risiede anche la brava Susan.

Data la bellezza del lavoro (ovviamente a parere di chi scrive), mi sembrava giusto sviluppare una disamina dei brani “track by track”:

Baby, I Love You – Si inizia con un brano di Phil Spector portato al successo dalle The Ronettes con un famoso singolo del lontano 1963,  pezzo che qui viene riproposto da Susan in una versione “funky-rock.

Overjoyed – Meritoriamente viene ripescato questo brano del grande Steve Wonder (lo trovate su Square Circle, un album non trai suoi migliori del 1986), che a dispetto di una versione più classica incisa dalla brava Mary J.Blige, viene riletto per l’occasione in una intrigante chiave “bossa nova”.

Have You Ever Seen The Rain – Questo famosissimo brano di John Fogerty e dei suoi Creedence Clearwater Revival, viene rivoltato come un calzino da Susan Marshall, una canzone dove oltre la bravura dell’interprete si deve rimarcare pure la pulizia del suono di un arrangiamento meraviglioso da parte dei musicisti che suonano nel CD.

Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) –  Marvin Gaye viene giustamente omaggiato con questo classico (tratto dal pluridecorato What’s Going On), in una sussurrata versione “soul-blues”.

When She’s Around – Questo è l’unico brano originale del lavoro, scritto da Jerry Phillips, una dolce ballata che rimanda al periodo Stax Records (buon sangue non mente), interpretata in modo commovente dalla Marshall.

Hound Dog – Dimenticatevi le versioni di Elvis o di Little Richard, qui sentite suoni caraibici che trasformano profondamente  uno dei classici immortali del re del “rock’n’roll”.

Stay – Questa confesso che me la sono persa, una bella canzone di tale Mikky Ekko portata al successo da Rihanna (?!?), e in questa occasione arrangiata con maggior garbo e interpretata con la classe tipica della nostra amica.

Help Me Make It Through The Night – Questa canzone di Kris Kristofferson (ha vinto il premio come canzone dell’anno nel 1970), può vantare illustri interpreti a partire da Willie Nelson, Brenda Lee, Dolly Parton, Elvis Presley e tantissimi altri, e anche in questa commovente rilettura le viene garantito il giusto merito.

Blue Skies – Questo brano proviene del lontano 1926, è stato scritto da Irving Berlin per il Musical teatrale Betsy, e nel tempo è stato reinterpretato da moltissimi artisti tra i quali Frank Sinatra e Doris Day, e la Marshall ne fa una splendida versione un po’ in stile “Cabaret”, diventando un pezzo da cantare in qualsiasi buon Bistrot.

Use Somebody – A dimostrazione che volendo anche le band di “rock alternativo” sanno scrivere grandi canzoni, da Only By The Night dei Kings Of Leon, viene ripescata una Use Somebody di straordinario fascino musicale, dove ancora una volta Susan si dimostra una delle migliori vocalist ” sconosciute” in circolazione.

Come certamente avrete capito sono molto di parte, però è pur sempre un progetto coraggioso e rischioso fare un album di “cover” (di qualsiasi genere), ma devo dire che ancora una volta la sfida mi pare vinta, come è successo in altre occasioni, in quanto ascoltando queste canzoni d’autore l’emozione che trasmette la voce di questa bravissima cantante di Memphis è dirompente, e Susan Marshall conferma ancora una volta che le buone canzoni sono sempre delle buone canzoni, soprattutto se ben interpretate, e in questo 639 Madison ce ne sono in abbondanza.

Tino Montanari

*NDB I video inseriti nel Post ovviamente non corrispondono ai contenuti del disco, ma servono per dare comunque una idea della splendida voce di questa bravissima cantante.

Dal Boogie Blues Del Mississippi Agli Ardent Studios Di Memphis, Con Ottimi Risultati. Reed Turchi – Speaking In Shadows

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Reed Turchi – Speaking In Shadows – Devil Down Records/Ird 

Dal blues delle colline del Mississippi e dal kudzu boogie agli Ardent Studios di Memphis, il passo potrebbe sembrare lungo, ma Reed Turchi lo ha compiuto senza apparente sforzo, regalandoci un disco che, pur sempre imbevuto di blues, ha comunque molte altre frecce al suo arco: ballate (?!?), pezzi quasi Stonesiani o sudisti, ritmi funky-rock sghembi, intermezzi dal sound più “moderno” e lavorato, un suono spesso più complesso e meno “selvaggio” dei lavori come band, ma agli occhi di chi scrive più interessanti e meno monocordi del suono del gruppo, anche se ogni tanto forse ci mancano quelle sgroppate chitarristiche selvagge e distorte (ma appena un poco). In fondo se il sound non cambiava che senso aveva fare un disco come solista: disco solo ma non solitario, nell’album appaiono ben 11 musicisti, non contemporaneamente in tutti i pezzi. L’unica costante è Paul Taylor che suona sia basso che, soprattutto, batteria e percussioni, oltre al co-produttore Billy Bennett (MGMT, The Whigs) che suona tastiere e synth in sei brani.

Per il resto, in ordine di apparizione, troviamo Heather Moulder, che è la deliziosa voce duettante nella delicata ballata Pass It Over, un brano che ricorda qualcosa addirittura dei Big Star, che registrarono i loro dischi proprio negli antenati dei leggendari Ardent Studios di Memphis, chitarre sospese per un pop-rock dal suono avvolgente. Fosse tutto così il disco sarebbe un mezzo capolavoro, ma alla fine potrebbe forse risultare noioso. Ed ecco allora la stonesiana Everybody’s Waiting (For Me To Come), con il sax di Art Edmaiston (della Gregg Allman Band) che duetta con la slide di Turchi e con Adrian Hill, aggiunto alla chitarra, come pure le tastiere di Bennett, e niente male anche Juggling Knives, dai solidi riff, dove Reed duetta con la chitarra del Bud Spencer Blues Explosion, l’italiano Adriano Viterbini, per un brano che suona come un blues (rock) per il 21° secolo. Atmosfere più sospese, ma sempre affascinanti, per una sognante e leggermente psych Texas Mist, dove le nebbie non sono così profonde, ma sporcano il sound, con una voce carica di riverbero, il Fender Rhodes di Anthony Farrell che lavora sullo sfondo ed un acidissimo solo in modalità slide di Reed Turchi.

E la slide è di nuovo protagonista in primo piano anche in Offamymimd, un bel pezzo di blues-rock chitarristico, tirato e classico, senza la ricerca delle asprezze sonore del passato, ma la solista tira comunque alla grande e tutta la band gira alla perfezione in un brano che si rifà ai classici del passato. Ima Bore, di nuovo in accoppiata con Viterbini, (mi) ricorda il sound dei primi brani dei Modern Lovers di Jonathan Richman, quando facevano ancora rock, grazie anche alla voce sottile e particolare di Turchi, mentre musicalmente c’è qualche parentela anche con l’altro Reed, Lou e Drawn And Quartered, grazie agli interventi delle sghembe tastiere di Bennett, percussioni minimali e di nuovo quella voce acerba, per strane associazioni di idee mi ha ricordato il Donovan del periodo psichedelico. La batteria elettronica di A Course To Stay, accoppiata ad una chitarra solista assai lavorata, sfocia quasi in un rock industriale e futuristico, dove le voci di supporto di Leigh Lucas e Steph Wells, rendono il tutto straniante, anche se è uno dei brani che mi piace meno. Floristella è forse il brano che più racconta il vecchio sound: una chitarra distorta, come pure la voce, sostenute da folate di organo e dal sax “maligno” di Edmaiston rendono l’atmosfera inquieta e a tratti quasi free, mentre Looking Up Past Midnight ricorda forse il desert rock introspettivo dei Thin White Rope, di nuovo con organo e sax a farsi largo in una ritmica spezzata e contorta, mentre la chitarra si tiene ai margini. A chiudere, torna il dualismo fra sax e chitarra slide e wah-wah in una Flash Of Gold dai ritmi funky e contorti, di nuovo vicini al suono dei vecchi Turchi, e forse per questo meno convincenti per il sottoscritto. Finale con Reed Turchi che duetta con sé stesso in uno strumentale dall’atmosfera folk-blues, solo due chitarre, una acustica e una slide, con un suono che ricorda quello delle colonne sonore di Ry Cooder. Dodici brani, solo 37  minuti, ma un disco interessante ed intenso che non mi aspettavo.

Bruno Conti

Le Origini Di Alex Chilton. Box Tops – The Original Albums 1967-1969

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The Box Tops – The Original Albums 1967-1969 – 2 CD Raven distr. IRD

Alex Chilton è giustamente considerato uno dei grandi della musica rock americana, soprattutto per il suo contributo come leader dei Big Star, una delle più importanti band culto degli anni ’70 e anche per la successiva carriera come solista, proseguita nelle tre decadi successive. Ma il vero grande successo comerciale lo ha conosciuto proprio come cantante dei Box Tops, uno dei primi gruppi del cosiddetto “blue-eyed-soul”, inventato dal suo mentore e scopritore Dan Penn, cantante ma soprattutto autore, nonché produttore e talent-scout che, in collaborazione, con Chips Moman Spooner Oldham, prima agli American Studios di Memphis e poi ai Muscle Shoals fu una delle figure principali nella diffusione del soul e del R&B nelle classifiche americane (ma sarebbe una storia lunga, che peraltro andrebbe, ed è stata raccontata più volte). Quello che ci interessa in questo caso è la sua liaison con Chilton, giovane di belle speranze e leader di un gruppo di assoluti sconosciuti, i Devilles, che praticavano a metà anni ’60 un pop influenzato dal suono della british invasion. Chips Moman e Dan Penn erano alla ricerca di un cantante sulla falsariga di Stevie Winwood, un bianco con la voce da nero, che sull’altro lato dell’Atlantico stava sbancando le classifiche con lo Spencer Davis Group, per cui le due vecchie volpi acquisirono in toto i Devilles cambiando il loro nome in Box Tops ed istruirono Chilton per farlo cantare come un maturo cantante soul, mentre all’epoca il giovane Alex, aveva da poco compiuto 16 anni.

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Ovviamente il gruppo venne guidato, per non dire “plagiato” da Penn e dal giro abituale di musicisti suoi collaboratori, che erano quelli che suonavano nei dischi soul della Atlantic e della Stax, e poi avrebbero suonato con Presley e con le stelle del futuro movimento dei country outlaws, oltre agli stessi Penn e Spooner Oldham, tastierista sopraffino, possiamo ricordare il chitarrista Reggie Young, ma anche Tommy Cogbill, Bobby Emmons, il grande soulman Bobby Womack e tantissimi altri. A fianco di questi musicisti c’era anche un gruppo di autori di talento, a partire da Wayne Carson Thompson, l’autore di The Letter, un megasuccesso come singolo sul finire del ’67 (e successivamente ripresa anche da Joe Cocker, in una versione memorabile) e prima traccia dell’album di esordio dei Box Tops, intitolato proprio The Letter/Neon Rainbow. La voce originale di Chilton non era quella aspra, rauca e poderosa che il giovane impiegò nel singolo, ma venne studiata a tavolino, comunque con risultati devastanti, perché il timbro usato era veramente fantastico, degno dei migliori cantanti neri, ma non sarebbe stato quello di Alex nel resto della carriera. Anche i suoi compagni nel gruppo, con un vorticoso giro di membri utilizzati nei due anni di vita della band, con il solo chitarrista James Talley, oltre a Chilton, componente fisso, non avevano nessun compito specifico nella band, un po’ come succedeva con i Monkees, Alex cantava e Penn dirigeva, con ottimi risultati, tutta la baracca. Diciamo chiaramente che i Box Tops sono stati una band da singoli, le altre canzoni contenute negli album non dico che fossero dei meri riempitivi, ma diciamo che non erano dei capolavori.

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Anche se, come dimostra questa ottima doppia antologia della australiana Raven che raccoglie tutti i brani registrati per i quattro dischi pubblicati dalla Bell tra il Novembre 1967 ed il settembre 1969, oltre ai grandi successi, che erano anche le canzoni più belle, qualche piccola chicca era comunque presente. Naturalmente gli appassionati di musica saranno più che contenti di accappararsi questi CD, curati con la solita certosina abilità dai compilatori della etichetta, sia a livello suono, sia per l’ottimo libretto di 16 pagine che riporta tutte le notizie che occorre sapere, ma se trovate una antologia che contiene solo i singoli va bene lo stesso, per i “maniaci” la Sundazed aveva pubblicato anche i singoli CD con bonus.I quattro album sono stati inseriti in origine cronologico: nel primo, oltre a The Letter, c’è l’altro grande successo, Neon Rainbow https://www.youtube.com/watch?v=2ZtV2BDUPwwsempre firmata da Wayne Carson Thompson, autore anche di She Knows How, un altro discreto blue-eyed soul, che mette in evidenza la voce di Chilton, appesantita da un arrangiamento di archi e fiati che erano tipici dell’epoca, ci sono anche quattro brani firmati da Penn/Oldham, il lato B Happy Times, presente in versione mono (il resto è in stereo, a parte le bonus), sempre del sano soul con l’organo di Oldham in evidenza, ma Everything I Am e I Pray For Rain non sono memorabili, anzi, come pure la versione di I’m Your Puppet, grande successo per James & Bobby Purify, e anche la versione copia carbone di A Whiter Shade Of Pale, pur suonata e cantata benissimo non gli fa un baffo a quella dei Procol Harum https://www.youtube.com/watch?v=qB0z7ZV93e0 (voi direte, e i Dik Dik?) , la cover di un brano di Bacharach e anche le due canzoni scritte da Bobby Womack non vanno oltre la sufficienza.

Nel primo CD c’è anche il secondo long playing completo del 1968, Cry Like A Baby, con il singolo che gli dà il titolo come brano migliore, anche grazie all’intervento della chitarra-sitar di Young e alla verve della canzone (c’era stata pure una versione italiana Mi Sento Felice, purtroppo non inserita nel doppio https://www.youtube.com/watch?v=LwMA8D5yfg4 ): ma nel secondo album, forse il più compiuto della discografia per il tipo di suono, non male il blue-eyed-soul con i soliti archi e fiati di Deep In Kentucky, un paio di brani di Mickey Newbury, non tra i suoi migliori, e questo della qualità delle canzoni è il problema di tutti gli album, Oldham e Penn ne firmano altre tre, oltre alla title-track. c’è una versione di You Keep Me Hangin’ On delle Supremes, trasformata in un pezzo rock, che sarebbe una idea geniale se non l’avessero già fatta i Vanilla Fudge l’anno prima https://www.youtube.com/watch?v=nTKb1btXDSwEvery Time, piacevolissima https://www.youtube.com/watch?v=9yFwBxbp27E , sembra una delle canzoni che faceva Tom Jones, in quel periodo, del pop di gran classe, come pure Fields Of Clover e Lost, dove Young si cimenta ancora al sitar elettrico e 727, una gagliarda pop song con la bella voce di Chilton in primo piano https://www.youtube.com/watch?v=fmAJGJjW08o . Per completare il primo CD la Raven ha aggiunto come bonus le versioni mono dei grandi successi e qualche lato B dei singoli, due canzoni con la firma di Alex Chilton, le prime scritte dal geniale musicista americano, lontane dai fasti futuri dei Big Star, anche se Come On Honey non è malaccio.

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Il secondo CD contiene Non-stop, il terzo album uscito nel luglio del 1968 e Dimensions, il quarto e ultimo, pubblicato nel settembre del 1969: come al solito sono i singoli i brani migliori, Choo Choo Train, scritta da Donnie Fritts ed Eddie Hinton, è un ennesimo esempio di ottima soul music fatta da bianchi https://www.youtube.com/watch?v=2TRfjxTNKcw  e I Met Her In Church, di Penn e Oldham è quasi un gospel-rock soul degno del grande Elvis https://www.youtube.com/watch?v=BDDBRt8_O1w , I’m MovinOn, il celebre brano di Hank Snow, è un ottimo country-rockabilly, Sandman, scritta da Wayne Carson Thompson è fin troppo melodrammatica, come usava all’epoca, nonostante l’elettrica minacciosa di Young, buona People Gonna Talk, sulla scia dei successi dei Box Tops, con quell’andatura ondeggiante, una prima versione di Rock Me Baby di BB King, che non inserirei tra le migliori 100 versioni del brano, anche se Chilton ci mette del suo, come pure i musicisti impegnati, ma non c’entra niente con il resto, che non resterà negli annali del pop. Dimensions si apre con Soul Deep, l’ultimo grande singolo del gruppo https://www.youtube.com/watch?v=IhN6IqCKzkw  ed è seguita da una bella versione di I Shall Be Released, la canzone di Dylan resa immortale dalla Band su Music From Big Pink, qui Chilton canta con la sua voce normale, non sforzata, quella che userà in futuro e lascia intravedere le potenzialità del futuro genio del pop-rock che sarà https://www.youtube.com/watch?v=VLz985ozQ3M . Midnight Angel si lascia ascoltare come Together, uno dei tre brani a firma Chilton contenuti nell’album, gli altri due I Must Be The Devil, uno strano blues, che fa il paio con un’altra versione lunghissima, oltre nove minuti, di Rock Me Baby, posta in chiusura dell’album e decisamente migliore di quella presente nel LP precedente. Per completismo ricorderei pure una canzone di Neil Diamond, Ain’t No Way, puro pop dell’epoca, tipo quelle che scriveva ai tempi per i Monkees, ma non così bella. Direi che è tutto: ribadisco, soprattutto per appassionati di white soul e buona, anzi ottima pop music, forse “troppo” ma comunque due bei dischetti!

Bruno Conti

Heartland Rock, Ma In Quel Di Nashville ! Drew Holcomb And The Neighbors – Medicine

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Drew Holcomb And The Neighbors – Medicine – Magnolia Music

Dignitosi dischi di roots-music ne stanno uscendo tanti, majors e indipendenti sembrano fare a gara nel proporre nomi e personaggi nuovi sull’onda di quello che è stato giustamente definito una sorta di “new roots revival”. Pertanto questa musica sembra stia vivendo un momento di notevole fermento e popolarità presso il grande pubblico (e questo non può che far piacere a chi l’ha sempre seguita con molto interesse, come il sottoscritto). Bene, tutto questo preambolo per parlarvi di tale Drew Holcomb e dei suoi Neightbors che vengono da Memphis, ma dal 2006 vivono ed operano nella vicina Nashville, dove hanno inciso una serie di album (se non sbaglio questo è il nono), in una scena musicale certamente non facile, competitiva ed assai affollata, e dove spesso la musica vive di tradizione. Tralasciando i primi introvabili lavori, l’esordio con Washed In Blue (05) l’autoprodotto Live From Memphis (07), e il disco natalizio A Neighborly Christmas (07), la vera carriera inizia con Passenger Seat (08), a cui fanno seguito A Million Miles Away (09), Chasing Someday (12), Through The Night: Live In Studio (12), l’ottimo Good Light (13) https://www.youtube.com/watch?v=0LlbjlwXMGo , per finire con questo Medicine che conferma pienamente la costante crescita del gruppo. L’attuale line-up dei Neighbors, vede oltre a Drew, voce e chitarra, il suo “pard” Nathan Dugger alle chitarre e tastiere, Rich Brinsfield al basso, Ian Fitchuk alla batteria, l’esperto multi strumentista nonchè produttore, Joe Pisapia, (collaboratore in tempi recenti di K.d. Lang) e la moglie Hellie Holcomb al piano, autrice anche di un album solista, As Sure As The Sun, uscito nel 2014 https://www.youtube.com/watch?v=VuGmcCK7T_c .

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Dodici brani di classico rock americano, dodici pillole se preferite, visto il titolo: si inizia con una dolce ninna-nanna acustica American Beauty https://www.youtube.com/watch?v=IJAdBBvuUv8 , per poi alzare il volume con il folk-rock di Tightrope e Here We Go https://www.youtube.com/watch?v=qMRvvhPqlIc , il “sound” ricco e corposo di Shine Like Lightning https://www.youtube.com/watch?v=5jVnvlV5muk , e le nostalgiche atmosfere di Avalanche e Heartbreak (con il piano di Hellie in evidenza). Si prosegue con un delicato brano dedicato alla moglie (sempre presente al piano) You Will Always Be My Girl, passando poi al brano più rock del lavoro, una Sisters Brothers che sembra uscita dai solchi di un vecchio disco dei Black Keys, alla travolgente e pianistica Last Thing We Do, per poi tornare alla ballata acustica Ain’t Nobody Got It Easy (cantata alla grande da Drew) https://www.youtube.com/watch?v=YGayFK3N8hg , l’inizio fischiettante di una gioiosa I’ve Got You in duetto con Ellie, e terminare la “cura” con un’altra strepitosa ballata folk When It’s All Said And Done, che nel percorso del brano si apre in tono melodico, per poi finire in crescendo con pedal-steel e chitarre in grande evidenza, con Drew e tutta la band che si esprimono al meglio.

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Dopo dieci anni di “gavetta” Drew Holcomb e i suoi Neighbors, con questo disco Medicine, hanno guadagnato il diritto ad avere “un posto al sole” dalle parti di Nashville e dintorni, richiamando anche certi suoni californiani anni ’70 (con largo uso di pianoforte e chitarre) con un sound personale che viene valorizzato dalla bella voce del “leader”, un pugno di canzoni che si fanno ascoltare ripetutamente e sono suonate alla grande. Se amate il “Classic Rock”, questa è sicuramente la vostra “Band” !

Tino Montanari

Tra Soul E Blues, E Che Qualità! John Nemeth – Memphis Grease

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John Nemeth – Memphis Grease – Blue Corn Music

Sempre per il famoso assioma che sapere i nomi dei musicisti che suonano in un disco non sia importante, vediamo chi appare in questo Memphis Grease, il nuovo eccellente (e qui mi scopro subito) album di John Nemeth. Si fanno chiamare The Bo-Keys, in onore dei vecchi Bar-Kays (captata l’assonanza?) e come lascia intuire il titolo del disco vengono da Memphis; Tennessee, sono bianchi e neri, come è sempre il caso in queste formidabili formazioni e sono guidati da Scott Bomar, che è il bassista e anche il produttore, nonché quello che li ha assemblati per accompagnare Sir Mack Rice (un degno epigono Stax di Wilson Pickett, basti dire che ha scritto Respect Yourself e Mustang Sally), poi il gruppo ha proseguito registrando alcune colonne sonore tipo Hustle & Flow e Soul Men, oltre all’ottimo disco di Cyndi Lauper Memphis Blues. 

Gli altri sono anche meglio: Howard Grimes, il batterista, suonava nei dischi della Hi Records con Al Green e Ann Peebles, Mark Franklin, Kirk Smothers e Art Edmaiston erano con Rufus Thomas, Bobby “Blue” Bland e sempre Al Green, Joe Restivo e Al Gamble, sono più giovani, come Bomar, ma hanno già un pedigree notevole. Tra i vocalist coinvolti c’è anche l’ottima Susan Marshall. Se Nemeth, nativo dei dintorni di Boise nell’Idaho, ma da molti anni residente nella calda California si è trasferito a Memphis un motivo ci sarà, qualcosa che si respira nell’aria, per le vie, negli studi di registrazione. Il nostro amico, cantante ed armonicista, era già bravo di suo, come dimostrano i precedenti otto album, tra cui il notevole Name The Day, uscito nel 2010 per la Blind Pig, ma in questo album fa un ulteriore salto di qualità.

La quota blues è sempre presente, ma arricchita da una abbondante dose di soul e R&B di grande qualità, originali e cover indifferentemente, se vi sono piaciuti i dischi recenti di Boz Scaggs e Paul Rodgers, o amate gente come James Hunter, Shirley Jones, Eli “Paperboy” Reed (bravissimo, peccato lo conoscano in pochi), e quindi sia blue-eyed soul che veri soulmen di colore, non abbiate problemi, questo è il disco che fa per voi. Three Times A Fool, il brano che apre il disco, è una canzone scritta da Otis Rush, ma da come i musicisti la prendono di petto, infarcita di fiati e con ritmi errebì carnali, avreste potuto trovarla su un disco d’epoca di Albert King, magari su Stax, con l’armonica al posto della proverbiale chitarra e una voce nera come il carbone. Saranno anche “revivalisti” questi musicisti, ma viva il revival se è così bello, Joe Restivo, per non sbagliare, ci piazza comunque un assolo di chitarra di quelli tosti e tirati https://www.youtube.com/watch?v=09X2TtizZLo .

Sooner Or Later è un delizioso mid-tempo soul, con fiati sincopati e la voce vellutata di Nemeth che titilla i vostri padiglioni auricolari https://www.youtube.com/watch?v=OccUNl4EHSM , mentre Her Good Lovin’ è un funky-blues di quelli duri e puri con la chitarrina di Restivo e l’organo di Gamble che spingono la voce di John verso le vette dei grandi neri del passato, senza dimenticare di soffiare con gusto nella sua armonica. Stop, il pezzo di Mort Shuman e Jerry Ragovoy, avrebbe potuto, come Piece Of My Heart, Try, Cry Baby, Get It While You Can, far parte del fantastico repertorio di Janis Joplin, invece la cantò “solo” Howard Tate e apparve in Supersession di Al Kooper & Mike Bloomfield , Nemeth la interpreta alla grande e Restivo ci piazza pure un bel assolo di chitarra, di quelli fulminanti. If It Ain’t Broke è una ballata deep soul, di quelle da tagliarsi le vene, con il nostro John che canta come fosse Al Green reincarnato in un corpo bianco, falsetto incluso, una meraviglia.

 

I Can’t Help Myself torna verso tematiche più errebi, grinta della ritmica e dei fiati, organo e chitarra d’ordinanza e vai! Poi c’è una cosa meravigliosa: una versione di Crying, proprio quella di Roy Orbison, trasformata come solo Otis Redding o qualche altro genio dei tempi, avrebbe potuto farla ai Muscle Shoals, sul finire degli anni ’60, da brividi, sentire le liriche classiche in un ambito soul è una delizia assoluta! Anche solo per questo brano il disco varrebbe il prezzo di acquisto, ma pure il resto non scherza, My Baby’s Gone sta ancora tra blues e R&B sanguigno, con l’armonica che pennella, Testify My Love addirittura va verso il gospel più celestiale, Bad Luck Is My Name è un altro funky-blues fiatistico e sanguigno, mentre Keep The Love A Comin’, è solo un bel pezzo di blues, fatto come Dio comanda e anche Elbows On The Wheel è su queste coordinate, ritmi funky e suoni blues, con corettini immancabili, anche se siamo nelle normalità, in confronto ad alcune perle di questo Memphis Grease. Che però ha un ultimo colpo di coda, con un’altra ballata languida come I Wish I Was Home dove si gusta ancora una volta il perfetto phrasing della voce di John Nemeth, l’intonazione impeccabile, se preferite in italiano. Se vi piacciono il soul e il blues, meglio se insieme, ultimamente di dischi così belli ne escono pochi.

Bruno Conti

Incontro Tra “Nobili” In Quel Di Memphis! Paul Rodgers – The Royal Sessions

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Paul Rodgers – The Royal Sessions – Caroline/429 Records/Universal 28/01 o 04/02

Partiamo da un presupposto (anche due, forse tre): come potrebbe essere brutto un disco che contiene quattro canzoni del repertorio di Otis Redding (una via O.W. Wright), due di Albert King, una di Ann Peebles (ma la faceva anche Tina Turner), una scritta da Bacharach/David, ma nella versione Stax sfavillante di Isaac Hayes, una scritta da Smokey Robinson per i Temptations (cantata pure dal grande Otis nel ’66) e che inizia con uno dei brani più famosi del repertorio di Sam and Dave? La risposta è ovviamente no, a prescindere! Se a questo aggiungiamo che a cantare “tutto sto popò di roba” c’è una della più grandi voci bianche “nere” della storia della musica rock, Paul Bernard Rodgers, da Middlesborough, Inghilterra, bisognerebbe essere folli a pensarlo. E per mettere anche il carico, i musicisti che suonano nel disco sono (Reverend) Charles Hodges, all’organo, Michael Toles alla chitarra (se dico Shaft può bastare?), LeRoy Jones, al basso, “Hubby” Archie Turner, al piano elettrico Wurlitzer, Steve Potts e James Robertson, alla batteria. Più una quantità notevoli di cantanti di supporto e fiati, radunati ai Royal Studios di Memphis, dove tutti questi “benedetti” signori registravano, sotto la guida di Willie Mitchell, nei dischi di Al Green, Ann Peebles, O.W. Wright, Syl Johnson e miriadi di altri, dischi nati nel profondo Sud degli Stati Uniti, a cavallo tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, quando la soul music era al suo apogeo creativo http://www.youtube.com/watch?v=hGhAPSCJL-8 .

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Il titolo un po’ criptico del Post sta a significare proprio questo, un incontro della “nobiltà” della musica, cantanti, canzoni (che perdono la loro intangibilità, tanto sono belle), musicisti, studi di registrazione, tutte le cose che la musica moderna sta cercando di ammazzare. Il tutto unito dalla voce ancora incredibile di Paul Rodgers, uno che nella sua carriera ha cantato ogni genere: il blues e il rock fusi in un tutt’uno nei leggendari Free (All Right Now la conoscono anche i giovanissimi, perchè periodicamente riappare in uno spot o in una colonna sonora, con il suo riff inconfondibile http://www.youtube.com/watch?v=bHNxuo4i5Ds ), l’hard -rock, american style, che ha influenzato intere generazioni di rockers negli anni a venire, ma che era suonato da quattro musicisti inglesi, e anche un po’ di avventure finite male, i Firm con Jimmy Page e i Law con Kenney Jones, è meglio non ricordarli. Come molte delle avventure soliste del nostro amico: con una grande eccezione, guarda caso un altro tributo, Muddy Water Blues: A Tribute To Muddy Waters, il titolo dice tutto e Rodgers era accompagnato da una sflilza di chitarristi da paura (però sono passati più di 20 anni, era il 1993, anno in cui usciva anche uno splendido EP dal vivo, altrettanto bello, The Hendrix Set, dove omaggiava il mancino di Seattle http://www.youtube.com/watch?v=BBP09wzSUMU ).

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Nel frattempo reunion varie dei Bad Company, con molti dischi e DVD dal vivo, qualcuno anche bello e l’avventura con i Queen, dove, francamente, la voce pur potente ed espressiva di Paul, che aveva influenzato proprio quella di Mercury, non c’entrava molto con il repertorio degli ultimi anni della band inglese, con un risultato non disastroso, ma fondamentalmente inutitle. Come “splendidamente” inutile è questo The Royal Sessions. Molti si chiedono che senso ha rifare, quasi pari pari, dei classici della musica soul, quando potresti fare qualche bel dischetto di dubstep o nu soul “moderno? Ahia, mi sono fatto male mordendomi la lingua, boccaccia mia statti zitta, una risposta ce l’avrei ma mi taccio! Oppure cantanti come Bruno Mars, Pharrell o gruppi come i Daft Punk ed altri che eccellono proprio quando i “loro” brani meglio riescono ad imitare gli originali, presentando le canzoni come frutto di ispirazione quasi preternaturale (non sentite su vecchi dischi, aleggiano nell’aria), o i geni dell’hip-hop e del rap che per fare prima i brani famosi li campionano, però tutto questo è di Moda!

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Allora a questo punto meglio un disco come questo, dove tutto è quasi “matematico”, gli arrangiamenti, la produzione (di Perry Margouleff, che con assoluta nonchalance passa dai Maroon 5 al soul della Hi Records), l’abilità dei musicisti e quella componente spesso trascurabile, come si chiamano quelle robe? Ah sì, le “canzoni”, un fattore infimo! E allora scorrono I Thank You di Sam & Dave http://www.youtube.com/watch?v=fxG1pGKTDNY , Down Don’t Bother Me di Albert King e I Can’t Stand The Rain, che cantava da par suo Ann Peebles, tutte in versioni gagliarde e sanguigne, con Rodgers che ha ancora una voce della madonna, dategli delle canzoni e lui sa cosa farci. L’uno-due da sballo di I’ve Been Loving You Too Long (To Stop Now) (in una long version memorabile) e That’s How Strong My Love Is, tratte dall’opera di Otis Redding, fa bene al cuore e alle coronarie. La versione di Walk On By non è quella, peraltro sontuosa, scritta da Burt Bacharach per Dionne Warwick, ma è quella concepita alla Stax da Isaac Hayes per il suo stupendo Hot Buttered Soul. Senza raggiungere i dodici minuti di quella versione memorabile gli elementi ci sono tutti, il wah-wah di Toles, gli archi, le coriste “in calore”, una piccola meraviglia. Questo signore compie 65 anni a fine anno, ma è ancora una potenza, non per niente nel 2007 si è pure sposato una Miss Canada ( un po’ di gossip).

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Any Ole Way è considerato un brano minore dell’opera di Otis Redding, era il lato B di Satisfaction, poi inserito nella Collector’s Edition di Otis Blue, il capolavoro del King Of Soul , ma averne di canzoni “minori” così. Anche It’s Growing non è conosciutissima ma canzoni così sono delle perle della soul music. I Free avevano altri brani del repertorio di Albert King nel loro carniere (The Hunter!), ma questa versione di Born Under A Bad Sign risveglia vecchi ricordi, il blues si riaffaccia sul percorso sonoro di Rodgers, meno dura e più sinuosa rispetto alle “cattiverie” dei vecchi tempi, ma sempre un bel sentire. La conclusione sarebbe affidata ad una strepitosa I’ve Got Dreams To Remember, sempre Otis!, mamma mia come canta, come si chiama quella cosa che o ce l’hai o se no non la inventi? Feeling, forse? Qui ce n’è a tonnellate. D’altronde si tratta di una delle più belle canzoni di tutti i tempi: senza urlare, strepitare, esagerare, Paul Rodgers la canta come se ne andasse della sua vita.

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Dicevo sarebbe, perché se comprate la versione Deluxe del CD (vi pareva potesse mancare) trovate altri tre brani: due omaggi al maestro di Otis (perchè tutti ne hanno avuto uno), quel Sam Cooke dalla voce melismatica che potrebbe essere considerato uno degli inventori della soul music, con altre due versioni micidiali di Shake e Wonderful World, e uno a sé stesso con Walk In My Shadow ,che era uno dei brani più belli dei Free. Non vi basta ancora? C’è pure il DVD con il “making of” del tutto, dove potete vedere un drappello di grandiosi musicisti mentre si preparano a regalarci questa delizia che spero si poserà nei vostri lettori al più presto. Dal 28 gennaio in Europa e dal 4 febbraio negli Usa. Nel 2013 Boz Scaggs aveva registrato un ottimo Memphis che correva più o meno su queste coordinate http://discoclub.myblog.it/2013/02/27/la-classe-non-e-acqua-boz-scaggs-memphis/ , Royal Sessions forse è anche meglio, il tempo lo dirà!

Bruno Conti

Quasi Gemelli Nel Blues, Brandon Santini e Jeff Jensen.

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Brandon Santini – This Time Another Year – Swing Suit Records

Jeff Jensen – Road Worn And Ragged – Swing Suit Records

Quasi una coppia di gemelli del blues, ok “gemelli diversi”, vengono da stati di origine differenti, uno, Brandon Santini, suona l’armonica, l’altro Jeff Jensen, la chitarra, però entrambi hanno scelto come città di elezione musicale, Memphis, dove hanno registrato i rispettivi dischi nei celebrati Ardent Studios, zona Beale Street, una delle mecche della musica delle radici americane, e, cosa più curiosa ed interessante, suonano ciascuno nel disco dell’altro, ma non solo, Jensen produce il proprio e co-produce, con Santini, il disco del “socio”, e usano esattamente gli stessi musicisti per i due album, anche se sono usciti poi in tempi diversi, già da alcuni mesi, ma la reperibilità del materiale di questa Swing Suit Records diciamo che non è tra le più agevoli. La sezione ritmica è composta da Bill Ruffino al basso e James Cunningham alla batteria, Chris Stephenson si occupa dell’organo e, quando serve, in alcuni brani, stesso ospite al piano, Victor Wainwright (che per quanto ne sappia non fa parte della “dinastia”).

brandon santini

Brandon Santini viene presentato come il nuovo crack dell’armonica, il migliore delle ultime generazioni, anche se io non sottovaluterei Greg Izor (http://discoclub.myblog.it/tag/greg-izor/) , ed in effetti in questo nuovo This Time Another Year, il suono dell’armonica è molto pimpante, classico e moderno al tempo stesso, anche per merito della produzione di Jensen, molto attenta ai particolari e curata negli arrangiamenti. Il fatto di avere una bella voce sicuramente non guasta, il tutto, unito ad un buon talento compositivo (solo un paio di cover, più un riadattamento di un classico, curiosamente, o forse no, come per Jensen, c’è un brano a firma Willie Dixon). La band ha un bel tiro, come testimonia la traccia di apertura, una Got Good Lovin’ che ricorda tanto il suono del british blues, dagli Yardbirds ai Nine Below Zero, quanto gruppi americani come Fabulous Thunderbirds o certe formazioni di West Coast e Texas Blues, con il basso che pompa di gusto, tutti che swingano ed armonica e chitarra che si dividono con misura gli spazi solisti anche se, ovviamente, la mouth harp fa la parte del leone. Nella cadenzata title-track ci si avvicina al classico Chicago Electric Blues, ma miscelato al suono di Memphis, Tennessee, come ricorda lo stesso Santini nel testo autobiografico del brano (dove si fa aiutare da un altro che di armoniche, e di blues, se ne intende, come Charlie Musselwhite), molto intenso, qualche reminiscenza di Help Me, con Jensen e Santini che sono quasi telepatici nei loro interscambi http://www.youtube.com/watch?v=npS_bamUzqI .

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Sempre molto classica la corale What You Doing To Me, dal suono che si avvicina anche a New Orleans, con Wainwright che si prodiga al piano e alle armonie vocali http://www.youtube.com/watch?v=qdfIDe8ybIM ed eccellente uno slow blues come Late In the Evening, dove si percepisce il fantasma di Little Walter http://www.youtube.com/watch?v=CTaB-PHJ5Ck  e degli altri grandi della Chess, ma anche di Sonny Boy Williamson, cui viene reso omaggio pure in un brano firmato appunto con Willie Dixon, una Bye Bye Bird dove il suono si fa più acustico e raccolto. Dig Me A Grave, con l’organo di Stephenson e la chitarra di Jensen molto presenti, ha delle sonorità decisamente più moderne, e lui canta veramente bene http://www.youtube.com/watch?v=IddTP-qJMTc . Things You Putting Down è una di quelle dove si gusta di più l’armonica, mentre nella jazzata Been So Blue Jensen cesella gli accordi sulla sua solista. Coin Operated Woman, scritta ancora da Wainwright, vira di nuovo verso Chicago mentre lo showcase per Santini è una Help Me With The Blues, adattamento di un brano di Walter Horton, dove il piano di Wainwright viaggia come un treno, senza dimenticare la latineggiante Raise Your Window anche questa riadattata da un brano di Sonny Boy Williamson e Elmore James, e a chiudere Fish Is Bitin’, un tuffo tra cajun e folk bues.

jeff jensen

Il disco di Jeff Jensen, Road Worn And Ragged, forse è leggermente inferiore a livello qualitativo globale http://www.youtube.com/watch?v=DDlInpJ4YZM , forse, ma la partenza con un rock blues fulminante come Brunette Woman è da applausi a scena aperta, cantata in modo splendido e suonata anche meglio, con l’armonica di Santini subito in grande spolvero ed un assolo di chitarra di Jensen da sballo, grande apertura http://www.youtube.com/watch?v=CTqAg5_B5zQ . Notevole anche la cover di Heart Attack and Vine di Tom Waits, rivista come se fosse un brano di Howlin’ Wolf, quasi alla Spoonful, con la chitarra lancinante e l’organo di Stephenson in bella evidenza http://www.youtube.com/watch?v=FxNIe0Rw8so . Divertente e frenetico il rockabilly boogie dello strumentale Pepper e raffinato il blues after-hours della jazzata Gee Baby Ain’t I Good To You. Niente male anche le altre due cover, una Little Red Rooster a firma Willie Dixon, in una versione decisamente a velocità accelerata, con il consueto eccellente interscambio con l’armonica scintillante di Santini e Crosseyed Cat, un brano non conosciutissimo di Muddy Waters, che è puro Chicago sound. Raggedy Ann, il brano scritto con Wainwright, è una sorta di blues swingato con ampio spazio per il piano dell’ospite http://www.youtube.com/watch?v=_SXU3ECYy7E  e River Runs Dry è una notevole ballata, quasi da cantautore tradizionale, molta “atmosfera” e poco blues, ma non per questo meno bella, anzi. E si chiude, su una nota brillante, con il funky-soul, proprio da Memphis sound, della ritmatissima Thankful, con un altro assolo da “chitarra fumante” di Jensen, che conclude degnamente questo CD molto eclettico. Bravi entrambi, attenti a quei due!

Bruno Conti 

Un Vero Outsider! Delta Joe Sanders – Working Without A Net

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Delta Joe Sanders – Working Without A Net – Madjack Records

Dischetto piacevole questo di Delta Joe Sanders, un disco di country-blues intriso nelle radici musicali di uno che è nato e vissuto nei pressi della Glower Plantation, Desoto County, Mississippi, ma vive ed opera nel sottobosco della scena musicale di Memphis, Tennessee da oltre trent’anni. Non per nulla il disco è stato registrato nei leggendari Sun e Ardent Studios (che non saranno più quelli di un tempo ma il nome evoca sempre grande musica)!

Tra i suoi compagni di etichetta (la Madjack Records) i più “noti” sono Susan Marshall  (che appare in questo disco) e Cory Branan, come lui onesti praticanti delle sette note, anche se in ambiti più rock, mentre Delta Joe Sanders in passato ha fatto parte pure dei Memphis Sheiks, con cui ha inciso tre album negli anni ’90. Il nome non vi dice nulla? No. Per la verità neppure a me, ma pare che i dischi siano validi, mi fido di quello che ho letto (anche se per l’effetto “San Tommaso” una ascoltatina gliel’ho voluta dare, del blues acustico, chitarra e armonica, in coppia con tale Robert Nighthawk II (!)). Sanders ha inciso altri due dischi da solista oltre a questo Working Without A Net, che offre una strumentazione parca ma più complessa del solito, oltre a brani decisamente acustici come l’iniziale Five O’ Clock (In The Morning Time) che mette in evidenza la voce vissuta ma interessante del protagonista, tra piano, chitarra e percussioni o A Beautiful Song, altra variazione su questo Blues rurale e minimale, ma anche Sweet Monicera che potrebbe uscire da qualche vecchio vinile degli anni ’60, con il suo violino intrigante e quella inflessione country della voce molto sudista e anche un po’ rassegnata, di chi è capitato in studio per caso, perché non aveva niente di meglio da fare quel giorno!

Da questo stile musicale non ci si distacca mai troppo, ma l’accordion di Preachin’ To No One o le armonie vocali quasi gospel di Susan Marshall & Reba Marshall, unite al piano di Rick Steff e a ritmi più mossi danno maggiore brio alla musica in un brano come Windswept Plains Of Memphis, che ha sempre questa aria laconica e malinconica, ancorché vissuta dalla voce di Sanders che ci mette del suo. Con i dovuti distinguo questo Delta Joe Sanders potrebbe ricordare (vagamente) una sorta di Leon Redbone dei giorni nostri (ma anche quelli che furono), più sul blues rurale e sul country, ma quando parte la tromba in That Dress le analogie ci sono. Verso la fine del disco, in That’s Just The Way She is appare addirittura una timida chitarra elettrica affidata a Tommy Burroughs che si occupa un po’ di tutti gli strumenti a corda, mandolino compreso. Il disco si chiude con la lunga The Toast, una sorta di talking country blues alla Bromberg o alla Jerry Jeff Walker nelle loro versioni più acustiche. Uno “strano” disco, curioso e minore, indicato più che per gli archeologi del Blues (e del country “arcano”), insomma per chi gira per mercatini o per antiquari alla ricerca di qualche scoperta incredibile, ma che si accontenta anche di qualche onesta “copia” dei classici. Non disprezzabile comunque, assolutamente fuori dal tempo e da qualsiasi moda (guardate anche il numero dei contatti su YouTube)!

Bruno Conti  

Father And Sons. James Luther Dickinson And North Mississippi Allstars – I’M Not Dead I’M Just Gone

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James Luther Dickinson and North Mississippi Allstars – I’m Just Dead I’m Not Gone – Memphis Int. Rec.

Questo raro incontro discografico (“unico” nella discografia di Jim Dickinson), tra padre e figli, vede la musica, senza voler essere blasfemi, nella parte dello “Spirito Santo”. Registrato il 2 giugno del 2006 al New Daisy Theater di Memphis, Tennessee, in Beale Street, la via del Blues per antonomasia, questo concerto viene pubblicato solo oggi, a tre anni di distanza dalla scomparsa di Mudboy.

Si tratta di un concerto gagliardo, esuberante, dove non solo il Blues, ma tutte le “radici” della musica della famiglia Dickinson vengono rivisitate: registrato in Mono, ma con un ottimo suono, il concerto, per rimanere in tema religioso, è preceduto da un breve sermone anti Bush (era l’epoca) del Rev. Dickinson, ma poi si dipana con un sound che ricorda i suoi vecchi datori di lavoro, gli Stones dell’epoca Exile, quelli più “caattivi” (doppia a) e pericolosi. Dall’apertura tosta di Money Talks, un vecchio brano di Sir Mack Rice, con le sue sonorità viziose, attraversate dalle sciabolate della slide di Luther “Keith’n’Mick” Dickinson, si viaggia subito sulle traiettorie del miglior rock ad alta gradazione blues, quello più genuino e ruspante. Uno che introduce il brano successivo, Ax Sweet Mama come, “scritto dal mio vecchio amico Sleepy John Estes”, come lo definisci se non leggendario – Morto ma non andato! – la sua musica vive in questo suono “paludoso” e volutamente grezzo e in questo brano che cita anche Leaving Trunk e Sloppy Drunk, rivive il mito del blues e del rock più sapido, suonato dal pianino di Jim e dalla chitarra di Luther e cantato con una voce, non bella, ma che, a chi scrive, sembra quella di un John Mayall più incazzato, se mi permettete l’analogia, un altro però che ha fatto di questa musica una religione.

Pure nella successiva cover di Codine, un grande brano di Buffy Sainte-Marie, la voce è rotta, quasi spezzata, ma percorsa da una grinta che sfiora la missione: i North Mississippi Allstars, Luther, Cody alla batteria e il bassista Chris Chew, suonano con un fervore incredibile, degni alunni della lezione di vita e di musica insegnata loro dal grande musicista di Memphis, che si cimenta da par suo al piano. Dopo una breve presentazione dei suoi tre figli, due veri e uno spirituale, ci si rituffa nella musica con una Red Neck, Blue Collar di Bob Frank, che è puro Outlaw Country, le armonie vocali sono di Jimmy Davis. Il concerto è composto solo da nove brani, dura poco più di 42 minuti, ma ha una intensità incredibile, non c’è grasso che cola, solo musica di qualità, non è questa la casa del virtuosismo, anche se i musicisti sono di gran spessore, niente lunghi assolo, solo il minimo indispensabile, con i due Luther che si dividono i brevi spazi solisti e la band che segue con vigore, come nella cover di Kassie Jones, Pt.1 di Furry Lewis, un altro che ha fatto la storia di questa musica, Jim declama Blues e Luther lo segue con la sua slide.

Anche quando fa rollare il suo pianino a tutta birra, come nella cover scatenata a tempo di R&R di Rooster Blues, un vecchio brano scritto da Jerry West, che era uno dei cavalli di battaglia di Lightnin’ Slim, senti che c’è tanta passione e competenza nella musica, e questa versione accelerata è presa dal repertorio di Ronnie Hawkins che viene ringraziato nel finale con un “Dio Benedica Ronnie Hawkins!” molto sentito. Quando i musicisti rendono omaggio al B.B. King D.O.C. di Never Make Your Move Too Soon si percepisce un piacere, una gioia irrefrenabile nel suonare questa musica, essere sul palco e divertirti e suonare la musica che ami, cosa puoi volere di più?  Se poi il tutto è suonato con questa classe e nonchalance l’ascoltatore percepisce quel quid indefinibile che divide i grandi musicisti (di culto) dalle mezze calzette. Di nuovo il country scalcagnato ma irresistibile di Truck Drivin’ Man con la seconda voce di Davis e il pianino di Jim Dickinson in overdrive prima del finale sontuoso con una Down In Mississippi quasi solenne che omaggia la loro terra e la loro musica e permette, per una volta, a Luther Dickinson di lasciarsi andare a una improvvisazione chitarristica leggermente più estesa, sotto l’occhio benevolo e benedicente del babbo che ha lasciato il testimone in mani esperte. Se questo deve essere l’ultimo commiato, il vecchio Mudboy ci lascia alla grande!

Bruno Conti