Un Quasi Veterano Ed Un Quasi Esordiente, Con La Regia Di Dave Cobb: Che Bravi Entrambi! Chris Stapleton – From A Room, Vol.1/Colter Wall – Colter Wall

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Chris Stapleton – From A Room, Vol. 1 – Mercury/Universal CD

Colter Wall – Colter Wall – Young Mary’s Record Co./Thirty Tigers CD

Oggi vi parlo di due dischi nuovi di zecca, due album solo apparentemente simili, che hanno come comune denominatore il fatto di avere entrambi l’ormai onnipresente (ma bravissimo) Dave Cobb alla produzione. Ho definito Chris Stapleton un quasi veterano dato che, malgrado abbia alle spalle un solo disco, lo splendido Traveller, era già conosciuto da qualche anno nel mondo di Nashville come apprezzato songwriter per conto terzi: il grande successo di Traveller, che dimostra che a volte la musica di qualità riesce ancora a vendere, ha poi fatto balzare Chris in cima a tutte le classifiche di gradimento, facendolo diventare richiestissimo sia come autore che come ospite nei dischi dei suoi colleghi, ed oggi è uno dei maggiori esponenti di un certo country-rock classico, ed ammirato anche da vere e proprie leggende come Willie Nelson. From A Room, Vol. 1 è il suo nuovo lavoro, nove canzoni di puro rockin’ country, forse ancora più rock che in Traveller, un disco che, nei suoi 32 minuti, appare ancora più immediato del suo predecessore e, per certi versi, anche più compatto (ed il secondo volume pare sia già pronto ed in uscita entro fine anno). Stapleton è accompagnato da un gruppo ristretto ma decisamente valido di musicisti, che comprende, oltre allo stesso Cobb, il grande armonicista Mickey Raphael, l’ottimo Robbie Turner alla steel, la sezione ritmica di J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria, oltre al bravissimo Mike Webb al piano ed organo ed alla moglie di Chris, Morgane Stapleton, alle armonie vocali in quasi tutti i pezzi.

Nove brani, di cui otto originali ed una cover, una versione deliziosa e soulful di Last Thing I Needed, First Thing This Morning, un vecchio brano di Gary P. Nunn reso popolare proprio da Willie Nelson. L’album parte alla grande con Broken Halos, splendida ballata dall’incedere classico e suono potente, perfetto per la grande voce di Chris, un brano superlativo sotto ogni punto di vista. Second One To Know è una gran bella rock’n’roll song, robusta, elettrica, dal sapore sudista, un tipo di canzone che i Lynyrd Skynyrd non scrivono più da molto tempo, Up To No Good Livin’ è una country ballad fulgida e cristallina, mentre l’intensa Either Way vede il nostro in perfetta solitudine e capace di una performance vocale da brividi. Poi ci sono anche la sontuosa rock song I Was Wrong, decisamente anni settanta, la fluida Without Your Love, ancora molto southern (e molto bella), il saltellante e trascinante country-boogie chitarristico Them Stems e Death Row, sinuosa, annerita, bluesy e quasi nello stile swamp di Tony Joe White, che conclude un disco splendido, esemplare per qualità e sintesi.

Colter Wall è un giovane canadese di appena 21 anni, ma che dalla voce, talmente baritonale ed adulta da far pensare quasi ad un discepolo di Johnny Cash (anche se il timbro è diverso) e dallo stile, sembra un americano con già alle spalle una carriera trentennale. Colter Wall, il suo disco omonimo, non è il suo esordio assoluto, in quanto il nostro ha debuttato nel 2015 con un EP di sette canzoni intitolato Imaginary Appalachia, ma è con questo disco che Colter conta di farsi notare su scala più larga. E Colter Wall è un gran bel disco, un album di canzoni vere ed intense, scritte dal nostro con un piglio davvero da veterano, un sound abbastanza scarno e più folk che country, con Cobb solito abile dosatore di suoni ed un gruppo ancora più ristretto che nell’album di Stapleton: alcuni nomi sono in comune (Turner e Webb), mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Jason Simpson e Chris Powell; rispetto al disco di Stapleton, poi, manca totalmente la componente rock, le chitarre sono rigorosamente acustiche e le atmosfere decisamente più intime, ma il livello qualitativo è senza dubbio lo stesso. Il lavoro si apre con Thirteen Silver Dollars, una folk tune splendida, pura e deliziosa, con inizialmente solo Colter voce e chitarra, ma con una spettacolare entrata della sezione ritmica dopo quasi due minuti (e che voce il ragazzo, sembra impossibile che sia, per la legge americana, da poco maggiorenne); bella anche Codeine Dream, toccante brano dall’atmosfera spoglia e malinconica (solo chitarra e dobro sono presenti), ma dal pathos altissimo, un pezzo degno di Townes Van Zandt.

E proprio il grande texano, una delle sue principali influenze, è omaggiato con una cover di Snake Mountain Blues, intensa come solo Townes sapeva fare, ma poi abbiamo altre notevoli canzoni scritte da Wall, come la western ballad Me And Big Dave, che risente invece della lezione di Waylon Jennings, lo squisito country-folk Motorcycle, con Colter che riesce a coinvolgere anche con tre strumenti in croce, o la strepitosa Kate McCannon, un drammatico racconto tra West e folk dall’impatto straordinario, ancora con Van Zandt nei cromosomi. Chiudono questo album sorprendente You Look To Yours, un honky-tonk purissimo, la fulgida e breve Fraulein, un traditional poco noto ed interpretato in duetto con Tyler Childers (altro musicista misconosciuto), e le profonde Trascendent Ramblin’ Railroad Blues e Bald Butte, che confermano la statura di autore del nostro. Due dischi bellissimi, uno forse più immediato (Chris Stapleton), l’altro più intenso (Colter Wall), ma comunque due lavori che quest’anno ascolteremo parecchio: non so indicarvi quale mi piace di più e quindi, nel dubbio, accaparrateveli entrambi.

Marco Verdi

 

Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

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Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi

Ma Sbagliare Un Disco Ogni Tanto No? Willie Nelson – Summertime

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Willie Nelson – Summertime: Willie Nelson Sings Gershwin – Sony Legacy CD

A pochi mesi di distanza dall’eccellente disco in duo con Merle Haggard (Django & Jimmie) http://discoclub.myblog.it/2015/07/07/due-vispi-giovanotti-willie-nelson-merle-haggard-django-and-jimmie/  torna il grande Willie Nelson, 83 anni fra poco più di un mese e nessuna voglia di rallentare il ritmo (e la qualità) delle pubblicazioni. Nella sua ormai quasi sessantennale carriera, Willie ha inciso diversi album composti da evergreen della musica americana: proprio un suo LP di standard (Stardust, 1978) fu un enorme successo, ed ancora oggi è uno dei suoi lavori più venduti, e da allora periodicamente il nostro ne ha pubblicati altri, tutti molto belli anche se con risultati commerciali inferiori (qualche titolo sparso: Somewhere Over The Rainbow, What A Wonderful World, Moonlight Becomes You, American Classic); inoltre, Nelson ha anche al suo attivo più di un disco interamente dedicato ai brani di un singolo artista (Lefty Frizell, Kris Kristofferson, Cindy Walker) e quindi, fondendo assieme le due cose, non è una sorpresa la decisione del barbuto texano di pubblicare un intero album di classici di George Gershwin, uno dei più grandi compositori del secolo scorso, che insieme al fratello Ira ha scritto un’incredibile serie di canzoni che sono poi diventate degli standard assoluti, quasi alla stregua di brani tradizionali, un songbook inarrivabile che è stato (ed è ancora) un punto di riferimento per molti artisti, ponendo le basi per la nascita della musica moderna: uno insomma per cui la parola “genio” non è assolutamente fuori luogo.

Summertime (sul titolo forse Willie poteva spremersi un po’ di più) è composto da undici pezzi, e vede il nostro accompagnato non da un’orchestra (ci poteva stare, ma è meglio così) ma da una super band, che vede, oltre ai fidi Mickey Raphael all’armonica e a Bobbie Nelson (sua sorella) al piano, lo straordinario pianista Matt Rollings (già con Lyle Lovett e Mark Knopfler, ed anche il produttore del CD insieme allo specialista Buddy Cannon), il chitarrista Dean Parks (presente su almeno, sparo, 1.200 album di gente che conta), il batterista Jay Bellerose (idem come per Parks, è anche il drummer preferito di T-Bone Burnett e Joe Henry), il leggendario steel guitarist Paul Franklin, oltre ai due bassisti David Piltch e Kevin Smith. Il disco è, manco a dirlo, bellissimo (come direbbe il Mollicone nazionale): innanzitutto ha un suono stellare (e qui la coppia Cannon-Rollings dice la sua) e poi è suonato in modo strepitoso dalla band presente in studio, con una miscela di sonorità jazzate (la base di partenza dello stile di Gershwin) e texane (Willie) che rende Summertime l’ennesima perla di una collana che sembra non avere fine. E, last but not least, c’è la voce del leader, che più passano gli anni e più fa venire la pelle d’oca: secondo me la sua ugola in America andrebbe dichiarata patrimonio nazionale, e non esagero.

But Not For Me apre il CD alla grande, uno slow caldo e jazzato che ricorda non poco lo stile dell’ultimo disco di Bob Dylan dedicato a Sinatra, con la voce di Willie ben centrale ed il gruppo che lo segue con sicurezza. Anche Somebody Loves Me è un esercizio di classe, con tempo swingato ed il piano di Rollings assoluto protagonista: grandissima musica; Someone To Watch Over Me è ancora lenta e raffinata, ma, grazie ad un feeling formato famiglia, non è solo un mero esempio di stile (e Willie fa sembrare canzoni che hanno più della sua età come se le avesse scritte lui il giorno prima). Let’s Call The Whole Things Off vede la presenza in duetto di Cyndy Lauper (che dopo il disco blues sta per pubblicarne a maggio uno country, Detour), e la strana coppia funziona, malgrado un testo non proprio da dolce stil novo ed un’atmosfera un po’ da cabaret (ma la band suona davvero alla grande) https://www.youtube.com/watch?v=tJq1NCCvICU .

It Ain’t Necessarily So è finora quella con il suono più texano, sembra davvero una (bella) western ballad tipica di Willie, mentre I Got Rhythm, che conoscono anche i sassi, viene proposta in una strepitosa versione western swing, una cover da manuale che dimostra come Nelson possa veramente far sua qualunque canzone. Love Is Here To Stay è ancora leggermente jazzata, con la batteria spazzolata e la steel che si insinua tra i solchi; splendida anche They All Laughed, ancora con il piano sugli scudi e l’ormai abituale mood country-jazz, e Willie che appare perfettamente rilassato ed a suo agio.

Anche Sheryl Crow di recente è rimasta folgorata sulla via del country, e qui presta la sua ugola a Embraceable You, altra ballad raffinatissima https://www.youtube.com/watch?v=8wwlW8h0wD8 : Sheryl è brava, ma in quanto a carisma Willie vince a mani basse; chiudono il disco, in tutto trentasei minuti praticamente perfetti, la fluida They Can’t Take That Away From Me, di nuovo con parti strumentali di grande godimento, e la superclassica Summertime, forse il brano più noto dei fratelli Gershwin, un pezzo che ha avuto decine di interpretazioni (alcune imperdibili, ad opera di gente del calibro di Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Sam Cooke e Janis Joplin), ed anche Willie centra il bersaglio con una rilettura che mette il piano (splendido) in evidenza e con lui che tira fuori la solita voce da brividi.

Grandi canzoni, due produttori straordinari, una grande band e Willie Nelson con la sua chitarra: devo aggiungere altro?

Marco Verdi

Il Disco Dell’Estate! E Dell’Autunno, Dell’Inverno… Warren Haynes featuring Railroad Earth – Ashes And Dust

warren haynes ashes and dust

Warren Haynes featuring Railroad Earth – Ashes And Dust – Provogue CD/Deluxe 2CD

Sono dell’opinione che Warren Haynes sia il miglior musicista emerso in America negli ultimi trent’anni. Un’affermazione importante lo so, ma trovatemelo voi un altro che viene chiamato nella riformata Allman Brothers Band a sostituire Duane Allman (cioè uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi), forma una band da dopolavoro (i Gov’t Mule) trasformandola in uno degli acts più importanti della Terra, gira con i Grateful Dead orfani di Jerry Garcia (ribattezzati opportunamente The Dead) sostituendo proprio il barbuto leader dello storico gruppo californiano, e viene chiamato da Phil Lesh per suonare la solista e cantare nella sua band (anche perché Lesh meno canta e meglio è, per tutti). In mezzo, riesce anche a pubblicare un paio di dischi da solista (Tales Of Ordinary Madness e soprattutto il bellissimo e soul-oriented Man In Motion) oltre a girare con la sua band e stampare anche due live (Bonnaroo, acustico, e il formidabile Live At The Moody Theatre). Se a tutto ciò aggiungiamo la sua tecnica chitarristica sopraffina, la sua voce espressiva e “negroide”, la sua indubbia abilità come songwriter e la sua creatività e versatilità, che lo portano a suonare con disinvoltura qualsiasi tipo di musica (gli ultimi live con i Mule ne sono la prova), è chiaro che abbiamo davanti un fuoriclasse assoluto. Nonostante tutto ciò, mai mi sarei aspettato da Haynes un disco come Ashes And Dust, non perché non abbia fiducia in lui (anzi…), ma non pensavo che un album di roots rock e di Americana di questo livello fosse nelle sue corde, dato che nelle sue vene scorre comunque principalmente sangue southern e blues.

Eppure Warren è uno tosto, e per far funzionare al meglio le cose ha pensato bene di chiamare i Railroad Earth, uno dei più noti e validi gruppi del filone roots, e li ha utilizzati come backing band, regalandoci non solo un disco strepitoso, ma anche uno dei più belli del genere negli ultimi anni. La band guidata da Todd Sheaffer è ormai in giro da tre lustri, ha maturato un suo stile ed un suo suono, e quando c’è da jammare non si tira certo indietro: insomma, Haynes non poteva fare scelta più felice. Tanto rock, qualche ballata (ed è qui che Haynes stupisce di più), massicce dosi di folk ed una spruzzata di old time music fanno di Ashes And Dust un disco da accaparrarsi assolutamente. Il CD è molto lungo (quasi ottanta minuti), in quanto il più delle volte Warren ed il sestetto proveniente da Stillwater lasciano correre gli strumenti in jam sessions  (poste il più delle volte in coda alle canzoni) che sono una vera goduria per le orecchie, senza annoiare neppure per un minuto. Come ciliegina, Warren porta anche qualche ospite di prestigio, che interviene in un brano a testa: Grace Potter e Shawn Colvin alle voci, Mickey Raphael all’armonica e gli ex Allman Oteil Burbridge e Marc Quinones.

Si comincia alla grande con la sontuosa Is It Me Or You, una ballata che ha una base acustica, ma dove Warren entra spesso e volentieri con decisi riff elettrici, una melodia di grande bellezza e suggestione ed un suono limpido e potente (il produttore del CD, manco a dirlo, è Haynes stesso), cantata benissimo e con la prima coda strumentale del disco. Inizio formidabile. Anche Coal Tattoo è splendida, cadenzata, con sonorità tra folk e rock ed un altro motivo centrale di grande effetto: è la prima volta che sento il leader dei Mule alle prese con brani di questo tipo, ma sembra che non abbia fatto altro in carriera https://www.youtube.com/watch?v=KtUH4ybNZ6o . Come pure i Railroad Earth si confermano una band coi fiocchi. Blue Maiden’s Tale è una ballata fluida e distesa, che il violino di Tim Carbone, tra i protagonisti del disco, fa somigliare quasi ad un brano dei Fairport Convention più rootsy; Company Man è un folk-rock scintillante, con Sheaffer e soci in gran spolvero ed il solito Haynes gigantesco alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=LX6JyyW0baI ; New Year’s Eve ha un motivo toccante ed una resa sonora superba. Warren Haynes balladeer, una piacevole sorpresa.

Stranded In Self-Pity è ancora un gran pezzo, un brano saltellante tra rock e folk, con il piano in evidenza ed un sapore d’altri tempi (c’è perfino un assolo di clarinetto, opera del polistrumentista degli Earth Andy Goessling): minchia se suonano! Glory Road è l’ennesima canzone di grande impatto emotivo, una ballata suonata con grande classe ed una melodia di prim’ordine. Gold Dust Woman è proprio il famoso brano che Stevie Nicks ha scritto per i Fleetwood Mac (era sul multiplatino Rumours), ma Warren, qui in duetto con Grace Potter, gli toglie la patina californiana e gli dà un sapore paludoso, da blues del Mississippi, e la bionda (e bella) cantante del Vermont si dimostra una partner perfetta; Beat Down the Dust è un’altra roots ballad solida e ben costruita, mentre molto bella è anche Wanderlust, intensa, emozionante, suonata alla grande (con la Colvin alle armonie) https://www.youtube.com/watch?v=Vpuu2lERYj0  ed una struttura molto classica, anni settanta. Spots Of Time con i suoi otto minuti e mezzo è la più lunga del CD, ma è anche una delle più riuscite, con stacchi strumentali spettacolari ed uno sviluppo che per fluidità ricorda molto i Dead (e Warren è un marziano) https://www.youtube.com/watch?v=mBkhu_Ressw ; chiudono l’intensa e cantautorale Hallelujah Boulevard e la sudista (e sudata) Word On The Wind, unico pezzo della raccolta scritto in collaborazione con Sheaffer.

L’edizione doppia dell’album contiene anche un mini CD con quattro brani del disco originale in versione demo, più Hallelujah Boulevard suonata dal vivo sempre con gli Earth, ma direi che il dischetto principale basta ed avanza.

Lo ritroveremo certamente a fine anno nelle liste dei migliori: per me, al momento, è il disco del 2015.

Marco Verdi

Good News From Dave Cobb Productions! Chris Stapleton – Traveller + Christian Lopez Band – Onward

chris stapleton traveller christian lopez band onward

Chris Stapleton – Traveller – Mercury/Universal CD +  Christian Lopez Band – Onward – Blaster CD

Se dovessi fin d’ora indicare il nome del produttore del 2015, uno dei candidati più agguerriti sarebbe senz’altro Dave Cobb! Basato a Nashville, Cobb è già attivo da diversi anni (circa una decina), ed è responsabile tra gli altri della produzione in dischi di Shooter Jennings, The Secret Sisters, Jamey Johnson e Sturgill Simpson, oltre a lavori recenti di band più lontane dalle tematiche trattate abitualmente su questo blog (gli ultimi CD di Rival Sons, California Breed – la band estemporanea guidata da Glenn Hughes con Jason Bonham, orfani di Bonamassa– e degli Europe vedono lui dietro la consolle): un bel panorama eterogeneo quindi, dove la musica country, nonostante il quartier generale sia situato nella capitale del Tennessee, è molto spesso irrobustita da decise dosi di rock (sia Jennings che Johnson che Simpson non sono propriamente dei countrymen tipici). Quest’anno poi Cobb si è letteralmente scatenato, essendo responsabile degli ultimi lavori di Jason Isbell (come anche del precedente, Southeastern), degli Houndmouth, degli A Thousand Horses (di cui si è occupato da poco Bruno http://discoclub.myblog.it/2015/07/05/addirittura-mille-bravi-pero-thousand-horses-southernality/ ) e sta ultimando i nuovi dischi ancora di Sturgill Simpson, dei Lake Street Dive e di Corb Lund.

dave cobb

Nel mezzo, Dave ha prodotto altri due ottimi album, di cui mi accingo a parlare: Traveller dell’esordiente Chris Stapleton ed Onward della Christian Lopez Band, che invece ha debuttato lo scorso anno con l’EP Pilot. Inizio dal primo, cioè Stapleton: nativo del Kentucky ma basato anch’egli a Nashville, Chris è sì esordiente a suo nome, ma nella Mecca della country music è già parecchio noto, essendo responsabile del songwriting per diversi artisti, ed avendo all’attivo anche brani andati al numero uno per gente come Kenny Chesney, George Strait e Darius Rucker, in aggiunta a canzoni apparse su dischi di Adele, Brad Paisley e Dierks Bentley.

Attenzione però: se Chris per vivere scrive per gente che difficilmente incontra i gusti del sottoscritto (anche se Paisley è bravo ed il disco di Adele mi piace), quando si tratta di fare il musicista in proprio è tutta un’altra storia. Stapleton è un songwriter coi fiocchi, ma è anche un musicista di prim’ordine, ha il senso del ritmo e della melodia, suona ottimamente la chitarra (anche le parti soliste) ed è anche dotato di una grande voce, roca e potente, da vero rocker, ma con intense sfumature soul. I suoi brani hanno una spiccata vena rock, qualche nota bluesata ed un grande respiro, uno stile che potrebbe avvicinarlo al John Mellencamp più rurale. Traveller è quindi un grande disco, suonato da Chris con una band piuttosto ridotta (nella quale spiccano lo steel guitarist Robby Turner, l’armonica inconfondibile di Mickey Raphael, in vacanza temporanea da Willie Nelson, e la moglie Morgane Stapleton alle armonie vocali) ed al quale Cobb conferisce un suono potente e di chiara impronta rock, privilegiando le chitarre e mettendo la voce del nostro in primo piano. Un disco anche lungo (63 minuti), ma che non annoia neppure per un secondo.

La title track apre l’album subito con la voce forte di Chris in evidenza: il brano è una potente ballad tra country e rock, impreziosito dalla doppia voce femminile, un suono deciso ed una melodia fluida. Fire Away è lenta e piena di pathos, ricorda le ballate polverose del miglior Ryan Bingham (uno che prodotto da Cobb farebbe la sua figura), Tennessee Whiskey è la cover di un brano portato al successo da George Jones, e l’uso della voce annerita del nostro (performance strepitosa, tra l’altro) le dona un irresistibile sapore country-got-soul, mentre l’arrangiamento “caldo” fa il resto: un mezzo capolavoro; Parachute è decisamente più rock (ma che voce!), un brano trascinante, impossibile stare fermi.

Whiskey And You è completamente diversa, solo voce e chitarra, ma con un pathos eccezionale; Nobody To Blame, maschia ed elettrica, ricorda molto le sonorità di Waylon Jennings, mentre More Of You, guidata dal mandolino, è il pezzo più bucolico del disco. Non sto a citarle tutte, anche se lo meriterebbero, per non togliere spazio a Lopez (e per non farmi cazziare dal Bruno) (*NDB. Non succederà mai, ma visto il consistente numero di Chris presenti nella recensione, in questo caso era giustificato!) ma non posso tralasciare la splendida When the Stars Come Out, una melodia classica, molto anni settanta, eseguita in maniera superba, l’emozionante Daddy Doesn’t Pray Anymore, un lento da pelle d’oca, due note e tre strumenti in croce ma che feeling, la vibrante The Devil Named Music, una rock song dall’atmosfera western ed un bell’assolo chitarristico anche se breve, la roccata Outlaw State Of Mind, non la migliore dal punto di vista del songwriting ma con un tiro micidiale.

Christian Lopez è un giovane musicista della Virginia, appena diciannovenne, dotato anch’egli di una bella voce ma più gentile e limpida di quella di Stapleton (ricorda vagamente il timbro di Jackson Browne https://www.youtube.com/watch?v=lRVLH049sb4 ), ma quello che più impressiona è il livello delle canzoni, che sembrano scritte da un veterano e non da uno che per la legge americana non è nemmeno maggiorenne. Onward è più country del disco di Stapleton, ma non è un disco country, il suo background è rock, ma con un piglio da cantautore, e Cobb fornisce il classico suono forte e deciso che è ormai il suo marchio di fabbrica. Insieme a Lopez (e Cobb), nel disco suonano Chelsea McBee (seconda voce e banjo), Chris Powell (batteria), Mike Webb (piano, bravissimo), Joe Stack e Adam Gardner (entrambi al basso).

Il CD inizia con Take You Away, una ballata dall’andamento lento ma dal grande impatto emotivo, suono potente ed uso classico degli strumenti (chitarra e piano su tutti), un antipasto nel quale Christian ci fa sentire subito di che pasta è fatto https://www.youtube.com/watch?v=MXRx-VMB3rw . Don’t Know How è spedita, fluida, ariosa, mentre l’elettroacustica Morning Rise ha un retrogusto country https://www.youtube.com/watch?v=bf_ua_o8XiE , una melodia deliziosa (qui di Browne c’è anche lo stile) ed un uso spettacolare del dobro (tale Ben Kitterman). La tenue e folkie Stay With You, dal mood quasi irish, precede la splendida Will I See You Again (già incisa su Pilot), un country-rock scintillante sostenuto da un motivo di prim’ordine e suonato alla grande: una goduria. Anche la delicata Seven Years è molto bella (ed il suono è uno spettacolo), come d’altronde Pick Me Up, con il piano a dettare legge, altra solida prova di cantautorato rock. Incredibile pensare che il suo autore non ha neppure vent’anni. L’album si chiude con la formidabile Oh Those Tombs, irresistibile versione rockin’ country di un traditional inciso a suo tempo anche da Hank Williams, la bellissima The Man I Was Before, anch’essa molto classica e lineare, la potente Leavin’ It Out e la bucolica Goodbye.

Due dischi uno più bello dell’altro quindi, entrambi pieni di bellissime canzoni e con un suono straordinario: sono appena usciti e già non vedo l’ora di ascoltare il loro seguito.

Marco Verdi

Due Vispi Giovanotti! Willie Nelson & Merle Haggard – Django And Jimmie

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Willie Nelson & Merle Haggard – Django And Jimmie – Sony CD

Non è la prima volta che Willie Nelson e Merle Haggard (texano di Abbott il primo, californiano di Bakersfield il secondo, 160 anni in due) fanno un disco in coppia. Il loro “esordio” insieme è datato 1983, con il famoso Pancho & Lefty, seguito quattro anni dopo dal meno riuscito Seashores Of Old Mexico (ma gli anni ottanta sono stati un periodo gramo per entrambi), mentre, in anni più recenti, i due hanno dato alle stampe il discreto Last Of The Breed in trio con Ray Price, seguito a ruota dalla sua controparte dal vivo. Ora ho tra le mani il nuovo lavoro delle due leggende viventi della musica country, intitolato Django And Jimmie (dedicato a Django Reinhardt e Jimmie Rodgers, due delle maggiori influenze rispettivamente di Nelson e Haggard) e, con tutto il rispetto per gli album che ho citato prima, qui siamo su un altro pianeta. Intanto i due sono in forma strepitosa, cosa ancora più incredibile data l’età avanzata, poi ci sono una serie di canzoni che nulla hanno da invidiare a quelle più note dei rispettivi songbook, ed il tutto è prodotto ottimamente dall’esperto Buddy Cannon, cioè uno dei migliori produttori in circolazione in ambito country https://www.youtube.com/watch?v=LFaJL5X7cu8  . Django And Jimmie è un disco di canzoni classiche, come uno ci si può aspettare dai due, ma cantato alla grande, suonato ancora meglio (tra i soliti noti abbiamo Mickey Raphael all’armonica, Dan Dugmore alla steel, Ben Haggard, figlio di Merle, alla chitarra solista, Mike Johnson a slide e dobro, persino Alison Krauss alle backing vocals), e griffato dalla produzione limpida di Cannon, che dà ai brani un suono splendido. Non mi stupisco di Nelson, che negli ultimi anni sembra vivere una seconda giovinezza, ma un Haggard così tirato a lucido non lo sentivo da anni.

La title track apre il CD, ed è una classica ballata dei nostri, suonata in punta di dita e con una melodia profonda e toccante, resa ancora più bella dalle voci vissute dei due https://www.youtube.com/watch?v=BZRrg8rorns . It’s All Going To Pot vede la gradita partecipazione di Jamey Johnson (che è anche co-autore del pezzo), ed è un vivace brano country-rock, dal ritmo alto e con un refrain decisamente trascinante (e Willie inizia a farci sentire la sua Trigger); la lenta Unfair Weather Friend sa toccare le corde giuste, e la voce di Willie, più di quella seppur bella di Merle, regala autentici brividi https://www.youtube.com/watch?v=tsjOiY1pNz8 . Missing Ol’ Johnny Cash è uno dei brani centrali del disco, un sentito omaggio all’Uomo in Nero, con tanto di boom-chicka-boom ed il talkin’ tipico di Johnny, con in più la presenza vocale di Bobby Bare, altra leggenda vivente; Live This Long è invece una ballata fluida, del tipo che i nostri hanno sfornato a centinaia nel corso della carriera, grande classe e suono superbo; Alice In Hualand è un valzerone texano scritto da Willie e Cannon, godibilissimo come d’altronde il resto del disco finora. Don’t Think Twice, It’s All Right, proprio quella di Bob Dylan, è un altro degli highlights: prendete una grande canzone, datela in mano a due fuoriclasse e ad un produttore con tutti i crismi e l’esito non potrà che essere eccellente: la versione dei due è limpida e spedita, con un sapore folk che rimanda all’originale del grande Bob; Family Bible (l’ha fatta anche Cash) è un bellissimo honky-tonk pianistico che più classico non si può e rimanda al periodo in cui Haggard (qui canta solo lui) andava costantemente al numero uno. Splendida e commovente.

It’s Only Money è tra country e rockabilly, gran ritmo e le due voci che si alternano alla perfezione (e la band li segue come un treno) https://www.youtube.com/watch?v=uFT1ZLGU6Lc ; ancora honky-tonk deluxe con Swinging Doors, una vera goduria per le orecchie, cantano e suonano tutti da Dio, mentre l’intensa Where Dreams Come To Die è un tipico slow di Willie (quindi bello). Chiudono l’album la languida Somewhere Between, ancora con una prestazione vocale di Nelson da pelle d’oca, la vivace Driving The Herd, con il solito gran lavoro all’armonica da parte di Raphael, e The Only Man Wilder Than Me, che sembra una outtake del mitico Waylon & Willie, solo con Haggard al posto di Jennings. Uno dei migliori country records del 2015: in giro ci saranno anche tante nuove leve di ottimo livello, ma quando i “vecchietti” si mettono in moto danno ancora dei punti a tutti.

Marco Verdi

L’Altra Metà Della Famiglia? O Non Più! Pegi Young & The Survivors – Lonely In A Crowded Room

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Pegi Young & The Survivors – Lonely In A Crowded Room – New West

Come sapete di solito non ci occupiamo di gossip, pettegolezzi e/o vicende familiari, ma visto che il personaggio lo richiede facciamo una eccezione per l’occasione. Come forse avrete letto, assolutamente a sorpresa, Neil Young a luglio di quest’anno ha presentato istanza di divorzio da Pegi, dopo ben 36 anni di matrimonio. Che cosa è successo? Chi lo sa! David Crosby che ha estrinsecato dei commenti negativi, soprattutto sulla nuova compagna di Neil, di cui tra un attimo, ha provocato una risposta piccata da parte del canadese, che ha annunciato che CSNY non suoneranno mai più insieme, con Graham Nash che sta cercando di fare da pompiere e paciere, e a sua volta annuncia, per il prossimo anno, un tour di CSN da soli.

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Nel frattempo la situazione procede, Young si è fatto vedere con la nuova fidanzata, Daryl Hannah (apperò! Pero poi se uno ci pensa, non è che si sia messo con una teenager, la biondona ormai ha anche lei i suoi 53 anni), Pegi non si è presentata al Farm Aid, ma poi tutti e due, ognuno con la propria sezione di concerto, a fine ottobre hanno partecipato al Bridge School Benefit. Vedremo gli sviluppi futuri, evidentemente a 68 anni non gli bastava più “giocare” con il Pono, i marchingegni di Jack White e le orchestre dell’ultimo Storytone http://discoclub.myblog.it/2014/11/16/il-bisonte-sbaglia-due-volte-fila-neil-young-storytone/ , dove peraltro ci sono anche brani dedicati alla sua nuova situazione amorosa.

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Ma veniamo a questo Lonely In A Crowded Room, quarto album da solista di Pegi Young, dove comunque in un brano, Don’t Let Me Be Lonely (!). appare anche Neil Young, debitamente ringraziato nelle note con un “Wishing You Peace Of Mind” https://www.youtube.com/watch?v=FcGTzWSE54A . Probabilmente, anzi sicuramente, la registrazione è avvenuta prima della rottura, visto che il disco è stato creato, in parte, al Broken Arrow Ranch, con la produzione di Niko Bolas, e la presenza al basso di Rick Rosas, prestato dai Survivors ai Crazy Horse nell’ultimo tour, per sostituire Billy Talbot che aveva avuto dei problemi di salute: solo che nel frattempo, inopinatamente, il 6 novembre, Rosas è morto improvvisamente, lasciandomi basito, alla faccia della sfiga!

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Chiusa parentesi. Nel disco, alle tastiere, nonché eminenza grigia del progetto, troviamo il grande Spooner Oldham, oltre al bravo chitarrista Kelvin Holly, Phil Jones alla batteria e in un paio di brani, ad esempio quello più country, Lonely Women Make Good Lovers, l’ottimo Mickey Raphael all’armonica https://www.youtube.com/watch?v=kSWLPBeVHsk . Il disco è piacevole e si lascia ascoltare anche se l’abbrivio faceva sperare in cose migliori: I be weary, posta in apertura, sembra una bella ballata mossa con il marchio di fabbrica della famiglia Young, acustiche e una bella elettrica in evidenza, le tastiere di Oldham a fare da collante al sound e lei che canta decisamente bene, meglio che in passato https://www.youtube.com/watch?v=82oT2krXYCI . Anche Obsession ha un bel piglio rock, energica e decisa, con le voci di supporto di Paula & Charlene Holloway a dare spessore al brano, ben sostenuto dal piano elettrico di Spooner e dalla chitarra tagliente di Holly https://www.youtube.com/watch?v=J6Abm8Q0aEI . Che partenza! Tutti i due brani scritti da Pegi, come la successiva Better Livin’ Through The Chemicals, brano felpato e jazzato, con la presenza dei fiati, ma anche piuttosto scontato e poco incisivo.

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Appena meglio la cover di Ruler My Heart, un vecchio brano di stampo soul a firma Naomi Neville, che però evidenzia che Pegi non è poi questa gran cantante, se la cava con onestà, senza brillare troppo https://www.youtube.com/watch?v=_erWT_16_Bk . Il pezzo country già citato porta la firma di Spooner Oldham ed è piacevole, mentre Don’t Let Me Be Lonely, è un altro pezzo vecchio soul del 1964, scritto da Jerry Ragovoy, con qualche pennellata chitarristica del vecchio Neil, niente da strapparsi i capelli, sempre piacevole comunque. Non male invece Feel Just Like A memory, un’altra bella cavalcata younghiana con la chitarra ben presente e le voci di supporto che danno grinta anche al cantato di Pegi https://www.youtube.com/watch?v=dhG2kydge9I . In My dreams, jazzata e nuovamente sulle ali del piano elettrico di Oldham, però non decolla, rimane irrisolta, ci sono milioni di cantanti in giro che fanno queste canzoni, meglio. Walking On the Tightrope, nuovamente con l’armonica di Raphael a colorare il suono, a fianco di chitarra e tastiere, è invece un buon brano, con una discreta melodia e la giusta grinta, niente male. Chiude la breve Blame It On Me, una canzoncina leggera che non aggiunge particolari meriti all’album, ma d’altronde quello bravo in famiglia era ( ed è sempre stato) l’altro. Diciamo una sufficienza risicata per i quattro/cinque brani sopra la media e per il buon sound d’assieme, comunque non malvagio, c’è di peggio in giro, dischi spesso salutati come fossero dei capolavori assoluti!

Bruno Conti

Altri Ripassi Per L’Estate: Dal Texas L’Ultimo “Troubadour”? Matt Harlan – Raven Hotel

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Matt Harlan – Raven Hotel – Berkalin Records

Con questo nuovo lavoro Raven Hotel (uscito la scorsa primavera), ritorna uno dei migliori e, purtroppo, più sconosciuti talenti della nuova canzone d’autore texana, quel Matt Harlan che con l’esordio con Tips & Compliments (10) è stato in lizza una prima volta per la vittoria finale ai “famosi” Texas Music Awards (premio poi ricevuto nel 2013 come miglior songwriter), un disco prodotto da quella vecchia volpe di Rich Brotherton (Robert Earl Keen), successo di critica bissato dal successivo Bow And Be Simple (12) registrato con il gruppo danese dei Sentimentals, sempre di ottima fattura. Matt Harlan è un interessante personaggio, proveniente da Houston, che sfoggia la capacità di coniugare testi piuttosto personali con una costruzione melodica di tutto rilievo, scrivendo belle canzoni che lasciano il segno https://www.youtube.com/watch?v=tzf1-5P9vzc . La band che accompagna Matt negli studi di Austin, Tx, dove è stato registrato il CD, comprende, oltre al fidato produttore e polistrumentista Rich Brotherton alle chitarre, lap steel, dobro, banjo e sinth, il grande Bukka Allen all’organo, fisarmonica e piano, Mickey Raphael all’armonica (compagno d’avventura fisso nei dischi di Willie Nelson), Glenn Fukunaga al basso (visto e sentito spesso con Joe Ely), John Green alla batteria, Floyd Domino anche lui alle tastiere, John Mills al sassofono, la brava Maddy Brotherton al violino (una delle figlie di Rich), e l’indispensabile contributo come “vocalist” di supporto della moglie Rachel Jones, per un viaggio nel tempo nelle dodici stanze del Raven Hotel.

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La prima stanza è quella caratterizzata dal violino e dal banjo della delicata Old Spanish Moss https://www.youtube.com/watch?v=iYffTyrdkvk , poi ci sono le atmosfere country bluegrass di Half Developed Song, i toni caldi di una ballata tipicamente texana come Second Gear https://www.youtube.com/watch?v=tpwsbp_HscE , mentre il piano e la splendida voce di Rachel Jones disegnano una melodia cristallina in Riding With The Wind. Salendo al secondo piano dell’hotel, troviamo il sentimentalismo nostalgico di We Never Met (Time Machine) https://www.youtube.com/watch?v=CmjzAGkv7sk , le chitarre elettriche spianate di una Rock & Roll (qui in versione acustica https://www.youtube.com/watch?v=D7BuXsjKuZw )molto alla Mellencamp , le soffuse percussioni della title track Raven Hotel, passando per la dolce fisarmonica di Bukka Allen nella splendida Old Allen Road (da cantare sotto un cielo di stelle del Texas). Salendo ancora le scale si arriva alle suite, con le note ovattate di Burgundy & Blue, una malinconica canzone d’amore fatta come una ballata jazz, sostenuta dal sax fumoso di John Mills, alla quale si aggiunge Slow Moving Train, cantata in duetto dai coniugi Harlan, con l’armonica di Mickey Raphael ad illuminare la scena, mentre The Optimist si sviluppa su lap-steel e chitarre elettriche, andando a chiudere il portone del Raven Hotel con il folk delizioso e acustico di Rearview Display https://www.youtube.com/watch?v=lDSlg_ViS5Q .

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Matt Harlan, per chi scrive, possiede la liricità che soltanto gli “storytellers” di razza hanno avuto in passato (maestri quali Guy Clark e Robert Earl Keen, per citarne un paio), e pare inseguire la stessa lezione di quella generazione di “songwriters” che hanno raccontato e cantato l’altra faccia dell’America in chiave elettro-acustica (Chris Knight, Chris Smither e Slaid Cleaves, per citarne altri), e un disco come questo Raven Hotel è uno di quelli (ne sono certo) che finirà per piacere a tutti gli innamorati di un certo “songwriting” made in Texas, perché Harlan è un narratore, i racconti di Matt sono vere storie di vita reale, come i personaggi che occupano le dodici stanze del Raven. Matt Harlan è uno dei regali più belli, e meno conosciuti, usciti negli ultimi anni nel panorama del cantautorato americano.

Tino Montanari

Un Disco Bello E Meritorio! Neal McCoy – Pride: A Tribute To Charley Pride

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Neal McCoy – Pride: A Tribute To Charley Pride – Smith Entertainment CD

Charley Pride, nonostante abbia venduto in carriera tra album, singoli ed antologie più di settanta milioni di dischi, è oggi una figura piuttosto dimenticata, oltre che molto poco conosciuto al di fuori dell’America. Pride (ancora vivo ed attivo, il suo ultimo album, Choices, è di due anni fa) è sicuramente stato il più popolare nella ristretta cerchia di country singers di colore, e ha avuto il suo periodo di massimo splendore a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, mettendo in fila una serie impressionante di numeri uno nelle classifiche country dei 45 giri (ben ventotto dal 1969 al 1983).

Pride non era uno scrittore, cantava perlopiù brani di altri, ma tra i suoi successi ci sono vari classici del songbook americano, alcuni dei quali ritroviamo in questo Pride, ad opera del countryman di origine irlandese-filippina Neal McCoy. McCoy (nato McGaughey) è un musicista sulla scena da più di vent’anni, con già una dozzina di dischi alle spalle, che non ha mai conosciuto il successo da superstar (solo un paio di singoli al numero uno all’inizio degli anni novanta, ma il suo album meglio piazzato è arrivato “soltanto” al settimo posto), ma si è ritagliato comunque il suo spazio nel panorama country americano.

Pride è dunque il suo atto d’amore verso Charley Pride, e Neal dimostra il grande rispetto per l’artista afroamericano consegnandoci un ottimo tributo, un disco di classico country suonato e cantato come Dio comanda, senza concessioni al commerciale e con qualche ospite di vaglia a cantare con lui.

E le canzoni, inutile dirlo, sono molto belle.

Apre la notissima Is Anybody Goin’ To San Antone (conosciuta anche per le versioni di Doug Sahm da solo e con i Texas Tornados, ma Pride l’ha incisa prima di Doug): McCoy le toglie il sapore tex-mex ma le aggiunge un ritmo rock’n’roll, dandole nuova linfa e mettendo subito il disco sui binari giusti. It’s Just Me è una veloce country song alla quale la fisarmonica dà un sapore cajun, un brano molto gradevole impreziosito tra l’altro dal duetto con Raul Malo, che riesce a far suo il brano al punto da farlo sembrare opera dei Mavericks. Kiss An Angel Good Mornin’ vede Neal dividere il microfono con Darius Rucker, l’ex leader degli Hootie & The Blowfish ormai convertitosi al country: il brano è uno dei più belli del repertorio di Pride, e questa scintillante versione gli rende giustizia.

Kaw-Liga di Hank Williams la conosciamo tutti (Pride ha spesso inciso brani del grande Hank), una grande canzone qui resa con un arrangiamento quasi southern; You’re So Good When You’re Bad è un’elegante slow ballad, molto sofisticata e dal sapore soul: grande classe, non me l’aspettavo da McCoy. La pimpante It’s Gonna Take A Little Bit Longer sembra invece un classico brano alla Willie Nelson, grazie anche alla presenza dell’inconfondibile armonica di Mickey Raphael; Trace Adkins affianca Neal col suo vocione per una bella resa della toccante Roll On Mississippi, cantata dai due con il cuore in mano (e quindi, come direbbe Bergonzoni, con i polsini insanguinati). Just Between You And Me (di Jack Clement) è un godibilissimo honky tonk che più classico non si può; Mountain Of Love l’hanno fatta un po’ tutti (ricordo una bella versione di Johnny Rivers), e Neal la rifà in maniera grintosa, suonata e cantata da manuale.

L’album si chiude con la languida Someone Loves You Honey, forse un po’ troppo leccata, e con la viceversa solare e godibilissima You’re My Jamaica, tra country e Caraibi, un brano che anche Jimmy Buffett potrebbe fare suo senza difficoltà.

Bravo Neal: un bel disco, che ha anche il merito di farci riscoprire un artista di cui ci si ricorda di rado (per non dire mai).

Marco Verdi

Good News From Louisiana! Honey Island Swamp Band – Cane Sugar

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Honey Island Swamp Band – Cane Sugar – Louisiana Red Hot CD

Ecco un disco che mantiene quello che promette. Gli Honey Island Swamp Band (HISB da qui in poi) sono un quintetto fondato all’inizio della scorsa decade da Aaron Wilkinson e Chris Mulé (che sono anche i due leader del gruppo), originari di New Orleans ma conosciutisi a San Francisco, dove si erano trasferiti a seguito dell’uragano Katrina. Nella metropoli californiana hanno fatto comunella con quelli che poi completeranno la attuale formazione della band, cioè Sam Price, Garland Paul e Trevor Brooks, anche loro fuggiti dalla capitale della Louisiana in seguito al disastro del 2005, e dopo una lunga serie di concerti hanno inciso il loro primo disco, un EP, oggi molto difficile da reperire, ai famosi Record Plant Studios di Sausalito.

Ad esso sono seguiti altri due album, nel 2009 e 2010 (nel frattempo hanno fatto ritorno nella loro città natale), ma è soltanto con Cane Sugar, il loro nuovo lavoro, che hanno trovato una distribuzione a carattere nazionale. Gli HISB sono stati definiti una band di Bayou Americana, e se vi aspettate una miscela di country, rock e puro New Orleans sound…è esattamente quello che avrete! Cane Sugar è infatti uno stimolante e riuscito cocktail di suoni e colori, con sonorità che ricordano un mix di Little Feat, The Band, Dr. John, rock sudista, un pizzico di country ed un filo di blues, dodici brani che si ascoltano tutti d’un fiato, senza cadute di tono o riempitivi. Wilkinson e Mulé si alternano al canto, ma quello che più impressiona è il suono, solido e compatto come se stessimo parlando di una band che suona insieme da almeno trent’anni: la ciliegina sulla torta sono i sessionmen, oscuri (tranne Mickey Raphael, armonicista di Willie Nelson) ma bravissimi, con un plauso particolare per l’ottima sezione fiati, quasi indispensabile per un gruppo della “Big Easy”.

Change My Ways apre il disco con uno swamp-rock paludoso, dominato dalla slide di Mulé, con un suono tra John Fogerty, la Band ed i Feat, un brano pulsante e perfetto per iniziare il nostro viaggio nel Bayou. Black And Blue è più mossa, ha il sapore del Sud in ogni nota, un miscuglio ancora di Band con Zac Brown o, se vogliamo, i Gov’t Mule più leggeri: sentite il piano di Brooks, sembra quasi Allen Toussaint.  Cast The First Stone è bluesata, ma sempre ricca di suoni e di ritmo, e se chiudete gli occhi potrete immaginare di essere in mezzo ai vicoli di New Orleans; One Shot è annerita e meno immediata, ma l’accompagnamento è sempre molto fluido, mentre Cane Sugar è scorrevole, limpida, solare, con elementi country ad insaporire ulteriormente il piatto.

Miss What I Got è invece puro country: il mandolino è lo strumento guida e la melodia fuoriesce limpida e pura, con un bel botta e risposta tra solista e coro. Prodigal Son torna al Sud, con la voce roca di Wilkinson che prende subito possesso del brano, mentre la slide ricama puntuale sullo sfondo; la cadenzata Just Another Fool, elettroacustica e con fisa alle spalle, è forse un po’ risaputa ma si ascolta con grande piacere.Johnny Come Home è puro Feat-sound, con elementi funky fin qui assenti, Pills è solare e bucolica, ancora country di grande spessore, che dimostra che i nostri sono a loro agio anche con sonorità non propriamente della Louisiana (anche se un tocco di cajun da qualche parte lo avrei gradito). L’elettroacustica Never Saw It Comin’ e la fluida Strangers, puro southern sound, chiudono in bellezza un disco fresco ed inatteso, da parte di una band da tenere d’occhio.

Potrebbero essere i nuovi Subdudes.

Marco Verdi