Ecco Un Altro Che Di Dischi Brutti Non Ne Fa Uno! Christy Moore – Lily

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Christy Moore – Lily – Sony CD

Per proseguire con il concetto del titolo, direi che li fa quasi sempre belli! In Irlanda, Christy Moore è una sorta di leggenda vivente: cantautore ed interprete raffinato, personaggio di grande carisma e rettitudine morale, attivamente impegnato socialmente e politicamente. Uomo di sinistra, ha avuto anche diversi problemi a causa dei testi delle sue canzoni, che sono state oggetto di censura ed indagine da parte della polizia irlandese, anche per il suo controverso appoggio alla causa dell’IRA (in seguito rinnegato), mentre dal punto di vista strettamente musicale le sue canzoni folk cantautorali hanno accompagnato diverse generazioni di abitanti dell’isola verde smeraldo, sia come solista (dal 1969), che come membro prima dei Planxty e poi dei Moving Hearts, riuscendo anche a vendere parecchio nella sua patria, un caso molto particolare per un artista che ha sempre parlato solo con la sua musica e senza svendere il proprio suono e la propria immagine. Personalmente l’ho scoperto tardi, all’inizio degli anni novanta (l’album King Puck), ma mi sono affezionato subito a questa figura di grande carattere nonostante l’aspetto fisico pacioso, è soprattutto cantautore (ed anche interprete di molti brani di altri) di grande forza ed espressività: un valido esempio in tal senso può essere lo splendido Graffiti Tongue del 1996, un album inciso dal nostro in completa solitudine ma talmente denso e pieno di feeling che non ci si accorge dell’assenza di una band.

Moore mancava all’appuntamento dal 2011, anno di Folk Tale (ma in mezzo è uscito il fantastico triplo Where I Come From, una retrospettiva parte in studio e parte dal vivo, con tutti i suoi classici incisi di nuovo per l’occasione), silenzio finalmente interrotto da Lily, una nuovissima collezione di canzoni (dieci) che conferma l’incapacità di Christy di fare dischi di livello medio: anzi, ad ascolto ultimato devo dire che Lily è forse uno dei più belli fatti uscire dal nostro negli ultimi vent’anni. Prodotto come al solito dal fido Declan Sinnott, Lily contiene un solo brano originale (la title track) e ben nove cover divise tra contemporanei e tradizione, il tutto suonato dal consueto manipolo di amici e fidati collaboratori (oltre al nostro e a Sinnott alle chitarre e bodhran, abbiamo Jimmy Higgins alle percussioni, Seamie O’Dowd al mandolino e chitarra, Martin O’Connor alla fisarmonica, Cathal Hayden al banjo e violino e Vicky Keating ed Andy Moore ai controcanti): tra gli autori abbiamo nomi poco noti come Paul Doran, Tony Small e Declan O’Rourke ed altri molto famosi come Peter Gabriel.

Mandolin Mountain ci fa ritrovare subito la voce intensa e riconoscibilissima del nostro, chitarra, mandolino ed una melodia profonda e toccante, ancor di più dopo due minuti grazie all’ingresso di uno struggente violino: subito grande musica. The Tuam Beat è più mossa, c’è una leggera percussione, e Christy canta con sicurezza un allegro motivo che sembra quasi una filastrocca, molto piacevole: dopo il primo ascolto vi ritroverete a canticchiarne il ritornello; The Gardener è una ballata da pelle d’oca, una di quelle per le quali Moore è famoso (anche se non è sua), con uno splendido motivo centrale impreziosito dalla seconda voce femminile, mentre Lily è un brano autobiografico (infatti è l’unico originale), una folk song straordinaria condotta da Christy con un pathos incredibile se si pensa che c’è solo la sua voce con tre strumenti in croce. Wallflower è il pezzo di Gabriel, ma Moore la spoglia di tutte le caratteristiche tipiche dell’ex Genesis e la fa diventare sua al 100% (ed il testo, che parla di prigionieri politici, è perfetto per il musicista irlandese), una qualità tipica dei grandi, ancora con la voce forte ed espressiva del leader a dominare un brano di grande valore; Oblivious, testo di Mick Blake a sfondo sociale (tratta infatti dei problemi dell’Irlanda contemporanea), è profonda ed evocativa, ancora con il nostro circondato dagli strumenti a corda ed il solito refrain emozionante, mentre The Ballad Of Patrick Murphy (del songwriter John Spillane) ha una melodia tipicamente Irish, un tipo di brano che Moore canta anche sotto la doccia ma che non mi stancherò mai di ascoltare, e l’intensità quasi si tocca con mano tanto è concreta: uno dei pezzi più belli del CD. Ottima anche Lighning, Bird, Wind, River Man, specie nel ritornello corale sottolineato dal malinconico violino di Hayden, e non è certo da meno il traditional Green Grows The Laurel, lenta, discorsiva, con la sua melodia d’altri tempi; l’album si chiude con un reading, una poesia di Dave Lordan intitolata Lost Tribe Of The Wicklow Mountains, recitata con un leggero suono in sottofondo ed un coro a bocca chiusa, e Christy che riesce ad emozionare anche parlando.

Senza dubbio Lily è uno dei dischi folk dell’anno (e non solo).

Marco Verdi

Gaelic Folk Rock. Manran – The Test

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Manran – The Test – Manran Records – 2013

Sono un sestetto, vengono dalla Scozia, questo The Test è il loro secondo album (anche il primo, omonimo, del 2011, è un buon album, fateci un pensierino), fanno del folk-rock, o meglio del celtic-rock, meglio ancora, visto che usano molto quel linguaggio, del gaelic rock. Quindi discendono e si ispirano sicuramente ai Runrig (e anche  ai Capercaillie), altra band scozzese, di cui riprendono anche un brano in questo disco. Il loro stile è sicuramente influenzato dal rock, vista la presenza di una sezione ritmica e la presenza di chitarre acustiche e tastiere (suonate anche da Phil Cunningham, il produttore del disco e, nell’ordine, anche lui scozzese ed ex componente dei grandi Silly Wizard), ma soprattutto molto folk, contrassegnato dalla presenza di parecchi brani tradizionali e da diverse composizioni in gaelico (caratteristica che hanno in comune anche con i Waterboys, dei quali eseguivano nel primo album Sunny Sailor Boys o Maraiche Nan Aigh, per dirla in gaelico e perché no, pure i Clannad, altra band che ha fatto grande uso della lingua celtica, che proprio in questi giorni pubblica un nuovo disco di studio, dopo tanti anni).

Caratteristica della band è quella di avere nel proprio repertorio molto materiale strumentale, lunghe gighe e reels, dove violino, highland pipes e whistle, suonate da Ewen Henderson e uillean pipes e flauto di legno, suonati da Ryan Murphy, si amalgamano con una sezione ritmica molto marcata, à la Moving Hearts (per ricordare un’altra banda molto amata nel passato, anche se non hanno un Christy Moore in formazione): MSR, posta in apertura, fonde le due anime, lunghe improvvisazioni strumentali con improvvisi cambi di tempo, si alternano a sezioni cantate in gaelico da Norrie MacIver che è il cantante del gruppo, nonché chitarrista.

L’energia e la grinta sono palpabili ma si stemperano nella bella ballata mid-tempo Tamhasg (con questi titoli mi si impastano anche i tasti del PC) (Shadow per gli amanti della lingua inglese) e nella incalzante Dhèanainn Sùgradh, che in inglese farebbe I Will Sport With The Black-Haired Girl, misteri delle lingue antiche. 10k Tattie è un medley solo strumentale di tre brani, dal sound tipicamente folk, sempre con l’immancabile sezione ritmica presente a sottolineare le evoluzioni dei solisti del gruppo, che oltre ai citati Henderson e Murphy, si avvale anche dell’ottimo Gary Innes all’accordion, i continui cambi di tempo sono all’ordine del giorno, come nel buon folk-rock che si rispetti.

Per dimostrare che a scuola hanno studiato anche l’inglese ecco un’altra bella ballata, Maria (aah che sollievo!), scritta per la parte musicale dal bassista Ross Saunders, anche se trattasi di medley con Kerlou, naturalmente in gaelico, molto evocativo nel suo andamento. The Test, a dimostrazione della democrazia compositiva che vige nel gruppo, porta la firma del batterista Scott Mackay, e questo è  inglese, ragazzi, un bel brano melodico quasi pop-rock, con le tastiere di Cunningham a sottolineare gli inserti tradizionali degli strumenti a corda e fiato, fondamentalmente una bella canzone. Jigs, come evidenzia il titolo è un altro lungo medley strumentale che profuma di vecchi brani di Fairport Convention o Steeleye Span, trascinante e spumeggiante come si conviene al buon folk (rock).

Tillidh Mi( I’ll Return) è la cover dei Runrig di cui vi dicevo in apertura di recensione, tratto dal primo album Play Gaelic e scritta ai tempi dai fratelli MacDonald, secondo me è un pezzo di rock gaelico, ho come questa impressione! The Fishing Boat, una collaborazione tra Lisa Sinclair, cantante scozzese a me sconosciuta e il pianista jazz islandese Astvaldur Traustasson (ma allora ditelo con ‘sti nomi) che illustra nuovamente il lato più melodico e riflessivo dei Manran e Overtime, un nuovo lungo vorticoso medley diviso in quattro parti, concludono più che degnamente il nuovo lavoro di questa band, che comincia a farsi conoscere in giro per il mondo e che sento di consigliare spassionatamente agli amanti del genere, forse non un capolavoro, un poco semplicistico in alcuni momenti, ma sicuramente un disco dai fondamentali solidi, il cuore batte ai giusti ritmi. Naturalmente, file under folk!

Bruno Conti

Provaci Ancora Jackson! Un Tuffo Negli Anni ’70. Jackson Browne I’ll Do Anything – Live In Concert

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Jackson Browne – I’ll Do Anything – Live In Concert – DVD- Blu-Ray – Inside Recordings 2013

Vedendo scorrere le immagini di questo splendido concerto, chi scrive prova vera invidia per i fortunati presenti il 14 Novembre dello scorso anno, al Paramount Theater di Denver, Colorado, cornice ideale per le meravigliose canzoni di Jackson Browne. La backing band di Browne, oltre allo storico batterista Fritz Lewak e al gigantesco bravissimo chitarrista Val McCallum, include Tyler Chester al basso e tastiere, e i componenti della famiglia Watkins, Sean alla chitarra acustica e Sara al violino (entrambi già nel gruppo country-bluegrass Nickel Creek), il tutto per un concerto da ascoltare in religioso silenzio, nell’elegante intimità del vecchio teatro.

Come se il tempo si fosse fermato vediamo salire sul palco uno splendido giovanotto (64 anni), con la voce dal tono rassicurante a intonare ballate immortali, a partire dall’iniziale Black And White e poi In The Shape of a Heart (da Lives in the Balance), I’m Alive, Farther On e The Late Show (dall’album di riferimento Late For The Sky), The Naked Ride Home (dall’album omonimo), Live Nude Cabaret (dal sottovalutato Time The Conqueror). Dal noto The Pretender viene recuperata la title track e Sleep’s Dark and Silent Gate, a cui fa seguito A Child In These Hills (dall’album d’esordio), prima di consentire a Val McCallum di presentare la sua Tokyo Girl in duetto con Sara Watkins. Il secondo set è  (se possibile) ancora meglio, a partire dalla bellissima These Days e la famosa Take It Easy (da For Everyman e anche degli Eagles ), I’ll Do Anything (da I’m Alive), la celeberrima Running On Empty da uno dei dischi dal vivo più venduti della storia (7 milioni di copie), per chiudere con i bis di Rock Me On The Water e Before The Deluge (segnalo una splendida versione dei Moving Hearts di Christy Moore), un concerto meraviglioso, direi imperdibile!

A completamento, di seguito la scaletta del concerto:

Black And White

I’m Alive

Farther On

The Naked Ride Home

Live Nude Cabaret

Sleep’s Dark And Silent Gate

The Pretender

A Child In These Hills

Tokyo Girl

These Days

In The Shape Of A Heart

The Late Show

I’ll Do Anything

Running On Empty

Take It Easy

Rock Me On The Water

Before The Deluge

Questo signore (della generazione folk dei 70’s) sta invecchiando benissimo, al cospetto di tanti altri “mostri sacri” (di cui taccio il nome, onde evitare di rompere consolidate amicizie), e in questo show, aiutato da musicisti eccelsi, attraversa quattro decadi del suo “songbook”, con arrangiamenti in una dimensione elettro-acustica, dove la voce, la chitarra e il pianoforte di Jackson Browne, al centro della musica, toccano il cuore di tutti quelli (della mia generazione) che cercavano nelle canzoni, una musica elegante, mai sopra le righe, scoprendo ogni volta nuove sensazioni, da ascoltare prima con l’anima che con le orecchie.

Tino Montanari