Supplemento Della Domenica: Di Nuovo Insieme Alla Grande, Anteprima Nuovo Album. Beth Hart & Joe Bonamassa – Black Coffee

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beth hart & joe bonamassa black coffee

Beth Hart & Joe Bonamassa – Black Coffee – Mascot/Provogue

Beth Hart e Joe Bonamassa presi singolarmente sono, rispettivamente, la prima, una delle più belle voci prodotte dalla musica rock negli ultimi venti anni, potente, grintosa, espressiva, eclettica, con una voce naturale e non costruita,, il secondo, forse il miglior chitarrista in ambito blues-rock (ma non solamente) attualmente in circolazione, entrambi degni eredi di quella grande tradizione che negli anni gloriosi della musica rock, quindi i ’60 e i ’70, sfornava di continuo nuovi talenti che ancora oggi sono i punti di riferimento per chi vuole ascoltare della buona musica. Messi insieme i due, grazie ad una indubbia chimica personale ed artistica, hanno dato vita ad un sodalizio che fino ad ora ci ha regalato tre album, due in studio ed uno dal vivo http://discoclub.myblog.it/2014/04/11/potrebbe-il-miglior-live-del-2014-beth-hart-joe-bonamassa-live-amsterdam/ , incentrati su una formula che fonde soul, blues, rock, R&B, qualche pizzico di jazz, uno stile ed un modo di concepire lo spettacolo che una volta si chiamava “soul revue”, quella di Ike & Tina Turner, del Joe Cocker di Mad Dog, o del Leon Russell della stessa epoca, di Eric Clapton con Delaney & Bonnie, forse anche della Band.. Nel caso di Beth e Joe in coppia, a differenza dei loro dischi solisti, il repertorio è formato rigorosamente da cover, non ci sono brani originali, quindi l’arte dell’interpretazione è fondamentale in questo approccio: i primi due dischi di studio, Don’t Explain del 2011 e Seesaw del 2013, ne erano fulgidi esempi, mentre lo splendido Live In Amsterdam del 2014, ne era la sublimazione in concerto.

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A distanza di quasi quattro anni i due hanno deciso di dare finalmente un seguito a quelle ottime prove: hanno chiamato ancora il produttore Kevin Shirley, che si conferma sempre più ottimo alchimista di suoni e persone, in grado di fondere il rock classico con un approccio moderno, l’irruenza vocale di Beth Hart ed il virtuosismo chitarristico di Joe Bonamassa in un tutt’uno di grande valore artistico, ma perfettamente ed immediatamente fruibile. L’eccellente band  di Bonamassa (che è superiore a quella che abitualmente accompagna la Hart) fa il resto: con qualche new entry rispetto ai dischi passati troviamo, in ordine sparso, Anton Fig (batteria, percussioni), Ron Dziubla (Sax), Lee Thornburg (Tromba/Trombone), Reese Wynans (Tastiere), Michael Rhodes (Basso), Rob McNelley (chitarra ritmica), Paulie Cerra (Sax), e le tre ragazze alle armonie vocali Mahalia Barnes, Jade Macrae e Juanita Tippins. Il resto lo fanno le dieci ottime canzoni scelte per questo Black Coffee (undici nella versione deluxe): non ci sono brani celeberrimi (forse a parte uno), ma l’equilibrio tra rock’n’soul e blues è perfetto, tra brani più mossi e tirati e qualche ballata o “lentone” blues. Il brano d’apertura è subito esuberante, una Give It Everything You Got di Edgar Winter, che si trovava su White Trash. disco del 1971 che fondeva classico soul alla Stax e hard rock, anche l’approccio di questa nuova versione è quello, chitarra con wah-wah a manetta, fiati sincopati, la voce poderosa e scatenata di Beth sostenuta dalle tre coriste e un groove estremamente godibile, che poi lascia spazio alla solista di Bonamassa che inchioda un assolo dei suoi, breve ma intenso.

https://www.youtube.com/watch?v=pELav-8aLeY

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Damn Your Eyes è l’ennesimo tributo di Beth Hart a Etta James, uno dei suoi idoli assoluti, una ballata blues intensa che si trovava su Seven Year Itch il disco del 1988 che segnava il ritorno sulle scene di una delle regine del soul, versione eccellente con la solista fluida ed intrigante di Bonamassa che sottolinea la voce dei Beth con una serie di soli ficcanti e pungenti, mentre le tastiere di Wynans e i fiati regalano un arrangiamento ricco e complesso. Black Coffee era proprio un brano di Ike & Tina Turner, che molti forse, spero, ricordano nella versione di Steve Marriott con i suoi Humble Pie, su cui è costruita questa rivisitazione in cui Beth cerca di emulare, riuscendoci, una delle più grandi voci “nere” di un bianco; Lullaby Of The Leaves era un vecchio brano, poco conosciuto, di Ella Fitzgerald, che qui diventa una splendida ballata pianistica intima e jazzy, sulla falsariga dei tributi a Billie Holiday dei dischi passati, cantata con misura e pathos dalla Hart, che qui mi ha ricordato la bravissima Mary Coughlan, molto bello anche l’assolo di Bonamassa, improvviso, torrenziale e lancinante. Why Don’t You Do It Right? è un oscuro pezzo degli anni ’40, swingato e divertente, modellato sulla versione di Peggy Lee, con i due e il gruppo in grande souplesse; Saved è uno dei brani ripresi dal repertorio di Lavern Baker,  una delle prime grandi cantanti del R&B.

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https://www.youtube.com/watch?v=NooMzmbE0xc

L’altro è Soul On Fire, entrambi permettono di gustare la maturità vocale raggiunta dalla Hart, prima scatenata in un pezzo che ricorda le evoluzioni dei primi Isley Brothers, quelli di Shout, poi felpata ed incantevole nel secondo brano, un vera delizia per i padiglioni auricolari degli ascoltatori, con Bonamassa che incornicia entrambi i brani con degli interventi dove si apprezza l’eccellente tocco della sua solista. In grande spolvero pure in una versione splendida di Sittin’ On Top Of The World, uno dei classici del blues che ricordiamo in una memorabile versione dei Cream. Un’altra “cliente” abituale dei due è Lucinda Williams, di cui viene ripresa, con piglio energico, cadenzato e grintoso, molto bluesato, Joy, un brano che si trovava su Car Wheels On A Gravel Road, che quanto a spinta chitarristica non ha nulla da invidiare ai brani più rock della chanteuse americana. Manca l’ultimo brano Addicted, con la coppia, credo su suggestione di Shirley e della casa discografica, che va a pescare questa canzone dal repertorio della band trip-hop elettronica austriaca Waldeck: niente paura è molto meglio dell’originale, però confrontato con il resto solo un onesto pezzo pop-rock, nobilitato dagli assoli della solista di Bonamassa. Comunque non inficia il giudizio molto positivo di Black Coffee, che conferma la validità di questa coppia veramente bene assortita. P.S. La bonus della deluxe edition Baby I Love You non l’ho sentita per cui non vi so dire, presumo sia quella delle Ronettes (o dei Ramones). Esce il 26 gennaio.

Bruno Conti

Gli Ottimi Inizi Country Di Chip Taylor. Last Chance: The Warner Bros Years

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Chip Taylor – Last Chance: The Warner Bros Years – Train Wreck 2 CD+DVD

James Wesley Voight, per tutti Chip Taylor, è il fratello dell’attore Jon Voight e quindi lo zio di Angelina Jolie, ed è stato, nelle sue varie vite musicali, prima autore di canzoni di grande successo negli anni ’60, due per tutte, Angel Of The Night, portata al successo da Merrilee Rush una prima volta nel 1967 e poi di nuovo nel 1981 da Juice Newton, e l’anno precedente Wild Thing, cantata dai Troggs, ma celebre anche nella versione memorabile di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival. Però in effetti la carriera di Chip Taylor è soprattutto legata alla musica country, anche se iniziò a pubblicare 45 giri di R&R come Wes Voight and the Town Three già nel 1958. Originario di Yonkers, New York, la sua carriera solista si avvia proprio all’alba degli anni ’70 con un paio di album in trio, a nome Gorgoni, Martin & Taylor, pubblicati dalla Buddah Records nel 1971 e ’72, più orientati sul country/folk, poi il suo primo disco solo Gasoline, sempre del 1972 su Buddah, dove c’era la sua versione di Angel Of The Morning. A questo punto arriva la proposta di un contratto dalla Warner Bros che vorrebbe lanciare una propria divisione country (e il “successo” arriderà con Emmylou Harris) e Chip Taylor, che aveva pronte molte canzoni decisamente orientate su quel genere, si trova uno studio di registrazione, non a Nashvile, ma a Fayville, Massachussetts e registra quello che con una notevole dose di autoironia (e rassegnazione) si chiamerà Chip Taylor’s Last Chance.

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https://www.youtube.com/watch?v=ICP1Y9FUPpY

Quasi tutti conoscono Taylor per la terza fase della sua carriera, quella iniziata a metà anni ’90, dopo lunghi anni passati come giocatore d’azzardo professionista, e culminata in una splendida serie di album pubblicati, prima in coppia con Carrie Rodriguez e poi in proprio, e che prosegue tuttora con eccellenti risultati, alla ragguardevole età di 77 anni. Comunque quei tre album erano già ottimi, oltre a quello citato, uscito nel 1973, Some Of Us del 1974 e This Side Of The Big River del 1975, con uno stile influenzato dall’outlaw country in auge all’epoca, ma anche vicino a cantautori come Townes Van Zandt, Jerry Jeff Walker e Guy Clark,  e pure a livelli qualitativi ci siamo. Come racconta lo stesso Chip nelle esaustive, affettuose (e divertenti) note riportate nel libretto di questo triplo (ma attenzione i primi due dischi sono stati ristampati in un 2in1 anche dalla Morello Records nel 2016), Taylor rischiò, e in parte ci riuscì, di diventare una sorta di superstar country in Svezia ed in Olanda; nella nuova edizione, molto bella, pubblicata dalla Train Wreck, oltre ai dischi troviamo anche un DVD inedito, registrato all’ Armadillo World Headquarters di Austin, Texas nel 1973 (presumo recuperato da qualche vecchia VHS dei tempi, visto che il filmato è in bianco e nero e la qualità è quasi ai limiti della decenza, con le immagini che ogni tanto partono per la tangente, anche se la musica è ottima). Nei tre dischi di studio Chip Taylor è accompagnato da una band eccellente, dove brillano John Platania, in quegli anni chitarra solista anche nei dischi di Van Morrison, il bravissimo Pete Drake, alla steeel guitar, che suonava all’epoca con tutti, da Bob Dylan e Simon & Garfunkel alle stelle del country, nonché a David Grisman al mandolino e ai Jordanaires ai cori.

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https://www.youtube.com/watch?v=YaZzUGoi6HA

I tre album sono tutti molti buoni, costellati da bellissime canzoni, il suono è a tratti splendido e se dovessi esprimere una preferenza opterei per Last Chance, con ballate veramente evocative, in cui il nostro ha sempre brillato, come Son Of A Rotten Gambler, The Coal Fields Of Shikshinny, I’m Still The Same, la struggente Family Of One ed il valzerone della title track, degno delle più belle canzoni dell’epoca di Willie Nelson, oltre a splendide country songs più mosse, quasi ai limiti dell’honky tonk, con i tre solisti citati spesso in evidenza, anche in quelle che all’epoca si chiamavano “answer songs”, per esempio 101 In Cashbox, sulla storia di Angel Of The Morning, e ancora (I Want) The Real Thing che ricorda il sound di Jim Croce, oppure I Read It  In Rolling Stone, una outlaw soung che Waylon Jennings e Johnny Cash avrebbero cantato a meraviglia, del tutto pari a quanto scriveva Kris Kristofferson in quei tempi. E comunque anche gli altri due dischi sono decisamente buoni: Me As I Am, Early Sunday Morning, Something ‘Bout The Way This Story Ends, Comin’ From Behind, If You’re Ever In Warsaw, da Some Of Us, anche se a tratti appesantite dagli archi sono comunque belle canzoni, e pure Big River, l’unica cover, dal repertorio di Johnny Cash, tratta dal terzo album, oppure la deliziosa Same Ol’ Story, il quasi gospel malinconico di Holding Me Together, la delicata Gettin’ Older Looking Back, la conclusiva splendida You’re Alright Charlie o un’altra bellissima ballata alla Nelson come Sleepy Eyes testimoniano di un cantautore che faceva della country music di qualità già allora, sia pure meno “roots” di quella odierna e che quindi meriterebbe più di un ascolto dagli appassionati del genere (e di Chip Taylor).

Bruno Conti

Una Grande Voce “Omaggia” Un Grande Compositore Irlandese. Mary Black – Mary Black Sings Jimmy MacCarthy

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Mary Black – Mary Black Sings Jimmy MacCarthy – 3u Records/Blix Street

Aveva annunciato il suo ritiro, almeno dalle tournée, ma evidentemente ci ha ripensato (come Tina Turner, Clapton e altri), visto che anche nel 2018 sarà in giro per promuovere questo “nuovo” album. Era inevitabile, direi quasi fisiologico, che Mary Black una delle più belle e leggendarie voci irlandesi, prima o poi rendesse omaggio con un intero album di canzoni a Jimmy MacCarthy, senza dubbio uno dei più grandi compositori della verde isola dello smeraldo (per coloro che non sanno chi sia, potremmo definirlo l’equivalente irlandese del cantautore americano Jimmy Webb). Jimmy MacCarthy è nato a Macroom nella contea di Cork nel 1953, e le sue composizioni rientrano a grandi linee nel genere della canzone folk contemporanea, e nella sua carriera ha scritto molte canzoni che poi sono diventate famose e popolari, cantate da artisti come Christy Moore, Mary Gauthier,  i Corrs, il meno conosciuto Tommy Fleming, e naturalmente Mary Black, che ha cantato le canzoni di questo signore per venticinque anni. Per sviluppare e terminare questo ulteriore “percorso” la Black si è affidata a bravi musicisti fidati, tra i quali Pat Crowley alla fisarmonica, tastiere e piano, Bill Shanley al basso, chitarre e lap-steel, Liam Bradley alla batteria, Martin Ditchay alle percussioni e piatti, Finbar Furey al banjo, Richie Buckley al sax, e un “trio” di valenti violinisti a partire dalla bella e brava Sophie Ryan, Richard George, Matt McGranahan, per un totale di undici canzoni firmate come detto da Jimmy MacCarthy, di cui sei già registrate da Mary nei suoi album precedenti, quattro nuovi brani incisi per l’occasioni, e un duetto di Mary e Jimmy, recuperato da una rara registrazione televisiva.

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https://www.youtube.com/watch?v=XvABIMOkaGQ

La partenza non poteva essere migliore, Mary recupera dall’album omonimo del lontano ’89 la meravigliosa No Frontiers (ne esiste anche una bella versione acustica delle Corrs), e risentendola si apprezza sempre il suono della fisarmonica su un tappeto di percussioni, brano a cui fanno seguito la sempre dolcissima Adam At The Window (la trovate su Looking Back (95), e due nuove struggenti composizioni come There Is No Night, una ballata pianoforte e voce, e il soave folk irlandese di Love’s Last Chance, dove ancora una volta la Black si dimostra una grande interprete. Sempre dai solchi di  Looking Back viene giustamente estratto il brano dal testo più religioso di MacCarthy, la superba Bright Blue Rose, che qui viene riproposta meritoriamente in un duetto con lo stesso autore, per poi passare ancora ad un altro brano nuovo, con l’arioso incedere di una moderna folk song quale è What We Came Here For, ritornare alle tenui e delicate trame sonore di una sempre verde Wonderchild (cercatela su un album poco conosciuto come Circus (95), e dare giusta gloria ad un brano, Katie, tratto da un album epocale come By The Time It Gets Dark (87), che viene riproposta con l’aggiunta del sax del bravo Richie Buckley ad accompagnare la voce sognante della Black.

Father smiling and holding his son

Jimmy MacCarthy

https://www.youtube.com/watch?v=InS3YsrlgkY

Con Mystic Lipstick arriva il momento di una delle migliori canzoni mai scritte per l’Irlanda (un testo commovente sulla storia intera della nazione), che negli anni è stata riproposta anche da “mostri sacri” come Christy Moore, Mary Coughlan, e la bravissima ma poco conosciuta Maura O’Connell,  brano che trova in questa versione la perfezione, con un arrangiamento dove brillano la fisarmonica di Crowley, i violini della “triade”, e naturalmente l’interpretazione della Black. Ci avviamo alla conclusione con la danzante ed ariosa Another Day (recuperata dal già citato No Frontiers), e chiudere un disco per certi versi magnifico con la chicca di una versione “live” della famosa As I Leave Behind Neidin (un brano sull’emigrazione irlandese), cantata in coppia da cantante e autore, in occasione di una registrazione televisiva (ma la potete anche cercare nella versione originale dall’album Without The Fanfare (85). Quando s’incontrano un grande musicista come Jimmy MacCarthy e una grande cantante come Mary Black (una perfetta simbiosi), il risultato non può che essere la summa di questo lavoro, con canzoni personali ma anche universali, che attraversano tutta l’Irlanda per poi arrivare a farsi conoscere nel mondo, e certamente questo Mary Black Sings Jimmy MacCarthy è un perfetto biglietto da visita per far conoscere il miglior “songwriting” irlandese. Chapeau!

NDT: Per i “completisti” e per chi ama Mary Black, ricordo che nella primavera dello scorso anno è uscito un CD sepciale in occasione del trentennale di By The Time It Gets Dark, con tre bonus che riguardano nuove versioni di Moon River, Copper Kettle, e un nuovo brano Wounded Heart, registrato per l’occasione.

Tino Montanari                     

Una Notevolissima Two-Men Band! The Contenders – Laughing With The Reckless

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The Contenders – Laughing With The Reckless – Rock Ridge CD

I Contenders sono un gruppo, o meglio un duo, di recente formazione, ma con le radici profonde. Il deus ex machina è il cantautore Jay Nash, già titolare di diversi album come solista, che qualche anno fa ha conosciuto a Los Angeles il batterista Josh Day, grande appassionato di Levon Helm. Siccome The Band è anche da sempre uno dei gruppi preferiti da Nash, i due hanno unito le forze e dato alle stampe con il nuovo moniker un EP, Meet The Contenders, che ha avuto un positivo riscontro nei circuiti locali. Laughing With The Reckless è il primo full lenght del duo, e devo dire che è un disco di una bellezza sorprendente, nel senso che non mi aspettavo un lavoro di una tale intensità da uno (Nash) che è in giro da diversi anni ma non è mai andato oltre un dignitoso livello medio. Eppure nelle nove canzoni di questo album c’è tutto il microcosmo dei due, che partendo dal loro amore per l’ex gruppo guidato da Robbie Robertson, hanno messo a punto una serie di brani di Americana al 100%, tra rock, country e folk, con bellissimi intrecci di chitarre elettriche ed acustiche, mandolini, banjo e chi più ne ha più ne metta, con uno splendido senso della melodia ed un feeling non comune. Nash si occupa di vari tipi di strumenti a corda, Day suona la batteria, ed i due sono coadiuvati da validi compagni di viaggio che rispondono ai nomi di Daniel Rhine (basso), Phil Krohnengold (piano ed organo hammond), Andy Keenan (slide guitar) e Jens Kruger (banjo). Solo nove canzoni ma, ripeto, una più bella dell’altra: sembra quasi di essere tornati di botto nei primi anni novanta, quando la nuova frontiera della musica americana era rappresentata da gruppi come Jayhawks ed Uncle Tupelo.

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https://www.youtube.com/watch?v=G6z08I-k7B0

L’opening track Line Across The Water mi fa venire in mente addirittura il miglior Ray Wylie Hubbard, sarà per il timbro di voce “vissuto” o per il suono insinuante tra country, blues e southern, con una bella slide ed un mood di fondo decisamente coinvolgente. Call Me The Lucky One è bellissima, ha uno splendido attacco strumentale che ricorda non poco le cose più bucoliche di The Band, quel suono tipicamente americano tra rock e radici, e poi il brano è servito da una melodia di prim’ordine; l’elettroacustica e cadenzata The Flood è attendista ed intrigante, ma il refrain è di ottimo livello, così come l’intreccio degli strumenti a corda, un altro dei punti di forza del CD https://www.youtube.com/watch?v=nREiHVRcivU . Finer Weather è una roots ballad scintillante, lenta e rilassata, ma con un motivo di cristallina bellezza, mentre The Night That Jackson Fell, ancora a metà tra rock e radici, riporta ancora l’orologio indietro di vent’anni, quando No Depression era la rivista di riferimento di un certo tipo di musica. Uno splendido arpeggio di chitarra acustica introduce la toccante Save A Place At The Table, una ballata folk dal pathos notevole, con una strumentazione acustica ed un banjo a fare capolino, una delle più belle del disco; Something True aumenta il ritmo, puro folk-rock, diretto e godibilissimo, ancora con un gioco di chitarre da applausi, mentre Not Enough è un’altra rock ballad di grande spessore: potente, fluida e vibrante, non è un brano che tutti sono in grado di scrivere (e più va avanti più diventa bella). L’album si chiude con Hills Of Caroline, altro slow dall’ottimo motivo ed un delizioso sapore di honky-tonk classico, con piano e chitarra sugli scudi.

https://www.youtube.com/watch?v=GvKdrxRjQGE

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Una bella ed inattesa sorpresa questi Contenders, un disco targato ancora 2017 ma che ci terrà compagnia per tutto il 2018, ed anche oltre.

Marco Verdi

Il Famoso “Secondo Difficile Album”. Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown

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Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown – Spinefarm Records

Dall’esordio Wild Child del 2013 sono passati quattro anni http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , quindi i ragazzi texani (almeno il leader è nato laggiù) ma di stanza a Nashville, si sono presi tutto il tempo che occorreva per realizzare il famoso “secondo difficile album”, l’omonimo Tyler Bryant & The Shakedown. Tyler Bryant, chitarrista, cantante e autore dei brani (a rotazione con gli altri componenti della band, soprattutto il batterista Caleb Crosby), non è un più giovincello: l’ex ragazzo prodigio che divideva i palchi con Jeff Beck, Clapton, B.B King e Z.Z. Top, oggi ha 26 anni, ma dalla foto di copertina ne dimostra anche meno, e questo disco dovrebbe essere la conferma di quanto di buono (e meno buono) aveva messo in luce con il primo CD. Aiutato dal secondo chitarrista Graham Whitford (figlio di Brad, degli Aerosmith) e dal nuovo bassista Noah Denney (si sa i bassisti si cambiano spesso), Bryant propone il suo “solito” menu a base di rock-blues, hard rock e classic rock anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=oi1G1_j3hc8 , con risultati in parte apprezzabili per quanto non memorabili, la stoffa c’è, ma un occhio è fin troppo rivolto anche verso il mercato, pure in questi tempi dove la discografia annaspa si spera comunque di vendere, ed è umano. Le chitarre “riffano”, la sezione ritmica picchia, e Bryant e Whitford  si disbrigano con buona lena alle chitarre: i brani magari non sempre sono impeccabili, l’iniziale Heartland non è imparentata con il roots rock di Mellencamp, ma la successiva Don’t Mind The Blood sicuramente qualche spunto dai vecchi Yardbirds di Beck lo prende (e per osmosi dai loro seguaci Aerosmith), con accenti blues-rock e un groove sinuoso, mentre le chitarre iniziano a scaldare il motore.

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https://www.youtube.com/watch?v=menivpp5zzM

Jealous Me con voce filtrata e coretti fastidiosi si avvicina a quel rock misto a pop che ammorba le classifiche, omologato con altri mille brani simili che magari troveranno la loro strada in qualche futuro spot o colonna sonora, il sound della chitarra è interessante, ma basta? Con Backfire siamo dalle parti degli ZZ Top anni ’80, quelli più radiofonici e da MTV (entrambe in via di estinzione), meglio la bluesata Ramblin’ Bones dove Bryant imbraccia una acustica con bottleneck per un tuffo in un suono più roots, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Weak And Weepin’ è un bel rock and roll come usavano fare i vecchi Aerosmith, tutto ritmo e riff con le chitarre che imperversano, finalmente un po’ di vita sul pianeta Shakedown, Anche Manipulate Me più “atmosferica” e con qualche tocco glam, grazie alla voce particolare di Bryant, non è malaccio, con Easy Target che vira verso un rock-blues forse un po’ di maniera ma efficace nelle sue derive chitarristiche. Magnetic Field è la classica ballata che non può mancare in un disco come questo, forse un po’ irrisolta sia pure con il solito buon lavoro delle chitarre, che poi si scatenano nella dura Aftershock. Finale a sorpresa con le atmosfere sospese, leggermente psych, della conclusiva Into The Black. Mi sa che il secondo disco era “difficile” davvero, vedremo il prossimo: se siete proprio in astinenza da rock magari fateci un pensierino.

Bruno Conti

La Scure Ha Colpito Ancora: Questa Volta (A Soli 46 Anni) E’ Toccato A Dolores O’Riordan.

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https://www.youtube.com/watch?v=6Ejga4kJUts

Non sono mai stato un fan dei Cranberries, avevo comprato soltanto all’epoca (era il 1994) il loro secondo album, No Need To Argue, incuriosito dal successo planetario del singolo Zombie, un orecchiabile brano di finto-grunge che quell’anno diventò un vero e proprio tormentone (ed ancora oggi rimane il più grande successo del gruppo irlandese), ma sono comunque rimasto di sasso quando due giorni fa, la sera del 15 Gennaio, ho letto della morte improvvisa di Dolores O’Riordan, cantante solista e front-woman della band. Una morte per certi versi misteriosa, in quanto è stata trovata nel bagno di un hotel di Londra dove nessuno sapeva che fosse (Dolores era nella capitale inglese per incidere dei nuovi brani), senza segni particolari che possano far capire la causa del decesso: l’autopsia chiarirà le cose, ma già qualcuno ha avanzato l’ipotesi del suicidio, già tentato dalla cantante nel 2013. La O’Riordan, nativa di Limerick, nonostante il successo ottenuto ha infatti sempre vissuto in compagnia dei suoi demoni personali, e negli anni ha avuto problemi di vario genere, dalla depressione, all’anoressia, fino a disturbi bipolari della personalità, senza farsi mancare neppure alcool e droghe.

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https://www.youtube.com/watch?v=Yam5uK6e-bQ

L’esordio coi Cranberries risale al 1993 con l’album Everybody Else Is Doing It, So Why Can’t We? (il loro migliore) https://www.youtube.com/watch?v=G6Kspj3OO0s , trainato dal buon successo del singolo Dreams, ma è l’anno seguente, grazie alla già citata Zombie, che la band diventa una delle più popolari in circolazione (Dolores parteciperà anche al Pavarotti & Friends del 1995, un evento che negli anni ha sempre toccato punte di kitsch notevoli, ma che dava comunque una grande esposizione mediatica ai vari ospiti). Altri tre album con i Cranberries fino al 2001, e se To The Faithful Departed si comporta ancora egregiamente in classifica, altrettanto non si può dire di Bury The Hatchet e Wake Up And Smell The Coffee, dopo il quale Dolores scioglierà il gruppo tentando la via solista con due lavori passati quasi inosservati (ma che venderanno stranamente bene nel nostro paese), per poi tornare insieme ai “Mirtilli Rossi” nel 2012 per Roses, seguito meno di un anno fa da Something Else. Il gruppo, pur non essendo tra i miei preferiti, ha sempre fatto la sua musica senza dare fastidio a nessuno, un rock inizialmente classificato come alternativo, ma con profonde venature pop, fronteggiato da Dolores con stile e compostezza.

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https://www.youtube.com/watch?v=AUT-wNRKV1c

Divorziata, la O’Riordan lascia tre figli: spero che finalmente adesso possa placare i suoi tormenti, anche se ci ha lasciato decisamente troppo presto.

Marco Verdi

L’Album Precedente Era Bellissimo, Questo E’ Splendido (Anche Se Dura 28 Minuti Scarsi)! Thom Chacon – Blood In The USA

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Thom Chacon – Blood In The USA – Appaloosa/IRD CD

Nelle mie classifiche dei migliori del 2013 avevo indicato come sorpresa dell’anno Thom Chacon, singer-songwriter del Colorado che con il suo album omonimo (non il suo esordio, ma comunque il primo disco con una reperibilità buona) mi aveva decisamente stupito, un CD di puro cantautorato folk che aveva iscritto di diritto Thom al club dei “nuovi Dylan”, anche se il ragazzo mostrava comunque di avere una spiccata personalità http://discoclub.myblog.it/2013/04/04/a-proposito-di-nuovi-dylan-tom-chacon/ . Poi il silenzio per quasi cinque lunghi anni, al punto che avevo temuto che il nostro fosse stato colpito dalla “sindrome di Will T. Massey”: ora finalmente Thom ha dato un seguito a quel disco, e Blood In The USA non solo non delude le attese, ma si rivela addirittura superiore. Per la verità Chacon aveva pronto questo disco fin dal 2016, ma un po’ il fatto di aver avuto un bambino (ed aver quindi svolto i compiti di papà a tempo pieno), un po’ l’essere senza un contratto discografico, hanno costretto il nostro a rimandare la pubblicazione fino ad oggi: Blood In The USA (prodotto come il precedente da Perry A. Margouleff) esce per l’italiana Appaloosa, e ad oggi non ha ancora una distribuzione americana.

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https://www.youtube.com/watch?v=X9WTSXWx2d8

Un peccato quasi mortale, in quanto ci troviamo di fronte ad un grande disco, un lavoro che nelle sue nove canzoni (meno di 28 minuti) è di un’intensità stupefacente, nonostante il ragazzo avesse già fatto vedere le sue capacità cinque anni orsono. Blood In The USA è un lavoro forte, duro e drammatico nei testi (anche in italiano nel libretto), con il nostro che canta le difficoltà di vivere in America al giorno d’oggi se non hai un conto in banca importante, mentre dal punto di vista musicale siamo in presenza di nove brani davvero intensi, nonostante la veste spoglia con la quale Thom si presenta. Infatti nella maggior parte dei casi troviamo solo lui con la sua chitarra (e talvolta l’armonica), spesso doppiato solo dall’organo di Tommy Mandel, uno con un curriculum lungo come da qui a Pechino, mentre la sezione rimica (formata da Tony Garnier, bassista e direttore musicale della live band di Bob Dylan da quasi trent’anni, e da Kevin Twigg alla batteria) è usata con parsimonia. Ma già dopo due canzoni non se ne sente la mancanza, tale è la forza ed il feeling che vengono sprigionati dalle storie cantate da Chacon, che tra l’altro in questo lavoro sembra anche staccarsi con decisione dall’ombra dylaniana. L’avvio è subito ottimo con I Am An Immigrant, lenta, meditata, ma dal pathos notevole: Thom canta con voce arrochita una folk song purissima, voce, chitarra ed un’aggiunta discreta di organo e mandolino che lasciano filtrare un raggio di sole. Siamo più dalle parti di Bruce Springsteen e del suo fantasma di Tom Joad che di Dylan.

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https://www.youtube.com/watch?v=sa7ZUuYnVEQ

Con Union Town siamo ancora in territori cari al Boss, ma Chacon ha comunque un suo stile ed una sua personalità: il brano è vivo, vibrante, ancora suonato con tre strumenti in croce ma decisamente intenso; anche la title track è bellissima, un pezzo folk teso come una lama pur essendo basato solo su voce, chitarra ed organo, uno stile nudo e crudo che mi ricorda anche certe cose dello scomparso Calvin Russell. Splendida Easy Heart, voce, chitarra, armonica ed un feeling immenso, una folk song strepitosa per melodia ed intensità, così come la quasi altrettanto bella Something The Heart Can Only Know, in cui Thom è ancora, per dirla con Warren Zevon, in “splendid isolation”, anche se non gli servono orpelli per emozionare. Il disco cresce brano dopo brano, basti sentire la meravigliosa Empty Pockets, una ballata superba, voce chitarra e piano, con un pathos incredibile, come è incredibile che uno che scrive canzoni di questo livello non trovi un cane che gli pubblichi i dischi in America: Empty Pockets è una grande canzone, tra le migliori che ho ascoltato ultimamente, tanto bella musicalmente quanto dura nel testo. A Bottle, Two Guitars And A Suitcase è più interiore e cupa, anche a causa di un contrabbasso suonato con l’archetto, ma ha comunque il suo perché, mentre Work At Hand, ancora pura e cristallina, è una delle più dylaniane del lavoro. Il CD si chiude (troppo presto) con Big As The Moon, il brano in assoluto più strumentato (elettrico è una parola grossa), ed anche uno dei più belli, ancora con Dylan in mente ma con una melodia straordinaria nella sua semplicità.

https://www.youtube.com/watch?v=iXEZ0ewAGVc

Non ho dubbi: Blood In The USA è il primo grande disco del 2018.

Marco Verdi

*NDB

Thom Chacon è in Tour in Italia in questo periodo per promuovere l’album, ecco le date, ancora poche nei prossimi giorni:

TOUR

1/11/2018
Teatro Del Sale
Firenze, Italy
More Information

1/12/2018
La Vecchia Mandragora
Massa (MS), Italy

1/13/2018
Storie di frontiera e
immigrazione w/ The Gang /ingresso libero
Teatro La Vitoria
Ostra, Italy
9:00 PM
Free Admission / Ingresso Liber

1/14/2018
Città di frontiera. Da Istanbul a
Juarez w/ Andrea Parodi, Federico Donelli, Paolo Ercoli, Flaviano
Braga, Alice Marini
Biblioteca
Verano Brianza, Italy
5:30 PM
Free Admission / Ingress Libero

1/15/2018
w/Dave Keyes
1e35
Cantù (CO), Italy
More Information

1/17/2018
Fondazione Cassa Di Risparmio
Bolzano, Italy

1/18/2018
Steindl’s Boutiquehotel
Vipiteno (BZ), Italy

1/19/2018
Cohen
Verona, Italy
More Information

1/20/2018
Folk Club
Via Perrone, 3 Bis, 10122
Torino TO, Italy
21:30
Buy Tickets

Annunciato Tre Mesi Fa, Esce Solo Ora Al 19 Gennaio. Ten Years After – 1967-1974 Box Set

ten years after 1967-1974

Ten Years After – 1967-1974 – 10 CD Chrysalis Records/Warner – 19-01-2018

Era stato annunciato per il 10 novembre dello scorso anno, ma esce solo in questi giorni, al 19 gennaio 2018.

Dei Ten Years After erano già usciti in passato diversi cofanetti, uno della serie Original Album Series con 5 titoli, una Triple Album Collection con tre dischi, più il cofanetto antologico, sempre triplo, Think About The Times:The Chrysalis Years 1969-1972, pubblicato nel 2010, ma già fuori produzione. In seguito diversi album della discografia, in particolare i primi tre su etichetta Deram, sono stati ripubblicati in versione rimasterizzata e con bonus tracks aggiunte. Inoltre sono usciti svariati Live, oltre al classico Recorded Live anche un ottimo doppio CD Live At The Fillmore East 1970. Per la prima volta viene resa disponibile l’intera discografia di studio (ok, Undead è dal vivo) in un cofanetto che raggruppa sia il materiale Deram che quello Chrysalis, e considerando che la loro discografia è complicata perché molti album negli Stati Uniti sono distribuiti dalla Columbia.. Le versioni, come è caratteristica di questa serie del gruppo Warner, sono quelle originali senza bonus, ma a differenza degli altri cofanetti della serie il prezzo non è proprio budget (ho letto di un prezzo indicativo che oscilla tra i 90 e i 100 euro), forse perché questa edizione limitata avrà una tiratura di sole 1.500 copie per tutto il mondo.

Al solito ecco il contenuto completo del box, che comunque comprende un 10° album, The Cap Ferrat Sessions, che raccoglie registrazioni inedite del 1972.

 CD1: Ten Years After [Mono, 1967]
1. I Want To Know
2. I Can’t Keep From Crying, Sometimes
3. Adventures Of A Young Organ
4. Spoonful
5. Losing The Dogs
6. Feel It For Me
7. Love Until I Die
8. Don’t Want You, Woman
9. Help Me

CD2: Undead [Stereo, 1968]
1. I May Be Wrong, But I Won’t Be Wrong Always
2. (At The) Woodchopper’s Ball
3. Spider In My Web
4. Summertime/Shantung Cabbage
5. I’m Going Home

CD3: Stonedhenge [Stereo, 1969]
1. Going To Try
2. I Can’t Live Without Lydia
3. Woman Trouble
4. Skoobly-Oobly-Doobob
5. Hear Me Calling
6. A Sad Song
7. Three Blind Mice
8. No Title
9. Faro
10. Speed Kills

CD4: Ssssh [Stereo, 1969]
1. Bad Scene
2. Two Time Mama
3. Stoned Woman
4. Good Morning Little Schoolgirl
5. If You Should Love Me
6. I Don’t Know That You Don’t Know My Name
7. The Stomp
8. I Woke Up This Morning

CD5: Cricklewood Green [Stereo, 1970]
1. Sugar The Road
2. Working On The Road
3. 50,000 Miles Beneath My Brain
4. Year 3,000 Blues
5. Me And My Baby
6. Love Like A Man
7. Circles
8. As The Sun Still Burns Away

CD6: Watt [Stereo, 1970]
1. I’m Coming On
2. My Baby Left Me
3. Think About The Times
4. I Say Yeah
5. The Band With No Name
6. Gonna Run
7. She Lies In The Morning
8. Sweet Little Sixteen

CD7: A Space In Time [Stereo, 1971]
1. One Of These Days
2. Here They Come
3. I’d Love To Change The World
4. Over The Hill
5. Baby Won’t You Let Me Rock ‘N Roll You
6. Once There Was A Time
7. Let The Sky Fall
8. Hard Monkeys
9. I’ve Been There Too
10. Uncle Jam

CD8: Rock & Music To The World [Stereo, 1972]
1. You Give Me Loving
2. Convention Prevention
3. Turned Off T.V. Blues
4. Standing At The Station
5. You Can’t Win Them All
6. Religion
7. Choo Choo Mama
8. Tomorrow I’ll Be Out Of Town
9. Rock & Roll Music To The World

CD9: Positive Vibrations [Stereo, 1974]
1. Nowhere To Run
2. Positive Vibrations
3. Stone Me
4. Without You
5. Going Back To Birmingham
6. It’s Getting Harder
7. You’re Driving Me Crazy
8. Look Into My Life
9. Look Me Straight Into The Eyes
10. I Wanted To Boogie

CD10: The Cap Ferrat Sessions 2017
1. Look At Yourself
2. Running Around
3. There’s Somebody Calling Me
4. There’s A Feeling
5. Holy Shit
Recorded in 1972, mixed in 2017

Se non li possedete già varrebbe la pena di farci un pensierino considerando che i Ten Years After di Alvin Lee sono stati una delle migliori formazioni di blues-rock di quell’epoca.

Bruno Conti

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

jason-isbell

https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

Forse E’ Un Disco Un Po’ Prevedibile, Ma Il Livello E’ Sempre Alto! Anderson East – Encore

anderson east encore

Anderson East – Encore – Elektra/Warner CD

Le due rivelazioni musicali del 2015 sono stati indubbiamente Anderson East http://discoclub.myblog.it/2016/01/01/recuperi-inizio-anno-3-meraviglioso-disco-soul-bianco-anderson-east-delilah/  e Nathaniel Rateliff http://discoclub.myblog.it/2015/09/03/ora-il-migliore-album-rocknsoul-dellanno-nathaniel-rateliff-the-night-sweats/ , titolari di due tra i più bei dischi di quell’anno (e nessuno dei due, va detto, era l’album d’esordio), due lavori splendidi che avevano come comune denominatore uno stile soul e rhythm’n’blues decisamente vintage. Ma i due approcci erano radicalmente diversi, in quanto Rateliff proponeva un errebi molto energico, quasi fisico e direttamente imparentato col rock (come ha confermato il devastante Live At Red Rocks da poco uscito http://discoclub.myblog.it/2017/12/11/un-live-prematuro-al-contrario-formidabile-nathaniel-rateliff-the-night-sweats-live-at-red-rocks/ ), mentre la musica di Delilah, l’album di East (vero nome Michael Cameron Anderson) era decisamente più raffinata, di classe, con una maggiore propensione alle ballate, e con l’influenza di Sam Cooke ben presente https://www.youtube.com/watch?v=Z5L4mRGQhJE . E, almeno per il sottoscritto, superiore (anche se di poco) a Rateliff. Delilah ha avuto anche ottimi riscontri di critica e di vendite, dimostrazione che in giro c’è ancora voglia di grande musica, ed Anderson si è goduto il momento, prendendosi tutto il tempo per dare un seguito a quel disco fulminante (nel frattempo si è anche fidanzato con Miranda Lambert).

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https://www.youtube.com/watch?v=Ka1p2Vj5wps

Encore, il suo nuovo lavoro, non cambia le carte in tavola, in quanto prosegue il discorso precedente di musica soul fatta davvero con l’anima, cantata e suonata alla grande, oltre che prodotta splendidamente (l’onnipresente Dave Cobb, già responsabile di Delilah). Se proprio vogliamo trovare il pelo nell’uovo, Anderson con questo disco non ha rischiato, in quanto sembra quasi che abbia inciso un appendice all’album precedente (ed il titolo forse non è casuale, gli encores in inglese sono i bis che un artista propone a fine spettacolo), ma sempre meglio così che cambiare totalmente, con il rischio di spersonalizzare il suono e scontentare tutti. Per la verità le avvisaglie non erano rassicuranti, in quanto il primo singolo, All On My Mind (in giro già da qualche mese) non è una grande canzone, troppo monolitica nel suono, piuttosto risaputa dal punto di vista melodico, e soprattutto con un fastidioso synth che non c’entra nulla con East. Ma fortunatamente siamo in presenza di un episodio isolato, in quanto il resto di Encore è bellissimo, con la grande voce “nera” di Anderson che la fa da padrona, ed una serie di canzoni decisamente riuscite (tutte scritte da lui, tranne due cover) e suonate in maniera sopraffina da uno zoccolo duro di musicisti del giro di Cobb (Chris Powell alla batteria, Brian Allen al basso, Philip Towns alle tastiere), una sezione fiati indispensabile nell’economia del suono, e qualche ospite di nome come Chris Stapleton e Ryan Adams alle chitarre in una manciata di pezzi.

Anderson East's Encore comes out Jan. 12.

https://www.youtube.com/watch?v=252yzYRawM8

Si inizia subito alla grande con King For A Day, splendida soul ballad (scritta da Anderson con Stapleton e sua moglie Morgane), calda, fluida e con una melodia deliziosa, il tutto eseguito con classe sopraffina (e che voce), con uno stile che rimanda a Curtis Mayfield. This Too Shall Last è un altro slow, più intimista del precedente, suonato con estrema raffinatezza e con le chitarre nelle mani di Adams: bellissimo sia l’uso dell’organo che lo sviluppo melodico. House Is A Building, superbamente orchestrata, è un pezzo romantico ancora di gran classe, mentre Sorry You’re Sick (un brano di Ted Hawkins, un musicista ex busker scoperto con colpevole ritardo, ed oggi quasi dimenticato) è trasformata in un vivace errebi dal gran ritmo, alla Ike & Tina Turner, con fiati e chitarre sugli scudi e la solita grande voce. If You Keep Leaving Me è una ballata davvero magnifica dal suono classico, primi anni settanta, un delizioso controcanto femminile ed una linea melodica perfetta, in cui vedo tracce sia di Van Morrison (l’accompagnamento) che di Joe Cocker (l’approccio vocale): ripeto, canzone strepitosa. Girlfriend è decisamente più grintosa e potente, tanto da invadere quasi il territorio di Rateliff, ma è ugualmente godibile dalla prima all’ultima nota, grazie anche ai fiati che qui la fanno da padroni (e perfino l’assolo di moog ha un sapore vintage), Surrender è ritmata, trascinante e diretta, con il nostro che si supera vocalmente, mentre di All On My Mind ho già detto, un pezzo di cui si poteva fare a meno. Il disco comunque si riprende subito alla grande con Without You, pianistica, vibrante e piena di calore, con un altro motivo emozionante, e con Somebody Pick Up My Pieces, una cover di Willie Nelson che esce idealmente dal Texas per spostarsi in Alabama, diventando una scintillante ballata in puro stile southern soul.

AndersonEastAtMG2015byAnnaSinkLocalSpins-2-960x640

https://www.youtube.com/watch?v=1zSczaSm60U

Il CD, che è uscito l’altro ieri, venerdì 12 gennaio, si chiude con la lenta e spoglia Cabinet Door, solo voce e piano ma un feeling enorme; ottima conferma quindi per Anderson East: Encore avrà forse il difetto di non essere troppo diverso da Delilah, facendo mancare quindi l’effetto sorpresa del suo predecessore, ma siamo comunque in presenza di un lavoro di notevole livello e che ascolteremo a lungo.

Marco Verdi