Recensione Pasquale! Paul McCartney – Flowers In The Dirt Super Deluxe. Parte 2: Il Cofanetto.

paul mccartney flowers in the dirt super deluxepaul mccartney flowers in the dirt 2 cd

Paul McCartney – Flowers In The Dirt – Capitol/Universal 3 CD + DVD – 2 CD – 2 LP

Alla fine degli anni ottanta Paul McCartney stava cercando un rilancio di vendite e popolarità dopo un periodo complicato dal punto di vista artistico (problema comune in quel periodo per molti musicisti della golden age): l’inizio della decade non era stato neanche male, con due album di buon successo, Tug Of War e Pipes Of Peace, ed il primo dei due tra i migliori mai pubblicati dall’ex Beatle; nel 1984 ci fu però il fallimentare progetto Give My Regards To Broad Street, disco e film, che se da un lato sul supporto audio, pur proponendo poche novità (ma rileggendo alcune pagine del songbook dei Beatles), riuscì a portare a casa il risultato, dal punto di vista del lungometraggio fu un flop totale. Ed anche il successivo album Press To Play (1986) fu un insuccesso, un lavoro poco ispirato, involuto, con canzoni non “alla McCartney” e dal suono troppo anni ottanta (forse il più grande passo falso della carriera di Macca). Una parziale risalita si ebbe un anno dopo con la doppia antologia All The Best, trainata dall’ottimo singolo Once Upon A Long Ago, ma il nostro già in quel periodo stava pensando a come rilanciare la carriera, e la soluzione più giusta gli sembrò quella di cercare nuovamente un partner per la scrittura delle canzoni come ai tempi dei Fab Four: il prescelto fu Elvis Costello, con il quale già dal 1987 Paul iniziò a scrivere ed incidere a livello di demo una lunga serie di brani che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del nuovo album (un primo assaggio della collaborazione, Back On My Feet, era andata sul lato B di Once Upon A Long Ago).

La storia andrà poi diversamente, in quanto Paul in seguito avrà dei dubbi se quella della partnership con Costello fosse la strada giusta (nonostante i media stessero pompando la cosa aldilà della sua reale importanza, arrivando persino a definire Elvis il “nuovo Lennon”) e si metterà a scrivere altri brani per conto suo: Flowers In The Dirt (che uscirà nel Giugno del 1989), pur rivelandosi uno dei migliori album di McCartney, diventa dunque un ibrido, con soltanto quattro pezzi nati dalla collaborazione con l’occhialuto songwriter londinese (altri usciranno sul successivo album di Paul, Off The Ground, e sui due dischi del periodo di Costello, Spike e Mighty Like A Rose, mentre molti resteranno inediti). Anche la scelta di rivolgersi a ben sette produttori diversi (Trevor Horn, Chris Hughes, Mitchell Froom, Neil Dorfsman, David Foster, Steve Lipson e Ross Cullum, oltre a Paul stesso e Costello nei quattro pezzi scritti insieme) solitamente è sintomo di grande confusione, ma c’è da dire che se il nostro è riuscito a confezionare un lavoro con un suono unitario e compatto,  è merito anche del fatto che in tutti i pezzi vi è la medesima house band, che accompagnerà il nostro anche nel trionfale tour che seguirà (Hamish Stuart e Robbie McIntosh alle chitarre, Chris Whitten alla batteria, Paul Wickens alle tastiere, oltre alla solita presenza più che altro simbolica della moglie Linda) ed alcuni preziosi interventi di ospiti del calibro di David Gilmour, Nicky Hopkins e Dave Mattacks.

La prima parte del disco è quasi perfetta, a partire dall’apertura di My Brave Face, delizioso ed orecchiabile pop-rock dal ritornello coinvolgente, che è anche il primo singolo e la migliore delle quattro canzoni con Costello (e la sua mano si sente, specie nel bridge); con Elvis, Paul scrive anche la ballad You Want Her Too, unico duetto tra i due, un brano intenso e con un bel botta e risposta tra la voce melodica di Macca e quella ruvida di Mr. McManus, mentre anche due brani considerati minori come la funkeggiante Rough Ride e la jazzata e raffinatissima Distractions fanno la loro bella figura. Ma le due canzoni migliori del disco sono certamente la bellissima We Got Married, un gran bel pezzo che parte come un folk-rock ed assume tonalità quasi prog (all’acqua di rose, stiamo sempre parlando di McCartney), con due splendidi assoli floydiani di Gilmour  , e la cristallina Put It There, eccellente ballata acustica che, grazie anche all’arrangiamento ad opera di George Martin, rimanda direttamente al suono del White Album. La seconda parte (il vecchio lato B) parte benissimo con la roccata Figure Of Eight e la squisita pop song This One (altro singolo di successo), ma cala un po’ alla distanza: le altre due canzoni scritte con Costello, Don’t Be Careless Love e That Day Is Done, sono due ballate abbastanza normali per Paul, ed il pur gradevole reggae ecologista-pacifista How Many People, dedicato al sindacalista brasiliano Chico Mendes, ha un testo da terza elementare. Pollice verso invece per i due brani finali, la pesantissima Motor Of Love, lunga e noiosa ballata in più gravata da un arrangiamento gonfio, e la danzereccia Ou Est le Soleil, una mezza porcheria elettronica senza senso.

Oggi gli archivi di Paul si occupano proprio di questo disco, e l’edizione Super Deluxe è come al solito splendida dal punto di vista visivo, con ben quattro libri inclusi, pieni di testi, note, foto e curiosità varie, un DVD con i videoclip dei singoli estratti dall’album, un documentario inedito ed un altro, Put It There, uscito all’epoca e tre CD (dei quali il primo è il disco originale rimasterizzato) decisamente interessanti, anche se pure questa volta non sono mancate le polemiche. Intanto è strano che, dato che all’epoca Paul aveva deciso di fare una parziale retromarcia per quanto riguardava i pezzi con Costello, tutti e due i bonus CD sono incentrati sui demo incisi con lui, che se da un lato offrono una visione diversa (ed alcuni brani totalmente inediti), dall’altro mancano di documentare le versioni alternative dei pezzi scritti dal solo Paul (e lo spazio ci sarebbe stato, dato che i due dischetti durano mezz’oretta l’uno). La tracklist tra l’altro, nove brani a disco, è la stessa (e nello stesso ordine), con i soli Paul ed Elvis alle prese con i demo del 1987 sul secondo CD (dove si accompagnano con chitarre acustiche e pianoforte) e le versioni iniziali full band del 1988 sul terzo (ma sempre con Elvis in session), con anche diversi pezzi che poi non avrebbero trovato spazio sull’album. Se The Lovers That Never Were in versione duo ha chiaramente bisogno di essere rifinita (ed infatti sul dischetto “elettrico” risulta molto meglio), Tommy’s Coming Home è bellissima così com’è, due voci, due chitarre e melodia fresca e beatlesiana; Twenty Fine Fingers è un gradevole rockabilly alla Buddy Holly (irresistibile la versione full band) che poteva stare tranquillamente sul disco originale, mentre la deliziosa So Like Candy è davvero figlia dei Fab Four (ma la mano di Costello è evidente, tanto che la inciderà da solo e la metterà su Mighty Like A Rose).

I due CD proseguono con le quattro canzoni poi finite sull’album (e My Brave Face si conferma la migliore del lotto) e si concludono con la frenetica Playboy To A Man, meglio nella versione elettrica. La cosa che però ha mandato più in bestia i fans è la decisione, pare di Paul stesso, di includere altri brani, tra cui tre demo aggiuntivi e tutti i lati B dei singoli dell’epoca, soltanto come download digitale, scelta assurda considerando il fatto che lo spazio sui bonus CD non mancava e, soprattutto, che è senza senso spendere una cifra vicina ai 150 Euro per poi doversi anche scaricare dei pezzi. In ogni caso, anche il contenuto della parte download è interessante, con alcune B-sides accattivanti come la già citata Back On My Feet, l’incalzante e vigorosa Flying To My Home (che avrebbe dovuto assolutamente finire sul disco) e la vibrante ballata pianistica Loveliest Thing. Vi risparmio i vari remix della già brutta Ou Est Le Soleil, ed anche il raro singolo per i DJ Party Party, ma vorrei citare i tre pezzi finali, tratti da una cassetta demo ancora di McCartney e Costello, con le discrete I Don’t Want To Confess e Mistress And Maid e la splendida Shallow Grave, un vero peccato che sia rimasta nei cassetti. (*NDB Che uscirà il 21 aprile per il Record Store Day, proprio in formato musicassetta)!  A monte di tutti i possibili difetti (e quello del “download only content” è a mio parere imperdonabile), una delle migliori ristampe della serie, che avrà il merito di fare felici non solo i fans di Macca ma anche quelli di Elvis Costello.

Marco Verdi

Paul McCartney – Flowers In The Dirt Super Deluxe. Parte 1: Riassunto Delle Puntate Precedenti.

paul mccartney flowers in the dirt super deluxe

E’ da poco uscito l’ultimo volume degli archivi di Paul McCartney, l’attesa reissue del suo ottimo album del 1989 Flowers In The Dirt (rimandata di diversi mesi a causa del nuovo contratto firmato da Paul con la Capitol): siccome in passato il blog non si era mai occupato delle uscite di questa serie, ne approfitto per fare un piccolo punto della situazione riepilogando, spero brevemente, i volumi precedenti. La serie, iniziata nel 2010 come Paul McCartney Archive Collection, si pone come obiettivo la pubblicazione (in ordine non cronologico) di tutta la discografia dell’ex Beatle in versioni rimasterizzate singole, doppie e sotto forma di cofanetti che sono tra i migliori in circolazione in fatto di qualità e contenuti fotografici e testuali, ma con qualche riserva dal punto di vista musicale (ed è di queste edizioni Super Deluxe che vado a parlare). Infatti, se dal punto di vista dei manufatti non si può dire nulla (ogni cofanetto è corredato da diversi libri ricchissimi di testi, interviste, curiosità, foto inedite e note d’archivio), da quello dei contenuti musicali c’è sempre stata qualche perplessità, più o meno leggera a seconda del disco in questione, come se Macca abbia soltanto socchiuso la porta dei suoi archivi, tenendosi diverse altre cose per eventuali utilizzi futuri (anche se mi sento di promuovere l’operazione, seppur con alti e bassi, a differenza di quella dei Led Zeppelin che nelle edizioni di lusso offriva libri splendidi ma neppure una nota musicale in più rispetto alle versioni doppie, già di loro abbastanza avare di chicche). Ma ecco una disamina veloce delle uscite precedenti, per la quale ho seguito l’ordine cronologico dei dischi originali e non quello delle ristampe.

mc cartney mccartney 1970

McCartney (1970) – 2CD/DVD – il primo album di Paul è una serie di canzoni brevi, bozzetti cantati e strumentali ed idee inespresse che all’epoca suscitò diverse critiche per la sua eccessiva semplicità, ma che contiene alcune ottime cose come Every Night, Junk e Man We Was Lonely ed un classico assoluto nella strepitosa Maybe I’m Amazed, ancora oggi una delle prestazioni vocali migliori del nostro. Il secondo CD offre alcune outtakes, la più interessante delle quali è l’inedita Suicide (offerta all’epoca da Paul a Frank Sinatra ma rifiutata, pare con sdegno, da The Voice), una Maybe I’m Amazed dal vivo nel 1974 ed altri tre brani del disco in versione live coi Wings nel 1979. Il DVD contiene un documentario, due pezzi dal vivo sempre nel 1979 (per il famoso Concert For Kampuchea) ed altri due tratti dall’Unplugged del 1991.

paul mccartney ram deluxe

Ram (1971) – 4CD/DVD – edizione sontuosa, una delle migliori della serie, per un album all’epoca criticatissimo ma col tempo rivalutato come un gioiellino pop, tra canzoni leggerine ma divertenti (Uncle Albert/Admiral Halsey), delizie acustiche (Heart Of The Country), travolgenti rock’n’roll (Smile Away e Monkbery Moon Delight) ed un autentico capolavoro minore come The Back Seat Of My Car. Il secondo CD propone outtakes interessanti ma non indispensabili, oltre al singolo dell’epoca Another Day, il terzo la versione mono dell’album, mentre nel quarto troviamo la rarissima rilettura orchestrale pubblicata da Paul nel 1977 con lo pseudonimo di Percy “Thrills” Thrillington (non disprezzabile). Nel DVD qualche filmato d’epoca ed un paio di videoclips.

paul mccartney band on the run

Band On The Run (1973) – 3CD/DVD – il miglior album di sempre di Paul è anche stata la prima uscita di questa serie di ristampe. Registrato nonostante varie peripezie e con una formazione dei Wings ridotta a tre elementi (Paul, Denny Laine e Linda), l’album contiene una serie di classici assoluti da parte di un Paul ispirato come poche altre volte (la spettacolare title track, la lennoniana Let Me Roll It, Jet, la trascinante 1985, Mrs. Vanderbilt), per un album che anche chi non ha mai amato alla follia il nostro dovrebbe avere: il secondo CD contiene il singolo Helen Wheels (all’epoca incluso nella versione americana del disco) e diverse interessanti riprese dal vivo di brani dell’album (ma anche qualche inedito) per lo special televisivo del 1974 One Hand Clapping, mentre il terzo dischetto, meno interessante, presenta un documentario audio. Molto bello invece il DVD, che contiene quasi la performance completa di One Hand Clapping, con riletture anche di classici all’epoca recenti come My Love e Live And Let Die.

paul mccartney venus and mars

Venus And Mars (1975) – 2CD/DVD – un disco volutamente radiofonico, creato per lanciare il tour mondiale degli Wings, ma anche uno dei lavori più piacevoli di McCartney, dall’intro Venus And Mars/Rock Show, perfetto per aprire i futuri concerti, all’ottima rock song Letting Go, al divertissement anni trenta You Gave Me The Answer, fino al singolo Listen To What The Man Said, una deliziosa pop song che profuma di New Orleans (mentre gli spazi lasciati agli altri membri del gruppo sono nettamente inferiori, a conferma che nelle rock band con un leader la democrazia raramente porta risultati validi). Il secondo CD include diverse canzoni uscite all’epoca solo su singolo, tra cui le belle Junior’s Farm e Sally G, ed alcuni home demos, mentre nel DVD troviamo i soliti filmati non indispensabili.

wings at the speed of sound

At The Speed Of Sound (1976) – 2CD/DVD – album messo sul mercato per capitalizzare al massimo il grande successo della tournée in corso, si tratta di un disco piuttosto debole e con troppo spazio lasciato agli altri membri degli Wings (compresa Linda, che partecipa con una risibile Cook Of The House). Paul contribuisce con due singoli di grande successo (Silly Love Songs e Let ‘em In), che però il sottoscritto non ha mai digerito molto: meglio la roccata Beware My Love, che è anche l’unico episodio interessante dell’esageratamente corto bonus CD (21 minuti!), in quanto in una versione alternata con John Bonham alla batteria. Fino ad oggi la più deludente delle Deluxe Editions.

wings over america

Wings Over America (1976) – 3CD/DVD – splendida versione dal punto di vista dei libri inclusi nel cofanetto, ma meno interessante per la parte audio: i primi due CD ripropongono l’album originale, un live potente anche se un po’ tronfio (nel quale comunque Paul inizia a sdoganare qualche pezzo dei Beatles), mentre il terzo contiene soltanto otto canzoni tratte dal concerto al Cow Palace di San Francisco, un po’ poco. Bello invece il documentario sul DVD, Wings Over The World, di 75 minuti, però si poteva anche includere il famoso film Rock Show uscito all’epoca (pubblicato invece a parte).

McCartney II (1980) – 3CD/DVD – sciolti gli Wings, Paul torna alla dimensione casalinga come nell’esordio solista di dieci anni prima, ma stavolta sperimentando soluzioni elettroniche di vario tipo: se la danzereccia Coming Up e la bizzarra Temporary Secretary si possono anche salvare, altri episodi come Frozen Jap e Bogey Music suonano pretenziosi e datati. Il meglio Paul lo dà con le rare ballate acustiche, Waterfalls e One Of These Days. L’unica parte interessante dei due bonus CD è la versione dal vivo di Coming Up (che negli USA uscì come singolo al posto di quella in studio), mentre per il resto troviamo altri esperimenti fini a loro stessi, le full length versions dei brani dell’album (inutili), e l’irritante singolo stagionale Wonderful Christmastime. In definitiva, un disco con il quale il tempo non è stato generoso.

paul mccartney tug of war

Tug Of War (1982) – 2CD/DVD – per chi scrive, il miglior disco di Paul dopo Band On The Run, un album ispirato, potente, creativo, con un McCartney in forma smagliante e splendide canzoni come l’emozionante title track, l’irresistibile Take It Away, la toccante Here Today (dedicata a John Lennon), la bellissima Wanderlust ed il trascinante rock’n’roll Ballroom Dancing (mentre il singolo Ebony And Ivory, in duetto con Stevie Wonder, risulta piuttosto stucchevole). Il secondo CD è interessante anche se piuttosto corto (come tutti quelli della serie peraltro), con all’interno due b-sides, qualche demo ed una versione di Ebony And Ivory con il solo Paul. Nel DVD, i vari vidoclips ed alcuni filmati sparsi.

paul mccartney pipes of peace

Pipes Of Peace (1983) – 2CD/DVD – seguito del disco precedente (anch’esso prodotto da George Martin) ed inciso nelle stesse sessions, soffre però di una netta inferiorità rispetto al predecessore, come se tutto il meglio fosse stato messo su Tug Of War. Si salvano la discreta title track, la melodica The Other Me ed il raffinato pop-errebi So Bad, mentre il duetto con Michael Jackson Say Say Say è buono solo per le classifiche. Nel secondo CD, oltre a qualche non indispensabile demo ed al remix 2015 del brano con Jackson, troviamo la rara e non disprezzabile Twice In A Lifetime, tratta dalla colonna sonora di un film del 1985 con lo stesso titolo.

Marco Verdi

Torna Il “Cantautore Operaio” Dalla Voce Baritonale! Sean Rowe – New Lore

sean rowe new lore

Sean Rowe – New Lore – Three Rivers Records /Anti – Self

Il nome di Sean Rowe, per una cerchia ristretta di conoscitori (e i lettori di questo blog sono compresi) è sicuramente sinonimo di garanzia, e questo suo quarto lavoro, dopo ill disco Magic (in tutti i sensi) del 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/01/21/con-un-leggero-anticipo-o-in-clamoroso-ritardo-comunque-un-g/ , il successivo bellissimo The Salesman & The Shark (12), passando per le atmosfere soul e blues del penultimo Madman (14) http://discoclub.myblog.it/2014/09/26/il-difficile-terzo-album-barbuto-indie-rocker-gran-talento-sean-rowe-madman/ , conferma il barbuto Sean un cantautore atipico nel nuovo panorama musicale americano. Come al solito (e sempre più frequentemente accade), anche questo New Lore vede la luce attraverso la raccolta fondi “Kickstarter”, e il fatto che il disco, sotto la valida produzione di Matt Ross-Spang (vincitore di un “Grammy” con Jason Isbell) sia stato registrato nei mitici e leggendari Sun Studios di Memphis, mi fa pensare che la sottoscrizione sia andata benissimo.

Con le pareti piene di ricordi di Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins, Jerry Lee Lewis, e di tanti altri che volutamente evito di citare, Sean Rowe, voce, armonica e fisarmonica, si avvale come al solito di validi musicisti tra cui Ken Coomer alla batteria e percussioni, Richard Ford alla pedal steel, David Cousar alle chitarre elettriche, Dave Smith al basso, Rick Steff alle tastiere e piano, senza dimenticare la forte presenza di una sezione d’archi composta dal cello di Elen Wroten, dal violino di Gaylon Patterson e dalla viola di Neal Shaffer, il tutto “ingentilito” ai cori dalle voci di Reba Russell, e della bravissima Susan Marshall (mitica cantante dei Mother Station).

La voce è quella solita, pastosa e baritonale, e l’iniziale Gas Station Rose e la sua perfetta fusione tra chitarra acustica e pianoforte è una buona partenza, cui fanno seguito i cori e il violino di una intrigante The Salmon, una ballata pianistica come Promise Of You (dai cori leggermente gospel), e il doloroso lamento di I’ll Follow Your Trail, sugli scarni arpeggi di una chitarra acustica. Il flusso di emozioni che si respira nelle canzoni di Rowe, si manifesta nel songwriting di una ispirata The Wine,  per poi passare al soul-blues con coretti di Newton’s Cradle  (uno dei brani meno riusciti del disco), mentre le cose vanno decisamente meglio con una ballata alla Van Morrison (anche nel lungo titolo) come I Can’t  Make A Living From Holding You, e con i toni sofferti e romantici di un’altra “kilometrica” It’s Not Hard To Say Goodbye Sometimes. La parte finale è affidata al blues scarno e polveroso di You Keep Coming Alive, e all’armonica che accompagna le note acustiche di una dolente The Very First Snow, degna conclusione di un lavoro che racconta storie di solitudine e speranza.

Questo barbuto e corpulento signore probabilmente non sarebbe fuori luogo ad un raduno della mitica  Harley-Davidson, è un comunque un cantautore, a parere di  chi scrive, che sembra condensare tutti i grandi nomi della tradizione  dei “songwriters” classici americani, merito certamente della sua voce assolutamente unica (tra le la più calde dell’attuale cantautorato americano), ma anche del suo tocco chitarristico esclusivamente in stile “picking”, con una scrittura mai banale che dispensa canzoni dolci e disperate, che narrano di storie vere e di passioni, cantate tra bottiglie di Jack Daniel’s ormai vuote. In conclusione, se il valore di un artista viene giudicato esclusivamente sulla base del successo commerciale ottenuto, il buon Sean avrebbe dovuto cambiare mestiere da tempo, ma chi crede nella musica che proviene dal cuore e dal profondo dell’anima, in questo ultimo New Lore (anche se non raggiunge i livelli dei primi due dischi), e in Sean Rowe, può trovare un’artista genuino e coerente, che potrà riservare piacevoli sorprese anche in futuro.

NDT: Leggo in questi giorni recensioni abbastanza contrastanti su questo disco, ma per chi ancora non lo conosce, rimane assolutamente da scoprire, magari partendo dai citati primi album.!

Tino Montanari

L’Ultima Colta Fatica Di Un “Cantautore Del Blues”! Eric Bibb – Migration Blues

eric bibb migration blues

Eric Bibb – Migration Blues – DixieFrog/Ird

Eric Bibb non è un “semplice” cantante e chitarrista blues, è un cantautore del blues, uno che ha sempre dato importanza alla tradizione (per esempio con il recente Lead Belly’s Gold, realizzato in coppia con JJ Milteau http://discoclub.myblog.it/2015/10/11/vecchio-oro-zecchino-nuovi-minerali-blues-meno-pregiati-sempre-preziosi-eric-bibb-and-jj-milteau-lead-bellys-gold-live-at-the-the-sunset-more/ ), ma nella sua musica hanno altresì trovato posto le tematiche dei perdenti, degli sfruttati, dei poveri del mondo, e quindi era quasi inevitabile che prima o poi realizzasse un intero disco dedicato ai cosiddetti “rifugiati”, i migranti: le popolazioni che in giro per il mondo fuggono da guerre, carestie, fame, povertà, alla ricerca di un mondo migliore, spesso trovando la morte in questo tentativo. Ovviamente questa è solo una recensione e non un trattato sociologico e quindi non può entrare a fondo nell’argomento, che lascio a persone più preparate di me (spero) per sviscerarlo, ma mi sembrava giusto ricordarlo, visto che è l’assunto da cui parte questo album. Che nel suo ricco librettino, scritto in tre lingue, inglese, francese e tedesco, viene anche trattato con dovizia di particolari sulle canzoni contenute nel CD, e si apre con una dotta citazione dall’opera di Cicerone, che nel 46 prima di Cristo già diceva: “Essere ignoranti di quanto è avvenuto prima della tua nascita vuol dire rimanere sempre un bambino. Per questo quanto vale la vita umana, a meno che non sia intessuta nella vita dei nostri antenati dai ricordi della storia” (libera traduzione del sottoscritto).

Ma veniamo ai contenuti del disco: a fianco di Bibb, per questa nuova avventura, oltre al fido JJ Milteau all’armonica, questa volta troviamo l’eccellente musicista canadese (ma nato a South Bend, Indiana) Michael Jerome Browne, vincitore di vari premi in Canada e negli States (con nove album al suo attivo, quasi tutti per l’etichetta Borealis, e che vi consiglio di esplorare), nonché virtuoso (come Eric) di vari strumenti a corda, chitarre, soprattutto slide, banjo e mandolino, ma anche violino. Quindi un disco dalle sonorità scarne, quasi sempre acustiche, come è d’altronde caratteristica dei dischi di Eric Bibb, vedi anche il recente The Happiest Man In The World, dove oltre a Browne, c’era il grande Danny Thompson al contrabbasso. Si diceva del fatto che il nostro è un “cantautore” del blues e quindi è quasi ovvio che l’album contenga quasi tutte composizioni originali dello stesso Bibb, che comunque si lascia aiutare anche dai suoi compagni di avventura come autori, e sceglie un paio di cover d’autore che vediamo tra un attimo. L’album si apre con l’intensa (ma lo sono tutte le canzoni contenute in questo Migration Blues) Refugee Moan, con la splendida ed espressiva voce di Bibb, sostenuta dalla propria baritone guitar, dal fretless banjo di Browne e dall’armonica di Milteau, per una cruda narrazione del viaggio verso la Promised Land. Il secondo brano Delta Getaway, rievoca i ricordi dei vecchi del Mississippi sui loro pericolosi viaggi appunto dal Mississippi a Chicago, un brano dove si gusta la splendida resophonic slide di Browne e l’intervento della batteria di Olle Linder che aggiunge ritmo ad uno dei brani più “elettrici” di questa raccolta.

Diego’s Blues racconta il viaggio, negli anni ’20 del secolo scorso, di un inventato emigrante messicano verso il Delta del Mississippi per sostituire gli Afroamericani che stavano abbandonando le piantagioni, un eccellente folk-blues, solo la voce di Eric e la 12 corde di Browne, splendido. Prayin’ For Shore affronta l’argomento dei viaggi della speranza in barca nel Mediterraneo a noi tristemente noti, una canzone complessa, con la voce di supporto di Big Daddy Wilson, e la 12 corde amplificata di Jerome e l’armonica di Milteau che affiancano la sempre splendida voce di Bibb, per un brano dall’atmosfera sospesa ed intensa. Migration Blues è uno strumentale intricato, dove Bibb e Browne si sfidano con le loro 12 corde in modalità bottleneck.. Four Years, No Rain, scritta sempre per l’occasione da M.J. Browne, affronta il tema della carestia in un altro blues minimale e scarno, mentre We Had To Move racconta in una canzone la storia romanzata della famiglia di James Brown, un brano mosso e variegato, dove si apprezza il virtuosismo di Bibb al banjo. La prima cover è una magnifica rilettura di Master Of War di Bob Dylan, con la voce evocativa di Eric, sostenuta dal “minaccioso” fretless gourd banjo, che ricrea l’ambiente di uno dei capolavori dylaniani. Ancora le due chitarre duettanti di Bibb e Browne, per una sognante e delicata Brotherly Love e poi spazio per l’omaggio al cajun degli emigrati canadesi spinti verso la Louisiana, nello strumentale di MJ Browne La Vie Est Comme Un Oignon, per violino e armonica. With A Dolla’ In My Pocket è un country-blues elettrificato di nuovo di grande intensità, seguito da un altro dei monumenti della canzone americana come This Land Is Your Land di Woody Guthrie, che credo non abbia bisogno di presentazioni, bella versione. Una breve Booker’s Blues un vorticoso strumentale suonato sulla National di Booker White, e siamo al finale, Blacktop, un altro intenso blues di Browne, che questa volta la canta anche, con Bibb e Mornin’ Train, un tradizionale arrangiato da Eric Bibb, con la seconda voce della moglie Ulrika, brano che conclude a tempo di gospel/spiritual questo ottimo album del musicista di New York.

Bruno Conti

Continuano I Lutti Nel Mondo Della Musica: Ci Ha Lasciato Anche J. Geils!

JGeilsPerforming Jay_Geils_Holy_Cross_5

Non vorrei diventare una sorta di compilatore compulsivo di necrologi o peggio ancora un “becchino” (con tutto il rispetto per il mestiere) della musica rock in senso lato, ma ultimamente i musicisti se ne stanno andando ad un ritmo veramente serrato: forse anche perché tutti si avvicinano a quell’età in cui gli eccessi della gioventù arrivano per chiedere il conto del passato. Qualcuno muore perché era arrivato il suo momento, penso a Chuck Berry, ultranovantenne, ma anche al recentemente scomparso Lonnie Brooks, uno degli ultimi “grandi vecchi” del Blues, che è morto il 1° di aprile scorso alla rispettabile età di 83 anni, uno dei migliori chitarristi e cantanti della scena del blues urbano di Chicago e di cui non vi avevo segnalato la morte, ma lo faccio ora, perché mi sembra comunque giusto ricordarlo. L’altro ieri, il aprile, è stato trovato morto nella sua casa di Groton, nel Massachusetts, dove si era trasferito a vivere, anche  John Warren “J.” Geils Jr., in arte J. Geils, nativo di New York City, ma con una carriera musicale svolta soprattutto a Boston e dintorni, con la band da lui formata, la mitica J. Geils Band, blues-rock sopraffino, spesso definiti i Rolling Stones americani, ancor più dei Toxic Twins”, ovvero gli Aerosmith.

Probabilmente anche per J. Geils, che aveva 71 anni, le cause della morte, per quanto comunicate ufficialmente dalla polizia di Groton, che lo ho trovato morto, come “cause naturali”, non possono prescindere dal fatto che per lui si parlava da tempo anche di problemi di alcolismo, e i suoi compagni non lo avevano voluto all’ultima reunion della band nel 2012, cosa per cui Geils aveva avviato una pratica legale contro i vecchi soci, anche se poi Peter Wolf sul suo facebook così lo ricordato “Thinking of all the times we kicked it high and rocked down the house! R.I.P. Jay Geils.”. Mi associo e per ricordare ulteriormente il grande musicista americano al link successivo trovate la mia recensione dello splendido CD/DVD uscito postumo un paio di anni fa e quindi leggerete altre notizie su questa splendida band, mentre J. Geils negli ultimi anni, almeno fino al 2009, si era dedicato soprattutto ad album di jazz, piacevoli, ma francamente solo surrogati e pallide imitazioni (a parte forse quelli con Robillard) dello splendido blues-rocker, a  livello tecnico ma anche a livello scenografico, con chitarre a forma di freccia e a doppio manico,  che era stato in passato, http://discoclub.myblog.it/2015/04/10/gli-stones-americani-degli-anni-70-j-geils-band-house-party-live-germany/.

Bruno Conti

Il Primo Disco Era Bello, Questo Forse E’ Anche Meglio! Sam Outlaw – Tenderheart

sam outlaw tenderheart

Sam Outlaw – Tenderheart –  Six Shooter Records/Thirty Tigers CD

Angeleno, l’album di debutto di Sam Outlaw (nato Sam Morgan, ma Outlaw non è un soprannome, è il cognome della madre) era stata una delle migliori sorprese in ambito country del 2015, un disco di musica ispirata al suono della California degli anni settanta, con due-tre grandi canzoni (tra cui la title track) e diverse di alto livello, un tocco messicano e, come ciliegina, la produzione di sua maestà Ry Cooder (Sam è molto amico del figlio di Ry, Joachim, che pure suonava nel disco). A distanza di due anni Sam decide di dare un seguito a quel disco, e Tenderheart  è un lavoro che, pur continuando il discorso intrapreso con Angeleno, se ne discosta in parte. Outlaw mantiene tutti e due i piedi ben saldi nella California del Sud, anche se il CD è inciso nella San Fernando Valley (appena fuori Los Angeles), il Messico c’è ancora anche se in misura minore, i musicisti sono in gran parte gli stessi del primo disco (tra cui Taylor Goldsmith dei Dawes ed il gruppo Mariachi Teocuitatlan, mentre mancano Cooder padre e figlio, e la produzione è nelle mani di Sam stesso), ma in Tenderheart c’è una maggior predisposizione alla ballata, ai brani interiori, quasi intimisti, pur sempre con una strumentazione decisa e vigorosa, con chitarre e piano in evidenza e sonorità aperte e limpide. Un disco quindi in parte diverso dal suo predecessore, ma direi ugualmente interessante, anche perché Sam è uno che sa scrivere ed arrangiare nel modo giusto le sue canzoni, ed è assolutamente creativo, pur nel rispetto delle sonorità classiche della musica californiana.

L’album parte con la bellissima Everyone’s Looking For Home, una ballata lenta, profonda, toccante, che si apre a poco a poco rivelando una melodia di scintillante bellezza (splendido poi l’intermezzo con i fiati mariachi ed una chitarra twang). Bottomless Mimosas è più strumentata, ma è ancora caratterizzata da un’atmosfera eterea e di indubbio fascino: già da questi due brani si percepiscono le differenze con Angeleno, qui forse le canzoni sono meno dirette ma più personali; Bougainvillea, I Think è ancora lenta, elettroacustica, quasi folk, sulla falsariga di un certo cantautorato classico che aveva in James Taylor il suo interprete di punta, un pezzo decisamente riuscito, raffinato, suonato alla grande. Tenderheart è ancora una ballata, ma più vigorosa nel suono, non proprio rock ma poco ci manca, di nuovo contraddistinta da un motivo decisamente piacevole: Sam è quasi un altro artista rispetto al primo disco, forse qualcuno potrà anche rimanere spiazzato, ma a me questo suo nuovo look sonoro comunque piace assai. Come a smentirmi, Trouble è una pimpante country-rock song, la più elettrica e ritmata del CD, dal tiro potente e dotata di un bel riff e di un refrain che si canticchia al primo ascolto, la prova che comunque il nostro è ancora legato a certe sonorità.

She’s Playing Hard To Get (Rid Of) è di nuovo uno slow, ed è il pezzo più country finora, con una bella voce femminile sullo sfondo ed una languida steel, un brano dalla strumentazione classica, anch’esso di ottimo livello. La tonica Two Broken Hearts sta giusto a metà tra country e rock (e Sam ha davvero una bella voce), Diamond Ring è una deliziosa country ballad dal sapore antico, stile Flying Burrito Brothers, mentre Say It To Me è un altro country-rock splendido, uno dei migliori del CD, con una strumentazione forte, un suono vigoroso ed un motivo di prim’ordine. Bellissima anche All My Life, un country vivace, solare, quasi irresistibile, e che dire di Dry In The Sun, un’altra melodia semplice ma di grande presa, mentre Now She Tells Me profuma di Baja California, con quel leggero sapore di confine. Il CD termina con Look At You Now, ancora tenue e bucolica, perfetta per chiudere un lavoro decisamente riuscito sotto il profilo della scrittura, ricco dal punto di vista melodico e, perché no, in grado di regalare emozioni.

Marco Verdi

La Dura Verità? Un Gran Disco Di Blues Elettrico! Coco Montoya – Hard Truth

coco montoya hard truth

Coco Montoya – Hard Truth – Alligator/Ird

Per parafrasare il titolo dell’album, la “dura verità” (ma anche lieta e positiva, per l’occasione) è che Coco Montoya, alla tenera età di 65 anni, ha realizzato forse il migliore album della sua carriera (toglierei il forse). Un disco torrido e tosto, nella migliore tradizione dei prodotti Alligator. Quello di Montoya è un ritorno presso l’etichetta di Chicago, dopo due album pubblicati per la Ruf, il discreto doppio dal vivo della serie Songs From The Road, e l’ultimo album di studio del 2010, I Want It All Back, disco che descrissi con un termine che usiamo in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, “loffio”, secondo la Treccani “ fiacco, insulso, scadente”, che mi pare calzi a pennello http://discoclub.myblog.it/2010/07/27/da-evitare-se-possibile-coco-montoya-i-want-it-all-back/ . Però nel 2007, nella sua precedente prova per la Alligator Dirty Deal, Montoya, affiancato dai Little Feat quasi al completo, aveva centrato in pieno l’obiettivo: ma in questo nuovo Hard Truth mi pare che vengano al pettine più di 40 anni on the road, prima come batterista e poi chitarrista nella band di Albert Collins, in seguito 10 anni come chitarra solista nei Bluesbreakers di John Mayall, il migliore degli ultimi anni insieme a Walter Trout. La carriera del chitarrista californiano non è stata ricchissima di dischi, “solo” dieci, compreso l’ultimo e una raccolta, in più di 20 anni.

Il migliore, in precedenza, come capita a molti artisti, era stato probabilmente il primo disco solista Gotta Mind To Travel del 1995,  ma ora il mancino di Santa Monica, con l’aiuto dell’ottimo produttore (e batterista) Tony Braunagel, ha pubblicato un eccellente album di blues elettrico, perfetto nella scelta dei collaboratori, oltre a Braunagel, Bob Glaub al basso, il grande Mike Finnigan alle tastiere, Billy Watts e Johnny Lee Schell che si alternano alla seconda chitarra, e come ciliegina sulla torta, Lee Roy Parnell alla slide. Non vi enumero le collaborazioni di questi musicisti perché porterebbero via metà della recensione, ma fidatevi, hanno suonato praticamente con tutti; in più è stata fatta anche una scelta molto oculata delle canzoni usate per l’album. E, last but not least, come si suole dire, Coco Montoya suona e canta alla grande in questo disco. Si parte subito benissimo con Before The Bullets Fly, un brano scritto da Warren Haynes (e Jaimoe) nei primissimi anni della sua carriera, un pezzo ritmato, solido e tirato, dove le chitarre ruggiscono, l’organo è manovrato magicamente da Finnigan e la voce di Montoya è sicura e accattivante, ben centrata, come peraltro in tutto l’album, gli assoli si susseguono e il suono è veramente splendido; ottima anche I Want To Shout About It, un galoppante rock-blues-gospel di Ronnie Earl, che ricorda le cose migliori del Clapton anni ’70, con la guizzante ed ispiratissima chitarra di Montoya che divide con l’organo il continuo vibrare della musica. E anche Lost In The Bottle non scherza, su un riff rock che sembra venire dalla versione di Crossroads dei Cream o degli Allman Brothers, la band tira di brutto, con la solista di Montoya e la slide di Lee Roy Parnell che si scambiano roventi sciabolate elettriche.

Molto bella anche una slow blues ballad come Old Habits Are Hard To Break, una rara collaborazione tra John Hiatt e Marshall Chapman uscita su Perfectly Good Guitar, che per l’occasione accentua gli aspetti blues, grazie anche al lavoro del piano elettrico e dell’organo di Mike Finnigan, mentre Montoya è sempre assai incisivo e brillante con la sua chitarra. I’ll Find Someone Who Will è un funky-blues scritto da Teresa Williams, una delle due voci femminili di supporto presenti nell’album, molto R&B, ma sempre con la chitarra claptoniana del titolare pronta alla bisogna; e a proposito di chitarre terrei d’occhio (e d’orecchio) anche il duetto tra l’ineffabile Coco e l’ottimo Johnny Lee Schell, per l’occasione alla slide, nella ripresa di un bel brano di Mike Farris Devil Don’t Sleep, un minaccioso gospel blues molto intenso, dove brillano nuovamente anche le tastiere di Finnigan. The Moon Is Full è un omaggio al suo maestro Albert Collins, un classico hard blues con il suono lancinante della solista mutuato dall’Iceman, che ne era l’autore, e il bel timbro cattivo della voce di Montoya. Hard As Hell, uno dei brani firmati dal nostro, ricorda nuovamente il Clapton dei bei tempi che furono, molto Cream, con un riff ricorrente e le chitarre sempre in evidenza. ‘bout To Make Me Leave Home era su Sweet Forgiveness di Bonnie Raitt, ma qui si incattivisce e vira di nuovo verso un funky-rock forse meno brillante. Ottima invece la versione da blues lento da manuale di Where Can A Man Go From Here?, in origine un pezzo Stax di Johnnie Taylor, con un assolo strappamutande di Montoya veramente fantastico, tutto tocco e feeling. Per concludere si torna al rock-blues torrido e tirato di una Truth To Be Told firmata dallo stesso Montoya, che conferma il momento magico trovato nella registrazione di questo disco. In una parola, consigliato!

Bruno Conti      

Un Ennesimo Bel Disco Di Country Texano…Con L’Aggiunta! Jeremy Steding & The Rebellion – Odessa

jeremy steding odessa

Jeremy Steding & The Rebellion – Odessa – Jeremy Steding CD

Nativo della Florida, ma ormai texano a tutti gli effetti, Jeremy Steding è un countryman verace e puro, che pur avendo già quattro dischi alle spalle è ancora praticamente sconosciuto ai più. Odessa è il suo nuovo lavoro, ed essendo autodistribuito come i precedenti ,forse non sarà quello che gli darà la popolarità, anche se le sue ballate sferzate dal vento ed arse dal sole meriterebbero di certo un’esposizione maggiore. Steding è uno dal pelo duro, sa scrivere buone canzoni e mette sempre le chitarre in primo piano, ma anche nei pezzi più lenti resiste alla tentazione di arrotondare il suono a favore delle radio di settore: il merito è anche del gruppo che lo accompagna, The Rebellion, nel quale spiccano la tosta sezione ritmica formata da Chris Gill, bassista che si occupa anche delle chitarre elettriche insieme a Chris Reeves, e dal batterista Gavin Shea, oltre al bravo steel guitarist Dillon Horton ed al violinista Casey Driscoll. Odessa è formato da otto brani nuovi di zecca, ma come vedremo più avanti c’è altra musica sul CD.

Inizio roboante con la title track, gran ritmo, violino ficcante, chitarre in tiro e voce adeguata alla bisogna, per un country-rock maschio e robusto. La steel introduce Feels So Good To Be Back Home, una ballata intensa e per nulla sdolcinata, ma dotata di un motivo che entra immediatamente in circolo ed una prestazione vocale comunque grintosa; ancora più intensa If It Takes A Lifetime, un altro slow con elementi western, un genere che a Nashville si sente poco: puro country texano, di quello giusto. La tosta e roccata All These Lights è decisamente coinvolgente, con una bella chitarra twang ed una sezione ritmica degna di una punk band, Late Night Love Song è ancora un ottimo country made in Texas, incontaminato e ruspante, I Need A Texas Song è un gustosissimo honky-tonk dal gran ritmo, ma suonato con attitudine quasi rock. Odessa termina con l’intensa Whiskey Intuition, dall’incedere quasi drammatico e con una slide lancinante sullo sfondo, una delle più belle del lavoro, e con la tenue e bucolica Get Me The Hell Off This Rig, favorita da una melodia davvero brillante.

Ma il CD non finisce qui, ci sono ben otto (!) bonus tracks, che altro non sono che una sorta di Best Of dei dischi precedenti (con la maggioranza dei brabi estratta dal più recente My Own American Dream), una scelta bizzarra pur se ampiamente gradita (è successo in passato di CD con unito un mini Greatest Hits come bonus, ma è una pratica abbastanza rara, e poi di solito veniva accluso un dischetto a parte, mi ricordo ad esempio di The Sailor’s Revenge di Bap Kennedy, che aveva nelle prime copie un CD aggiunto con una selezione dai lavori precedenti). Abbiamo quindi un’altra mezz’ora di buona Texas music, tra fluide ballate (Let The Boys Drink Whiskey, My Own American Dream, Walker County Fair, Auburn), cavalcate elettriche (Lyin’) e country-rock diretti ed orecchiabili (Four Hour Gig). Un ottimo modo per entrare ancora di più nel mondo di Jeremy Steding.

Marco Verdi

25 Canzoni Per Festeggiare 25 Anni Di Carriera: Un Altro Gioiellino Folk-Rock, Dal Cuore Dell’Australia. The Waifs – Ironbark

waifs ironbark

The Waifs  – Ironbark – 2 CD Jarrah/Compass Records

Quest’anno il trio australiano dei Waifs festeggia i 25 anni di carriera: anche se poi a ben vedere il loro esordio discografico, con un album omonimo, pubblicato a livello indipendente, risale al 1996, e quindi i dieci dischi (otto in studio, compreso il nuovo Ironbark, e due dal vivo) in fondo sono una cospicua eredità sonora.

Nati nel 1992, dall’unione di Josh Cunningham, allora un 18enne chitarrista di belle speranze e le due sorelle Vikki Simpson, ai tempi 16 anni, chitarra e armonica, e Donna Simpson, 20 anni, che avevano iniziato girare l’Australia su un pulmino Kombi, facendosi chiamare Colours, ma che presto cambiarono nome in Waifs, continuando comunque a girare il continente australiano per altri 4 anni prima di pubblicare il disco di esordio. Dopo altri due album per la piccola Outside Music, fondano la loro Jarrah Records insieme al collega John Butler, mentre negli Stati Uniti firmano per la Compass Records. Cunningham, che suona tutti i tipi di strumenti a corda, è anche il principale autore del trio, nonché l’unico membro rimasto sempre a vivere in Australia, mentre le due sorelle, Vikki, che nel frattempo ha cambiato cognome in Thorne e Donna, si alternano come principali voci soliste, spesso in armonie vocali mozzafiato, e per qualche anno ritornavano dagli States in patria ogniqualvolta c’era da registrare un nuovo album, ma dal 2012 anche Donna è tonata a vivere in Australia.

Stranamente, per l’occasione, sono passati solo due anni dal precedente Beautiful You, che aveva segnato una svolta, secondo alcuni, verso un suono più pop e arrangiato (non per chi scrive http://discoclub.myblog.it/2015/08/23/il-miglior-folk-rock-dallaustralia-the-waifs-beautiful-you/ ), ma anche un riavvicinamento dopo anni di relazioni abbastanza tese tra i tre. Addirittura per il nuovo album si sono trovati, tutti e tre (e la loro abituale sezione ritmica, formata dal bassista Ben Frantz e dal batterista David Ross MacDonald) ad incidere il nuovo album nella cucina della casa di Josh Cunningham, per l’occasione trasformata in un piccolo studio di incisione e con l’albero di eucalipto nel giardino, Ironbark, che ha dato il titolo al nuovo lavoro. Un doppio album con 25 canzoni, una per ogni anno di carriera, e con Vikki Thorn che ne ha composte ben dieci, oltre ad una scritta in coppia con la sorella, dopo essere stata per anni la meno prolifica del gruppo. Come al solito ci sarà chi dirà che se ne avessero scritte meno l’album sarebbe stato più organico e meno dispersivo (ma lo dicevano anche del White Album dei Beatles o di Exile On Main Street degli Stones, tanto per volare bassi, pur se non siamo, ovviamente, a questi livelli): ma rispondendo con un’altra ovvietà, i latini dicevano “melius abundare quam deficere”, e allora abbondiamo!

Ma non nel sound, che viste le circostanze in cui è stato registrato l’album, segna un ritorno verso atmosfere più folk-rock: con l’iniziale Ironbark, scritta da Cunningham, ma cantata a turno da tutti e tre, in un florilegio di mandolini, chitarre acustiche, armonica, contrabbasso e percussioni, oltre alle proverbiali e splendide armonie vocali del gruppo, con Donna che è quella che ha la voce più roca e vissuta, Vikki, quella più acuta e squillante, e il barbuto Josh che è il Lindsey Buckingham della situazione; Higher Ground, ancora di Cunningham, cantata deliziosamente quasi all’unisono dalle due sorelle è un altro piccolo gioiellino folk-rock, con l’armonica di nuovo in evidenza, ma anche un dobro che aggiunge un tocco country all’insieme. Not The Lonely, l’unica firmata in coppia dalle sue sorelle, è quella che mette in luce l’aspetto più pop, ma deluxe, alla Fleetwood Mac, del gruppo americano, con ritmica, chitarre elettriche e acustiche come piovesse, e belle melodie tutte al loro posto, pensate anche alle Dixie Chicks al meglio delle loro capacità (a proposito di gruppi con sorelle). I Won’t Go Down, ancora scritta da Josh, ma cantata da tutti, è uno dei brani che più risentono dell’ambiente naturale della location, nata da una gita sulla spiaggia di Cunningham per trovare l’ispirazione e rovinata dal tempo pessimo, però non la canzone, che è un’altra splendida folk song intensa ed avvolgente, dalle ricchissime armonie, mentre Important Things ancora di Josh, è un brano molto vicino al classico West Coast sound di James Taylor.

Insomma mi pare la varietà sonora non manchi, Lion And Gazelle, la prima delle composizioni di Vikki Thorn, è una magnifica ballata, lenta e maestosa, mentre Done And Dusted, scritta da Donna, è una sorta di blues acustico, leggero e danzante e pure Dirty Little Bird, costruita dalla Thorne intorno ad un tenue giro di banjo conferma l’ispirazione ritrovata appieno dalla band. Senza citarvi tutte le canzoni, alcune delle quali già apparse negli album precedenti, vige peraltro un livello complessivo decisamente elevato, anche tra le 11 presenti nel 2° CD e presentate come “bonus tracks”, che ci regalano comunque uno degli album migliori del trio: vorrei ricordare ancora la dolcissima Grand Plans, la più bella di Cunningham, il country spensierato di Something’s Coming, la lunga e complessa Syria, dedicata al dramma della nazione mediorientale e delle sue popolazioni e la malinconica Long Way From Home. Nel secondo CD ancora un ottimo brano di Cunningham, Song For Jacqueline, illuminato dalle consuete splendide armonie vocali, la intensa The Strangest Thing, scritta dalla Simpson, con un lavoro chitarristico deciso, elettrica e pedal steel, che rimanda alle atmosfere bucoliche dei Cowboy Junkies, un’altra ballata magnifica come Take Me To Town, cantata splendidamente da Vikki Thorn, e di nuovo con una pedal steel sognante. Che “imperversa” anche in The Coast, sempre di Vikki, mai così ispirata nei dischi precedenti. Ma pure i cosiddetti episodi “minori, tipo una delicata ninna-nanna folk come Shiny Apple o il rock mosso e grintoso di una quasi “cattiva” Don’t You Ever Feel, confermano il ritorno dei Waifs ai livelli che loro competono, cioè quelli di una delle migliori band australiane.

Bruno Conti

Due Grandissimi Insieme Sul Palco! Townes Van Zandt & Guy Clark – Live…Texas 1991

townes van zandt guy clark live texas 91

Townes Van Zandt & Guy Clark – Live…Texas 1991 – Klondike CD

Se leggo le parole “Texas” e “songwriter” nella stessa frase, due sono i nomi che mi vengono immediatamente in mente: Townes Van Zandt e Guy Clark. Due maestri assoluti del cantautorato del Lone Star State, ma la cui grandezza ha sempre trasceso i confini del loro stato di appartenenza per rappresentare due delle influenze principali per molti musicisti a stelle e strisce. I due erano anche grandi amici, e, last but not least, due notevoli performers: è quindi con grande piacere che mi sono avvicinato (nonostante la mia proverbiale diffidenza verso i live non ufficiali tratti da broadcast radiofonici, ma qualche eccezione bisogna pur farla) a questo Live…Texas 1991, un bellissimo CD composto da dodici tracce (sarebbero tredici, ma una è un’introduzione parlata) tratto da un concerto tenutosi al famoso Cactus Café di Austin, il 16 Febbraio del 1991.

Sul palco ci sono solo Townes e Guy con le loro chitarre e le loro storie da raccontare, ma non serve di più, in quanto la serata scorre via che è un piacere, anche perché i due hanno un repertorio che pochi possono vantare; in più, quasi ogni canzone è intervallata da interventi scherzosi, che smentiscono la fama di personaggi ombrosi che si erano fatti. Come ulteriore ciliegina c’è la qualità dell’incisione, davvero eccellente. Già dall’apertura, con l’intensa No Lonesome Tune, unico brano cantato a due voci e con l’accompagnamento cristallino delle chitarre, si capisce che la serata è di quelle giuste. Con il secondo pezzo i due hanno già il pubblico in pugno: L.A. Freeway è infatti uno dei capolavori assoluti di Clark, ed è sempre una goduria risentirla (qui Townes si limita ad accompagnare, i riflettori sono tutti per Guy, che a metà canzone si mette addirittura a raccontare una storia autobiografica semiseria); Guy rende il favore lasciando spazio all’amico per la polverosa Mr. Mudd & Mr. Gold, una ballata texana al 100%, un western tune dalla melodia molto discorsiva, quasi parlata.

Townes bissa con Fraternity Blues, un vero talkin’ tra Guthrie e Dylan, che diverte il pubblico smentendo, ribadisco, in parte la fama di musone del nostro, mentre Guy piazza subito dopo un altro colpo da maestro con le splendide Old Friends e Texas 1947, inframezzate dalla spoglia e drammatica Marie di Van Zandt. La disimpegnata e divertente Homegrown Tomatoes e Let Him Roll, un altro talkin’ molto intenso stavolta appannaggio di Clark, preludono al gran finale in cui, a parte una vibrante Snowin’ On Raton, ascoltiamo le inimitabili Pancho & Lefty e Desperados Waiting For A Train, due delle più belle canzoni della loro epoca (e non solo texane), proposte in due versioni scintillanti e di grande intensità, che rendono questo CD difficile da ignorare.

Marco Verdi