Una Geniale E Moderna Opera Folk ! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

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Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari

Uno “Sfigato” Di Professione! Micah P.Hinson – Micah P.Hinson And The Nothing

micah p. hinson and the nothing

Micah P.Hinson – Micah P.Hinson And The Nothing – Talitres/Audioglobe

Avviso ai lettori, questa è una recensione ad alto rischio faziosità: sì, perché non posso negare che, negli ultimi anni, nessun cantautore (oltre a Mick Flannery) abbia colpito in maniera così intensa e profonda la mia sensibilità musicale, come ha fatto questo ex-ragazzo texano dalla voce vissuta, sporcata da alcol e sigarette. Nato a Memphis (nel giorno dell’attentato a Regan), Micah Paul Hinson, abbandona presto la famiglia per trasferirsi al college di Abilene, Texas, ma a soli 20 anni ne ha già passate di tutti i colori, dalla vita per strada, alla prigione, alla droga, e trascinato purtroppo dalla dipendenza incontra anche Melissa (una modella di Vogue), che lo porta ad una forte depressione, ma la scelta consapevole di aggrapparsi alla musica (e soprattutto l’abbandono della “femme fatale”), lo porta ad evitare una vita allo sbando. Il debutto discografico avviene con lo splendido Micah P. Hinson And The Gospel Of Progress (04) http://www.youtube.com/watch?v=Qr9PhIOunc4 con la commovente Nothing, passando per l’orchestrale At Last Our Promises e la fantastica tromba in Stand In My Way per non dire di tutte le altre (un disco da avere a tutti i costi), e sull’onda del successo la Sketchbook Recordsdecide di pubblicare Baby And The Satellite (06) raccolta dei primi demo di Micah e dopo un EP Lights From The Wheelhouse (06), escono Micah P.Hinson And The Opera Circuit (06), Michah P.Hinson And The Red Empire Orchestra (08), seguiti dall’album di cover All Dressed Up And Smelling Of Strangers (09) e da Micah P.Hinson And The Pioneer Saboteurs (10) (*NDB A me non era piaciuto particolarmente http://discoclub.myblog.it/2010/05/26/strum-und-drang-micah-p-hinson-and-the-pioneer-saboteurs/ ) ma la “sfiga” lo perseguita, e durante il tour in Spagna dell’estate 2011, un terribile incidente d’auto (ha rischiato di perdere l’uso delle braccia, e per un chitarrista è un fatto tragico) lo costringe ad una lunga convalescenza in Texas che lo porta ad elaborare canzoni scritte in precedenza, e quando torna in Spagna nel 2012, si chiude per qualche tempo al Moon River Studio di Santander, e con un manipolo di musicisti locali (Aquattro String Quartet e altri) dà vita a questo nuovo Micah P.Hinson And The Nothing.

Come nell’album precedente il suono è fondamentalmente acustico, a renderlo ricco e vario c’è l’innesto di vari strumenti, dall’organo al banjo, da un quartetto d’archi alle chitarre elettriche, dal violino al piano, per tredici canzoni che dal quasi punk dell’iniziale How Are You Just A Dream?, passano al country di On The Way Home (To Abilene), un sentito omaggio alla sua città , alle delicate ballate pianistiche The One To Save You Now e I Ain’t Movin, transitando per il pop malinconico di The Same Old Shit, il “Nashville sound” di The Life, Living, Death And Dying Of A Certain Peculiar L.J. Nichols (uno dei titoli più lunghi della sua storia musicale) e Love Wait For Me, fino a sperimentare in Sons Of The Ussr il “suo” modo di fare avanguardia http://www.youtube.com/watch?v=VFS7zENPCcg . Non manca il bluegrass di There Is Only One Name, il brano pianistico dall’andatura malferma di God Is Good http://www.youtube.com/watch?v=uEbvHRwZS8I , la dolcezza struggente di The Quill http://www.youtube.com/watch?v=ElKLiLOn-20  e la chiusura con chitarra e voce (cartavetrata) di Micah in A Million Light Years, nonché la testimonianza sonora di una vena compositiva mai inaridita nella “ghost track” The Crosshairs, tutta giocata sugli archi e un intrigante crescendo di voci.

Anche se le vette artistiche dei primi dischi sembrano inarrivabili (soprattutto per la rinuncia delle parti orchestrali), Micah P.Hinson continua il suo percorso musicale con canzoni che risentono del travaglio delle sua vita, fatta di continue e ripetute ripartenze (che forse gli avrebbero consentito di diventare più di un personaggio di “culto”), ma la passione e il sentimento che traspaiono dalle tracce di The Nothing certificano l’ennesimo centro del songwriter texano. Mi sembra di aver detto tutto, ora sta a voi: se avete già tutti i dischi precedenti saprete cosa fare, per tutti gli altri lasciarsi stregare da questo ultimo lavoro non è per niente difficile (parola di “fazioso”)!

P.S: Non oso pensare che cosa possa ancora succedere a quest’uomo in un prossimo futuro, ma gli auguro sinceramente di uscirne ancora una volta vincitore!

Tino Montanari

Strum Und Drang. Micah. P. Hinson And The Pioneer Saboteurs

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Micah P. Hinson And The Pioneer Saboteurs – Full Time Hobby Records

” Il terzo album del giovane quanto talentuoso artista di Memphis Micah P. Hinson – accompagnato questa volta dai Pioneer Saboteurs – è un sorprendente gioiello, un album vibrante e intenso nell’ambito del filone “Americana” infarcito di immaginario USA country/folk/cantautorale ma con un livello di ispirazione che arriva talvolta a sfiorare le vette del Tom Waits giovane e traboccante sentimentalismo.”

Per cominciare due precisazioni: il titolo è esatto, non ci sono errori di battitura, è proprio “Strum Und Drang”, strum dall’inglese strimpellare (di solito la chitarra), mentre come sapete, spero, lo Sturm Und Drang, Tempesta e Impeto,  è un movimento culturale tedesco nato verso la fine del settecento e del quale hanno fatto parte, tra gli altri, Goethe e Schiller, tanto per fare un po’ di cultura, ma senza esagerare.

La seconda precisazione è che il primo paragrafo che leggete in questo post non è farina del mio sacco ma è preso di sana pianta dal comunicato stampa della casa discografica. Le due cose sono collegate, poi ci torniamo.

La pratica di creare recensioni su riviste e blog facendo un bel copia e incolla dai comunicati promozionali delle case discografiche è, purtroppo, prassi comune e molto deprecabile. Il sottoscritto preferisce, magari sbagliando, ascoltare gli album, più volte, farsi una idea personale e poi condividerla con il lettore, sia quando scrivo per il Buscadero, sia per questo Blog. Al limite se ci sono informazioni utili su musicisti, discografie, dati tecnici e quant’altro utilizzo anche i suddetti comunicati. Nella quasi totalità, con le dovute eccezioni che non dirò nemmeno sotto tortura, molti colleghi per fare prima utilizzano quella pratica del copia e incolla che, avendo letto anch’io i comunicati delle etichette discografiche, riconosco subito. Si riconoscono anche perché, giustamente, magnificano oltre ogni dire i meriti del prodotto di cui state leggendo e ci mancherebbe altro, la pubblicità è l’anima del commercio. In questo caso, per curiosità, vi ho inserito alcuni brani tratti dal comunicato stampa del nuovo disco di Micah P. Hinson, se vi capiterà di leggerli qui e là, ora ne sapete la provenienza.

La cosa curiosa è che ai tempi in cui avevo il negozio che titola questo Blog, e già allora scrivevo per il Buscadero, spesso mi capitava di ricevere, in occasione dell’uscita di nuovi dischi, ricche cartelle stampa che magnificavano ora questo ora quel disco per invogliare il negoziante all’acquisto e, di tanto in tanto, quegli utilissimi articoli erano firmati da un nome noto, cioè io, me medesimo, stranezze della discografia. Su questo blog state sicuri che non succederà, al limite può succedere che mi dilunghi un po’ troppo, come in questo caso, su qualche argomento ricevendo cazziatoni per la lunghezza del post ma non altre pratiche scorrette, come copiare dal vicino di banco. Leggere, informarsi, ascoltare e poi, in base alla propria esperienza, esprimere la propria opinione.

Detto ciò torniamo al disco del nostro amico: filone “Americana”, Country/Folk, perché anche non roots rock. Nulla di tutto ciò, ma neanche l’ombra. A dimostrazione del fatto che io i dischi li ascolto vi dirò quanto segue: un preludio orchestrale di oltre quattro minuti Call To Arms, con violini, viole e pure violoncelli in uno stile tra il classico contemporaneo e la colonna sonora ma “di classe”, con molta noia dietro l’angolo e neppure particolarmente originale. Lo so che mi sto facendo degli “amici” ma lo scopo della critica è questo, poi si esprimono dei pareri personali…A questo punto con il secondo brano parte quello strum und drang del titolo: Sweetness è una pillola acustica di due minuti, solo Micah P.Hinson con la sua voce maschia, particolare e vissuta, una chitarra acustica e una dolce malinconia, e qui con il folk direi che ci siamo, lui è pure bravo come ha dimostrato nei dischi precedenti. Parte un arpeggio di acustica, una elettrica in sottofondo, una batteria snangherata, una voce a cavallo tra Nick Cave e un giovane Johnny Cash, un po’ mascherata dagli effetti sonori, 2’s and 3’s, non sembra male, partono dei cori a cavallo tra atmosfere più che country da film sui cowboy, degli archi dissonanti e tutto si disperde in sonorità steriili, pseudo-intellettuali. Seven horses seen, la solita chitarra strimpellata, la solita voce baritonale di Hinson con un leggero eco e trattamenti vari che la rendono “lontana” , solita sezione di archi ma il brano non si pare memorabile. The striking before the storm (quindi la tempesta c’è) affronta tematiche musicali complesse alla Scott Walker, quindi interessanti, ma non mi convince a fondo, meglio di altri brani ma rimane quella sensazione di incompiuto.

Partono i quasi otto minuti di The Cross That Stole My Heart Away, un piano, i soliti archi più o meno dissonanti, una batteria scandita, effetti sonori in lontananza, direi che per oltre metà del brano, quella strumentale, non si va da nessuna parte, la seconda parte quella cantata,  molto pomposa,  mi sembra pretenziosa e senza grandi alzate di genio, oserei dire noiosa. My God My God,chitarra acustica e un violino prima pizzicato e poi suonato, coretti irritanti, sulla voce di Hinton che potrebbe essere interessante ma risulta sommersa dall’arrangiamento. Dear Ashley in effetti è vagamente waitsiana vecchio stile all’inizio, ma si perde poi in questi arrangiamenti di archi, poco incisivi e ripetitivi e l’andamento sonoro è molto “lento” e ripetitivo anche nella parte vocale, sarà il suo “fascino”?  Il coro di voci femminili e i violini discordanti e minimali di Watchman Tell Us Of The Night, mi danno il colpo di grazia. O almeno così credevo perché i dodici minuti strumentali della conclusiva e dissonante The Returning superano quasi le mie resistenze, nel senso che ho fatto fatica a resistere fino alla fine. Va bene che ha avuto i suoi problemi, leggetevi la sua storia, ma anche noi abbiamo i nostri.

Si è capito che non mi è piaciuto particolarmente, per usare un eufemismo! Continuerò ad ascoltare quelli vecchi, di album suoi,  magari anche Lorca di Tim Buckley o Tilt di Scott Walker quando “mi voglio fare del male”, ma quelli sono gran dischi, questo no.

P.S. Tornando al comunicato stampa: questo è il quinto (o sesto contando L’EP) album e non il terzo e a Memphis, dove è nato nel 1981, credo non ci sia mai tornato!

Bruno Conti