E’ Difficile Da Trovare E Costa Pure Tanto, Ma Ne Vale La Pena! Various Artists – Chicago Plays The Stones

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Various Artists – Chicago Plays The Stones – Chicago Blues Experience CD

Il nome dei Rolling Stones negli anni è sempre stato legato, oltre che al rock’n’roll, al blues americano, anche se la band britannica un disco tutto di blues non lo aveva mai fatto fino al 2016, allorquando i quattro misero sul mercato lo splendido Blue And Lonesome, album di cover di classici di puro Chicago blues, che è pure candidato ai Grammy 2018 come “Best Traditional Blues Album”. Ora una bella serie di musicisti della capitale dell’Illinois (nativi o acquisiti) si è riunita sotto la guida del produttore Larry Skoller per “rispondere” affettuosamente a quel disco, registrando questo Chicago Plays The Stones, che come suggerisce il titolo è un album di cover di alcuni brani delle Pietre, rivisitati in chiave blues. Per la verità la prima volta che ho visto in rete questo CD ho pensato a qualche lavoro un po’ raffazzonato in stile Cleopatra (e la copertina, alquanto brutta, non mi aiutava a pensare meglio), ma poi ho scoperto quasi subito che si trattava di un progetto serio ed unitario, con tutte incisioni nuove di zecca da parte di artisti noti e meno noti, comprendendo alcune vere e proprie leggende. L’unico punto a sfavore è il fatto che il CD è acquistabile solo online, sul sito creato apposta per l’evento http://chicagoplaysthestones.com/ , e che le spese di spedizione nel nostro paese sono più care del costo del disco stesso (il totale è di circa trenta dollari): ma, come accennavo nel titolo, li vale tutti, anche se va detto che in nessun caso gli originali degli Stones vengono superati (ma questa sarebbe un’impresa per chiunque); c’è da dire infine che le scelte non sono state scontate, in quanto sono presenti brani che nessuno avrebbe mai associato al blues, come ad esempio Angie e Dead Flowers.

Ad accompagnare i vari ospiti c’è una house band da sogno, denominata Living History Band, guidata dal grande Bob Margolin alla chitarra (per anni solista nel gruppo di Muddy Waters), e con al piano l’ottimo Johnny Iguana (Junior Wells, Koko Taylor, Otis Rush e molti altri), Felton Crews al basso (la prima scelta, quando serviva un bassista, da parte di un certo Miles Davis), Kenny “Beedy-Eyes” Smith alla batteria (un altro che ha suonato con molti dei grandi, da Pinetop Perkins a Hubert Sumlin) ed il quotato armonicista francese Vincent Bucher. L’inizio è una bomba, con una potente rilettura di Let It Bleed da parte di John Primer (chitarrista anche lui per Waters, oltre che per Willie Dixon, alla guida nel 2015 del progetto Muddy Waters 100, simile a questo sugli Stones ), che ci fa capire di che pasta è fatto questo CD: gran voce, ritmo sostenuto, splendido pianoforte e l’armonica di Bucher in grande evidenza. Billy Boy Arnold è uno dei grandissimi del genere, un armonicista favoloso che qui rivolta come un calzino Play With Fire (infatti non la riconosco fino al ritornello): versione calda e piena d’anima, con il gruppo che segue come un treno, Margolin in testa; Buddy Guy è un’altra leggenda vivente, e non ci mette molto a far sua la poco nota Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker) (era su Goats Head Soup), facendola diventare uno slow blues notturno, con la ciliegina data dalla presenza nientemeno che di Mick Jagger alla seconda voce ed armonica (cosa che dona, se ce ne fosse stato bisogno, il sigillo a tutta l’operazione), grande brano e grandissima chitarra di Buddy.

(I Can’t Get No) Satisfaction è forse il pezzo più inflazionato del repertorio degli Stones, ma questa versione errebi piena di swing da parte di Ronnie Baker Brooks (figlio di Lonnie Brooks) le dà nuova linfa, trasformandola quasi in un’altra canzone (ed anche Ronnie alla chitarra ci sa fare); Sympathy For The Devil nelle mani di Billy Branch (armonicista scoperto da Willie Dixon) mantiene il suo spirito sulfureo, piano e slide guidano le danze per sei minuti rock-blues di grande forza, mentre Angie (ancora John Primer) cambia completamente vestito, diventando un blues lento, caldo e vibrante, dominato anche qui dalla slide e dal solito scintillante piano di Iguana. La brava Leanne Faine ha una voce della Madonna, e riesce a far sua senza problemi la grande Gimme Shelter, accelerando notevolmente il ritmo e dando spazio all’armonica: puro blues; Jimmy Burns (fratello di Eddie e grande cantante e chitarrista in proprio) trasforma la splendida Beast Of Burden in un godibilissimo jump blues (e caspita se suonano), molto trascinante, mentre Mike Avery (cugino del grande Magic Sam) si occupa di Miss You, riprendendone in chiave blues il famoso riff, anche se forse questo è l’unico pezzo del disco che suona un po’ forzato. Ci avviciniamo alla fine: ecco i due brani più recenti della raccolta (anche se hanno ormai una ventina d’anni sul groppone), una granitica I Go Wild con protagonista l’armonicista e cantante Omar Coleman (un giovincello rispetto agli altri invitati) ed una veloce e tonica Out Of Control, dominata dalla voce cavernosa di Carlos Johnson; chiusura ancora con Burns, alle prese con Dead Flowers, una canzone talmente bella che la ascolterei anche se la facesse Fedez (sto scherzando…).

Se potete, vale la pena fare uno sforzo economico per accaparrarsi questo Chicago Plays The Stones, anche perché il 50% dei proventi verrà destinato al progetto “Generation Next” per finanziare le prossime generazioni di bluesmen di Chicago: quindi non il “solito” tributo, ma uno dei dischi blues dell’anno.

Marco Verdi

Un Altro Live Degli Stones? Ebbene Sì: E Anche Questo E’ Imperdibile! The Rolling Stones – Sticky Fingers Live At Fonda Theatre 2015

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The Rolling Stones – From The Vault: Sticky Fingers Live At Fonda Theatre 2015 – Eagle Rock/Universal 2CD/DVD – DVD – BluRay – 3LP/DVD

Ho ancora nelle orecchie il loro concerto di Lucca (e nel cuore la scomparsa di Tom Petty, ma come si dice, the show must go on) che mi ritrovo di nuovo a parlare dei Rolling Stones, in quanto è appena uscito un nuovo volume della serie From The Vault (serie che sembrava messa da parte e con un futuro incerto), che stavolta si dedica ad un concerto decisamente recente, e cioè quello che le Pietre tennero al piccolo Fonda Theatre di Los Angeles il 20 Maggio di due anni fa. Una serata intima, con poche centinaia di fortunati ad assistere ed una scaletta ridotta, uno show che festeggiava la ristampa deluxe di Sticky Fingers (per chi scrive, ma non solo, il loro disco migliore), e nello stesso tempo dava il via alla tournée nordamericana a cui venne dato il nome di Zip Code Tour. Una serata particolare dicevo, in quanto gli Stones fecero una cosa mai fatta prima, cioè suonare un loro disco per intero, e quel disco era proprio il leggendario Sticky Fingers, che venne omaggiato in maniera strepitosa dai nostri, davvero in stato di grazia. Si sa che la dimensione ridotta dei piccoli club consente a Mick Jagger e compagni di dare il meglio, ma quella sera si superarono, arrivando a sfiorare la perfezione delle date del tour del 1995, documentate lo scorso anno dal box Totally Stripped.

Il concerto è stato una sorta di warm-up per il tour, ed il mitico disco del 1971 viene suonato con i brani alla rinfusa, in modo tale da donargli nuova linfa ed imprevedibilità, e vengono aggiunte alcune canzoni extra come bonus, sia all’inizio che alla fine del concerto, per un totale di 16 pezzi. All’epoca era uscita una versione ridotta solo per il download su iTunes (e solo con i dieci brani di Sticky Fingers), ma oggi la Eagle Rock pubblica il concerto per intero nella consueta varietà di supporti (consiglio sempre i 2CD + DVD), anche se non capisco perché la sequenza corretta è solo nella parte audio, mentre nel video tre pezzi sono messi a parte come bonus. Lo spettacolo si apre come spesso avviene anche negli stadi, cioè con Start Me Up, versione al solito festosa, energica e subito coinvolgente, seguita dalla poco frequentemente eseguita ma tonica When The Whip Comes Down (tratta da Some Girls) e da una vigorosa e sempre grande All Down The Line (con il consueto ottimo Ronnie Wood alla slide). Ed ecco il cuore del concerto, cioè Sticky Fingers suonato nella sua interezza, anche se in modalità random: la particolarità del disco è che, pur essendo un album da isola deserta, ha all’interno un solo pezzo suonato regolarmente dagli Stones (Brown Sugar), mentre altri vengono eseguiti raramente o addirittura quasi mai. E’ quindi una vera goduria sentirli tutti in quella serata, a partire dalla magnifica Sway, una rock ballad perfetta sotto ogni punto di vista, che q acquista ancora maggior potenza, grazie anche a due incisivi assoli di Keith Richards prima e di Wood poi.

Ed ecco subito un uno-due da k.o., prima con la strepitosa Dead Flowers, come ho già detto in più di una occasione la mia canzone preferita degli Stones, una country song straordinaria, brano che la maggior parte degli artisti country non riesce a scrivere in una carriera intera, seguita dalla stupenda Wild Horses, una delle loro ballate più belle, in una versione decisamente scintillante e con un ottimo assolo di Keith. Che dire di Sister Morphine, un brano che fa venire la pelle d’oca ad ogni esecuzione, soprattutto per l’uso lancinante della slide (che sul disco originale era suonata da Ry Cooder); spazio al blues con una magistrale You Gotta Move, con Jagger che canta in maniera sopraffina, ben doppiato dalla slide acustica sporca e polverosa di Keef, roba d’alta classe davvero. Bitch è la solita bomba innescata, la corale Can’t You Hear Me Knocking è forse l’unico pezzo leggermente inferiore, ma avercene (e qui il sax di Karl Denson è superlativo), I Got The Blues è una ballata eccezionale, che Mick canta da Dio procurandoci brividi lungo la schiena; chiudono la parte di Sticky Fingers la fluida Moonlight Mile, uno dei pezzi meno conosciuti del disco (ma non per questo di secondo piano), e naturalmente Brown Sugar, messa quindi in fondo anziché all’inizio. Ci sono però anche tre bis: una sontuosa Rock Me Baby, dedicata al grande B.B. King che era scomparso una settimana prima (versione davvero super), la sempre irresistibile Jumpin’ Jack Flash e, scelta da intenditori, una cover da manuale dei classici di Otis Redding I Can’t Turn You Loose, con un gran ritmo che rende impossibile stare fermi, una rilettura giusto a metà tra errebi e rock’n’roll.

Un live bellissimo, uno dei migliori tra i molti pubblicati dalla grande band britannica e quindi, come ho scritto nel titolo, da non perdere.

Marco Verdi

Dal Nostro Inviato A Lucca: Ho Visto Il Futuro Del Rock’n’Roll (Ma Pure Il Passato), Ed Il Loro Nome E’ Rolling Stones!

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Il titolo del post, semi-citazione della famosa frase che il critico Jon Landau scrisse negli anni settanta “scoprendo” Bruce Springsteen, è volutamente ironico e provocatorio, in quanto i quattro membri dei Rolling Stones hanno ormai la bellezza di 293 anni in quattro, ma continuano imperterriti a suonare con la foga e la grinta di un gruppo di sbarbatelli. Il concerto di Lucca che si è tenuto sabato scorso 23 Settembre, unica data italiana del loro No Filter Tour, ed evento che celebra i vent’anni del Summer Festival che si tiene nel capoluogo toscano, è stata una vera e propria celebrazione, con circa 60.000 persone provenienti da tutto il modo che hanno letteralmente invaso il relativamente piccolo centro storico della bellissima città (appena 8.800 abitanti dentro le mura): c’era in effetti più di un timore che le cose andassero storte, ma devo dire, anche con un po’ di sorpresa, che tutto si è svolto in maniera perfettamente ordinata, con addirittura la sensazione che non ci fosse tutta quella gente (anche perché la maggior parte ha occupato il gigantesco prato adiacente le mura, ex campo sportivo Balilla, fin dalle ore 13), con però diversi disagi (anche per il sottoscritto) al momento dell’uscita, dato che i trasporti previsti, pochi peraltro, non prevedevano i paesini limitrofi, ed i pochi taxi lucchesi erano introvabili (pensate che io, che avevo l’albergo a non più di tre chilometri dalla città, ho dovuto prendere un treno per Pisa e successivamente tornare indietro in taxi).

Ma concentriamoci sul concerto: per me era la quarta volta che vedevo gli Stones, l’ultima era stata nel 2015 al Circo Massimo di Roma, e devo ammettere che qualche sbavatura me la sarei aspettata, essendo comunque pronto a perdonarla, dato l’età avanzata dei quattro inglesi. Ebbene, se possibile in questo tour i nostri sono ancora più concentrati sulla musica, in quanto hanno ridotto al minimo gli effetti scenici (anche se il palco continua ad essere enorme) e si sono concentrati ancora di più sulla musica, suonando in maniera diretta e senza troppi fronzoli, quasi come se fossero in un piccolo e fumoso locale di Londra e non di fronte ad una folla oceanica (ed il nome del tour, No Filter, è emblematico). Mick Jagger è ancora una forza della natura, avrà fatto più di dieci chilometri su è giù per il palco, e ha ancora un fisico che anche un ex atleta alla sua età si sogna, oltre ad essere il solito intrattenitore nato, e con una voce integra dalla prima all’ultima canzone. I due chitarristi sono anche loro in grande forma, anche se forse quella sera Ronnie Wood secondo me ha dato dei punti a Keith Richards, che comunque si è tenuto a galla egregiamente grazie anche al mestiere ed al carisma. Charlie Watts è ancora un perfetto metronomo, ed il membro dopo Keith al quale il pubblico riserva l’applauso più grande, mentre la backing band è una macchina da guerra, con una menzione speciale per i “soliti” Chuck Leavell al piano e Darryl Jones al basso. Due ore di concerto, quasi tutti i successi (ci vorrebbero quattro ore per suonarli tutti) ed un paio di chicche niente male: prima del concerto avevo dei dubbi che Sympathy For The Devil potesse funzionare come brano d’apertura, ma il gioco di percussioni, l’atmosfera calda ed il fatto che i quattro sbucano ad uno ad uno creano un insieme di sicuro effetto, ed il suono si rivela da subito perfetto, forte e ben bilanciato.

Dopo due classici suonati bene, ma forse con il pilota automatico (It’s Only Rock’n’Roll e Tumbling Dice), ecco il primo angolo blues, con le ficcanti ed essenziali Just Your Fool e Ride’Em On Down, entrambe tratte dal recente Blue And Lonesome e con Jagger grande protagonista, oltre che alla voce, all’armonica. Il concerto a questo punto decolla, è l’ora della richiesta dei fans, che come ogni sera sono chiamati a votare online scegliendo un brano tra quattro proposti dalla band: stasera vince la gioiosa Let’s Spend The Night Together, un classico assoluto che manda il pubblico in visibilio, anche se nel sottoscritto c’è una punta di amarezza in quanto tra le quattro candidate c’era Dead Flowers, che è il brano delle Pietre che preferisco in assoluto. Ed ecco il momento delle lacrime, nel vero senso del termine: infatti i nostri improvvisano un intermezzo acustico e Mick inizia ad intonare la splendida As Tears Go By, ma con il testo in italiano così come l’avevano incisa nei sixties per il nostro mercato, cambiando il titolo in Con Le Mie Lacrime; momento di grande commozione generale, un regalo esclusivo per i fans della nostra penisola, anche se Jagger, non abituato a cantarla così, prende un paio di stecche niente male (ma saranno le uniche). E’ poi la volta di un trittico da brividi, formato dalla meravigliosa You Can’t Always Get What You Want, con Mick all’acustica e Ronnie che rilascia un assolo magistrale, la travolgente Paint It Black, tra le più belle di sempre dei nostri, e dalla trascinante ed “americana” Honky Tonk Women.

A questo punto Mick presenta la band e lascia il palco a Keith, che non sarà mai un grande cantante ma in quanto a feeling ha pochi eguali: la coinvolgente Happy e la sinuosa Slipping Away sono rifatte in maniera asciutta e senza sbavature. Torna Mick e si riprende il palco prima con la danzereccia Miss You, con un assolo di basso da parte di Jones, e soprattutto con la sempre superlativa Midnight Rambler, il punto più alto del concerto come ogni volta, con Jagger che fa i numeri e Wood che gli va dietro con un paio di assoli incredibili, quasi dieci minuti ad altissimo tasso elettrico, con i nostri che dimostrano di essere molto poco umani. Ed ecco la raffica finale di classici, sparati in faccia al pubblico uno di fila all’altro: Street Fighting Man, una Start Me Up semplicemente perfetta, ed un uno-due da k.o. con Brown Sugar e Satisfaction, durante le quali sembra per un momento di essere tornati al Marquee Club nel 1971. Dopo una breve pausa, ecco i due bis, con la sempre grandissima e luciferina Gimme Shelter ed una Jumpin’ Jack Flash che non riesco a sentire in quanto anticipo l’uscita per evitare la folla. So benissimo che ormai ogni occasione di vedere dal vivo i Rolling Stones potrebbe essere l’ultima (e sarebbe da non perdere nonostante i prezzi dei biglietti non proprio popolari), ma se questo No Filter sarà il loro tour conclusivo, i “ragazzi” si saranno congedati ad un livello altissimo. Anche se mi aspetto comunque di vederceli ancora “tra i piedi” per diversi anni.

Marco Verdi

P.S: due parole anche per il breve set del gruppo spalla, una band inglese denominata The Struts, un quartetto che ha un solo album all’attivo ed un altro in preparazione: i ragazzi sono bravi, e ci hanno regalato mezz’ora di sano e piacevole rock anni settanta, con influenze sia hard che glam, qualcosa di Stones ma anche di Queen. Anzi, il cantante Luke Spiller, decisamente spigliato e con una gran voce, ricorda in maniera impressionante il giovane Freddie Mercury (se non ci credete, cercate il video del brano di Mike Oldfield Saliling, del quale Luke era voce solista https://www.youtube.com/watch?v=YgpS6dQVHbg ). Un gruppo da tenere d’occhio.

Ma Lei, Buon Uomo, Di Grazia, Quanti Anni Ha? Mick Jagger – Gotta Get A Grip/England Lost

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Mick Jagger – Gotta Get A Grip/England Lost – Universal CD Single – 12” Vinyl Single – Download

La frase del titolo è la stessa che veniva rivolta durante ogni puntata del programma Quelli Della Notte da Renzo Arbore a Giorgio Bracardi (che però all’epoca di anni ne aveva 50), ma potrebbe benissimo essere formulata a Mick Jagger, che di anni ne ha 74 (appena compiuti tra l’altro, il 26 Luglio), ma che non perde occasione per tentare di sembrare giovane, alla moda e “cool”. Di tutte le volte che ha tentato di combinare qualcosa al di fuori dei Rolling Stones, il buon Mick ne ha azzeccate poche (a mia memoria solo Wandering Spirit del 1993 era un bel disco, i due degli anni ottanta facevano, con rispetto parlando, cagare, e Goddess In The Doorway del 2001 strappava una sufficienza risicata): la penultima sortita senza le Pietre era stato il pasticciato (eufemismo) album del supergruppo SuperHeavy, nel quale oltre a Jagger trovavamo la soul singer Joss Stone, Dave Stewart (ex metà degli Eurythmics), Damian Marley (figlio di Bob) ed il musicista indiano A.R. Rahman.

Ho detto penultima perché proprio oggi esce, direi a sorpresa, un singolo con due brani nuovi di zecca, Gotta Get A Grip e England Lost, due canzoni che Mick ha scritto ispirato dalla difficile situazione politica e sociale che sta attraversando il suo paese, specie dopo la Brexit; se dal punto di vista testuale l’operazione può risultare interessante, da quello strettamente musicale invece avrei da ridire, in quanto Mick non ha perso l’occasione neppure questa volta di prendere quasi le distanze dal suo gruppo principale, producendo due brani che nelle sue intenzioni dovrebbero farlo apprezzare anche tra i fruitori con meno primavere sulle spalle, anche se a mio parere l’esito finale, cioè una musica buona forse per i club più cool della città, frequentati da fighetti con portafoglio gonfio e mojito nella mano destra (ma ai quali della musica non frega una cippa), finirà per scontentare un po’ tutti. Gotta Get A Grip non è neppure oscena, una via di mezzo tra reggae, rock e hip hop, con la chitarra elettrica (suonata da Mick) nelle retrovie ed una ritmica ossessiva ed ipnotica. Jagger canta anche bene (come sempre d’altronde), ma il brano, pur non facendo proprio schifo, non è di certo imperdibile.

Pollice decisamente verso invece per England Lost, con il ritmo che spinge ancora di più sul genere hip hop, l’armonica di Mick che vorrebbe dare un tono blues ma che alla fine finisce per confondere ancora di più un suono già brutto di suo. Il testo sarà anche degno di nota (la situazione inglese vista metaforicamente come una partita di calcio), ma la musica ricorda il peggior Jagger degli anni ottanta, con in più il tragico intervento a metà canzone del rapper Skepta. Proprio l’altro giorno il portavoce degli Stones ha confermato che, dopo il tour (che li porterà anche a Lucca il prossimo Settembre), lo storico gruppo inizierà finalmente a lavorare al nuovo album di inediti: ebbene, se i brani che Jagger porterà in dote saranno del livello di England Lost, due calci in culo ben assestati da parte di Keith Richards non glieli leverà nessuno.

La versione in vinile contiene anche diversi remix che per decenza eviterei: in definitiva questo singolo è una sorpresa inattesa, ma della quale forse avremmo fatto volentieri a meno.

Marco Verdi

*NDB Concordo del tutto, anzi alcune frasi e giudizi sono il frutto di pareri che ci siamo scambiati con Marco, il risultato finale quindi, visto l’argomento, è una sorta di remix!!!

Grandi Ospiti A Parte, Un Dischetto Niente Male. Brad Paisley – Love And War

brad paisley love and war

Brad Paisley – Love And War – Arista/Sony CD

Disco nuovo di zecca, a pochi mesi dal buon live Life Amplified World Tour http://discoclub.myblog.it/2017/03/31/una-superstar-di-nashville-che-fa-anche-buona-musica-brad-paisley-life-amplified-world-tour-live-from-wvu/ , per Brad Paisley, uno dei musicisti country più popolari in assoluto oggi in America, dal momento che i suoi ultimi nove album (compreso questo di cui mi accingo a parlare) sono andati al numero uno di Billboard, non esattamente una performance da poco. Ma, a differenza di molti cantanti pop commerciali di stanza a Nashville che con il country non c’entrano nulla, Paisley è uno che ha sempre cercato di unire le vendite alla qualità, proponendo una musica di buon livello, suonata e cantata con grinta e con le chitarre sempre in primo piano (Brad è anche un eccellente chitarrista, altra caratteristica che lo mette su un livello superiore rispetto a molti colleghi): forse non ha mai fatto il grande disco, ma lavori come American Saturday Night, This Is Country Music e Moonshine In The Trunk sono ben fatti e le sbavature sono al minimo sindacale. Love And War vede il nostro alzare ulteriormente il tiro, con un album ancora più rock dei precedenti (la produzione è sempre del fido Luke Wooten), una serie di canzoni di ottima fattura e, cosa che da sola vale gran parte del prezzo richiesto, la presenza come ospiti di due mostri sacri del calibro di Mick Jagger e John Fogerty. Un colpo da maestro da parte di Brad, dal momento che sia il cantante degli Stones sia l’ex leader dei Creedence non sono due personaggi che si muovono facilmente per comparire sui dischi di altra gente: non solo Paisley li ha convinti, ma i due brani che li vedono protagonisti hanno il loro nome anche tra gli autori, cosa ancora più rara (sia Mick che John di solito le canzoni le scrivono per loro stessi, e basta).

Drive Of Shame, il pezzo con Jagger, è una grande rock’n’roll song, trascinante, ritmata, chitarristica e decisamente stonesiana (ricorda un po’, occhio che la sparo grossa, Tumbling Dice) e chiaramente, non me ne voglia Brad, quando entra l’ugola di Mick la temperatura sale, eccome. Stesso discorso per il pezzo con Fogerty (che aveva già duettato con Paisley su Hot Rod Heart, nel suo album di duetti Wrote A Song For Everyone), che è poi la title track, un pezzo che parte lento, ma il ritmo cresce subito e quando arriva John con la sua voce graffiante siamo già lì con i piedi che si muovono (e poi i duetti di chitarra sono notevoli): non al livello del brano con Jagger, e neppure delle cose migliori di Fogerty, ma è comunque un bel sentire. Sarebbe però ingiusto ridurre Love And War a queste due canzoni, in quanto c’è molto altro di valido, partendo dall’opening track Heaven South, una classica country song con tutti i suoni al posto giusto, ritmo pulsante, un bel refrain ed un coro perfetto per il singalong, o la roccata Last Time For Everything, potente e fluida, dal suono corposo e con il nostro che mostra la sua notevole abilità chitarristica. One Beer Can (azzeccato gioco di parole tra “una lattina di birra” e “una birra può”) è un vivace country’n’roll al quale di fa fatica a resistere, Go To Bed Early una ballad dal suono pieno e senza cedimenti zuccherosi (anzi, le chitarre sono sempre in prima fila), Contact High è un vibrante pezzo intriso di southern soul, un genere che certi pupazzi da classifica non sanno neanche dove stia di casa, mentre selfie#theinternetisforever, nonostante il titolo idiota, è un saltellante country-rock di presa immediata.

Non proprio tutto va per il verso giusto, c’è un brano, Solar Power Girl, che non sarebbe neanche male ma è rovinato dall’ingombrante presenza del rapper-DJ Timbaland (ma che ci sta a fare?), il quale è segnalato anche nel travolgente bluegrass elettrico Grey Goose Chase ma per fortuna non fa danni. Gold All Over The Ground è introdotta nientemeno che dalla voce di Johnny Cash (ripresa da uno dei suoi innumerevoli concerti), e la cosa non è casuale in quanto il testo è proprio una poesia scritta dall’Uomo in Nero e messa in musica da Brad, mentre Dying To See Her, una toccante ballata pianistica di ottimo impatto, vede il nostro affiancato da Bill Anderson, leggendario cantante country in giro dagli anni sessanta ed oggi quasi dimenticato (compirà 80 anni a Novembre). In definitiva Love And War è un bel dischetto di moderno country elettrico, che meriterebbe l’acquisto solo per le presenze di Jagger e Fogerty, ma che non delude neppure nei momenti in cui Brad Paisley si affida soltanto a sé stesso.

Marco Verdi

Una Superstar Di Nashville Che Fa Anche Buona Musica! Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU

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Brad Paisley – Life Amplified World Tour: Live From WVU – City Drive CD/DVD

Brad Paisley è la classica eccezione che conferma la regola, essendo la prova vivente che a Nashville ogni tanto si può vendere tantissimo facendo del vero country e non del pessimo pop: oltre a lui mi vengono in mente solo Alan Jackson e, qualche volta, Kenny Chesney, anche se Paisley può vantare vendite maggiori, avendo avuto i suoi ultimi otto album (su dieci totali, escludendo quindi quello natalizio) tutti al numero uno della classifica country. Brad è bravo, non annacqua le sue sonorità, ha il senso del ritmo ed una decisa propensione ai suoni elettrici anche perché, e qui è veramente una mosca bianca, è anche un eccellente chitarrista. Per farsi un’idea del profilo che ha raggiunto, basti pensare che nel suo nuovissimo album Love And War (in uscita quando leggerete questa recensione) è previsto un duetto con Mick Jagger ed un brano scritto a quattro mani con John Fogerty, due personaggi non esattamente usi a collaborazioni esterne (e di solito l’ex Creedence i brani che scrive li mette solo sui suoi dischi *NDB Però anche due brani con Timbaland!!!). Life Amplified World Tour: Live From WVU è il primo album dal vivo del nostro, a parte lo “strano” Hits Alive, registrato lo scorso anno a Morgantown, presso la famosa West Virginia University (giocando quindi in casa, essendo Brad nativo proprio della Virginia dell’Ovest), e non fa che confermare la sua bravura come frontman, in più con un pubblico che conosce a memoria il suo repertorio.

In realtà il progetto è principalmente un DVD, comprendente venti canzoni (il concerto completo), mentre la recensione che leggete si basa sul CD accluso che ne contiene solo dodici (manca tutta la parte centrale ed il brano conclusivo, Alcohol), anche se il tutto è più che sufficiente per farsi un’idea. Country-rock tosto e chitarristico, musica elettrica anche nei pezzi più lenti, unita a melodie di immediata fruibilità (e qualche volta un po’  ruffiane, ma lo perdoniamo), il tutto con una backing band, The Drama Kings, ampiamente rodata, tra i cui membri spiccano lo steel guitarist Randle Currie, il violinista Justin Williamson e la potente sezione ritmica formata da Kenny Lewis al basso e Ben Sesar alla batteria. Dopo un’introduzione un tantino esagerata e magniloquente a base di Also Sprach Zarathustra (la utilizzava anche Elvis, ma era, appunto, Elvis) il concerto parte in quarta con la trascinante Crushin’ It, un rockin’ country chitarristico e grintoso, ma dotato di un bel refrain, il modo migliore per dare il via alla serata. American Saturday Night è anche meglio, un rock’n’roll dal tocco country, ideale per essere suonato dal vivo, il tipico brano che fa saltare tutti (e poi il pubblico pende dalle sue labbra), mentre Perfect Storm è una slow ballad che calma un po’ gli animi, anche se la strumentazione si mantiene elettrica e di impianto rock.

Country Nation è ancora forte e vigorosa, si sente che Paisley non è un pupazzo ma un musicista vero, e lo dimostra anche con la seguente Old Alabama, altra canzone potente e dai toni quasi southern, appena stemperati dall’uso del violino; Then, per contro, è un lento di grande intensità, con un motivo toccante e che il pubblico dimostra di conoscere a menadito, mentre con Beat This Summer, un vero e proprio singalong country-rock, la temperatura inizia a risalire. Lo scintillante honky-tonk elettrico I’m Gonna Miss Her, puro country, e la roboante River Bank precedono l’unica cover del CD (ma nel DVD c’è anche una versione del classico di Merle Haggard Mama Tried), ovvero Take Me Home, Country Roads, la signature song per antonomasia di John Denver ed inno non ufficiale della West Virginia, proposta in una breve ma sentita rilettura acustica, durante la quale anche l’audience in sala fa la sua parte. Il finale, con Brad che ha il pubblico ormai ai suoi piedi, vede la coinvolgente Southern Comfort Zone, dal ritmo acceso ed ottima performance da parte del leader, e la possente Mud On The Tires, altro rockin’ country con le chitarre in primissimo piano e ritornello diretto ed immediato.

Se la media dei countrymen americani fosse al livello di Brad Paisley, non esisterebbe un “problema” Nashville.

Marco Verdi

Ripartono Le Uscite Nel 2017, Parte I! Novità: Dropkick Murphys E Ristampe: Ron Wood, Michael McGear

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Finiamo l’anno con un Post dedicato alle prime uscite discografiche del 2017. Si parte subito, già il 6 gennaio esce la prima novità “importante”: il nuovo album dei Dropkick Murphys, la band celtic punk di Boston che arriva al nono album di studio con questo 11 Short Stories of Pain & Glory, pubblicato per la propria etichetta, la Born & Bred, e come di consueto prodotto dall’ottimo Ted Hutt. Sono dieci brani firmati dalla band e una cover del famoso brano tratto dal Musical Carousel, You’ll Never Walk Alone, un brano cantato in mille occasioni e che è anche uno degli inni del Liverpool. Per i più “temerari” fans uscirà anche una versione limitata dell’album con libretto da 26 pagine e due tracce aggiunte, disponibile per la modica cifra di circa 40 euro in una tiratura di 5.000 copie.

Questi i titoli dei brani:

1. The Lonesome Boatman
2. Rebels With A Cause
3. Blood
4. Sandlot
5. First Class Loser
6. Paying My Way
7. I Had A Hat
8. Kicked To The Curb
9. You’ll Never Walk Alone
10. 4-15-13
11. Until The Next Time

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I’ve Got My Own Album To Do è il primo album solista di Ron Wood, uscito nel 1974 quando il chitarrista inglese era ancora nei Faces, un disco poi uscito in CD in varie versioni, la prima negli anni ’90, poi diverse edizionin, sempre per il gruppo Warner, l’ultima per la Warner Japan nel 2012, ma anche per la Rhino nel 2009 e, solo in vinile, per la Music On Vinyl nel 2015. Il disco regge bene il passare del tempo, un classico album di R&R, con molti brani a firma Wood, ma ci sono anche un paio di tracce Jagger/Richards, una del bassista Willie Weeks, un paio di cover e una canzone composta da Wood con George Harrison, che poi sarebbe uscita, in un’altra versione, nel disco Dark Horse dell’ex Beatle. Nell’album di Ron Wood ci sono una valanga di ospiti: oltre all’eccellente sezione ritmica, Willie Weeks/Andy Newmark, ma anche Pete Sears Micky Waller, nel disco appaiono, in ordine sparso, Keith Richards, Ian McLagan, Mick Jagger, David Bowie, George Harrison, Mick Taylor Rod Stewart, per la serie scusate se è poco.

La nuova versione, in uscita sempre il 6 gennaio per la Friday Music, sarà doppia, ma non perché potenziata da una mirabolante serie di bonus,bensì perché i tipi dell’etichetta americana, senza peraltro indicarlo in copertina, hanno inserito nella confezione anche il secondo album solista di Ron Wood, l’ottimo Now Look, uscito nel 1975, sempre in origine per la Warner, con la produzione di Wood, Bobby Womack Ian McLagan, e con gran parte degli stessi musicisti usati nel disco precedente, nello specifico, Richards, Taylor, McLagan, Weeks, Newmark, oltre a Womack e Kenney Jones e la presenza di alcune cover, brani a firma Wood/Womack e il classico sound rock dei dischi di metà anni ’70., il punto debole ovviamente, purtroppo, è la voce, diciamo non memorabile di Ronnie. Insomma, se vi manca(no) potreste farci un pensierino.

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Dopo le due uscite previste per il 6 gennaio, cominciamo a vederne una di quelle annunciate per il 13 gennaio, mentre le altre ve le presenterò nel Post di domani, per centellinare queste prime ristampe targate 2017. Innanzi tutto chi è Michael McGear? Se aggiungiamo il vero cognome McCartney, il nostro amico Mike è in effetti il fratello minore di Paul, l’altro figlio di Mother Mary, nato in quel di Liverpool due anni dopo il più celebre fratello. Anche lui con una carriera nella musica, prima come membro degli Scaffold, quelli di Lily The Pink, n° 1 nelle classifiche inglesi nel periodo natalizio del 1968 (una band tra music hall e comedy rock, per intenderci la versione italiana del brano venne fatta dai Gufi nel 1969, e come La Sbornia, entrerà anche nelle hits italiane, “Trinca, trinca, trinca, buttalo giù con una spinta…!”

Nel 1968 McGear aveva iniziato anche una carriera solista, il primo album McGough e McGear, in coppia con il suo socio negli Scaffold, ma nell’aprile 1972 pubblica il suo primo album solo “serio”, questo Woman che sta per essere ristampato il 13 gennaio p.v. dalla Esoteric, il disco uscì in origine per la Island e nell’album, oltre a Roger McGough alle chitarre, apparivano anche Andy Roberts, di Liverpool Scene Plainsong, Zoot Money, Brian Auger, Gerry Conway dei Fairport Convention, Tony Coe ai fiati, da lì a poco in Solid Air di John Martyn, e ancora il futuro Average White Band, Alan Gorrie, insomma fior di musicisti. Il soggetto della foto di copertina era proprio Mary McCartney, la mamma di Paul e Mike.

Nella nuova versione Esoteric, rimasterizzata per l’occasione, è stato aggiunto anche un libretto ricco di note e una intervista realizzata per l’occasione con Michael McGear McCartney. Una certa aria di famiglia si respira tra i solchi dell’album, per nulla disprezzabile, sound tipico dell’epoca, molto piacevole.

Ci risentiamo domani con la seconda parte, dedicata alle altre ristampe in uscita il 13 gennaio. Nuovo anno, vecchio Blog.

Bruno Conti

 

Lo Hanno Fatto Per Davvero…E Alla Grande! Rolling Stones – Blue And Lonesome

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome – Polydor/Universal CD

Quando diversi mesi fa si era sparsa la voce non confermata di un possibile album a carattere blues da parte dei Rolling Stones, quindi molto prima dell’annuncio ufficiale avvenuto lo scorso 6 Ottobre, le reazioni erano state perlopiù scettiche, in quanto sembrava strano a tutti che un gruppo attento al marketing come loro, che non muove un passo che non sia studiato nei minimi dettagli (e che ama molto poco il rischio, basti vedere le scalette dei loro concerti, specie in grandi arene o stadi, da anni decisamente sovrapponibili data dopo data, in pratica un gigantesco greatest hits ambulante), potesse pubblicare un album così di nicchia come un disco di cover di classici del blues, soprattutto considerando il fatto che il loro ultimo lavoro di inediti di studio, A Bigger Bang, risaliva a ben undici anni fa. Pochi sapevano però che quel disco i nostri lo avevano già inciso, in tre giornate del Dicembre del 2015, e che conteneva effettivamente dodici riletture di brani a tema blues, e neppure tra i più famosi: ora che ho finalmente tra le mani Blue And Lonesome, uno degli album più attesi del 2016, posso affermare quindi che non solo le indiscrezioni erano vere, ma che siamo alle prese con un grandissimo disco, grezzo, diretto e ruspante come è giusto che sia un lavoro di questo tipo. Gli Stones hanno preso in esame canzoni che usavano suonare più di cinquant’anni fa, quando si esibivano nei piccoli club di Londra e non erano nemmeno famosi, una sorta di piccolo Bignami del più classico Chicago blues, ma suonato con la classe, l’esperienza ed il feeling di più di mezzo secolo di strada percorsa insieme.

Musica vera, potente, spontanea, suonata con grande forza e passione da un gruppo che non si è adagiato sugli allori di una carriera unica al mondo, ma che ha voluto rimettersi in gioco (un’ultima volta?) con un disco che è tutto meno che commerciale: tutti e quattro hanno registrato in presa diretta, e d’altronde tre giorni per fare un disco erano pochi anche negli anni sessanta, sotto la supervisione del produttore Don Was, che però non è dovuto intervenire più di tanto per determinare il risultato finale. Sapevamo che sia Keith Richards che Ron Wood sono cresciuti a pane e blues (mentre il background di Charlie Watts è più jazz), ma il dubbio era al massimo sulla resa da parte di Mick Jagger, dato che quando il cantante si è in passato espresso come solista, ha, quasi sempre, pubblicato solenni porcate: ebbene, il grande protagonista del CD è proprio Mick, che canta con una grinta ed una passione, unite alla sua voce eccellente e alla sua capacità di essere istrione delle quali non si dubitava di certo, che quasi sembra uno che per tutto questo tempo non abbia fatto altro che esibirsi in qualche fumoso juke joint di Chicago, a cui aggiungiamo un’abilità come armonicista che non gli ricordavo a questo livello. Come co-protagonisti nel disco troviamo nomi già ultranoti come il bassista Darryl Jones (che di recente ha espresso il legittimo desiderio di venire riconosciuto a tutti gli effetti un membro del gruppo, ma gli altri quattro non credo vogliano rinunciare ad una parte di guadagni per darla a lui), il grande Chuck Leavell al piano ed organo, con l’aggiunta dell’ottimo Matt Clifford sempre alle tastiere, del leggendario batterista Jim Keltner in un brano e, in due pezzi, l’inimitabile chitarra di Eric Clapton (che era nello studio attiguo a dare gli ultimi ritocchi al suo album I Still Do, uscito la scorsa primavera).

Come ho accennato, non ci sono classici blues straconosciuti (Robert Johnson non è presente nemmeno una volta tra gli autori), ma quasi sempre brani più oscuri, che per i nostri rappresentavano le radici, i primi passi, con Little Walter a spiccare come artista più omaggiato, subito seguito da Howlin’ Wolf ed altri; il CD (la cui copertina è l’unica cosa sulla quale ci si poteva spremere un po’ di più, sembra più un’antologia di brani blues che un disco nuovo) esce in due versioni: quella normale ed una deluxe in formato cofanetto che purtroppo costa circa trenta euro in più (tanti soldi!), pur non presentando canzoni aggiuntive, ma con uno splendido libretto ricco di foto tratte dalle sessions e con immagini dei bluesmen originali che hanno scritto i vari brani, oltre ad un ottimo saggio ad opera di Richard Havers, scrittore a sfondo musicale esperto di Stones. L’album inizia con Just Your Fool (Little Walter): subito gran ritmo e Mick che ci dà dentro di brutto all’armonica, suono spettacolare e grandissimo feeling (una costante del disco), un jumpin’ blues fatto alla maniera di una vera rock’n’roll band; una rullata potente ci introduce a Commit A Crime (Howlin’ Wolf), volutamente sporca e ruvida, con Keith e Ron che lavorano di brutto sullo sfondo e Mick che incalza da par suo, un pezzo teso e diretto come una lama, mentre la title track, ancora di Little Walter, è un blues lento, sudato, sexy e minaccioso come nella miglior tradizione delle Pietre, con il solito grande Jagger (un vero mattatore), un pezzo in cui avrei visto bene come ospite Stevie Ray Vaughan se fosse stato ancora tra noi. All Of Your Love (Magic Sam) mantiene l’atmosfera limacciosa e notturna, con ottimo lavoro di Jones e soprattutto di Leavell, grande classe: quello che emerge da questi primi quattro brani non è un mero esercizio calligrafico da parte di rockstar ricche e famose, ma musica suonata con grinta e passione come se avessero ancora la fame dei primi anni sessanta.

I Gotta Go (di nuovo Walter) è caratterizzata dal solito gran lavoro di armonica e dal ritmo spedito, con la splendida voce di Jagger a dominare un brano che nelle mani sbagliate poteva anche suonare scolastico; Everybody Knows About My Good Thing (Little Johnny Taylor) è il primo dei due pezzi con Clapton e, con tutto il rispetto per Richards e Wood, qui siamo su un altro pianeta: Eric avrà anche problemi alla schiena che lo hanno costretto a diradare l’attività, ma quando prende in mano la sua Fender per suonare il blues dà ancora dei punti a chiunque. La saltellante Ride ‘Em On Down, di Eddie Taylor, è puro e trascinante Chicago blues http://discoclub.myblog.it/2016/09/27/altro-tassello-nellinfinita-storia-delle-12-battute-eddie-taylor-session-diary-of-chicago-bluesman-1953-1957/ , con la sua puzza di fumo e whisky (e ca…spita se suonano!), Hate To See You Go, l’ultima delle quattro canzoni di Little Walter, è tutta costruita intorno ad un pressante riff di chitarra doppiato prima dall’armonica e poi dalla voce, un brano secco, tirato e potente, mentre Hoo Doo Blues (Lightnin’ Slim) assume ancora contorni minacciosi e viziosi, con strepitosi intrecci di armonica e chitarre, il tutto guidato dal drumming tonante ma preciso di Watts. Little Rain (Jimmy Reed) è lenta, quasi pigra, con Mick che si destreggia alla grande in questo blues sincopato dai toni afterhours; il CD si chiude con due brani scritti da Willie Dixon, uno per Howlin’ Wolf e l’altro per Otis Rush: la veloce e roccata Just Like I Treat You, ancora con Leavell in gran spolvero, e la fluida e vibrante I Can’t Quit You Baby (la più nota tra quelle presenti), ancora con Eric Clapton splendido Stone aggiunto.

Probabilmente il disco blues dell’anno, ed uno dei migliori di sempre degli Stones (capolavori esclusi): saranno anche la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi, ma Blue And Lonesome dimostra che, se avessero voluto, potevano dire la loro anche come blues band.

Marco Verdi

Il “Solito” Live Degli Stones…Quindi Bello! The Rolling Stones – Havana Moon

rolling stones havana moon

The Rolling Stones – Havana Moon – Eagle Rock DVD – BluRay – DVD/2CD – DVD/3LP – Deluxe DVD/BluRay/2CD/Book

I Rolling Stones hanno pubblicato più dischi dal vivo negli ultimi vent’anni che nei trenta precedenti, praticamente ogni loro tour per così dire “recente” è stato seguito da una pubblicazione live: se poi aggiungiamo i dischi d’archivio (serie che al momento sembra essersi purtroppo interrotta), le ristampe (lo strepitoso box Totally Stripped) https://www.youtube.com/watch?v=8EWN8etWEsc , i concerti inediti del passato (Some Girls Live In Texas, Ladies And Gentlemen) ed i cofanetti multipli in DVD (i fantastici Forty Flicks e The Biggest Bang), siamo quasi a livelli da Grateful Dead. Il 25 Marzo di quest’anno le Pietre si sono esibite a Cuba, in un concerto per il quale la parola storico non è per una volta fuori luogo, in quanto è stata la prima volta in assoluto per una rock band nell’isola castrista: evento “doveva” essere, ed evento è stato, dato che i rockers britannici hanno suonato davanti ad una folla oceanica di circa un milione e duecentomila persone (il concerto era gratuito). La serata è stata prevedibilmente filmata e registrata, ed il risultato è questo Havana Moon (in uscita questo venerdì, 11 Novembre), pubblicato nella solita varietà di supporti come potete vedere sopra (e, solo per il mercato americano, esiste anche una versione BluRay + 2CD).

rolling stones havana moon dvd rolling stones havana moon cd

Si sa che gli Stones, soprattutto quando si ritrovano davanti ad una quantità di pubblico considerevole, non amano molto rischiare in termini di scaletta, anzi vanno abbastanza sul sicuro proponendo bene o male sempre gli stessi successi, e cambiando al massimo due-tre canzoni da una serata all’altra. Nello specifico, la setlist di questo Havana Moon (che nel film ufficiale del concerto comprende solo tredici canzoni, ma le altre sono comunque presenti come bonus) non è molto diversa da quella dell’ultimo live dei nostri, Sweet Summer Sun, che tre anni fa aveva immortalato lo show di Hyde Park, a Londra: le megahit ci sono tutte, anche se in qualche caso in ordine diverso, da Start Me Up a Jumpin’ Jack Flash, a It’s Only Rock’n’Roll a Tumbling Dice a Honky Tonk Women a Paint It Black a Sympathy For The Devil a Brown Sugar a Miss You, fino al finale ormai fisso con la splendida You Can’t Always Get What You Want e la chiusura pirotecnica di Satisfaction.

Le varianti rispetto al live di tre anni fa sono la sempre coinvolgente All Down The Line (con un grande Ronnie Wood), la buon Out Of Control e la classica Angie, da sempre una delle loro ballate più popolari, dedicata questa sera, come dice Mick Jagger, ai “romanticos”. Un live inutile quindi? Assolutamente no, prima di tutto perché gli Stones sono sempre gli Stones, hanno un repertorio che non ha nessuno e suonano sempre da Dio, e nonostante il passare degli anni (e sia Keith Richards che Charlie Watts hanno avuto il buon gusto di non tingersi i capelli) non hanno perso un’oncia del loro smalto: basti guardarsi l’uno-due che per me è da anni la parte migliore del concerto, cioè le torride Midnight Rambler e Gimme Shelter suonate in successione, per rendersi conto che questi ultrasettantenni danno ancora la paga a tutte le band composte da ragazzi che potrebbero essere i loro nipoti. Il merito va anche in gran parte al gruppo di sostegno che gira con loro da tempo, soprattutto al potente bassista Darryl Jones ed al formidabile Chuck Leavell alle tastiere (mentre per questa serata cubana niente ospitate né per Bill Wyman né per Mick Taylor).

Un altro live quindi tutto da godere, inciso benissimo e con le riprese video di qualità strepitosa (e se siete indecisi su quale formato prendere, vi consiglio la parte visiva, è davvero emozionante trovarsi davanti ad un tale fiume di persone), un ottimo antipasto in attesa della portata principale che verrà servita a Dicembre, cioè l’attesissimo disco blues Blue And Lonesome https://www.youtube.com/watch?v=WXR_SFxMUss .

Marco Verdi

Un’Altra Splendida (Quasi) Settantenne! Marianne Faithfull – No Exit

marianne faithfull no exit

Marianne Faithfull – No Exit – EarMusic DVD – BluRay – DVD + CD – BluRay + CD

Ormai quasi tutti i musicisti per i quali vibriamo stanno celebrando, o hanno già celebrato da qualche anno, i cinquanta anni di carriera. Anche Marianne Faithfull, cantante londinese musa nei sixties di Mick Jagger e Keith Richards (con Mick ha avuto anche una lunga e burrascosa relazione), oggi sessantanovenne (ne fa settanta a Dicembre), ha tagliato il traguardo due anni orsono, e ha festeggiato l’evento con una tournée che sulla carta doveva promuovere il suo ultimo disco di studio, l’ottimo Give My Love To London (uno dei suoi migliori, ma è già da diversi anni che la bionda Marianne fa solo dischi belli), ma in pratica è diventata un pretesto per rileggere pagine più o meno note del suo percorso d’artista. Molto famosa negli anni sessanta, anche per la sua maliziosa bellezza, Marianne ha avuto un crollo di popolarità nei seventies, anche in conseguenza di uno stile di vita non proprio da monaca: è arrivata fino a conoscere l’inferno, ma ha saputo risalire e reinventarsi, più o meno dall’album Broken English del 1979, come raffinata chanteuse ed interprete sopraffina (ma continua anche oggi a scrivere diverse canzoni di suo pugno), complice anche una metamorfosi vocale, causata da sigarette e stravizi, che ha aggiunto ancora più fascino alle sue canzoni, una voce quasi “brechtiana”; d’altronde la Faithfull ha origini mitteleuropee, essendo discendente da parte di madre della nobile dinastia dei Von Sacher – Masoch (un nome che solo a sentirlo fa venire in mente giarrettiere, guepières e frustini di pelle nera).

Oggi Marianne è una signora invecchiata e con qualche problema fisico (nel BluRay di cui mi accingo a parlare cammina accompagnata da un bastone e ha chiari problemi di movimento), ma il viso reca ancora tracce di quando faceva girare la testa a mezza Londra, e quando apre bocca, sia per introdurre in maniera pacata le canzoni sia per cantarle, rivela una classe immensa ed immutata, ad un livello che recentemente ho riscontrato solamente in Joan Baez e, parlando di uomini, in Leonard Cohen. No Exit è il suo nuovo DVD dal vivo (o BluRay, filmato in una splendida definizione), registrato a Budapest (quindi non lontano da dove discende), che mette in fila in un’ora e mezza precisa sedici brani scelti tra più o meno famosi con, nella versione doppia, una selezione di dieci pezzi dallo stesso concerto (due-tre in più ci stavano, se proprio non si voleva fare un CD doppio). Marianne sopperisce la scarsa forma fisica con una capacità interpretativa formidabile, con la sua voce figlia di mille battaglie che si staglia carismatica e fragile nello stesso tempo, una voce che è uno strumento in più aggiunto a quelli presenti sul palco: la band è ridotta, solo quattro elementi, ma suonano in maniera davvero sopraffina, specialmente lo straordinario pianista Ed Harcourt (che è anche un artista in proprio avendo già pubblicato sette album), dotato di un tocco e di una liquidità scintillante (e comunque gli altri tre non sono di molto inferiori: Rob McVey, chitarrista misurato e sempre funzionale alla canzone, mai una nota fuori posto, e la superba sezione ritmica formata da Jonny Bridgewood al basso e Rob Ellis alla batteria).

Il concerto si apre con la saltellante title track del disco di due anni fa, scritta insieme a Steve Earle, un brano dalla melodia immediata anche se ripetitiva, alla quale la voce di Marianne dona profondità; Falling Back (scritta con la cantautrice Anna Calvi) ha una splendida introduzione full band, con un suggestivo riff di pianoforte, ed il brano fa venire la pelle d’oca tanto è bello, grazie anche all’interpretazione da brividi di Marianne e la formidabile performance di Harcourt. Broken English non ha bisogno di presentazioni, è uno dei classici della Faithfull, e questa versione decisamente elettrica e pulsante le rende giustizia, una rinfrescata ad un brano che ha dato una svolta alla sua carriera; Witches Song, che Marianne dice di aver composto dopo aver visto Il Sabba Delle Streghe di Goya al Prado di Madrid, è un pezzo ritmato, vivace e più solare dei precedenti, con una chitarra acustica a scandire il ritmo ed il solito bel piano liquido, mentre Price Of  Love, una cover di un brano degli Everly Brothers, ha un arrangiamento “cattivo” e dai toni rock-blues. Marathon Kiss è invece stata scritta da Daniel Lanois (che aveva prodotto per Marianne il bellissimo Vagabond Ways), e presenta le tipiche sonorità rarefatte del musicista canadese, un gran bel pezzo che la Faithfull ci propone con un feeling enorme: si sente la fragilità della voce, ma proprio per questo il tutto risulta più vero e spontaneo. L’acustica ed intensa Love More Or Less (se non vi emozionate all’ascolto di brani come questo non siete umani) precede la classica As Tears Go By, il noto brano dei Rolling Stones che all’epoca Marianne fece sua, la canzone non perde un’oncia della sua bellezza, e la voce matura e profonda della leader ne offre la versione forse definitiva: brividi lungo la schiena.

Splendida anche la mossa Come And Stay With Me , un pezzo scritto per lei nel 1965 da Jackie DeShannon, caratterizzata da una melodia pop diretta e godibile; Mother Wolf ha invece una ritmica cupa e minacciosa, ed è meno immediata delle precedenti, ma poi è la volta della celeberrima Sister Morphine, il pezzo scritto dagli Stones pensando a lei (che è anche co-autrice), un brano ancora oggi drammatico e di una potenza emotiva incredibile, punteggiata dai lancinanti riff di chitarra di McVey (nell’originale degli Stones la suonava Ry Cooder). Bella ed intensa anche Late Victorian Holocaust di Nick Cave, un autore molto amato da Marianne; Sparrows Will Sing è invece stata donata alla Faithfull da Roger Waters, e ha una melodia tipica del suo autore, con un arrangiamento forte e molto rock ed una sezione ritmica pulsante, mentre The Ballad Of Lucy Jordan, del noto autore Shel Silverstein, è una grande canzone, una delle migliori del concerto, che dà il meglio di sé in questa resa acustica ma full band ed è ulteriormente valorizzata dalla voce incredibile di Marianne: una meraviglia. Il concerto si chiude con la rara Who Will Take My Dreams Away, ancora drammatica (ma che intensità!), e con Last Song, scritta con Damon Albarn dei Blur (una sera, dice Marianne, nella quale erano tutti e due ubriachi fradici), bellissima anche questa: applausi scroscianti e sipario. Come bonus, quattro pezzi tratti dalla performance alla Roundhouse di Londra, tre dei quali in comune con la serata di Budapest (Give My Love To London, Late Victorian Holocaust e Sister Morphine) ed una intima rilettura di It’s All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan.

Assieme al settantacinquesimo di Joan Baez ed al Live In San Diego di Eric Clapton (ma di interessanti ne devono ancora uscire), questo No Exit è uno dei dischi dal vivo dell’anno.

Marco Verdi