Un Incontro Storico Con Uno Degli “Inventori”. Big Joe Williams – Southside Blues

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Big Joe Williams – Southside Blues – RockBeat Records

Detto che al primo ascolto avevo molti dubbi su questo album (dubbi che per alcuni aspetti minori, relativi alle registrazioni, rimangono), mi corre l’obbligo di dire che invece questo è un gran disco di blues. Al di là delle solite provenienze fantasiose del materiale di questo Live della Rockbeat, peraltro già uscito nel 1993 per la Pilz come Blues From The Southside, e con in copertina una foto di Joe Williams, il cantante della big band di Count Basie (sic), e non Big Joe Williams, e anche se il concerto dura solo 29 minuti per dodici brani, il bluesman del Mississippi (tutti da lì sembra vengano i grandi), uno dei padri del blues, nel 1963 aveva ancora una voce della Madonna, il tipico vocione da bluesman, profondo e risonante, una delle prime influenze sul giovane Muddy Waters, che a 15 anni, negli anni ’30 suonava l’armonica con lui. E’ stato anche uno dei primi ad incidere Baby Please Don’t Go (poi si sa che questi brani classici hanno sempre una dubbia attribuzione, vagano, come dire, nell’etere), e come tanti è stato (ri)scoperto agli inizi degli anni ’60 in quel di Chicago, quando le 12 battute sono ritornate in auge nella capitale dell’Illinois, la Windy City, grazie anche all’opera meritoria di alcuni giovani musicisti bianchi, innamorati di questa musica: uno in particolare, Mike Bloomfield, organizzava delle serate al Fickle Pickle, un locale di Chicago dove passavano spesso dei grandi nomi.

Bloomfield addirittura ha scritto anche un libretto intitolato “Me And Big Joe”, dove raccontava del suo rapporto contrastato con Williams e le bizzarrie di questo signore,che vengono narrate anche da altri suoi colleghi musicisti. Le note del CD riportano che nel disco, oltre a Big Joe Williams, suonano anche Mike Bloomfield, Sunnyland Slim, Horace Cathcart e Washboard Sam (indovinate a quale strumento?); su Bloomfield potrei concordare perché spesso c’è un chitarrista che si inerpica su intricate scale con la acustica e lo stesso Big Joe ogni tanto incita “Mike”, ma per il resto potrebbero essere Mago Zurlì e Topo Gigio per quello che si intuisce, e data l’autorevolezza abituale di questo tipo di note, spesso fantasiose. Comunque, come detto all’inizio, si sente un signore, all’epoca di 60 anni, ma ancora con un gran voce, che accompagnandosi con la sua tipica chitarra a nove corde, canta il Blues del Delta come pochi altri, prima e dopo di lui, hanno saputo fare. Oltre a tutto la qualità della registrazione è anche piuttosto buona per un disco dal vivo degli inizi anni ’60, si sente il pubblico applaudire alla fine dei brani, quindi è davvero Live, anche se non forse non in tutti i pezzi, quindi qualche dubbio rimane, ma forse no, sono troppo sospettoso io: comunque Nobody Knows You When You’re Down And Out, con le pennate vigorose di Williams e le divagazioni di Bloomfeld, qualche colpo secco del contrabbasso e la voce primigenia di Big Joe carica di una intensità senza tempo, è una delle versioni di riferimento di questo pezzo.

Baby Please Don’t Go dura meno di due minuti ma cazzarola se canta questo uomo, poche parole che valgono più di mille trattati e anche Sinking Blues a livelli di intensità non scherza, uno slow di quelli più “neri del nero”con accelerazione finale! Put On Your Nitecap Baby non è famosissimo come brano, ma è uno dei suoi cavalli di battaglia e il pathos interpretativo si taglia col coltello, mentre Bloomfield, se è lui, a 20 anni scarsi era già letale alla chitarra, come dimostra anche nella successiva Bye Bye Baby Blues, incitato sempre dallo scatenato Big Joe, che in tutti questi brani rivaleggia come potenza vocale con gente come Howlin’ Wolf o John Lee Hooker, che comunque erano dei suoi discepoli. Don’t Want No Big Fat Woman è “cattiva” come poche, sempre in questo ambito acustico ma dalla “elettricità” intrinseca, come pure nella successiva e “sospesa” Ride In My New Car With Me Blues o anche nella ondeggiante Going Away Won’t Be Back Till Fall. Sloppy Drunk Blues l’hanno incisa praticamente tutti, ma la versione di Big Joe Williams rimane un’altra di quelle di riferimento, con il suo tipico vocione sempre arrapato, mentre la successiva Sugar Mama, che sembra venire da qualche altra registrazione, ma non ho certezze in merito, dovrebbe essere registrata solo con la sua nove corde elettrificata, comunque anche in questo caso non prende ostaggi; stessa fonte anche per 44 Blues, sempre cruda e quasi “brutale” e per la sua versione di Terraplane Blues. Volendo si potrebbe dire che il blues lo ha inventato anche lui, e in questo Southside Blues si può sentire.

Bruno Conti    

Ripescato Dalle Nebbie Del Tempo, Questi Suonavano Come Pochi, Peccato Per Il Suono! The Paul Butterfield Blues Band – Got A Mind To Give Up Living – Live 1966

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The Paul Butterfield Blues Band – Got A Mind To Give Up Living – Live 1966 – Real Gone Music/Elektra/Rhino

Questo è un disco fantastico, ripescato dalle nebbie del tempo, ci mostra la Butterfield Blues Band all’apice della propria curva qualitativa, catturata in un concerto dal vivo all’Unicorn Coffee House di Boston nel maggio 1966, dopo l’uscita del primo omonimo album e due mesi prima della registrazione dello straordinario East-West, che poi verrà pubblicato nell’agosto sempre di quell’anno. Della formazione del primo album non c’è più il batterista Sam Lay, fuoriuscito dal gruppo per gravi problemi di salute e sostituito dall’ottimo Billy Davenport, ma gli altri ci sono tutti: Jerome Arnold al basso, Mark Naftalin alle tastiere, presente solo in alcuni brani del 1° album, e soprattutto i tre formidabili solisti; Elvin Bishop, che non era certo uno scarso e uno straordinario Mike Bloomfield alle chitarre, e il leader Paul Butterfield all’armonica e voce solista. L’anno prima al Festival di Newport alcuni di loro avevano accompagnato Dylan in una delle sue primissime esibizioni elettriche, ma soprattutto stavano per rivoluzionare l’apporto dei musicisti bianchi alla scena blues di Chicago, con una delle prime formazioni multirazziali della storia, dove gli elementi classici delle dodici battute si incontrano con il jazz, la libera improvvisazione, le derive modali ispirate dagli ascolti di musica indiana di Naftalin e Bloomfield e soprattutto la straordinaria tecnica dei solisti della band. Nel concerto ci sono già quattro brani che poi verranno inseriti in East-West, tra cui una fantastica versione di oltre 12 minuti del classico strumentale Work Song di Nat Adderley, dove prima Butterfield, poi Bloomfield, Naftalin e Bishop, in continua alternanza inanellano una serie di soli strepitosi che annunciano l’irrompere del rock nell’improvvisazione del jazz.

La qualità sonora è buona (si tratta di una pubblicazione ufficiale di un ex bootleg, quello qui sopra, con l’apporto della Elektra/Rhino che ha migliorato il suono nei limiti del possibile), ovviamente parliamo di una registrazione del 1966, forse solo la voce di Butterfield, presumo catturata dallo stesso microfono dell’armonica, a tratti, ma non sempre, è distorta, comunque sempre su livelli tecnici di discreta qualità: diciamo che gli costa una mezza stelletta in un disco che ne poteva valere quattro per importanza storica. Pero, per intenderci; siamo su livelli sonori nettamente superiori alle recenti pubblicazioni da moltii osannate dei Bluesbreakers di John Mayall con Peter Green (ma non dal sottoscritto che pure ne ha parlato bene http://discoclub.myblog.it/2016/05/10/chi-si-accontenta-gode-john-mayalls-bluesbreakers-live-1967-volume-two/), relative al 1967, non c’è paragone a livello tecnico. E il contenuto musicale è notevole: dalla breve Instrumental Intro, un omaggio alle introduzioni delle band di soul, R&B e musica nera dell’epoca, tipo quella di James Brown, poi si parte subito sparati con una poderosa Look Over Yonders Wall, seguita dal loro cavallo di battaglia Born In Chicago, firmata da Nick Gravenites, dal primo slow blues della serata, una torrida Love Her With A Feeling, dove Bloomfield comincia a scaldare l’attrezzo, e ancora la ritmata Get Out Of My Life, Woman, un brano di Allen Toussaint, che apparirà in East-West da lì a poco e che era un successo R&B per Lee Dorsey in quel periodo.

Anche Never Say No, un traditional, andrà nel nuovo album ed è un altro lento di grande intensità, tipico del revival del blues elettrico di quei tempi, mentre One More Heartache è di nuovo classico Chicago Blues elettrico, seguito dalla splendida Work Song, poc’anzi ricordata, e da una altrettanto vorticosa Comin’ Home Baby, sempre con i solisti assai impegnati e con un sound quasi psichedelico che anticipa nell’interscambio tra organo e chitarre acide quello che i Doors e altre band californiane metteranno sul piatto a breve, fantastica anche questa. Memory Pain di Percy Mayfield non era su nessuno dei due album, quindi una mezza rarità, un altro pezzo di taglio errebì, dove in effetti la voce è parecchio distorta, mentre I Got A Mind To Give Up Living, che dà il titolo al CD e che sarà pubblicata sull’imminente secondo album, è un altro slow blues da brividi con la solista di Mike Bloomfield che taglia l’aria a fettine, e Butterfield che canta e suona l’armonica da par suo; e pure Walking By Myself, la quintessenza del blues, firmata da Jimmy Rodgers, per usare un eufemismo non è male, Per finire in gloria una potentissima e sapida Got My Mojo Working. Disco da avere assolutamente, occhio al suono, ma  secondo me vale la pena di “rischiare”, anche perché le parti strumentali sono nettamente preponderanti!

Bruno Conti

E Di Bluesmen Tedeschi Non Vogliamo Parlarne? Kai Strauss – I Go By Feel

kai strauss i go by feel

Kai Strauss – I Go By Feel – Continental Blue Heaven/Ird 

Potrei fare la battuta e anticiparvi che il nuovo disco di Susan Tedeschi, con marito Derek Trucks al seguito, uscirà a fine gennaio (intitolato Let Me Get By, sarà il primo per la nuova etichetta Fantasy, tra l’altro sembra pure bello, dai primi ascolti) ma qui parliamo di tedeschi in senso di “germanici”, e dopo bluesmen danesi, belgi, austriaci, il mese prossimo anche francesi, parliamo di un musicista tedesco. Una piacevole ed inattesa scoperta questa di Kai Strauss, chitarrista e cantante tedesco, incide per una etichetta olandese ed è al suo secondo album, ma per chi, come nel mio caso, si avvicina per la prima volta alla sua musica, è sembrato di ascoltare un eccellente album di blues elettrico proveniente dal catalogo di una Alligator o una Delmark, non dissimile dalle recenti prove di Jarekus Singleton http://discoclub.myblog.it/2014/05/10/dei-futuri-del-blues-elettrico-jarekus-singleton-refuse-to-lose/  o Selwyn Birchwood http://discoclub.myblog.it/2014/06/14/piccoli-alligatori-pettinature-afro-selwyn-birchwood-dont-call-ambulance/ , intriso di un feeling che rimanda ai dischi classici di gente come Luther Allison, Jimmy Dawkins o tra i più recenti Jimmy Burns   o Michael Burks, anche se ovviamente Strauss essendo un bianco va a pescare anche tra le sue influenze nel repertorio di Mike Bloomfield o dei primi Bluesbreakers di Mayall, per non dire dei Fleetwood Mac di Blues Jam At Chess https://www.youtube.com/watch?v=3iEeCgDHY-Y .

 

O almeno queste sono le impressioni che ho avuto ascoltando questo I Go By Feel: naturalmente, come è logico, non parliamo di musica innovativa o particolarmente originale, ma in questo tipo di dischi conta molto il “sentimento”, il feel del momento, e mi sembra che Kai Strauss lo possegga. Una buona voce, un bel tocco di chitarra, la capacità di circondarsi dei musicisti giusti, sia nella propria band, come in una mirata scelta degli ospiti: nel disco precedente c’erano Sugar Ray Norcia, Darrell Nulisch, Doug Jay, Sax Gordon e Boyd Small, mentre nel nuovo album, oltre a Gordon ai fiati in alcune tracce, troviamo gli ottimi chitarristi Tony Vega, efficacissimo alla slide nel tirato shuffle Drinkin’ Woman che sembra uscire dal citato disco dei Fleetwood Mac di Peter Green, Mike Wheeler (non a caso un artista del roster della Delmark), anche voce solista in una torrida ripresa del classico Gotta Wake Up di Fenton Robinson, che grazie anche alla presenza dei fiati, sembra quasi un brano del Bloomfield fine anni ’60 e poi secondo solista in Back And Forth, un eccellente strumentale che evoca sempre quell’epoca gloriosa del blues bianco elettrico.

E per completare la trilogia della presenze Wheeler suona pure in Money Is The Name Of The Game, uno slow blues di quelli “duri e puri”, entrambi gli ultimi brani citati caratterizzati pure dalla presenza della doppia tastiera che conferisce ulteriore profondità al suono. Come ospite aggiunto troviamo ancora Tommie Harris, vecchio batterista della band di Luther Allison, in questo caso presente come voce solista in una notevole ripresa del classico Luther’s Blues, come pure in Soul Fixin’ Man. In un pezzo come Knockin’ At Your Door, grazie ad un sound più “contemporaneo” (ma non troppo) sembra di ascoltare il Clapton anni ’70, mentre Ain’t Gonna Ramble No More, grazie all’armonica di Thomas Feldmann rievoca ancora i fasti della Butterfield Blues Band di Bloomfield, con Strauss che fa del suo meglio per ricordarlo con un timbro pulito e stilisticamente perfetto, che si apprezza anche in I Take My Time, prima di lasciare il microfono al texano Tony Vega che duetta di gusto con Strauss in una pimpante I’m Leaving You. In conclusione del disco, come bonus, c’è una traccia dal vivo, con il sonoro leggermente lo-fi ma più che accettabile, una versione intensa e lunghissima, oltre i dieci minuti, di Early In the Morning di Sonny Boy Williamson, con l’armonicista e cantante olandese Pieter “Big Pete” v/d Pluijim che guida la band, dove Kai Strauss, questa volta alla slide, si conferma solista di ottimo valore.

Bruni Conti  

Da Qui In Poi Il Mondo Del Rock Non E’ Stato Più Lo Stesso! Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Parte II

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Bob Dylan – The Bootleg Series Vol. 12 – 1965/1966: The Cutting Edge Columbia/Sony 2CD – 3LP – Deluxe 6CD – Super Deluxe 18CD + 9 45rpm

Parte II

CD 3-8 – Highway 61 Revisited: il miglior disco di Dylan (ma Blonde On Blonde lo segue di un’attaccatura) è anche quello che regala più sorprese tra le outtakes: è incredibile notare come a distanza di pochi mesi anche lo stile di scrittura del nostro sia cambiato, molto più rock e blues che nel disco precedente, dove era ancora legato a stilemi folk. Intanto abbiamo quattro takes complete di If You Gotta Go, Go Now (la migliore è la prima), e non capisco come all’epoca sia stata pubblicata solo come lato B di un singolo uscito soltanto in Benelux (e nel 1967), ma poi ci sono diverse versioni di It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry, tutte più veloci di quella quasi honky-tonk apparsa sull’album, anche se con arrangiamenti diversi tra loro (splendida la take 6, rock’n’roll allo stato puro, anche se purtroppo si interrompe, e niente male anche la 8, più bluesata https://www.youtube.com/watch?v=sp0AESxrPyk ). Anche la poco nota Sitting On A Barbed-Wire Fence fa la sua bella figura, specie la seconda take, con uno strepitoso Mike Bloomfield alla solista; uno dei momenti più piacevoli è la parte dedicata al singolo Positively 4th Street, dove la primissima take era già secondo me perfetta, più rilassata della versione pubblicata, mentre l’altra canzone uscita nel periodo su 45 giri, cioè Can You Please Crawl Out Your Window?, ha avuto come preferenza una delle versioni incise in seguito durante Blonde On Blonde con The Band, ma non ho problemi ad affermare che preferisco quella uscita da queste sessioni (ed una di queste takes all’epoca era stata messa per sbaglio sul lato B di alcune copie di 4th Street), più cantata e melodica, quasi un’altra canzone. Anche From A Buick 6 ha avuto una versione più veloce e roccata messa per errore sulla prima edizione di Highway 61 (ed io ne possiedo orgogliosamente una copia), e qui la troviamo; la sirena sulla title track originale non mi aveva mai convinto, molto meglio a mio parere la take 3, a tempo di boogie e con un Bloomfield spettacolare. Ma l’highlight lo troviamo sull’ottavo CD: a parte due takes incomplete di Medicine Sunday, un brano rimasto negli archivi, spicca la take 4 della grandissima Desolation Row in versione full band, una strepitosa versione mai sentita prima, una canzone indimenticabile in una veste completamente diversa (ce ne sarebbe un’altra altrettanto bella solo voce e piano, ma dura lo spazio di due minuti). Ho volutamente lasciato per ultimo il quarto CD, cioè quello interamente dedicato a Like A Rolling Stone (inserito anche nella versione sestupla), perché paradossalmente è la parte meno interessante del cofanetto, in quanto, dopo alcune prove iniziali (anche a tempo di valzer https://www.youtube.com/watch?v=fWn5fpr_IwA ) dove Dylan e la band “cercano” la melodia giusta e gli accordi adatti, abbiamo quasi subito la take 4 che è poi quella che tutti conosciamo; ebbene, secondo me si erano accorti anche loro di avere appena fatto la storia, in quanto dopo abbiamo altri nove tentativi suonati senza troppa convinzione e quasi per dovere istituzionale, ma avevano capito che la magia se n’era andata con quell’unica, magnifica take. (NDM: impagabile sentire Tom Wilson, poco prima della versione “giusta”, rivolgersi ad Al Kooper con un divertito “What are you doing out there?”, in quanto il musicista newyorkese, scritturato come chitarrista ritmico, si era seduto all’organo per provare il leggendario riff che contrassegnerà per sempre la canzone in questione e darà di fatto il via anche alla sua carriera di organista).

CD 9-17 – Blonde On Blonde: in realtà il nono dischetto prende in esame una session “spuria” di Dylan con The Band (allora ancora The Hawks e senza Levon Helm), dove vengono suonate diverse takes di I Wanna Be Your Lover, che si pensava di pubblicare come singolo ma poi è rimasta inedita fino a Biograph (non era comunque un grande brano, anche se il riff spaccava), oltre ad una interessante jam strumentale senza titolo e, soprattutto, una prima versione della splendida Visions Of Johanna (ma quella finita sul disco appartiene ad una sessione successiva incisa a Nashville con musicisti locali più Robbie Robertson), con un ritmo decisamente più sostenuto ed indubbiamente intrigante, certamente una delle perle del box (la take 5 è da urlo). Per quanto riguarda Blonde On Blonde, l’album in cui Dylan trovò quello che definì il “sottile e selvaggio sound al mercurio”, voglio limitarmi ai brani imperdibili (cosa che peraltro ho fatto finora, ma il materiale è talmente vasto), tra i quali vi è certamente una She’s Your Lover Now per voce e piano, magari formalmente imperfetta ma con un feeling da brividi: meritava assolutamente di finire sul disco, magari al posto di Pledgin’ My Time o Most Likely You Go Your Way. Poi abbiamo la costruzione passo dopo passo, frammento dopo frammento, della cristallina One Of Us Must Know, un brano letteralmente creato in studio, un’unica take dell’inedita Lunatic Princess, uno spigliato rock-blues dominato dal piano elettrico che meritava di essere approfondito, ed una deliziosa versione strumentale di I’ll Keep It With Mine senza Dylan ma con i Nashville Cats (nello specifico Charlie McCoy, Wayne Moss, Joe South e Kenny Buttrey).  Interessante poi vedere come Stuck Inside Of Mobile With The Memphis Blues Again sia diventata quella che conosciamo, e per la quale personalmente non ho mai sbavato, solo alla fine, in quanto per tutte le takes è stata suonata con un ritmo più lento ed un arrangiamento blue-eyed soul secondo me più stimolante (e addirittura nella primissima prova come country ballad nashvilliana). Il tour de force (ma un tour de force di puro godimento), si chiude con la splendida I Want You, cioè quello che più assomigliava al tentativo di Bob di scrivere un singolo pop, la cui take 1 è abbastanza diversa da quella pubblicata ma quasi altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=m_5q-uqNeE4 .

CD 18: ecco la chicca assoluta del box (presente solo in questa edizione), cioè una serie di brani acustici registrati dal nostro in camere d’albergo da solo o in compagnia in tre differenti momenti: otto brani al Savoy Hotel di Londra nel 1965 con Bob Neuwirth e Joan Baez (alcuni frammenti di questa particolare session sono immortalati nel famoso documentario Don’t Look Back https://www.youtube.com/watch?v=5VvHyCy5kDs ), sei al North British Station Hotel di Glasgow nel 1966 con Robbie Robertson e, nello stesso anno, altre sette canzoni in un non meglio specificato hotel di Denver, Colorado, alla presenza del noto giornalista Robert Shelton: tutto è informale al massimo, non si pensava certo ad una pubblicazione, ed anche la qualità del suono varia. I brani del Savoy sono solo cover, e sia sound che performance sono eccellenti: Dylan qui anticipa inconsciamente i Basement Tapes, con punte come la bellissima More And More (Webb Pierce), o il medley di tre classici di Hank Williams (Weary Blues From Waitin’, un’ispirata Lost Highway ed una I’m So Lonesome I Could Cry appena accennata), ma soprattutto il traditional Wild Mountain Thyme, in cui Bob e Joan armonizzano alla grande, facendo pensare che l’avessero provata prima a nastro spento. I brani di Glasgow e Denver sono ancora più interessanti, in quanto troviamo tutte canzoni inedite che Bob non riprenderà mai più: Glasgow è più una songwriting session che altro, con Dylan e Robertson che tentano di trovare la melodia e gli accordi giusti, a volte procedendo per tentativi, e sinceramente dispiace che questi pezzi verranno poi dimenticati, in quanto in almeno due casi (la romantica I Can’t Leave Her Behind e la folkeggiante If I Was A King) c’erano i germogli della grande canzone. A Denver, oltre a due performance in solitario di Just Like A Woman e Sad-Eyed Lady Of The Lowlands e altri due inediti minori (Don’t Tell Him, Tell Me e If You Want My Love) troviamo tre takes della misteriosa Positively Van Gogh, per decenni oggetto del desiderio dei collezionisti più incalliti. Peccato però che qui la qualità di registrazione non sia proprio il massimo, per usare un eufemismo.

In definitiva un box che definire strepitoso è il minimo: facendo le debite proporzioni, è come tornare indietro di centinaia di anni ed assistere dal vivo a Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda; ho però troppo rispetto per i portafogli altrui per consigliare l’acquisto di questa versione, ma almeno quella sestupla è obbligatoria.

Questa non è solo musica: è storia.

Marco Verdi

Il “Solito” Album Di Joe Louis Walker, Quindi Bello! Everybody Wants A Piece

joe louis walker everybody wants a piece

Joe Louis Walker –  Everybody Wants A Piece – Mascot/Provogue 

Joe Louis Walker, nelle biografie più o meno ufficiali, fa risalire l’inizio della sua carriera al 1964-1965, quindi all’età di circa 16 anni (essendo nato il giorno di Natale del 1949 a San Francisco, California), prima nella zona della Bay Area in gruppi locali, poi a contatto con i grandi, soprattutto Mike Bloomfield, insieme al quale forgia una amicizia che durerà fino alla scomparsa di Bloomfield nel 1981, e con cui condividerà anche una stanza negli anni più bui di Mike. Nei primi anni conosce e frequenta pure Hendrix, John Lee Hooker, Mayall, Willie Dixon e moltissimi altri, ma la sua carriera discografica, caratterizzata da una lunga gavetta (come usa nell’ambiente), non decolla fino al 1986 quando pubblica il primo disco. Da allora ha inciso per moltissime etichette, la Hightone all’inizio, poi la Universal quando si chiamava ancora Polygram, la Telarc, la Evidence, la JSP, di nuovo la Hightone, una prima volta con la Provogue, la Stony Plain ed infine la Alligator, dove pubblica gli ultimi due dischi, Hellfire e Hornet’s Nest, probabilmente, a parere di chi scrive, i migliori della sua carriera, entrambi prodotti da Tom Hambridge, che con il suo manipolo di abilissimi musicisti e sessionmen estrae il meglio da JLW, che comunque, bisogna dire, ha sempre mantenuto un livello qualitativo molto elevato in tutta la sua produzione http://discoclub.myblog.it/2014/02/07/nel-nido-del-blues-joe-louis-walker-hornets-nest/ .

Per il ritorno con la Provogue Walker si affida ad un altro produttore (e chitarrista) di vaglia come Paul Nelson, a lungo collaboratore di Johnny Winter nell’ultima parte di carriera, che negli studi Chop Shop di Philadelphia lo affianca con la sua touring band abituale, Lenny Bradford, Byron Cage la sezione ritmica e Phillip Young alle tastiere, con lo stesso Joe impegnato anche all’armonica, oltre che a chitarra e voce, e ancora una volta estrae il meglio dal musicista californiano. Walker, sempre secondo il sottoscritto, con Robert Cray (reduce da un live strepitoso uscito recentemente http://discoclub.myblog.it/2015/09/02/quattro-decadi-del-migliori-blues-contemporaneo-robert-cray-band-4-nights-of-40-years-live/ ) è probabilmente uno dei migliori rappresentanti del cosiddetto “black contemporary blues”, uno stile che ingloba il meglio del Blues del 21° secolo (ma anche di quello precedente): voce potente, duttile ed espressiva al tempo stesso, capace di calarsi anche nei meandri della soul music più raffinata, uno stile chitarristico al tempo stesso aggressivo e ricco di tecnica, con elementi rock e tradizionali che si fondono in un solismo da virtuoso, ricco di feeling, ma capace di sfuriate improvvise e reiterate. Tutti elementi contenuti anche negli undici nuovi brani che compongono questo Everybody Wants A Piece: dalle furiose sferzate chitarristiche dell’iniziale e tirata title-track, con sezione ritmica e organo a seguire in modo quasi telepatico le evoluzioni del leader https://www.youtube.com/watch?v=FOOgJ6Ngcf8 , passando per la claptoniana Do I Love Her, dove Walker sfodera anche una armonica pungente e puntuale, e ancora una Buzz On You dove si vira verso un boogie R&R quasi stonesiano, o meglio ancora alla Chuck Berry che è l’articolo originale, con Young che raddoppia anche al piano.

Non manca Black & Blue, storia di un amore che cade a pezzi raccontata con un tempo incalzante, tra errebi ed eleganti atmosfere sospese che ricordano quelle tipiche del miglior Cray, ma anche le linee sinuose e moderne di Witchcraft, dove la solista di Joe Louis Walker comincia ad affilare gli artigli o le leggere derive hendrixiane di One Sunny Day, dove l’unisono voce-chitarra ricorda echi del grande Jimi https://www.youtube.com/watch?v=iF_RLwyMYYI . Ottimo anche il lungo strumentale Gospel Blues, un classico slow, dove la chitarra di Walker si avventura in tematiche care a Ronnie Earl, con un brano che è un giusto mix di tecnica sopraffina, feeling a palate e folate di grinta, un solo che avrebbe incontrato l’approvazione del vecchio amico Mike Bloomfield. E niente male anche il gospel soul dal profondo Sud di una ritmata Wade In The Water, così come pure il R&B fiatistico alla Sam & Dave della coinvolgente Man Of Many Words, con la chitarra comunque sempre pronta per improvvisazioni di grande spessore tecnico https://www.youtube.com/watch?v=YC9kRzEHJ18 . Gli ultimi due brani sono quelli più vicini al blues classico, Young Girls Blues è un tirato shuffle Chicago style, con pianino inevitabile di supporto, mentre per la conclusiva 35 Years Old JLW rispolvera l’armonica a bocca e aggiunge anche una slide malandrina che alza la quota di sonorità più vicine alle migliori tradizioni delle 12 battute. Quindi nuova etichetta ma per fortuna vecchio Joe Louis Walker, cioè ottimo, anche se i due dischi precedenti si fanno ancora preferire, di poco!

Bruno Conti

La Via Italiana Al Blues 2. T-Roosters – Dirty Again

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T-Roosters – Dirty Again – Holdout’n Bad/dist. IRD

Esiste una via italiana al Blues? Probabilmente no, nel senso che ultimamente ci sono varie formazioni italiane che senza innovare, perché obiettivamente sarebbe difficile, quantomeno propongono variazioni sul tema piuttosto interessanti e valide. Penso alla Gnola Blues Band, a Fabrizio Poggi, a Paolo Bonfanti, tanto per dire i primi nomi che mi vengono in mente (gli altri, che ci sono, non si sentano offesi), gli stessi Nerves And Muscles, che erano un progetto che includeva vari bluesmen italiani http://discoclub.myblog.it/2012/11/18/blues-nostrano-grinta-e-quali/ , tra cui Tiziano “Rooster” Galli, il leader dei T-Roosters e Paolo Cagnoni, che, come in New Mind Revolution dei Nerves qui cura la produzione, insieme a Galli, ed è l’autore dei testi. Quello che è interessante in Dirty Mind, al di là della bravura dei vari musicisti impiegati, è l’eclettismo degli stili usati in questo album. L’utilizzo delle tastiere, del contrabbasso con l’archetto, della tromba e certi arrangiamenti complessi ampliano lo spettro sonoro fornito dal consueto quartetto blues, che è comunque tra gli elementi principali del menu. Se aggiungiamo che Tiziano Galli è in possesso di una voce adeguata alla bisogna, a tratti minacciosa, in altri suadente e carezzevole, in altri ancora vicina agli stilemi classici delle 12 battute, il risultato finale ci regala un dischetto interessante e valido, meglio di parecchia produzione americana che ultimamente, in certi casi, vive di ricordi (e fin qui non ci sarebbe nulla di male, visto che la tradizione è importante) e spesso rilascia dischi privi di nerbo e grinta, filologicamente molto rispettosi, ma se mi è permesso dirlo, in parecchi casi anche abbastanza “pallosi”!

Non è il caso di Dirty Again,il secondo album dei T-Roosters, che promette fin dal titolo, un viaggio nelle varie sfumature “più sporche” della musica blues: la partenza con In My Black Soul è sintomatica, voce filtrata, una slide minacciosa e tagliente raddoppiata dalla solista, l’armonica di supporto e un inconsueto finale a base di quello che sembra un cello ma probabilmente è il contrabbasso trattato con l’archetto di Andrea Quaglia. Goddess Of Blue Rains è più vicina agli stilemi del rock-blues classico, la “solita” armonica di Marcus Tondo, voce con una leggero eco vagamente alla ZZ Top, come pure la chitarra che riffa a tempo di boogie moderato. Playin’ Alone Blues aggiunge elementi psichedelici, tempi spezzati della batteria, armonica in libertà e chitarra “trattata” per un trip nel blues-rock acido e jazzato, finale free form, nuovamente con cello (o contrabbasso), una tromba, Raffaele Kholer, che appare dal nulla a sovrapporsi alle evoluzioni della chitarra. No Monkey But The Blues è un episodio più morbido, con le percussioni soffuse (e un battito di mani) di Giancarlo Cova a sostenere le evoluzioni di armonica e chitarra solista, che arriva solo nel finale, ma si fa notare. One Of These Days, l’unica cover, viene dal repertorio di Shawn Pittman, un giovane bluesman texano, che penso condivida con i T-Roosters una passione per questi blues umorali, cantato ed atmosfera vagamente alla Canned Heat periodo dorato, ritmo cadenzato, sferzate di organo e armonica, mentre la chitarra, inesorabile, crea lampi elettrici di stampo seventies, interessante.

In Your Room This Morning è il classico slow blues canonico, chitarra limpida che mi ha ricordato quella di Mike Bloomfield, sonorità lancinanti assai vicine agli stilemi dei maestri della chitarra elettrica, un piano di sostegno affidato a Davide Spagnuolo, e poi Tiziano Galli immagino vada di “faccine”, quelle che inevitabilmente si stampano sui volti dei chitarristi quando “improvvisano” musica, classico ma bello. Blues In My Bones, piano, chitarra acustica e voci (anche quella di supporto di Chiara Lucchini) profuma di Mississippi Blues, come viene ripetutamente ricordato nel testo, ha comunque un bel supporto ritmico e quando entra l’armonica decolla alla grande, mentre Miss Bella (Please Don’t Cry), di nuovo con voce filtrata, potrebbe venire dall’epoca del Cotton Club, grazie alla tromba pimpante che la punteggia. All That You Clean, elettrica e santaneggiante, vive tutta sulle evoluzioni della solista di Galli, non male anche Operating Instructions con un bel solo di acustica nella parte centrale e Tapoo Blues, altro blues vagamente beefheartiano, giocato sul lavoro della slide. Every Damn Days è nuovamente un intenso blues lento, anche con uso fiati, di quelli dove la chitarra si prende i suoi spazi. Daylight, campagnola e corale, piacevole ma non memorabile, chiude, mentre la bonus-track sembra incisa in cantina e provenire da qualche bootleg.

Bella confezione digipack apribile, con libretto con i testi e traduzione italiana.

Bruno Conti

Meglio Tardi Che Mai, Preziosi Ritrovamenti! Sean Costello – In The Magic Shop

sean costello in the magic shop

Sean Costello – In The Magic Shop – Vizztone

Se questo In The Magic Shop fosse stato un nuovo disco, sarebbe stato tra i migliori dischi di Blues (e dintorni) dell’anno, e comunque nella ristretta cerchia dei top dell’anno nel genere, il CD ci rientra comunque. Sean Costello è ormai scomparso da circa sei anni, il 28 aprile del 2008, il giorno prima del suo 29° compleanno, per una overdose accidentale, dovuta probabilmente ai disturbi causati dai suoi disordini bipolari, e il CD della Vizztone è il terzo prodotto postumo che esce da allora. Da sempre considerato uno dei chitarristi prodigio usciti negli anni ’90 (il primo album Call The Cops, fu pubblicato nel 1996, quando Costello aveva 16 anni), rispetto ai vari Lang, Shepherd, lo stesso Bonamassa, Sean, solista dalla tecnica e dal feeling sopraffino, aveva in più anche una voce fantastica, in grado di spaziare tra, Blues, rock, soul, R&B, le sue passioni, con un timbro ed una potenza che di volta in volta potevano richiamare gente come Steve Marriott, Rod Stewart, Frankie Miller, ma anche cantanti soul come Al Green, Johnny Taylor, anche Bobby Womack, di cui riprende un brano in questo In The Magic Shop, e molti altri che si intuiscono nelle pieghe della sua musica https://www.youtube.com/watch?v=TC9_c6SynBE .

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Sean Costello, oltre che interprete sopraffino era anche un ottimo autore, e questo disco, registrato sul finire del 2005, sulla scia del disco omonimo pubblicato l’anno prima dalla Artemis Records, con buoni riscontri di critica, era rimasto criminalmente nei cassetti della casa discografica per circa una decina di anni e solo oggi vede la luce, dopo la ristampa dell’eccellente At His Best/Live http://discoclub.myblog.it/2012/01/08/un-altro-grande-talento-che-non-c-e-piu-sean-costello-at-his/ , che era un compendio di varie esibizioni dal vivo, con una registrazione cruda, una sorta di bootleg ufficiale. Il produttore originale delle sessions di studio, Steve Rosenthal, vincitore di 4 premi Grammy, e titolare del Magic Shop di New York, dove l’album venne inciso nell’autunno del 2005, ha fatto un lavoro perfetto con i nastri originali, e il disco suona fresco e pimpante come fosse stato inciso cinque minuti fa. Sono state catturate tutte le caratteristiche di Costello: il chitarrista fenomenale, in grado di”perdersi” (in senso buono), in una versione sbalorditiva di It’s My Own Fault, che da sola varrebbe tutto il disco https://www.youtube.com/watch?v=3MkEZkH54s4 , se anche il resto non fosse comunque buono, dove il nostro amico unisce una tecnica degna del miglior Mike Bloomfield, al feeling innato del suo autore B.B. King, e alla ferocia del più cattivo Buddy Guy, per un assolo che è un miracolo di equilibri sonori e che ti risucchia nella sua bellezza con una intensità e una passione che sono cosa rara anche nei migliori bluesmen, e nella parte cantata ricorda Steve Marriott

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Ma non mancano la passione per la buona musica soul, o addirittura per il suo predecessore R&B, in Can’t Let Go, un pezzo dello stesso Sean, che su un delizioso tappeto di organo, piano elettrico, voci femminili e misurati interventi della chitarra, ci permette di godere la sua voce qui più soffice e melliflua https://www.youtube.com/watch?v=6iPARKqtQEM , per poi tornare al blues torrido di Hard Luck Woman, dove Paul Linden, il tastierista, raddoppia anche all’armonica, che duetta con la solista di Costello https://www.youtube.com/watch?v=vwOU3AoH2Gs , senza tralasciare una bellissima ballata acustica come Trust In Me, dove l’espressiva voce del nostro si divide tra sonorità che oscillano tra il crooner navigato e il soulman appassionato alla Sam Cooke https://www.youtube.com/watch?v=whYxoHOuK00 . Per passare poi a Feel Like I Ain’t Got No Home, che è un blues-rock degno degli Humble Pie più assatanati https://www.youtube.com/watch?v=hZt_CtXdGws , con la voce di Sean Costello che oscilla tra la potenza di Steve Marriott e del giovane Joe Cocker, mentre la chitarra e la ritmica pestano di brutto, ma con gran classe. You Don’t Know What Love Is, cover di Fenton Robinson, è un altro blues con chitarra lancinante, ma su una base decisamente funky e quella voce incredibile che veicola la passione che c’è alle spalle della canzone https://www.youtube.com/watch?v=pfepCcZ3CxQ , mentre Check It Out, dalla penna di Bobby Womack, è un’altra trascinante perla di R&B ritmato e trascinante, come richiesto dal genere musicale, con la solista sempre pungente ed inventiva.

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I Went Wrong, firmata da Costello torna a quel blues, BB King style, che era da sempre nel DNA di questo giovane talento da Atlanta, Georgia. In questo senso You Wear It Well, , sempre molto seventies, cover di un brano del primo Rod Stewart, altro praticante del genere, non sorprende e ci sta benissimo https://www.youtube.com/watch?v=_YuMurfToqg . Non male Told Me A Lie, inconsueta ed incompiuta, ancorché costruita intorno ad un interessante giro di basso, e il funky con wah-wah della ritmatissima Make A Move, con Dayna Kurtz tra le voci di supporto. Conclude una delicatissima Fool’s Paradise, una sorta di brano da after hours che ci riporta al Sean Costello crooner. Un bel disco ritrovato, ma veramente bello, ve lo giuro, che era un peccato non poter ascoltare: come non essere d’accordo con quel “pretty good” quasi sussurrato che conclude l’album!

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Parte del ricavato della vendita del CD va al fondo di ricerca sulla Bi-polar Disease research.

Bruno Conti

Piccoli Tesori Riemergono! Paul Butterfield’s Better Days – Live At Winterland Ballroom

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Paul Butterfield’s Better Days – Live At Winterland Ballroom – Wounded Bird

Paul Butterfield ha fronteggiato due grandi band nel corso della sua esistenza (1945-1987). La Butterfield Blues Band, che ha gli ha dato gloria imperitura, soprattutto con quella formazione dove le evoluzioni di Mike Bloomfield ed Elvin Bishop (ma anche Mark Naftalin e lo stesso Butterfield erano solisti di grandi spessore) sono state tra le più “avventurose” mai concepite nella storia del blues moderno, soprattutto nei primi due album, l’omonimo e il magnifico East West https://www.youtube.com/watch?v=NulCT6ZPXzU , meno nei dischi successivi, senza più Bloomfield, con Bishop e Naftalin che venivano affiancati da una sezione fiati dove spiccava il giovane David Sanborn, ancora bene in The Resurrection Of Pigboy Crabshaw, meno nei due successivi, e con il colpo di coda della esibizione al Woodstock Festival. Meno celebrata è la vicenda dei Better Days, altra grande band, che pubblicò solo due dischi, entrambi per la Bearsville, tra il 1972 e il 1973, prima di sciogliersi.

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Però fecero in tempo a registrare questo strepitoso concerto il 23 febbraio del 1973 al Winterland Ballroom di San Francisco. Edito una prima volta in CD nel 1999, solo per il mercato giapponese su etichetta Victor (anche se al sottoscritto pare di ricordare che uscì anche per la Bearsville/Rhino, ma magari mi sbaglio) con note originali firmate da Geoff Muldaur, uno dei due chitarristi, che ricorda Butterfield e il bravissimo pianista/organista di New Orleans Ronnie Barron, entrambi scomparsi, rispettivamente negli anni ’80 e ’90. A completare la formazione c’erano Amos Garrett, l’altro chitarrista, uno dei più grandi stilisti dello strumento in ambito rock e blues, Bill Rich, che era stato il bassista di Taj Mahal e Chris Parker alla batteria, altro vecchio marpione della musica, che ai tempi aveva già suonato con Bonnie Raitt e Don McLean. E tutto questo senza dimenticare la presenza di Paul Butterfield, forse il più grande armonicista bianco del Blues, o comunque uno dei più grandi, spesso paragonato a Big Walter Horton, ma senza mai considerarlo un mero imitatore.

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Il resto lo fa un repertorio scintillante e quello che otteniamo è un eccellente concerto, che si apre con una Countryide dove Paul sale subito al proscenio con la sua armonica per poi lasciare spazio alla chitarra di Muldaur e alla slide di Garrett, che si intrecciano all’organo di Barron, con un risultato che sfiora i migliori Little Feat dell’epoca, anche grazie alla strepitosa sezione ritmica che ha un drive micidiale, Butterfield rinviene più forte che prima nel finale. Buried Alive In The Blues è un classico di Chicago Blues, scritto da Nick Gravenites, ma qui grazie al pianino di Barron e all’attitudine deep south della band assume connotazioni quasi New Orleans, con i vari musicisti che si scambiano il ruolo di voce solista. Small Town Talk è quella bellissima ballata, scritta da Rick Danko e Bobby Charles, per il disco omonimo di quest’ultimo, qui ripresa in una versione delicata e coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=-YgJvTolJV0 , con le tastiere e l’armonica che si sfiorano senza mai collidere, mentre Garrett prosegue il suo lavoro di fine cesellatore della chitarra (in quegli anni lo si poteva trovare nei dischi di Geoff e Maria Muldaur, Jesse Winchester, Karen Dalton, Todd Rundgren, anche nel primo di Garcia).

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New Walkin’ Blues la riconosci subito, uno dei classici di Robert Johnson, qui in una versione elettrica e vibrante, con entrambe le chitarre a sfidarsi in un duello che cerca di riproporre, in parte riuscendoci, quelli della vecchia Butterfield Blues Band o del Taj Mahal, magari con Cooder e Jesse Ed Davis, di pochi anni prima https://www.youtube.com/watch?v=km6JPmQAglI . Spazio per Barron, che propone la sua Broke My Baby’s Heart, una costruzione sonora che deve in pari misura al New Orleans soul quanto al blues classico, con una notevole interpretazione dello stesso Barron, ricca di passione, grinta e feeling, come nella migliore musica della Crescent City https://www.youtube.com/watch?v=PCXUjRqLLWs .Highway 28 di Ron Hicks, potrebbe quasi ricordare le scorribande più vicine al rock della Band, con tutta il gruppo, ed in particolare la sezione ritmica, libera di improvvisare. Gran classe anche in una versione in punta di dita del grande classico di Percy Mayfield, Please Send Me Someone To Love, che è sempre un bel sentire, soprattutto un “magico” Amos Garrett.

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Ma il centrepiece del disco e del concerto è una versione monstre di quasi 15 minuti di He’s Got All The Whiskey, un’altra composizione di Bobby Charles, nella cui versione di studio suonavano proprio i Better Days https://www.youtube.com/watch?v=5B7iSQAXGZo , qui liberi di improvvisare in modo stupendo, ancora vicini alle evoluzioni che in quel periodo si potevano ascoltare solo dai migliori Little Feat o dalla Band, con Barron, Garrett, Muldaur e Butterfield, grandissimo quest’ultimo, che gigioneggiano e giganteggiano, se mi passate il bisticcio, con una classe e una passione irrefrenabili. E non è ancora finita, manca una Nobody’s Fault But Mine, attribuita a Nina Simone, ma qui in una versione blues/gospel, elettrica e di grande intensità, a concludere una serata unica per una grande formazione che il tempo ha dimenticato https://www.youtube.com/watch?v=Fwh4ZQAFe9Q . Semplicemente bella musica!

Bruno Conti

Messaggio Pervenuto, Forte E Chiaro! Dave Specter – Message In Blue

dave specter Message In Blue

Dave Specter – Message In Blue – Delmark/IRD

All’incirca quattro anni fa (diciamo tre e mezzo( ci eravamo lasciati con l’ultimo album (allora il nono) di Dave Specter, un disco completamente strumentale intitolato Spectified, che veniva pubblicato dalla piccola etichetta Fret 12 Records http://discoclub.myblog.it/2011/02/19/blues-senza-parole-dave-specter-spectified/ . Nel 2014 Specter ritorna alla sua casa discografica storica, la Delmark, con la quale era uscita la quasi totalità della sua opera. E lo fa alla grande, con uno dei dischi migliori, se non il migliore, della sua discografia. Come molti sapranno Specter non canta, si “limita” a suonare la sua chitarra. Alternandosi tra Gibson e Fender, Dave è diventato nel corso degli ultimi venticinque anni uno dei migliori interpreti del blues di Chicago, città da cui provengono sia lui che la sua etichetta. Ma questa volta ha voluto fare le cose in grande; tredici brani, di cui sette strumentali e sei cantati, tre dal grandissimo Otis Clay, al suo esordio su Delmark, un “negrone” (nel senso più affettuoso e meno razzista possibile) ancora in possesso di una delle voci più belle del soul e del blues attuale, da sette anni inattivo a livello discografico e sia lode a Specter per averlo voluto in questo Message In Blue. Gli altri tre brani li canta Brother John Kattke, il tastierista della band, in possesso di una voce più che rispettabile.

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Ma andiamo con ordine. Il disco si apre con lo shuffle mid-tempo di una New West Side Stroll dove Specter comincia a scaldare la sua solista dallo stile pulito e brillante, che tra gli attuali chitarristi si può paragonare, forse, a quello di Ronnie Earl, altro grande stilista, e tra i grandi bianchi del passato a Mike Bloomfield, ai tempi della Butterfield Blues Band o, vista la presenza dell’organo dell’ottimo Kattke, al sound della celebre Super Session https://www.youtube.com/watch?v=vS7B4FCs5Lw . Poi si comincia a godere come ricci con il primo tuffo nella grande Soul music, quella con la S maiuscola, Otis Clay, supportato da una sezione fiati di quattro elementi, più un paio di voci femminili di supporto, inizia a scaldare l’atmosfera con Got To Find A Way e Dave Specter cesella un assolo che non ha nulla di invidiare a ciò che eravamo abituati ad ascoltare nelle grandi tracce targate Atlantic o Stax https://www.youtube.com/watch?v=BureqD843Y4 . This Time I’m Gone For Good è anche meglio, uno slow blues dal repertorio di Bobby Blue Bland, cantato da Clay con una intensità incredibile e con il nostro Dave che pennella una serie di interventi con la  solista da lasciarti senza fiato per la precisione assoluta, quasi chirurgica della sua chitarra, chiamata a misurarsi con uno dei cantanti migliori ancora in circolazione nella musica nera https://www.youtube.com/watch?v=1dO9UX8j8Is . Dopo un inizio così scoppiettante uno potrebbe aspettarsi un calo di tensione, invece la band, e Specter, ci regalano uno strumentale fantastico come la title-track Message In Blue, un chiaro esempio anche delle capacità compositive del titolare dell’album, melodia e tecnica a braccetto per una ballata blues godibilissima, ragazzi se suona!

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Chicago Style, come il titolo esemplifica, è un brano originale firmato da Specter, che permette a Brother John Kattke, ancora accompagnato da una scintillante sezione fiati, di “omaggiare”, citandoli per nome e cognome, molti di coloro che hanno fatto grande la storia musicale della Windy City, e gli assoli di chitarra e piano non sono messi lì a caso. A questo punto arriva un altro piccolo capolavoro, una rilettura fantastica del super classico di Wilson Pickett, I Found A Love, con eccellenti armonie vocali a quattro parti e un ingrifato Otis Clay che “urla” il suo soul come solo i grandi sanno fare, eccellente anche il lavoro della chitarra che punteggia tutto il brano con un continuo lavoro, solista e ritmico, di cucitura del tessuto del brano. A questo punto potremmo andare tutti a casa, il disco è da aversi anche solo per questi brani, ma Funkified Outa Space, che si ispira al funky New Orleans Style dei Meters, Same Old Blues, il secondo brano più famoso scritto da Don Nix dopo Going Down, reso in una versione appassionata e quasi claptoniana da Specter e Kattke, che la canta alla grande, sono episodi non trascurabili. Come pure The Stinger un altro strumentale, screziato da ritmi santaneggianti, con un fantastico e ricco di varietà lavoro della solista, che ricorda anche qualche “tonalità” alla Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=3qumAaXOjvA .

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Jefferson Stomp ci introduce ancora una volta ai talenti di Bob Corritore, musicista che preferisco in questo ruolo di sparring partner di grandi chitarristi, e nel caso specifico a fronteggiare con la sua armonica la slide dirompente di uno spumeggiante Dave Specter https://www.youtube.com/watch?v=9f7hHB3Fwwo . Watchdog è l’ultimo brano cantato da Brother John Kattke, puro Chicago Blues eseguito con la giusta cattiveria dalla solista che taglia a fettine il brano, mentre The Spectifyin’ Samba, con il sax tenore di John “Boom” Brumbach in bella evidenza, potrebbe ricordare le classiche tracce del King Curtis dei tempi che furono. Conclude, ancora con la presenza di Corritore, una Opus De Swamp che nelle note viene paragonata a certe sonorità “vibrate” del vecchio Pop Staples, e non si può che convenirne. Questo sì che è (Rhythm&) Blues, e pure soul, in due parole, molto bello!

Bruno Conti

*NDB Come vedete oggi doppia razione. A fianco, nei commenti, impazzano le polemiche per il, si fa per dire, “non concerto” degli Eagles a Lucca. Non mi intrometto e non modero, lascio libero chiunque di esprimere il suo parere, finché si rimane nei limiti della buona educazione, e mi pare ci siamo. Non ci sono censure preventive in generale, se ogni tanto vedete dei commenti in inglese, e ne arrivano tanti, che poi scompaiono a breve, è perché si tratta di gente che vuole fare pubblicità al proprio sito e blog, ma commenta su vecchi Post presi a casaccio, tra le migliaia usciti negli scorsi anni. Un’ultima avvertenza già che ci sono: siccome mi è capitato che qualcuno si sia lamentato del fatto di doversi iscrivere per entrare nel Blog, forse non uso all’utilizzo degli stessi, volevo ricordarvi che una volta che siete entrati in Disco Club non occorre fare login o altre strane manovre, se nella prima riga vedete una serie di scritte con vari comandi, lasciate perdere, sono riservati all’amministratore del Blog, cioè il sottoscritto, per inserire nuovi Post ed aggiornamenti, al resto si può accedere dagli Archivi, dagli articoli recenti o passati, o nei commenti e comunque dall’ultima colonna a destra. Grazie e buona lettura.

Bruno

Prossimo Disco Dal Vivo Per Eric Johnson – Europe Live

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Eric Johnson – Europe Live – Mascot/Provogue/Edel CD/2LP 24-06 UK/EU 01/07 ITA

Come dicevo, recensendo il precedente Up Close Another Look http://discoclub.myblog.it/2013/02/13/provaci-ancora-eric-una-anteprima-eric-johnson-up-close-anot/ , Eric Johnson non è un artista particolarmente prolifico, tra dischi in studio, dal vivo e il progetto G3 fatichiamo ad arrivare a dieci. Quindi questo nuovo Europe Live giungerà come una gradita sorpresa per i fans del chitarrista texano. Registrato nel corso del tour europeo del 2013, la maggior parte del materiale proviene dalla serata al Melkweg di Amsterdam, con alcuni brani tratti da due date in Germania, ed è l’occasione per fare il punto della situazione sulla sua carriera, ma soprattutto per ascoltare uno dei massimi virtuosi della chitarra elettrica attualmente in circolazione: il genere di Johnson non è di facile definizione, sicuramente c’è una forte componente rock, ma anche notevoli accenti prog, blues, fusion, jazz e qualche piccola spolverata di country, folk e qualsiasi altra musica vi venga in mente, con l’enfasi posta proprio sul virtuosismo allo strumento, in quanto la musica prevede poche parti cantate e quindi si basa molto sul lavoro alla chitarra di Eric, che in questa occasione (come quasi sempre) si esibisce in trio, con gli ottimi (benché non molto noti Chris Maresh al basso e Wayne Salzmann alla batteria https://www.youtube.com/watch?v=4M6amrKDt1w .

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Tra i suoi prossimi progetti ci sono collaborazioni con il collega Mike Stern e nuovi dischi in studio, sia elettrici che acustici, mentre in tempi recenti è stato possibile ascoltarlo nei dischi di Sonny Landreth, Christopher Cross, Oz Noy, e sempre Mike Stern, mentre il side-project degli Alien Love Child (dove appariva il bassista Maresh) al momento sembra silente. Proprio da quel disco proviene Zenland, uno dei brani più rock di questo Live, preceduto da una breve Intro, che è una delle due tracce inedite di questo album. Austin, è il brano dedicato da Mike Bloomfield alla città texana, uno di quelli cantati dallo stesso Eric, anche se la versione di studio su Up Close, mi pareva più grintosa, non si può negare il fascino di questo brano, dove il blues assume quell’allure molto raffinata che lo avvicina a gente come Robben Ford, Steve Morse ed altri musicisti “prestati”  alle dodici battute, anche se nel caso di Robben è vero amore https://www.youtube.com/watch?v=KPH8YitsJwQ .

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Forty Mile Town è una ballata romantica e dagli spunti melodici, cantata sempre da Johnson, in modo più che dignitoso, ma non memorabile, nobilitata da un lirico assolo. Una delle cover principali del disco è una versione vorticosa di Mr. P.C, un brano di John Coltrane, quasi dieci minuti di scale velocissime ed improvvisate che escono dalla chitarra di Johnson, con ampio spazio per gli assolo del basso di Maresh e della batteria di Salzmann, come nei live che si rispettano, siamo più dalle parti del jazz-rock e della fusion, ma il tutto viene eseguito con grande finezza. Manhattan era su Venus Isle, il disco del 1996, un altro strumentale naturalmente molto intricato nei suoi arrangiamenti, con la chitarra sempre fluida ed inventiva del titolare a deliziare la platea dei presenti e noi futuri ascoltatori del CD. Zap, che era su Tones, il suo disco migliore, a momenti vinse il Grammy nel 1987 come miglior brano strumentale, ed è una bella cavalcata a tempo di rock, con continui cambi di tempo e tonalità della struttura del brano e Chris Maresh che fa numeri alla Pastorius con il suo basso elettrico fretless.

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A Song For Life vede Eric Johnson passare all’acustica, un brano tra impressioni classiche e new age, che si trovava sul primissimo Seven Worlds. Fatdaddy viceversa viene dall’ultimo Up Close ed è uno dei brani più tirati dell’intero concerto, quasi a sfociare in un hard rock virtuosistico degno dei migliori Rush o dei più funambolici Dixie Dregs dell’amico Steve Morse. Last House On The Block è il brano più lungo del CD, una lunga suite di oltre dodici minuti, tratta dal disco degli Alien Love Child, divisa in varie parti, anche cantate, e tra le migliori cose del concerto nei suoi continui cambi di tempo ed atmosfere sonore, che si avvicinano, a momenti, al miglior rock progressive degli anni ’70. La breve Interlude ci introduce al brano più famoso di Johnson, Cliffs Of Dover, che il Grammy lo ha vinto (video vintage https://www.youtube.com/watch?v=smwQafhNU6E, altra cavalcata nel migliore rock progressivo, mentre Evinrude Fever, è l’altro brano inedito presentato in anteprima in questo tour europeo e che è l’occasione per una bella jam di stampo rock con tutta la band che viaggia a mille sui binari del rock più travolgente, con intermezzi blues e R&R inconsueti nel resto del concerto. Finale con Where The Sun Meets The Sky ribattezzata per l’occasione Sun Reprise, un brano affascinante, molto complesso nel suo dipanarsi, con effetti quasi cinematografici e che chiude degnamente questo Live destinato agli amanti di un certo rock, ricco di virtuosismi ma non privo di sostanza e qualità.

Bruno Conti

*NDB In questi giorni mi sono accorto che, a mia insaputa (come all’ex ministro Scajola), è stato aperto un canale su YouTube dedicato al Blog https://www.youtube.com/channel/UC_HDvJLsHP-MY0cQQjjb_Aw, probabilmente generato dai moltissimi video che inserisco in ogni Post oppure dalla nuova piattaforma WordPress utlizzata da MyBlog, non saprei dirvi, comunque c’è e potete entrare a leggere i post anche da lì.