Un “Eroe” Musicale Delle Due Coste? Michael McDonald – Wide Open

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Michael McDonald – Wide Open – BMG

Michael McDonald, da St. Louis, Missouri, è stato per certi versi, come Garibaldi fu “l’eroe dei due mondi”, una sorta di “eroe” musicale delle Due Coste, prima, ad inizio carriera, su quella orientale, come membro aggiunto degli Steely Dan, poi della West Coast, quando nel 1976 entrò nei Doobie Brothers come sostituto di Tom Johnson. In entrambe le band il suo stile si ispirava comunque alla soul music, se vogliamo il cosiddetto “blue eyed soul”, più raffinato e composito quello della band di Donald Fagen, più vicino al pop e al soft-rock nel gruppo californiano. Se devo essere sincero io ho sempre amato molto di più i Doobies quando facevano del sano rock misto a country e blues, quelli del primo periodo, ma anche nella fase a guida McDonald hanno regalato dei buoni album, più sofisticati e commerciali, ma con il baritono vellutato di Michael in grande spolvero. Poi il nostro ha intrapreso un carriera che attraverso undici album solisti (di cui due natalizi) ci porta ai giorni nostri. Non una produzione sterminata, ma Michael McDonald è anche stato l’uomo delle collaborazioni, e proprio in un paio di ensemble collettivi, come la New York Rock And Soul Revue (sempre con Fagen), e poi nei Dukes Of September, dove si aggiungeva anche Boz Scaggs, ha forse dato il meglio di sé http://discoclub.myblog.it/2014/03/26/band-tutte-le-stagioni-the-dukes-of-september-donald-fagen-michael-mcdonald-boz-scaggs-live-at-lincoln-center/ .

L’ultimo album, Wide Open, arriva dopo una pausa di nove anni dal precedente Soul Speak, e come i due che lo precedevano erano dischi di cover usciti per la rinnovata Motown, questo nuovo CD è il primo da vent’anni a questa parte a contenere materiale originale: nel disco, co-prodotto con Shannon Forrest, suonano uno stuolo di musicisti di pregio, tra cui spiccano Michael Landau, poi, li cito a caso, Larry Goldings, Willie Weeks, Steve Porcaro, Tom Scott, Michael Leonhart (storico collaboratore sempre di Fagen) che ha curato gli arrangiamenti dei fiati, insieme a Mark Douthit e, per non farsi mancare nulla, tra gli ospiti appaiono Robben Ford, Warren Haynes, Brandford Marsalis e Marcus Miller. Il disco, elaborato nel corso di vari anni, è buono, non possiamo negarlo, ma dovete forse, per apprezzarlo, essere estimatori dello stile comunque levigato e a tratti turgido del nostro, che ha sempre il suo classico vocione, scrive brani piacevoli, e se siete estimatori del blue-eyed soul lo apprezzerete sicuramente, ma anche gli ascoltatori “neutrali” troveranno motivi per godere della classe e dell’eleganza raffinata della musica contenuta in questo Wide Open. Dall’apertura classico groove tra le due coste di Hail Mary, che fonde il sound di Steely Dan e Doobie Brothers, con un suono vellutato come la musica del suo autore, tra voci femminili di supporto (la moglie Amy Holland), fiati, chitarre e tastiere accarezzate per ottenere quella versione bianca della soul music che McDonald ha sempre prediletto, e in questo disco ripropone con più vigore e rinnovata fiducia nei suoi mezzi, ottimo l’assolo di sax, di Mark Douthit, in un lungo brano che sfiora i sette minuti, mentre addirittura la successiva Just Strong Enough avvicina gli otto, per  una sorta di blues ballad con fiati e archi, sulla falsariga di certe cose di BB King, e che vede Warren Haynes e Robert Ford duettare brillantemente alle soliste in un pezzo molto cool, dove tutta la band lavora di fino.

L’album comunque contiene canzoni che superano regolarmente i cinque minuti (solo una è sotto questo minutaggio) e quindi i musicisti sono liberi di suonare al meglio delle loro possibilità: i due pezzi iniziali sono i migliori, ma anche la mossa Blessing In Disguise è eccellente, con un sound che richiama addirittura (con il dovuto rispetto) gli Steely Dan di Aja, funky-jazz soul music con Branford Marsalis al sax nel ruolo che fu di Wayne Shorter, notevole anche Shannon Forrest alla batteria, quasi un novello Steve Gadd. Find It In Your Heart si basa un sinuoso wah-wah a guidare le danze, mentre Marcus Miller pompa sul basso e l’assolo di sax è di Tom Scott è la classica ciliegina sulla torta; Half Truth, con lo stesso Michael McDonald all’armonica, è un avvolgente pezzo rock di grande impatto, con Ain’t No Good che ricade in certo easy listening che ogni tanto si insinua nei brani del nostro amico, e pure Honest Emotion, nonostante gli inserti acustici, fa sì che entrambe le canzoni siano meno valide, come pure Dark Side che però ha una bella melodia e qualche vago tocco alla Bacharach, grazie a fiati e archi. Anche If You Wanted To Hurt Me non mi piace molto, troppo simile al McDonald più leggerino del passato, meglio Beautiful Child dove si riprende il gusto per gli arrangiamenti complessi e raffinati al servizio della pop song, elementi che sono da sempre nel menu del buon Michael. Too Short ha sonorità Caraibiche e world miste all’errebì classico, quasi alla Paul Simon, con la conclusiva Free A Man, molto incalzante e ben suonata, che vira di nuovo verso una sorta di jazz-rock alla Steely Dan, grazie ad un liquido piano elettrico, al sax, ancora Scott e alla chitarra di Landau. Come per tutto il disco d’altronde, non parliamo di un capolavoro, ma di un album solido e molto piacevole, oltre che, come detto, assai raffinato.

Bruno Conti

L’Album Migliore Di Una Piccola Grande Band! Turnpike Troubadours – A Long Way From Your Heart

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Turnpike Troubadours – A Long Way From Your Heart – Bossier City/Thirty Tigers CD

I Turnpike Troubadours sono la prova vivente che è possibile raggiungere il successo anche senza l’aiuto di una major e facendo ottima musica senza scendere a compromessi. Infatti il sestetto dell’Oklahoma (ai cinque storici Evan Felker, voce solista e chitarra, RC Edwards, basso, Ryan Engleman, chitarra, Kyle Nix, violino e Gabe Pearson, batteria, si è aggiunto anche lo steel guitarist Hank Early) ha esordito dieci anni esatti orsono con il già interessante Bossier City, che ha dato anche il nome alla loro etichetta personale, e disco dopo disco hanno aumentato la loro popolarità in maniera esponenziale, grazie anche alle esibizioni dal vivo: l’omonimo The Turnpike Troubadours di due anni fa ha venduto molto bene, e questo senza che i ragazzi avessero dovuto cambiare il loro suono http://discoclub.myblog.it/2015/11/08/si-che-americana-the-turnpike-troubadours/ . A Long Way From Your Heart, il loro nuovo lavoro, ha tutte le carte in regola per fare ancora meglio, in quanto è un bellissimo album di vera Americana, roots music nel vero senso del termine, con country e folk che si fondono mirabilmente con un anima rock: violino, banjo e chitarre elettriche che vanno a braccetto, una sezione ritmica sempre in tiro ed un gusto melodico non comune. I TT non somigliano ad un gruppo in particolare, sono ispirati sia dalle leggende della country music come Johnny Cash, Waylon Jennings e Merle Haggard come pure da rockers come Tom Petty, John Mellencamp e Steve Earle.

Ma in definitiva non ricordano nessuno di questi in particolare, avendo uno stile proprio ed una spiccata personalità. Ho scritto la recensione con un advance CD, e quindi non so dirvi se oltre a Felker e soci partecipino altri musicisti, ma so che la produzione è nelle capaci mani di Ryan Hewitt, già in passato collaboratore di Avett Brothers, Brandi Carlile e Lumineers. L’avvio è ottimo, con la scintillante The Housefire, un folk-rock splendido tra country ed Irlanda, elettrico quanto basta e con una melodia eccellente che vi farà venire voglia di riascoltarla subito. La corale Something To Hold On To è un rockin’ country vibrante e godibile, con qualche elemento southern nel suono ruspante delle chitarre, un altro refrain immediato ed uno strepitoso finale jammato; The Winding Stair Mountain Blues è un velocissimo bluegrass, sempre con una marcata dose di rock, un cocktail irresistibile ancora con un leggero sapore Irish, come se i Pogues avessero passato un anno in Oklahoma.

Anche Unrung è molto valida, una ballata country-rock che ha lo spirito del primo Steve Earle, la saltellante A Tornado Warning è guidata da chitarra, violino e steel, che creano un intreccio strumentale affascinante, ben sostenuto da un’altra melodia di prim’ordine. Pay No Rent, scritta da Felker insieme a John Fullbright, è una ballata decisamente intensa, ma nello stesso tempo diretta e di nuovo con una bella ricchezza strumentale, la trascinante The Hard Way è un rockin’ country limpido e terso, l’ennesima perla di un disco che non ha una sola canzone sottotono; l’elettroacustica Old Time Feeling (Like Before) sta giusto a metà tra folk e country, mentre Pipe Bomb Dream è contraddistinta da un ritmo sostenuto, un motivo delizioso ed un bel chitarrone twang: in poche parole, una goduria. Il CD si chiude con la bellissima Okalhoma Stars, altro country-folk cristallino e melodicamente evocativo, e con Sunday Morning Paper, che inizia come un puro folk con voce e fingerpicking, poi entra il resto del gruppo trasformando il pezzo in uno squisito honky-tonk elettrico.

Di gruppi come i Turnpike Troubadours ce ne sono (purtroppo) sempre meno, ragione in più per non farsi sfuggire questo A Long Way From Your Heart.

Marco Verdi

Grande Disco, “Con Un Piccolo Aiuto Dagli Amici”, E Che Amici! Mitch Woods – Friends Along The Way

mitch woods friends along the way

Mitch Woods – Friends Along The Way – Entertainment On

Mitch Woods, pianista e cantante di blues e boogie-woogie, da oltre trent’anni ci delizia con i suoi Rocket 88, band con cui rivisita classici della musica americana e composizioni proprie, con uno stile che lui stesso ha definito con felice espressione “rock-a-boogie”, e la cui summa è forse il CD uscito alla fine del 2015 Jammin’ On The High Cs Live, dove il nostro, nel corso della Legendary Blues Cruise, indulgeva nell’arte della collaborazione con altri artisti, diciamo della jam per brevità, che è una delle sue principali peculiarità http://discoclub.myblog.it/2016/01/06/nuovo-musicisti-crociera-mitch-woods-jammin-on-the-high-cs-live/ . In quella occasione Woods era affiancato da fior di musicisti, Billy Branch, Tommy Castro, Popa Chubby, Coco Montoya, Lucky Peterson, Victor Wainwright, membri sparsi dei Roomful Of Blues e Dwayne Dopsie, ma per questo nuovo album Friends Along The Way l’asticella viene ulteriormente alzata e alcuni degli “amici” coinvolti in questa nuova fatica sono veramente nomi altisonanti: c’è solo una piccola precisazione da fare, il disco, inciso in diversi studi e lungo gli anni, è principalmente acustico, non c’è il suo gruppo e neppure una sezione ritmica, a parte la batteria in tre brani, e un paio dei friends che appaiono nel CD nel frattempo ci hanno lasciato da tempo.

Certo i nomi coinvolti sono veramente notevoli: Van Morrison e Taj Mahal, impegnati in terzetto con Woods in ben tre brani, prima in una splendida Take This Hammer di Leadbelly, con Van The Man voce solista e Mitch e Taj che lo accompagnano a piano e chitarra acustica, mentre lo stesso Morrison agita un tamburello, comunque veramente versione intensa e di gran classe. Pure la successiva C.C Rider, con i rotolanti tasti del piano di Woods che sono il collante della musica, non scherza, Taj Mahal e Van Morrison si dividono gli spazi vocali equamente e la musica fluisce maestosa. Più avanti nel disco troviamo la terza collaborazione, Midnight Hour Blues, altro tuffo nelle 12 battute per un classico di Leroy Carr, dove Morrison è ancora la voce solista e suona pure l’armonica, mentre Mahal è alla National steel, con il consueto egregio lavoro di Woods al piano (stranamente alla fine del CD c’è una versione “radio” del primo brano, che tradotto significa semplicemente che è più corta). Già questi tre brani basterebbero, ma pure il resto dell’album non scherza: Keep A Dollar In Your Pocket, è un divertente boogie blues con Elvin Bishop, anche alla solista, e Woods che si dividono la parte vocale, mentre Larry Vann siede dietro la batteria; notevole Singin’ The Blues, una deliziosa ballata cantata splendidamente da Ruthie Foster, che ne è anche l’autrice, come pure la classica Mother in Law Blues, cantata in modo intenso da John Hammond, che si produce anche da par suo alla national steel con bottleneck.

Cryin For My Baby è un brano scritto dallo stesso Woods, che la canta ed è l’occasione per gustarsi l’armonica di Charlie Musselwhite, un blues lento dove anche il lavoro pianistico di Mitch è di prima categoria; Nasty Boogie, un vecchio pezzo scatenato di Champion Jack Dupree, vede il buon Mitch duettare con Joe Louis Walker, impegnato anche alla chitarra, mentre in Empty Bed offre il suo piano come sottofondo per la voce ancora affascinante e vissuta di Maria Muldaur. Blues Mobile è un pimpante brano scritto dallo stesso Kenny Neal, che ne è anche l’interprete, oltre a suonare l’armonica e la chitarra, in uno dei rari brani elettrici con Vann alla batteria, The Blues è un pezzo scritto da Taj Mahal, che però lo cede ad una delle leggende di New Orleans, il grande Cyril Neville, che la declama da par suo, sui florilegi del piano di Woods, che si ripete anche nella vorticosa Saturday Night Boogie Woogie Man, di nuovo con Bishop alla slide, prima del ritorno ancora di Musselwhite con la sua Blues Gave Me A Ride, lenta e maestosa. Chicago Express è una delle registrazioni più vecchie, con James Cotton all’armonica, per una train song splendida, prima di lasciare il proscenio ad un altro dei “maestri, John Lee Hooker, con la sua super classica Never Get Out Of These Blues Alive, al solito intensa e quasi ieratica nel suo dipanarsi. In chiusura, oltre all’altro pezzo con Morrison e Mahal, troviamo un duello di pianoforti, insieme a Marcia Ball, in una ondeggiante In the Night, un pezzo di Professor Longhair che chiude in gloria questa bella avventura musicale. Sono solo tre parole, ma sentite; no, non sole, cuore e amore, direi più “gran bel disco”!

Bruno Conti

Canzoni Amare, Ma Suono Texano Al 100%! Josh Abbott Band – Until My Voice Goes Out

josh abbott band until my voice goes out

Josh Abbott Band – Until My Voice Goes Out – Pretty Damn Tough CD

Ormai la Josh Abbott Band è una realtà consolidata, e non solo in Texas (sono di Lubbock), ma in tutti gli States, dato che i loro ultimi due lavori sono entrati entrambi nella Top Ten country. Gruppo numeroso, sono in sette (oltre ad Abbott, voce e chitarra acustica, abbiamo Austin Davis, banjo, Preston Wait, violino, steel e chitarra elettrica, Eddie Villanueva, batteria, Caleb Keeter, chitarra solista, James Hertless, basso, e David Fralin, tastiere varie), la JAB è attiva dal 2008 e fino ad oggi ha pubblicato dischi con una regolarità invidiabile: uno ogni due anni, con l’eccezione del precedente, Front Row Seat, che era uscito nel 2015 http://discoclub.myblog.it/2015/12/17/concept-autobiografico-forse-si-pur-sempre-ottimo-country-rock-texano-josh-abbott-band-front-row-seat/  a tre anni di distanza da Small Town Family Dream. Ma questa quantità nel numero di album non ha mai messo in discussione la qualità, in quanto i nostri hanno continuato a proporre vero country-rock texano, elettrico e chitarristico, ricco dal punto di vista strumentale (non sono in sette per pettinare le bambole) e, cosa che li distingue da molti altri, profondo dal punto di vista dei testi. Abbott infatti è uno che nelle sue canzoni parla spesso di esperienze private e di vita vissuta in prima persona.

Front Row Seat era addirittura un concept album, ispirato dal fallimento del suo matrimonio (il suo Blood On The Tracks, facendo le dovute proporzioni), mentre questo nuovo Until My Voice Goes Out, quinto lavoro della band, è influenzato dalla scomparsa del padre di Josh, Charles David Abbott, figura evidentemente di grande riferimento per lui, ed è un altro concept con tanto di preludio ed epilogo. In mezzo, però, la solita musica elettrica ben costruita dei nostri, che, così come in Front Row Seat, contrappongono un suono vigoroso a liriche spesso tristi. Il disco è prodotto da Dwight Baker, ed oltre alla solita strumentazione abbiamo in diversi pezzi la partecipazione di una sezione fiati, e addirittura di un quartetto d’archi, che è il primo ad entrare in scena con il breve strumentale che apre il CD, An Appreciation Of Life, un intro quasi cameristica. A seguire arriva la title track, una country song elettrica molto distesa, con chitarre e banjo a guidare la band ed un motivo non banale, che rivela la maturità di Josh nel songwriting. La vivace Heartbeatin’ inizia come un traditional bluegrass, poi entrano basso, batteria ed i fiati, creando un cocktail decisamente stimolante e creativo. Un piano elettrico introduce Texas Women, Tennessee Whiskey, un delizioso brano tra country, southern e swamp, con un motivo che rivela l’influenza di John Fogerty ed ancora i fiati a colorare il suono, mentre I’m Your Only Flaw inizia come una squisita ballad acustica e, con l’ingresso degli altri strumenti, diventa una country tune vibrante ed intensa, con una menzione per l’uso della steel.

Hope & Hesitance è un piccolo intermezzo per solo banjo, che confluisce in Girl Down In Texas, altra ballata elettrica toccante nella melodia ma energica nel suono; la mossa Whiskey Tango Foxtrot è molto texana e perfetta da suonare nei bar di Austin (o di dove volete voi), Kinda Missing You tiene alto il ritmo, un rockin’ country diretto e limpido, di nuovo con i fiati nel ruolo di piacevole incomodo, Heartbeat And A Melody è tersa, fluida, solare, tra le più immediate. Non male neanche The Night Is Ours, puro country’n’roll, con fiati e chitarre che creano un intrigante muro del suono, mentre Dance With You All Night Long, nonostante il titolo, è uno struggente lento per voce, chitarra e quartetto d’archi; il CD termina con Ain’t My Daddy’s Town, altro lento con Josh in compagnia solo della sua chitarra e del violino di Wait, toccante pezzo che narra della morte del padre, e con l’epilogo dal titolo eloquente di Farewell Father, di nuovo con gli archi che chiudono così come avevano cominciato. La Josh Abbott Band matura disco dopo disco, la qualità rimane alta e le vendite sembrano dare loro ragione: speriamo solo che lo spunto per il prossimo lavoro sia inerente ad un argomento più allegro degli ultimi due.

Marco Verdi

Più Che “Strimpellare” Qui Si Cesella! Joe Henry – Thrum

joe henry thrum

Joe Henry – Thrum – Ear Music

*NDB. Come certo noterete dalla firma in calce al Post, un “nuovo” autore si aggiunge ai collaboratori del Blog: un altro Marco, Frosi, che è un vecchio amico, ai tempi in azione anche lui al Disco Club originale, poi rimasto per lunghi anni nel settore discografico, anche attraverso recensioni fatte in brevi periodi sia per il Buscadero, come per Out Of Time e Late For The Sky, un paio di fanzine cartacee. Quindi, di tanto in tanto, troverete anche la sua firma su alcuni degli articoli che trovate nel Blog, buona lettura.

Joseph Lee Henry fa parte della speciale “categoria protetta” di autori di canzoni che non sbagliano mai un colpo. Questa felice tradizione va avanti da oltre trent’anni, da quel Talk of Heaven che ci fece conoscere un giovanotto di belle speranze ed ottime credenziali che si muoveva agevolmente tra folk e rock come tanti della sua generazione. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere, dopo due eccellenti album in puro stile “americana” come Short man’s room e Kindness of the word, realizzati col valido apporto dei Jayhawks, che, dal successivo Trampoline in poi, Joe Henry maturasse tanto da mettere in fila una serie di lavori di altissimo livello, vere e proprie gemme cantautorali da incastonare nell’unico diadema di un Songwriter (la maiuscola è d’obbligo) che oggi possiamo a pieno titolo considerare tra i più brillanti in circolazione. Il suono del periodo iniziale, che tanto doveva a Dylan e a Van Morrison, si è via via evoluto verso una forma espressiva che attinge a piene mani dal blues e dal jazz, in un melange affascinante e ricco di sorprendenti sfaccettature. Certo, a tutto ciò ha senza dubbio contribuito la prestigiosa carriera parallela di Joe nel ruolo di produttore,  lavoro che lo ha visto operare negli ultimi decenni nelle sale di registrazione di artisti di assoluto valore come Solomon Burke, Loudon Wainwright III, Elvis Costello, Ramblin’ Jack Elliott, Mose Allison, Bonnie Raitt ed Allen Toussaint , solo per citarne alcuni, sempre con pregevoli risultati.

Il suo bagaglio di esperienza ha quindi potuto arricchirsi in modo esponenziale fino a raggiungere quella forma espressiva tanto originale quanto efficace che contraddistingue ogni suo album. Lo scorso anno Henry aveva scelto di rinfrescare le sue radici duettando con Billy Bragg nello splendido Shine a light, più che un disco un vero e proprio progetto culturale, in cui i due riprendevano una dozzina di classici del folk americano, accomunati dal tema della ferrovia, registrandoli in presa diretta durante le tappe del viaggio in treno che li ha condotti da Chicago a Los Angeles. Ora invece ci arriva il lungamente atteso seguito del luminoso Invisible hours di tre anni or sono, intitolato Trhum (più che un nome sembra un suono, magari del coperchio di un pianoforte quando viene richiuso, o di una chitarra strimpellata, chissà…). Per realizzarlo, Joe ha riunito intorno a sé il ristretto gruppo di fidati collaboratori che suonano con lui già da parecchi anni: Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al contrabbasso e basso elettrico, Patrick Warren alle tastiere, John Smith alla chitarra acustica ed elettrica e, buon ultimo, il figliolo Levon Henry che suona tutti gli strumenti a fiato, sempre più bravo e determinante per il sound scelto dal suo genitore.

Lo stesso Joe ci rivela nelle note di produzione di aver chiesto a Ryan Freeland, il suo ingegnere del suono, di ricreare in studio lo stesso mood sonoro di un vecchio disco live di Ray Charles del ’64, in cui la voce del protagonista era magistralmente supportata dalle performances di ciascun musicista dell’orchestra, in un connubio  stupefacente. E infatti, negli undici episodi di Trhum la voce di Henry si amalgama perfettamente con il suono prodotto da ciascun strumento in melodie dall’andamento ciclico, dove ognuno dei musicisti ha modo di esprimersi liberamente , dando il proprio contributo ad atmosfere sognanti, come nell’iniziale Climb, malinconicamente riflessive  nella seguente Believer o tese e drammatiche in The dark is light enough, che si apre e si chiude con effetti rumoristici alla Tom Waits, scandita dal ritmo incalzante delle percussioni e dal vorticare ipnotico degli altri strumenti. La lunga e malinconica Blood of the forgotten song è un intimo ed intenso ritratto familiare condotto al ritmo di  lento valzer.

In The world of this room Bellerose torna protagonista con i suoi tamburi, a sottolineare gli arpeggi delle chitarre acustiche, mentre lo splendido acquarello The glorious dead è basato sull’intreccio tra il caldo sax di Levon ed il pianoforte di Warren. Il dramma di un rapporto di coppia fa da sfondo ad Hungry, a mio parere uno dei vertici dell’intero lavoro, con le tastiere a scandire le strofe ed un violino struggente nel finale, suonato dal primo violinista Eric Gorfain. Quicksilver e River floor con le loro atmosfere delicatamente sospese ci conducono al gran finale, una coppia di gioielli di adamantina bellezza, Now and never e Keep us in song. Nella prima la voce del protagonista, doppiata nel ritornello dall’ospite Joey Ryan, è circondata da un magnifico tappeto sonoro formato dai fiati di Levon, dall’Hammond di Warren e dai delicati tocchi di marimba di Bellerose. Nella seconda la chitarra di Joe si fonde al prezioso apporto del sax di Levon e di un quartetto d’archi (The Section Quartet) che offrono degna conclusione ad un disco splendido, perfetto per la stagione autunnale, da lasciar decantare a lungo, come il buon vino.

Marco Frosi

Pochi Ma Buoni: Ora Anche Dal Vivo. Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s

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Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s – Proper Records           

Dire che Jimmie Vaughan sia un musicista prolifico significa essere degli inguaribili ottimisti: in effetti sette album in 30 anni non sono molti, specie se consideriamo che il primo disco da solista, quello del 1990, era a nome Vaughan Brothers (ovviamente insieme al fratello Stevie Ray), e che quello del 2007 On The Jimmy Reed Highway era più un disco di Omar Kent Dykes, e infine che i due dischi più recenti, entrambi della serie Blues, Ballads And Favorites erano degli sforzi di gruppo con i Tilt-A-Whirl, e comunque il secondo risale al lontano 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/07/28/capitolo-secondo-jimmie-vaughan-plays-more-blues-ballads-fav/ . Strano, se consideriamo che con i Fabulous Thunderbirds ne ha pubblicati ben sette in dieci anni, di cui i primi quattro in rapida sequenza, uno all’anno, tra il 1979 e il 1982. Forse perché fa una musica non particolarmente “di moda o di tendenza”, anche all’interno di un genere specializzato come il blues, o ancora perché, diciamocelo, non è che abbia mai fatto degli album straordinari: sempre piacevoli, suonati con classe e stile, ma lontani anni luce dallo stile vibrante dei Thunderbirds, per non dire del fratello SRV.

E lo dice uno che se forse non è un suo ammiratore sfegatato, ne ha comunque sempre apprezzato la musica e lo considera una dei chitarristi più sottovalutati della scena musicale, texana in particolare, e statunitense in generale, molto amato dai colleghi, e stimato da gente come Eric Clapton (con il quale condivide una passione per le automobili d’epoca, oltre a quella per il blues), che lo ha voluto nel suo Crossroads Guitar Festival del 2010 e da BB King e Muddy Waters che lo consideravano uno dei migliori chitarristi bianchi in ambito blues. E anche questo nuovo disco non credo che farà molto per far ricredere i suoi detrattori o gli ammiratori più blandi: si tratta di un disco di guitar/organ blues-jazz, principalmente strumentale, suonato alla grande, oltre che da Jimmie da Mike Flanigin, uno dei veri virtuosi dell’organo Hammond B3 (autore un paio di anni fa dell’eccellente The Drifter) e dal batterista Frosty Smith. Tra l’altro, quando guida la formazione il buon Mike, il gruppo si chiama Mike Flanigin Trio, della serie cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: anche la location è spesso quella, il C-Boy’s di Austin, Texas, un locale dello stesso proprietario del Continental Club e di altre venue della capitale texana. Otto pezzi in tutto, che spaziano dal groovy pop&soul dell’iniziale You Can’t Sit Down, un vecchio pezzo dei Dovells, che molti conoscono nella versione di Booker T & Mg’s, che potrebbero essere il gruppo di riferimento principale per il sound di questo CD, chitarra e organo che si fronteggiano con divertimento, mentre Smith esplora con gusto e libidine il suo kit percussionistico; sempre da quell’epoca viene anche Hey! Baby, altro brano dei primi anni ’60, con un testo molto complesso “Hey Baby, I Wanna To Know If You Be My Girl”, ripetuto ad libitum, su un ritmo tra pop e musica ballabile, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing e pare amato da Lennon e dai Beatles.

E quindi non è forse un caso se il brano successivo è una versione di Can’t Buy Me Love dei Beatles, trasformata in un gioiellino jazz alla Jimmy Smith/Wes Montgomery. Saint James Infirmary nasce folk, passa per il blues, il jazz (Louis Armstrong), il gospel, un brano per tutte le stagioni, con la chitarra nella parte che fu della tromba, mentre l’organo suona la melodia principale, prima che entri la chitarra, intensa ma misurata com’è caratteristica di Jimmie Vaughan; Come On Rock Little Girl è un altro brano dell’epoca pre-rock https://www.youtube.com/watch?v=bpIbK3RZwMw , la facevano gli Smokey Brothers con Freddie King alla chitarra, e qui si entra a piedi uniti nel blues, il primo pezzo cantato, che avrebbe fatto il suo figurone anche nei dischi dei Fabulous Thunderbirs o di Stevie Ray Vaughan,  e già che ci siamo anche la successiva Dirty Work At The Crossroads, pure questa cantata, è un piccolo classico del blues, uno slow dal repertorio di Clarence “Gatemouth” Brown, suonata alla grande dal trio. Se tutto il disco fosse al livello dei brani conclusivi sarebbe ancora migliore: Frame Fot The Blues, un altro lento di grande classe ed impeto, uno strumentale di Maynard Fergsuon che diventa occasione per brillanti lavori solisti sia di Vaughan come di Flanigin, entrambi in grande spolvero di tecnica e feeling. Per finire un ulteriore pezzo strumentale, Cleo’s Mood, dal repertorio di Jr. Walker & The Allstars, per chiudere il concerto tra ritmo, R&B e divertimento, come era iniziato, volendo, per avere una idea di massima, siamo dalle parti dei dischi di Garcia con Merl Saunders. Non male, per gli amanti del genere una mezza stelletta oltre la sufficienza piena ci sta anche.

Bruno Conti           

Doppio Omaggio Ad Uno Dei Più Grandi Songwriters! Parte 2: Il Concerto-Tributo. Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson

life and songs of kris kristofferson

Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson – Blackbird CD – 2CD/DVD

Ecco la seconda parte del mio personale omaggio al grande Kris Kristofferson, dopo il post dedicato alla serata al Bottom Line del 1994 con Lou Reed: quello di cui parlo oggi è un vero e proprio tributo, un concerto tenutosi alla Bridgestone Arena di Nashville nel Marzo del 2016, durante il quale una nutrita serie di artisti perlopiù country ha omaggiato la figura del cantautore texano (ed i suoi 80 anni) attraverso alcune tra le sue più belle canzoni, un omaggio ad alto livello sia per la qualità dei brani (ovviamente), che per le varie performance. E’ dunque da poco uscito un resoconto della serata, The Life And Songs Of Kris Kristofferson, sia su singolo CD che su doppio dischetto con DVD aggiunto: la mia recensione si basa sul supporto singolo, che propone 14 dei 21 brani totali (lo show completo è sul doppio): mi piacerebbe poter dire che è stata una mia scelta, ma in realtà sono rimasto in un certo senso “fregato” dal fatto che non fosse chiarissimo che la parte senza il DVD fosse su un solo CD e con il concerto incompleto: per fortuna che le performance che fanno la differenza ci sono tutte, anche se tra le assenze ci sono l’apertura della serata a cura di Buddy Miller, l’apparizione di Jessi Colter ed il duetto tra Emmylou Harris e Rodney Crowell.

Tracklist
[CD1]
1. Please Don’t Tell Me How The Story Ends – Buddy Miller
2. Kristofferson – Jessi Alexander, Jon Randall & Larry Gatlin
3. Here Comes That Rainbow Again – Martina McBride
4. The Taker – Ryan Bingham
5. The Captive – Jessi Colter
6. Nobody Wins – Lee Ann Womack
7. Jesus Was A Capricorn (Owed To John Prine) – Jack Ingram
8. Worth Fighting For – Jennifer Nettles
9. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again) – Rosanne Cash
10. Chase The Feeling – Emmylou Harris & Rodney Crowell
11. The Pilgrim, Chapter 33 – Emmylou Harris & Kris Kristofferson

[CD2]
1. From The Bottle To The Bottom – Dierks Bentley & The Travelin’ McCourys
2. Help Me Make It Through The Night – Lady Antebellum
3. Under The Gun – Darius Rucker
4. For The Good Times – Jamey Johnson & Alison Krauss
5. Casey’s Last Ride – Alison Krauss
6. If You Don’t Like Hank Williams – Hank Williams Jr.
7. To Beat The Devil – Eric Church
8. Me And Bobby McGee – Reba McEntire
9. Sunday Mornin’ Comin’ Down – Willie Nelson & Kris Kristofferson
10. Encore: Why Me – Kris Kristofferson & Full Ensemble

Ma anche questa versione “monca” ha il suo perché, dato che i vari interpreti sono tutti in forma e rispettosi della figura di Kris, e poi le canzoni sono già strepitose di loro, e quindi non ci vuole molto di più per fare un gran bel disco. La house band è quella che ultimamente viene usata spesso per questo genere di tributi: il già citato Buddy Miller alla chitarra (doppiato da Audley Freed), Fred Eltringham alla batteria, Matt Rollings al piano e fisarmonica, Mickey Raphael all’armonica, Greg Leisz alla steel e mandolino e Don Was al basso e direzione musicale, oltre alle McCrary Sisters ai cori. Una band da sogno che si fa sentire subito con una solida Here Comes That Rainbow Again, cantata in maniera emozionante dalla brava Martina McBride e suonata alla grande (con Rollings in grande evidenza), e poi la canzone è splendida. Ryan Bingham non lo scopriamo certo oggi, e la sua The Taker è giusto a metà tra country e rock, in puro stile outlaw: voce roca, ritmo spedito e chitarre in palla; Jennifer Nettles non è forse famosissima, ma ha una gran voce, molto soulful e quasi nera (mentre lei è in realtà biondissima), e Worth Fighting For le si adatta alla perfezione, con le tre McCrary che “controcantano” alla loro maniera, con un leggero tocco gospel. Loving Her Was Easier è tra le canzoni più belle del songbook di Kris, e sono contento che l’abbia presa Rosanne Cash, sempre più brava ogni anno che passa: versione toccante, fluida, in una parola bellissima (e poi mi piace questa cosa che gli americani non cambiano le parole delle canzoni dal maschile al femminile e viceversa a seconda se a cantarla è un uomo o una donna).

Kristofferson sale sul palco una prima volta insieme ad Emmylou Harris, un duetto favoloso con la splendida The Pilgrim: Chapter 33, una delle mie preferite in assoluto (pare ispirata dalla figura di Bob Dylan), con Kris che sprizza carisma appena apre bocca, mentre Dierks Bentley ha la sfortuna di arrivare dopo il padrone di casa, ma se la cava molto bene con una vibrante From The Bottle To The Bottom, che i Travelin’ McCourys colorano di bluegrass. Quando ho visto che la mitica Help Me Make It Through The Night era stata affidata ai Lady Antebellum, tragico gruppo di pop travestito da country, ho avuto un brivido di paura, ma per la serata i tre fanno le persone serie e ripropongono il classico brano in maniera languida e romantica, anche se avrei comunque preferito una interpretazione più energica da parte di chiunque altro, mentre l’ex frontman degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker (da tempo reinventatosi come artista country), rilascia una tonica e roccata Under The Gun, che Kris aveva scritto con Guy Clark, prima di cedere il palco alla strana coppia Alison Krauss/Jamey Johnson, gentilezza e rudezza in un colpo solo, che però si intendono alla grande con la suadente For The Good Times, riproposta con classe e più nei territori della bionda Alison che in quelli del barbuto Jamey.

Hank Williams Jr. è un altro che quando vuole sa il fatto suo, e stasera è nel suo ambiente naturale con la ruvida e coinvolgente If You Don’t Like Hank Williams, da anni nel suo repertorio; Eric Church è ormai un prezzemolo in questo genere di tributi, ma la sua To Beat The Devil è ben fatta e non priva di feeling. Per Reba McEntire vale il discorso fatto per gli Antebellum, io non l’avrei invitata (troppo annacquata di solito la sua proposta musicale), ma lei non è certo una stupida e ha dalla sua una certa esperienza: la leggendaria Me And Bobby McGee, forse la canzone simbolo di Kris, ne esce dunque alla grandissima, probabilmente una delle migliori dello show, con un arrangiamento addirittura rock’n’roll (e Reba ha comunque una gran voce). E’ l’ora del gran finale, con Kris che ritorna stavolta insieme a Willie Nelson, un duetto tra due leggende sulle note della mitica Sunday Morning Coming Down (peccato non abbiano fatto anche Highwayman, magari con Hank Jr. e Johnson al posto di Johnny Cash e Waylon Jennings), e poi tutti insieme sul palco con la magnifica Why Me, con il “festeggiato” che ha una presenza vocale ancora notevole nonostante l’età.

Un tributo da avere quindi (magari nella versione con DVD), ed ennesimo gran bel disco dal vivo di questo ricco 2016.

Marco Verdi

E Questo Disco Da Dove Sbuca? Un “Icona” Della Musica Della Louisiana Colpisce Ancora. Zachary Richard – Gombo

zachary richard gombo

Zachary Richard – Gombo – RZ Records

Un nuovo disco di Zachary Richard è sempre un avvenimento, almeno per chi come me lo segue fin dal lontano 1976, e periodicamente, dalla nascita di questo blog ho recensito varie sue recenti prove: il DVD Some Day Live At The Montreal Jazz Festival, e i lavori in studio Le Fou (12) e J’Aime La Vie (13) http://discoclub.myblog.it/2013/12/17/disco-pura-bellezza-zachary-richard-jaime-la-vie/ , ottimi esempi di un artista che nel corso degli anni ha fatto del “bilinguismo” e della doppia identità culturale la sua bandiera. Questo Gombo è il ventunesimo album in studio di Zachary Richard in 45 anni di carriera, registrato nei famosi Mixart Studios di Montreal, co-prodotto con David Torkanowsky dove viene il meglio dei musicisti del luogo ma anche di New Orleans, gente come Bernard Fèlix alla fisarmonica, Graham Robinson al basso, Justin Allard alla batteria, Roddie Romero, Jeff Smallwood, Shane Theriot alle chitarre, Rick Haworth alla lap-steel, mandolino e armonica, lo stresso Torkanowsky al piano e tastiere, e una intrigante sezione d’archi composta da Helen Gillet al cello, Amelia Clingman alla viola, e Harry Hardin, Kate Withrow, violini, e Francis Covan al violino fisarmonica, bravissimo: il tutto per una quindicina di brani  che sono un lungo viaggio che spazia dalla musica tradizionale del luogo, quindi cajun e zydeco, al folk e al rock, e pure il blues targato New Orleans.

 

Gombo si apre con una fulminante Zydeco Jump (recuperata dal bellissimo Snake Bite Love) con la fisarmonica in grande evidenza, e in cui i musicisti suonano ad un ritmo “indiavolato”; brano a cui fanno seguito due splendide canzoni di forte sapore tradizionale come La Ballade D’Emile Benoit e La Ballade Du Irving Whale, cantate come sempre al meglio da Richard in lingua francofona, per poi passare, con Jena Blues, ai suoni tipici del blues locale, mentre Catherine, Catherine ha un ritmo irresistibile da puro “zydeco”, ed è cantato in coppia con il compositore, musicista e anche attore del Quebec Robert Charlebois. Si riparte con Manchac intensa ed evocativa, che mette in risalto la voce del “nostro” amico, a cui fanno seguito altre due brani di spessore, come la quasi recitativa La Ballade De L’Exclus, e un sentito ricordo dei tragici fatti “parigini” con una struggente Au Bal Du Bataclan, per poi ritornare ad un brano di pura tradizione come Dans Les Grands Chemins, un perfetta “cajun song” in chiave rock, e ai suoni urbani di Pop The Gator con un coro “funky” e una ricca sezione ritmica.

Una chitarra acustica e voci femminili fanno da corona ad una canzone limpida come It Might Be Love,  mentre Sweet Little Darling Of Mine è una ballata triste e pianistica (decisamente lontana dalle atmosfere che il lavoro ci ha proposto finora), ma si ritorna al ritmo saltellante di una accattivante Somebody Calling, seguita da una canzone di commovente bellezza come Fais Briller Ta Lumière ( forse la perla del disco), cantata in duetto con la brava Angèlique Kidjo che ricorda molto composizioni dello stesso genere scritte da Zach in passato (su tutte la nota Travailler C’Est Trop Dur, recuperatene la versione fatta  sul bellissimo Live In Montreal), e chiudere infine con la bonus track La Saskatchewan, un brano che ci fa ulteriormente gustare il suono di questa provincia del Canada occidentale, immersa nella quiete dei suoi fiumi e delle sue sterminate foreste.

Per chi scrive è sempre un piacere recensire i lavori di Zachary Richard: i suoi dischi sono pieni di riferimenti storici e letterari, che fusi con la musica formano un insieme entusiasmante, ma è triste doverlo dire e anche sconfortante per il mondo musicale di oggi, un artista di questo livello non dovrebbe avere bisogno di presentazioni, ma purtroppo non è conosciuto come meriterebbe. Per quanto mi riguarda, quando si ama (in senso musicale) un “outsider” storico come Zachary Richard la speranza è  sempre quella di fare in modo di convincere i lettori di questo blog a sintonizzarsi sulle frequenze della sua musica.

NDT. Naturalmente, a corollario di quanto detto finora, come per i CD precedenti (e questo ancor di più) parliamo di un prodotto di scarsa reperibilità e relativamente costoso, ma se siete amanti della buona musica, con un po’ di impegno sulle varie piattaforme di vendita qualcosa si trova. Cercate al limite qualche titolo di quelli vecchi (magari iniziando con una buona raccolta), credetemi ne vale assolutamente la pena!

Tino Montanari

E Dopo Gli Stones, Quasi Inevitabilmente, Ecco i Beatles “Natalizi”: Cofanetto The Christmas Records + Vinile Picture Di Sgt. Pepper

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Beatles – The Christmas Records – Box 7 x 7″ vinile colorato + libretto 16 pagine con riproduzione delle newsletter dell’epoca – Apple/Universal

Si avvicina il Natale e per una volta il contenuto di questo cofanetto dei Beatles verterà proprio sulla riproposizione dei 45 giri che ogni anno i Fab Four inviavano ai fans sotto forma di flexidisc, ideati appositamente come messaggi per festeggiare in letizia ed allegria il periodo festivo. Sarà un box a tiratura limitata, abbastanza costoso (indicativamente tra i 70 e gli 80 euro), e il contenuto sarà quello che leggete qui sotto, uno per ogni anno di vita della band:

Tracklist
1963: “The Beatles’ Christmas Record” (one-sided, 5:00 TRT)
Recorded: 17 October 1963 – Studio Two, EMI Studios, Abbey Road, London

1964: “Another Beatles Christmas Record” (one-sided, 3:58 TRT)
Recorded: 26 October 1964 – Studio Two, EMI Studios, Abbey Road, London

1965: “The Beatles’ Third Christmas Record” (one-sided, 6:20 TRT)
Recorded: 8 November 1965 – Studio Two, EMI Studios, Abbey Road, London

1966: “Pantomime – Everywhere It’s Christmas: The Beatles’ Fourth Christmas Record” (one-sided, 6:36 TRT)
Recorded: 25 November 1966 – Dick James Music, New Oxford Street, London

1967: “Christmas Time (Is Here Again): The Beatles’ Fifth Christmas Record” (one-sided, 6:06 TRT)
Recorded: 28 November 1967 – Studio Three, EMI Studios, Abbey Road, London

1968: “The Beatles’ Sixth Christmas Record” (two-sided, 7:48 TRT)
Recorded: 1968, various locations

1969: “The Beatles’ Seventh Christmas Record” (two-sided, 7:39 TRT)
Recorded: 1969, various locations

E già che ci siamo uscirà anche la versione in vinile picture disc (ma anche nero) della versione stereo recentemente restaurata di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band Remix 2017. Il tutto sarà nei negozi, fisici e virtuali, il 15 dicembre. Just In Time For Christmas, iniziate a risparmiare.

Bruno Conti

Musica Country Per Palati Fini. Ray Scott – Guitar For Sale

ray scott guitar for sale

Ray Scott – Guitar for Sale – Jethropolitan/Sony CD

Devo confessare che avevo perso di vista negli ultimi anni Ray Scott, countryman del North Carolina che aveva pubblicato appena quattro album tra il 2005 ed il 2014, anno in cui era uscito l’omonimo Ray Scott. Ricordo però ancora la piacevole scoperta del suo esordio di dodici anni fa, l’ottimo My Kind Of Music, un disco di country duro e puro che sembrava impossibile fosse stato inciso a Nashville. Ebbene, sono lieto di affermare che Scott non ha perso lo smalto, e che il suo nuovo lavoro, Guitar For Sale, non è molto distante artisticamente da quel debutto. Ray è innanzitutto uno che sa scrivere, non si affida molto ai songwriters su commissione della Music City del Tennessee, e questo si riflette indubbiamente sulla sua musica, che risulta in automatico più personale. Se aggiungiamo la sua attitudine da country rocker dal pelo duro, per il quale le chitarre non devono mai mancare di graffiare, ed i suoni non vanno contaminati con diavolerie moderne, è facile capire perché Guitar For Sale è un disco che si ascolta con grande piacere dalla prima all’ultima delle sue undici canzoni.

Prodotto da Michael Hughes, l’album ha un sound molto ricco, con parecchi sessionmen all’opera, ma l’insieme non suona per nulla ridondante, anzi è tutto decisamente misurato; la ciliegina sulla torta è poi la voce di Scott, splendida, profonda e baritonale, quasi alla Johnny Cash, una voce che da sola è già un buon 30% di riuscita dei brani, a partire dall’incalzante Livin’ This Way, che apre il disco con i suoni giusti, ritmo sostenuto e melodia fluida e diretta. La maschia e robusta Put Down The Bottle ha un deciso sapore southern, ma non posticcio come tentano di fare diversi bambocci made in Nashville: Ray crede davvero in quello che fa, è uno serio, ed il brano è altamente godibile; niente male neanche The Fire, una ballatona tra country e rock e dal refrain delizioso, nobilitata come sempre dal vocione ricco di feeling di Scott. Soberin’ Up è il primo slow del disco, e la timbrica di Ray è perfetta anche per questo tipo di canzoni, in quanto nella fattispecie dona spessore ad un brano ben fatto ma abbastanza nella norma.

Meglio quando parlano le chitarre, come nella vivace Pray For The Fish, un country’n’roll di grande presa e figlio del Waylon più classico; bella anche Put Down That Gun, un honky-tonk elettrico di ottimo livello, suonato in maniera perfetta e cantato alla grande, una delle più riuscite del lotto, mentre Growin’ Old è un lento crepuscolare ma senza eccessi zuccherini, tutto basato su chitarre e piano ed una bella steel sullo sfondo. Worth Killin’ For è ancora una ballad, ma gli strumenti sono elettrici ed il ritmo c’è, e mi ricorda non poco le cose del mai troppo compianto Chris LeDoux (un vero cowboy), Life Ain’t Long Enough è decisamente roccata e chitarristica, ma il feeling non manca mai; chiudono il CD la vigorosa Doin’ Me Wrong, ancora dal buon ritornello, e la brillante title track, uno slow acustico dal leggero sapore mexican. Ray Scott non è uno che molla facilmente e, disco dopo disco, si sta costruendo una carriera di tutto rispetto.

Marco Verdi