La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

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Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Supplemento Della Domenica, Anteprima: A Proposito di Belle Voci, Il Grande Ritorno Della “Rossa”! Bonnie Raitt – Dig In Deep

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Bonnie Raitt – Dig In Deep – Redwing Records/Warner – 26-02-2016

La rossa cantante e chitarrista californiana è sulla breccia da oltre 45 anni: il suo esordio discografico , l’omonimo Bonnie Raiit, risale al 1971, eppure questo Dig In Deep è solo il suo ventesimo album (17° in studio), a quattro anni di distanza dall’ottimo Slipstream del 2012, che aveva interrotto una lunga pausa nei primi anni 2000, dovuta alla morte, tra il 2004 e il 2009, della madre, del padre, del fratello e di uno dei suoi migliori amici. Bonnie Raitt nella sua carriera ha vinto ben dieci Grammy Awards, è inserita al n° 50 tra le migliori cantanti e al n° 89 tra i migliori chitarristi, nella classifica All time della rivista Rolling Stones, eppure non sembra avere ancora raggiunto “la pace dei sensi” a livello discografico, infatti questo Dig In Deep, nelle recensioni delle varie riviste musicali ha raggiunto una quasi unanimità di consensi, con Record Collector che le ha dato un bel 10, e Mojo, Uncut, Classic Rock, Q e il Telegraph, tra le quattro stellette e gli 8/10, a seconda dei loro criteri di giudizio. Dodici canzoni, con ben 5 firmate dalla stessa Bonnie, cosa che non succedeva da Fundamental del 1998, probabilmente ispirata dai fatti che le sono successi intorno in questi anni. Tutti i brani provengono da sessions recenti, meno uno, registrato nel 2010, nella stessa occasione in cui vennero registrati i 4 brani prodotti da Joe Henry per Slipstream (le buone canzoni non si buttano mai via).

La band che la accompagna è la solita formazione da sogno con la stessa Bonnie Raitt alla slide, il secondo chitarrista George Marinelli, il “nuovo” Mike Finnigan che sostituisce Jon Cleary alle tastiere, spostando l’asse del sound più sull’organo, ma il pianoforte non manca, l’immancabile James “Hutch” Hutchinson al basso, e Ricky Fataar alla batteria, Produce il CD la stessa Raitt, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ryan Freeland e, concordo, siamo davanti ad uno dei migliori album della sua carriera: gli anni di sesso, droga, alcol e R&R di quando era la fidanzata di Lowell George sono sicuramente alle spalle, ma la passione per quel suono alla Little Feat che mescola blues, soul & R&B, funky, laidback rock e una propensione alle ballate, cantate con voce rauca e vissuta, non l’ha ancora abbandonata https://www.youtube.com/watch?v=Dkq3FfN-4m8 . Questa volta è vincente anche la scelta di alcune cover: partiamo proprio, pescando a caso, con Shakin’ Shakin’ Shakes, un brano dei Los Lobos da By The Light The Moon del 1987, in una versione vorticosa, ad alta gradazione rock, con la slide di Bonnie Raitt e la solista di Marinelli a sfidarsi in una serie di assolo che non si sentivano dai tempi dei migliori Little Feat, mentre tutta la band tira alla grande, con una grinta che forse si pensava perduta nei dischi della Raitt e anche la versione di I Need You Tonight degli Inxs, è una scelta inconsueta ma vincente, con il basso funky di “Hutch” e la batteria groovy di Fataar a innestare un drive fantastico, se aggiungiamo la voce rauca ed inconfondibile della nostra amica, l’organo insinuante di Finnigan e le chitarre maliziose dei due solisti, il risultato è irresistibile. Sempre andando random, anche la collaborazione autorale tra Marinelli e Raitt in If You Need Somebody è un ottimo esempio di funky blue eyed soul, con chitarrine choppate, tastiere avvolgenti, belle melodie e l’immancabile slide che è la firma unica di questa grande musicista. O di nuovo il funky-rock featiano dell’iniziale Unintented Consequence Of Love, con piano elettrico e la “solita” slide a guidare le danze, in un brano che è comunque un altro efficace esempio dello stile blues-rock della migliore Raitt.

Non mancano naturalmente le sue ballate classiche, come la malinconica All Alone With Something To Say, scritta da due autori poco conosciuti ma validi di Nashville, come Gordon Kennedy e Steve Dale Jones, un brano che anche Susan Tedeschi (che è forse la sua discepola preferita) sta cercando di perfezionare nella band di famiglia; altrove c’è spazio per il classico blues-rock delle sue stagioni anni ’70 con la Warner (di nuovo distributrice del disco, pubblicato dalla etichetta personale Redwing), una Gypsy In Me che è il primo singolo dell’album e scivola sulle sinuose note della slide pure questa. I Knew, sempre firmata da Bonnie, potrebbe essere un ideale seguito di I Know, che era sul secondo album Give It Up, il groove funky e la chitarra tagliente sono quelli degli anni d’oro, e la voce è sempre magnifica ed evocativa. The Comin’ Round Is Going Through è un bel pezzo rock dal drive quasi stonesiano che conferma la ritrovata passione in questo album per i brani più mossi e tirati, con la band che gira come un perfetto meccanismo, e anche il testo sugli effetti dei grossi giri di denaro sulle nostre vite e sulla correttezza della politica e delle democrazia illustra il lato impegnato che è sempre stato presente nelle sue canzoni.

Mancano ancora la splendida ballata Undone, un must per Bonnie Raitt, scritta dalla texana Bonnie Bishop, che aveva già firmato Not Cause I Wanted per il precedente Slipstream, si tratta di uno dei pezzi più belli in assoluto interpretati dalla rossa californiana nella sua lunga carriera, un brano struggente e malinconico, cantato con una passione assoluta dalla Raitt, che nel finale rilascia anche un lancinante assolo alla slide che rende ancor più memorabile questo brano. What You’re Doin’ To Me è un mezzo shuffle bluesato con uso d’organo e chitarre, grintoso e mosso, come sembra essere la regola in questo Dig In Deep. The Ones We Couldn’t Be è comunque una splendida ballata pianistica che non può mancare nel canone della brava Bonnie (bellissima, la consiglierei a Adele, che già aveva cantato dal repertorio della Raitt I Can’t Make You Love Me nel concerto alla Royal Albert Hall). E sempre parlando di ballate, che come sempre non mancano in un disco della nostra amica, un’altra stupenda è You’ve Changed My Mind, con un assolo di slide nel finale degno del miglior Ry Cooder. Disco bellissimo, potrebbe vincere il suo 11° Grammy, esce il 26 febbraio.

Bruno Conti. 

Sempre Più Bravi! Trampled Under Foot – Badlands

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Trampled Under Foot –  Badlands – Telarc International 2013

Non mi sorprende affatto che i tre fratelli che compongono il gruppo Trampled Under Foot siano cresciuti ulteriormente ed in modo esponenziale dopo il notevole Wrong Side Of The Blues (2011), (recensito come sempre con lungimiranza dal titolare di questo Blog, su queste pagine virtuali e sulla rivista musicale Buscadero strani-casi-di-parentela-trampled-under-foot-wrong-side-of-t.html), in quanto la cantante bassista Danielle Schnebelen, il batterista Kris Schnebelen e il cantante chitarrista Nick Schnebelen, hanno vissuto e respirato blues fin dalla tenera età in quel di Kansas City (una città conosciuta oltre che per il bellissimo film di Robert Altman, per la sua leggendaria scena musicale). In aggiunta al “nucleo familiare” compongono il gruppo il produttore e percussionista Tony Braunagel (Phantom Blues Band), il veterano Mike Finnigan (tastierista con Etta James, Bonnie Raitt e Jimi Hendrix), e Lisa Swedelund presente alle armonie vocali, il tutto è stato registrato agli Independent Street Studiosdi New Orleans.

Ad accendere la miccia ci pensa la veloce Bad Bad Feeling, con un notevole assolo chitarristico di Nick che asseconda la bella voce di Danielle, seguita da una convincente Dark Of The Night, mentre il blues imperversa in Don’t Want No Woman. Si cambia ritmo con la dolce Mary, cantata al meglio da Danielle , mentre Badlands, leggermente più veloce, vede i due fratelli Nick & Kris alternarsi al canto, e a seguire la ballata You Never Really Loved Me mette in risalto la grinta della sorella Dan e le tastiere di Finnigan. Altra miscela di rock-blues e mid tempo nelle Pain In My Mind e I Don’t Try, la prima interpretata dalla voce abrasiva di Nick, la seconda da Danielle (che mi ricorda la miglior Bonnie Raitt). Arriva il momento del “bluesaccio” Desperate Heart dove la voce di Nick sembra essere posseduta dall’anima di Otis Rush, mentre in Down To The River ci sono cenni evidenti di country blues, a cui fa seguito una Home To You dalla ritmica vagamente jazzata e il classico blues di Two Go Down, che vede di turno al canto ancora Danielle. La miccia esplode alla fine, con un omaggio a James Brown (grande autore di ballate) con una stratosferica versione di It’s A Man’s Man’s Man’s World, dove questa volta è l’anima di Janis Joplin a entrare nelle corde vocali di Miss Danielle Schnebelen, che dimostra ancora una volta di essere il “valore aggiunto” di questo fantastico gruppo.

Badlands è un lavoro di blues bello ed eterogeneo, ben suonato ed altrettanto ben cantato (come non ascoltavo da tempo), da una band, i Trampled Under Foot, sempre più sulla rampa di lancio, che chiedono solo di essere ascoltati, a dispetto di tanti “mestieranti” del settore.

Tino Montanari

NDB. Per l’occasione ho ceduto questi miei “clienti” abituali a Tino. Con quel titolo non si può sbagliare, confermo tutto!

Una Sorta Di “Mini” Supergruppo (Con Ospiti), Questo Sì Che E’ Blues! Mannish Boys – Double Dynamite

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Mannish Boys – Double Dynamite – 2CD Delta Groove –

Questo potrebbe essere considerato una sorta di “mini” Supergruppo del Blues: con gente in formazione come Finis Tasby, Frank Goldwasser, Kirk Fletcher, il boss della Delta Groove Randy Chortkoff all’armonica, una solida sezione ritmica e sei album alle spalle, i Mannish Boys si sono costruiti una reputazione come una delle migliori formazioni in circolazione. Ma in questo nuovo doppio album Double Dynamite si sono decisamente superati! Secondo me, oltre che per la lunghissima lista di ospiti che si alternano nei 26 brani, è l’arrivo di Sugaray Rayford che ha contribuito in modo non equivoco al successo di questo album. Una “personcina” imponente fin dall’aspetto fisico, come si può rilevare dalla copertina del CD, questo signore canta nove brani in totale nell’album ma stampa la sua presenza come una voce di quelle che si sentono raramente, potente, gagliarda, espressiva, sia alle prese con il soul che con il Blues e anche col funky, con un carisma che risalta anche dall’ascolto del disco in studio, ma dal vivo deve essere ancor più evidente. Senza sminuire il lavoro di tutti i musicisti all’opera in questo album che si candida per essere uno dei migliori dell’anno nell’album nell’ambito Blues-Soul-R&B.

Diviso in due dischi intitolati rispettivamente Atomic Blues e Rhythm & Blues Explosion il doppio parte subito alla grande con una versione di Death Letter di Son House, cantata appunto da Rayford (era presente anche nel suo unico disco solista del 2010 Blind Alley, dove suonano fior di musicisti, tra gli altri Tim Bogert, Gary Mallaber e Phil Parlapiano, se lo trovate non lasciatevelo scappare): Frank Goldwasser con una minacciosa slide si divide il proscenio con l’omone. E da lì è un tripudio (esageriamo!), Finis Tasby, anche se nella suddetta copertina sembra il nonno degli altri, ma ha “solo” 72 anni, è ancora un signor cantante e lo dimostra in una Mean Old World  illuminata anche dai primi ospiti, Rod Piazza all’armonica e Elvin Bishop pure lui alla slide. E il Blues pulsa anche nell’eccellente Bricks In My Pillow con Sugaray ancora ottimo vocalist, il pianino di Rob Rio e la solista di Goldwasser facilitano. Da Jackie Payne, altro vocalist di grande talento della scuderia Delta Groove mi aspettavo uno sfracello nella versione di She’s 19 Years Old/Streamline Woman, e quasi ce la fa ad avvicinarsi al grande Muddy Waters, il titolare dei brani, ma quasi, ancora Goldwasser e Piazza sugli scudi.

Torna Tasby per una saltellante Never Leave Me At Home con l’armonica di Chortkoff al proscenio per la prima volta. Mud Morganfield è il figlio maggiore di McKinley (detto anche Muddy) e proprio recentemente ha pubblicato il suo debutto per la Severn (non c’è paragone con Big Bill, l’altro figlio): non sempre “i figli di” si rivelano all’altezza dei genitori ma spesso il problema sta nel manico, la voce c’è e se i musicisti sono all’altezza, tutto funziona alla grande come in questa versione umorale di Elevate Me Mama con Bob Corritore e Rob Rio ad attizzare il vocalist ed i Mannish Boys. Non ve la faccio lunga perché i brani sono tanti ma la Bad Detective cantata da James Harman, ottimo anche all’armonica, è notevole, come pure lo spazio dedicato sempre al “soffio” di Jason Ricci in Everybody Needs Somebody che non è quella di Solomon Burke ma il brano di Litte Walter. Tasby, Chortkoff e soprattutto il bravo Rayford (sentire come canta The Hard Way, uno slow blues di Otis Spann), si dividono gli altri spazi vocali prima di lasciare la scena nuovamente a Morganfield  per il finale di Mannish Boy che avrebbe fatto felice l’augusto babbo!

Ed è solo il primo CD, il secondo se possibile è anche meglio: tra soul e R&B, come da titolo, e con una sezione di fiati a potenziare la già impressionante batteria di musicisti. Anche in questo caso partenza sparata con una tiratissima Born Under A Bad Sign, canta Finis Tasby, la solista pungente è quella di Bishop nuovamente, i fiati sono sincopati come si conviene e l’organo Hammond di Mike Finnigan si fa sentire. L’istrionico Rayford canta la trascinante That Dood It con Kirk Fletcher alla solista, poi parte la festa del soul con una You’ve Got The Power che illustra il lato romantico di James Brown, cantata in coppia da Sugaray e Cynthia Manley, non conoscevo, bella voce. Il bassista Bobby Tsukamoto alza il fattore funky in Drowning On Dry Land con Nathan James alla solista, Fred Kaplan al piano, di nuovo Mike Finnigan all’organo e Rayford in overdrive . Finnigan ci regala una rara perfomance vocale e pianistica nella cover di puro R&B (non soul) di Mr. Charles Blues (ovviamente il Charles in questione è Ray). Ricorderei anche una versione strumentale di Cold Sweat con Tsukamoto ancora in gran spolvero e apparizioni varie di Jackie Payne, nuovamente, Kid Ramos, Junior Watson, Jason Ricci e gli altri Mannish Boys. Questo sì che è Blues!

Bruno Conti     

Strani Casi Di Parentela! Trampled Under Foot – Wrong Side Of The Blues

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Trampled Under Foot – Wrong Side Of The Blues – TUF Records

 

Gruppi musicali con fratelli in formazione me ne vengono in mente parecchi, dai leggendari Kinks dei fratelli Davies per arrivare fino ai Black Crowes o ai fratelli Dickinson dei North Mississippi Allstars o gli Allman Brothers e i Beach Boys (anche con cugini e amici) per citarne alcuni. Nel Blues ci sono state molte coppie di fratelli, Jimmie e Stevie Ray Vaughan o Buddy & Phil Guy sempre per procedere per esempi.

In anni recenti a proposito di trii ci sono stati i giovanissimi (e bravissimi) fratelli della Homemade Jamz Blues Band ma questo trio di Kansas City, i fratelli Schnebelen (un bel nome d’arte più facile, no?), forse costituiscono una primizia (attendo notizie o smentite, non ho indagato a fondo, lo ammetto). Tre fratelli con due di loro, il chitarrista e la bassista che sono mancini.

Ovviamente tutto questo sarebbe ininfluente se non fossero anche bravi e parecchio. Lei, Danielle, è la più giovane, si è studiata il basso per poter creare questo gruppo familiare (anche il padre e la madre sono musicisti)  ed è diventata più che adeguata, direi brava, nel suo strumento, ma soprattutto è in possesso di una gran bella voce sulla scia di quelle bianche che da Bonnie Raitt a Susan Tedeschi e Ana Popovic per citare delle chitarriste/cantanti ma anche Dana Fuchs o Michelle Malone potrebbero rientrare nella categoria, si sono create una reputazione di voci “importanti”. Ispirate dalle grandi voci del passato e la nostra amica cita soprattutto Etta James come fonte di ispirazione, queste vocalist cercano di fondere il meglio di blues, soul e rock e spesso ci riescono.

In questo Wrong Side Of the Blues i Trampled Under Foot (si, è un brano dei Led Zeppelin su Physical Graffiti) lo fanno bene, sicuramente aiutati dal fatto che il fratello Kris che è il batterista e soprattutto Nick che è il chitarrista, e ha vinto l’Albert King Award nell’International Blues Challenge del 2008 come chitarrista più promettente, sono anche loro ottimi musicisti. Se uniamo il fatto che la produzione di questo album è curata da Tony Braunagel, un batterista blues tra i migliori in circolazione che ha saputo catturare al meglio il sound del gruppo (batteria in primis, e questo già dà una carica di vitalità a un disco) che è al secondo album (oltre ad un live e a un EP solo per il download di difficile reperibilità) le premesse per “scoprire” un gruppo interessante ci sono tutte.

Il materiale è tutto originale, con un paio di brani firmati dal babbo Bob. Ci sono un terzetto di altri ospiti, Mike Finnigan che si occupa di organo e piano da par suo in alcuni brani, Johnny Lee Schell alla chitarra e armonie vocali e consigli chitarristici (così dicono loro nelle note) che con Braunagel suona nella Phantom Blues Band.  Oltre a Kim Wilson all’armonica in She’s Long, Tall and Gone che è un bluesaccio torrido cantato da Nick Schnebelen, anche ottimo vocalist in alternanza alla sorella Danielle e non è facile avere gruppi con due cantanti di questo livello. Lei è favolosa in brani come Goodbye una ballata soul gospel blues con l’organo di Finnigan e la chitarra di Nick in grande evidenza. Quelle voci roche e vissute, piene di personalità, che ti regalano grandi emozioni sin dall’iniziale Get it straight che ricorda la migliore Bonnie Raitt con i suoi ritmi mossi e incalzanti.  

Ottimi anche i ritmi alla Bo Diddley di Bad Woman Blues con le voci dei fratelli che si integrano (e canta anche il batterista) e una slide acustica che si adagia su una base ritmica quanto mai variegata (vi dicevo, batterista produttore). Però quando canta lei c’è un cambio di marcia come nella title-track, l’ottima Wrong Side Of The Blues o nelle sinuosità funky di Heart On the Line e un gruppo che sarebbe già buono diventa quasi irresistibile. Ancora ottima The Fool con un incipit quasi Hendrixiano e l’organo di Finnigan che fa il Winwood della situazione e un brano cantato da Nick  che lentamente si trasforma fino a prendere una andatura classica blues nel più puro stile Chicago alla Muddy Waters, bellissimo, veramente bravi questi ragazzi, non conoscevo (ma ci sono tonnellate di gruppi di valore nel sottobosco della scena musicale americana).

Have a Real Good Time ha l’attacco di batteria che è preso di sana pianta da Rock and Roll dei Led Zeppelin e poi diventa appunto un R&R scatenato con il pianino di Finnigan e le voci dei fratelli che si alternano con gusto.

Ma è bello tutto il disco, molto vario, anche se una citazione per lo slow blues It Would Be Nice cantato con passione da Danielle e con un assolo da manuale di Nick mi sentirei di farla. Ottimo e abbondante.    

Bruno Conti