In Piccolo, Ma Pure Loro Sono Re, Del Chicago Blues. Cash Box Kings – Royal Mint

cash box kings royal mint

Cash Box Kings  – Royal Mint – Alligator Records/Ird

Li avevo lasciati nel 2015 su etichetta Blind Pig con l’album Holding Court http://discoclub.myblog.it/2015/05/07/vecchia-scuola-del-blues-elettrico-cash-box-kings-holding-court/ , e me li ritrovo nel 2017 con questo nuovo Royal Mint su Alligator. Dovrebbe essere il loro ottavo album, almeno stando alle discografie disponibili, ma nelle note interne del CD, Joe Nosek e Oscar Wilson, i due leader della band, scrivono che si tratta del nono, e chi siamo noi per contraddirli? Purtroppo non c’è più Barrelhouse Chuck, il pianista che aveva condiviso con loro una lunga parte di carriera, che ha dovuto soccombere ad una lunga battaglia con il cancro, ma per il resto non è cambiato molto, i Cash Box Kings sono sempre fieri rappresentanti di quel blues vecchia scuola di Chicago, sia pure fuso al rockabilly di Memphis (e aggiungo io, a soul, R&B e Jump) in quello che il gruppo definisce “bluesabilly”. La missione è quella di perpetrare la grande tradizione delle registrazioni Chess, che un po’ rappresentavano tutti questi stili, cercando di modernizzarlo, ma appena un poco, forse più dal lato delle tecniche di registrazione, e magari con l’iniezione, a fianco di brani classici, di composizioni che portano la firma di Nosek e Wilson, ma nello spirito sono identiche ai brani in modalità anni ’40 e ’50 che compongono il loro repertorio.

Per fare tutto ciò si avvalgono più o meno degli stessi musicisti del disco precedente: Billy Flynn, il solista, e Joel Paterson, l’altro chitarrista, Kenny “Beedy Eyes” Smith, presente solo in tre brani, viene affiancato alla batteria da Mark Haines, mentre c’è un nuovo bassista Brad Beer, che sostituisce Gerry Hundt. E. ovviamente, in sostituzione di Barrelhouse Chuck, c’è un nuovo tastierista aggiunto, Lee Kanahira, oltre ad una piccola sezione fiati, in un brano. L’apertura, House Party, un piccolo classico di Amos Milburn, uno dei veri re del jump blues, indica quale sarà l’atmosfera dell’album, allegra e divertita, con Al Falaschi presente al sax solo in questo pezzo, con il vocione poderoso di Oscar Wilson a guidare le danze e l’armonica amplificata del virtuoso Joe Nosek, a farsi largo tra piano e chitarra, mentre la ritmica swinga di brutto. I’m Gonna Get My Baby è classico Chicago blues, e anche se l’autore Jimmy Reed non ha mai inciso per la Chess,  il sound è quello di quei dischi, poi ribadito nel classico slow di una Flood, proveniente dal repertorio di Muddy Waters, ancora con la bella voce espressiva di Wilson in evidenza, ma anche la slide di Flynn, e gli altri solisti si danno da fare. Comunque il risultato sonoro non cambia neppure quando i Cash Box Kings cantano e suonano le proprie canzoni, come nel divertente rockabilly di Build That Wall, con la piacevole e squillante voce di Nosek e la chitarra twangy di Flynn, oppure nel solido Blues For Chi-Rag, scritta a quattro mani da Joe e da Oscar, che la canta con la sua potente ugola, mentre i fiati aggiungono spessore all’eccellente lavoro del sempre eccellente Billy Flynn.

Certo, un pezzo di Robert Johnson, come Travelling Riverside Blues, anche in una versione solo per voce e chitarra bottleneck, ha ben altro spessore autorale; poi ci si torna a divertire con la leggera e vorticosa If You Get A Jealous Facebook Woman Ain’t Your Friend (titolo che segue la “modernità” della Download Blues del precedente album, anche se il sound è pur sempre quello del secolo scorso). E pure la leggiadra Daddy Bear Blues, cantata in modo suadente da Nosek, è sempre musica da club degli anni ’50, con il pianino barrelhouse di Kanahira che si fa notare, come pure il mandolino di Flynn; altro “bluesaccio” torrido del grande Muddy in una pimpante Sugar Sweet, https://www.youtube.com/watch?v=vQI2o5oP35w sempre più o meno Chess Records metà anni ’50, fedele all’originale, forse fin troppo, e questo è per certi versi il (piccolo?) limite di questo album, fin troppo didascalico e citazionista a tratti, anche se assai godibile. I’m A Stranger è un buon slidin’ blues, con uso puree di armonica e piano, e la solita voce passionale di Wilson, che rilancia nella successiva I Come All The Way From Chi-Town, un omaggio alla propria città di origine, ovvero Chicago, sede della loro nuova etichetta Alligator, solo per voce, chitarra e armonica, prima di tornare al divertimento con la spensierata e scatenata All Night Long di Clifton Chenier e al “bluesabilly” di Don’t Let Life Tether You Down, affidata di nuovo a Joe Nosek.

Bruno Conti    

Supplemento Della Domenica Di Disco Club: Fabrizio Poggi – Quattro Chiacchiere, Ma Anche Di Più, Con Il Blues(man)!

Fabrizio Poggi foto di Riccardo Piccirillo 1

Foto di Riccardo Piccirillo

Credo che tutti quelli che leggono questo Blog sappiano chi sia Fabrizio Poggi, cantante, armonicista, soprattutto, ma non solo, un bluesman completo: Fabrizio è anche un divulgatore che ha scritto diversi libri sull’armonica, sul blues e sulla musica folk, è in attività da molti anni, ha inciso venti album (anzi ventuno), sotto varie “ragioni sociali” e ha suonato in Italia con Eugenio Finardi, Enrico Ruggeri, Gang, Luigi Grechi De Gregori, Danilo Sacco (Nomadi), Francesco Baccini e tanti altri. Ha anche svolto una fitta attività negli Stati Uniti, dove ha inciso parecchi dischi incrociando la sua strada con gente come i Blind Boys of Alabama, Charlie Musselwhite, Little Feat, Ronnie Earl, Kim Wilson, Marcia Ball, John Hammond, Sonny Landreth, Garth Hudson  della Band, Ruthie Foster, Guy Davis, Eric Bibb, Otis Taylor, Mike Zito, Bob Margolin, Flaco Jiménez, David Bromberg, Zachary Richard, Jerry Jeff Walker, Bob Brozman, e potremmo proseguire ad libitum, molti usciti a nome Chicken Mambo. All’inizio dell’anno, in seguito alla pubblicazione dell’ultimo disco Fabrizio Poggi And The Amazing Texas Blues Voices, si è recato di nuovo negli States dove ha suonato sulla nave della Legendary Blues Cruise, in coppia con Guy Davis, e a fianco di grandi artisti come Ruthie Foster, Taj Mahal, Lee Oskar, tra i tantissimi in azione durante la crociera. E poi, sempre con Davis, alla Carnegie Hall, per una serata speciale dedicata a Lead Belly. Il suo disco del 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/08/31/piccolo-aiuto-dai-amici-gran-bel-disco-fabrizio-poggi-and-the-amazing-texas-blues-voices/ ha vinto il premio come miglior album internazionale negli ultimi JIMI Award (gli Oscar della prestigiosa rivista Blues411) e in passato è stato insignito del Premio Oscar Hohner Harmonicas e candidato ai Blues Music Awards (gli Oscar del Blues). Insomma non il primo che passa per strada, probabilmente il più conosciuto bluesman italiano negli Stati Uniti.

Per una volta vorrei partire addirittura da prima di quello che tu stesso hai definito il tuo “ammalarsi di blues”, sindrome che tu dici ti ha colpito da oltre 40 anni , in pratica quando eri un ragazzino, ma, andando ancora più indietro, proprio ai primordi della tua carriera di ascoltatore, ci sarà stata anche dell’altra musica che sentivi quando eri giovane? Cosa girava per casa, c’erano altri appassionati di musica in famiglia, o sei una sorta di “autodidatta”?

Vengo da una famiglia operaia povera e numerosa di una piccola e grigia città di provincia come ce ne sono tante nel mondo e la musica non era certo tra le cose prioritarie in casa mia. Non sono mai girati dischi e la musica che sentivo era quella leggera degli anni Sessanta che trasmettevano alla radio. Io non me ne ricordo ma mia madre dice che ho sempre comunque mostrato interesse per la musica tanto che seguivo la hit parade di Luttazzi battendo sulle pentole della cucina. Ho cominciato ad ascoltare la musica americana e i nostri cantautori attraverso i miei compagni delle medie “benestanti” che potevano permettersi di comprare dischi e bontà loro mi facevano le mitiche cassette. Non ho mai preso lezioni di nulla e sono completamente autodidatta tanto che c’ho messo anni ad avere informazioni su come suonare l’armonica. Ai miei tempi non c’era nulla e i pochi che avevano qualche informazione se la tenevano ben stretta, tanto che per tantissimi anni ho pensato che qui in Italia non vendessero le stesse armoniche che vendevano negli States e con cui sicuramente sarebbe stato più facile suonare il blues. A quattordici anni cominciai a lavorare in fabbrica, un amico mi prestò il primo disco dei Santana e così decisi di suonare le percussioni. Andai a Milano e mi comprai un paio di congas e altre piccole percussioni per poi accorgermi che nelle cantine dove si suonava, la musica che andava per la maggiore era l’hard rock e che quindi di me non sapevano che farsene. Vendetti tutto e a militare imparai a suonare la chitarra. All’epoca mi piacevano soprattutto i cantautori italiani e quelli americani. Guccini, De Gregori, Dylan, Neil Young e tutti gli altri. O almeno quelli che si riuscivano a trovare. Poi scoprii la chitarra jazz e Wes Montgomery e studiavo per conto mio la notte per suonare come lui. Un incidente in fabbrica mi lesionò la mano destra e dovetti abbandonare la chitarra. Fu un momento di grande tristezza e un’armonica che avevo in un cassetto mi aiutò molto in quel periodo. Avevo vent’otto anni e lì scoprii quasi senza rendermene conto che l’armonica e il blues erano la lingua più naturale per esprimere ciò che non riuscivo a dire con le parole.

Fabrizio Poggi foto di Mario Rota 1

Foto di Mario Rota

In altre interviste hai detto che è stata l’armonica a sceglierti, più che viceversa, e che uno degli elementi scatenanti è stata la visione del film “Last Waltz” e in particolare l’apparizione di Muddy Waters e il suono dell’armonica di Paul Butterfield, confermi, o c’erano stati altri prodromi, indizi premonitori, che quella sarebbe stata la tua strada maestra e la mouth harp il tuo strumento?

Forse un segno premonitore c’era stato e lo racconto in una mia vecchia canzone che si chiama Just a cowboy che credo si trovi facilmente in rete. Avevo su per giù dieci anni, quando mio padre mi regalò una bellissima pistola da cowboy. Era stupenda, aveva il manico di madreperla e costava un sacco di soldi. Come ho già scritto la mia famiglia non nuotava certo nell’oro, ma io avevo insistito così tanto che mio padre, tra mille sacrifici, me la comprò. Nel pomeriggio dello stesso giorno andai fuori a giocare, ed incontrai un ragazzino zingaro, che  seduto su una panchina suonava una vecchia armonica arrugginita. Mi innamorai subito di quel magico suono e gli chiesi se volesse scambiarla con la mia pistola nuova di zecca. Naturalmente lui disse subito di sì. Mio padre si arrabbiò molto, ma forse lì cominciò a succedere qualcosa dentro di me. Un mio amico texano a cui avevo raccontato questa storia un giorno mi disse: ”Forse sei solo un cowboy nato nel posto sbagliato, il tuo cavallo è un sogno, la tua pistola una canzone. A volte capita.” E da lì nacque quella canzone.

Parlando di armonica ho visto che citi tra i tuoi preferiti alcuni nomi direi immancabili, come i due Sonny Boy Williamson, James Cotton, Paul Butterfield e Charlie Musselwhite, ma non per esempio Little Walter e Big Walter Horton, che molti considerano i più importanti, a favore di nomi “oscuri” come Jazz Gillum e Noah Lewis (che però gli appassionati dei Grateful Dead conoscono perché è quello che ha scritto “New, New Minglewood Blues” e “Viola Lee Blues”. So che ce ne sono decine di altri bravissimi, ma si tratta di una scelta precisa o solo una mera dimenticanza?

Nessuna delle due, quello è solo un elenco assolutamente parziale di armonicisti che mi hanno particolarmente influenzato. Forse perché la maggior parte di loro suonava l’armonica acustica che prediligo. Ho ascoltato tantissimo Little e Big Walter e tutti quelli che sono venuti prima e dopo di loro. Tutti gli armonicisti sono importanti quando ci si avvicina all’armonica e tutti danno il loro contributo. Credo di aver espresso piuttosto compiutamente il mio rapporto con i grandi dell’armonica blues nel mio libro “Il soffio dell’anima” che ho scritto proprio per colmare un vuoto immenso che c’era e c’è intorno all’armonica nel nostro paese. E’ piuttosto curioso e interessante notare che appunto Lewis e Gillum che sono stati dei capiscuola, tanto che Little e Big Walter hanno dichiarato più volte di essere stati influenzati da loro, oggi siano pressoché dimenticati. E’ un peccato e anche un po’ ingiusto perché hanno avuto un ruolo importantissimo per lo strumento. Consiglio a chi mastica un po’ di inglese di leggere la bellissima biografia di Little Walter uscita qualche anno fa per scoprire cose assolutamente inaspettate.

Tornando a Noah Lewis, una curiosità: questo signore era famoso anche perché era in grado di suonare due armoniche contemporaneamente, una con la bocca e una con il naso, ci hai mai provato, magari con gravi risultati per la tua salute?

C’erano tanti armonicisti che all’epoca dei “medicine show” suonavano l’armonica usando naso e bocca contemporaneamente. Secondo la leggenda, lo facevano anche i due Sonny Boy, Walter Horton, Peg Leg Sam e tantissimi altri. Io non c’ho mai provato ma non mi stupirei se ancora oggi ci fosse qualcuno anche nel nostro paese che lo fa. Erano “trucchi del mestiere” come quelli dei chitarristi che suonavano la chitarra dietro la schiena o facendo la spaccata e che servivano ad attrarre anche coloro che non erano interessati alla musica.

Fabrizio Poggi foto di John Bull 1

Foto di John Bull

Un altro armonicista importante, che ho astutamente saltato, è Sonny Terry: insieme al suo socio Brownie McGhee, è stato uno degli esponenti più importanti del blues acustico, vogliamo chiamarlo folk blues? I due hanno suonato insieme per quasi quarant’anni, fino al 1980, e nella mia qualità di “diversamente giovane” li ho visti proprio quell’anno, all’Anteo di Milano, in un concerto diciamo non memorabile in quanto i due non si parlavano praticamente più. Quindi tu, e la tua consorte Angelina, avete deciso di realizzare, in loro onore e insieme a Guy Davis, quello che è il tuo ultimo disco ( e di cui leggete a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/08/se-amate-il-blues-quasi-una-coppia-di-fatto-guy-davis-fabrizio-poggi-sonny-brownies-last-train/ ), intitolato  “SONNY & BROWNIE’S LAST TRAIN”. Come è nata l’idea?

Vidi anch’io Sonny e Brownie durante quel tour (credo che fosse l’aprile del 1980) in un piccolo cinema perso tra la nebbia delle risaie della Lomellina. Per me fu una grande esperienza. All’epoca non suonavo ancora l’armonica blues. Avrei voluto avvicinarli solamente per stringere loro la mano e ringraziarli per ciò che avevano dato alla musica, ma ero troppo giovane e timido per farlo. E poi all’epoca  conoscevo l’inglese a malapena. Il destino che, come non mi stancherò mai di dire, mi ha riservato una carriera al di sopra di ogni più rosea aspettativa, ha voluto che incontrassi in Guy Davis la persona giusta per “ringraziare” ora e finalmente dopo quasi quarant’anni Sonny & Brownie per ciò che hanno fatto per il blues e la musica in generale in un momento in cui il blues acustico è stato un po’ messo da parte. La mia compagna Angelina che è sempre stata parte fondamentale di tutti i miei percorsi aveva notato che quando ero on the road con Guy parlavamo spesso di questi due giganti del passato e di quanto sia io che Guy fossimo stati profondamente influenzati da loro. Angelina ci ha detto che era nostro “dovere” fare un disco per ricordarli e così abbiamo fatto. L’anno scorso ci siamo chiusi due giorni in uno studio a Milano e suonando dal vivo ma soprattutto improvvisando sul momento canzoni che non avevamo mai suonato è venuto fuori questo album in cui spero che lo spirito di Sonny e Brownie venga fuori con la debita riconoscenza che tutto il mondo del blues deve loro. Guy dice che è una “lettera d’amore” e io sono d’accordo con lui. Come canta nella prima canzone del disco e che dà il titolo all’album “Goodbye Sonny, Goodbye Brownie see you on the other side”.

Mi ricollego a quanto appena detto, citando il titolo di una canzone scritta da Muddy Waters, proprio con Brownie McGhee, “The Blues Had A Baby And They Named It Rock and Roll”, per ricordare che comunque i tuoi concerti dal vivo (di cui leggete un esempio sotto, a fine intervista), con i Chicken Mambo, hanno una forte componente “elettrica”, la band tira di brutto, versioni lunghissime dei pezzi, grande interazione con il pubblico e quindi anche il lato R&R della tua personalità musicale viene a galla, è vero?

Il blues è davvero la madre, la radice di tutto ciò che è venuto dopo. E’ quello che canto nel “nuovo” testo che ho scritto per “the blues is alright”. Il rock è nel mio DNA ed è la musica che ha fatto da colonna sonora alla mia adolescenza in cui amavo perdermi nei lunghi assoli di Duane Allman e Mike Bloomfield ed è un altro aspetto della mia personalità. Ho sempre ascoltato tutta la musica senza confini di genere. Parlando con molti dei miei eroi giovanili che ora sono diventati miei eroi ho scoperto che anche loro facevano la stessa cosa anche se poi magari si sono dedicati a un genere particolare. Anche i grandi bluesmen itineranti del passato non hanno mai suonato solamente blues ma tutto ciò che gli permetteva di far dimenticare alle persone almeno per un po’ il male di vivere. L’interazione con il pubblico è un importante aspetto del blues che ho imparato proprio in Mississippi, là dove il blues è nato. Lì davvero come dico spesso palco e platea non esistono. C’è una connessione quasi magica tra chi suona e chi ascolta. E quindi spesso si battono le mani e si canta tutti insieme. E’ un rito liberatorio, quasi salvifico. D’altronde blues e spiritual sono facce della stessa medaglia e davvero il blues è peccato e redenzione.

Ancora un paio di domande, la prima sul tuo passato anche in un ambito più folk, con i Turututela: è possibile che avrà ancora futuri sviluppi questa altra passione?

Molti considerano il blues la sola musica autoctona americana. Il loro folk più autentico, ed è probabilmente vero. Quindi diciamo che in realtà non ho mai smesso in di suonare musica folk. Per ora sono sceso dal treno della musica popolare, ma l’esperienza è stata davvero eccitante seppur dolorosa considerando lo scarso interesse che c’è intorno al genere e non è detto che un giorno, magari in un’altra vita, possa tornare a bordo.

E infine l’ultima, immancabile, sui classici cinque dischi da portare sull’isola deserta?

Domanda difficilissima anche perché cambio continuamente e domani l’elenco potrebbe essere completamente diverso. Ecco quello di oggi:

Muddy Waters (qualcuno dei suoi primi dischi)

Rolling Stones Exile on Main St.

The Band The Last Waltz

Bob Dylan The Freewheelin’

Sonny Boy Williamson II (le incisioni della Chess)

WEB-270x278-POGGI locandina concerto febbraio 2017

Il Concerto, Spazio Teatro 89 – Milano – Sabato 18 Febbraio 2017

Dal vivo Fabrizio Poggi e i suoi compagni Chicken Mambo sono una vera macchina da blues, ma hanno anche tante connotazioni rock e un irrefrenabile spinta verso l’improvvisazione, tenete conto che nel corso della serata, durata circa due ore, hanno eseguito “solo” nove brani, quindi la lunghezza di ogni pezzo viene dilatata dalla capacità dei vari solisti di lanciare i loro strumenti in continui assoli e rilanci, ma anche dal dialogo tra Fabrizio e il pubblico, con incitamenti a tenere il tempo, battere le mani, cantare, insomma interagire con i musicisti sul palco, nella migliore tradizione delle 12 battute, ma anche un tiro e una potenza tipiche delle band rock (blues), questa sera ingigantita dalla presenza a sorpresa di Claudio Bazzari, alla seconda chitarra solista, a fianco del “titolare” Danny De Stefani, i due ingaggiano alcuni duetti poderosi che mi hanno ricordato quasi la verve degli Allman Brothers dei tempi d’oro (ho esagerato? Non credo!), ben sostenuti dall’organo di Claudio Noseda e dalla sezione ritmica di Tino Cappelletti, che pompa imperturbabile sul suo basso e Gino Carravieri, preciso e grintoso alla batteria, in più Fabrizio estrae dalla sua immancabile valigetta una serie quasi inesauribile di armoniche, aneddoti e storie di blues, a partire da una ritmata e scandita  Hole in Your Soul, che contiene nel testo uno dei motti di Poggi, ovvero “Chi non ama il blues ha un buco nell’anima”, trovata sul muro di un negozietto nel Mississippi, nel corso dei suoi viaggi americani. Checkin’ Up On My Baby scritta da Sonny Boy Williamson II, nel suo incedere ricorda molto Mastro Muddy e si avvale di un ottimo solo di De Stefani, che già nel precedente brano aveva scaldato l’attrezzo, in alternanza con l’organo di Noseda.

Entrambi protagonisti nuovamente in una pimpante rivisitazione di You Gotta Move (era su Mercy), al crocicchio tra Rev. Gary Davis, Fred McDowell e gli Stones, ovvero il blues e il rock più genuino. Poi sale sul palco anche Bazzari per una lunghissima Midnight Train, preceduta dagli sbuffi di armonica che ricreano lo stantuffo del treno, e con l’ottimo Claudio, armato di una Stratocaster, che ci regala un solo di tecnica e gusto squisito, in un continuo crescendo della sua solista. Bazzari rimane sul palco anche per la successiva I’m On The Road Again, che appare in diversi album di Fabrizio Poggi, e illustra il suo amore pure per la canzone Americana, rivista in questa occasione in una chiave più grintosa e tirata, che è il mood della serata, ma anche in generale dei concerti del nostro, che continua ad incitare il pubblico e i suoi musicisti a dare il meglio. Nobody’s Fault But Mine è l’unico brano tratto dal suo più recente album Amazing Texas Blues Voices, e il buon Fabrizio cerca di non far rimpiangere Carolyn Wonderland che la cantava sul CD. Nel corso della serata Poggi scende anche tra il pubblico del Teatro per un lungo e coinvolgente assolo di armonica non amplificata, per poi omaggiare la sua compagna di viaggio (in tutti i sensi) con una dolce e sentita ballata come Song For Angelina, deliziosa nella sua melodia. Torna Bazzari per il gran finale, prima con una chilometrica, vorticosa e scandita The Blues Is Alright, dove Claudio e Danny De Stefani si “affrontano” a colpi di chitarra, con Noseda che strapazza la sua tastiera da tutte le posizioni, mentre Fabrizio dirige le operazioni, presenta la band ripetutamente, sempre soffiando con forza nella sua armonica, prima di lasciare il palcoscenico alla band, per un finale strumentale di rara potenza, con assoli dei vari protagonisti, anche la sezione ritmica Le luci sembrano accendersi, ma, c’è ancora tempo per una fantastica Bye Bye Bird, ancora di Sonny Boy II, il testo è minimo, ma la musica è nuovamente vorticosa, con armonica, chitarre, organo a scatenarsi in continui soli e la ritmica, con Cappelletti (autore anche di simpatici siparietti con Fabrizio nel corso della serata) e Carravieri a legare il tutto, con classe e grande abilità. Insomma un grande showman, una band coesa e di rara efficacia, che non ha nulla d invidiare alle migliori formazioni americane, per una serata di blues che sarebbe stato un peccato non vedere. Se capitano dalle vostre parti non mancate, lo spettacolo è assicurato, e anche la musica.

Bruno Conti    

P.S Mi scuso per il ritardo con cui è stata postata, in effetti l’intervista avrebbe dovuto essere pubblicata qualche tempo fa, ma poi per vari motivi ci sono stati dei ritardi, quindi eccola alla fine, e comunque se volete altre informazioni, sulla discografia, anche sulle date dei concerti e in generale sull’attività di Fabrizio Poggi, potete andare qui http://www.chickenmambo.com/ nel suo bellissimo sito.

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Una Garanzia Nell’Ambito Blues E Dintorni. John Primer & Bob Corritore – Ain’t Nothing You Can Do

John primer & bob corritore ain't nothing you can do

John Primer & Bob Corritore  – Ain’t Nothing You Can Do – Delta Groove Music/Ird

Il marchio dell’etichetta Delta Groove ormai è una garanzia nell’ambito blues e zone limitrofe, e questo nuovo album dell’accoppiata John Primer & Bob Corritore (come un altro titolo di cui avete letto a parte http://discoclub.myblog.it/2017/06/09/sempre-piu-un-mostro-della-chitarra-monster-mike-welch-and-mike-ledbetter-right-place-right-time/ ) ne è la riprova. Si tratta del secondo disco che i due registrano insieme, il primo, ottimo, Knockin’ Around These Blues, era uscito nel 2013, e se amate il classico Chicago Blues, elettrico e vibrante, ve lo consiglio vivamente. Ma pure questo nuovo Ain’t Nothing You Can Do si mantiene su livelli elevati. John Primer, nel frattempo, è stato alla guida di quel progetto collettivo Muddy Waters At 100, che celebrava il centenario della nascita di una delle pietre miliari del Blues. Musicista e uomo con il quale Primer aveva condiviso i palchi negli ultimi tre anni di carriera, da fine 1979 al 1983, apparendo anche nel Live At Checkerboard Lounge, la famosa serata con gli Stones, registrata nel locale di Chicago nel 1981, e uscita postuma nel 2012 in DVD, e in questi giorni pubblicata anche in CD. Poi Primer ha suonato per 14 anni con Magic Slim & The Teardrops, prima di avviare la sua carriera solista nel 1995 con The Real Deal.

E in effetti Alfonso “John” Primer è uno degli ultimi “veri affari” del blues di Chicago, pur essendo nato, come molti altri, nei pressi della zona del Delta, in quel di Camden, Mississippi, quindi nella patria delle 12 battute. Il nostro amico è uno degli ultimi “originali” della scena nata intorno a quei locali di Maxwell Street, Theresa’s, Checkerboard e Rosa’s Lounges, sviluppando uno stile che oggi è quanto di più vicino a come suonerebbe e canterebbe Muddy Waters (se non avesse 100 anni ovviamente, o forse sì): una voce ancora forte e decisa, ricca di grinta, uno stile chitarristico di buona fattura alla solista tradizionale e di grande spessore alla slide, e la capacità di circondarsi di buoni musicisti nei propri dischi. Anche Bob Corritore all’armonica, per quanto ultimamente una sorta di “prezzemolino” nei dischi di genere, non si può negare sia uno dei migliori che il mercato offra. Ma nel disco troviamo anche Henry Gray, al piano in tre brani, Barrelhouse Chuck, anche lui al piano, nei restanti pezzi, scomparso lo scorso dicembre e ricordato nelle note dell’album, Big John Atkinson e Chris James, alle chitarre, a rinforzare il sound del disco, che se non sfocia mai nel rock, ha comunque la forza ed elettricità tipiche del miglior blues urbano, insomma forse le chitarre non ruggiscono mai alla Buddy Guy, o come i tre King, ma sono comunque ben presenti nell’economia del suono, e anche la sezione ritmica con Troy Sandow e Patrick Rynn che si alternano al basso e Brian Fahey alla batteria, ha comunque la brillante “presenza” delle incisioni targate Delta Groove.

La prima e l’ultima canzone portano la firma di Alfonso Primer, ma non differiscono comunque nelle intenzioni da tutti gli altri classici presenti nell’album: il primo pezzo Poor Man Blues, è quasi più Muddy Waters dell’originale, sia per il groove dello shuffle come per la voce e l’uso di chitarre ed armonica, assomiglia in modo impressionante al Maestro, ed Elevate Me Mama un pezzo di Sonny Boy Williamson, ma anche questo nel repertorio di Waters, gode inoltre di uno splendido lavoro di Corritore e di Barrelhouse Chuck al piano, oltre che di John Primer che primeggia alla slide. Hold Me In Your Arms è un brano di Snooky Pryor, ma l’atmosfera è sempre quella del Chicago Blues, sia pure con una decisa vena R&R in questo pezzo, più mosso di quanto lo precede nel CD e con Henry Gray che può scatenare il suo piano in un brillante solo; ma si torna subito al repertorio di Muddy con un super slow di grande intensità come Big Leg Woman dove Primer brilla di nuovo a voce e bottleneck guitar, con gli altri solisti comunque in bella evidenza.

Gambling Blues è l’omaggio ad un altro dei vecchi datori di lavoro di Primer, ossia Magic Slim, un altro classico shuffle eseguito in grande scioltezza; poi è la volta di Bob Corritore, alle prese con un suo brano strumentale Harmonica Boogaloo, dove si apprezza la grande tecnica del musicista di Chicago (ma anche il resto della band non scherza), comunque in evidenza in tutto il disco. Ain’t Nothing You Can Do non è il famoso brano di Bobby “Blue” Bland ma un pezzo omonimo di Albert King, un lungo “lentone” dove i veri bluesmen soffrono e il nostro John non si esime, ben spalleggiato da Gray; anche la successiva For The Love Of A Woman era di King, uno dei suoi classici funky blues del periodo Stax, prodotto all’epoca da Don Nix che è anche l’autore del brano. Mancava un bel pezzo di Howlin’ Wolf ed allora ecco arrivare a tutta slide una poderosa May I Have A Talk With You che mostra anche l’influenza di Elmore James, mentre a chiudere il cerchio l’altro brano firmato da Primer, When I Leave Home, un altro intenso slow che avrebbe fatto un figurone sui vecchi album Chess di Muddy Waters, come peraltro tutto il contenuto di questo eccellente album.

Bruno Conti

E Anche Uno Degli Ultimi Grandi Del Blues Ci Ha Lasciato! E’ Morto James Cotton, Aveva 81 Anni.

james cotton 80

jamescottonviabluesempress

Se ne è andato ieri anche James Henry Cotton da Tunica, Mississippi, aveva 81 anni. E’ morto per i postumi di una polmonite al centro medico di Austin, Texas. E’ stato uno degli ultimi grandi del Blues, a lungo con Muddy Waters, ma anche con una carriera solista ricca di ottimi esempi. Non a caso il suo penultimo album si chiamava Giant. Visto che a maggio del 2013 era uscito il suo ultimo disco in assoluto Cotton Mouth Man, ho pensato di ripubblicare (con qualche piccolo ritocco) quanto avevo scritto per l’occasione, in tributo alla sua memoria, che Riposi In Pace anche lui.

cotton-mouth-man

Il lungo titolo del Post nel-frattempo-la-alligator-continua-a-non-sbagliare-un-disco  è un composito tra un album di Luca Carboni e un film della Wertmuller, ma il contenuto è inequivocabilmente 100% Cotton, come riportava il titolo di uno dei suoi dischi migliori. Il vecchio leone del Mississippi può anche avere perso la voce per i problemi di salute legati ad un cancro alla gola contratto alla fine degli anni ’90, e l’ultima esecuzione vocale “seria” risale al 2000, ma come armonicista è nella categoria Giant, come ci ricordava anche il suo penultimo disco, e primo per la Alligator, del 2010.

James Cotton è stato sicuramente una delle ultime “leggende del blues”: nativo di Tunica, Mississippi, è stato però una delle colonne portanti del blues di Chicago dall’inizio degli anni ’50, prima con Howlin’ Wolf e poi, in alternanza con Little Walter, ma anche da solo, l’armonicista della band di Muddy Waters, nel periodo migliore di McKinley Morganfield, all’incirca fino a metà anni ’60. Tra il 1966 e il ’67 ha iniziato la sua carriera solista, mantenendo comunque una fittissima agenda di impegni (anche un ritorno con Waters per Hard Again) che gli permette di contare la bellezza di 914 credits nella lista delle collaborazioni su AllMusic (non saranno tutti veri perché non sempre il portale musicale è precisissimo ma rimane un numero ragguardevole)!

E sapete una cosa, secondo me, questo Cotton Mouth Man si inserisce nella Top 5 dei suoi migliori lavori all time. Tom Hambrige, il batterista, autore e produttore (anche di questo CD), che negli ultimi anni ha lavorato proficuamente con Joe Louis Walker, George Thorogood e Buddy Guy, confermandosi una sorta di Willie Dixon bianco, ha realizzato un piccolo capolavoro con questo album. Concepito come una sorta di concept album sulla vita di Cotton, questo escamotage permette di incorporare nella musica, che è tutta scritta ex novo, anche molti riff e fraseggi dai classici del blues, senza rischiare la denuncia per plagio. Lo stesso Cotton, Richard Fleming, Gary Nicholson e Delbert McClinton hanno collaborato come co-autori, ma il cuore dell’album risiede nell’opera di Hambridge. L’armonica di James, ancora in grandissima forma al suo strumento, ha un ruolo fondamentale, così come la presenza di un vero who’s who della musica tra gli ospiti che si alternano nel disco.

La partenza è fulminante: su un groove trascinante ordito dalla coppia Hambridge-Tommy McDonald, la voce dell’ottimo Darrell Nulisch e l’armonica poderosa di Cotton, la chitarra di Joe Bonamassa confeziona uno dei migliori solo della sua carriera, conciso ma fulminante come poche volte, l’epitome perfetta del blues(rock). Dopo una breve introduzione di quella che fu la voce del nostro amico, riparte un train sonoro inarrestabile, non per nulla Midnight Train, dove si ricompone la coppia Gregg Allman voce (efficace ma non fantastico per l’occasione) e Chuck Leavell al piano Wurlitzer, ben sorretta da due delle colonne portanti della band dello stesso Cotton, il chitarrista Tom Holland e il bassista Noel Neal. Leavell rimane, al piano acustico, per un sentito omaggio a Waters, Mississippi Mud, uno slow blues che ci permette di apprezzare quello che è, quando vuole, uno dei più grandi cantanti del blues contemporaneo, Keb’ Mo’, eccellente in questo brano. Anche nell’altro resoconto della vita di Cotton nella Chicago anni ’50, He Was There, possiamo ascoltare la James Cotton Blues Band al completo in questo caso, con Jerry Porter che si reimpossessa (per un brano) del seggiolino della batteria a scapito di Hambridge, Nulisch alla voce solista, Holland alla chitarra e l’ospite Leavell al piano, un blues “duro e puro”.

Fantastica è la tiratissima Something For Me con un drive alla Allman Brothers dei tempi di Duane garantito da un assatanato Warren Haynes alla chitarra slide e voce e con Cotton che soffia nella sua armonica come se non avesse i 78 anni che ha! Wrapped Around My Heart con Chuck Leavell che passa all’organo per l’occasione e Rob McNelley alla solista è un gagliardo slow blues cantato alla grande da Ruthie Foster, il sound ricorda quello dei migliori brani dell’ultimo Robert Cray, ben tipizzati dal recente Nothin But Love, di cui questo Cotton Mouth Man si candida come successore per il miglior disco blues elettrico contemporaneo del 2013, e che voce ragazzi, la Ruthie! Ancora Darell Nulisch si difende con classe in una vigorosa Saint On Sunday, dove la chitarra di Rob McNelley (una delle sorprese del disco, è il solista della band di McClinton, ma suona anche in un miliardo di dischi country, di quelli buoni) e l’armonica di Cotton hanno modo di mettersi in evidenza e anche il datore di lavoro di McNelley, ovvero Delbert McClinton, si conferma uno dei migliori cantanti bianchi tuttora in circolazione nella sapida Hard Sometimes, mentre l’armonica di Cotton giganteggia sul tutto.

I ritmi latin blues in apertura di Young Bold Women alleggeriscono per un attimo il mood del disco e si alternano con atmosfere più tirate in una gustosa varietà. Bird Nest On The Ground è l’unica cover del disco, un Muddy Waters minore, come notorietà della canzone, ma non per l’intensità dell’esecuzione, sempre garantita dalla house band del disco, senza ospiti in questo caso, se si esclude Leavell al piano (peraltro presente in quasi tutti i brani, meno due). L’unico ospite che non lascia ma raddoppia è l’ottimo Keb’ Mo’, anche alla chitarra, in una soffusa e leggermente vellutata Wasn’t My Time To Go. Vigorosa viceversa la atmosfera da puro electric Chicago Blues che si respira in Blues Is Good For You, quasi un manifesto di intenti, mentre la conclusione, in tono minore, è affidata al duetto tra James Cotton, anche alla voce, spezzata e vissuta, oltre che all’armonica e Colin Linden alla Resonator Guitar in Bonnie Blue.

La data di uscita ufficiale sarebbe il 7 maggio ma per i misteri del mercato discografico è già in circolazione nelle nostre lande. Un ottimo disco di blues, da 4 stellette nei primi 5 brani, ma eccellente nella sua totalità, candidato già fin d’ora alle liste dei migliori di fine anno e degno epilogo, se così sarà, ma non è detto, della carriera di uno dei più grandi armonicisti della storia del Blues, degno erede del suo mentore Sonny Boy Williamson!

Bruno Conti

Come Le Ciliegie, Un Otis Tira L’Altro ! Otis Taylor – Fantasizing About Being Black

otis taylor fantasizing

Otis Taylor – Fantasizing About Being Black – Trance Blues Festival/Inakustik/Ird

Per chi non lo conoscesse, Otis Taylor è un polistrumentista, nato a Chicago nel ’48, ma trasferitosi poi a Denver con la famiglia, dove cresce e impara a suonare giovanissimo il banjo, per passare in seguito alla chitarra ed armonica, formando quindi il suo primo gruppo nel ’64, che non poteva che chiamarsi Otis Taylor Blues Band. Dopo qualche delusione decide di abbandonare la musica e guadagnarsi da vivere lavorando come antiquario (specializzandosi in oggetti dei nativi americani e dei cowboy afro-americani), per poi ritornare sulle scene musicali soltanto nel ’95 in occasione di un concerto di beneficenza. L’avventura discografica di Taylor inizia solo nel ’96 con Blue Eyed Monster (un disco con Kenny Passarelli al basso e Eddie Turner alla seconda chitarra), che stranamente Otis, non si sa per quale motivo, ha sempre rinnegato, a cui fa seguire il blues minimale di When Negroes Walked The Earth (98), l’eccellente White African (01) e a breve termine Respect The Dead (02), dischi che segnalano l’avvento di un talento di prima grandezza della musica blues. Negli anni duemila, a seguire, escono ancora a breve distanza l’uno dall’altro, Truth Is Not Fiction (03), Double V (04), Bellow The Fold (05), Definition Of A Circle (07), Recapturing The Banjo (08) un viaggio sonoro affascinante, Pentatonic Wars And Love Songs (09), e Clovis People Vol.3 (dove tra i musicisti presenti spicca la collaborazione della figlia Cassie, *NDB Autrice anche di un album solista non particolarmente memorabile http://discoclub.myblog.it/2013/05/14/figli-a-d-arte-cassie-taylor-out-of-my-mind/), con la costante che in gran parte sono tutti caratterizzati dalla prevalenza di storie e canzoni tristi, che parlano di morte, malattie, solitudine e sofferenza.

Dopo un periodo difficile a causa di problemi personali, OtisTaylor ritorna in studio per incidere ottimi lavori come Contraband (12), dove blues e musica africana vanno di pari passo, My World Is Gone (13), un sentito omaggio ai suoni dei Nativi Americani, e il recente Hey Joe Opus Red Meat (15), un disco di blues che mischia sonorità folk e rock in modo personale, fino ad arrivare a questo ultimo Fantasizing About Being Black, un lavoro ambizioso dove Otis racconta la storia degli afro-americani dai tempi della schiavitù, sino ai fatti più recenti, un po’ come ha fatto di recente anche Rhiannon Giddens  http://discoclub.myblog.it/2017/02/22/un-viaggio-affascinante-lungo-strade-per-la-liberta-rhiannon-giddens-freedom-highway/ . I membri della band che accompagna Taylor, voce, chitarra e banjo, sono la brava Anne Harris al violino, il bassista Todd Edmunds, il batterista Larry Thompson, con il sostegno di musicisti del calibro del grande Jerry Douglas alla lap steel guitar, il cornettista Ron Miles, e il giovane virtuoso chitarrista Brandon Niederaurer, per un totale di undici brani (di cui quattro recuperati dai suoi precedenti lavori, e riproposti in diverse versioni), che formano una sorta di “concept-album” avvincente e poetico.

L’apertura di Fantasizing About Being Black è affidata al recupero di Twelve String Mile (era su When Negroes Walked The Earth), dove si nota subito il tocco di Jerry Douglas, mentre Walk On Water (la trovate su Clovis People), è rivoltata come un calzino, con un suono di chitarra quasi in stile “flamenco”, per poi passare alla prima nuova canzone Banjo Bam Bam, con il violino della Harris che segue il ritmo ripetitivo del banjo, e cambiare di nuovo passo con il tambureggiante rock-blues di Hands On Your Stomach, dove si manifesta la bravura alla chitarra di Niederaurer. Le “fantasie” si intensificano con l’intrigante “funky-blues” di Jump Jelly Belly, con un bel lavoro di Ron Miles (che non era presente nell’album Respect The Dead), mentre la seguente Tripping On This è in uno stile “Delta Blues” elettrico, cantata da Otis con Muddy Waters nel cuore, passando per una convincente D To E Blues, con un tessuto sonoro dove il violino scandisce il tempo, e il meraviglioso e ossessivo  caldo “groove” di Jump Out Of Line. Le chitarre di Otis e Brandon introducono e accompagnano una toccante Just Want To Live With You, per poi ritornare ad un “groove” mosso con la sincopata Roll Down The Hill, e chiudere in bellezza con la stratosferica Jump To Mexico, una ballata morbida e straziante con in evidenza, oltre alla voce di Taylor, la chitarra slide di “master” Jerry Douglas. Commovente!

Fantasizing About Being Black è un viaggio a ritroso sulla storia della comunità “afroamericana”, in compagnia di musicisti incredibili, impegnati a ripercorrere le strade della memoria, con canzoni che hanno il potere di risvegliare sensazioni antiche, con la musica sempre puntuale nel fornire emozioni relative alle storie, per un disco non facile, a tratti drammatico, ma forse per questo sicuramente affascinante. Sembra ormai appurato che Otis Taylor non è un artista facile da catalogare (all’interno delle varie forme del blues), un musicista rispettoso delle tradizioni delle 12 battute classiche, ma anche con un suo personale modo di rivisitarle ed interpretarle, ed in questo contesto i punti di forza sono il suo superbo “songwriting”, la maestria nell’uso degli strumenti (chitarra, banjo e armonica), con canzoni che evocano le sue origini e la matrice afroamericana delle proprie radici musicali. Per chi scrive Otis Taylor è una delle figure di maggior spessore della scena “blues” contemporanea. Un altro piccolo capolavoro, da parte di un grande artista.!

Tino Montanari

 

Degno Figlio Di Tanto Padre? Per Quanto Possibile, Questa Volta Sì! Big Bill Morganfield – “Bloodstains On The Wall”

big bill morganfield bloodstains on the wall

Big Bill Morganfield – “Bloodstains On The Wall” – Black Shuck Records                  

William “Big Bill” Morganfield è il figlio di Muddy Waters, anche se in vita ha avuto scarsi contatti con il padre ed è stato allevato dalla nonna in Florida. E la sua carriera nell’ambito musicale è partita solo parecchi anni dopo la dipartita dell’augusto genitore avvenuta nel 1983: infatti il suo primo disco esce solo nel 1997, quando aveva già 41 anni, e da allora ne ha pubblicati comunque sette, compreso questo “Bloodstains On The Wall”. Nessuno particolarmente memorabile, alcuni anche buoni (ricordo di averne recensiti credo un paio), forse quest’ultimo il migliore in assoluto, ma ovviamente McKinley Morganfield era tutta un’altra storia: va bene che non sempre, anzi assai raramente, i figli d’arte riescono a raggiungere o avvicinare i vertici di chi li ha preceduti, ma almeno ha avuto il buon gusto di non farsi chiamare Big Bill Waters. A 60 anni, l’età del nostro amico oggi, il babbo aveva già realizzato una serie di capolavori quasi ininterrotta, cosa che non possiamo certo pretendere dal suo erede e mi fermo prima di avventurarmi in qualche giudizio di cui potrei poi pentirmi, diciamo che l’album in questione è un onesto album di Chicago Blues, ben suonato e con quattro brani composti dallo stesso Big Bill.

In sei brani appare la Mofo Party Band, con i tre fratelli Clifton, oltre a Brian Bischel alla batteria e Bartek Szopinski a piano e organo. Nei restanti brani ci sono parecchi ospiti di nome e sostanza: oltre ad un altro paio di figli d’arte, Eddie Taylor Jr. sicuramente e Chuck Cotton probabilmente, troviamo anche Colin Linden e Bob Margolin alle chitarre, nonché Augie Meyers al piano in un brano e Jim Horn al sax, e, in alternativa a John Clifton all’armonica, l’ottimo Steve Guyger soffia di gusto in una brillante I Don’t Know Why che porta la firma di Willie Dixon. Per sgombrare da equivoci il mio commento devo precisare che Big Bill Morganfield ha una eccellente voce, il marchio di famiglia si percepisce e il disco si gusta tutto d’un fiato, ripeto, non aspettiamoci il capolavoro, ma il Blues viene trattato con gusto e perizia in questo CD e anche se il disco è stato registrato tra Nashville, la California e il North Carolina si respira l’aria dei club fumosi di Chicago dove il papà si era costruito la sua reputazione. E il “giovane” Big Bill ha pure un eccellente tocco alla slide come dimostra in un intenso slow blues come When You Lose Someone You Love che porta la sua firma, e dove si apprezza anche il piano di Szopinski. Ogni tanto viene inserito il guidatore automatico, come nell’iniziale Lost Without Love o nella cadenzata Too Much, dove lo stile non dico si faccia scolastico ma manca un po’ di nerbo.

Però nella vibrante Help Someone il pianoforte corre a tutto boogie e sembra quasi di ascoltare Pinetop Perkins o Otis Spann, mentre nella title-track, in  origine un country blues degli anni ’50, qui trasformato in un brano alla Muddy Waters (e ci mancherebbe) tutti i musicisti suonano alla grande, a partire da Augie Meyers al piano, il titolare alla slide acustica (o forse è Linden?), Jim Horn al sax, Doc Malone all’armonica, grande intensità veramente. Niente male anche Can’t Call Her Name, lo spirito è sempre quello giusto delle 12 battute classiche, con chitarre ovunque e la penna di Morganfield si conferma capace. Se occorre si pesca dal repertorio: una Keep Loving Me scritta da Otis Rush, tirata e chitarristica come poche, preceduta da una sorprendente Wake Up Baby, leggera e divertente e che porta la firma di Lisa Stansfield (proprio lei!); avviso per i naviganti, i due brani sono invertiti nel CD e nel libretto, ma nulla sfugge al vostro recensore preferito. I Am The Blues è uno dei manifesti assoluti di questa musica, scritta da Willie Dixon, e qui resa in una eccellente versione da Big Bill Morganfield, che nell’occasione reclama la sua eredità con la giusta intensità e gli assoli di chitarra sono veramente ricchi di gusto. Anche un tocco di West Coast Blues con una cover di Help The Bear di Jimmy McCracklin e siamo al finale, Hold Me Baby, un’altra composizione di Big Bill presentata come bonus track: la slide è acustica, ma il tocco di “modernità” della drum machine potevano risparmiarcelo. Per il resto un ottimo album, meglio di quanto mi aspettassi.

Bruno Conti

Sempre Lui, Il Classico “Guitar Hero” Colpisce Ancora! Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1

philip sayce scorched earth volume 1

Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1 – Warner Music Canada

Di Philip Sayce, chitarrista nato in Galles, ma cresciuto in Canada, e in quella scena musicale molto apprezzato (grande amico di Jeff Healey, di cui è una sorta di discepolo, anche se un filo più “tamarro”), mi sono già occupato in altre occasioni, l’ultima volta per Influence il disco del 2014, ma come ho detto appunto in quella recensione  http://discoclub.myblog.it/2014/08/24/nuovo-capitolo-della-serie-bravo-basta-philip-sayce-influence/ (nonostante l’album fosse prodotto da Dave Cobb, che firmava anche alcuni brani con Philip), non mi ha mai convinto del tutto: intendiamoci, grande tecnica, una sana propensione verso un repertorio tendente al rock-blues, una eccellente presenza scenica, forgiata in lunghi anni sui palcoscenici di tutto il mondo come chitarrista della band di Melissa Etheridge. Insomma il classico “guitar hero”, sempre però della categoria Esagerati (con la E maiuscola): ma questa volta, nella dimensione Live, forse trova quasi una sorta di consacrazione, anche per chi non lo ama alla follia, ma lo rispetta, come il sottoscritto.

Come dice il titolo dovrebbe essere il primo volume (di una serie?): registrato dal vivo proprio in Canada, alla Silver Dollar Room di Toronto, città dove risiede, con una formazione triangolare, il classico power trio, in cui Joel Gottschalk è il fedele bassista, da molti anni con lui, mentre il batterista di solito è Jimmy Paxson, uno che ha suonato con Alanis Morissette, Dixie Chicks e Stevie Nicks, ma per l’occasione è sostituito da Kiel Feher. Forse l’unico difetto (o è un pregio, così non ci si annoia) è la durata del dischetto, solo 7 brani, per una durata totale di circa 40 minuti. L’influenza principale mi pare Jimi Hendrix (e per proprietà transitiva il suo discepolo Stevie Ray Vaughan) ma ci sono anche elementi del classico hard-rock, sia britannico che americano, anni ’70: Steamroller – Powerful Thing parte subito forte, una introduzione voce e chitarra, poi ci si tuffa in un power trio tirato anziché no, dove si apprezza anche la voce, piacevole quantunque non eccelsa di Sayce, il classico shouter rock, che poi però inizia a sciorinare il suo repertorio fatto di pirotecniche cavalcate soliste, dove oltre a Jimi, rivivono altri epigoni, come Frank Marino, lo stesso Jeff Healey (che però aveva un’altra classe), naturalmente SRV, di cui è ancora più evidente l’influenza nella successiva, poderosa, Blues Ain’t Nothing But A Good Woman On My Mind (pezzo di Don Covay), dove il nostro amico rivaleggia con gente come Bonamassa, Kenny Wayne Shepherd, Eric Gales e soci, una bella compagnia, in cui Philip non sfigura assolutamente.

Standing Around Crying/Aberystwyth è un eccellente slow blues in medley, il primo brano di Mastro Muddy Waters,  sognante e liquido, in cui Sayce disvela tutta la sua tecnica, ma anche un eccellente feeling, in un lungo assolo con wah-wah di proporzioni pantagrueliche, un brano che poi ricorda, nel titolo della seconda parte, la città natale del gallese. Beautiful, come il brano di apertura, viene dal disco del 2012 Steamroller, un piacevole e ritmato funky-rock, tre minuti senza infamia e senza lode, mentre A Mystic ha una grinta e una stamina notevoli, un brano tirato, con qualche elemento alla Rory Gallagher, la solita chitarra fiammeggiante e la sezione ritmica che ci dà dentro di brutto, fino all’avvento di un wah-wah forsennato, tirato allo spasimo, e che Hendrix probabilmente avrebbe approvato. Influenza ancora più evidente nel centrepiece dell’esibizione, una Out Of My Mind, epitome del perfetto pezzo per power trio, duro e tirato, a colpi di riff, con lunga improvvisazione della chitarra solista, che nel suo procedere a un certo punto cita, immancabilmente, anche il riff di Third Stone From The Sun e altre delizie di Jimi Hendrix, che però, con il dovuto rispetto per Philip Sayce, era un’altra cosa, anche se il canadese si fa rispettare con il suo stile fluido e potente., e pure Gottschalk e Paxson non scherzano. In conclusione Alchemy, un lungo brano strumentale che Sayce dedica alla moglie, di nuovo un eccellente slow blues dove si apprezza il lato più riflessivo e tecnico della sua musica: insomma sarà pure “esagerato” ma non si può negare che sia bravo.

Bruno Conti

Disco Di Blues Del Mese? Colin James – Blue Highways

colin james blue highways

Colin James – Blue Highways – True North/Ird

Colin James è un veterano della scena musicale canadese, cantautore, chitarrista e bluesman, in pista dalla metà degli anni ’80 dello scorso secolo: questo Blue Highways di cui stiamo per occuparci è il suo 18° album; in passato mi era già capitato di occuparmi dei suoi dischi sul Buscadero, anche se ultimamente avevo perso un po’ le sue tracce, forse perché i suoi dischi non erano di facile reperibilità, e comunque lui, indifferente alle difficoltà del vostro umile recensore, continuava a pubblicarli lo stesso, alcuni anche piuttosto belli, come la serie ricorrente con la Little Big Band, giunta a quattro capitoli. A seguito dell’ultimo tour per promuovere l’album Hearts On Fire del 2015, Colin James si era trovato molto bene con i musicisti che lo avevano accompagnato in quella fatica e ha deciso di  realizzare con loro un progetto che aveva in mente da tempo: un album dedicato ad alcuni dei pezzi blues che più lo hanno influenzato nel corso degli anni. E questo è il risultato, registrato nei Warehouse Studio di Vancouver, con la produzione affidata allo stesso James con l’aiuto di Dave Meszaros e il supporto della sua ottima touring band, formata da Craig Northley alla chitarra ritmica, Jesse O’Brien al piano, Steve Pelletier al basso e Geoff Hicks alla batteria, con l’aggiunta di Simon Kendall all’organo e Steve Marriner all’armonica.

Un disco fresco e pimpante, rispettoso delle radici, con ampi innesti anche del sound che fece grande il british blues a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, virtuosismo e grinta rock usate con la giusta misura e unite ad alcuni brani veramente splendidi, non sempre celeberrimi ma di sicuro impatto. Meglio un “usato sicuro” come questo, ennesima riproposizione di temi e generi musicali che se ben fatti come in questo caso suonano più freschi ed “innovativi” di molti presunti “nuovi esperimenti”, sempre e solo a parere di chi scrive, è ovvio, poi ognuno ascolta quello che gli pare. In tutto sono tredici brani: la partenza è fulminante, con una versione di Boogie Funk di Freddie King, che la prima volta che mi è capitato di sentirla ho pensato fosse qualche traccia inedita registrata da Rory Gallagher ad inizio anni ’70, uno strumentale ricco di grinta e ritmo, una scarica di adrenalina poderosa, con il gruppo che gira a mille, mentre la solista di James e l’armonica di Marriner si sfidano a colpi di riff e a tempo di boogie, oltre a Gallagher pensate anche al miglior Thorogood. Per amore di verità non tutto l’album è a questi livelli, ma anche la successiva Watch Out, un pezzo del mio amato Peter Green, che si trovava su The Original Fleetwood Mac e poi nuovamente su Fleetwood Mac In Chicago, è una piccola perla, una ennesima dimostrazione del fatto che i bianchi potevano suonare il blues (e come sosteneva BB King, Peter Green era uno dei più grandi nel farlo), versione sontuosa e felpata, ricca di feeling e con la chitarra di James misurata ma ficcante, ben sostenuta, come nel brano precedente, anche dal lavoro dell’organo di Kendall. Big Road Blues, un brano di Tommy Johnson, il primo Johnson del blues, quello che ha ispirato per intenderci On The Road Again dei Canned Heat, è l’occasione per ascoltare l’ottimo lavoro di Colin James anche quando è impegnato alla slide, ben sostenuto nel caso dal piano di O’Brien.

Big Bad Whiskey, a firma Thomas Davis, è una variazione sul tema dei brani dedicati all’alcol, dove cambiano titoli e qualche verso ma l’argomento, e anche i temi musicali, sono quelli, per l’occasione James passa all’acustica con bottleneck e la seconda voce di supporto è quella di una vecchia conoscenza, la brava Colleen Rennison (http://discoclub.myblog.it/2016/05/17/anteprima-dal-canada-band-solida-cantante-esagerata-sinner-old-habits-die-hard/). Poi si torna al blues-rock di una potente Going Down, con chitarre a manetta e l’ottima voce di Colin in evidenza. Segue un Muddy Waters “minore” (se esiste) con una perfetta versione di Gypsy Woman, classico slow blues elettrico di pregevole fattura, seguito da Goin’ Away, un brano di James A.Lane, per gli amici delle 12 battute Jimmy Rogers, la faceva anche Clapton su From The Cradle, qui in versione a trazione slide, eccellente, di nuovo con la Rennison voce di supporto. Lonesome di Peter Chatman inceramente non me la ricordavo, forse perché è il vero nome di Memphis Slim, versione elettrica e brillante, di nuovo tra Green e Gallagher, come pure Hoodoo Man Man di Amos Blakemore, che per il gioco degli indovini è il vero nome di Junior Wells, altro potente Chicago Blues elettrico con l’armonica di Marriner di nuovo a spalleggiare James. Riding In The Moonlight/Mr.Luck è un medley acustico, solo chitarra e armonica, dedicato a Howlin’ Wolf e Jimmy Reed, seguita dall’unica concessione alla grande musica soul con una splendida versione di You Don’t Miss Your Water di William Bell https://www.youtube.com/watch?v=8p21Ze7h9Qg , vero deep soul, con fiati, la faceva anche Otis Redding! Ain’t Long For A Day, di Blind Willie McTell, è di nuovo l’occasione per lavorare di fino con la slide https://www.youtube.com/watch?v=AED3nA8Kcno  e Last Fair Deal è l’immancabile omaggio acustico a Robert Johnson. Disco di Blues del mese?

Bruno Conti

Il Titolo Dice (Quasi) Tutto, Per Il Resto Ci Pensa Lui! David Bromberg Band – The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues

david bromberg band the blues, the whole blus and nothing but the blues

David Bromberg Band – The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues – Red House/Ird

Come spara a titoli cubitali in prima pagina il “Delta Times – Dispatch” (?!?(, fittizio giornale inventato dal come sempre ironico David Bromberg (è uno dei tratti salienti e più apprezzati del suo carattere), questa volta parliamo di The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues: non che nel passato il musicista nativo di Philadelphia (ma da lungo con base a Wilmington, nel Wisconsin, dove ha anche una bottega di liutaio, specializzata nella riparazione di violini) non abbia trattato l’argomento con la sua grande classe e perizia tecnica, ma questa volta le 12 battute classiche vengono sviscerate in tutte le declinazioni conosciute. Il blues elettrico tosto e tirato di scuola urbana, il blues jazzato e swingante, anche con fiati, quello acustico di stampo folk, il country blues, con qualche deviazione anche verso New Orleans e dei tocchi di stile cantautorale. Insomma quello che Bromberg ha sempre fatto nel passato, ma con l’occhio decisamente rivolto al Blues. Il nostro, come è noto, dopo una lunga e gloriosa carriera, soprattutto negli anni ’70 come solista, ma anche come sideman di lusso per Dylan, Jerry Jeff Walker, Willie Nelson, Jorma Kaukonen, più o meno ad inizio anni ’80 sembrava avere appeso la chitarra al chiodo, anche se a fine anni ’80 erano usciti ancora un paio di ottimi album, poi però il silenzio, interrotto nel 2007 dal disco in solitaria Try Me, e soprattutto dai due eccellenti Use Me del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/06/06/in-deciso-anticipo-ma-david-bromberg-use-me-uscita-ufficiale/ e il successivo Only Slightly Mad http://discoclub.myblog.it/2013/12/10/recuperi-fine-anno-parte-1-david-bromberg-band-only-slightly-mad/.

Ora, nel 2016, con una nuova etichetta alla spalle, la Red House, David Bromberg e la sua Band ci provano ancora una volta: e il risultato è notevole, come di consueto per questo signore. Di Bromberg è nota la perizia alla chitarra acustica ed elettrica (ma in passato anche a violino, mandolino, dobro e pedal steel), oltre alla sua enciclopedica conoscenza del repertorio musicale americano (un po come Ry Cooder), sfruttata per andare a pescare sia brani tradizionali come canzoni note e meno note di autori anche importanti, il tutto sempre con quella levità, arguzia e perizia tecnica, che unite al suo stile vocale asciutto, sempre sornione, benché rigoroso quando serve, pronto comunque all’uso di testi salaci e “vignette” divertenti che spesso provengono anche dalla propria penna. Tutti ingredienti che troviamo profusi a piene mani nel nuovo album. Con la brillante produzione di Larry Campbell (bastino ricordare le sue collaborazioni con Levon Helm Dylan), aiutato dalla sua ottima band abituale, aumentata da una sezione fiati, e in un brano da alcune vocalist di supporto, tra cui la moglie di Campbell, Teresa Williams e la moglie di Bromberg, Nancy Josephson (leader della Angel Band), oltre al luminare delle tastiere, il grande Bill Payne dei Little Feat.

L’apertura è affidata a Walkin’ Blues, uno dei classici assoluti, attribuito a molti, ma come ricorda lo stesso Bromberg nelle note del CD, ripreso dalla versione di Robert Johnson. Per l’occasione il brano diventa un blues elettrico urbano, quasi scuola Chicago, con doppio assolo di chitarra, il primo del secondo solista Mark Cosgrove, il secondo dello stesso David, impegnato anche alla slide, grande lavoro di Payne al piano, e il sound rimanda proprio ai Little Feat appena ricordati, con la sezione ritmica eccellente formata da Butch Amiot al basso e Josh Kanusky alla batteria. Il pezzo successivo viene definito di autore ignoto, in quanto di How Come My Dog Don’t Bark When You Come ‘Round? esiste anche una versione di Dr. John, ma Bromberg dice non trattarsi della stessa canzone, in quanto questa ha un testo diverso, salace ed ironico (quasi zappiano a tratti, quando faceva i suoi blues parlati) tipico del buon David, che musicalmente si avvicina al sound di un suo vecchio datore di lavoro, quel Jorma Kaukonen degli Hot Tuna, che vengono citati per l’uso del violino da parte di Nate Grower (in ricordo di Papa John Creach) anche se l’arrangiamento di Campbell prevede pure un uso corposo della sezione fiati, con ben quattro elementi, oltre a Payne alle tastiere, e quindi un suono quasi da big band, delizioso. Il George “Little Hat” Jones autore di Kentucky Blues, non è la nota stella del country, ma un quasi omonimo degli anni ’30 e il pezzo è un gustoso e saltellante country-blues, come evidenziato dal titolo, di nuovo con Nate Grower protagonista al violino, mentre David è all’acustica e Mark Cosgrove al mandolino, giocoso. Un altro brano assai godibile è la versione di Why Are People Like That, una canzone scritta dal musicista di New Orleans Bobby Charles, ma interpretata anche da Muddy Waters nel suo Woodstock Album, quello dove apparivano musicisti della Band, e la fusione tra la chitarra pungente e bluesy di Bromberg, l’assolo di piano elettrico geniale di Payne e l’uso costante dei fiati lo rendono un ponte ideale tra blues classico e musica della Louisiana. Per non doversi misurare con l’immane bravura di Ray Charles e del suo piano, il nostro amico trasforma la sua A Fool For You, in un delicato folk blues per sola voce, con arditi falsetti, e chitarra acustica, strepitosa.

E anche il trattamento che viene riservato a Eyesight To The Blind è geniale. Molti ricorderanno il pezzo di Sonny Boy Williamson nella versione elettrica che ne faceva Eric Clapton nella colonna sonora di Tommy, ma anche in una versione torrida live di oltre venti muniti, con Carlos Santana, nel Crossroads II Live In The Seventies. Per l’occasione diventa un delizioso swing blues, incentrato sul violino di Grower e l’organo di Payne, notevole anche l’assolo in punta di fioretto di David alla chitarra. 900 Miles è un altro brano pescato dalla tradizione country e folk, la faceva anche Woody Guthrie, ma qui viene rifatto come se fosse un pezzo blues alla Howlin’ Wolf, duro e tirato, con un sound rock-blues gagliardo e la slide di Bromberg di nuovo in azione, mentre Yeld Not To Temptation era un brano scritto da Deadric Malone portato alla fama da Bobby Blue Bland, ma David dice di essersi ispirato alla versione che ne facevano Tracy Nelson, Marcia Ball Irma Thomas in uno splendido disco che si chiamava Sing It: in effetti la canzone è quella dove appare la formazione più ampia, i cinque fissi del gruppo, con Payne di nuovo eccellente all’organo, la sezione fiati e le tre vocalist aggiunte, oltre a Campbell e a un percussionista, e il brano profuma di gospel e blues in pari misura, splendido. I fiati rimangono anche per la successiva You’ve Been A Good Ole Woman, ma con l’aggiunta di violino e mandolino il vecchio pezzo di Bessie Smith, diventa simile ad uno classici del periodo fine anni ’70 della David Bromberg Band, di nuovo tra swing, New Orleans sound e i divertiti doppi sensi aggiunti dal nostro amico alla canzone.

Delia, altro traditional, compariva già nel primo splendido album di Bromberg, ma qui appare come un duetto tra lo stesso David e Larry Campbell, alla slide acustica, per un brano tradizionale che racconta di un assassinio avvenuto la viglia di Natale del 1900 e di cui viene usata una versione arricchita da un verso di Townes Van Zandt, versione intima ed intensa, un classico del folk blues. La title-track, scritta da Gary Nicholson e dal grande Russell Smith (facciamo il giochino, chi ricorda gli Amazing Rhythm Aces alzi la mano?), è un altro brano full band, con Marco Benevento al piano e la sezione fiati Lou Marini, Steve Bernstein Birch Johnson (e citiamoli, sono bravissimi) aggiunta, di nuovo un tuffo nel suono classico della band di Bromberg dei tempi d’oro, grande blues fiatistico. Gli ultimi due brani portano la firma del titolare dell’album,This Month che è una vera jam elettrica e pulsante, uno slow blues tirato, con Bromberg, Cosgrove Payne che vanno di brutto, e come traccia finale You Don’t Have To Go, un perfetto shuffle con uso di slide, violino e piano che riassume alla perfezione lo spirito del disco “Blues, solo blues, nient’altro che blues”!. Fatto in modo splendido!

Bruno Conti