Musica Indie Di Classe Per Orecchie “Mature”. The National – Sleep Well Beast

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National – Sleep Well Beast – 4 AD CD

Finalmente è giunta l’occasione di parlarvi per la prima volta sul Blog dei National (un gruppo di Cincinnati, Ohio, ma da tempo di stanza a Brooklyn), con la particolarità, in parte come i Radiohead, di formare  un quintetto a conduzione familiare, composto da fratelli e amici di scuola, come i gemelli chitarristi e tastieristi Aaron e Bryce Dessner, la sezione ritmica dei fratelli Scott e Bryan Devendorf al basso e batteria, a cui si aggiunge il cantante e compositore Matt Berninger, dotato di una voce baritonale e indiscusso leader del gruppo, senza dimenticare una figura chiave come il bravissimo musicista girovago e violinista australiano Padma Newsome, determinante nelle prime intuizioni armoniche del gruppo, nonché autore spesso degli arrangiamenti di archi e tastiere.

I National una volta approdati a New York, pubblicarono il primo album, l’omonimo The National  pochi giorni dopo la tragedia dell’11 Settembre 2001, un lavoro forse un po’ acerbo ma già ricco di idee musicali prettamente acustiche, mentre con il seguente Sad Songs For Dirty Lovers (03) il suono si fece più vicino a sonorità “alt-country” che richiamano alla mente i mai dimenticati Wilco e Uncle Tupelo, con perle come Cardinal Song e Thirsty, e dopo un EP meraviglioso come Cherry Tree (04), una breve raccolta di brani rimasti fuori dall’album precedente, arriva il fortunato Alligator (05), una serie di ballate per cuori infranti, situata tra i migliori Tindersticks e i Morphine. Con il bellissimo Boxer (07) i National  arrivano (per ora) al loro punto più alto, e concludono un ideale “trilogia” iniziata con Sad Songs… tra sfumature folk, atmosfere notturne e arrangiamenti orchestrali curati come detto da Padma Newsome, che vedono come ospite al pianoforte Sufjan Stevens (raggiungendo ai la vendita di 170mila copie negli Stati Uniti), a cui faranno seguire un altro EP The Virginia (08), una raccolta di brani inediti e cover registrati dal vivo, il crepuscolare High Violet (10),  una “colonna sonora” di 45 minuti con almeno due canzoni strepitose come England e Vanderlyle Crybaby Geeks, e per finire l’ultimo lavoro in studio Trouble Will Find Me (13), forse, a parere di chi scrive, il meno convincente, ma che nei brani finali Pink Rabbits e Hard To Find, certifica ancora una volta la genialità e la bravura dei National. Ora, dopo la lunga pausa, in cui hanno curato lo splendido tributo ai Grateful intitolato Day Of The Dead, tornano con nuovo album.

Questo nuovo lavoro Sleep Well Beast, prodotto dai fratelli Dessner e da Berninger, è stato registrato negli studi (di proprietà dello stesso Aaron) Long Pond a New York, per una dozzina di brani che parlano di separazione e desiderio, anche firmati dal barbuto “frontman” Matt Berninger  con la moglie Carin Besser, e si avvale in alcuni brani di ospiti di rilievo come Bon Iver e Marc Ribot. Il disco si apre con la “matrimoniale” Nobody Else Will Be There, una ballata notturna marchio di fabbrica del gruppo, a cui fanno seguito il flusso chitarristico iniziato dei fratelli Dessner in una tambureggiante “post punk-song” come Day I Die, dall’intrigante elettronica di una “berlinese” Walk It Back, e dal riff “assassino” di The System Only Dreams In Total Darkness con grande lavoro delle chitarre. Con l’intro iniziale di pianoforte di Born To Beg , si evidenzia ancora una volta la bravura di “crooner” di Berninger, per poi passare al rock duro e tirato di una “psichedelica” Turtleneck, alla melodia palpitante di Empire Line, e alla sperimentazione di una elettronica I’ll Still Destroy You, comunque splendida. La parte finale inizia con la raffinata e dolce Guilty Party, per poi farci commuovere come sempre con la pianistica Carin At The Liquor Store (dove Matt dà sfoggio della sua bravura), tornare ai tempi “confidenziali” con il delicato valzer di Dark Side Of The Gym (dal titolo stranissimo), e chiudere con la “title track” Sleep Well Beast, dal suono scarno e dark, canzone guida di quello che potrebbe essere il “sound” del prossimo album dei National, una formazione ambiziosa e in perenne movimento nel ricercare strade nuove.

Per chi scrive, i National di Matt Berninger sono una delle band “indie-rock” più atipiche e nello stesso tempo più significative del panorama musicale americano, e queste dodici canzoni di Sleep Well Beast sono da gustare in perfetta solitudine come un brandy d’annata, e non possono lasciare indifferente qualsiasi ascoltatore dotato di buon orecchio, e magari non di primo pelo.

Esce domani 8 settembre.  

Tino Montanari

Finalmente E’ Arrivato Anche Il Suo Momento! E Che Disco! Bob Weir – Blue Mountain

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain – Columbia Legacy/Sony CD

Era una vita che Bob Weir, 69 anni tra pochi giorni, non faceva un disco da solista: dopo la scomparsa nel 1995 di Jerry Garcia, Bob si è caricato sulle spalle la responsabilità di portare avanti l’eredità dei Grateful Dead, con le ristampe, i dischi dal vivo, come leader dei The Other Ones prima e dei The Dead dopo e, nell’ultimo periodo, è stato il promotore della tournée di addio dello scorso anno e del concerto tributo a Jerry (che uscirà tra un paio di settimane), oltre a girare ancora gli States con i Dead & Company. Il suo ultimo album di studio risaliva a ben sedici anni fa (Evening Moods, pubblicato con i Ratdog), ma se ci limitiamo ai dischi accreditati a lui da solo, senza quindi le sue varie bands come Kingfish e Bobby & The Midnites, dobbiamo andare indietro fino addirittura al 1978, allorquando usci il non eccelso Heaven Help The Fool. Per questo, ma non solo per questo, Bob non è mai stato considerato per quanto avrebbe meritato, in quanto è sempre stato visto un po’ nell’ombra di Garcia, obiettivamente più dotato di lui come compositore e chitarrista (ma come cantante non so), quasi come se fosse un miracolato: eppure, a ben vedere, di belle canzoni dentro e fuori dai Dead ne ha scritte molte anche lui, ed alcune sono diventati comunque dei classici (qualche titolo sparso: Sugar Magnolia, Cassidy, Jack Straw, Playing In The Band, Estimated Prophet, One More Saturday Night, Feel Like A Stranger). Ma un grande disco non lo aveva mai fatto, con la sola possibile eccezione di Ace del 1972: ma se quell’album era infarcito dalla prima all’ultima nota di puro Dead-sound (anzi, il gruppo era proprio usato come backing band, Garcia compreso), questo nuovo Blue Mountain è diverso da qualsiasi cosa mai fatta prima da Weir.

Infatti le dodici canzoni del CD, scritte tutte da Bob con l’aiuto del noto musicista Josh Ritter (che sostituisce il suo abituale partner John Barlow) hanno sì elementi rock, ma un rock classico, americano, con decisi elementi western e persino qualcosa di country e folk; Weir predilige le ballate, che vengono suonate con arrangiamenti ariosi, profondi, a volte quasi crepuscolari: suoni che fanno venire in mente spazi aperti, praterie infinite sferzate dal vento, paesaggi al tramonto. Weir (che appare invecchiatissimo sulla copertina, ma secondo me se si tagliasse barba e baffi qualche anno se lo toglierebbe) si accompagna solo alla chitarra acustica, mentre il resto è nelle sapienti mani, tra i tanti musicisti presenti, di Josh Kaufman, che suona alla grande il pianoforte e produce anche il disco, Sam Cohen alle chitarre, Joe Russo e Ray Rizzo alla batteria, oltre ai due leader dei National, Aaron e Bryce Dessner, che in atmosfere come in quelle di questo disco ci sguazzano, presenti in parecchi brani. Indicativa del sound del disco la canzone d’apertura, Only A River, una ballata dal tono epico (pare che Bob avesse iniziato a scriverla più di 50 anni fa!), strumentata con misura e caratterizzata dal timbro profondo del nostro (in ottima forma vocale), un brano quasi rarefatto ma di grande fascino, che nel ritornello ripropone il testo e la melodia della mitica Shenandoah: splendido l’uso del piano da parte di Kaufman ed il crescendo progressivo. Già da questo pezzo si capisce che i Dead sono lontani anni luce. Cottonwood Lullaby è splendida, una western song moderna, profonda, notturna, con un suggestivo coro tra una strofa e l’altra ed ancora la voce di Bob, vera sorpresa del disco, al centro di tutto: canzone perfetta per un cowboy movie girato oggi, ma in bianco e nero; Gonesville è più spedita, una godibilissima miscela tra country, western e rockabilly, con Weir che nel cantato, parole sue, si è ispirato ad Elvis: incredibile che sia lo stesso Bob Weir che suonava con il Morto Riconoscente.

Lay My Lily Down è leggermente più elettrica e roccata, tendente al blues, con un mood annerito ed un’anima quasi southern, mentre Gallop On The Run, ancora lenta e rarefatta, rimanda alle atmosfere tipiche di Daniel Lanois, con una melodia che va dritta al cuore e la voce di Bob senza la minima sbavatura. Anche Whatever Happened To Rose è lenta e riflessiva, con un altro splendido coro alle spalle ed una melodia di stampo quasi tradizionale: è possibile che la frequentazione da parte di Weir dei National abbia avuto qualche influenza su di lui, qui c’è molto delle atmosfere dei fratelli Dessner. Ghost Towns è più elettrica e cadenzata, e possiede un’andatura proprio da musica per film western: Bob canta con sicurezza un motivo fluido, che sfocia in un affascinante ritornello corale. Darkest Hour è ancora splendida, una turgida ballata dalla melodia quasi country, poco strumentata (ma che bel pianoforte), ma eseguita con un feeling incredibile; bellissima anche la folkeggiante Ki-Yi Bossie, seppur eseguita dal solo Bob con la sua chitarra, ma con la partecipazione straordinaria del leggendario Ramblin’ Jack Elliott e di un coro alle backing vocals (e yodel): alla fine vi troverete senza accorgervene a canticchiare il ritornello assieme a Bob. La maestosa Storm Country ha tracce di psichedelia, ma non nel senso dei Dead, ma piuttosto somiglia al genere molto Laurel Canyon di uno come Jonathan Wilson, con quelle sonorità sospese e circolari; il CD si chiude con la title track, ancora con Bob in perfetta solitudine, e con l’intensa One More River To Cross (si finisce come si è iniziato, con una canzone che parla di un fiume), nella quale il nostro trova un’altra melodia vincente, l’ennesima di un disco che definire sorprendente è riduttivo.

E’ finalmente giunto il momento che il mondo si accorga di Bob Weir: anche se non siete mai stati dei fans dei Grateful Dead, Blue Mountain è un disco da tenere in forte considerazione. Perfetto per le prossime serate autunnali, da alternare magari con l’ultimo Van Morrison ed il prossimo Leonard Cohen.

Marco Verdi

Un Disco “Acquatico”! Lisa Hannigan – At Swim

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Lisa Hannigan – At Swim – PIAS/Play It Again Sam – ATO

Terzo album solista per la cantante irlandese, forse il suo migliore in assoluto, dopo i peraltro buoni Sea Sew Passenger. Nel titolo dell’album o dei brani ci sono comunque sempre alcuni rimandi all’acqua, da cui il titolo del Post, ma poi le canzoni si allargano sia tematicamente che a livello musicale in mille direzioni. La voce è sempre stata una delle carte vincenti di Lisa Hannigan, sin dai tempi in cui era la seconda voce nei primi dischi del conterraneo Damien Rice, ma nei suoi album solisti ha saputo sviluppare uno stile musicale e compositivo che se non è originale è sicuramente affascinante. In passato si erano fatti paralleli con Jesse Sykes, Vashty Bunyan, Bjork, Tori Amos, Kate Bush, Fiona Apple, Marissa Nadler e molte altre, io, dopo un attento’ascolto dei brani di questo album, oltre ai nomi appena ricordati mi sentirei di azzardare anche il folk delle Unthanks, o la musica delle Roches Kate & Anna McGarrigle, visto che spesso la Hannigan usa la voce sovraincisa con il double-tracking e quindi sembra di ascoltare diverse cantanti in azione in contemporanea, peraltro con eccellenti risultati, ed atmosfere sonore e vocali sempre differenti e complesse, quasi dark, lasciando da parte quasi totalmente anche quelle derive pop, sia pure eccentriche, presenti negli album precedenti.

Il disco, dopo il precedente Passenger prodotto da Joe Henry, vede in cabina di regia Aaron Dessner dei National. che si era offerto spontaneamente di collaborare con la Hannigan, e dopo un fruttuoso incontro preliminare in quel di Copenaghen, per scambiarsi idee e bozzetti. il tutto è stato registrato in quel di Hudson, New York. Le canzoni sono state concepite tra Dublino, Parigi, dove ha vissuto per qualche mese, e Londra, che per un breve periodo è stata la residenza di Lisa, che vi si era trasferita per superare un blocco dello scrittore (ma “writer’s block” suona meglio) che l’aveva colpita dopo la fine del lungo tour seguito al secondo album. Il trasferimento a Londra deve essere stato un mezzo shock perché le canzoni, almeno dai titoli, non suonano felicissime: Prayer For The Dying, We The Drowned (questa anche di carattere marino), Funeral Suit, mentre l’iniziale Fall porta pure la firma di Joe Henry, ed è anche uno dei brani più vicini come stile al passato, il testo si apre su un  desolato e criptico “Hold your horses, hold your tongue/ Hang the rich but spare the young.”  Con la sua solitaria acustica arpeggiata, una melodia fragile ma che si ravviva leggermente nel ritornello, la voce raddoppiata quasi sussurrata che inizia ad incantare con i suoi deliziosi svolazzi, e poco altro, una elettrica e delle tastiere sullo sfondo, il tutto con un leggero tempo di valzer che pare il ritmo predominante dell’album. Prayer For The Dying è splendida, una commovente canzone mistica, quasi religiosa, come suggerisce il titolo, una sorta di Ave Maria contemporanea, con la voce, di nuovo double-tracked, che sale e scende su una base di piano acustico, tastiere e chitarre slide trattate, una ritmica appena accennata e un’aria di sereno dolore che la pervade, veramente molto bella.

Snow, di nuovo intima e raccolta, ricorda certe cose di Bjork o Kate Bush, la voce a tratti finalmente in solitaria può rammentare anche quella della Dolores O’Riordan prima della svolta rock dei Cranberries o della Sinead O’Connor meno incasinata, con violino in evidenza e un mood irlandese che rafforza questa impressione, mentre Lo, scritta con Aaron Dessner, si appoggia su una cascata di strumenti a corda e tastiere, la solita leggera elettronica e le voci moltiplicate che possono avvicinarsi a quelle di altre cantautrici complesse come Tori Amos Sarah McLachlan, ma anche le Roches, le sottovalutate sorelle newyorkesi. Con Undertow, che grazie alla sua struttura complessa e fruibile ricorda la migliore Kate Bush, con la voce che fluttua su una melodia futuribile dove però fa capolino anche un banjo e Ora, di nuovo firmata con Dessner, che tenta un approccio più bucolico, avvicinandosi a certe splendide e acrobatiche ballate pianistiche delle sorelle McGarrigle, impressione ancora più percepita da chi scrive, nella meravigliosa Anahorish, meno di due minuti di sola voce a cappella raddoppiata e triplicata per musicare un poema del premio Nobel irlandese Seamus Heaney, da brividi.

Ma prima incontriamo le derive acquatiche e marittime della pianistica We, the drowned, dove una batteria quasi marziale sottolinea l’incedere appassionato della voce incredibile e emozionante della Hannigan, ancora una volta protagonista di quella che è comunque, volendo, anche una bella ballata tra classico e pop, raffinata ma “popolare”, con l’inizio che mi ha ricordato addirittura A Day In The Life dei Beatles (e credo sia un grande complimento). Tender, di nuovo pianistica, ma con un tocco mitteleuropeo grazie alla fisarmonica, mischia arie francesi (o canadesi, come facevano le più volte citate grandi sorelle McGarrigle) e la migliore tradizione delle cantautrici britanniche più raffinate in un tutt’uno che poi alla fine è unico ed esclusivo della musica della Hannigan, geniale artigiana creatrice, insieme a Dessner, di un sound di non facile ascolto ma che regala grandi soddisfazioni all’ascoltatore, come nella splendida ballata Funeral Suit, altra canzone gloriosa che riecheggia anche le ascensioni vocali di quella splendida cantante che è stata Mary Margaret O’Hara (chissà se vorrà ancora deliziarci prima o poi?). In conclusione l’ultimo brano scritto con Dessner, Barton, altra misteriosa e notturna composizione degna delle migliori cantautrici. Ripeto, musica non facile, ma che ascolto dopo ascolto si arricchisce di nuovi particolari e gratifica l’ascoltatore. Ovviamente se amate solo il riff e rock lasciate perdere, se i vostri gusti sono più eclettici potete provare. Esce oggi.

Bruno Conti

Dopo Le Celebrazioni Poteva Mancare Un Bel Tributo Ai Grateful Dead? Various Artists. – Day Of The Dead. Giorno 2

day of the dead

VV. AA. – Day Of The Dead – 4AD/Beggars 5CD Box Set 

Seconda parte, segue da ieri http://discoclub.myblog.it/2016/05/24/le-celebrazioni-poteva-mancare-bel-tributo-ai-grateful-dead-various-artists-day-of-the-dead-giorno-1/

CD3: ecco ancora i National alle prese con un’emozionante rilettura di Peggy-O, un traditional ripreso di sovente da Garcia e soci: la bravura del gruppo sta nell’approcciare la canzone nel loro tipico stile senza modificarne la struttura, bravi; Bryce Dessner si presenta da solo con il bizzarro strumentale Garcia Counterpoint, seguito dalla suite Terrapin Station, ripresa in maniera perfetta da Daniel Rossen e Christopher Bear dei Grizzly Bear (con i National come backing band), uno dei momenti top del cofanetto. Clementine Jam è uno strumentale da parte dell’Orchestra Baobab, tra jazz e samba, gradevole ma superfluo, mentre la lunga jam China Cat Sunflower/I Know You Rider (Stephen Malkmus & The Jicks) è perfettamente calata nello spirito dell’operazione, chiudete gli occhi e quasi vi sembrerà di sentire i Dead. Splendida anche Jack-A-Roe, ad opera di Kate Stables alias This Is The Kit, con la sua suggestive atmosfera western anche se forse sarebbe più adatta ad una voce maschile. Bill Callahan si impegna molto per rovinare Easy Wind e direi che ci riesce, mentre Wharf Rat, ad opera di Ira Kaplan degli Yo La Tengo, è lunga, fluida, psichedelica ed indubbiamente azzeccata; ecco arrivare anche Lucinda Williams alle prese con il classico Going Down The Road Feelin’ Bad: Lucinda come al solito rallenta il ritmo (proprio non riesce a farne a meno, riuscirebbe a rallentare anche gli Iron Maiden), personalizzandola totalmente e condendo il tutto con la sua tipica voce sgraziata (so che sulla bionda rockeuse della Louisiana sono una voce fuori dal coro, ma proprio non ce la faccio…). Chiusura ottima con And We Bid You Goodnight, rifatta dal folksinger Sam Amidon con voce e poco altro.

CD 4: il dischetto più “difficile”, che però parte bene con una fluida Ripple eseguita da The Walkmen, indie band di New York che affronta la splendida canzone con lo spirito giusto, mentre purtroppo Truckin’ è letteralmente distrutta dai Marijuana Deathsquad, una versione rumoristica senza capo né coda, inascoltabile; anche la Dark Star dei Flaming Lips non mi piace per niente, rilettura modernista e finto-psichedelica, cantata in maniera imbarazzante. Stella Blue non mi faceva impazzire neppure nella versione dei Dead, figuriamoci sentirla così stravolta e destrutturata da parte dei Local Natives, ed il CD non si risolleva neppure con la caotica Shakedown Street degli Unknown Mortal Orchestra (ma chi sono?), ma stavolta anche per la pochezza della canzone. Finalmente un po’ di buona musica, ancora con l’Orchestra Baobab che dona un bel sapore caraibico a Franklin’s Tower, rendendola irriconoscibile ma intrigante; Tal National, da non confondere con i padroni di casa (sono un gruppo del Niger, ma dove li hanno trovati?), rilegge in maniera solare Eyes Of The World, e funziona, mentre il famoso banjoista Bela Fleck propone Help On The Way in una interessante versione tra roots e tribale. Estimated Prophet nelle mani dei Rileys diventa quasi un canto propiziatorio indiano (nel senso di pellerossa), fin troppo strana per i miei gusti, mentre What’s Become Of The Baby nelle mani degli Stargaze si trasforma in uno strumentale cerebrale e poco immediato (in poche parole, due palle). L’americano di origine indiana (dell’India stavolta) Vijay Iyer sarà anche un grande pianista classico, ma la sua King Solomon’s Marbles per piano solo mi annoia assai, mentre Bonnie “Prince” Billy, sempre solo col pianoforte ma anche con la voce, riesce ad emozionare con If I Had The World To Give.

CD 5: ancora Phosphorescent con il suo consueto stile crepuscolare/etereo alle prese con la bella Standing On The Moon, ed il gruppo di Matthew Houck si dimostra una scelta vincente; i Tallest Man On Earth, band svedese, rilegge invece Ship Of Fools con pieno rispetto dell’originale ma con un tocco personale, e la canzone ne esce alla grande. Di nuovo Bonnie “Prince” Billy con Bird Song, altra bella rilettura, molto classica e con la melodia in primo piano. Brown-Eyed Women è una delle preferite in assoluto dal sottoscritto, e sono lieto che gli Hiss Golden Messenger la rispettino al 100%, versione ottima di un brano grandioso, tra le migliori del lavoro. Here Comes Sunshine è poco conosciuta, ed i Real Estate né danno una lettura molto seria e solida, armonizzando molto bene con le voci, mentre sulla confusa Cumberland Blues di Charles Bradley stenderei un velo, e così anche su Drums/Space (Man Forever, So Percussion e Oneida), intermezzo batteristico/lisergico che era già una palla colossale nei concerti dei Dead. Cream Puff War viene dal primo periodo del gruppo di Garcia, ma l’interpretazione tra rock e noise dei Fucked Up (bel nome…) mi lascia molti dubbi, anche per la voce molto trash metal del leader. Non mi ricordavo di Rosemary, ma Mina Tindle è fin troppo leggerina ed eterea per farmela apprezzare a fondo, mentre High Time trova nuova luce nell’interpretazione ancora del duo Rossen-Bear dei Grizzly Bear, partenza acustica e finale full band. Till The Morning Comes del duo australiano Luluc è soave e molto raffinata, ma mi piace, mentre Winston Marshall dei Mumford & Sons (assieme a Kodiak Blue e Shura) mostra di risentire del momento no della sua band, rilasciando una versione assolutamente piatta ed insipida dell’altrimenti bellissima Althea. Il monumentale box si chiude con Attics Of My Life, rivista da Angel Olsen quasi fosse un coro ecclesiastico, strana ma non da buttare, e con Bob Weir (sì, proprio lui), che prima coi Wilco (St. Stephen) e poi coi National (I Know You Rider), entrambe dal vivo, sigilla alla grande il cofanetto con due riletture potenti e intrise fino al collo dello spirito deaddiano.

In definitiva, a parte qualche incertezza fisiologica per un box quintuplo (e comunque in gran parte concentrate nel quarto CD), c’è una sola parola con la quale definire quest’opera: imperdibile. Anche perché, per una volta, il costo è decisamente contenuto.

Marco Verdi

Dopo Le Celebrazioni Poteva Mancare Un Bel Tributo Ai Grateful Dead? Various Artists. – Day Of The Dead. Giorno 1

day of the dead

*NDB Vista la lunghezza del Post, lo dividiamo in due parti, oggi il “Giorno Del Morto Riconoscente” 1, domani il 2. Buona lettura!

VV. AA. – Day Of The Dead – 4AD/Beggars 5CD Box Set

Sono ancora recenti i festeggiamenti per i 50 anni dei Grateful Dead, culminati lo scorso anno con la pubblicazione del monumentale box di 80 CD 30 Trips Around The Sun http://discoclub.myblog.it/2015/09/28/anteprima-mondiale-meno-male-che-gli-anni-trenta-grateful-dead-30-trips-around-the-sun/  e con i concerti tenuti dai membri superstiti confluiti poi nelle varie edizioni del live Fare Thee Well http://discoclub.myblog.it/2015/12/13/finalmente-cofanetto-dal-vivo-dei-dead-grateful-dead-thee-well-chicago-il-soldier-field/ , ecco che è di nuovo ora di parlare dell’ex gruppo guidato da Jerry Garcia, non solo per l’uscita proprio in questi giorni di un altro box dal vivo, July 1978 (“solo” 12 CD, ma c’è anche una versione tripla con il concerto al Red Rocks Amphiteatre, di cui leggerete la recensione più avanti), ma soprattutto per questo eccezionale tributo, intitolato Day Of The Dead, che presenta ben 59 canzoni della storica band californiana in cinque CD (ma ne esiste anche una versione limitata in vinile), un’iniziativa senza precedenti. Di tributi ai Dead in passato ne sono usciti più d’uno (ricordo lo splendido Deadicated del 1991, oggi purtroppo introvabile), ma mai di questa portata: l’esempio più vicino che mi viene in mente è il quadruplo omaggio dedicato a Bob Dylan uscito qualche anno fa, Chimes Of Freedom http://discoclub.myblog.it/2012/02/03/chimes-of-freedom-tributo-a-bob-dylan-per-i-50-anni-di-amnes/ (*NDB a proposito, auguri Bob, lo festeggiamo con un Post apposito a parte) , con la differenza che qui la qualità media è molto più elevata. Dietro al progetto Day Of The Dead ci sono i fratelli Aaron e Bryce Dessner, i due chitarristi del gruppo di Cincinnati The National, che hanno curato il tutto assumendo anche il ruolo di produttori (altra differenza con il tributo a Bob, dove tutte le performance erano slegate tra loro), un lavoro certosino ma di grande valore, per il quale i due musicisti hanno preferito rivolgersi a gruppi e solisti indipendenti, ed in molti casi abbastanza sconosciuti, piuttosto che contattare artisti famosi (anche se, come vedremo, ci sono diverse eccezioni): il tutto è stato patrocinato dalla Red Hot Organization, un’associazione benefica no profit che si occupa di combattere il virus dell’HIV, già responsabile in passato di numerosi album a tema, il cui più famoso è stato Red, Hot + Blue, anche se io vorrei ricordare il meraviglioso Red, Hot + Country.

Ebbene, come già accennato Day Of The Dead è un’opera sontuosa, un tributo splendido ad una delle più grandi band della nostra musica, con una qualità molto alta: ci sono alcuni momenti di livello inferiore (come in tutti i tributi), ma direi che almeno al 75% le performance qui incluse sono assolutamente riuscite, e nobilitano ulteriormente uno dei migliori songbook in circolazione. Infatti, i Dead sono passati alla storia principalmente per le loro esibizioni dal vivo, ma spesso ci si dimentica che Garcia (insieme al paroliere Robert Hunter) era anche uno straordinario autore di canzoni, ed anche Bob Weir ed occasionalmente Phil Lesh si difendevano alla grande. Qui c’è di tutto, dai grandi classici del gruppo di San Francisco ai pezzi più oscuri, oltre a qualche cover da loro spesso suonata dal vivo, e nonostante ciò i due fratelli Dessner hanno dovuto lasciar fuori qualcosa: particolarmente dolorose per il sottoscritto le assenze delle grandissime Mississippi Half-Step Uptown Toodeloo e Alabama Getaway…ma non si può avere tutto! Ma adesso lascerei lo spazio alle canzoni.

CD 1: il box inizia in maniera scintillante con i bravi The War On Drugs ed una solare e spedita versione della splendida Touch Of Grey (unico successo da Top Ten per i Dead), subito seguito da Phosphorescent (con Jenny Lewis) con una Sugaree cadenzata e molto diretta, arrangiamento classico e risultato anche superiore al brano precedente. La fluida Candyman vede un Jim James (leader dei My Morning Jacket) meno etereo del solito, con un suono più simile a The Band che ai Dead; bravissimi i Lone Bellow con una splendida Dire Wolf (una delle mie preferite) in un cristallino arrangiamento country-rock stile Byrds periodo Gram Parsons. Un inizio fulminante, da cinque stelle. Courtney Barnett affronta New Speedway Boogie con un approccio vocale alla Lucinda Williams, solo un filo meno strascicato, ma il brano ne esce bene comunque, mentre i Mumford & Sons confermano il loro momento difficile con una Friend Of The Devil gonfia e sovrarrangiata, sembrano quasi gli ultimi U2 (è non è inteso come un complimento). Meno male che c’è Bruce Hornsby (accompagnato dai DeYarmond Edison) che non sarà un fenomeno ma è un signor musicista ed una persona seria: Black Muddy River è una delle ballate più toccanti dei Dead, Bruce la tratta con amore e rispetto e ne esce alla grande. Ecco i National con l’inquietante (nel testo) Morning Dew, ma anche la loro interpretazione ha un non so che di minaccioso, ed è perfetto per una canzone che parla di una catastrofe nucleare; non ho mai sopportato la vocalità debordante di Anthony Hegarty (qui nella sua nuova identità, Anonhi), e quindi anche la sua Black Peter risente pesantemente del suo modo di cantare, meglio passare a Loser (Ed Droste dei Grizzly Bear con Binki Shapiro), suonata in maniera molto aderente ai Dead e pertanto riuscita; chiude il primo CD la stupenda To Lay Me Down, che Sharon Van Etten e Perfume Genius propongono in una toccante versione lenta e pianistica.

CD 2: il bravo Kurt Vile ci fa vedere (e sentire) quanto è bella Box Of Rain, dato che per decenni è stata massacrata dal suo autore, Phil Lesh: una delle migliori versioni nel box; Rubin And Cherise la conoscono in pochi, e Bonnie “Prince” Billy la suona proprio nello stile dei Dead (e anche la voce ricalca quella di Garcia), derivativa ma molto piacevole, mentre ecco ancora i bravissimi Lone Bellow con una spedita Me And My Uncle, un brano di John Phillips suonato spessissimo dai Dead nei concerti. Non mi convince molto la Cassidy poppettara di Moses Sumney, ma (molto) peggio fanno i Lucius, che rovinano letteralmente la mitica Uncle John’s Band (la più bella canzone dei Dead?) con un arrangiamento assurdo, per fortuna che Lee Ranaldo (con Lisa Hannigan) non folleggia e ci consegna una Mountains Of The Moon molto ben fatta e suonata come si deve. Dark Star, proposta dal vivo da Cass McCombs e Joe Russo, è decisamente deaddiana, anche se molto più contenuta nel minutaggio, mentre Nightfall Of Diamonds (ad opera dei Nightfall Of Diamonds, appunto) e la strana Transitive Refraction Axis For John Oswald (Tim Hecker) sono elettroniche e quasi rumoristiche, quindi evitabili. Il secondo dischetto termina ancora con Ranaldo, in compagnia di Tunde Adebimpe (? *NDB E’ il cantante dei TV On The Radio), che ci consegna una Playing In The Band molto diretta e godibile, e con Brokedown Palace, rifatta con buon piglio da Richard Reed Parry, Caroline Shaw e, udite udite, Garth Hudson, anche se l’originale era nettamente superiore.

End of part 1, continua…

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture: Esattamente Tra Un Mese, Il 20 Maggio. Bob Dylan, Eric Clapton, Mudcrutch 2 (Tom Petty), Day Of The Dead Tribute, Highwaymen Box Live + Allen Ginsberg Cofanetto (con Dylan)

bob dylan fallen angels

Tutti i nomi riportati nel titolo del Post sono previsti in uscita per il 20 maggio (e sono solo i più importanti, ho visto annunciati per quella data anche i No Sinner di Colleen Rennison, Posies, Brett Dennen, Marissa Nadler e altri meno conosciuti o che non interessano per i contenuti del Blog). Del nuovo Bob Dylan Fallen Angels abbiamo già parlato nei giorni scorsi con la  recensione dell’EP giapponese http://discoclub.myblog.it/2016/04/08/gustoso-antipasto-attesa-maggio-della-portata-principale-bob-sinatra-scusate-dylan-melancholy-mood/, quindi veniamo alle altre uscite.

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Il 20 maggio si ricostituirà anche la coppia Eric Clapton – Glyn Johns, con “Manolenta” che tornerà a farsi produrre da colui con il quale realizzò nel 1977 appunto il celebre Slowhand (e Johns fu quello che produsse il primo Led Zeppelin, Get Yer Ya-Ya’s Out degli Stones, alcuni dei primi album degli Humble Pie e della Steve Miller Band, dei Family, Who’s Next, i primi Eagles, in anni recenti l’ultimo bello di Ryan Adams, Ashes & Fire, il cui album migliore, Heartbreaker, di prossima ristampa il 6 maggio, in versione tripla, era stato prodotto dal figlio di Glyn, Ethan Johns, insomma uno “bravino”). Clapton aveva annunciato il suo “ritiro”, ma evidentemente solo dai tour lunghi e stressanti (infatti il 13 aprile di quest’anno era in concerto a Tokyo, https://www.youtube.com/watch?v=CfjgDNMzGTA, mi sembra tanto che si ripeta la storia di Tina Turner che è si ritirata a ripetizione) comunque ad un anno dai concerti alla Royal Albert Hall eccolo in pista con un album nuovo.

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Vi pareva che non dovessero uscire edizioni Deluxe dell’album nuovo? Certo che no, ed infatti I Still Do, uscirà nelle due versioni che vedete effigiate qui sopra, una definita (da me) del “tubo”, che è quella in formato chiavetta USB, e l’altra Deluxe Denim Box, del colore dei giubbetti che usava Eric, in teoria saranno in vendita solo sul sito di Clapton, a prezzi esorbitanti, ma quella più lussuosa andrà anche nei canali normali, distribuita dalla Universal, la major che pubblica i prodotti della Bushbranch/Surfdog, ossia l’etichetta del nostro. E che mirabolanti bonus conterrà, per un prezzo che è previsto circa del quadruplo rispetto alla versione singola? Ben 2 bonus tracks, Lonesome Freight Train, più un video di 45 minuti con il Making Of, e qualche filmato in studio e dal vivo, nonché la versione in WAV dell’album e due videoclip. Però, direi che questa è la sublimazione della “fregatura” della Deluxe Edition, per due canzoni inedite questa volta si sono superati.

Comunque questa è la tracklist della versione normale:

1. Alabama Woman Blues
2. Can’t Let You Do It
3. I Will Be There
4. Spiral
5. Catch The Blues
6. Cypress Grove
7. Little Man, You’ve Had A Busy Day
8. Stones In My Passway
9. I Dreamed I Saw St. Augustine
10. I’ll Be Alright
11. Somebody’s Knockin’
12. I’ll Be Seeing You

Tra i musicisti annunciati nell’album, Henry Spinetti, Dave Bronze, Andy Fairweather-Low, Paul Carrack, Chris Stainton, Simon Climie, Dirk Powell, Walt Richmond, Ethan Johns (toh!) e Michelle John Sharon White, le due vocalist di colore, viene riportato anche l’Angelo Mysterioso, chitarra acustica e voce, che era lo pseudonimo che usò George Harrison in Badge dei Cream, chi sarà questa volta?

Comunque devo dire che però dell’album si parla bene, e a giudicare dalla prima canzone rilasciata potrebbe essere vero, quindi può “ritirarsi” tutte le volte che vuole se poi fa dei dischi belli.

mudcrutch 2

Per il recente Record Store Day sono usciti due prodotti legati al nome di Tom Petty, uno è il vinile di Kiss My Amps 2, con materiale dal vivo raro e di cui più avanti parleremo nel Blog, e un un 7″ con due canzoni dei Mudcrutch (che non sono inedite, ma verranno pubblicate nel prossimo album della band).

Mudcrutch 2 uscirà per la Reprise/Warner con questo contenuto:

1. Trailer
2. Dreams Of Flying
3. Beautiful Blue
4. Beautiful World
5. I Forgive It All
6. The Other Side Of The Mountain
7. Hope
8. Welcome To Hell
9. Save Your Water
10. Victim of Circumstance
11. Hungry No More

Il bassista del gruppo, quel Tom Petty, mi sembra bravo!

day of the dead

In passato erano usciti parecchi tributi dedicati ai Grateful Dead (penso a Deadicated del 1991 come al migliore https://www.youtube.com/watch?v=1CDuQmhTyD4), ma dopo il cinquantennio della band hanno deciso di fare le cose in grande e la 4AD pubblicherà questo mastodontico Day Of The Dead, un box di 5 CD curato da Aaron and Bryce Dessner dei National, con un cast di partecipanti veramente strepitoso, molti nomi noti ma anche “promesse”, emergenti e nomi che mi sono del tutto ignoti.

Ecco la lista completa, quando sarà il momento ne parleremo diffusamente (come per tutti gli album del post odierno):

1. Touch of Grey – The War on Drugs
2. Sugaree – Phosphorescent, Jenny Lewis & Friends
3. Candyman – Jim James & Friends
4. Cassidy – Moses Sumney, Jenny Lewis & Friends
5. Black Muddy River – Bruce Hornsby and DeYarmond Edison
6. Loser – Ed Droste, Binki Shapiro & Friends
7. Peggy-O – The National
8. Box of Rain – Kurt Vile and the Violators (featuring J Mascis)
9. Rubin and Cherise – Bonnie ‘Prince’ Billy & Friends
10. To Lay Me Down – Perfume Genius, Sharon Van Etten & Friends
11. New Speedway Boogie – Courtney Barnett
12. Friend of the Devil – Mumford & Sons
13. Uncle John’s Band – Lucius
14. Me and My Uncle – The Lone Bellow & Friends
15. Mountains of the Moon – Lee Ranaldo, Lisa Hannigan & Friends
16. Black Peter – Anohni and yMusic
17. Garcia Counterpoint – Bryce Dessner
18. Terrapin Station (Suite) – Daniel Rossen, Christopher Bear and The National (featuring Josh Kaufman, Conrad Doucette, So Percussion and Brooklyn Youth Chorus)


19. Attics of My Life – Angel Olsen
20. St. Stephen (live) – Wilco with Bob Weir
21. If I Had the World to Give – Bonnie ‘Prince’ Billy
22. Standing on the Moon – Phosphorescent & Friends
23. Cumberland Blues – Charles Bradley and Menahan Street Band
24. Ship of Fools – The Tallest Man On Earth & Friends
25. Bird Song – Bonnie ‘Prince’ Billy & Friends
26. Morning Dew – The National
27. Truckin’ – Marijuana Deathsquads
28. Dark Star – Cass McCombs, Joe Russo & Friends
29. Nightfall of Diamonds – Nightfall of Diamonds
30. Transitive Refraction Axis for John Oswald – Tim Hecker
31. Going Down The Road Feelin’ Bad – Lucinda Williams & Friends
32. Playing in the Band – Tunde Adebimpe, Lee Ranaldo & Friends
33. Stella Blue – Local Natives
34. Eyes of the World – Tal National
35. Help on the Way – Bela Fleck
36. Franklin’s Tower – Orchestra Baobab
37. Till the Morning Comes – Luluc with Xylouris White
38. Ripple – The Walkmen
39. Brokedown Palace – Richard Reed Parry with Caroline Shaw and Little Scream (featuring Garth Hudson)
40. Here Comes Sunshine – Real Estate
41. Shakedown Street – Unknown Mortal Orchestra
42. Brown-Eyed Women – Hiss Golden Messenger
43. Jack-A-Roe – This Is the Kit
44. High Time – Daniel Rossen and Christopher Bear
45. Dire Wolf – The Lone Bellow & Friends
46. Althea – Winston Marshall, Kodiak Blue and Shura
47. Clementine Jam – Orchestra Baobab
48. China Cat Sunflower -> I Know You Rider – Stephen Malkmus and the Jicks
49. Easy Wind – Bill Callahan
50. Wharf Rat – Ira Kaplan & Friends
51. Estimated Prophet – The Rileys
52. Drums -> Space – Man Forever, So Percussion and Oneida
53. Cream Puff War – Fucked Up
54. Dark Star – The Flaming Lips
55. What’s Become of the Baby – s t a r g a z e
56. King Solomon’s Marbles- Vijay Iyer
57. Rosemary – Mina Tindle & Friends
58. And We Bid You Goodnight – Sam Amidon
59. I Know You Rider (live) – The National with Bob Weir

higjwaymen live american outlaws

Nel 1991 uscì una VHS intitolata Highwaymen Live, registrata l’anno prima al Nassau Coliseum. Poi negli anni di quel concerto si sono perse le tracce, ora la Sony/Bmg pubblicherà un box quadruplo, tre CD + DVD o tre CD + Blu-Ray, con il concerto completo del 14 marzo 1990 al Nassau Coliseum, Uniondale, New York, 35 brani in tutto, sia nei due CD come nel video, con in più 11 brani nel terzo CD, 10 registrati dal vivo ai Farm Aid del 1992 e 1993 e una versione inedita di One Too Many Mornings, un pezzo di Dylan che Johnny Cash Waylon Jennings incisero nell’album Heroes del 1986, al quale Willie Nelson Kris Kristofferson, gli altri due Highwaymen, hanno aggiunto nuova parti vocali nel 2014.

Ecco la lista dei brani contenuti nelle varie edizioni:

[CD1]
1. Mystery Train
2. Highwayman
3. Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys
4. Good Hearted Woman
5. Trouble Man
6. Amanda
7. There Ain’t No Good Chain Gang
8. Ring Of Fire
9. Folsom Prison Blues
10. Blue Eyes Crying In The Rain
11. Sunday Morning Coming Down
12. Help Me Make It Through The Night
13. The Best Of All Possible Worlds
14. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again)
15. City Of New Orleans
16. Always On My Mind
17. Me And Bobby McGee

[CD2]
1. Silver Stallion
2. The Last Cowboy Song
3. Two Stories Wide
4. Living Legend
5. The Pilgrim: Chapter 33
6. They Killed Him
7. I Still Miss Someone
8. Ragged Old Flag
9. (Ghost) Riders In The Sky
10. Are You Sure Hank Done It This Way
11. Night Life
12. The King Is Gone (So Are You)
13. Desperados Waiting For A Train
14. Big River
15. A Boy Named Sue
16. Why Me
17. Luckenbach, Texas
18. On The Road Again

[CD3]
1. Mystery Train
2. Highwayman
3. The King Is Gone (So Are You)
4. I ve Always Been Crazy
5. The Best Of All Possible Worlds
6. City Of New Orleans
7. Folsom Prison Blues
8. Intro/Highwayman
9. Shipwrecked In The Eighties
10. Desperados Waiting For A Train
11. One Too Many Mornings (Previously Unreleased)

[DVD or Blu-ray]
1. Concert Film

Come detto il DVD o il Blu-Ray ripetono (con la parte video, e non è secondario) la tracklist dei due CD.

allen ginsberg the last words

Perché parlare di un triplo cofanetto di Allen Ginsberg? Perché come risulta chiaro nel titolo del Post, alle sessions che diedero vita al materiale contenuto in questo triplo CD The Last Word On First Blues, che verrà pubblicato dalla Omnivore Recordings, partecipò in modo massiccio un certo Bob Dylan, chiamato proprio da Ginsberg, insieme a David Amran, Happy Traum e al giovane (allora, siamo nel 1971) cellista Arthur Russell. Autore dei testi (ovviamente) e voce solista fu Allen Ginsberg. Le registrazioni rimasero inedite fino al 1983 quando furono pubblicate in un doppio vinile chiamato First Blues, insieme ad altre sessions, una del 1976 prodotta da John Hammond e una del 1981, a cui parteciparono anche Peter Orlovsky David Mansfield. Nella nuova versione tripla della Omnivore ci sono altri 11 brani inediti, anche live con Dylan, e un brano dove Don Cherry si esibisce al kazoo.

Quindi chi sarà interessato a questo cofanetto? Fans della Beat Generation o di Bob Dylan? Voi che dite? Io pensi entrambi. Comunque questa è la lista completa dei brani:

Tracklist
[CD1]
1. Going Down To San Diego
2. Vomit Express
3. Jimmy Bergman (Gay Lib Rag)
4. Ny Youth Call Annunciation
5. Cia Dope Calypso
6. Put Down Yr Cigarette Rag
7. Sickness Blues
8. Broken Bone Blues
9. Stay Away From The White House
10. Hardon Blues
11. Guru Blues

[CD2]
1. Everybody Sing
2. Gospel Nobel Truths
3. Bus Ride To Suva
4. Prayer Blues
5. Love Forgiven
6. Father Death Blues
7. Dope Fiend Blues
8. Tyger
8. You Are My Dildo
10. Old Pond
11. No Reason
12. My Pretty Rose Tree
13. Capitol Air

[CD3: Bonus Disc – More Rags, Ballands, and Blues 1971-1985]
1. Nurses Song
2. Spring (Merrily Welcome)
3. September On Jessore Road
4. Lay Down Yr Mountain
5. Slack Key Guitar
6. Reef Mantra
7. Ny Blues
8. Come Along Vietnam (Rehearsal)
9. Airplane Blues (Live at Folk City)
10. Feeding Them Raspberries To Grow (Live at Folk City)
11. Do The Meditation Rock

Direi che anche per oggi è tutto.

Bruno Conti

Piccoli “Mumford & Sons” Crescono…! Bear’s Den – Islands

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Bear’s Den – Islands – Communion Records/Universal

Preparate il portafoglio, perché tra un po’ vi sentirete più leggeri, in tutti i sensi, anche più felici volendo. Il sottobosco musicale inglese è talmente fertile e ricco di talenti che da solo basterebbe a riempire il sempre più asfittico attuale panorama musicale. A questa categoria (quella dei talenti) appartengono i Bear’s Den, il segreto “meglio custodito” dell’attuale scena folk londinese, che, dopo avere ottenuto un buon successo di critica con i due primi EP, Agape e Without/Within, fanno il loro esordio ufficiale con questo Islands https://www.youtube.com/watch?v=9TZh_md7DOI , distribuito dalla lodevole Communion Records tramite la major Universal, con un tipo di“sound” di matrice anglo-americana che non può non ricondurre ai più famosi Mumford & Sons (peratro al momento nella fase in cui la luna di miele con la critica sembra quasi finita, ingiustificatamente).

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I Bear’s Den sono un barbuto trio di musicisti, composto dal frontman Andrew Davie alla voce e chitarra, Joey Haynes voce e banjo e Kevin Jones voce e batteria, che dopo aver percorso nel giro di due anni una lunga strada di concerti e mini album indipendenti, escono dalla loro “nicchia” per concorrere (per chi scrive) al miglior debutto dell’anno. Le canzoni di Islands si animano subito con il banjo e i tamburi di una notevole Agape, seguita dalla delicata The Love We Stole, dalla struggente malinconia di Above The Clouds Of Pompei, con il banjo di Haynes che ti apre il cuore https://www.youtube.com/watch?v=pGXBR1wR-mo , come pure nelle successive Isaac, dalle splendide armonie vocali, e Think Of England un fiero e nostalgico omaggio alla loro patria. Si prosegue con Magdalene che potrebbe ricordare, almeno al sottoscritto, certe cose dei National,  per poi passare a quello che potrebbe essere il “clou” di tutto il lavoro, una splendida When You Break,  una sorta di moderno brano indie-folk caratterizzato da una intro straordinaria, che apre la strada anche ad una martellante e solida Stubborn Beast, prima di andare a chiudere con le raffinate note di Elysium https://www.youtube.com/watch?v=BH-wP2TDUBQ e le maestose armonie di Bad Blood, altro brano manifesto del gruppo, canzone che quando viene eseguita dal vivo, sprigiona tutta la sua bellezza https://www.youtube.com/watch?v=v5plSAtYiZE .

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I Bear’s Den sono “pionieri”, e seguaci al tempo stesso, di una nuova frontiera musicale, nelle loro mani canzoni di disperazione diventano momenti di gioia e di rara bellezza, e sarebbe veramente un delitto (musicale) che questi brani non trovino la giusta consacrazione: una band con un futuro luminoso all’orizzonte, e un presente, sempre per andare alla ricerca di paragoni, che li avvicina alla bellezza delle canzoni di Nathaniel Rateliff, altro musicista che si colloca in questa area musicale. Come al solito, la ricerca continua!

Tino Montanari

Il “Difficile Terzo Album” Per Un Barbuto Indie-Rocker Di Gran Talento! Sean Rowe – Madman

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Sean Rowe – Madman – Anti/Self Records

Uno dei primi a scoprire Sean Rowe (se non il primo http://discoclub.myblog.it/tag/magic/ ) è stato il titolare di questo blog, in occasione dell’uscita dell’ottimo Magic (11): un songwriter dall’indiscutibile talento con una gran voce dai toni baritonali, molto vicina a quelle di Nick Cave, Mark Lanegan e direi anche Matt Berninger (il leader e cantante dei National).

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Rowe, trentanovenne folk singer di Troy, New York con sangue irlandese e italiano nelle vene, per trovare l’ispirazione, dopo l’esordio da indipendente con lo sconosciuto album 27 (04,) si rifugia per qualche tempo sui monti Adirondacks (al confine fra Stati Uniti e Canada), e, nella quiete di boschi e ruscelli prese forma il citato Magic, a cui fece seguire un altro ottimo lavoro come The Salesman And The Shark (12), e ora torna con questo nuovo Madman, costruito in buona parte durante un tour di concerti in giro per gli States. Ad accompagnare il barbuto Sean troviamo, come sempre, ottimi musicisti tra i quali Chris Kyle alle chitarre, Ben Campbell al basso, Chris Carey alla batteria e percussioni, Chris Weatherly alla tromba, Jeff Nania al sax, il polistrumentista e anche co-produttore con Rowe,Troy Pohl, oltre alle vocalist aggiunte Cara May Corman e Sarah Pedinotti.

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Pur forse non raggiungendo i livelli di Magic ( però i pareri sono difformi, per alcuni è addirittura superiore), il buon Sean, con questo Madman, prosegue la sua parabola attraverso un suono alt-country, a partire dalla title track https://www.youtube.com/watch?v=ess11y1oFiE , un brano dalle tinte noir impresso dal vocione di Sean, poi il blues pulsante e selvaggio di Shine My Diamond Ring https://www.youtube.com/watch?v=pZQYML9Wf6k , passando per il R & B funky di Desiree, una The Game https://www.youtube.com/watch?v=Eud2Aul4gi8  che nello sviluppo mi ricorda una grande band australiana (da riscoprire) come i Triffids, mentre The Drive e Spiritual Leather sono due struggenti folk-ballads. Con Done Calling You si ritorna a respirare il blues del delta, canzone seguita dai ritmi sghembi e incalzanti di The Real Thing, che paiono usciti dai solchi di Swordfishtrombones di Tom Waits, per poi ritornare alle dolenti atmosfere (ma è la perla del disco) di una strepitosa Razor Of Love https://www.youtube.com/watch?v=YnxPdSq6yg4 , l’ode commovente al figlio di My Little Man https://www.youtube.com/watch?v=sQAlUi2E7IE , per chiudere infine con le percussioni maniacali di Looking For The Master, e il lamento finale e spirituale di una It Won’t Belong, cantata con anima e voce baritonale da Rowe https://www.youtube.com/watch?v=sQAlUi2E7IE .

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La voce autorevole di Sean Rowe è sicuramente il tratto prominente in Madman, e si fonde bene con una varietà di stili e influenze che vanno da Johnny Cash a Tom Waits, passando per JJ Cale e John Lee Hooker e direi anche Leonard Cohen in Razor Of Love (*NDB. E Greg Brown dove lo mettiamo?), e anche se, ripeto, forse, non è il miglior album della “triade”, per chi scrive Rowe è un artista dal potenziale illimitato che deve solo essere conosciuto e apprezzato, magari seduti davanti ad un bancone di un locale, con una cassa di birra ghiacciata.

Tino Montanari

Novità Di Maggio Parte VI. The National, Marshall Tucker Band, Todd Wolfe, Indigenous, Tea Leaf Green, Glenn Jones

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La band di Matt Berninger (e delle coppie dei fratelli Dessner e Devendorf), ossia i National – o, secondo alcuni, i The National, però è una grossa pirlata, visto che “the” in inglese è l’articolo determinativo che sostituisce indifferentemente i nostri il, lo, la, i, gli, le, quindi sarebbe “i I National”, ma ieri in televisione per commemorare Ray Manzarek ho sentito parlate di “i The Doors”, sic, fine della digressione grammaticale – una delle migliori band americane, originarie dell’Ohio ma residenti a Brooklyn, New York, pubblicano il loro nuovo album in studio, Trouble Will Find Me, il sesto della discografia. L’etichetta è la 4AD, il disco esce oggi e, come di consueto, è molto buono: indie rock, post punk, indie folk, baroque pop, alternative country, sono alcuni dei generi che vengono loro affibbiati, ma, secondo il sottoscritto, fanno del rock classico, dei giorni nostri ma che si riallaccia alle migliori tradizioni del passato, non per nulla vengono paragonati ai Joy Division e a Nick Cave, ma anche ai Wilco e Leonard Cohen. Tra gli ospiti presenti nel disco le brave St. Vincent e Sharon Van Etten, Sufjan Stevens e Richard Reed Parry degli Arcade Fire, tutta gente che è sulla loro lunghezza d’onda. Semplicemente bella musica.

La Marshall Tucker Band da Spartanburg, South Carolina festeggia la propria “elezione” nella South Carolina Music Hall Of Fame, con la pubblicazione, da parte della Shout Factory, di questo CD Live From Spartanburg, South Carolina, registrato il 19 settembre del 1995, per l’occasione del gruppo originale c’erano ancora Doug Gray, Paul Riddle, Jerry Eubanks e George McCorkle, oltre a Charlie Daniels, presente in gran parte dei brani e ai due batteristi degli Allman, Butch Trucks e Jaimoe. Ci sono tutti i classici, in versioni lunghe, poderose e vibranti. L’uscita ufficiale è il 28 maggio. La MTB è ancora in pista e fa dell’ottimo Southern Rock, nonostante il cap(p)ello bianco, ma quella serata è da incorniciare, anche per gli ospiti presenti.

Todd Wolfe con la sua band è un cliente abituale del Blog todd+wolfe, e quindi mi limito a segnalarvi l’uscita del suo nuovo album, l’ottavo, Miles To Go, in America autogestito, in Europa distribuzione Hypertension, visto che poi, probabilmente, ci ritornerò più diffusamente, anche se il CD è uscito già da qualche giorno, ma non ci rincorre nessuno Power-trio rock-blues energico (ma non solo) con aggiunta di tastiere ed armonica, chitarre a profusione, un misto di brani originali e cover, che spaziano da Forty Four di Chester Burnett (a.k.a. Howlin’ Wolf) a Valley Of The Kings di Marc Cohn, per arrivare a The Inner Light di George Harrison che era il lato B di Lady Madonna, un po’ di psichedelia “indiana”. Uno bravo.

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Anche gli Indigenous di Mato Nanji ricorrono abitualmente nel Blog un-chitarrista-che-fa-l-indiano-indigenous-featuring-mato-na.html, il nuovo album Vanishing Americans esce come di consueto per la Blues Bureau Inr’l/Shrapnel di Mike Varney e come genere siamo dalle parti di Todd Wolfe (potete leggere al link qui sopra). Data di uscita il 21 maggio, anche di questo probabilmente si riparlerà più diffusamente nel mio periodo mensile dedicato al rock-blues, per il momento un assaggio per chi non lo conosce.

E dei Tea Leaf Green secondo voi non si è mai parlato nel Blog? Certo che sì (ma di cosa non si è parlato?): jam-bands-che-passione-tea-leaf-green-radio-tragedy.html). Ottavo album di studio (oltre ad una decina di Live) per una delle migliori Jam Bands della Bay Area, si chiama In The Wake ed è uscito da qualche giorno per la loro etichetta, Greenhouse Records. Anche su questo, se trovo il tempo, vorrei ritornarci con un Post dedicato, ma non è facile, per cui, almeno in breve, vi segnalo tutte le uscite più interessanti e il più tempestivamente possibile.

Di Glenn Jones diffusamente non vi ho parlato mai (e ho fatto male), se non segnalando il precedente disco The Wanting, sempre in questa rubrica, ma ora ne esce già uno nuovo My Garden State, sempre distribuito dalla Thrill Jockey. Jones non è uno nuovo, in circolazione da fine anni ’80, quando era il leader dei Cul De Sac, una band di rock sperimentale, nel corso del tempo si è trasformato un un fantastico chitarrista acustico (e banjoista), influenzato dall’American Primitivism dei grandissimi Robbie Basho e John Fahey (e tanti altri che non citiamo ma conosciamo, anche in questo caso sarebbe bello parlarne, prendo nota) e insieme allo scomparso Jack Rose (e altri) è stato uno dei prosecutori della loro opera.

Sempre a proposito di tempo, quando mi siedo di fronte alla tastiera del computer, purtroppo non ho ancora sviluppato un rapporto telepatico con lo stesso e quindi devo pensare a cosa e di chi devo scrivere e, per esempio, come nel caso del breve ricordo di ieri dedicato allo scomparso Ray Manzarek è venuta una cosa un po’ striminzita anche se sentita: d’altronde quando si parla di queste cose è come se fosse morto un parente alla lontana, un cugino o uno zio che non vedevi da tanti anni, ma al quale eri affezionato, perché avevi condiviso con lui, nel caso di un’artista, la sua musica, nella veste di ascoltatore, quindi almeno qualche riga per celebrarlo è il minimo per qualcuno che si è “amato”! 

A domani, con altre novità.

Bruno Conti