Un Ottimo “Esordio” Per Due Promettenti Ragazze! Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet

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Shelby Lynne & Allison Moorer – Not Dark Yet – Silver Cross/Thirty Tigers CD – 18-08-2017

Non tutti sanno che Shelby Lynne ed Allison Moorer, oltre ad essere due belle ragazze (anzi donne, dato che vanno entrambe per la cinquantina) e due brave cantautrici, sono anche sorelle: infatti il nome completo della Lynne è Shelby Lynn Moorer http://discoclub.myblog.it/2010/05/19/un-disco-di-gran-classe-shelby-lynne-tears-lies-and-alibis/ . A parte queste considerazioni di parentela, le due musiciste hanno sempre condotto due carriere parallele, con alterne soddisfazioni e senza mai neppure rischiare di diventare delle superstars al livello, per esempio, di una Trisha Yearwood o di una Reba McEntire: troppa qualità nella loro musica, e troppo poche concessioni al pop che a Nashville spacciano per country, anche se la Lynne qualcosa negli anni, ad inizio carriera, ha concesso (ed infatti ha venduto più della sorella, che ha sempre mantenuto la barra dritta, proponendo un country di stampo cantautorale di ottimo livello http://discoclub.myblog.it/2015/04/02/pene-damor-perduto-ritorno-alle-origini-del-suono-allison-moorer-down-to-believing/ ). Un disco insieme però non lo avevano mai fatto, almeno fino ad ora: Not Dark Yet è infatti il primo album di duetti delle due sorelle, che hanno deciso per questo loro “esordio” di riporre le rispettive penne (tranne in un caso) e di omaggiare una serie di autori da loro amati, scegliendo nove brani molto eterogenei, canzoni di provenienza non solo country, ma anche rock, folk e addirittura grunge (e privilegiando titoli tutt’altro che scontati), arrangiando il tutto in maniera raffinata e con sonorità pacate, gentili e meditate, a volte quasi notturne, con le due voci al centro di tutto ed un accompagnamento sempre di pochi strumenti.

E per quanto riguarda la scelta dei musicisti sono state fatte le cose in grande: la produzione è infatti nelle mani del bravo Teddy Thompson (figlio di Richard e Linda), che ha riunito una superband formata da Doug Pettibone e Val McCallum alle chitarre (entrambi a lungo con Lucinda Williams), Don Heffington e Michael Jerome alla batteria, Taras Prodaniuk al basso e soprattutto il formidabile Benmont Tench (degli Heartbreakers di Tom Petty, ma che ve lo dico a fare?) protagonista in quasi tutti i brani con il suo splendido pianoforte, essenziale per il suono di questo disco, a volte quasi al livello delle voci delle due leader. Il resto lo fanno le canzoni e la bravura di Shelby ed Allison nell’interpretarle, a partire dall’iniziale My List, un brano della rock band di Las Vegas The Killers: non conosco l’originale, ma qui siamo di fronte ad una intensa ballata, intima e toccante, con le due voci che si alternano fino all’ingresso della band, momento in cui il suono si fa pieno e con il predominio di piano, chitarre ed organo, davvero una bellissima canzone. Every Time You Leave è un brano dei Louvin Brothers, affrontato in modo classico, voci all’unisono ed arrangiamento di puro ed incontaminato stampo country, sullo stile del trio formato da Emmylou Harris, Dolly Parton e Linda Ronstadt, ancora con uno splendido pianoforte; Not Dark Yet è una delle più grandi canzoni degli ultimi vent’anni di Bob Dylan, ed è materia dunque pericolosa: le due ragazze scelgono intelligentemente di non variare più di tanto l’arrangiamento, lasciando il mood malinconico dell’originale ma rendendo l’atmosfera meno cupa ed accelerando leggermente il ritmo.

E poi una grande canzone, se sei bravo, resta sempre una grande canzone. I’m Looking For Blue Eyes è un’altra intensa slow ballad scritta da Jessi Colter, ancora con piano, chitarra e le due voci in gran spolvero; splendida Lungs, di Townes Van Zandt, una western tune perfetta per le due sorelle, con lo spirito del grande texano presente in ogni nota, un uso geniale del piano e l’atmosfera tesa e drammatica tipica del suo autore, mentre The Color Of A Cloudy Day è il brano più recente della raccolta, essendo del duo marito e moglie Jason Isbell/Amanda Shires, ed è l’ennesima bellissima canzone del CD, anzi direi una delle più belle, con una melodia di cristallina purezza: complimenti per la scelta. Silver Wings di Merle Haggard è forse la più nota tra le cover presenti, e le Moorer Sisters la trattano coi guanti di velluto, mantenendo arrangiamento e melodia originali ma aggiungendo il loro tocco femminile, mentre Into My Arms è una sontuosa ballata di Nick Cave (apriva il bellissimo The Boatman’s Call), riproposta con grande classe e finezza, e con una dose di dolcezza e sensualità che obiettivamente al songwriter australiano mancano. Il CD, che è quindi tra le cose migliori delle due protagoniste, si chiude con una sorprendente Lithium dei Nirvana, che è il brano più elettrico della raccolta anche se siamo distanti anni luce dal suono di Cobain e soci (ed è comunque la scelta che mi convince meno), e con Is ItToo Much, unico brano nuovo scritto dalle due, un pezzo notturno e suggestivo il cui suono a base di chitarra sullo sfondo e pianoforte cupo fa venire in mente le atmosfere di Daniel Lanois: un finale che, oltre a confermare la bontà del disco, dimostra che se volessero le due sorelle potrebbero bissare con un intero album di brani autografi dello stesso livello.

Esce il 18 Agosto.

Marco Verdi

Una Piccola Grande Band Dalla Georgia Per Una Musica Sudista “Diversa”. The Whiskey Gentry – Dead Ringer

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The Whiskey Gentry – Dead Ringer – Pitch-A-Tent CD

Lo dico subito così mi tolgo il pensiero: questo disco è stata una folgorazione. Avevo già sentito nominare i Whiskey Gentry, ma non avevo mai approfondito più di tanto, e l’ascolto di Dead Ringer mi ha messo di fronte ad una band superlativa, una delle più talentuose tra quelle scoperte ultimamente. I WG sono un sestetto proveniente da Atlanta, Georgia, e hanno già tre album alle spalle (due in studio più un live), ma non fanno southern rock: il loro filone è quello dell’alternative country, anche se detto così potrebbe sembrare riduttivo, in quanto i ragazzi sanno suonare di tutto, dal country, al rock, al bluegrass al rock’n’roll, e con una forza incredibile. I leader sono Lauren Stanley Morrow, voce solista e chitarra, e Jason Morrow, chitarra solista, i quali nella vita sono anche marito e moglie: il resto del gruppo è formato da Sam Griffin (basso), Carlton Owens (batteria), Chesley Love (banjo e fisarmonica) e Rurik Nunan (violino), coadiuvati da due collaboratori che possiamo considerare quasi membri onorari, cioè Michael Smith al mandolino e Les Hall, che produce anche il disco, al piano, organo e chitarre. Dead Ringer arriva tre anni dopo il loro lavoro precedente, Holly Grove, ed è una vera bomba: dodici canzoni, dieci originali e due covers, suonate con una foga da garage band, ma con una pulizia sonora ed una tecnica da veterani.

La loro base di partenza è chiaramente il country, ma non disdegnano di arrotare le chitarre quando serve, e la sezione ritmica picchia spesso duro; tanta energia non è però fine a sé stessa, in quanto i sei hanno anche un’ottima capacità di scrittura ed un feeling enorme, un suono personale e, in definitiva, non assomigliano a nessuno pur ispirandosi ai classici del genere: se proprio dovessi fare un nome direi Old Crow Medicine Show, ma rischierei di portarvi fuori strada, in quanto la band di Secor e Fuqua ha sì lo stesso tipo di energia, ma un sound decisamente meno elettrico. Per avere un’idea basta sentire la canzone che apre l’album, la potente Following You, una vera e propria rock song anche se non mancano violino e banjo, ma le chitarre sono elettriche e la batteria pesta secco: semmai l’elemento gentile è fornito dalla voce di Lauren e dal refrain delizioso ed immediato. Splendida poi Rock & Roll Band, country-rock purissimo dal ritmo saltellante, quasi alla Johnny Cash, e voce perfettamente in parte, in una parola irresistibile (la strumentazione qui è perlopiù acustica, ma la forza e l’energia sono immutate); la limpida Looking For Trouble è una ballata tersa e diretta, ancora caratterizzata da un ottimo gusto melodico e dallo splendido finale chitarristico quasi psichedelico, che mostra l’alto livello di creatività dei nostri.

La mossa Dead Ringer è puro country, quasi alla maniera texana, godibile dalla prima all’ultima nota, Paris ha una chitarra nervosa che aggredisce da subito ed una ritmica velocissima, un bluegrass elettrico suonato con la grinta di una punk band, con una serie di assoli che lasciano a bocca aperta: i ragazzi uniscono forza, feeling, umorismo (parte della canzone è in un francese sgangherato) e tecnica sopraffina, e questo fa la differenza; la lenta e toccante Kern River, un brano non molto noto di Merle Haggard, è un’oasi gradita, mentre con Martha From Marfa riprende il godimento, uno squisito uptempo country-rock che coinvolge fin dai primi accordi, altro brano che ci ritroviamo senza accorgerci a suonare e risuonare. Che dire di Say It Anyway: inizia con un banjo strimpellato, ma subito dopo ti travolge con il suo ritmo sostenuto e le chitarre rockeggianti, lasciandoti col fiato corto, mentre Drinking Again è un honky-tonk elettrico, ma il ritmo non molla di un centimetro, e si candida come una delle più godibili ed immediate (mi fa quasi venire voglia di una birra, peccato che mentre la ascolto sono solo le dieci di mattina). Seven Year Ache, scritta da Rosanne Cash, è una scintillante ballata, ariosa, fluida ed accattivante; dopo tanta energia il CD si chiude con due pezzi lenti, l’intensa Is It Snowing Where You Are? e la spoglia If You Were An Astronaut, che vede in scena solo Lauren e la sua chitarra.   Non servono altre parole per commentare la musica dei Whiskey Gentry: mettete Dead Ringer nel lettore, e vi assicuro che farete fatica a toglierlo.

Marco Verdi

Una Superstar Di Nashville Che Fa Anche Buona Musica! Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU

brad paisley life amplified world tour

Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU – City Drive CD/DVD

Brad Paisley è la classica eccezione che conferma la regola, essendo la prova vivente che a Nashville ogni tanto si può vendere tantissimo facendo del vero country e non del pessimo pop: oltre a lui mi vengono in mente solo Alan Jackson e, qualche volta, Kenny Chesney, anche se Paisley può vantare vendite maggiori, avendo avuto i suoi ultimi otto album (su dieci totali, escludendo quindi quello natalizio) tutti al numero uno della classifica country. Brad è bravo, non annacqua le sue sonorità, ha il senso del ritmo ed una decisa propensione ai suoni elettrici anche perché, e qui è veramente una mosca bianca, è anche un eccellente chitarrista. Per farsi un’idea del profilo che ha raggiunto, basti pensare che nel suo nuovissimo album Love And War (in uscita quando leggerete questa recensione) è previsto un duetto con Mick Jagger ed un brano scritto a quattro mani con John Fogerty, due personaggi non esattamente usi a collaborazioni esterne (e di solito l’ex Creedence i brani che scrive li mette solo sui suoi dischi *NDB Però anche due brani con Timbaland!!!). Life Amplified World Tour: Live From WVU è il primo album dal vivo del nostro, a parte lo “strano” Hits Alive, registrato lo scorso anno a Morgantown, presso la famosa West Virginia University (giocando quindi in casa, essendo Brad nativo proprio della Virginia dell’Ovest), e non fa che confermare la sua bravura come frontman, in più con un pubblico che conosce a memoria il suo repertorio.

In realtà il progetto è principalmente un DVD, comprendente venti canzoni (il concerto completo), mentre la recensione che leggete si basa sul CD accluso che ne contiene solo dodici (manca tutta la parte centrale ed il brano conclusivo, Alcohol), anche se il tutto è più che sufficiente per farsi un’idea. Country-rock tosto e chitarristico, musica elettrica anche nei pezzi più lenti, unita a melodie di immediata fruibilità (e qualche volta un po’  ruffiane, ma lo perdoniamo), il tutto con una backing band, The Drama Kings, ampiamente rodata, tra i cui membri spiccano lo steel guitarist Randle Currie, il violinista Justin Williamson e la potente sezione ritmica formata da Kenny Lewis al basso e Ben Sesar alla batteria. Dopo un’introduzione un tantino esagerata e magniloquente a base di Also Sprach Zarathustra (la utilizzava anche Elvis, ma era, appunto, Elvis) il concerto parte in quarta con la trascinante Crushin’ It, un rockin’ country chitarristico e grintoso, ma dotato di un bel refrain, il modo migliore per dare il via alla serata. American Saturday Night è anche meglio, un rock’n’roll dal tocco country, ideale per essere suonato dal vivo, il tipico brano che fa saltare tutti (e poi il pubblico pende dalle sue labbra), mentre Perfect Storm è una slow ballad che calma un po’ gli animi, anche se la strumentazione si mantiene elettrica e di impianto rock.

Country Nation è ancora forte e vigorosa, si sente che Paisley non è un pupazzo ma un musicista vero, e lo dimostra anche con la seguente Old Alabama, altra canzone potente e dai toni quasi southern, appena stemperati dall’uso del violino; Then, per contro, è un lento di grande intensità, con un motivo toccante e che il pubblico dimostra di conoscere a menadito, mentre con Beat This Summer, un vero e proprio singalong country-rock, la temperatura inizia a risalire. Lo scintillante honky-tonk elettrico I’m Gonna Miss Her, puro country, e la roboante River Bank precedono l’unica cover del CD (ma nel DVD c’è anche una versione del classico di Merle Haggard Mama Tried), ovvero Take Me Home, Country Roads, la signature song per antonomasia di John Denver ed inno non ufficiale della West Virginia, proposta in una breve ma sentita rilettura acustica, durante la quale anche l’audience in sala fa la sua parte. Il finale, con Brad che ha il pubblico ormai ai suoi piedi, vede la coinvolgente Southern Comfort Zone, dal ritmo acceso ed ottima performance da parte del leader, e la possente Mud On The Tires, altro rockin’ country con le chitarre in primissimo piano e ritornello diretto ed immediato.

Se la media dei countrymen americani fosse al livello di Brad Paisley, non esisterebbe un “problema” Nashville.

Marco Verdi

La Quintessenza Del Country Texano! Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray

dale watson ray benson

Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray – Ameripolitan/Home CD

Dale Watson, texano doc, anche se è nato in Alabama, ormai viaggia al ritmo di due dischi all’anno. Lo avevamo lasciato nel 2016 prima a cantare dal vivo in mezzo alle galline (ed ai loro escrementi) nel bizzarro Chicken Shit Bingo e poi ad affrontare l’immancabile cover album che prima o poi tutti fanno (Under The Influence) http://discoclub.myblog.it/2016/11/25/ecco-altro-che-dischi-ne-fa-pochini-dale-watson-under-the-influence/ , che è già ora di rivederlo tra le nuove uscite. Ma questa volta Dale ha fatto le cose in grande, unendo le forze con Ray Benson, che in Texas è una vera e propria leggenda vivente, grazie alla sua leadership degli Asleep At The Wheel, grande gruppo country e western swing, veri eredi di Bob Wills & His Texas Playboys (ai quali hanno dedicato più di un tributo). I due in passato si erano sfiorati varie volte, ma un disco insieme non erano mai riusciti a farlo, almeno fino all’anno scorso, quando si sono presi il tempo necessario e si sono trovati in uno studio di Austin insieme ad un manipolo di musicisti con la “m” maiuscola, tra cui ben tre membri della band di Watson, i Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria e l’ottimo Don Pawlak alla steel), più il figlio di Ray, Sam Seifert, alla chitarra elettrica (Seifert è il vero cognome di Benson), la nostra vecchia conoscenza Lloyd Maines sempre alla steel ed il bravissimo Dennis Ludiker al violino: Dale & Ray è il risultato di queste sessions, un ottimo disco di puro Texas country, ad opera di due musicisti in grande forma, un album che è anche la cosa migliore che hanno fatto da anni a questa parte.

E non è che i nostri si siano rivolti a songwriters esterni, in quanto, delle dieci canzoni totali, ben otto sono state scritte a quattro mani appositamente per questo progetto dai due texani (Benson è di Philadelphia, ma ormai è più texano di uno nato a Dallas) e solo due sono covers. Solo mezz’ora di musica, ma mezz’ora davvero intensa, all’insegna della miglior Texas music: gran ritmo, chitarre in tiro (Watson è un bravo chitarrista), honky-tonk scintillanti e grande uso di steel e violino. Niente di rivoluzionario, ma quello che c’è è fatto benissimo, con la ciliegina delle splendide voci baritonali dei due leader, entrambe profonde e carismatiche. Il classico disco just for fun, ma allo stesso tempo decisamente professionale e godibile dalla prima all’ultima nota. The Ballad Of Dale & Ray è perfetta per aprire il disco, uno scintillante honky-tonk elettrico con le due voci che si alternano con consumato mestiere, un brano divertente che è anche una dichiarazione d’intenti, con i due che elencano tutta una serie di cose che amano (dalla Lone Star Beer, al fumare erba, fino a Merle Haggard e Johnny Cash). Feelin’ Haggard è proprio un commosso omaggio al grande Hag, un brano che parla delle loro reazioni sconvolte alla notizia della morte del leggendario countryman avvenuta lo scorso anno, una languida ballata nel cui testo i due leader giocano ad inserire titoli di canzoni di Merle (e che voci); I Wish You Knew è un’energica cover di un antico brano dei Louvin Brothers, ritmo acceso con i due texani che si trovano nel loro ambiente naturale (e gran lavoro di steel e violino), mentre Bus’ Breakdown è un gioioso pezzo dal ritmo forsennato, con i nostri che mostrano di divertirsi non poco.

Write Your Own Songs, preceduta da un’introduzione parlata, è una strepitosa cover di un classico dell’amico Willie Nelson, una versione formidabile che rimanda più ai brani lenti degli anni settanta di Waylon che a quelli di Willie; Cryin’ To Cryin’ Time Again è invece un omaggio a Buck Owens (il brano è originale, ma Cryin’ Time era un classico di Buck), con i due che portano un pezzo di Texas a Bakersfield, un altro honky-tonk limpido e suonato con classe sopraffina, mentre Forget About Tomorrow Today è puro Lone Star country, ancora gran ritmo, voci perfette e notevoli assoli, ancora di steel e fiddle. A Hungover Ago è l’ennesimo brillante honky-tonk della carriera di Watson, un vero specialista in materia, con Benson che si adegua più che volentieri, e nella fattispecie uno dei pezzi più riusciti del CD; finale a tutto ritmo con la spedita e swingata Nobody’s Ever Down In Texas, nella quale la classe del duo fuoriesce alla grande (e questo è il brano più vicino allo stile degli Asleep At The Wheel), e con la deliziosa Sittin’ And Thinkin’ About You, una vera country song d’altri tempi. Dale Watson è una forza della natura (ma la qualità nei suoi dischi non manca mai), ed ora che ha coinvolto anche Ray Benson ci auguriamo che Dale & Ray non resti un episodio isolato.

Marco Verdi

Quando Ci Si Comincia A Prendere Gusto…Il Disco Finisce! George Jones – Live At Church Street ‘88

george jones live at church street station '88

George Jones – Live At Church Street Station ’88 – Javelin CD

Sarei curioso di sapere se chi ha messo a punto la legge che nel Regno Unito i supporti audio e video non ufficiali tratti da vecchie performances radiofoniche sono da considerarsi legali, avesse mai immaginato che il mercato sarebbe stato invaso da ogni tipo di pubblicazione come negli ultimi anni. Certo, in molti casi questi CD (o DVD, anche se in misura minore) vanno parzialmente a rimediare a vere e proprie lacune nelle discografie di alcuni artisti (penso a Bob Seger, John Mellencamp, gli splendidi concerti australiani di Bob Dylan e Tom Petty, o Bruce Springsteen, anche se ultimamente il Boss tra instant live e concerti del passato ci sta dando dentro parecchio sul suo website), in altri casi documentano addirittura serate di grande importanza storica (vedi certi live anni settanta di Ry Cooder, The Band o Mike Bloomfield, davvero imperdibili), ma il più delle volte, pur essendo di pregevole fattura e di ottima qualità audio, non aggiungono nulla al profilo dell’artista in questione, sfiorando a volte il ridicolo (come nel caso dei Grateful Dead, che hanno già talmente tanti live ufficiali all’attivo da non aver bisogno anche dei bootleg), ed attentando ulteriormente alle finanze degli acquirenti finali, già provate dalle varie uscite annuali tra dischi nuovi, cofanetti e deluxe editions di album del passato.

George Jones, vera e propria leggenda della musica country (scomparso nel 2013) http://discoclub.myblog.it/2013/04/27/forse-non-si-presentera-neppure-al-suo-funerale-george-jones/ , potrebbe tranquillamente rientrare nella prima delle categorie di cui sopra, in quanto nella sua sterminata discografia trovano posto appena tre album dal vivo, e neppure troppo reperibili: quindi questo Live At Church Street Station ’88 è da considerarsi imperdibile? Beh, non proprio, ma non per la qualità della performance, che è ottima, né per quella della registrazione, che è forte, limpida, compatta e ben bilanciata, bensì per la scelta del materiale che privilegia, su un totale di nove brani, ben sette degli anni ottanta e solo uno rispettivamente degli anni settanta e sessanta, e soprattutto per la durata più che esigua del CD, appena 25 minuti, una miseria se contiamo che queste esibizioni televisive (Church Street Station era un famoso programma musicale americano dove sono apparse un po’ tutte le country stars) di solito duravano almeno un’oretta: ciò mi fa pensare che quella sera George i suoi classici li abbia eseguiti eccome, ma i signori della Javelin (?) hanno pensato bene di privilegiare i pezzi all’epoca più recenti (*NDB In effetti esiste un DVD uscito una decina di anni fa con l’esibizione completa, della durata appunto di 60 minuti, con foto in copertina di George Jones degli anni ’60, mentre nel concerto canta brani degli anni ‘80, ma sono presenti anche Johnny Rodríguez e Mark Gray).

george jones live at church street station '88 dvd

Gli eighties, periodo difficile per molti suoi colleghi, sono stati invece per Jones una sorta di comeback, dopo che nei settanta aveva toccato il fondo a causa di un uso massiccio di alcool e droghe, ed in questa serata del 1988 (lo show si svolge ad Orlando) dimostra di essere in ottima forma, e per di più supportato da una solida band (della quale ignoro i nomi dei componenti, figuriamoci se nel libretto interno li hanno messi), dando il via allo spettacolo con l’autoironica No Show Jones (che era il soprannome affibbiato al nostro negli anni settanta, quando a causa dei suoi stravizi più volte non si era presentato sul palco), una vivace e ritmata country song che è perfetta per introdurre la serata (in origine era un duetto con Merle Haggard). She’s My Rock ha un’andatura quasi da outlaw song, e George si dimostra un performer straordinario, riuscendo a trasformare una canzone tutto sommato normale in un highlight dello show; la popolare Bartender Blues è un’intensa ballata, dominata da una splendida steel e con la grande voce del countryman texano sugli scudi, mentre Chicken Reel è un breve e velocissimo strumentale tra bluegrass e giga iralndese. Lo slow I Always Get Lucky With You è puro Jones, il tipo di canzone che George cantava anche mentre si faceva la barba, The Race Is On (il pezzo più antico, del 1964) è quasi rockabilly, ed il pubblico pare ormai in delirio, mentre He Stopped Loving Her Today è il brano del 1980 che rilanciò la carriera di Jones dopo l’oscura decade precedente, un pezzo lento forse non originalissimo, ma che come la cantava il vecchio Possum (suo soprannome ufficiale) forse solo Willie Nelson. Il concerto, o almeno la parte inclusa nel CD, si chiude con la pianistica Who’s Gonna Fill Their Shoes, altro slow strappacuore, e con la travolgente The One I Loved Back Then, puro country dal gran ritmo ed ottimi interventi chitarristici.

So che questo blog non ha l’abitudine di dare le stellette di valutazione (scelta che tra l’altro condivido), ma se per una volta dovessi farlo questo live ne meriterebbe tre per la performance, ma solo una per la durata ridicola: la media sarebbe quindi di due.

Marco Verdi

Ecco Un Altro Che Di Dischi Ne Fa Pochini! Dale Watson – Under The Influence

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Dale Watson – Under The Influence – Red River CD

Dale Watson, countryman nato in Alabama ma texano al 100%, è sempre stato uno prolifico, ma ultimamente non si ferma più, in quanto si è ormai messo a viaggiare al ritmo di due dischi all’anno: lo avevamo da poco lasciato tra bingo ed escrementi di gallina nello strano live Chicken Shit Bingo http://discoclub.myblog.it/2016/10/24/cacca-gallina-vero-chitarre-dale-watson-his-lonestars-live-at-the-big-t-roadhouse/  che subito ci ritroviamo tra le mani questo Under The Influence, nel quale Dale, come suggerisce il titolo, paga il suo tributo ad artisti e canzoni importanti per la sua formazione musicale. Watson, nonostante la prolificità, è uno che raramente delude, magari non farà mai il capolavoro assoluto, ma quando si mette nel lettore uno dei suoi CD si può star certi di passare una quarantina di minuti in compagnia di ottimo country-rock texano, elettrico e pieno di ritmo, tra honky-tonk fulminanti, gustosi swing e ruspanti boogie e rockabilly, con il vocione del nostro a dominare ed il preciso accompagnamento dei fidi Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria, l’ottimo Don Pawlak alla steel, vero strumento protagonista nell’economia del suono della band, oltre a Earl Poole Ball e T Jarod Bonta al piano).

Under The Influence è un disco decisamente più serio del live da poco pubblicato, e ci fa ritrovare il Watson che più apprezziamo, che, alle prese con un repertorio di grandi canzoni come quelle da lui scelte per questo progetto, non può che fare faville: in più, oltre ad indicare come da prassi i titoli dei brani ed i loro autori, Dale specifica anche a quale versione si è ispirato per la sua cover. Ed il risultato è, come potete intuire, decisamente riuscito. Lonely Blue Boy, un successo di Conway Twitty, ha un delizioso sapore retrò, con tanto di cori doo-wop, gran voce di Dale ed un piacevole alone nostalgico https://www.youtube.com/watch?v=6Dxe0gVPu6U ; You’re Humbuggin’ Me, resa nota da Lefty Frizzell, è puro rockabilly texano, fresco, ritmato e coinvolgente, con un ottimo uso del piano, mentre Lucille, il noto brano di Little Richard, è però riproposto basandosi sulla versione di Waylon Jennings, e Watson mantiene intatta l’atmosfera tipica dello scomparso outlaw, voce tonante, suono potente ed un’aria southern che non guasta. Made In Japan (Buck Owens) è country puro e scintillante, con una splendida steel, melodia classica e grande feeling, That’s What I Like About The South appartiene invece al repertorio di Bob Wills ed è, manco a dirlo, un guizzante western swing dal ritmo acceso ed assoli continui, un elemento in cui il nostro si trova particolarmente a suo agio, mentre Here In Frisco è il primo di due tributi a Merle Haggard, un bellissimo slow in puro Bakersfield style, con la voce di Dale che evoca quella del grande Hag.

Ancora country puro con Pretty Red Wine, di Mel Tillis, un brano saltellante, cadenzato e godibilissimo, con gustosi intrecci tra la chitarra di Watson e la steel di Pawlak; Pure Love è un pezzo scritto da Eddie Rabbitt ma reso popolare da Ronnie Milsap, un brano mosso, anch’esso caratterizzato da un motivo molto classico, ma non intriso di pop come ha spesso fatto il famoso cantante non vedente; I Don’t Wanna Go Home è un giusto omaggio a Doug Sahm con una languida ballata, non male ma io avrei preferito un bel tex-mex, o qualcosa che comunque identificasse meglio l’ex Texas Tornado. Il CD si chiude con il ritmato honky-tonk Most Wanted Woman (Roy Head), un tipo di canzone che Dale canta anche sotto la doccia, la ruspante e roccata If You Want To Be My Woman, ancora Haggard, e con il superclassico Long Black Veil, un brano che hanno rifatto in mille (ricordo splendide versioni di The Band, Joan Baez, Mick Jagger con i Chieftains ed anche di Nick Cave), ma Watson si ispira alla famosa rilettura di Johnny Cash, anche se il confronto con l’Uomo in Nero è assai arduo per chiunque.  Un’altra buona prova per Dale Watson: adesso speriamo che si prenda almeno sei mesi di pausa prima di un altro disco.

Marco Verdi

Un Ritorno Coi Fiocchi! Dave Insley – Just The Way That I Am

dave insley just the way

Dave Insley – Just The Way That I Am – D.I.R. CD

E’ sempre bello quando un musicista che consideravamo perso per strada torna a fare musica, ed è ancora più bello quando lo fa con il suo disco migliore. Non mi ero dimenticato di Dave Insley, countryman originario del Kansas ma trapiantato fin dall’adolescenza in Arizona, autore di tre convincenti album di puro country tra il 2005 ed il 2008 (Call Me Lonesome, Here With You Tonight e West Texas Wine), tre dischi che rivelavano un talento indiscutibile, con una bella serie di canzoni profondamente influenzate dal Texas, terra nella quale nel frattempo Dave si era spostato (più precisamente ad Austin). Poi, all’improvviso, ben otto anni di silenzio assoluto, una lunga pausa di cui ignoro la causa (il suo sito sorvola sull’argomento, ed anche in giro per il web non ho trovato molte info): otto anni di nulla danneggerebbero la carriera di un big, figuriamoci quella di un musicista che stava ancora cercando la giusta via, significa consegnarsi all’oblio totale; ma Dave non si è perso d’animo, ha continuato a scrivere, si è preso il tempo necessario, ed ora torna tra noi con quello che posso senz’altro definire come il suo lavoro più riuscito.

Just The Way That I Am è un album davvero scintillante, dodici canzoni di vera country music texana, elettrica quanto basta, suonata e cantata alla grande (il nostro ha una bella voce profonda, simile in alcuni momenti ad un Willie Nelson più giovane): un cocktail sonoro a tratti irresistibile, che ci riconsegna un artista in forma smagliante, notizia ancora più gradita dato che credevo di averlo perso. Per questo suo ritorno, Insley si fa aiutare da una bella serie di sessionmen, tra i quali spiccano Rick Shea, Matt Hubbard (già collaboratore di Nelson), Redd Volkaert (ex chitarra solista della band di Merle Haggard), oltre a Kelly Willis e Dale Watson ospiti vocali in due brani. In poche parole, uno dei migliori dischi di vero country da me ascoltato in questo 2016.  L’album parte subito in quarta con Drinkin’ Wine And Staring At The Phone, bellissimo honky-tonk elettrico, ritmato e coinvolgente, con tanto di tromba dixie e fiati mariachi, ed una melodia che ricorda il Willie d’annata: brillante. Ottima anche I Don’t Know How The Story Ends, una western tune intensa, ancora figlia di Willie (anche nel titolo, molto “nelsoniano”), con una bella armonica ed una melodia fluida e distesa; anche Call Me If You Ever Change Your Mind ha il sapore del Texas, una country song sciolta e spedita, con una bella chitarra (Volkaert) e grande classe.

Win Win Situation For Losers è una scintillante honky-tonk ballad, impreziosita dalla seconda voce della Willis, un brano dallo spirito classico, suonato e cantato davvero bene; che dire poi di Arizona Territory, 1904, altro brano di stampo western e dall’impianto quasi cinematografico, grande voce e feeling a palate (il timbro vocale è sempre simile a Nelson, ma lo stile qui è vicino a certe cose di Johnny Cash). Con Please Believe Me si cambia registro, in quanto Dave ci presenta una perfetta ballata romantica anni sessanta con accenni doo-wop, qualcosa di diverso ma assolutamente credibile, mentre con la distesa Footprints In The Snow torniamo su lidi più consueti, anche se permane un’atmosfera d’altri tempi. L’ironica Dead And Gone inizia in maniera funerea, ma presto si trasforma in un gustoso honky-tonk elettrico che più classico non si può, texano al 100%, tra i più godibili del CD; No One To Come Home To vede la partecipazione vocale di Watson, ed in effetti il pezzo è perfetto per il texano, ritmato e coinvolgente, con ottime prove della steel di Bobby Snell e della solista di Shea, mentre We’re All Here Together Because Of You è ancora una deliziosa cowboy tune dal refrain accattivante. Il CD si chiude con la lenta ed intensa Just The Way That I Am e con la bellissima Everything Must Go, tra country, anni sessanta ed un tocco mexican, uno spettacolo.

Spero vivamente che Dave Insley sia tornato per restare tra noi, anche perché di dischi come Just The Way That I Am c’è sempre bisogno.

Marco Verdi

Tra Cacca Di Gallina (Vero!) E Chitarre! Dale Watson & His Lonestars – Live At The Big T Roadhouse

dalw watson live at the big t roadhouse

Dale Watson & His Lonestars – Live At The Big T Roadhouse – Red House/Ird

In tutti questi anni di ascoltatore ne ho viste (anzi, sentite) tante, ma un disco dal vivo che fungeva da colonna sonora per una serata al bingo (la nostra tombola) mi mancava: in più, non un bingo normale, ma un Chicken Shit Bingo, una pratica pare diffusa in certe zone del Texas, che consiste nel liberare una gallina sopra una tavola che riproduce i novanta numeri della tombola, ed aspettare che il pollastro faccia i suoi bisogni, ed il vincitore è il possessore del numero che viene “coperto” dagli escrementi del pennuto https://www.youtube.com/watch?v=ZxU7U9Hm-5U ! Una pratica a mio parere un po’ idiota e pure leggermente rivoltante, ed il fatto ancora più stupefacente è che tra i suoi fans ci sia anche Dale Watson, countryman texano dal pelo duro, ben noto su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/02/10/qui-si-va-sul-sicuro-dale-watson-and-his-lonestars-el-rancho/, che spesso e volentieri allieta queste serate con la sua band, come succede in questo Live At The Big T Roadhouse, registrato nel Marzo di quest’anno a St. Hedwig. Watson è una garanzia, uno di quelli che non tradiscono, e dai quali sai esattamente cosa aspettarti: verace country-rock texano al 100%, ritmato, elettrico e coinvolgente, tra honky-tonk scintillanti, brani dal deciso sapore swing e rockabilly al fulmicotone, il tutto condito dalla calda voce baritonale del nostro. Nei suoi oltre vent’anni di carriera Dale ci ha regalato parecchi album, quasi tutti più che riusciti (basti ricordare i vari episodi delle sue Truckin’ Sessions), ed anche diversi dischi dal vivo, dei quali quest’ultimo è senz’altro il più particolare, data la peculiare situazione in cui viene registrato.

Watson, che come al solito canta e suona l’unica chitarra presente on stage, è accompagnato dal suo combo di fiducia, i Lonestars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria e l’ottimo “Don Don” Pawlak alla steel), e ci intrattiene per più di un’ora con le sue Texas country songs: l’unico problema, se vogliamo, è il fatto che sul disco siano stati messi anche i momenti che con la musica hanno poco a che vedere, come le occasionali proclamazioni dei vari vincitori del bingo, improvvisati jingle pubblicitari di Dale a favore della Lone Star Beer (la sua preferita, ma chi se ne frega dopotutto) e cazzeggi vari che a mio parere interrompono il ritmo tra una canzone e l’altra, al punto che, delle 35 tracce presenti, solo 19 sono brani effettivi. Sono certo che questi momenti goliardici saranno apprezzati dagli americani (dal momento che impazziscono per dei polli che defecano sopra un tavolo…), ma a noi europei interessa soprattutto la musica, anche perché Watson quando parla sembra che di galline ne abbia ingoiate un paio intere, facendo capire ben poco ai non anglofoni.

Gli episodi coinvolgenti non mancano di certo, dalla sigla della serata Big T’s, un rockabilly elettrico con Dale che si atteggia a novello Johnny Cash, a Sit And Drink And Cry, spedito honky-tonk con una guizzante steel, o la supertexana Where Do You Want It, dedicata a (ed ispirata da) Billy Joe Shaver (e con un ficcante assolo del nostro). Ma tutto il CD, tolte le interruzioni, offre ritmo da vendere, sudore ed ottima Texas music, come la swingata Everybody’s Coming In St. Hedwig, Texas, il boogie I Gotta Drive, la scintillante Honky Tonkers Don’t Cry, la deliziosa ballad Smile, ancora figlia di Cash, la messicaneggiante Tienes Cabeza De Palo, la fluida I Lie When I Drink, uno dei classici di Watson. E poi abbiamo anche tre cover, di cui due tratte dal repertorio di Merle Haggard (una splendida The Fugitive, nota anche come I Am A Lonesome Fugitive, e The Bottle Let Me Down, suonata con grande rispetto dell’originale) ed una roccata e vibrante resa di Amos Moses di Jerry Reed. 

Ancora un buon disco quindi per Dale Watson, che sarebbe stato ancora meglio se ne avesse pubblicato anche una versione senza dialoghi ed interruzioni che, obbiettivamente, spezzano il ritmo della serata.

Marco Verdi

Continuano I Lutti In Questo 2016 Maledetto: Ora E’ La Volta Di Merle Haggard, Aveva 79 Anni!

merle haggard death 1

Sinceramente comincio ad essere un po’ stufo di scrivere necrologi,  non perché non voglia occuparmene, ma insomma i musicisti continuo a preferirli nettamente da vivi. *NDB Anche se è una occasione per parlare diffusamente di musicisti che meritano comunque di essere ricordati!

Oggi devo purtroppo ricordare Merle Ronald Haggard, scomparso ieri per complicazioni dovute ad una brutta polmonite (tra l’altro proprio nello stesso giorno in cui era nato, esattamente 79 anni fa):  uno per il quale il termine “leggenda” non è assolutamente esagerato, dato che nei suoi cinquant’anni di carriera ha collezionato una serie impressionante di successi, ha scritto diverse canzoni diventate poi degli standard della musica country e ha anche contribuito alla creazione di un suono. Oltre ad essersi fumato e “pippato” una quantità impressionante di sostanze non perfettamente legali (nonostante quello che diceva nelle sue canzoni)..

Nato a Bakersfield, California, Haggard ha avuto una gioventù parecchio problematica, un periodo nel quale entra ed esce con regolarità da riformatori e patrie galere (tra cui San Quintino), prima per piccoli furtarelli e poi per vere e proprie rapine a mano armata: nel suo caso si può quindi affermare a ragion veduta che la musica gli ha salvato la vita. Dopo qualche timido tentativo all’inizio degli anni sessanta, è dal 1965 che Merle inizia ad incidere singoli ed album con una certa regolarità, e non ci mette molto a diventare una delle figure di riferimento in ambito country, grazie ad un’abilità innata nel songwriting, un’ottima voce (anche se non eccelsa) ed al fatto che, insieme al compaesano Buck Owens, è uno dei creatori del cosiddetto “Bakersfield Sound”, che ai classici strumenti come steel e violino affiancava il suono delle chitarre elettriche suonate in modalità twang (cioè utilizzando le corde alte), con arrangiamenti diretti e che poco avevano da spartire con le sonorità di Nashville. Gli anni sessanta ed i primi anni settanta sono quelli ricchi di maggior successo per il nostro, con una lunga serie di canzoni andate al primo posto in classifica (a fine carriera i singoli al numero uno saranno addirittura una quarantina), brani epocali come Mama Tried (riproposta più volte dal vivo anche dai Grateful Dead), la splendida Sing Me Back Home, Hungry Eyes, The Legend Of Bonnie And Clyde, I Wonder If They Ever Think Of Me, If We Make It Through December, solo per citare le più note (ma anche gli album del periodo sono notevoli, specie Swinging Doors, Sing Me Back Home, Hag, It’s Not Love (But It’s Not Bad)).

Un caso a parte è rappresentato da Okie From Muskogee, un brano del 1969 (anch’esso un numero uno), in cui Merle, ormai identificato come la voce della working class e dell’americano medio, se la prende con gli hippies ed il loro modo di vivere e di concepire l’amore; un pezzo che gli attira addosso una lunga serie di critiche dall’intellighenzia di sinistra per le sue posizioni largamente conservatrici: non è mai stato molto chiaro se Merle ce l’avesse davvero con gli hippies o se la sua fosse una parodia del classico redneck reazionario (ma io propendo per la prima ipotesi), certo che il suo singolo successivo The Fightin’ Side Of Me, brano farcito di patriottismo e che deride le posizioni anti-guerra in Vietnam, non contribuisce a placare gli animi.

Dalla seconda metà degli anni settanta (durante i quali viene associato al movimento degli Outlaws, anche se non ne farà mai veramente parte) e per tutti gli anni ottanta, complici anche le mode che cambiano, i successi si diradano, anche se in maniera minore rispetto ad altri colleghi (come Johnny Cash): le belle canzoni non mancano di certo, come I Think I’ll Just Stay Here And Drink, Big City, e duetti fortunati come Yesterday’s Wine con George Jones e Pancho And Lefty con Willie Nelson (bello il video, al quale partecipa anche l’autore del brano, Townes Van Zandt), e proprio con Nelson incide negli eighties anche due album, Pancho And Lefty appunto (che vende moltissimo), e Seashores Of Old Mexico (che vende molto poco).

Gli anni novanta sono ancora più avari, solo tre album, che seppur buoni (specie 1994 e 1996, della serie la fantasia al potere…) vengono praticamente ignorati; fortunatamente nel nuovo secolo Merle ricomincia ad incidere dischi con più regolarità e con una qualità mediamente alta, con punte come If I Could Only Fly (2000), Roots, Volume 1 (2001), Haggard Like Never Before (2003) e I Am What I Am (2010), anche se i due successi più grandi li ha ancora con Wille Nelson, prima con l’album in trio assieme anche a Ray Price, Last Of The Breed (2007) e soprattutto con lo splendido Django And Jimmie dello scorso anno, che ci presenta due artisti in forma smagliante e con un’intesa incredibile, un disco che al momento dell’uscita mai avrei immaginato che sarebbe diventato il canto del cigno di Haggard (ed è stato anche il suo primo numero uno dopo una vita) http://discoclub.myblog.it/2015/07/07/due-vispi-giovanotti-willie-nelson-merle-haggard-django-and-jimmie/ .

Se ne va quindi una delle figure centrali della country music, che ha influenzato legioni di musicisti venuti dopo di lui, come Dwight Yoakam, George Strait, Alan Jackson, Brad Paisley e Jamey Johnson, e che ci lascia un songbook che pochi tra i suoi colleghi possono vantare. Ora me lo immagino già formare una superband con Cash, George Jones e Waylon Jennings, quasi una sorta di Highwaymen In Heaven.

E sono sicuro che il più rompiscatole dei quattro sarà proprio lui.

Marco Verdi

P.S: magari sarò smentito, ma sono praticamente certo che la morte di Haggard verrà praticamente ignorata dai media italiani, specie quelli televisivi, dato che la sua figura (ma tutto il country in generale) non è mai stata popolarissima nel nostro paese. Ma forse è meglio così, già tremo al pensiero di ciò che potrebbe dire di lui il mitico Mollicone (uno che ha riassunto la figura di Elvis Presley con “un simpatico mascalzone”).

Gli Amici “Leggendari”, Lui Meno! T.G. Sheppard – Legendary Friends & Country Duets

tg sheppard country duets

T.G. Sheppard – Legendary Friends & Country Duets – Cleopatra Records 

Quando leggo Cleopatra Records vedo subito rosso, ma non per la rabbia, come i tori, è piuttosto un effetto simile a quello di trovarsi di fronte ad un semaforo: ti fermi e guardi bene, a destra e sinistra, per capire cosa succede e dove dirigerti, perché la “fregatura” spesso è lì, vicino all’incrocio. Cosa ti hanno combinato questa volta? E soprattutto chi è questo T.G. Sheppard che ha “Leggendari Amici”? In effetti già quando avevo visto nella lista delle uscite questo Legendary Friends & Country Duets, senza sapere che era su etichetta Cleopatra, mi aveva incuriosito per lo schieramento di cantanti celebri che Sheppard era riuscito a riunire per questo album: un onesto, ma non celeberrimo cantante country, in azione già dagli inizi anni ’70, sia come cantante che come discografico, senza mai raggiungere vette qualitative particolarmente significative e operando in quel di Nashville in un ambito country-pop, ben rappresentato sia dai suoi successi come “A.R. Man” per Elvis, Perry Como e John Denver e poi con una serie di dischi a nome proprio che non hanno mai infiammato noi appassionati di un country più illuminato e meno legato all’industria.

Già leggendo la lista, peraltro importante, dei partecipanti ai duetti, si intuisce il solito “progetto” Cleopatra dalla temporalità dubbia: cioè, quando è stato inciso il disco? Conway Twitty è morto dal 1993, George Jones da un paio di anni, Jerry Lee Lewis non incide più molto spesso. Ma proprio il brano scritto da Sheppard con la moglie Kelly Lang (non è quella di Beautiful) e lo stesso Lewis, The Killer, prende bene, oltre che per il suo spirito autobiografico, anche per l’andamento country-soul, tra chitarre, fiati, il piano inconfondibile e le belle voci di T.G. e Jerry Lee, niente di imprescindibile, ma una bella canzone, come quella posta in apertura, Down In My Knees, un gradevole country-gospel cantato in coppia con gli Oak Ridge Boys https://www.youtube.com/watch?v=FjlCSdxSCHs , e niente male, anche se i primi segnali zuccherosi si fanno strada, la versione di Why Me Lord un brano di Kris Kristofferson sotto forma di tipica ballata country, cantata proprio con Conway Twitty. Pure Song Man, un brano di Merle Haggard cantato in coppia con l’autore, non dispiace, con una pedal steel ed una acustica che convivono con una marimba (??) che fa molto Nashville pop, ma non riesce a rovinare del tutto la canzone. Piacevolissimo viceversa l’arrangiamento, in puro stile country-Tex Mex Mariachi, di una divertente Fifteen Rounds Of Jose Cuervo, cantata con Delbert McClinton https://www.youtube.com/watch?v=HSgC-Sv6dTA .

E fin qui tutto bene, diciamo che l’album si è guadagnato la sufficienza risicata, ma da qui in avanti l’effetto Cleopatra si fa sentire: già il duetto con Lorrie Morgan, in una The Next One orchestrale, molto crooner after hours, che c’entra come i cavoli a merenda con il resto del disco, potrebbe essere piacevole in un tributo a Sinatra, ma in un disco country? 100% Chance Of Pain, cantata con BJ Thomas e Jimmy Fortune degli Statler Brothers (che a dispetto del nome non erano neppure parenti), è quanto di più pacchiano ci si potrebbe aspettare e anche It’s A Man Thing, il duetto con uno sfiatatissimo George Jones a fine carriera, rischia di rovinare la reputazione del grande “Possum” e sarebbe stato meglio lasciarlo negli archivi https://www.youtube.com/watch?v=rPndtDldf14 . Wine To Remember And Whiskey To Forget, il duetto con Mickey Gilley, l’urban cowboy più famoso per essere stato il cugino di Jerry Lee Lewis che per la sua carriera e Dead Girk Walking, in coppia con la moglie Kelly Lang (che ha scritto anche la gran parte dei brani), sono senza infamia e senza lode, belle voci tutti, anche lo stess T.G. Sheppard, ma suscitano poche emozioni. Quelle che crea Willie Nelson anche quando è alle prese con l’elenco telefonico, ma che nel caso è ben servito da una ottima In Texas, un brano di Dennis Linde che risolleva in parte le sorti di questo album, anche se l’arrangiamento sfiora sempre il pacchiano https://www.youtube.com/watch?v=QRnZN0Rn620 . Ma il duetto con Engelbert Humperdinck sembra un pezzo di Iglesias (il babbo) in versione country e anche nell’accoppiata con Crystal Gaylein I’m Not Going Anywhere, si rischia un attacco di diabete. If You Knew, una ballata malinconica con Ricky Skaggs e le Whites, non sarebbe neppure male, ma l’arrangiamento è da denuncia penale!

Bruno Conti