Una Geniale E Moderna Opera Folk ! Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers

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Micah P. Hinson – Present The Holy Strangers – Full Time Hobby CD

Prendere o lasciare, secondo molti Micah P. Hinson o lo si ama oppure lo si detesta, se volete il mio parere non dovete fare altro che andare a rileggere su questo blog la recensione di Micah P.Hinson And The Nothing, il precedente album di studio http://discoclub.myblog.it/2014/03/18/sfigato-professione-micah-p-hinson-micah-p-hinson-and-the-nothing/ . Con questo nuovo lavoro, The Holy Strangers, il “genietto”, texano di Abilene (ma nato a Memphis), racconta le traversie di una famiglia in tempo di guerra, partendo fin dalla nascita per poi sviluppare la “saga” tra amori, matrimoni, tradimenti, che si finalizzano in omicidio e suicidio, un progetto ambizioso che ha richiesto ben due anni di produzione, con la particolarità di avvalersi di una originale strumentazione e registrazione “vintage”, che ha partorito 14 brani (inclusi 5 brani strumentali, che uniscono come un fil rouge tutta la storia), con le consuete ballate scarne e come sempre fondamentalmente acustiche (e chi lo segue le conosce benissimo), con l’apporto dell’ennesima nuova “backing band” composta da Andrea Ruggerio e Ambra Chiara Michelangeli a violino e viola, Jaime Romain al cello, Nicholas Phelps alla lap-steel, John Plumlee alle percussioni elettroniche, i fratelli Pablo e Manuel Moreno Sanchez al cello e violino, quasi tutti impiegati solo in un brano o due, a parte il pianista e tastierista Kormac  e le ragazze agli archi o due, nonché con una partecipazione familiare che vede la moglie Ashley e il figlio Wiley ai cori (per la verità il figlio al “pianto”), un insieme che dà all’album uno sviluppo musicale classico e decadente. Tutti gli altri strumenti e le “manipolazioni sonore” sono dello stesso Hinson.

L’intrigante “romanzo americano” di Micah P.Hinson si apre con il lento e dolente strumentale The Temptation, subito seguito dalle bellissime note “dark” di The Great Void, per poi rispolverare con Lover’s Lane lo spirito del grande Johnny Cash, intervallato da un altro strumentale The Years Tire On, che si distingue per un crescendo orchestrale ripetuto. La narrazione riparte con una ninna nanna lenta e dolente come Oh Spaceman (appunta dedicata al figlio, che però non pare apprezzare https://www.youtube.com/watch?v=5z2f78fmMQY), il breve ma intenso orchestrale The Holy Strangers (con i meravigliosi violini delle musiciste italiane Ruggerio e Michelangeli), il lungo parlato recitativo di Micah Book One, una suggestiva parabola “biblica” che ripercorre in toto l’infanzia di Hinson, seguita dal maestoso incedere di archi e violini di The War. Con la spettrale e triste The Darling, si torna ai valzer crepuscolari dei primi lavori di Micah, ci adagiamo sulle note dei violini di The Awakening, per poi commuoverci con le poetiche parole di una meravigliosa The Last Song, un brano che non stonerebbe nel repertorio di Nick Cave. La parte finale della narrazione prosegue con un ulteriore strumentale The Memorial Day Massacre (il punto musicale forse più interessante del disco), mentre si racconta della “morte” nell’arioso folk-country di The Lady From Abilene, e dell “suicidio” nella  dolente cantilena texana di una Come By Here a dir poco commovente.

Senza ombra di dubbio questo “concept-album” The Holy Strangers è il disco più ambizioso della carriera dell’ex “sfigato” Micah P.Hinson, un grande romanzo americano che, se ipoteticamente si togliesse la musica, potrebbe forse essere stato scritto, usando una iperbole, da grandi scrittori quali sono stati William Faulkner e John Steinbeck. Per chi scrive, fin dal lontano esordio Micah P.Hinson è parso un talento di assoluta purezza, in quanto sa scrivere canzoni con un senso perfetto della melodia, ed è dotato di una voce perfettamente riconoscibile (quasi da “crooner” anni cinquanta), e, ritornando all’affermazione iniziale, chi lo ama sa già cosa aspettarsi (e di conseguenza apprezzerà anche questo nuovo lavoro), agli altri porgo l’umile consiglio di approfondire gli album precedenti senza alcun pregiudizio.   

Tino Montanari

Ancora Un Disco Di Qualità Per Questo Texano Mancato. Jon Wolfe – Any Night In Texas

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Jon Wolfe – Any Night In Texas – Fool Hearted CD

Jon Wolfe, countryman originario di Tulsa, Oklahoma (ma texano d’adozione) si è rivelato al mondo con il suo secondo album, l’ottimo It All Happened In A Honky Tonk, uscito una prima volta nel 2010 e ristampato in versione deluxe dalla Warner ben tre anni dopo. Wolfe non è molto prolifico, in quanto da allora ha pubblicato solo altri due lavori, Natural Man nel 2015 ed ora questo nuovissimo Any Night In Texas, ma è uno che non fa dischi tanto per farli, né incide prodotti commerciali tipicamente made in Nashville solo per vendere, insomma ci tiene alla qualità. La sua musica è un country robusto ed elettrico, dal ritmo spesso alto e con canzoni di buon livello: Jon è dotato anche di un’ottima voce, ed il suo stile è maturato disco dopo disco, al punto che si può dire che Any Night In Texas è il suo miglior lavoro dopo l’album del 2010. Un disco di puro country texano, roccato e ritmato a puntino, e con il giusto equilibrio tra arte e commercio: quattordici canzoni suonate come si deve e prodotte con mano sicura da Jon stesso con Lex Lipsitz, e con diverse collaborazioni illustri nella stesura dei brani, con nomi come Ashley Monroe, Jon Pardi, Radney Foster, Brandi Clark, Rhett Akins e l’ex leader degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker, da tempo reinventatosi cantante country.

Girl Like You è un brano elettrico e potente dal motivo decisamente orecchiabile, che fonde mirabilmente atmosfere radio friendly ed un’attitudine da vero country rocker, cosa che si ripete, se possibile accentuata, nella seguente Time On My Hands, molto diretta e con le chitarre in evidenza. La title track mette in primo piano la bella voce del nostro e la sua propensione al ritmo, per una fluida country ballad che si lascia apprezzare in toto; Boots On A Dance Floor, nonostante il titolo, è uno slow, anche se le chitarre lavorano di fino sullo sfondo e non ci sono cedimenti di sorta, mentre Baby This And Baby That torna a parlare la lingua del country rock: forse qualche brano è prevedibile, ma il suono è quello giusto, non ci sono aiuti da parte di synth, programming, pro-tools e diavolerie varie e la qualità complessiva ne guadagna. A Country Boy’s Life Well Lived è un irresistibile country’n’roll del tipo che si balla nei bar texani, ritmo e divertimento assicurati, Drink For Two è un vibrante duetto con la graziosa Sunny Sweeney, un pezzo che cresce man mano che lo si ascolta, Airport Kiss è forse un tantino ripetitiva, ma sempre piacevole e ben fatta, mentre Hang Your Hat On That è un lento dal refrain intenso e con un ottimo assolo chitarristico. La ultime cinque canzoni confermano quanto di buono si è sentito nelle prime nove, con una menzione particolare per la roccata Whenever I’m With You, la mossa That’s What A Song Will Do, contraddistinta da un bel riff, e la tersa We’re On To Somethin’.

Al quarto disco Jon Wolfe non è ancora stato risucchiato dal pericoloso calderone di Nashville (anche se è proprio là che va ad incidere i suoi lavori), e ad occhio e croce credo che riuscirà a mantenere la barra dritta anche in futuro.

Marco Verdi

Un Altro “Nuovo” Cantautore Di Buon Livello. Aaron Burdett – Refuge

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Aaron Burdett – Refuge – Organic/Crossroads CD

Quando ho visto la copertina di Refuge, nuovo album del songwriter Aaron Burdett, ho pensato si trattasse di un disco country. Niente di più sbagliato: Burdett è in realtà un cantautore classico, sul genere di gente come James Taylor (nativo come lui del North Carolina) o Jackson Browne, ma che alla fine non assomiglia molto né all’uno né all’altro. Burdett usa anche il country, ma non è un countryman, in quanto un certo suono è al massimo funzionale in alcuni brani; Aaron predilige scrivere canzoni classiche, che esegue accompagnandosi sia con la chitarra acustica che con quella elettrica (è anche un bravo chitarrista), usando talvolta una piccola band, ma spesso presentandosi in totale solitudine. E si sa che, se sei da solo in scena, o hai feeling, bravura e capacità interpretativa o non vai da nessuna parte. Burdett è tutt’altro che un esordiente, in quanto è attivo dal 2005, e Refuge è già il suo settimo album: non conosco i lavori precedenti, ma dopo aver ascoltato quest’ultimo posso senz’altro pensare che possa essere il disco della maturità, sperando  che possa portargli un minimo di notorietà, almeno a livello di culto (anche se non ci credo molto).

La produzione, asciutta e lineare, è nelle mani di Tim Surrett, ed in studio con Aaron ci sono pochi ma validi sessionmen, tanto utili quanto sconosciuti, tra i quali spiccano lo steel guitarist Jackson Dulaney, il violinista David Johnson e la sezione ritmica formata da Jeff Hinkle (basso) e James Kylen (batteria). Ma al centro di tutto c’è Burdett con le sue canzoni, dieci esempi di puro cantautorato americano, come l’iniziale Pennies On The Tracks, una ballata (il genere da lui prediletto) molto ben strutturata e con una melodia fluida, con solo una chitarra, un violino e la voce gentile del nostro, una bella canzone che colpisce per la sua semplicità. E Refuge è tutto così, con brani più o meno mossi che rivelano la capacità da parte di Burdett di emozionare anche con una strumentazione parca. It’s A Living è più elettrica, ha il passo di una vera country song d’altri tempi, con una steel evocativa, ed il brano stesso è scorrevole e con un bel refrain diretto; Looking For Light è tenue e delicata, solo voce e due chitarre, anche se non serve altro per costruire una canzone degna di nota (in questo suo essere semplice ma incisivo Aaron mi ricorda un po’ Garnet Rogers, grande cantautore canadese, dalla fama inversamente proporzionale alla bravura).

Last Refuge è ancora un lento, ma la chitarra è elettrica (anche se oltre ad Aaron non c’è nessuno), e la canzone sta in piedi ugualmente, grazie anche all’ottima prova vocale, Rock And Roll nonostante il titolo si mantiene sullo stesso stile, un pezzo acustico di stampo folk, anche se dopo un minuto entra la band e si sente anche una slide, mentre Another Nail In The Coffin è una piacevolissima rock ballad, tersa e scorrevole, suonata e cantata benissimo e con uno dei motivi centrali migliori del CD. A Couple Broken Windows, ancora acustica, è semplice ed intensa al tempo stesso, Poor Man è una splendida ballata dal suono classico, molto anni settanta, con quell’impasto di organo e chitarre ed un leggero sapore southern: forse la migliore del lotto; l’album si chiude con la brillante Thieves And Charlatans, con un bel violino a guidare lo sviluppo del brano, e con Wolves At The Door, ennesimo slow fluido e “soulful”. Un gran bel dischetto, che dimostra ancora una volta quanto il sottobosco musicale americano sia pieno di talenti che fanno una fatica immensa ad emergere.

Marco Verdi

“Il” Vero Sudista: Quasi Un Capolavoro Finale. Gregg Allman: Southern Blood

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Gregg Allman – Southern Blood – Rounder/Universal CD – CD/DVD

Quando alcuni mesi fa, più o meno all’inizio della primavera, venne annunciato che il tour americano di Gregg Allman, previsto per i mesi successivi, era stato cancellato (e non rinviato) e che i biglietti sarebbero stati rimborsati, la voci che si rincorrevano da mesi sulla salute del musicista di Nashville (perché li era nato) erano probabilmente giunte al capolinea. In seguito si è saputo che, nonostante il trapianto al fegato, riuscito, del 2010, Gregg Allman aveva avuto anche problemi ai polmoni e aveva sviluppato un nuovo tumore al fegato, per cui aveva preferito non essere sottoposto ad un nuovo intervento o a cure mediche intensive che avrebbero probabilmente compromesso definitivamente l’uso delle corde vocali e quindi ha continuato la sua vita cantando dal vivo e incidendo un ultimo disco, finché la salute glielo ha permesso. L’uscita dell’album era prevista in un primo tempo per il gennaio del 2017, poi posticipata a data ignota, fino alla notizia della sua morte, avvenuta il 27 maggio del 2017: il disco comunque era stato inciso nel marzo del del 2016, ai famosi Fame Studios di Muscle Shoals, Alabama, nel corso di nove giorni, e sotto la produzione di Don Was, con il supporto della Gregg Allman Band guidata dal chitarrista Sonny Sharrard, e anche l’impiego di una sezione di fiati in alcuni brani. In questi giorni si è saputo che era stato completati anche altri due brani, Pack It Up di Freddie King e Hummingbird di Leon Russell, a cui Allman avrebbe dovuto aggiungere la traccia vocale, insieme alle armonie vocali per tutti i brani finiti, ma a causa delle condizioni di salute peggiorate in modo tale da non consentirglielo, queste parti sono state completate da Buddy Miller.

Il disco, composto da dieci brani, otto cover, più una canzone firmata insieme da Gregg e Sonny Sharrard, e una, Love Like Kerosene, dal solo chitarrista (tratta dal suo album solista Scott Sharrard & The Brickyard Band, uscito nel 2012 e che vi consiglio di recuperare perché si tratta di un ottimo disco di blues-rock-soul, sullo stile del suo datore di lavoro): l’album, si diceva, registrato negli studi dove si è svolta la parte iniziale della carriera di sessionman del fratello Duane Allman, è una sorta di omaggio a quella musica, tra soul, R&B, blues, ma anche southern rock, perché le prime tracce degli Hourglass, la band d’esordio discografico dei fratelli Allman, vennero registrate proprio in quegli studi, e per chiudere il cerchio, di comune accordo con Was si è deciso di inciderlo proprio laggiù. L’ultima line-up della band prevedeva, accanto ad Allman e Sharrard, Steve Potts e Marc Quinones, a batteria e percussioni, Ron Johnson al basso, Peter Levin alle tastiere, Jay Collins, Art Edmaiston.e Mark Franklin ai fiati, oltre agli ospiti Spooner Oldham David Hood, che erano due dei musicisti originali dei Muscle Shoals Studios, nonché di Jackson Browne, che è la seconda voce, aggiunta in un secondo momento, nella canzone Song For Adam, che porta la sua firma. E proprio le canzoni sono tra i punti di forza di questo album, un quasi capolavoro ho detto nel titolo, perché secondo il sottoscritto bisogna comunque cercare di tenere un punto di prospettiva serio ed obiettivo nel giudicare un disco: non si possono dare cinque stellette a destra e a manca come usano fare molte riviste e siti musicali, se vogliamo confrontarli, per dire, con At Fillmore East degli stessi Allman Brothers, o con Blonde On Blonde Highway 61 Revisited di Dylan, Music From Big Pink o il 2° della Band, Electric Ladyland di Jimi Hendrix, o dischi dei Little Feat, dei Grateful Dead, e così via, che sono rappresentati nel CD e sono i veri capolavori. Comunque questo Southern Blood è un grande disco, probabilmente superiore anche al suo esordio solista Laid Back e al recente Low Country Blues, in una discografia solista che ha visto solo otto dischi di studio e un paio di Live, ma una infinita serie di perle con il suo gruppo, l’Allman Brothers Band.

E l’unica canzone veramente nuova, My Only True Friend, scritta con Sharrard, non sfigura affatto al cospetto di brani classici: si tratta di una canzone che è una sorta di inno al suo vero grande amore, la musica, raccontata ad una donna, con un impeto e una passione ammirevole, una sorta di autobiografia e testamento finale in un unico pezzo, che è splendido anche a livello musicale (se mi scappano gli aggettivi non fateci caso, eventualmente ne chiederò a Mollica), una tipica ballata allmaniana dove la voce di Gregg (come peraltro in tutto il disco) nonostante i problemi di salute e gli anni vissuti pericolosamente, ha comunque la maturità che si conviene ad uno della sua età, ma ancora una freschezza ed una vivacità che pochi interpreti odierni possono vantare, con organo e piano, per non parlare della chitarra e dei fiati che distillano note magiche (bellissimo l’assolo di tromba di Franklin e quello di chitarra di Sharrard) , mentre tutta la band rende giustizia a questa canzone che probabilmente è una delle più belle mai scritte da Gregg durante tutta la sua carriera, se il rock ha un’anima, rock got soul, questo brano ne è un manifesto. Once I Was è un’altra ballata (che è lo stile musicale privilegiato in questo album) magnifica, scritta da Tim Buckley per il suo album del 1967 Goodbye And Hello, un pezzo malinconico, di una bellezza struggente, già interpretato alla grande ai tempi da Buckley, uno dei miei cantanti preferiti in assoluto, e qui reso in una versione altrettanto bella da Gregg Allman, con la voce che quasi scivola sul lussuoso background musicale realizzato dai musicisti, che hanno trasformato questo pezzo, folk all’origine, in una complessa melodia notturna dove tastiere, fiati (il sax, credo di Edmaiston, rilascia un pregevole assolo) e la pedal steel sono protagonisti assoluti. Sharrard ha raccontato che ai tempi Gregg aveva proposto a Tim di scrivere qualcosa insieme, vista la rispettiva stima, ma la cosa non si era concretizzata per la morte di Buckley, e sempre Sharrard racconta di avere introdotto Allman anche alla musica del figlio Jeff.

Per completare un trittico di brani fantastici, ecco Going Going Gone un pezzo di Bob Dylan tratto da Planet Waves, il disco del 1974 realizzato con la Band, una canzone forse non notissima, ma di cui ricordo sempre una versione splendida realizzata per Rubaiyat il tributo per i 40 anni della Elektra, cantata da Robin Holcomb e con un assolo di chitarra incredibile e lancinante di Bill Frisell, da sentire https://www.youtube.com/watch?v=ALM2SI0GZj8 , ma anche questa rilettura di Gregg Allman sfiora la perfezione, con slide, acustica e steel che si fondono in modo magistrale con i fiati, mentre la voce si libra in modo struggente sulla melodia del brano. E che dire di Black Muddy River? Anche questo pezzo dei Grateful Dead non viene da uno dei loro lavori forse più noti e migliori, In The Dark comunque fu il disco della band di Garcia a vendere di più e la canzone in ogni caso è un piccolo capolavoro, specie in questa versione che forse è persino migliore dell’originale, già quella di Bruce Hornsby & De Yarmond Edison, presente in Day Of The Dead, era notevole, ma quella presente in Southern Blood raggiunge un equilibrio sonoro tra la parte strumentale, dove fiati, tastiere e chitarre sono ancora una volta amalgamati in modo chirurgico da Was e quella vocale, con un bell’uso anche delle armonie vocali, per non parlare dell’intervento splendido della pedal steel, che ha quasi del miracoloso, Gregg la canta di nuovo in modo intenso e passionale con una partecipazione quasi dolorosa, per un brano che ancora una volta è l’epitome perfetta della ballata, l’arte in cui eccelleva l’Allman solista. Non poteva mancare il blues naturalmente, affidato ad una cover di I Love The Life I Live, un pezzo scritto da Willie Dixon, ma associato a Muddy Waters, grintoso e fiatistico, diverso dall’approccio più sanguigno e rock usato negli Allman Brothers, ma comunque sempre affascinante, e la voce, che assume per l’occasione quasi un timbro alla Joe Cocker, lascia il segno. 

Altra canzone epocale, tra le più belle nell’ambito ristretto di quelle che hanno fatto la storia del rock, è Willin’ di Lowell George, di cui si ricordano due diverse versioni dei Little Feat, quella del primo album, tra rock e blues, e quella successiva, indimenticabile, di stampo “stoned” country, apparsa su Sailin’ Shoes (e al sottoscritto piace moltissimo anche quella che incisero i Commander Cody https://www.youtube.com/watch?v=L-TBiCJQVlQ ): questa di Allman ancora una volta rivaleggia, sia pure in modo diverso, con l’originale, in un turbinio di chitarre acustiche ed elettriche e della steel, tutte presumo magnificamente suonate da Sharrard, con il piano a sottolineare l’interpretazione misurata e sincera di Gregg che, ben coadiuvato dalle avvolgenti armonie vocali aggiunte da Don Was, ci regala una versione da manuale. Dopo una serie di brani così è difficile proseguire a questi livelli, ma Gregg e i suoi musicisti ci provano, con una versione sinuosa e misteriosa della voodoo song Blind Bats And Swamp Roots, un vecchio pezzo di Johnny Jenkins tratto da Ton-Ton Macoute, album del 1970, in cui avevano suonato il fratello Duane e altri musicisti del giro Allman Brothers. Un altro omaggio alla musica dei Muscle Shoals è Out Of Left Field, un vecchio brano scritto da Dan Penn Spooner Oldham (che appare anche come musicista in questa versione) per Percy Sledge, quindi un’altra ballata, questa volta di vero deep soul sudista, sembra quasi un pezzo della Stax, quelli in cui spesso suonava il fratello Duane come chitarrista, in ogni caso bellissima pure questa. Love Like Kerosene, è l’altro pezzo contemporaneo, scritto da Scott Sharrard, un brano blues, già apparso sul Live Back To Macon del 2015 e che insieme a I Love The Life I Live fa parte delle bonus tracks dal vivo, registrate nel 2016, contenute nella versione Deluxe dell’album, che riporta anche un breve documentario con il Making Of del disco, in un DVD aggiunto. Comunque anche Love Like Kerosene è un signor brano, quello forse con il drive sonoro più vicino al classico blues-rock dei migliori Allman Brothers. E per concludere in gloria, e forse chiudere la sua vicenda musicale e di vita, una versione, bellissima pure questa, di Song For Adam, un pezzo scritto da Jackson Browne, che appare anche alle armonie vocali e che aveva scritto These Days, un pezzo contenuto in Laid Back, il primo disco solista di Gregg Allman. Si tratta di una canzone che Gregg ha sempre amato molto, in quanto la legava alla scomparsa del fratello Duane e che ha faticato a completare, lasciando incompleto l’ultimo verso “Still it seems he stopped singing in the middle of his song…”. Se gran finale doveva essere così è stato.

Uno dei dischi più belli del 2017. Anche questo esce domani 8 settembre.

Bruno Conti

Musica Indie Di Classe Per Orecchie “Mature”. The National – Sleep Well Beast

national sleep well beast

National – Sleep Well Beast – 4 AD CD

Finalmente è giunta l’occasione di parlarvi per la prima volta sul Blog dei National (un gruppo di Cincinnati, Ohio, ma da tempo di stanza a Brooklyn), con la particolarità, in parte come i Radiohead, di formare  un quintetto a conduzione familiare, composto da fratelli e amici di scuola, come i gemelli chitarristi e tastieristi Aaron e Bryce Dessner, la sezione ritmica dei fratelli Scott e Bryan Devendorf al basso e batteria, a cui si aggiunge il cantante e compositore Matt Berninger, dotato di una voce baritonale e indiscusso leader del gruppo, senza dimenticare una figura chiave come il bravissimo musicista girovago e violinista australiano Padma Newsome, determinante nelle prime intuizioni armoniche del gruppo, nonché autore spesso degli arrangiamenti di archi e tastiere.

I National una volta approdati a New York, pubblicarono il primo album, l’omonimo The National  pochi giorni dopo la tragedia dell’11 Settembre 2001, un lavoro forse un po’ acerbo ma già ricco di idee musicali prettamente acustiche, mentre con il seguente Sad Songs For Dirty Lovers (03) il suono si fece più vicino a sonorità “alt-country” che richiamano alla mente i mai dimenticati Wilco e Uncle Tupelo, con perle come Cardinal Song e Thirsty, e dopo un EP meraviglioso come Cherry Tree (04), una breve raccolta di brani rimasti fuori dall’album precedente, arriva il fortunato Alligator (05), una serie di ballate per cuori infranti, situata tra i migliori Tindersticks e i Morphine. Con il bellissimo Boxer (07) i National  arrivano (per ora) al loro punto più alto, e concludono un ideale “trilogia” iniziata con Sad Songs… tra sfumature folk, atmosfere notturne e arrangiamenti orchestrali curati come detto da Padma Newsome, che vedono come ospite al pianoforte Sufjan Stevens (raggiungendo ai la vendita di 170mila copie negli Stati Uniti), a cui faranno seguire un altro EP The Virginia (08), una raccolta di brani inediti e cover registrati dal vivo, il crepuscolare High Violet (10),  una “colonna sonora” di 45 minuti con almeno due canzoni strepitose come England e Vanderlyle Crybaby Geeks, e per finire l’ultimo lavoro in studio Trouble Will Find Me (13), forse, a parere di chi scrive, il meno convincente, ma che nei brani finali Pink Rabbits e Hard To Find, certifica ancora una volta la genialità e la bravura dei National. Ora, dopo la lunga pausa, in cui hanno curato lo splendido tributo ai Grateful intitolato Day Of The Dead, tornano con nuovo album.

Questo nuovo lavoro Sleep Well Beast, prodotto dai fratelli Dessner e da Berninger, è stato registrato negli studi (di proprietà dello stesso Aaron) Long Pond a New York, per una dozzina di brani che parlano di separazione e desiderio, anche firmati dal barbuto “frontman” Matt Berninger  con la moglie Carin Besser, e si avvale in alcuni brani di ospiti di rilievo come Bon Iver e Marc Ribot. Il disco si apre con la “matrimoniale” Nobody Else Will Be There, una ballata notturna marchio di fabbrica del gruppo, a cui fanno seguito il flusso chitarristico iniziato dei fratelli Dessner in una tambureggiante “post punk-song” come Day I Die, dall’intrigante elettronica di una “berlinese” Walk It Back, e dal riff “assassino” di The System Only Dreams In Total Darkness con grande lavoro delle chitarre. Con l’intro iniziale di pianoforte di Born To Beg , si evidenzia ancora una volta la bravura di “crooner” di Berninger, per poi passare al rock duro e tirato di una “psichedelica” Turtleneck, alla melodia palpitante di Empire Line, e alla sperimentazione di una elettronica I’ll Still Destroy You, comunque splendida. La parte finale inizia con la raffinata e dolce Guilty Party, per poi farci commuovere come sempre con la pianistica Carin At The Liquor Store (dove Matt dà sfoggio della sua bravura), tornare ai tempi “confidenziali” con il delicato valzer di Dark Side Of The Gym (dal titolo stranissimo), e chiudere con la “title track” Sleep Well Beast, dal suono scarno e dark, canzone guida di quello che potrebbe essere il “sound” del prossimo album dei National, una formazione ambiziosa e in perenne movimento nel ricercare strade nuove.

Per chi scrive, i National di Matt Berninger sono una delle band “indie-rock” più atipiche e nello stesso tempo più significative del panorama musicale americano, e queste dodici canzoni di Sleep Well Beast sono da gustare in perfetta solitudine come un brandy d’annata, e non possono lasciare indifferente qualsiasi ascoltatore dotato di buon orecchio, e magari non di primo pelo.

Esce domani 8 settembre.  

Tino Montanari

Un Live Molto Interessante, Ma Occhio Alla (Mezza) “Truffa”! The Allman Brothers Band – Unplugged

allman brothers band unplugged

The Allman Brothers Band – Unplugged (+ The Gregg Allman Band Live 1987) – Predator CD

Avviso ai naviganti: premettendo che questo CD (che non appartiene né alle pubblicazioni ufficiali, né è gestito dagli archivi della band) è piacevole ed a tratti perfino entusiasmante, devo però rimarcare come il titolo sia truffaldino. Infatti il disco è accreditato alla Allman Brothers Band, ed il titolo Unplugged si riferisce proprio alla famosa trasmissione di MTV, alla quale lo storico gruppo southern partecipò nel 1990 (registrando al National Video Center di New York), mentre quel And The Gregg Allman Band Live 1987 farebbe pensare ad un’aggiunta di due-tre canzoni alla fine come bonus tracks. Niente di più sbagliato, in quanto la parte degli ABB si riduce a quattro misere, ancorché splendide, esecuzioni poste all’inizio del disco (e con una qualità di registrazione strepitosa), mentre il resto, ben nove pezzi, appartiene ad una serata di tre anni prima appunto della Gregg Allman Band, durante il tour a supporto del loro album I’m No Angel, per l’esattezza ad Austin, Texas, il tutto con un buon suono, anche se un po’ ovattato, niente a che vedere con la parte degli ABB. Ed anche la qualità della performance è diversa, in quanto per i primi quattro pezzi siamo obiettivamente su un altro pianeta: gli Allman (che si erano riformati l’anno prima con il nucleo storico formato da Gregg Allman (RIP), Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe, al quale si erano aggiunti Warren Haynes, Allen Woody e Johnny Neel, pubblicando il bellissimo Seven Turns) dimostrano di essere un gruppo di fuoriclasse anche con gli strumenti acustici, a partire dall’apertura di Midnight Rider, la signature song di Gregg: suono caldo, grande voce ed intrecci chitarristici tra Betts e Haynes che sono una goduria nella goduria.

Melissa è uno spettacolo, fluida e distesa, riesce ad entusiasmare anche in questa scintillante versione a spina staccata (per questioni di tempi televisivi i brani sono più corti del solito), mentre Seven Turns, brano portante dell’album omonimo, è una delle composizioni migliori di Betts, uno splendido brano di pura americana e sfiorato dal country, che in veste acustica fa risaltare ancora di più la melodia tersa e cristallina. Chiude il mini set una sontuosa ripresa di Come On In My Kitchen di Robert Johnson, con Warren gigantesco alla slide, che ci lascia la voglia di sentirne ancora (oltre all’interrogativo sul perché non sia mai stato pubblicato tutto il concerto in veste ufficiale). Il set della GAB, che a differenza di quello della ABB è elettrico, non è allo stesso livello di eccellenza, sia per la qualità del repertorio (comunque mediamente più che buona), sia soprattutto per la differente grandezza dei musicisti coinvolti: Gregg come al solito non si discute, e se vogliamo nemmeno il chitarrista e band leader Dan Toler (già con gli Allman nel loro periodo meno celebrato, dal 1979 al 1982), ma il resto del gruppo è formato perlopiù da onesti mestieranti, seppur di alto livello (specie il pianista Tim Heding).

L’inizio è appannaggio dell’ottima It’s Not My Cross To Bear, un rock-blues caldo e con un gran lavoro di organo, forse il brano migliore di I’m No Angel, dal quale sono tratti altri tre pezzi: Faces Without Names, soul ballad discreta anche se non all’altezza delle composizioni migliori di Gragg, la potente Anything Goes, non male, e la title track, la più diretta e radio friendly delle quattro. Sweet Feelin’ proviene da Playin’ Up A Storm, disco di Allman del 1977, ed è un trascinante boogie, grande voce del nostro e formidabile performance di Heding, mentre Please Call Home arriva da Laid Back, il suo miglior album da solista, ed è una grande ballata sudista, anche se avrei fatto a meno del piano elettrico. Dulcis in fundo, abbiamo tre brani presi dal repertorio della ABB, Trouble No More di Muddy Waters, Hot’Lanta e Whipping Post, tre pezzi che la band dei due fratelli suonava ad un livello decisamente superiore, ma comunque è sempre un bel sentire, soprattutto grazie alla classe di Gregg (ed anche Toler non è proprio un pivellino). In definitiva, se dovessi esprimere il giudizio in stellette, ne darei quattro (abbondanti) alla parte della ABB e tre al resto.

Marco Verdi

Un Sudista “Anomalo”. Randall Bramblett – Juke Joint At The Edge Of The World

randall bramblett juke joint at the edge of the world

Randall Bramblett  – Juke Joint At The Edge Of The World – New West

Nuovo album per Randall Bramblett, veterano della scena southern e blues americana: secondo AllMusic è il suo 11° album, ma al sottoscritto ne risultano almeno quattordici, compresi un paio di Live e uno in coppia con il chitarrista australiano Geoff Achison. Diciamo che la fama del cantante di Jesup, Georgia, eccellente tastierista e anche sassofonista, è legata, almeno nella parte iniziale di carriera, ai Sea Level Mark II, quelli più funky e jazz-rock a fianco del classico rock sudista, ma anche a Gregg Allman, la quasi omonima Bonnie Bramlett, Elvin Bishop, Bonnie Raitt, Robbie Robertson, più avanti nel tempo Steve Winwood e Warren Haynes, oltre a decine di altri artisti a cui ha prestato le sue doti di sessionman. Comunque i suoi album solisti, che dagli inizi anni 2000 escono, più o meno regolarmente, ogni due o tre anni, quasi tutti per la New West, sono sempre piuttosto buoni, nessuno un capolavoro, ma spesso e volentieri dischi solidi e ben fatti che mescolano tutti gli ingredienti citati.

Anche questo nuovo Juke Joint At The Edge Of The World, che almeno nel titolo farebbe presagire a un omaggio ai tipici locali della zona del Mississippi dove la gente andava (e forse va ancora) a sentire il vecchio blues, in effetti poi ruota attorno a tutti gli elementi tipici della musica di Bramblett. I dieci brani portano tutti la firma di Randall, a parte una cover abbastanza particolare che poi vediamo e spaziano dal futuristico boogie-blues dell’iniziale Plan B dove la voce roca e vissuta, per quanto non molto potente, di Bramblett si fa largo tra un giro di basso funky, un drum loop che poi sfocia nell’ottimo drive del batterista Seth Hendershot, un piano elettrico e la chitarra cattiva e distorta di Nick Johnson, uno dei due ottimi solisti che si alterna con Davis Causey. Lo stile è insomma quello solito del nostro amico, southern raffinato, ma anche ruvido, sulla falsariga dei vecchi Sea Level, come conferma il sinuoso funky-blues di Pot Hole On Main Street, dove Randall comincia a soffiare anche nel suo sax, tra derive R&B e light jazz, mentre Trippy Little Thing, inserisce addirittura qualche leggero elemento psichedelico anni ’70, con la chitarra con wah-wah di Causey ancora in evidenza, a fianco del sax.

Garbage Man, che aggiunge una tromba alle procedure, vira di nuovo verso un funky/R&B che potrebbe rimandare sia al rock sudista quanto al sound dello Steve Winwood vecchia maniera, grazie al piano elettrico insinuante del nostro; I Just Don’t Have The Time miscela ancora elementi blues e atmosfere sudiste, sempre viste però più dal lato Sea Level o Wet Willie, quindi con funky e R&B sempre presenti, e un sopraffino assolo di organo di Bramblett molto laidback., con uno stile che si può accostare, a grandi linee, a gente come Mose Allison o Ben Sidran, soprattutto il secondo. Since You’re Gone è una strana ballata dalle atmosfere sospese, mentre la cover di cui vi dicevo è Devil’s Haircut, il brano di Beck, che ben si accoppia con il mood sonoro dell’album, ritmica in spolvero, tempi sincopati, voce laconica, inserti di tastiere e fiati e il classico riff della chitarra a guidare le danze, piacevole, seppur non memorabile, un po’ come tutto l’album, che raramente decolla verso l’eccellenza assoluta, pur mantenendo sempre un buon livello qualitativo. E anche la fiatistica Fine e l’Afro Funk di Mali Katra si mantengono su queste traiettorie ricche di classe e stile, ma a cui forse manca la scintilla del fuoriclasse. E la morbida “ballad” conclusiva Do You Want To Be Free, per quanto delicata e deliziosa non modifica il giudizio complessivo.

Bruno Conti

Eccone Un Altro Bravo, Questa Volta Dal Kentucky E Lo “Manda” Sturgill Simpson! Tyler Childers – Purgatory

tyler childers purgatory

Tyler Childers  Purgatory – Hickman Holler CD

Ecco un altro musicista di talento spuntato dal fittissimo sottobosco musicale Americano: per la verità Tyler Childers, proveniente da Louisa, Kentucky (un paesino di poco più di duemila anime che si fa fatica anche a trovare sulle cartine), ha già esordito nel 2011 con l’autodistribuito Bottles & Bibles, seguito da un paio di EP dal vivo, Live On Red Barn Radio Vol. I & II, ma possiamo tranquillamente considerare questo Purgatory come il suo debutto vero e proprio. Dotato di una voce molto dylaniana (il Dylan degli esordi), Childers suona un misto di country, folk appalachiano e musica cantautorale, oltre a scrivere buone canzoni: il suo territorio è lo stesso di altri musicisti veri, che fanno musica lontana dal suono tipico di Nashville e, quando vanno in classifica è per puro caso, gente che risponde al nome di Chris Stapleton, Jamey Johnson, Whitey Morgan, Colter Wall (che lo ha indicato come suo cantante preferito del momento) e Sturgill Simpson. Proprio Simpson, che è tra i più creativi tra quelli che ho citato, è il produttore di Purgatory, e questo ha fatto solo del bene alle già belle canzoni di Tyler, oltre ad aver facilitato la possibilità di suonarle con un gruppo di gente che sa il fatto suo (Russ Pahl e Michael Henderon alle chitarre, lo specialista Stuart Duncan al violino, grande protagonista del disco, Charlie Cushman al banjo, Michael Bub al basso e Miles Miller alla batteria).

E poi naturalmente c’è Childers con le sue canzoni che profumano di musica d’altri tempi, quando i dischi si compravano e non si scaricavano. I Swear (To God) è un gustoso honky-tonk dal sapore vintage, con il violino che swinga che è un piacere ed una ritmica spedita, una via di mezzo tra Wayne Hancock e Dale Watson. Feathered Indians è un’intensa ballata tra folk degli Appalachi e country, tempo sostenuto ma leggero, melodia fluida e feeling a profusione, con il violino ancora come strumento centrale; Tattoos inizia lenta e spoglia (voce, chitarra e fiddle), poi entra il resto del gruppo ed il brano acquista corpo senza perdere intensità, anzi. Born Again è molto bella (non che le precedenti non lo fossero), con il suo mood western, motivo discorsivo e diretto, arrangiamento tra sixties e seventies (si sente il lavoro di Simpson) e grande uso di steel, Whitehouse Road è leggermente più elettrica, ha un’andatura da outlaw song alla Waylon Jennings, ed anche in questa veste Tyler fa la sua bella figura, mentre Banded Clovis, dylaniana anche nella melodia oltre che nella voce, è una folk song purissima con il banjo a guidare le danze. Ed eccoci alla title track, un bluegrass dal ritmo forsennato ma con la batteria appena sfiorata (d’altronde il Kentucky è noto come “The Bluegrass State”), altro pezzo che suona come un traditional, brano che porta a Honky Tonk Flame, che invece ha un non so che di John Prine nella struttura melodica, sempre roba buona comunque; il CD si chiude con Universal Sound, molto più moderna nel suono del resto delle canzoni, una country song elettrica e mossa, ma decisamente riuscita e gradevole, e con la pura e folkie Lady May, solo Tyler voce e chitarra.

Bel disco, forse non tra quelli da avere a tutti i costi, ma sicuramente meritevole se vi piacciono i nomi citati qua e là nella recensione.

Marco Verdi

Il “Genio” E’ L’Altro, Ma Anche Lui Era Un Grande Musicista! Se Ne E’ Andato A 67 Anni Walter Becker, Co-Fondatore Degli Steely Dan.

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Purtroppo dopo un periodo di pausa, riprendono le morti eccellenti. Non aveva partecipato, per non specificati, ma evidentemente gravi problemi di salute (anche se Fagen aveva detto che preso si sarebbe ripreso), al recente breve tour di luglio per l’ennesima reunion degli Steely Dan (non c’era neppure Jon Herington), insieme a Fleetwood Mac, Doobie Brothers, Eagles e altri, in quello che era stato definito “The Classic East & West Tour”, ma:oggi si è spento a Maui, dove viveva, Walter Becker, il chitarrista, bassista e co-fondatore della band. Ne dà notizia il sito ufficiale, pubblicando le due foto che vedete qui sopra e la data di nascita e morte, “feb.   20  1950 — sept. 03 2017”, senza specificare la causa della morte. Come è noto il nome del gruppo, come qualcuno con fantasia ha scritto, più che da un personaggio è ispirato dal nome di un, come vogliamo definirlo, apparato, che appare in un romanzo scritto da William S. Burroughs Il Pasto Nudo: si tratta di un dildo, per la precisione “Steely Dan III from Yokohama”.

Evidentemente non la prima cosa che ti viene in mente ascoltando Do It Again Reelin’ In The Years, ma i due amici di New York erano entrambi amanti della Letteratura e in particolare della Beat Generation, e in fondo il nome ha portato loro fortuna. Becker, era, come vogliamo chiamarlo, il “socio minoritario” della band, ma la sua chitarra, il basso, le armonie vocali ed i rari interventi solisti, erano comunque elementi importanti nell’economia del gruppo, insieme al fatto che firmava tutte le composizioni con Donald Fagen, sia nei primi sette “capolavori” degli anni ’70 (l’ultimo, Gaucho, del 1980), sia nei due dischi della reunion degli anni 2000. Forse, anzi sicuramente, almeno per me, i due album solisti di Walter Becker, 11 Tracks Of Whacks del 1994 e Circus Money del 2008, erano lontani parenti del gruppo madre, soprattutto il secondo, e anche se spesso utilizzavano gli stessi musicisti, nei dischi di Becker, mancava certamente l’inconfondibile voce di Fagen.

Comunque Becker si era costruito una ottima reputazione anche come produttore, lavorando su dischi dei China Crisis, Rickie Lee Jones, Michael Franks, Rosie Vela (l’ottimo Zazu, insieme a Donald Fagen), oltre ad altri nomi meno noti, co-producendo  anche Kamakriad il disco solista del 1993 di Fagen, che per ricambiare il favore produsse 11 Tracks Of Whacks. Walter Becker partecipò anche alla New York Rock And Soul Revue nel 1991, e a svariati tour dal vivo degli Steely Dan, immortalati nel CD Alive In America del 1995 ed in vari DVD della decade successiva, ma non alla ultima reunion.

Proprio da poco Donald Fagen ha rilasciato una lunga ed affettuosa dichiarazione sul suo partner, che vale più di mille commemorazioni e pubblico integralmente qui sotto:

Walter Becker was my friend, my writing partner and my bandmate since we met as students at Bard College in 1967. We started writing nutty little tunes on an upright piano in a small sitting room in the lobby of Ward Manor, a mouldering old mansion on the Hudson River that the college used as a dorm.

We liked a lot of the same things: jazz (from the twenties through the mid-sixties), W.C. Fields, the Marx Brothers, science fiction, Nabokov, Kurt Vonnegut, Thomas Berger, and Robert Altman films come to mind. Also soul music and Chicago blues.

Walter had a very rough childhood — I’ll spare you the details. Luckily, he was smart as a whip, an excellent guitarist and a great songwriter. He was cynical about human nature, including his own, and hysterically funny. Like a lot of kids from fractured families, he had the knack of creative mimicry, reading people’s hidden psychology and transforming what he saw into bubbly, incisive art. He used to write letters (never meant to be sent) in my wife Libby’s singular voice that made the three of us collapse with laughter.

Walter Becker Dead

His habits got the best of him by the end of the seventies, and we lost touch for a while. In the eighties, when I was putting together the NY Rock and Soul Review with Libby, we hooked up again, revived the Steely Dan concept and developed another terrific band.

I intend to keep the music we created together alive as long as I can with the Steely Dan band.

Donald Fagen

September 3 2017

Certi che la sua musica rimane in buone mani gli auguriamo di Riposare In Pace nel Paradiso dei musicisti, che ultimamente si è fatto un po’ affollato.

Bruno Conti

Lo Springsteen Della Domenica: L’Ultima Notte Allo Spectrum! Bruce Springsteen & The E Street Band – Wachovia Spectrum, Philadelphia, PA 10/20/09

bruce springsteen wachovia spectrum 2009

Bruce Springsteen & The E Street Band – Wachovia Spectrum, Philadelphia, PA 10/20/09 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Nuovo volume degli archivi dal vivo di Bruce Springsteen, e secondo dedicato ad un concerto del 2009 dopo quello di Buffalo (l’ultimo con Clarence Clemons in squadra http://discoclub.myblog.it/2017/03/13/lultima-volta-dellindimenticabile-big-man-bruce-springsteen-the-e-street-band-hsbc-arena-buffalo-ny-112209/ ); ultimamente si è insistito parecchio con serate recenti della storia live del Boss, ma già dai primi di Agosto la nugs.net, che cura la pubblicazione di questi CD (o download) ha fatto sapere che ci sarà un’inversione di tendenza, e cioè una pubblicazione al mese (il primo venerdì) e la promessa di scavare più a fondo negli archivi: la prima uscita (che dovrei ricevere a breve) mantiene le promesse, in quanto si occupa di due concerti completi del 1977, uno degli “anni magici” di Bruce, e curiosamente uno dei meno esplorati dai bootleggers (e proprio mentre scrivo queste righe è stato annunciato un altro volume, un concerto registrato a Belfast nel 1996 durante il tour di The Ghost Of Tom Joad, quindi Springsteen voce e chitarra). Ma veniamo a questa serata del 20 Ottobre 2009: si tratta di un evento di una certa importanza, in quanto è l’ultimo di una serie di concerti del Boss nel mitico Spectrum di Philadelphia, una vera istituzione nella quale hanno suonato davvero tutti (da Elvis a Jimi Hendrix, dai Cream ai Doors, passando per Bob Marley e Pink Floyd), a pochi giorni della sua demolizione, giusto il tempo per ospitare ancora i Pearl Jam (il 31 dello stesso mese). Una celebrazione quindi tra il festoso e l’amaro, ma il Boss fa di tutto come al solito per divertire il pubblico, lasciando solo per il finale le lacrime.

Si parte con la bellissima The Price You Pay, che se lo scorso anno durante The River Tour veniva suonata quasi tutte le sere, nel 2009 era una rarità assoluta, in quanto non veniva eseguita addirittura dal 1981; dopo una coinvolgente Wrecking Ball (che all’epoca era ancora inedita), si torna a The River per due brani, la sempre trascinante Out In The Streets e la più ruffiana Hungry Heart, seguite a ruota dall’allora nuova Working On A Dream, che per me rimane un brano minore del Boss. Ed ecco la parte centrale dello spettacolo, che termina il primo CD ed occupa la prima metà del secondo: la riproposizione, brano per brano, di tutto l’album Born In The U.S.A. da cima a fondo. Lasciando stare le critiche sul suono radiofonico e anni ottanta del disco originale (critiche che non ho mai condiviso), dal vivo è sempre un bel sentire, e le mie preferite sono quelle che prediligevo anche nell’album di studio, cioè Working On The Highway, più rock’n’roll che mai, Downbound Train, No Surrender, splendida e contagiosa, e I’m Goin’ Down, ma c’è da dire che Cover Me sembra un’altra canzone, che la title track riesce sempre a coinvolgere alla grande, e che Glory Days dal vivo è trascinante come poche.

Il secondo dischetto termina con le consuete, non mancano praticamente mai, The Promised Land e Born To Run (ma quella sera non c’è Badlands, altro brano di solito sempre presente), la meravigliosa The River, la vibrante Long Walk Home, uno dei pezzi migliori di Magic, la sempre emozionante The Rising ed un’infuocata (Your Love Keeps Lifting Me) Higher And Higher di Jackie Wilson. I bis (cioè il terzo CD) iniziano con una tonica versione di Spirit In The Night, più soulful che mai e con ospite alla batteria Vini Lopez, il primo drummer della E Street Band (che suonava nell’incisione originale), seguita dalle rare ma bellissime Loose End e Kitty’s Back, quest’ultima con una parte strumentale strepitosa, guidata da un formidabile Roy Bittan. Altre chicche sono una sentita Save The Last Dance For Me dei Drifters (ecco il momento delle lacrime) e, dopo l’altrettanto commovente Thunder Road, il gran finale con la festosa Rosalita (Come Out Tonight), introdotta alla tromba dal motivo di Gonna Fly Now, il tema di Rocky, che per Philadelphia è un’istituzione pur essendo un personaggio fittizio.Un altro bel concerto per Bruce Springsteen (ma ne ha mai fatti di brutti?), anche se la mia mente è già proiettata al prossimo volume della serie, che come ho già scritto prenderà in esame il Boss di quaranta anni fa.

Marco Verdi